Usavamo lo schedario

Il mio schedario è nero e arancione, lo tengo tra le cose del passato che con tutta probabilità non mi torneranno mai più utili ma allo stesso tempo mi dispiacerebbe liberarmene.
E così se ne sta in cantina tra i libri di scuola e i vecchi giocattoli, vicino alle pile dei quaderni a quadretti e tra le cose appartenute ad un altra me.
Dunque, noi che abbiamo usato lo schedario siamo poi quelli là che ancor prima facevano le ricerche su corpose enciclopedie e ritagliavano le fotografie da quei giornaletti appositi che tutti abbiamo posseduto.
Nota a margine: il bello di fare le ricerche era anche usare il barattolo argentato della Coccoina e avere le dita tutte appiccicate, sono quelle cose fantastiche che poi non ti dimentichi più!
Siamo stati scolari, liceali e poi universitari e nell’ultima fase del nostro corso di studi ci siamo ritrovati alle prese con lo schedario.
Si usava chiaramente per la bibliografia e per registrare su quei cartoncini titoli di libri, citazioni, romanzi, articoli o saggi utili per la tesi.
Presumo che adesso si utilizzino altri metodi, noi invece avevamo lo schedario, la nostra fidata stilografica ed anche una buona dose di pazienza.
Tenere uno schedario è una faccenda a suo modo complicata, è un procedimento lento e comporta una certa precisione.
E a dire il vero la ricordo come una questione a tratti divertente e a volte pure un po’ macchinosa, tuttavia non si poteva proprio fare a meno dello schedario!

Certo, allora ogni cosa era davvero più complicata, per esempio da studentessa di lingue dovevo reperire alcuni articoli di giornale da riviste e quotidiani stranieri.
E così eccomi alla scrivania, sto fiduciosamente scrivendo una letterina a una certa casa editrice statunitense chiedendo appunto il materiale a me necessario.
Busta, francobollo, buca delle lettere e attesa.
Cose che a pensarci adesso ci sembrano proprio strane, vero?
Eppure.
Non avevamo una mail, mi pare inutile sottolinearlo.
E ne venivamo dall’armeggiare con il barattolo della Coccoina, tra l’altro!
Ed eccomi ancora.
Treno, viaggio, Stazione Centrale di Milano.
Vado a piedi perché non conosco i mezzi pubblici, intanto devo solo andare in un Istituto di Cultura che è in pieno centro e non tanto distante.
Toh, guarda! Qui dietro c’è una celebre strada nota per i suoi negozi, vuoi non guardare due vetrine mentre raccogli il materiale per la tesi?
Ecco, quella mezza giornata a Milano la ricordo alla perfezione.
Poi di nuovo treno, viaggio, Stazione Principe e casa.
Cose che a pensarci adesso sono da non credere, dai!
Quindi in questi giorni mi è capitato di aprire ancora una volta quello schedario, ho sfogliato e letto alcune di quelle schede scritte a mano da me e nel riporle al loro posto ho fatto bene attenzione a rimetterle proprio dove stavano, nel punto esatto destinato ad ognuna di loro.
E se ci pensate, anche questa è proprio una di quelle cose strane che quasi si stentano a credere.

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La casa di Domenico Colombo in Vico Morcento

C’era un tempo a Genova una casa e si riteneva che quella dimora fosse legata alla figura di un uomo divenuto poi celebre in tutto il mondo: è il nostro Cristoforo Colombo, fiero e abile navigatore.
L’edificio si trovava in un quartiere centrale e molto popoloso, non abbiamo potuto vederlo in quanto quella via venne demolita a metà degli anni ‘30.
In quel periodo infatti la zona attorno a Ponticello fu abbattuta per lasciare spazio a strade più moderne come ad esempio Via Fieschi, non distante dall’attuale Via Dante c’erano fino ad allora certi angusti caruggi come Vico Nuovo, Vico Dritto di Ponticello e Vico Berettieri.
E là, dove ora si trova la moderna Via Ceccardi, c’era un tempo il Vico Morcento con l’edificio che si diceva essere stato dimora di Domenico Colombo, padre del nostro Cristoforo che a quell’epoca era ancora un bambino.

