La Trattoria dei Cacciatori a Pietranera

È un luogo celebre tra i villeggianti di queste zone, in Val Trebbia tutti conoscono la Trattoria dei Cacciatori che si trova in un’ incantevole località, Pietranera è un gioiellino incastonato tra il verde dei prati.

La Trattoria dei Cacciatori è un posto che conserva il profumo di consuetudini antiche, certo in altre epoche queste valli erano molto più popolate.
Semplice, rustica, accogliente.
Davanti ai monti, in una delle stradine del paese.

Tra le case di pietra, tra i vasi di fiori rigogliosi.

E certo, potrete anche accomodarvi all’interno ma in agosto cosa c’è di meglio di un pranzo all’aperto?

Sotto al pergolato dove dolcemente maturano i grappoli d’uva.

Mentre le fucsie dondolano davanti a muri candidi, nell’estate della Val Trebbia.

Un pranzo semplice, sano e genuino.
E per noi che viviamo davanti al mare certi sapori e certi profumi hanno diversa intensità, qui si gustano i salumi dell’Emilia che sono di una bontà particolare.
E no, mangiarli a Genova non è la stessa cosa!
E così è iniziato il nostro pranzo, con un vassoio di autentiche delizie.

Questa è la cucina della sapienza contadina, questa è la cucina delle nostre nonne.
Il sugo saporito, i ravioli deliziosi e serviti in abbondanza.

E le ottime lasagne al pesto.

Non ho resistito, mi sono concessa anche il secondo e ho preso la coppa di maiale.

Certo, c’era anche il dolce, canestrelli e altre delizie, io mi sono fermata al caffè.
Un pranzo magnifico, davanti ai fiori in boccio e sotto il cielo blu.

Ho un debole per questo paesino e se venite in Val Trebbia vi invito a visitarlo, qui trovate il racconto di una mia passeggiata a Pietranera.
E poi, dopo il bel pranzetto, potrete godervi una camminata su questi splendidi prati.

E semplicemente ammirare la bellezza che abita in questi luoghi.

Mentre maturano le more, nelle quiete silenziosa di Pietranera.

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Genova, 1542: i manicaretti di Geronima

Era giunto da lontano, dall’Isola di Corsica, aveva solcato il mare tumultuoso di onde e poi era arrivato in questa città posata sulla costa.
Era l’anno del Signore 1542 quando Gio Batta Salvago si stabilì in casa del nonno, nei vicoli della città vecchia.
E chissà come gli sarà parsa questa Genova dalle strade intricate, non abbiamo sue memorie di quei giorni.

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Forse venne in cerca di fortuna e tuttavia fece un incontro sventurato.
In quello stesso palazzo dove lui abitava aveva dimora una certa Geronima, non sappiamo se fosse bella ed avvenente di certo si sa che per tirare a campare costei vendeva le sue grazie al miglior offerente.
Per questa ragione aveva contratto una brutta malattia e sapete come accade?
Le notizie sensazionali si diffondono in fretta e così tutti vennero a sapere di lei e della sua professione.
Eh no, ai nobili della zona non stava affatto bene che Geronima abitasse in quella casa, bisognava fare in modo che sloggiasse e che se ne andasse altrove!
Gio Batta disse la sua, andò da lei e la invitò a trovare un’altra sistemazione, Geronima però era una donna caparbia e testarda, disse che sarebbe rimasta e così fece, non si mosse da dove era.
Il tempo passò, forse Gio Batta credeva che tutto fosse stato dimenticato, mi viene da supporlo.
Nella sua quotidianità, in qualche modo, la sua strada incrociò ancora quella di Geronima.
Eccoli i due, sono accompagnati da Ginevra e Giuseppe e si dirigono verso la chiesa di San Giuliano d’Albaro.
Che vanno a fare laggiù?
C’è un matrimonio da combinare: Ginevra ha promesso a Giuseppe che gli farà sposare la figlia di Alessandro de Negrone e Giuseppe ricambierà il favore con denari sonanti.

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E sono ancora i medesimi protagonisti a riunirsi per un pranzo a casa di Geronima, è lei ad averli invitati ed è lei a servire ai suoi ospiti invitanti lasagne.
Gio Batta le assapora con gusto, lo stesso fanno Giuseppe e Ginevra, la nostra Geronima invece non tocca cibo.
Un vero manicaretto, in seguito Gio Batta dirà che quelle lasagne gli erano parse davvero troppo salate.

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Ora forse vi starete chiedendo come sia giunta fino a noi la notizia di quel momento conviviale di tanti secoli fa.
Eh, dovete sapere che nei giorni a seguire il povero Gio Batta se vide proprio brutta!
Cadde malato e forse non si riuscì subito a capire cosa fosse successo, alla fine si scoprì che era colpa di quelle lasagne: oltre ad essere eccessivamente salate erano pure avvelenate.
Questi nomi sono conservati in un faldone dell’Archivio di Stato, la vicenda in questione è stata portata alla luce dal mio amico Don Paolo Fontana, responsabile dell’Archivio Diocesano di Genova, la storia del giovane Salvago verrà presto pubblicata da Don Fontana.
E per concludere sono lieta di comunicarvi che il nostro incauto Gio Batta si riprese alla perfezione, l’incidente di percorso non ebbe fatali conseguenze.
Non sono certa che abbia mai più assaggiato un piatto di lasagne, su questo non ci sono notizie ma alla luce dei fatti descritti, ahimè, temo proprio che non ci abbia mai più riprovato!

