Un bambino di nome Giuseppe Mazzini

I protagonisti della storia hanno lasciato ai posteri tracce leggibili della loro esistenza, di loro conosciamo scritti, azioni e vicende.
Più arduo è poter scoprire i risvolti della vita privata, le attitudini e le inclinazioni, il ricordo di questi aspetti è affidato ai biografi e a coloro che hanno saputo tramandarci una grande quantità di informazioni interessanti.
Io oggi voglio raccontarvi di un bambino nato in questa nostra Genova: il suo nome è Giuseppe Mazzini e dei suoi giorni d’infanzia scrive dettagliatamente la sua cara amica Jessie White Mario nel volume Della vita di Giuseppe Mazzini.
Giuseppe è un bimbetto di corporatura fragile e così per i primi tre anni della sua vita la mamma lo tiene amorevolmente sempre vicino a sé.
È un tipo curioso, ha un’intelligenza pronta e vivace e mentre certi maestri privati impartiscono lezioni alle sue sorelle Giuseppe se ne sta nella stanza vicina e riesce ad imparare autonomamente a leggere solo sentendo da lontano quegli insegnamenti.
In casa tutti lo chiamano Pippo, è un piccino vivace, ha una risata allegra e gioiosa, fa sempre scherzi alle sorelle e si diletta ad imitare le persone che passano per casa.
Ama intensamente che qualcuno gli legga le favole e ne vuole ascoltare sempre di nuove, se per caso gli viene ripetuta una storia che già conosce lui corregge prontamente le eventuali imprecisioni.
Pippo ha una fibra delicata ma anche un carattere fiero e tenace, vuole solo essere come tutti gli altri bambini e ha la particolare stravaganza di non voler indossare abiti colorati.
Si distingue però per alcune sue caratteristiche, come ben spiega Jessie White Mario:

“Ma la precocità del suo ingegno era piuttosto unica che rara. Il padre aveva chiamato per precettore un buon prete, amico della famiglia; e Don Alberto dichiarò francamente che Pippo in fatto di storia e di letteratura ne sapeva più di lui, e si limitò a insegnargli specialmente il latino.”

Giuseppe Mazzini
Opera di Santo Saccomanno – Palazzo Tursi

Non ama l’esercizio fisico ma con diligenza accompagna suo papà nelle sue passeggiate, il piccolo Mazzini è uno scolaro giudizioso, legge con passione i libri di storia e parla benissimo in francese.
Nel suo volume Jessie White Mario riporta anche una notizia a proposito della prontezza d’ingegno del futuro patriota.
La madre Maria Drago, per aver consigli su quale migliore didattica adottare con quel suo figlio così intelligente, decise di scrivere a un suo cugino all’epoca Colonnello di Artiglieria e questi inviò la sua risposta in una lettera molto esaustiva e articolata.
Alcune frasi di questa lettera son stampate in grassetto, il Colonnello così parla del piccolo Pippo:

“È una stella di prima grandezza che sorge brillante di una luce per essere ammirata un giorno dalla colta Europa.”

E molte sono le doti del bambino, egli infatti dimostra di avere:

…doni straordinari che gli ha compartito la natura prodiga.
Sorprendente, tenacissima memoria, talento straordinario e genio senza limiti d’apprendere.
Avendo, infine, una volontà indistruggibile per lo studio…”

La lettera è lunga ed è datata 12 Agosto 1812.
A quell’epoca Giuseppe Mazzini aveva appena sette anni e mezzo, lo si constata con autentico stupore.
Jessie White Mario narrò nei dettagli la travagliata esistenza del patriota genovese a lei molto caro: egli morì il 10 Marzo 1872 e in occasione di questa ricorrenza ho voluto così ricordare quei giorni in cui egli era solo il piccolo Pippo.