Monumento a Cristoforo Colombo – Genova

Il giornalista Edoardo Michele Chiozza ebbe modo di segnalare ai suoi lettori questa casa e lo fece nel lontano 1874 sulle pagine della sua Guida Commerciale Descrittiva di Genova, io qui lo ringrazio perché il suo libro prezioso mi permette di immaginare i luoghi mai veduti e non più esistenti della Superba.
Egli scrive che già all’epoca si discuteva sulle origini di Colombo: certi sostenevano che fosse genovese, altri dicevano che era nato a Cogoleto.
Chiozza, per parte sua, sottolinea che tutti noi dovremmo soltanto essere fieri del fatto che Cristoforo Colombo era ligure ed italiano, già questo dovrebbe essere ritenuto un grande onore.
Suo padre Domenico, scrive il nostro, non avrebbe mai potuto immaginare che il figlio avrebbe mutato la storia del mondo.
Occorre inoltre specificare che questa non era la sola casa attribuita al padre di Cristoforo e anzi in seguito alcuni storici scrissero che la notizia era infondata, tra questi Francesco Podestà nel suo libro dedicato al Colle di Sant’Andrea e risalente al 1901.
Ora tuttavia non possiamo più fare congetture perché quell’edificio non esiste più.
Altrimenti, voi lo sapete, io andrei là e seguirei le indicazioni di Edoardo Michele Chiozza.
E alzerei gli occhi all’inizio del vicolo e cercherei quel palazzo vetusto a lungo creduto la casa del padre di Cristoforo.
E vedrei l’iscrizione riportata sulla targa, la leggo tra le pagine del mio libro e la riporto qui per voi, lasciandovi immaginare un caruggio, un frammento di passato, uno squarcio di cielo nella prospettiva di un vicolo di Genova perduta.

Domenico Colombo
padre a Cristoforo
ebbe qui casa e bottega da scardassiere

Lo chiamavano Rino

In casa tutti lo chiamavano Rino, era il suo affettuoso diminutivo.
E aveva anche due fratelli, a quanto ne so.
Quindi la loro mamma doveva avere il suo gran da fare a star dietro a tutti loro però io credo che Rino fosse un bambino buono, studioso e tranquillo.
Eccolo qui, tutto serio con la sua giacchetta con i bottoni tondi e la cravattina sottile, era un ragazzino dalle tante speranze troppo presto deluse.

Aveva quasi undici anni e tutti lo chiamavano Rino.
Quasi undici anni di corse, ginocchia sbucciate, salti, tuffi nel mare profondo, dentini caduti, bretelle e calzoncini corti, risate e partite a pallone con gli amici.
Ed io ho incontrato lo sguardo di Rino diverse volte, in quella galleria di Staglieno dove egli riposa, questo mi ha fatto nascere la curiosità di conoscere qualcosa in più sul suo breve viaggio nel nostro mondo.
E così ho scoperto che Rino visse in una casa dei caruggi vicina a quella dove aveva abitato in tempi più lontani il mio bisnonno, il destino sa essere sorprendente e certi luoghi celano silenziosamente memorie preziose.

Rino (2)

La casa di Rino è là, vicino alla vivace Via della Maddalena con i suoi molti negozi, è comoda per il capofamiglia, infatti il papà di Rino è trippaio e proprio lì alla Maddalena ha la sua bella bottega.
E così l’altro giorno passando proprio davanti a quella serranda abbassata ho immaginato lui, Rino mentre corre come un fulmine per andare nel negozio del suo papà.
E in questi caruggi tutti lo conoscono, è normale che sia così, no?
I luoghi, a volte, nascondono anche le risposte che non possiamo conoscere.
Lui, Rino, aveva quasi undici anni e amava la scuola, almeno così credo, lo hanno ritratto per sempre scolaro con la sua cartella.

Rino (3)

E forse aveva imparato la bella calligrafia e magari quello era uno dei suoi orgogli.
Credo che amasse leggere ed immergersi in mondi immaginari con la sua vivida fantasia, faceva sogni ad occhi aperti che forse non ha mai confidato a nessuno.
Adesso la sua mano è posata per sempre su un libro molto celebre, certo a scuola Rino avrà letto il romanzo di De Amicis, forse era una storia a lui cara.

Rino (4)

Il suo nome era Rinaldo ma tutti lo chiamavano Rino, lo so perché ho trovato questo diminutivo nell’ultimo saluto che gli fece la sua famiglia.
Rino se ne andò come altri suoi coetanei, nel tempo in cui la vita e la buona salute erano più fragili.

Rino (5)

Lo ricordarono in questa maniera, ritratto nella sua esistenza acerba troppo presto recisa.
Rino è uno dei bambini che torno sempre a salutare ma adesso conosco anche alcuni dei suoi luoghi e allora è un po’ diverso portargli un pensiero o una parola.
Lui è uno di noi, è un bambino di Genova e della Maddalena.
Ciao Rino, così anche io ti ricordo, per sempre fanciullo e per sempre scolaro.

