Genova, 1875: il magnifico negozio del Signor Badin

Dlin dlon, dlin dlon!
Un suono dolce ci porta ancora indietro in un viaggio nel tempo, nelle strade di Genova nel 1875.
E così scendiamo giù nei caruggi, tra i genovesi che popolano la Maddalena, ci si fa largo tra la folla che indugia nelle molte botteghe, ci sono pescivendoli e cappellai, calzolai e cioccolatieri, negozi con sacchi ricolmi di cereali, arrotini e caffettieri, in questo mondo lontano anche le parole hanno un suono differente.

E scendiamo oltre, attraversiamo i Macelli, nel cuore della città vecchia.
Insieme arriveremo nella bottega di un commerciante che sa far girare bene i suoi affari, qui tutti conoscono il signor Badin, potrei giurarlo, quando c’è bisogno di lui il nostro Badin offre ai suoi clienti una vasta gamma di articoli, non c’è che l’imbarazzo della scelta!

Dlin dlon, dlin dlon!
Eccoci arrivati finalmente in Piazza Lavagna, lo vedete il Signor Badin sulla porta?
Ah sì, quello là che ci saluta gioviale è proprio lui, son fiera di farvelo conoscere!
Lui sa il fatto suo e sa sempre dare saggi consigli a chi gli espone i propri dubbi su cosa scegliere.
Dlin dlon, dlin dlon!
Cari amici, il Signor Badin è fabbricante di campanelli e non solo!
Al primo piano ha persino un intero magazzino pieno zeppo di chincaglierie e di oggetti di fantasia, c’è da perdersi lì dentro, io penso che potrei starci davvero per ore ed ore!

Dlin dlon, dlin dlon!
Dovete poi sapere che la bottega del signor Léopold Badin non è soltanto, per così dire, il paese dei campanelli.
Eh no, qui trovate tutto il necessario per godere al meglio della bella stagione nei vostri giardini, qui si vendono romantici berceau in ferro, sedie, poltrone e tavoli, magnifici cesti di fiori e molto altro.
Che meraviglia, questa fantastica scoperta l’ho fatta sfogliando un mio prezioso libro già citato diverse volte qui sul blog: si tratta della Guida Commerciale Descrittiva di Genova di Edoardo Michele Chiozza risalente al 1875.
E là, da quelle pagine antiche, è emerso il volto di quell’abile commerciante della vecchia Zena e mi si è svelata anche la sua antica sapienza.
Dlin dlon, dlin dlon, la musica di quei campanelli risuona ancora e ancora.
Ora però devo proprio lasciarvi, perdonatemi ma sono di fretta, devo andare a scegliere un canapè nel glorioso negozio di Léopold Badin in Piazza Lavagna.

L’opera

“La piazza, laggiù, con i marciapiedi immensi e la carreggiata vasta come un lago si colmava di questo flusso continuo, solcata in tutti i sensi dal brillio delle ruote, popolata di puntini neri che erano uomini: e le due fontane zampillavano ed esalavano un senso di fresco in quell’ardore di vita.
Claude gridò, tutto vibrante:
“Ah questa Parigi!… È tutta per noi, non dobbiamo far altro che prenderla!”