Emma, l’amore inglese di Garibaldi

Un uomo dal grande fascino, un trascinatore di folle e un grande seduttore.
E così si può comprendere che le donne cascassero ai suoi piedi, è noto che l’eroe dei due mondi infranse molti cuori.
E di lui si innamorò anche una nobildonna inglese, Emma Roberts: vedova, aristocratica, non era una gran bellezza ma certamente era raffinata e di gran classe.
Si conoscono a Londra e lì si fidanzano, nell’anno 1854.
Ecco, in realtà pare che i due non avessero tanto in comune, dopo breve per Garibaldi venne il tempo di partire per Nizza.
E il matrimonio? Quando ci si fidanza poi ci si sposa!
E invece no, ancora non era tempo, Giuseppe tergiversava!
A Nizza Garibaldi si dedicò per un certo periodo ai piccoli piaceri della vita.
Andava a caccia e a pesca, pranzava in maniera semplice, certo non era un tipo troppo sofisticato.
E poi si dilettava con le partite a dama.
Finché un bel giorno, da Londra, giunse la sua nobile fidanzata.
Viaggiava con il figlio e con una cara amica, Jessie White Mario, colei che Mazzini aveva soprannominato Miss Uragano e della quale vi ho parlato in questo post.
E insomma, Emma aveva gusti ben diversi rispetto al suo Giuseppe, lei amava la mondanità e si dilettava con passatempi ben più raffinati, ad esempio le piaceva la musica e amava suonare il cembalo, peccato che il suono di quello strumento facesse cadere in un certo torpore il povero Garibaldi.
E a dire il vero, narrano le cronache che una volta lui l’abbia piantata in asso e invece di presentarsi a cena come convenuto se ne sia andato a giocare a bocce, pensate un po’!

Garibaldi

Monterosso – Monumento a Garibaldi

Eh, come si dice?
Chi si assomiglia si piglia, questi due non avevano proprio niente in comune!
E infatti di li a breve l’amore naufragò: accadde ancora a Londra, dove Garibaldi si recò nel 1856, non certo solo per incontrare Emma ma anche per altre ragioni politiche sulle quali soprassiedo, queste righe sono dedicate solo all’amore e a un fidanzamento fallito.
No, quei due non avevano certo grandi affinità.
E così lui prese armi e bagagli, lasciò la dimora di Emma e si presentò a casa di Jessie White Mario.
Pare che in quella circostanza l’eroe dei due mondi abbia confidato all’amica inglese il motivo di quella rottura:

Un servo ad ogni passo, pranzi che non finiscono più, mai l’ora di andare a letto… Un mese di vita come questa mi ucciderebbe…

Era finito un amore, forse con un certo sollievo per il povero Garibaldi, diciamolo.
I due rimasero buoni amici
Lui si fece costruire un cutter, a quanto pare con il soccorso economico della Roberts, a bordo della sua nuova imbarcazione Garibaldi per un certo periodo intraprese un fruttuoso commercio di legna e carbone.
E sapete che nome aveva dato al suo cutter? Emma, mi pare ovvio!
Forse non era proprio ciò che lei aveva desiderato, ma così va la vita, a volte.
Un amore divampato come un breve incendio, come le fiamme che mandarono in cenere il cutter di Garibaldi nel 1857.
Così va la vita a volte, l’amore brucia e poi si spegne.
E così accadde con Emma, l’amore inglese di Giuseppe Garibaldi.

Londra, 1841: nelle aule della scuola di Hatton Garden

Londra, 1841.
Al numero 5 di Hatton Garden c’è un continuo andirivieni: in quelle semplici stanze si trova una scuola.
Agli allievi si insegna a leggere e a scrivere, si impartiscono lezioni di disegno, aritmetica e geografia.
Gli insegnanti prestano la loro opera gratuitamente, sono persone che regalano parte del loro tempo al prossimo.
E gli allievi? Tra loro ci sono molti adulti e un numero ancor più cospicuo di ragazzini, tutti sono di origine italiana.
I più piccoli sono stati ceduti come schiavi dai propri parenti e vengono impiegati, non senza crudeltà, come suonatori ambulanti di organetto e venditori di figurine di gesso per le strade di Londra, ma un uomo ha a cuore il loro destino.
Si dice che abbia trascinato davanti alle corti di giustizia più di un padrone e ha tanto cara la sorte dei suoi connazionali da aver fondato per loro la Scuola Italiana Gratuita.
I piccoli suonatori di organetto, malgrado le fatiche della vita quotidiana, accorrono in massa alle lezioni.
La scuola ha grande successo, in breve tempo verranno anche introdotte altre materie, tra le quali lo studio della lingua inglese.
Lui, il benefattore, è tra gli insegnanti: ogni domenica racconta ai suoi allievi le vicissitudini della storia italiana e impartisce lezioni di astronomia, materia che considera della massima importanza.
La sua opera, tuttavia, è vivacemente contrastata sia dall’ambasciata piemontese che dal Papa, il quale arriva a concedere un’indulgenza a chi farà beneficenza ad altre iniziative, ovviamente più vicine al pensiero cattolico.
Ma chi è questo filantropo che attira a tal punto l’attenzione delle alte sfere?
E’ l’esiliato più celebre del suo tempo, in casa lo chiamano affettuosamente Pippo, ma il suo nome di battesimo è Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini (2)