Rino (6)

Ragazze degli anni ’20

Era il tempo del jazz, delle musiche suadenti e della vivacità del Charleston, a New York in quel 1924 venne eseguita per la prima volta la Rapsodia in blu di Gershwin.
Erano gli anni del cinema muto e le ingenue fanciulle sospiravano sedotte dal fascino tenebroso di Rodolfo Valentino, il divo morirà appena trentunenne nel 1926.
Era il tempo del cinema muto e le attrici erano sensuali e conturbanti, a Hollywood brillava la stella di Clara Bow e fulgida iniziava a risplendere la diva Greta Garbo.
Erano gli anni di Buster Keaton e di Stanlio ed Ollio, nel 1925 fu proiettato per la prima volta il film La febbre dell’oro interpretato dal geniale Charlie Chaplin.
E ancora, nel 1924 Edward Morgan Foster pubblicò il romanzo Passaggio in India, l’anno successivo Francis Scott Fitzgerald diede alle stampe Il grande Gatsby e uscì anche Uno, nessuno e centomila del nostro Luigi Pirandello.
In quegli anni ‘20 andavano di moda i tagli a caschetto e le ragazze portavano la frangetta corta, io ho alcune foto di mia nonna con certe sue amiche e sono pettinate esattamente così.
E poi l’altro giorno nella vetrina di un negozietto vintage il mio sguardo ha trovato loro: quattro ragazzine di quegli anni distanti.
Forse sorelle, amiche o cugine, quattro fanciulle ancora da sbocciare.
Vestite di scuro, due di loro portano quel caschetto e quella frangetta, proprio come andava di moda a quell’epoca.
Sorridono e i loro visi hanno fisionomie che ora mi pare di non vedere più, sono ben diverse le ragazze di adesso e certo non sognano Rodolfo Valentino.
Loro quattro appartengono a un tempo distante che forse per noi a volte è difficile decifrare, aveva un altro ritmo e una musica diversa.
E la vita era ancora tutta da immaginare, era un sogno ancora da vivere per queste ragazze del 1924.

 

Notizie da un grande paese

Amici viaggiatori, salite a bordo: si parte per una divertente avventura che ci porterà nella terra delle speranze e delle opportunità.
E a farci da ineffabile guida sarà un autore straordinario che io considero realmente un caro amico in quanto mi ha regalato ore di autentico svago e di questo non saprò mai ringraziarlo abbastanza.
Notizie da un grande paese è il volume di Bill Bryson edito da Tea nel quale sono raccolti gli articoli scritti dall’autore sul finire degli anni ‘90 per la rivista statunitense The Mail on Sunday.
Divertente, ironico, arguto, raffinato e mai sopra le righe, il nostro Bryson ha il suo pubblico di fedeli lettori e io fieramente mi onoro di essere tra questi.
Americano di nascita, originario di De Moines nell’Iowa, Bryson ha vissuto a lungo in Gran Bretagna e questa raccolta di articoli risale al periodo del suo ritorno in patria con moglie e figli.
E quale America si trova tra le pagine di questo libro?
Bryson vi farà scoprire lati buffi e a volte surreali dei suoi compatrioti con quel suo stile ironico e inconfondibile.
E se lo conoscete già sapete che il nostro non fa sconti a nessuno, a dir la verità riesce a farvi ridere anche quando parla delle previsioni del tempo:

…e il meteorologo disse: “Oggi ad Albany è caduto mezzo metro di neve” per poi aggiungere brioso “vale a dire all’incirca 50 centimetri “.
No, razza di povero imbecille: sono esattamente cinquanta centimetri.

Ecco, Bryson è un tipo così, non gli sfugge nulla e vi racconterà le sue peripezie con le linee aeree e le compagnie telefoniche, vi narrerà dei motel e dei centri commerciali, delle partite di baseball e delle tante consuetudini americane.
Avevo già letto questo libro diverso tempo fa, ne ho una copia in lingua originale e l’ho ritrovato volentieri, è una piacevolissima compagnia.
E sapete la storia di quel tale che chiamò l’assistenza del suo computer chiedendo come poteva fare a riparare il portabevande del PC?
Dall’altro capo del filo l’attonito impiegato rispose che non capiva di che diamine stesse parlando e i due ebbero un’animata discussione che si concluse così:

“Ma i nostri computer non hanno portabevande preinstallati.”
“Mi faccia il piacere, caro mio: ce l’hanno eccome” dice l’uomo scaldandosi un po’ “Sto guardando il mio proprio in questo momento. Si preme un pulsante alla base del computer e viene fuori il portabevande.”
Emerse poi che l’uomo usava il cassettino del CD per posarci la tazza del caffè.