Ecco lo splendore di Parigi e su di lei lo sguardo di Claude Lantier, lui è il protagonista del romanzo L’Opera di Emile Zola che fu pubblicato nel 1886 e che rappresenta il quattordicesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart.
Il ciclo dei Rougon-Macquart si compone infatti di venti romanzi nei quali Zola delinea un formidabile ritratto corale dei vari componenti di una medesima famiglia secondo i dettami del naturalismo.
E così per il lettore affezionato il nome di Claude Lantier non è nuovo: Claude è figlio della sventurata Gervaise Macquart, protagonista di L’Ammazzatoio, suo fratello si chiama Étienne ed è l’eroico e idealista minatore di Germinal, la sua sorellastra per parte di madre è invece Anna Coupeau detta Nanà, una ragazza che ha scelto la via del denaro facile.
Claude è anche già apparso tra le pagine di Il ventre di Parigi ma è nelle righe di questo romanzo a lui dedicato che si delinea il suo carattere e la sua figura.
La storia si incentra sul mondo più familiare a Emile Zola: Claude è un pittore, i suoi amici sono architetti, scultori e scrittori, egli così si muove nel mondo della cultura e dell’arte, non va dimenticato a tal proposito che Emile Zola frequentava abitualmente gli artisti del suo tempo, su tutti apprezzava in modo particolare Edouard Manet ma conobbe anche Renoir, Cezanne, Monet e molti altri.
Tra queste pagine si ritrovano così Zola stesso e i suoi sodali, tra gli amici di Lantier ad esempio c’è anche un certo Sandoz, un romanziere che intende scrivere la storia di una famiglia e delle vicissitudini dei suoi membri, in questa figura si riconosce chiaramente Zola medesimo.
Nel complesso del romanzo emerge inoltre che allo scrittore francese interessa approfondire il senso della ricerca del compimento di un’opera, sia essa letteraria oppure frutto di talento nella pittura.

E così conosciamo il suo Claude Lantier che è un artista incompreso e incompiuto, un uomo difficile, taciturno, ombroso e introverso, a volte sa esaltarsi oltre misura per la propria ambizione e più spesso è invece incapace di vedere un orizzonte, a volte si mostra egoista ma sempre aspira a compiere la sua grande e assoluta opera.
Accanto a lui c’è Christine, compagna, moglie e musa, il loro amore nasce da un incontro fortuito, Christine è una fanciulla poco ambiziosa e lascerà il suo lavoro da lettrice presso una ricca signora solo per seguire il suo Claude:

Ah, quella letture che non finivano mai quanto pesavano alla ragazza!
Se avesse avuto un mestiere suo con quanta gioia avrebbe tagliato vestiti, appuntato cappellini, arricciato petali di fiori!

Lei ama intensamente Claude e sente per lui un affetto talmente profondo da superare quello che la legherà al loro figlio sfortunato e sofferente di una grave malattia, il crudele destino di quel bambino farà palpitare di rimorsi il cuore della sua povera madre.
Christine è la modella di suo marito ma diverrà persino gelosa di quell’altra lei ritratta da Claude sulla tela, l’arte è la sua rivale e Christine ne è consapevole, quando arriverà a supplicare Claude di mettere da parte la sua ricerca artistica e di dedicarsi alla loro comune felicità lui le risponderà duro:

“Io non voglio essere felice, io voglio dipingere.”

In queste poche parole c’è tutta l’essenza di Claude, il suo desiderio di successo mai appagato, la sua sete di riconoscimento, il suo timore per il fallimento.
Nelle pagine del romanzo lo vediamo aggirarsi in un luogo dove viene esposto un suo quadro e lo cogliamo mentre dubbioso cerca di carpire i giudizi dei visitatori per rimanerne fatalmente deluso.
Claude non è mai soddisfatto dei suoi dipinti incompiuti e sempre ritorna a ritoccarli e a rivederli in un faticoso e perenne torturarsi alla ricerca della perfezione.
Se leggerete questo romanzo vi troverete davanti a un dipinto di Claude dal titolo Plein Air, le figure ritratte suscitano nel pubblico ilarità e scandalo, il modo di dipingere di Claude non è compreso e anzi è travisato, riga dopo riga poi vi accorgerete che Zola per il quadro di Claude si ispirò chiaramente alla celebre Colazione sull’erba di Manet.
Arte ed eterna ricerca della propria identità, tuttavia, non sempre coincidono con il raggiungimento della felicità, è ben evidente che Claude non appartiene alla schiera dei vincitori.
Il racconto della vicenda umana di Claude Lantier così si compie, nello scenario favoloso di questa Parigi scintillante, fonte di sogno e delusione, di illusione e di bellezza mai raggiunta.

