Cavalli al tramonto

Vento, tempo d’ autunno e il cielo di novembre tirato a lucido mentre il sole inizia ad incendiare l’orizzonte.
E immaginate tutti gli aggettivi che richiamano il senso di armonia, amicizia e lealtà, io non saprei trovarne abbastanza per descrivere le meravigliose creature incontrate ai magazzini del Cotone: sono i cavallini di Monterufoli del Corpo dei Carabinieri, erano al Porto Antico in occasione della manifestazione Orientamenti.

Dolci, mansueti, teneri e affidabili, sono un po’ più piccoli dei normali cavalli e sono creature davvero splendide.

E poi c’era la brezza marina che smuoveva le loro criniere.

E c’era la luce tenue della sera.

E poi una nave e una barca vela, una panchina, il mare inquieto, la Lanterna e i cavalli.

Eleganti, miti e così regali, sono rimasta ad ammirare la loro maestosa bellezza per molto tempo.

E alcune persone hanno sperimentato il battesimo della sella, ho visto dei sorrisi felici su visetti giovani ed entusiasti, l’incontro con questi cavalli meravigliosi ha donato molte emozioni.

Davanti al mare di Genova, tra le luci della sera, al tramonto.

Annunci

Anno 1875: le otto meraviglie di Genova

Nel mio viaggiare a ritroso negli anni lontani della Superba amo sempre avere con me buoni compagni di avventura, si tratta spesso di autori che hanno lasciato testimonianza di una città che nel tempo è molto mutata e offre oggi nuovi punti di interesse sconosciuti a coloro che vissero in altre epoche.
E andiamo in un altro secolo, ad accompagnarci per le strade di Genova è un genovese attento, lui è uno scrittore e giornalista, si chiama Edoardo Michele Chiozza ed è l’autore della Guida Commerciale Descrittiva di Genova per l’anno 1874-75.
In questa esaustiva e fantastica guida c’è un paragrafo nel quale sono elencate le otto meraviglie di Genova, questa parte del libro ci regala alcuni stupori, c’è infatti qualche sorpresa che dimostra quanto sia cambiata la nostra idea di Genova.
Non esistono ancora la Via XX Settembre e neanche Piazza De Ferrari, in questi anni che precedono gli inizi di un nuovo tempo Genova cambierà aspetto, sorgeranno nuovi quartieri e verranno edificati palazzi eleganti, nel contempo si conserva e ancora si apprezza la parte antica della Superba con i suoi caruggi e le sue vetuste case.
E allora ecco i preziosi consigli di Edoardo Michele Chiozza che enumera per i suoi lettori le meraviglie della città, egli specifica di averle selezionate sulla base di quanto espresso da molti illustri viaggiatori e secondo le apprezzazioni state fatte da persone competenti.
In primo luogo vengono citate le poderose mura della città erette a difesa della Superba e a seguire, al secondo posto, i moli del Porto con la Lanterna.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

In terza posizione viene nominata la Chiesa di San Lorenzo a proposito della quale l’autore scrive: da pochi ben osservata.
Ora non è più così e la Cattedrale di Genova è apprezzata da genovesi e da visitatori.

Viene quindi citato il Palazzo Ducale, un tempo dimora del Doge e oggi prestigiosa sede museale.

Come quinta meraviglia di Genova il nostro autore nomina la Via Nuova che è chiaramente la prestigiosa Via Garibaldi.

Ebbene, fino a questo punto forse ai genovesi sembrerà tutto nella norma ma nella parte finale di questa particolare classifica ottocentesca troviamo qualche sorpresa, sono bellezze di Genova che forse ai nostri tempi non teniamo nel giusto conto eppure sono importanti punti di interesse per la nostra città.
Dunque, al sesto posto troviamo la Loggia di Banchi e così, quando vi troverete in quella zona di caruggi e magari distrattamente passerete oltre, ricordatevi che il nostro Chiozza considerava quel luogo una delle meraviglie della città.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Al settimo posto troviamo invece ancora un edificio religioso la cui costruzione fu lunga e laboriosa, si tratta della magnifica chiesa di Carignano.

E infine ecco come ultima meraviglia di Genova viene citato l’Acquedotto Civico, opera di fondamentale importanza per tutti i cittadini.
Certo, se ponessimo ora questa domanda ai genovesi le risposte sarebbero ben diverse e questo dovrebbe essere uno stimolo a riscoprire ciò che a volte sembriamo aver dimenticato, guardando anche alle ricchezze del nostro passato e a ciò che ci riportano alla memoria i libri dei tempi lontani.