Ecco, i libri di Bryson sono costellati di personaggi balzani di tale fatta, di aneddoti e storielle divertenti, esilaranti momenti di vita vissuta raccontati con garbo, arguzia e intelligenza.
Io credo che Bill Bryson sia una persona naturalmente simpatica e divertente, altrimenti non si spiega la sua capacità di regalare sorrisi sui più disparati argomenti.
Ad esempio, ad un certo punto elenca le vertiginose spese per mantenere il figlio al college come l’affitto, il vitto, le tasse, le assicurazioni, i libri e varie ed eventuali, conclude poi con l’elenco dei costi per le telefonate:

Già da ora mia moglie lo sta chiamando un giorno sì e uno no per chiedergli se ha abbastanza denaro, quando in realtà – vorrei sottolineare – dovrebbe essere lui a chiederlo a noi.

Ecco, il nostro caro Bill è un tipo così!
Beati voi che dovete ancora leggere Notizie da un grande paese, vi invidio molto.
Io per parte mia andrò a tirar fuori dalla libreria uno dei volumi di Bryson letti e riletti più di una volta ma con gli amici cari accade sempre così: non si smette mai di divertirsi in loro compagnia.

Anno 1875: le otto meraviglie di Genova

Nel mio viaggiare a ritroso negli anni lontani della Superba amo sempre avere con me buoni compagni di avventura, si tratta spesso di autori che hanno lasciato testimonianza di una città che nel tempo è molto mutata e offre oggi nuovi punti di interesse sconosciuti a coloro che vissero in altre epoche.
E andiamo in un altro secolo, ad accompagnarci per le strade di Genova è un genovese attento, lui è uno scrittore e giornalista, si chiama Edoardo Michele Chiozza ed è l’autore della Guida Commerciale Descrittiva di Genova per l’anno 1874-75.
In questa esaustiva e fantastica guida c’è un paragrafo nel quale sono elencate le otto meraviglie di Genova, questa parte del libro ci regala alcuni stupori, c’è infatti qualche sorpresa che dimostra quanto sia cambiata la nostra idea di Genova.
Non esistono ancora la Via XX Settembre e neanche Piazza De Ferrari, in questi anni che precedono gli inizi di un nuovo tempo Genova cambierà aspetto, sorgeranno nuovi quartieri e verranno edificati palazzi eleganti, nel contempo si conserva e ancora si apprezza la parte antica della Superba con i suoi caruggi e le sue vetuste case.
E allora ecco i preziosi consigli di Edoardo Michele Chiozza che enumera per i suoi lettori le meraviglie della città, egli specifica di averle selezionate sulla base di quanto espresso da molti illustri viaggiatori e secondo le apprezzazioni state fatte da persone competenti.
In primo luogo vengono citate le poderose mura della città erette a difesa della Superba e a seguire, al secondo posto, i moli del Porto con la Lanterna.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

In terza posizione viene nominata la Chiesa di San Lorenzo a proposito della quale l’autore scrive: da pochi ben osservata.
Ora non è più così e la Cattedrale di Genova è apprezzata da genovesi e da visitatori.

Viene quindi citato il Palazzo Ducale, un tempo dimora del Doge e oggi prestigiosa sede museale.

Come quinta meraviglia di Genova il nostro autore nomina la Via Nuova che è chiaramente la prestigiosa Via Garibaldi.

Ebbene, fino a questo punto forse ai genovesi sembrerà tutto nella norma ma nella parte finale di questa particolare classifica ottocentesca troviamo qualche sorpresa, sono bellezze di Genova che forse ai nostri tempi non teniamo nel giusto conto eppure sono importanti punti di interesse per la nostra città.
Dunque, al sesto posto troviamo la Loggia di Banchi e così, quando vi troverete in quella zona di caruggi e magari distrattamente passerete oltre, ricordatevi che il nostro Chiozza considerava quel luogo una delle meraviglie della città.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Al settimo posto troviamo invece ancora un edificio religioso la cui costruzione fu lunga e laboriosa, si tratta della magnifica chiesa di Carignano.

E infine ecco come ultima meraviglia di Genova viene citato l’Acquedotto Civico, opera di fondamentale importanza per tutti i cittadini.
Certo, se ponessimo ora questa domanda ai genovesi le risposte sarebbero ben diverse e questo dovrebbe essere uno stimolo a riscoprire ciò che a volte sembriamo aver dimenticato, guardando anche alle ricchezze del nostro passato e a ciò che ci riportano alla memoria i libri dei tempi lontani.