“Parigi lo aveva riafferrato fino al midollo, con violenza: e nella fiamma alta di questa fornace ritrovava come una seconda giovinezza, un entusiasmo, un’ambizione, un desiderio di vedere tutto, fare tutto, conquistare tutto.

Quando attraversava Parigi scopriva quadri ovunque, l’intera città con le sue strade, i vicoli, i ponti, gli orizzonti colmi di vita, si diramava in una serie d’immensi affreschi, che giudicava sempre troppo angusti, inebriato dall’idea di quelle sue opere colossali.”

Vite scritte

“Nessuno sa che faccia avesse Cervantes, e non si ha neppure alcuna certezza su quella di Shakespeare, ragion per cui il Chisciotte e il Macbeth sono testi ai quali non si accompagna un’espressione personale, un volto definitivo, uno sguardo che gli occhi degli altri uomini abbiano potuto congelare e fare proprio nel tempo.”

Queste sono le riflessioni di uno scrittore a proposito di altri scrittori e le trovate tra le pagine di Vite scritte, un libro arguto e raffinato di Javier Marías pubblicato in Italia da Einaudi.
Nel suo volume l’autore madrileno presenta ai suoi lettori la sua personale galleria di eminenti rappresentanti della letteratura e della poesia, sono tutti autori non più viventi e nessuno di essi è spagnolo.
Marías svolge così un’elegante e insolita ricerca letteraria, a mio parere più facilmente apprezzabile da chi già possiede una certa conoscenza degli autori da lui proposti.
I suoi ritratti, infatti, non sono stringate biografie e non sempre vi si trovano approfonditi rimandi agli eventi essenziali della vita di ognuno, Marías descrive gli scrittori da lui prescelti indulgendo su certe idiosincrasie, narrando episodi specifici, evidenziando pregi, difetti, virtù o vizi capitali.
Ne consegue che, nel caso non si conosca l’autore del quale si sta parlando, può essere più arduo cogliere certe sfumature e capire il senso di certe narrazioni.
È un mondo strano quello degli scrittori, ognuno di essi non è esente da umane debolezze.

Pagina dopo pagina affiorano i volti di autentici mostri sacri della letteratura come Joyce, Conrad, Conan Doyle, Tomasi di Lampedusa, Rilke, Kipling, Rimbaud e molti altri ancora.
Di alcuni si scoprono insolite ruvidezze o particolari eccessi, Marías non fa sconti a nessuno, i suoi sono ritratti particolari che tendono a mettere in evidenza le pieghe del carattere di ognuno.
Una sezione dal titolo Donne fuggitive è interamente dedicata alle scrittrici, non conoscevo alcune di esse e ad esempio mi ha particolarmente incuriosita il capitolo dedicato a Julie de Lespinasse.
Toccante e commovente è il ritratto di Emily Brontë e della sua breve vita, lo scrittore ce la racconta anche nei giorni della sua infanzia e scoprirete così per quale ragione le sue sorelle l’avessero soprannominata Il Maggiore.
Ho ritrovato tra queste pagine i miei amati Dickens e Wilde, per me loro sono persone care.
Mi è piaciuto conoscere meglio le vicende della vita di Laurence Sterne che si distinse per l’amabilità del carattere, la cordialità e la mitezza d’animo, Marías narra tra l’altro che fu Sterne a diffondere tra i suoi contemporanei l’usanza di scacciare le mosche invece di ucciderle.
Mi ha sorpreso scoprire alcune particolarità a proposito di Joseph Conrad che era un uomo piuttosto difficile e irritabile ma conservava tuttavia un certo senso dell’ironia non sempre compreso, mi sono poi ritrovata a seguire i passi di James Joyce con le sue superstizioni e il suo carattere complicato.
Vite scritte è un libro godibile e raffinato, piacerà di certo agli appassionati di letteratura, il volume è anche arricchito da un’ampia sezione fotografica con i ritratti degli scrittori, Marías confida che lui stesso colleziona cartoline con ritratti di celebri autori e ne possiede circa 150.
Tra tutte le vicende narrate quella che mi ha più colpito si trova nelle ultime pagine del libro e narra alcuni momenti del legame di affetto che intercorreva tra Gustave Flaubert e Ivan Turgenev.
Uniti da una lunga amicizia che durò ben 17 anni i due si scrivevano lunghe lettere e nel corso degli anni presero a lasciar da parte gli argomenti letterari e a concentrarsi sulle loro vicende domestiche.
Sono parole spontanee, a volte ironiche, a volte allegre e talvolta anche amare, tracce di esistenze preziose che a noi hanno lasciato romanzi e parole che ancora amiamo.