Rondoni di Zena

C’è un suono che scandisce la primavera ed è la musica dei rondoni, i magnifici pennuti ci regalano questa armoniosa melodia.
E non è il loro canto gioioso e vitale, è soltanto il suono del loro volo e lo posso sentire ogni volta che i rondoni passano a velocità supersonica davanti alle mie finestre, sfrecciando nell’azzurro del cielo.

Quella loro musica è inimitabile, è un leggero batter d’ali, un suono scivolato prima crescente e poi lentamente più flebile.
Rapido, sempre distinguibile, non esiste una musica uguale, è il suono speciale del volo dei rondoni.
Diversi rondoni abitano sotto ad una certa grondaia davanti a casa mia e durante il giorno ci deliziano con le loro spericolate evoluzioni.

Sono creature magnifiche e ogni tanto riesco persino a sorprenderle nelle loro magnifiche esibizioni.

E così è accaduto l’altro giorno.
Ascoltavo il loro canto e quel rumore delle loro ali che fendono l’aria, le osservavo andare in alto e poi tornare giù, in picchiata.
E poi il mare, il cielo azzurro e un rondone è passato davanti alla Lanterna.
E così l’ho veduto, in un istante di assoluta bellezza.

Sulla terrazza di Palazzo Reale

Genova dall’alto è sempre una magia incantevole, accade così di lasciarsi affascinare ogni volta che la si osserva da un punto panoramico privilegiato o magari da certi terrazzini sospesi sui caruggi, ancor di più vedrete lo splendore della Superba se andrete sulla terrazza di Palazzo Reale in Via Balbi.
Il sontuoso edificio fu dimora della nobile famiglia Balbi che lo fece costruire intorno alla metà del ‘600, in seguito appartenne ai Durazzo e poi fu reggia dei Savoia, sulla guida del Chiozza risalente al 1874 viene definito Palazzo della Corona.

Ai nostri giorni è un prestigioso Museo Nazionale e vi sono esposti opere d’arte e quadri di celebri pittori come Van Dick e Tintoretto, una passeggiata in quelle sue stanze è davvero un viaggio a ritroso nel fasto della Superba.
E poi, sotto al blu di Genova, ecco la magnificenza della terrazza.

Camminare qui svela prospettive privilegiate dello splendido palazzo.

E il nostro passato si mescola al nostro presente, da qui si vedono grattacieli, traghetti, mare e porto.

E campanili, gru, tetti scintillanti di grigio.

E le perfette armonie di un prezioso edificio genovese.

Oltre ai tetti aguzzi vi capiterà di scorgere la sommità di un struttura in ferro: è il giardino d’inverno che sovrasta Via Balbi e Via Prè e che vi ho mostrato in questo articolo.

E da quel tetto sul quale è collocato il giardino d’inverno ho potuto fotografare Palazzo Reale in questa maniera.

E ho veduto questa prospettiva della terrazza.

In luoghi come questo credi di poter immaginare quello che è stato e che ora non è più, resta a noi il dovere di difendere e valorizzare le bellezze che ci sono state lasciate.

Davanti all’orizzonte celeste e chiaro si stagliano i bianchi marmi.

E attorno a voi Genova.
Genova e le sue passate grandezze di prepotente bellezza.

Genova incastonata tra le colline e il mare, Genova di ardesie, finestre, comignoli, scalette, caruggi dei quali da qui non puoi vedere il fondo.

Genova con il suo vento, le nuvole bianche che scorrono sul palazzo appartenuto alla nobiltà cittadina e ora patrimonio di tutti noi.

Genova che si riflette sui vetri, Genova così come la osservano le fiere figure ritte sulla balaustra.

Nel tempo che è stato e in quello che verrà.

Passeggiando sulla terrazza, con lo sguardo che trova il mare, la Lanterna, la città operosa e in continuo movimento.
Sotto di voi vedrete parte del risseu che decora il giardino del palazzo ma questa è un’altra storia che presto vi racconterò.

Semplicemente Genova.
Con i suoi contrasti e i suoi splendori, nelle affascinanti prospettive di Palazzo Reale.

Graditi ospiti

Sul terrazzo ho sempre graditi ospiti anche se non tutti sono socievoli o forse sarà una questione di timidezza, chissà!
Ogni mattina arriva un uccellino piccoletto, si va a infilare tra le foglie dell’oleandro, gironzola un po’ per lì e poi se ne va.
C’è anche un giovane pettirosso inquieto, lui l’ho visto più di una volta e ha sempre qualcosa da fare: arriva, se ne va, ritorna, si posa, riparte, si infila tra le piante grasse, vola di nuovo via e poi ancora ritorna.
Mica semplice star dietro a un tipo così, eh!
C’è poi una timida e cauta tortora che passa a trovarmi molto spesso, a volte con una sua simile e a volte da sola.