La bocca del lupo

Oggi vi parlerò di lei, lei è una genovese che tutti voi dovreste conoscere.
Avete mai sentito parlare della Bricicca?
Per incontrarla dovrete leggere La bocca del Lupo, romanzo pubblicato nel 1892 e scritto da Remigio Zena, nom de plume di Gaspare Invrea.
Dunque, vi dicevo della Bricicca, al secolo Francisca Carbone, lei se ne sta nei caruggi di Genova, precisamente nella Piazzetta della Pece Greca e di mestiere fa la besagnina.
Mette lì il suo banco e vende le verdure, però la Bricicca tira a campare anche con il lotto clandestino e lavora, per così dire, per il Signor Costante.
Donna sventurata, le è morto il marito e ha perso anche il figlio maschio che era una perla di ragazzo, lui provvedeva alla famiglia con amorevole solerzia.
Così alla Bricicca sono rimaste sulla schiena tre figlie che non potrebbero essere più diverse tra di loro.
Angela è generosa e semplice ed è in età da marito, infatti c’è da affrontare la questione del suo matrimonio, una faccenda spinosa per la Bricicca.
E poi c’è lei, Marinetta, lei che ha appena 14 anni:

Da un Natale all’altro Marinetta era venuta su come un trionfo. (…) bianca e rossa, piuttosto grassotta, se non era del tutto quello che si dice una donna da marito, cominciava a dare nell’occhio e vicino a lei Angela pareva una castagna secca. I signori delle Strade Nuove e dei Ferri della Posta vedendola passare, Marinetta, piena di salute, pulita, con la sua veletta aggiustata bene in testa e la frangetta di capelli incollata sulla fronte, si mettevano a far da merli, zt, zt, voltandosi a guardarla dopo che era passata, e se avesse dovuto rispondere a tutti i complimenti che sentiva, sarebbe stata fresca.

Capite? Marinetta è una ragazza ben ambiziosa e capricciosa, finire nei guai è davvero semplice per una come lei!
E dunque, la Bricicca ha il suo bel da fare a tirar su queste sue figlie, una delle tre non abita neppure con lei, Battistina è quasi abbandonata e se ne sta a Manassola, da parenti, certo per guadagnarsi il pane deve faticare e tanti lussi se li può scordare ma almeno è un problema di meno per sua madre.
Povera Battistina così docile, buona e paziente, finirà poi dalle monache ma anche il suo destino sarà avventuroso.
Storia di popolo e di gente di caruggi La bocca del lupo è un romanzo complesso e affascinante per diverse ragioni.
Intricata è la trama, molti sono i personaggi che affollano queste pagine e sono chiaramente ispirati a persone realmente vissute sul finire dell’Ottocento.
Familiari sono i luoghi, sono nominate e descritte strade di Genova che tutti percorriamo, come ad esempio Via Fieschi.
E ci sono poi caruggi che hanno toponimi sconosciuti, la Piazza della Pece Greca è probabilmente la trasposizione letteraria di Vico della Fava Greca, viene nominato un immaginario Vicolo della Capra e la località di Manassola è ispirata a un paese della riviera ligure e il nome deriva da Manarola e Bonassola.
Presumo che l’autore, con questo stratagemma, abbia voluto forse rendere meno riconoscibili personaggi reali della sua epoca.
Il romanzo segue il solco della tradizione verista, Zena si distingue per un particolare linguaggio, antico e per noi insolito, a volte volutamente più discorsivo e popolaresco, sono assenti i dialoghi e il narratore diviene così la voce dei protagonisti.
Remigio Zena parla per loro, parla di loro e dei loro pensieri.
Ed ecco, ad esempio, la giovane Battistina smarrita per le strade di Genova:

Sempre strade. Bella Madonna cara, l’avevano fatta così grande Genova, che non finiva mai? Era capitata in una via lunga, piena di omnibus e di carri, dove passava anche il vapore, aveva troppo male; il fischio della macchina se lo sentì freddo, gelato, attraversarle il cuore.

Bella Madonna cara, quante volte troverete queste parole nel corso del romanzo!
Se leggerete La Bocca del lupo scoprirete le sorti della Bricicca e delle sue figlie, le loro non sono esistenze semplici e la Bricicca avrà pure guai con la giustizia.
In una città dove ognuno si arrabatta per rimanere semplicemente a galla molte sono le scene memorabili, io ho trovato particolarmente gustosa la descrizione dei festeggiamenti per la comunione di Marinetta, questo ed altri brani mi hanno ricordato certe pagine di Emile Zola.
Si sa, la vita è amara e allora bisogna godere di tutte le gioie che sono concesse!
Ed ecco la bella compagnia partire a bordo di due carrozze, si va verso il ponente, con il Signor Costante che spiega a tutti storie del porto e della Lanterna, lui fin lassù c’è persino salito!
E che pranzo luculliano poi in trattoria!
Taglierini, pesci fritti, arrosti, latte dolce e altre bontà e camerieri che cambiano piatti e posate in continuazione, mica una cosa comune per tutti loro:

Nella Pece Greca di quegli usi non ce n’erano, si mangiava come si poteva, perfino in terra e Angela ne sapeva qualche cosa, che più di una volta, da una mattina all’altra, le era toccato di non mangiare niente del tutto.