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Lasagne e Maccheroni, una preziosa ricetta del 1416

Una nuova chicca dal passato, su queste pagine, per voi.
Per questo articolo così particolare devo un sentito ringraziamento alla Dottoressa Giustina Olgiati, appassionata studiosa che ha affascinato tutti noi presenti alla sua conferenza tenutasi all’Archivio di Stato e dedicata ai Mercanti di Genova, penso che lei sia davvero l’angelo custode delle storie dei nostri giorni lontani.

Tutti i genovesi del Mondo

Tutti i Genovesi del Mondo – Manifesto della Mostra

Durante la sua meravigliosa narrazione la Dottoressa Olgiati ha svelato ai suoi stupiti ascoltatori un’antica ricetta per condire le lasagne e i maccheroni.
E sì, lei ha perfettamente compreso la mia curiosità in proposito e gentilmente mi ha inviato il testo completo di questo insolito manicaretto tratto dal volume di Antonia Borlandi, Il manuale di Mercatura di Saminiato de’ Ricci edito da Di Stefano nel 1963.
E dunque facciamo un passo indietro e andiamo all’anno 1396.
A Genova c’è un giovane mercante fiorentino, il suo nome è Saminiato de’ Ricci e scriverà con cura e attenzione un testo dedicato all’arte della mercatura, dettagliando minuziosi particolari relativi a pesi e monete adottati da luoghi diversi.

Bilancia

Antica bilancia da Farmacia – Farmacia Sant’Anna

Ahimè, la vita di Saminiato sarà breve, accusato di aver presto parte a una congiura, verrà giustiziato nella sua Firenze.
Il suo scritto però giungerà in buone mani e nel 1416 la sua opera verrà ultimata da Antonio Da Pescia, figlio del fattore di uno dei De’ Medici.
E dopo tanto discettare di soldi e di affari il nostro Antonio lascia ai suoi lettori una sua saggia divagazione: nella vita conta anche saper godere di piccole felicità e la buona cucina è certo una di queste!
E fa di più, scrive per i suoi lettori una ricetta, in questo modo si possono gustare deliziose lasagne o succulenti maccheroni, ognuno scelga ciò che più gli aggrada.
Ecco cosa occorre per cucinare alla maniera di Antonio Da Pescia.

Chi ragiona di chambi e chi di merchatantie sempr’è chon afanni e tribulazioni. Io farò il contrario e darovi ricetta a fare lasangnie e maccheroni.
Chi vuole buone lasangnie habbi 3 capponi grassi con un pezo di buono manzo. Li chuocha; quando son cotti trai l’occhio alla pentola, e fa da llato uno pentoletto; e abbi le lasangnie bene sottili, e a falde a falde le metti, e mai non le mestare; e quando sono apresso a chotte, abbi di buono ravagnolo mescholato con buono parmigiano, e uno poco ne metti a bollire.
Quando sono chotte le schodella; ebbi del grasso del chappone e del manzo, e di sopra le chondisci, e fatto questo le coperchia con una schodella perché si confetti bene. E non bechasti mai meglio.
E quasi questo stile si vuole tenere a macheroni. Chi vuole trarre da Bugia e rimettere a Parigi lo faccia, che voglio ghodere co’ compagnoni. Amen.

Avete compreso ogni parola?
Naturalmente il linguaggio è un po’ complicato e arcaico ma direi che si capisce abbastanza bene.
Un bel pezzo di manzo e addirittura tre capponi, questo sugo sembra un po’ pesante, eh, sospetto che sia poco digeribile!
È insaporito con il ravagnolo, si tratta di un tipo di formaggio.
E certo avrete notato la mancanza di un ingrediente per noi fondamentale: il pomodoro.
Correva l’anno 1416 e il nostro prode Cristoforo Colombo non aveva ancora scoperto l’America, quindi in Europa ancora non conoscevamo queste preziose bontà che da sempre arricchiscono i nostri piatti.

Pomodori

E poi.
E poi quella poesia sulle lasagne che devono essere sottili e vanno versate a falde, una ad una, una pioggia di delizia che poi verrà servita fumante a tutti i commensali.
E non manca una tipicità della nostra cucina: il Parmigiano, il re di tutti i formaggi.

Parmigiano

Parmigiano e pomodori, uno dei doni di Colombo
Hotel Cenobio dei Dogi di Camogli

Uno dei passaggi del testo appare un po’ oscuro e tuttavia posso fornirvene la spiegazione in quanto mi è stata data appunto dalla Dottoressa Olgiati.
Chi vuole trarre da Bugia e rimettere a Parigi lo faccia: questa frase si riferisce alle pratiche mercantili e significa chi vuole emettere una lettera di cambio a Bugia, in Africa Settentrionale, da pagare poi a Parigi lo faccia.
E poi.
E poi la saggezza: godetevi la vita.
Io lo faccio, scrive il nostro Antonio, coi compagnoni.
Non pensate soltanto ai denari e ai commerci, dedicarsi agli affari è fonte di preoccupazioni: sedetevi a tavola con i vostri amici, godetevi il piacere della loro compagnia e condividete un buon pranzo.
Lasagne o maccheroni, alla maniera di Antonio Da Pescia.

Da Pescia

Antonio Da Pescia
proiezione all’Archivio di Stato di Genova durante la Conferenza della Dottoressa Olgiati