La scuola di Hatton Garden
Immagine tratta da “Della Vita di Giuseppe Mazzini” di Jessie White Mario
volume di mia proprietà

Sì, i miserevoli e bisognosi suonatori d’organetto apprendevano la storia da lui, è strana la vita a volte, non è vero?
I contributi economici alla Scuola Italiana Gratuita giunsero da molti rappresentanti della buona società inglese, tra loro anche la vedova di Lord Byron e il filosofo John Stuart Mill, Mazzini stesso spendeva tempo e energie per trovare sostenitori e finanziamenti.
Ad Hatton Garden andò in visita anche lo scrittore inglese Charles Dickens che conosceva bene le dure condizioni del lavoro minorile.
E lì, in quelle stanze, ogni 10 novembre, giorno della fondazione della Scuola, si teneva una sorta di festeggiamento, che contemplava la consegna di premi ai più meritevoli e una cena celebrativa, nella quali maestri e benefattori servivano il pasto a quegli studenti così particolari.
Il racconto di una di queste cene è riportato in una lettera scritta dallo stesso Mazzini e pubblicata tra le pagine della sua biografia scritta dalla sua fedele amica Jessie White Mario.
Mazzini descrive quei volti di persone avvilite dalle circostanze del destino e illuminate di nuova speranza, donata loro da ciò che avevano appreso in quella scuola e così conclude:

E se li aveste uditi applaudire con entusiasmo a quei passi dei discorsi che ricordavano con più amore e con più fervore di speranza d’Italia, avreste sentito come rapidamente potrebbe educarsi il nostro popolo, se invece della mera e morta istruzione che potete dargli in Italia poteste offrir loro, come la nostra natura esige, una parola di vita e di poesia che animasse quell’istruzione.

Questo era Mazzini, una mente lungimirante e potente, animata da una passione inestinguibile.
L’opera da lui fondata per combattere l’analfabetismo tra gli italiani a Londra continuò per diversi anni, anche durante le assenze del patriota dalla capitale inglese.
I suonatori di organetto, i venditori di statuine di gesso e dalla loro parte un patriota.
E questo frammento di storia che certo meriterebbe di apparire sui libri di scuola.