Charles Dickens

“In altre parole, Dickens si deliziava delle idiosincrasie e delle leziosaggini dei suoi personaggi. Una volta creati continuavano a vivere in lui come altrettanti amici immaginari che aveva il piacere di presentare nelle occasioni più appropriate.”

Tragedia e gaiezza, dramma e comicità, denuncia sociale e ricerca di giustizia animano le pagine dei suoi romanzi, indimenticabili sono i personaggi che affollano i suoi libri: Charles Dickens è stato uno dei più influenti scrittori del suo tempo e la voce dell’epoca vittoriana.
Non sembrerebbe semplice tratteggiare il percorso dell’esistenza appassionata e a tratti burrascosa di Dickens ma lo scrittore Peter Ackroyd consegna ai suoi lettori una biografia a dir poco superba, il suo volume dal titolo Charles Dickens è edito in Italia da Neri Pozza.
Con una scrittura garbata, puntale ed elegante Ackroyd prende per mano il lettore e lo conduce per le strade cupe di Londra e nell’Inghilterra di Dickens, a fianco dello scrittore più amato della sua epoca, tratteggiando i i giorni della sua vita con un corposo racconto che si estende per ben 564 pagine senza mai perdere intensità.
E per una volta ho fatto un’eccezione: ho rallentato il ritmo della mia lettura per il puro piacere di restare più a lungo in compagnia di Charles Dickens.

Vita e letteratura si intrecciano e si sovrappongono nell’esistenza di Dickens: lo scrittore che narrò drammatiche vicende lacrimevoli di bambini sfortunati fu mandato appena dodicenne a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe.
E Ackroyd ci accompagna a seguire il suo percorso umano da bambino a ragazzo, in contrasto e dissidio con il padre.
Prolifico e fantasioso scrittore Dickens pubblica i suoi romanzi a puntate su diversi giornali, per la sua produzione straordinaria attinge al suo vissuto e alle proprie esperienze personali e nella sua narrazione Ackroyd mette particolare cura nel proporre continui rimandi e collegamenti tra il mondo reale e il mondo letterario in un racconto di una finezza straordinaria.
Il biografo si assume così un compito oneroso e importante: racconta il talento dello scrittore ma narra anche l’uomo con i suoi pregi e i suoi umani difetti.
Di Dickens scoprirete passioni e debolezze, la tormentata vita sentimentale e il rapporto non sempre facile con i suoi figli.
Di Dickens conoscerete la fragilità, la sua continua ricerca della sicurezza economica come conseguenza degli anni difficili della sua infanzia.
Saprete come i suoi contemporanei percepivano la figura di lui, scrittore amato e idolatrato, a volte però la realtà si discostava dall’idealizzazione iconica che il pubblico aveva di lui.
Viaggerete con Dickens, in giro per l’Europa e fino in America, ci sarete anche voi ad ascoltare le sue conferenze e sarete silenziosi spettatori del suo metodo per inventare i nomi dei suoi personaggi.
Ah, quando parlava incantava tutti!
Sarete accanto a lui e ai suoi amici, un consesso di celebri scrittori del tempo, particolarmente emozionanti per me sono i suoi incontri con Hans Christian Andersen.
Non lascia nulla in sospeso Peter Ackroyd ed io gli sono davvero grata per questo suo sublime ritratto: la grandezza di uno scrittore si riscontra nella capacità di farti vivere realmente tra le pagine dei suoi scritti e Ackroyd riesce magistralmente nell’intento.
Non vi ho svelato poi molto della vita di Charles Dickens, vi lascio la gioia di scoprirla da voi tra le pagine di questo libro che mi dispiace persino di aver terminato, non a caso questa biografia suscita il desiderio di rileggere i romanzi di Dickens e lascia un patrimonio di sensazioni per me prezioso.
A tratti, su certe pagine, ho lasciato un bel sorriso.
Altrove, invece, mi sono davvero commossa, in particolare quando l’esistenza terrena di Dickens sta per volgere al termine e Ackroyd immagina attorno allo scrittore tutti quei personaggi magnifici scaturiti dalla sua fantasia, da Oliver Twist a Nicholas Nickleby, dal Signor Pickwick alla Piccola Dorrit.
E sulla fragilità effimera che contraddistingue la vita riluce così la stella brillante dello scrittore geniale il cui nome sarà sempre immortale grazie a quel suo talento inimitabile.
Dickens fu un uomo eclettico con una personalità dalle molte sfaccettature, ebbe nella sua esistenza glorie e trionfi ed è ancora Ackroyd a chiosare con sapienza lo stile di questa sua biografia e la sua maniera di farci conoscere Dickens svelandone certi particolari ed istanti.
A questo libro, scrive Ackroyd, ben si adatta una saggia citazione tratta da David Copperfield:

La vita è un insieme di inezie.

È proprio là, in certi fatti apparentemente da poco e negli eventi del quotidiano che si può trovare la chiave di lettura di certe opere grandiose di Charles Dickens, in quel gioco straordinario in cui letteratura e vita si incontrano e si intrecciano.

Il denaro: ascesa e caduta di Aristide Saccard

“Appena solo, Saccard fu preso dal rumoroso vocio della Borsa che sembrava l’ostinato rombo della marea crescente. […] Di quattro angoli, dalle quattro strade, il torrente delle carrozze e dei pedoni affluiva sempre più rapido, in un traffico inestricabile, mentre il passaggio degli omnibus aumentava il disordine, e le carrozze dei procuratori degli agenti di cambio, in fila, sbarravano il marciapiede quasi da un capo all’altro del cancello. Ma gli occhi di Saccard si fissavano sui gradini più alti, dove sfilavano le redingote, in pieno sole.”

Frenesia, tumulto, voci tonanti, sete di successo e di quella ricchezza che fa sentire onnipotenti e sovrani del mondo: questo traspare dalle pagine del romanzo Il denaro, magnifico diciottesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart scritto da Emile Zola nel 1891.
Ritroviamo ancora Aristide Saccard, lo scaltro speculatore già protagonista del romanzo La preda ma questa ulteriore opera è del tutto differente dalla prima per intreccio, complessità ed intensità.
Questa è una superba storia di cupidigia e di brama di possesso, è la vicenda di una spericolata speculazione finanziaria che vede Saccard come primo attore assoluto mentre attorno a lui si affolla una babele di personaggi e ad ognuno di essi Zola assegna un ruolo sulla scena, sono talmente numerosi che è praticamente impossibile raccontare brevemente la trama nel suo complesso, si rischierebbe di far torto a qualcuno.
Emerge qui lo straordinario talento dello scrittore francese nel tratteggiare un’impressionante miriade di figure minori e di comprimari fondamentali per la struttura del romanzo, in questo risiede una delle forze distintive di Zola: egli mostra al lettore un mondo intero con le sue debolezze e i suoi peccati da scontare.
Ed ecco quindi Saccard con il suo grandioso progetto di costituire la Banca Universale, lui ha mire persino in Asia, la sua sete di potere non conosce confini e al suo cospetto finiscono così i parigini con i loro risparmi, sono tanti a mettersi nelle mani di Saccard sperando in questo modo di arricchirsi.