Lo sguardo di Remigio Zena si posa attento sul popolo di Genova, svela le solitudini, le debolezze e le fragilità, vi porta in caruggi semibui, su per scale impervie, in strade popolate da torbide figure e da innocenti vittime.
Nel mondo della Bricicca, alla Pece Greca, dove non sempre la felicità è scritta nel destino:

Certi giorni il Signore chiude gli occhi, oppure tiene altre faccende per le mani; se dovesse pensare alla direzione della giustizia veramente giusta, oltre i fastidi e il cattivo sangue, non gli resterebbe più tempo per il resto.

La regina disadorna

La vita è grande. Rovina e fortuna, patimento e gioia, schiavitù e affrancamento, rotolano e si cozzano tra loro su un tavolo talmente vasto, in un gioco così complicato, che solo un pazzo può pensare di poterlo governare per intero e per sempre, per se stesso e per gli altri.

La vita è grande.
E ancor di più lo è l’epica della vita della gente del porto tratteggiata con vera sapienza da Maurizio Maggiani nel suo romanzo La regina disadorna.
La vita è un cerchio e racchiude sogni, delusioni, lotte titaniche per conquistarsi un piccolo spazio nel mondo e per difenderlo con tutta la forza della quale si è capaci.
Il primo scenario della vicenda è Genova in un arco di tempo che va dall’inizio del secolo fino alla II Guerra Mondiale.
E nei chiaroscuri dei caruggi diventa donna una bambina di nome Sascia, una figura talmente potente da essere unica e ammaliante, vorresti che Maggiani non smettesse mai di raccontare la storia di lei.
Sascia è coraggiosa, intelligente, intuitiva, umile, Sascia è una che lavora senza fiatare, Sascia non si lamenta mai, porta in dote la potenza della sopportazione, ha occhi grandi e scuri e ha la leggiadria concreta di donna del popolo.
Sascia è energica e sensuale e sarà la donna di Paride, lui è un carbunè, belli come lui ce ne sono pochi a Genova.
Anzi, lui è il principe dei carbunè, ha una camminata leggera ed elegante, ha una prestanza sfrontata e sincera.
Paride è forza, meraviglia, onestà, ottimismo e semplicità.
E lui a lei dice sempre: ti porto a vedere una bellezza.
E Paride e Sascia si amano in tanti luoghi, anche alle stazioni delle funicolari.
Ovunque tranne che in casa di lei, in Piazza Stella.
Ora, coloro che amano Genova e i suoi caruggi vertiginosi hanno l’impressione di camminare con questi due per le strade della vecchia Zena desiderando che questo viaggio non finisca mai.

Il giorno in cui incontrerà Sascia si è messo in strada di buon mattino e se ne sta andando verso San Lorenzo svicolando la Maddalena tutta sbarlucciante nei suoi piani alti di un bel sole asciutto di vento provenzale.

C’è un mondo, in quella città, ha i volti di Giggi ‘O Traffegun che dà lavoro a Sascia la Singerina, lei cuce e poi avrà anche il compito di confezionare certe bustine di zafferano e troverà un trucchetto ingegnoso perché lei è anche inventrice.
Conoscerete Tirreno, il sodale di Paride e incontrerete Giaguaro, un cadraio che ha una di quelle barche che in porto servivano pietanze sostanziose ai lavoratori, c’è anche la Combattuta che esercita il mestiere più vecchio del mondo, ci sono le facce della gente dei vicoli.
Un’ampia parte di questo romanzo è ambientata a Genova, poi d’improvviso la storia si sposta su un’isola esotica dove approderà il giovane prete Giacomo, lui è il figlio di Sascia e di Paride e la vita gli ha già riservato diverse amarezze.
Là, in quei luoghi incontrerà la Regina Lucy e da Genova riceverà certe lettere che terrà chiuse da parte come un tesoro prezioso e inviolato.
Questa parte del libro che porta in terre lontane ha per me minore fascinazione, la segna una forma poetica diversa da quella che meglio conosco e si legge, tuttavia, chiara e netta, l’intenzione dell’autore di narrare la fragilità dell’innocenza che rende tutti gli uomini uguali.