Una notte, in una villa di Capodimonte

Una villa, una villa a Capodimonte, a Napoli.
Voglio immaginare che godesse di quel dolce clima mediterraneo, che avesse un portico, adorno di folti rampicanti e un agrumeto tutt’attorno, aranci e limoni che nella bella stagione diffondono il loro profumo nell’aria.
Una villa a Capodimonte e nel dicembre del 1861, un ospite illustre vi soggiorna: è Giuseppe Mazzini, al tempo ospite di Giovanni Nicotera, uomo politico del tempo.
Arriva la polizia e avvisa Nicotera che c’è il rischio concreto che il genovese sia tratto in arresto.
Via, via, leviamo le tende!
Niente da fare, Mazzini non sente ragioni,  sta troppo bene in quella villa!
L’aria pura, il sole tiepido della Campania, il panorama! Figuriamoci, non se ne parla!
Scende la sera sulla villa di Capodimonte, e poi calano le tenebre.
A notte fonda, d’un tratto, si sente picchiare al portone.
Che trambusto, che rumore!
Uh, saranno le autorità, venute ad arrestare Mazzini!
Lui, serafico e imperturbabile, non mostra il minimo turbamento, se ne sta tranquillo, in veste da camera e ciabatte.
Gli altri invece, tutti gli altri, non fanno altro che correre avanti e indietro, presi da una frenesia irrefrenabile.
Ecco Aurelio Saffi e la moglie, e poi Nina Poerio, consorte di Giovanni Nicotera, che pianti, che tremiti, che paura, cosa succederà adesso?
Giovanni Nicotera, sprezzante del pericolo, afferra una pistola e si precipita giù dalle scale, pronto a far scudo con il suo corpo a Mazzini che, mantenendo una calma olimpica, invita i suoi amici a fare altrettanto.
Con circospezione e cautela Saffi si avvicina alla porta e domanda chi è.
A bussare altri non è che la signora Jessie White Mario, in compagnia di un amico.
Ah, che sollievo! E che piacevole sorpresa! E così ognuno torna alla propria stanza, al sonno interrotto per quel grande spavento.
E’ solo un breve aneddoto, forse insignificante.
A me fa molto sorridere, sembra la scena di un film: una splendida villa, un imperturbabile patriota in ciabatte, le donne che piangono disperate e il valoroso che, pistola in pugno, si getta all’assalto del nemico.
Sì, sembra la scena di una film,  invece si tratta di un evento realmente accaduto, molti anni fa.
In una villa a Capodimonte, immersa nel verde, negli odori e nella frescura di un inverno campano.

Jessie White e Alberto Mario, Miss Uragano e il patriota

Era inglese, appassionata e idealista, in anni nei quali gli ideali erano la linfa delle azioni degli uomini.
Non era bella Jessie, anzi era piuttosto mascolina, le immagini di lei rimandano la figura di una donna alta, dai tratti marcati e dal portamento altero.
Jessie White aveva la passione nel cuore, la passione per una causa che forse appare strano che lei abbia fatto sua: l’Unità d’Italia.
E fu l’incontro con Garibaldi e poi con Mazzini ad accendere in lei questa fiamma, un fuoco che mai si estinguerà.
E’ una giovane donna, ha molte aspirazioni, vorrebbe diventare medico.
E’ moderna Jessie, emancipata e dalla mente aperta.
Mazzini è in cerca di appoggi, ha conosciuto Jessie all’inizio del 1856 e ha riconosciuto in lei quel furore, quella veemenza che lo porteranno a chiamarla con un appellativo che la descrive appieno: Miss Uragano, così la chiamerà e con questo nome Jessie passerà alla storia.
E’ lei che viene prescelta per diffondere gli ideali dell’Unità in Inghilterra, è diventata giornalista Jessie e sul Daily News pubblica i suoi articoli a sostegno dell’Unità, e sono densi di parole cariche di significato e della potenza che solo chi crede in ciò che fa è in grado di esprimere.
Inoltre, sempre per promulgare il verbo di Mazzini, Jessie farà un ciclo di conferenze in giro per le isole britanniche, durante il quale raccoglierà  fondi per la causa italiana.
Ed è a Genova, nel giugno del 1857: ha venticinque anni ed un destino che l’attende.
Nella città ligure si prepara la spedizione di Sapri, il cui scopo è sollevare il meridione.
Jessie è una donna d’azione, dotata di grande personalità non è certo donna da tirarsi indietro e partecipa attivamente al piano di Carlo Pisacane, l’impresa finirà nel sangue ma è nelle mani di Jessie che Pisacane ha affidato il suo testamento politico, quello nel quale egli esprime e spiega cosa lo spinga a rischiare la sua vita stessa: un ideale.
Ed è per il medesimo ideale che Jessie White verrà arrestata e reclusa nel carcere di Sant’Andrea, dove rimarrà per quattro lunghi mesi.
E’ il 4 Luglio del 1857 e dietro le sbarre, insieme a Jessie, c’è l’uomo del destino.
Lui è originario di Lendinara, il suo nome è Alberto Mario, è amico di Mazzini, lo ha anche ospitato in gran segreto nella sua casa ed è in prigione per gli stessi motivi per cui vi si trova Jessie.