Lui è persuasivo, arrogante e incapace di arrendersi, con la sua furia trascina con sé anche gli innocenti e i puri di spirito che nelle cose del mondo restano sempre, in qualche modo, impigliati in certe losche vicende.
Straordinarie sono certe figure femminili come ad esempio la Principessa di Orviedo, ormai vedova ha ereditato dal marito un patrimonio immenso accumulato con le peggiori astuzie: Zola definisce il principe un inappuntabile bandito moderno che aveva fatto i soldi al luminoso sole della Borsa a scapito della povera gente.
E così la Principessa di Orviedo, per espiare le colpe del suo orrido consorte, si riduce a vivere in umili stanzette e dona i suoi beni ai poveri, fonda l’Opera del Lavoro e cerca così di fare in modo che quel denaro immondo porti bene e e felicità ai più sfortunati.
Nella sua corsa al successo Saccard incontra poi una donna che sarà sua compagna: Madame Caroline ha appena 36 anni eppure i suoi capelli sono già candidi.
Non bella, ha un portamento regale e una sorta di fascino aristocratico, Zola non manca di sottolineare che Saccard è più basso di lei e quasi le invidia quella sua corporatura robusta.
In una sorta di incomprensibile ingenuità, travolta quasi dalla passione per Saccard, la giovane Caroline si lascia coinvolgere nelll’affare della Banca Universale eppure non sembra così sprovveduta e a Saccard dice queste parole:

“Cercate di calpestare meno persone possibile, e soprattutto non calpestate nessuno di quelli che amo.”

Gli ingranaggi di questo sistema feroce stritolano vite e speranze, il denaro obnubila, contamina, fa perdere il senno, regala la gloria ma fa anche precipitare nell’abisso: in contrasto con la figura di Saccard Zola pone il giovane Sigismond che è  discepolo di Marx e crede fermamente in una società diversa e nel riscatto degli oppressi.
Tutto attorno questa Parigi frenetica del Secondo Impero brilla radiosa, mirabili sono le descrizioni di un’epoca e delle sue sfide, Zola è autore di pagine indimenticabili e nei suoi romanzi più complessi, come ad esempio questo, emergono il suo talento e la sua capacità di indagare nell’animo umano.
Nella folla dei molti personaggi che abitano queste pagine incontrerete una figura sinistra: è una donna goffa e corpulenta, Madame Méchain traffica in losche attività, raccatta a destra e a manca azioni di fallimenti e titoli deprezzati e li tiene in quella sua grande borsa di cuoio nero che si porta sempre appresso.
Gira con il cappello viola calcato sulla testa, sgraziata e gonfia, con la faccia rossa, Madame possiede pure un terreno sul quale sorgono delle catapecchie che affitta a dei miserabili e non si fa certo scrupolo a buttarli fuori quando questi non pagano l’affitto.
Del resto una sola cosa è importante anche per lei: il denaro.
I soldi e la ricchezza, linfa vitale della gente come Saccard:

Il denaro è il concime su cui cresce l’umanità di domani.

E tra queste miserie dello spirito, resta un interrogativo che l’autore attribuisce a Madame Caroline, questi sono i suoi pensieri mentre si appresta ad iniziare una nuova vita.
C’è una bellezza senza tempo in queste parole e forse davvero Emile Zola ha lasciato ad ognuno dei suoi lettori il compito di trovare la risposta:

“Al di là del fango, delle tante vittime travolte e schiacciate, di quell’abominevole sofferenza che ogni passo in avanti costa all’umanità, non c’è una meta oscura e lontana, qualcosa di superiore, di buono, di giusto, di definitivo, verso cui andiamo, senza saperlo e, che ci gonfia il cuore dell’ostinato bisogno di vivere e di sperare?”