Io ho amato con intensa passione quella Genova che emerge così vivida dalle pagine di questo romanzo: è un coacervo di contraddizioni, miserie e splendori, forza di volontà e astuzie, vita che prepotente si afferma e resta nel luogo al quale il destino vuole che essa appartenga.
E questo è il mondo di Paride e Sascia, mille volte vorresti incontrarli, in una piazza di vicoli inondata di luce o nell’impervia fatica di Salita degli Angeli che tutto domina da lassù, in una barca che dondola sul mare, tra gli odori acri del porto.
Mille volte vorresti rivederli, sentirli respirare e parlare, ritrovare i loro sguardi che si incrociano ancora come accadde la prima volta in Vico dei Cavoli, là dietro San Cosimo.
Nei luoghi ai quali taluni appartengono, nella sorte assegnata ad ognuno nell’epica delle vicende umane, un racconto così grande che soltanto pochi sanno narrarlo in questa maniera.

La gente del porto è molto legata alla casa e tende a mantenere la stessa per tutta la vita e per più generazioni.
Se la sceglie di preferenza lungo il fronte del mare, e se questo non è possibile, se ne cerca una che abbia almeno qualche finestra da dove si possa vedere il porto. … Passano la vita intera tra le calate e i ponti lavorando o aspettando di lavorare, o anche solo godendosi la risacca o intrallazzando nelle osterie, ma adorano sapere che, a un certo punto, di giorno o di notte che sia, possono tornare da dove sono venuti.

Un incantevole aprile

Londra, anni ’20.
Una giovane donna poco appariscente e stanca del suo quotidiano legge su The Times un annuncio che cambierà il suo destino: in Liguria c’è un castello in affitto per il mese di aprile, è un luogo perfetto per gli amanti del glicine e del sole.
Mrs Wilkins sa bene che quella sarebbe la vacanza ideale per lei: lontana dai grigiori di casa, immersa nella dolcezza dei colori mediterranei.
Inizia così la delicata avventura di Un incantevole Aprile, un delizioso romanzo di Elizabeth Von Arnim edito da Bollati Boringhieri.
Mrs Wilkins, dicevo, vorrebbe tanto affittare quel castello, tuttavia non può permetterselo e per un caso del destino si ritrova a condividere quel mese di primavera con altre tre donne a lei sconosciute.
Quattro donne, ognuna a proprio modo alla ricerca di se stessa.
Mrs Wilkins e Mrs Arbuthnot sono sposate e in realtà sono entrambe insoddisfatte, per motivi diversi.
Ad esempio, Mrs Arbuthnot è molto religiosa e si trova nel fatale imbarazzo di avere per marito uno scrittore di biografie scandalose, grazie al cielo lui usa uno pseudonimo!
Ci sono poi la leggiadra e nobile Lady Caroline e l’anziana e indimenticabile Mrs Fisher, una donna alla quale non mancano una certa verve e un certo carattere.

Mrs Fisher trovava sempre da ridire sui raffreddori degli altri; erano sempre causati da imprudenze, e poi passavano a lei, che non aveva fatto nulla per meritarli.

Una donna assai peculiare, davvero!
Questo non è un romanzo dalla trama fitta ed intricata, è un libro di sensazioni, profumi e colori, è un libro di piccoli tumulti del cuore, ripensamenti, banali incidenti e grandi emozioni.
Ed è un libro che parla di luoghi, l’autrice trascorse un soggiorno a Castello Brown a Portofino e quella parte di Liguria è lo scenario del romanzo, con i suoi profumi e con le sue fresche fragranze.

E sono glicini, nasturzi, gerani scarlatti:

Oltre questo spettacolo fiammeggiante il terreno degradava a terrazze verso il mare, e ogni terrazza era un piccolo frutteto dove tra gli ulivi crescevano le viti sui graticci, alberi di fico, peschi e ciliegi.

In questa atmosfera armoniosa si muovono le quattro protagoniste con i loro capricci e le loro incertezze, le loro piccole vicende quotidiane e i loro amori, uno ad uno entreranno in scena anche i personaggi maschili.
Il romanzo scorre lieve e piacevole, si apprezzano anche scene di autentico humour tipicamente inglese, una su tutte la catastrofe del bagno che mi ha strappato più di un sorriso.
La Von Arnim era di origine australiana ma visse a lungo in Inghilterra e trovo la sua scrittura piacevolmente garbata e davvero molto british.
Da questo libro sono stati tratti due film, io vidi quello girato nel 1992 e lo trovai splendido.
Lessi questo libro molti anni fa e l’ho riletto ora con molto piacere, il desiderio di conoscere meglio questa autrice lo devo alla mia amica Viv che sul suo blog spesso presenta i romanzi della Von Arnim, vi propongo così la sua recensione di Uno chalet tutto per me.
La giovinezza e la bellezza, l’arguzia, l’ironia e la gioia dei nuovi inizi, questo troverete tra le pagine di Un incantevole aprile.
E troverete la magia di un luogo che suscita stupore e senso di meraviglia, doni che possono cambiare davvero il nostro sguardo sulla vita.