Alberto Mario, non più giovane 
immagine tratta da Della vita di Giuseppe Mazzini di Jessie White Mario
volume di mia proprietà

Si conoscono da qualche settimana e la prigionia non separa, unisce.
Lui le scrive lettere clandestine, le idee, i pensieri collimano, vanno in parallelo, il sentimento cresce, li scarcerano e a dicembre saranno sposi.
Uniti nella politica, uniti nella vita e nell’amore, che trova sempre modi misteriosi per svelarsi, saranno compagni per il resto dei loro giorni.
E saranno convulsi, gli anni a venire.
Jessie viene processata la tartassano di domande, le Autorità vogliono conoscere a fondo la natura dei suoi rapporti con Mazzini, con Pisacane e con la sua donna, Enrichetta di Lorenzo.
Mazzini? E’ il Cristo del Secolo, così risponde fiera Jessie White Mario.
Torna in Inghilterra, è il 1859 e con il marito decide di andare in America, per diffondere anche là quello in cui crede.
Ma è l’Italia il destino di Jessie.
E’ il 1860, Garibaldi e i suoi Mille salpano alla volta della Sicilia.
A maggio  il Nizzardo ha istituito a Palermo  un governo provvisorio.
Alberto e Jessie si mettono in gioco, un’altra volta, ma le Autorità vorrebbero fermarli, c’è il rischio concreto di finire di nuovo dietro le sbarre.
Interviene Garibaldi stesso, che Cavour si metta il cuore in pace, non intende assolutamente consegnare alla polizia due patrioti tanto coraggiosi e valorosi.
Restano i coniugi Mario, lui seguirà una scuola militare stabilita a Palermo da Garibaldi stesso, alla quale avranno accesso i trovatelli della città, Jessie invece presta la sua opera d’infermiera, unica donna al seguito di Garibaldi.
C’è lei sui campi di battaglia, è lei a bendare le ferite dei garibaldini, negli ospedali da campo, c’è lei tra quei giovani valorosi , Jessie è a Monterondo, a Mentana, e poi, in anni successivi a Digione, sempre al seguito di Garibaldi.
Instancabile, coraggiosa, guidata da una fede incrollabile.
Osservatrice attenta, scrisse le biografie dei grandi del suo tempo, di Cattaneo e di Bertani, di Garibaldi e di Mazzini ed un privilegio grande poter leggere le vite di questi uomini nelle parole di una donna di tale spessore che sa rendere dei ritratti unici e particolari.
Tra le molte sue opere, Jessie White si interessò anche al sociale, memorabile è un testo che scrisse nel 1877, dal titolo La miseria in Napoli, se lo desiderate lo trovate qui.
Provate a leggere qualche riga, qualche pensiero così come ce lo ha lasciato Jessie, una donna di un altro secolo eppure così evoluta e straordinariamente moderna, dalla quale abbiamo ancora molto da imparare.
Alberto Mario morì nel 1883, ma Miss Uragano terrà in vita la sua memoria, se lo terrà accanto ancora molti anni e chiederà soccorso a un amico di lui, Giosuè Carducci, per raccogliere in un unico volume gli scritti da Alberto, preceduti da una biografia scritta dalla stessa Jessie.
Il poeta le sarà poco d’aiuto però, sta stilando un’edizione dell’opera di Giacomo Leopardi.
Jessie non perdona il vecchio amico del suo perduto amore e gli fa recapitare un lapidario biglietto con queste parole:
Stupendo il Leopardi. Peccato che Alberto non possa leggerlo.
Il libro uscirà comunque nel 1901.
Restano pochi anni a Jessie, li trascorre in semplicità, ha scarsi mezzi economici, quando era giovane certo non ha pensato ad accumulare denaro, no.
Aveva altri pensieri, Jessie, un amore, una nazione da costruire, un’Italia ideale, ancora da sbocciare, una bandiera che non era la sua, una bandiera che oggi sventola dalle nostre finestre anche grazie a lei.
Jessie White vedova Mario, come usava firmarsi negli ultimi anni, mori il 5 Marzo del 1906.
Riposa nel cimitero di Lendinara, a fianco ad Alberto, l’uomo al quale in vita, in ognuno dei suoi giorni, è sempre stata accanto.