La preda

È una sera d’autunno e un calessino incede lento al Bois de Boulogne.
A bordo c’è un ragazzo di nome Maxime, ha circa vent’anni e accanto a lui siede la bella Renée con il suo abito color malva e il mantello bianco, Renée sospira e ricorda a Maxime che presto lei compirà trent’anni, quanta vita ha già veduto rispetto a lui!
Ecco così a voi la protagonista femminile di La preda, secondo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart dato alle stampe da Emile Zola nel 1871.
A vederli così affiatati non si direbbe ma l’affascinante Renée è la matrigna del ragazzo.
La giovane ha origini borghesi, con un buon patrimonio come dote ha sposato il vecchio Aristide Rougon, il padre di Maxime: senza svelarvi i dettagli della vicenda si può dire che per diverse ragioni il matrimonio è stato un affare vantaggioso per entrambi gli sposi.
Del resto Rougon è uno che non fa mai niente per niente: è un uomo d’affari, uno scaltro speculatore, uno che ama il suono tintinnante del denaro più di ogni altra cosa, è arrivato nella capitale nel tempo del Secondo Impero con l’intento di arricchirsi.

“Aristide Rougon era piombato su Parigi l’indomani del 2 Dicembre con il fiuto degli uccelli da preda che annusano anche a grande distanza i campi di battaglia.”

In città ha il supporto di suo fratello Eugène, tra le altre cose Aristide cambierà pure nome:

“Mi chiamerò Saccard, Aristide Saccard!… È un nome che sa di denaro, mi sembra di sentir contare monete da cento soldi.”

E così Saccard persegue i suoi scopi, tenendo sempre presente una cruda verità:

“Essere povero a Parigi vuol dire essere due volte povero.”

In questo scenario si consuma intanto la passione ardente che unisce Renée e Maxime, è un legame che si alimenta di frivolezze e di allegrie spensierate, cose da giovani che il vecchio Saccard non sa comprendere, lui poi ha davvero altro a cui pensare.
In questo romanzo c’è anche un’altra protagonista, come sempre Zola la narra con il talento di un fine osservatore: è la città di Parigi.
È una città che cambia con frenesia: i vecchi quartieri vengono abbattuti e ridotti in cenere e si progettano scenografici boulevards, Zola da abile regista alza il velo su questo mondo e sui suoi repentini mutamenti.
Ad approfittarne sarà il solito Saccard con il suo fiuto per gli affari:

“Lo si poteva trovare ovunque dove c’era un ostacolo da superare e sempre ne traeva qualche segreto vantaggio. Nello stesso giorno lo si poteva trovare presso i lavori dell’Arco di Trionfo, vicino a quelli del Boulevard Saint-Michel e fra gli sterri del Boulevard Malesherbes, seguito da un esercito di operai, di uscieri, di sciocchi e di bricconi.”

E nel frattempo Renée si gode sempre la sua bella vita, i ricevimenti e le mondanità: il marito le garantisce denaro, lei è premurosa e gentile con lui.
E tuttavia, è davvero questa la felicità?
E alla fine chi sarà la vera vittima?
E chi risulterà vincitore?
Zola ve lo lascia intuire pagina dopo pagina, a soccombere sono sempre coloro che non hanno armi a sufficienza per difendersi, per sopravvivere a taluni basta invece l’indifferenza.
Questo romanzo di Emile Zola è stato per lungo tempo fuori catalogo e di recente lo ha ripubblicato la Casa Editrice Clichy.
Io ne possiedo due copie entrambe risalenti al 1966 e rimediate sui mercatini: Sansoni lo pubblicò con il titolo La cuccagna, Edizioni dell’Albero usò invece il titolo La Preda e da questo volume sono tratte le citazioni qui riportate.
Rispetto ad altri più celebri romanzi di Zola questo libro ha una trama certo meno intricata, le sue pagine non sono affollate di personaggi come accade invece in altre circostanze.
Ritroveremo Saccard e le sue spregiudicatezze in un un altro romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart dal titolo Il denaro, autentico capolavoro dell’autore francese.
Lasciamo invece la giovane Renée ancora al Bois de Boulogne, ancora su un calessino, come nelle prime pagine del libro: si avvicina la sera e lei alza gli occhi verso il cielo di Parigi, nel languido scenario del suo breve destino.