Oh, lei non si scompone più di tanto!
Con calma olimpica e regale andatura lenta passeggia sulla ringhiera, si guarda attorno perplessa e poi rimira un po’ il panorama.
E lì rimane, quindi dopo le dovute riflessioni prende il volo e se ne va verso altri terrazzi e altre destinazioni.
Intanto io so che ritornerà e ne sono contenta, questi graditi ospiti qui sono sempre i benvenuti.

Nell’abbraccio della neve

Noi che siamo nati a Genova non siamo tanto abituati alla neve, noi che abitiamo davanti al mare finiamo persino per stupirci quando una magia di bianco circonda la Superba.
L’hai vista la neve sui monti? Guarda!

E hai visto le cime sullo sfondo stagliarsi candide dietro la Lanterna?
La neve le fa sembrare persino più vicine.

Nell’abbraccio dell’inverno, mentre le nuvole evanescenti si posano leggere tra la terra e il cielo.
Ed è un incanto di bianco e di azzurro di Genova.

E poi tetti, campanili e ancora neve, aria frizzante.

L’hai vista tu la neve sui monti?
Io l’ho scorta da lontano, stavo passando in autobus in Piazza Carignano e allora sono scesa solo per ammirare lo spettacolo del porto e delle gru e e poi sarei rimasta ancora.

A guardare Genova, di celeste e di bianco, nell’abbraccio della neve.

In Spianata Castelletto con l’Ascensore di Ponente

Con gli anni per me quello è diventato l’ascensore che non prendo mai anche se conduce ad un luogo che frequento spesso, in realtà io sono solita usare l’altro ascensore decantato da Giorgio Caproni e reso immortale dai suoi versi.
Ed è così che in genere salgo verso la Spianata anche se ci sono altri modi per farlo.

L’ascensore di Castelletto Ponente si ferma a metà della Galleria posta tra la Zecca e Portello, un tunnel lo collega a Piazza della Meridiana e a dirvi il vero l’ultima volta che l’ho usato i muri di quel tunnel non erano proprio immacolati come piace a me.
Quell’ascensore però mi ricorda me stessa ragazzina perché ai tempi della scuola lo usavo spesso: avevo 16 anni, lo zainetto Invicta rosso e blu sulle spalle e dalla Zecca facevo di corsa mezza galleria per prendere quell’ascensore.
Perché quando hai quell’età lì corri persino veloce come il vento e quello per me era il mezzo più rapido per arrivare a destinazione.
Ed eccoci qui, in Spianata.

Anche questo ascensore ha una lunga storia, venne infatti inaugurato alla fine degli anni ‘20 e conserva ancora il suo fascino antico, io credo davvero che forse andrebbe valorizzato meglio.
Due sono le cabine, entrambe hanno ancora i rivestimenti e le panche in legno.

La passerella è come sospesa tra il blu del cielo e i mattoni rossi della discesa.

Quella creuza è una delle mie preferite e ancora adesso, quando vado di fretta, mi capita di farla di corsa.
Come quando avevo sedici anni e facevo di corsa mezza galleria? Non così veloce, temo.
Quella creuza è ancora un’altra storia che un giorno vi racconterò.

E se la vedrete dall’alto, come la si ammira dalla ringhiera nelle vicinanze dell’ascensore, non scordate di guardare lontano, la prospettiva che sovrasta quella discesa è una veduta a suo modo unica.

Ora, adesso, restiamo qui, davanti a quei giochi di luci ed ombre.

Tra le ringhiere che fanno da cornice alle finestre.

Con questa armonia.

Per accedere a questa ascensore c’è anche questo pavimento così decorato e questo già racconta che l’ascensore è un luogo di altri tempi.

L’Ascensore di Ponente è per me come un prezioso gioiello di famiglia che è stato messo da parte.
Come quando si prende una fragile rarità e la si ripone in una scatoletta, dimenticandosi però di mettere il coperchio: così i gioielli si appannano e si coprono polvere.
E allora poi bisogna lucidarli, farli risplendere di nuova bellezza, così si fa con gli oggetti cari che appartengono alla nostra famiglia.
Questa è l’ascensore dei nostri nonni, è parte della storia di questa grande famiglia che è la nostra città.

Quella città che cambia, cresce, diventa nuova e più moderna, pur conservando le sua anima antica e i luoghi che rappresentano la sua identità.
La guardiamo ancora da quassù e la vediamo così proprio come i nostri nonni quando venivano in Spianata con l’ascensore.

Natale al Porto Antico

Un attimo prima che scenda la sera si accendono le luci della ruota panoramica che offre ai visitatori vedute imprendibili di Genova dall’alto.