Aprile arrivava dolce, come una benedizione, e quando il tempo era favorevole, era così bello che diventava impossibile non sentirsi diversi, non sentirsi emozionati e commossi.

I formidabili Frank

“Un fratello e una sorella hanno sposato una sorella e un fratello.
La coppia più anziana non ha figli e quindi quella più giovane glieli presta.”

Così ha inizio la tiritera imparata a memoria dai piccoli fratelli Frank per presentare la loro bizzarra famiglia, questi sono I formidabili Frank.
Un libro del quale è autore Michael Frank, scrittore, saggista e giornalista, lui è anche autenticamente innamorato di Genova e della Liguria e tempo fa sul New York Times apparve un suo articolo dedicato alla Superba certamente apprezzato da molti miei concittadini.
Veniamo alla stramba famiglia di Michael, le loro vicende sono a tratti davvero straordinarie, i Frank abitano nei dintorni di Los Angeles, la storia si dipana con il ritmo di un romanzo ma in realtà questo è un libro di memorie, a volte amare e a volte dolcissime.
Figura centrale della vita e della storia di tutti loro è la fantastica zia Hank, lei e lo zio Irving sono sceneggiatori di Hollywood e quindi frequentano un mondo vivace e ricco di stimoli.
Zia Hank è chiaramente un personaggio di primo piano e spicca con la sua forte personalità: eccentrica, particolare, teneramente dispotica, a volte testarda e caparbia fino all’eccesso, decisamente unica.
Ama gironzolare per mercatini di antiquariato e detesta le cose moderne, sa precisamente cosa sia giusto e cosa invece sia sbagliato, zia Hank ha le idee chiare su tutto e ha anche un nipote preferito: proprio lui, il piccolo Michael.

Ed è chiaro, no?
Zia Hank vuole decidere della vita degli altri, in particolare per quanto riguarda quel suo nipote adorato.
E Michael ricambia il suo amore, da bambino aspetta la visita della zia con impazienza:

“Non c’era persona al mondo che desiderassi così tanto vedere.”

Ed eccola la zia, arriva a bordo della sua scintillante Buick, secondo un copione tipicamente hollywoodiano.
Ed è tutto un gioco di delicati equilibri nei quali intervengono i genitori di Michael, secondo mamma e papà è chiaramente ingiusto che soltanto uno dei piccoli Frank abbia tutte le attenzioni della zia.
E la vita scorre, fluisce pagina dopo pagina, dall’infanzia all’età adulta Michael racconta i giorni della sua crescita, quelli della sua ribellione e dell’affermazione della propria personalità in contrasto con quella della zia.
Alcune pagine mi hanno colpita più di altre, ad esempio quelle in cui si narrano alcuni episodi dell’infanzia di Michael, certe sue fragilità e certe prepotenze subite da suoi coetanei.
Va inoltre sottolineato che in questo libro in un certo modo anche i luoghi sono protagonisti: le case, le stanze, gli indirizzi sono parte integrante della vita e rappresentano il legame con il posto al quale si appartiene, non a caso i diversi luoghi danno il titolo ai capitoli.
Leggendo questo libro ad un tratto mi sono accorta che in realtà mi sembrava di conoscere I formidabili Frank da tutta la vita, accadono queste cose qui quando si tratta di grandi scrittori capaci di lasciare il segno.
Il volume è edito in Italia da Einaudi, si presenta con una bella edizione arricchita da una copertina anch’essa formidabile, diciamolo.
Come vi ho detto l’autore ama Genova e quindi magari non si dispiacerebbe di sapere che ho iniziato a leggere il suo libro davanti al mare della Superba dove appunto l’ho fotografato.
La scrittura di Michael Frank è garbata, pulita, priva di inutili orpelli e di qualunque forma di disarmonia, essenziale e diretta, ricca di amore vero per la forza intensa delle parole.
E tu sei lì, a metà del libro e ti dispiace quasi finirlo, ogni tanto accade persino questo, a volte.
Ed è successo quando ho incontrato I Formidabili Frank.