E là, al Porto Antico, è un Natale di bagliori di oro e di palline grandi e luccicanti.

Un albero di luci splendenti davanti al mare.

E anche gli adulti si divertono come i bambini, a volte.

C’è quello stupore lì, le luci di Natale al Porto Antico.

Mentre piano cala la sera.

E non vorresti essere in nessun altro luogo, anche se il freddo sa essere davvero pungente a dicembre.

Non è il solo albero che rischiarare queste feste genovesi, poco distante c’è anche questo.

E in una città di mare le luci del porto si fondono con le luci di Natale mentre l’orizzonte si colora d’arancio.

E sono diverse sfumature di blu a noi molto care.

In una sera di dicembre fredda e ventosa per qualche istante mi sono ritrovata da sola all’Isola delle Chiatte, non c’era davvero nessuno.
C’ero io, c’era il canto del mare e c’erano i colori di una sera genovese.

E quei riflessi magnifici sull’acqua, un gioco evanescente di luci.

Dall’alto lo si vede così, con il suo scintillio brillante.

È così luminoso il Natale al Porto Antico ed io voglio dedicare queste immagini ai genovesi lontani e a coloro che amano la Superba senza esserci nati, so che tra i miei lettori ci sono molti genovesi che vivono in altre città o in altre nazioni, molti di loro torneranno per le festività e potranno vedere con i loro occhi questo incanto di luci radiose.

Altri forse guarderanno Genova da lontano e la terranno comunque nel cuore, con quel ma se ghe pensu che è un tratto distintivo di noi che siamo nati davanti a questo mare.
E a loro dedico anche le parole di uno scrittore che amo molto, raccontano il nostro senso di appartenenza ai nostri luoghi che restano nostri anche se siamo distanti.
È casa, è Genova, nel tempo del Natale.

Per quanto si giri il mondo c’è sempre un posto che è la nostra vera casa, persino l’uccello migratore ha un luogo dove torna sempre.
Hans Christian Andersen

I gabbiani e il vento

Noi che viviamo davanti al mare siamo abituati a vedere i gabbiani che si librano nella luce dorata del tramonto eppure domenica scorsa ho potuto ammirare uno spettacolo per me straordinario e c’erano proprio loro, i gabbiani nel vento.
Nel clima rigido di dicembre, ero là, davanti alla ringhiera.
E sopra l’acqua inquieta, all’improvviso i gabbiani.

Tra le geometrie di mare in una sera genovese.

Ed è difficile portare qui quelle sensazioni, il canto dell’acqua e il canto degli uccelli, il vento gelato che sfiora la pelle.

E loro, ad ali spiegate.

Mentre si ripete la magia del quotidiano.

Ed era l’attaccamento alla vita a condurre là i gabbiani, c’era del pane che galleggiava sull’acqua e loro lo hanno visto, da lontano.

E così, d’un tratto, il cielo è diventato un quadro marino, sempre mutevole e inquieto.

E no, non ve lo so spiegare solo con qualche fotografia cosa significhi vedere decine di gabbiani planare sull’acqua e poi volare controvento.

Indomiti, caparbi, ostinati.

In equilibrio nell’aria, fieri signori del mare.

Padroni del cielo si stagliavano nella luce della sera in una danza coraggiosa.

In un’armonia che puoi soltanto contemplare, perché le parole non ti bastano.
Poi è rimasto il cielo terso e ancora alcuni gabbiani volavano alti, in una fredda sera di dicembre.

Una sera di novembre

Quando è ormai novembre e quando il sole ci saluta prima.
Allora, nelle sere terse, i raggi dorati sfiorano il mare e le navi, accarezzano dolcemente il profilo delle gru mentre il buio scende piano.
E si resta appoggiati alla ringhiera.
A parlare, a sorridere, a condividere un istante di bellezza e ad ammirare la luce intensa del tramonto.

Mentre una scia si dissolve all’improvviso, senza far rumore.

Seduti sulla panchina, uno accanto all’altra, in questa magnifica quiete.
Ammirando l’orizzonte.
Insieme, adesso.

Quando in una sera d’autunno ti trovi all’ora del tramonto al Porto Antico e osservi le persone e noti che alcuni forse hanno percorso un lungo tratto di strada insieme e ora sono lì, davanti alla ringhiera.
Insieme.
E questo è bellissimo per me.

E poi tutti cercano di catturare la magia di quella luce vibrante che avvolge il porto e la Lanterna in un calore di arancio che incendia il cielo.

E nessuno ha fretta di andarsene, si resta davanti alla ringhiera, in una sera di novembre.