Farfalle di ottobre

Le ho incontrate per caso in una stagione che in realtà non sembra poi così prediletta dalle farfalle.
Eppure eccole, leggiadre e spensierate, per me è sempre una gioia rivederle e seguire il loro volo leggero, ancor di più se il destino me le fa incontrare nei luoghi che amo.
Sono farfalle di ottobre e sono farfalle di caruggi, volitive e testarde se ne vanno a zonzo e alla ventura in cerca del posto migliore sul quale posarsi.
Lei l’ho veduta di recente, era dal mio fioraio in Piazza Statuto, io e lei stavamo facendo esattamente la stessa cosa: cercavamo la piantina perfetta per noi.
E così lei sì è felicemente adagiata su certi petali gialli, io invece ho acquistato un vasetto di allegre violette.

Qualche giorno prima, poi, mi era capitato un altro meraviglioso e casuale incontro in un luogo dove mi piace fermarmi.
Ero a Banchi, curiosavo tra i volumi esposti sulle bancarelle dell’usato.
E ancora, ecco un’altra farfalla.
E ancora, io e lei stavamo facendo esattamente la stessa cosa: cercavamo il libro perfetto per noi.
E certo, quello che ha scelto lei potrebbe anche stare sul mio comodino.
Sono così certi incontri, semplicemente perfetti.

Non per un dio ma nemmeno per gioco

Il racconto di una vita e un libro che forse non ha nemmeno bisogno di presentazioni, coloro che amano Fabrizio de André e la sua musica certo hanno già questo volume in libreria proprio come me che nel 2000 comprai la prima edizione di questa biografia pubblicata da Feltrinelli.
Non per un dio ma nemmeno per gioco – Vita di Fabrizio De André è il titolo del libro scritto dal giornalista Luigi Viva e dedicato alla narrazione della vicenda umana e artistica del più amato cantautore genovese, le parole sono tratte da Un Medico, brano incluso nell’album Non al denaro non all’amore né al cielo.
Questo libro ha il pregio di essere arricchito da numerose interviste realizzate dall’autore tra il 1992 e il 1999 anno della morte di Fabrizio, al lettore viene così offerto un ritratto sincero e reale del celebre cantautore, è un racconto onesto e ben documentato che non sconfina mai nella scontata quanto inutile agiografia.
Ed è anche la voce stessa di Fabrizio a narrare la propria storia, in un inanellarsi di memorie personali, aneddoti e ricordi che ne restituiscono le ore e i giorni.

Oltre a lui a parlare sono coloro che condivisero il suo cammino tra i quali la prima moglie Puni, Cristiano, Dori Ghezzi, Fossati, Reverberi, Mauro Pagani, Venditti, Villaggio e De Scalzi, è impossibile elencare tutti coloro che hanno dato un contributo fondamentale alla realizzazione di questo volume.
Dall’infanzia all’età adulta, seguendo i percorsi a volte spericolati di Fabrizio, le gioie, i tormenti, gli amori e le insicurezze, gli esordi e i momenti di gloria, i giorni bui del rapimento e la ritrovata serenità, l’amore mai sopito per la Sardegna che egli scelse come luogo in cui vivere.
A Genova aveva deciso di ritornare poco prima che il suo tempo finisse per sempre, come si sa pensava di trasferirsi in una casa in quel Porto Antico dove noi andiamo sempre a guardare il tramonto, oggi la via che conduce all’Isola delle Chiatte si chiama proprio Via al Mare Fabrizio De André.
Genova lo ha sempre amato, Genova lo rimpiange: spesso ci domandiamo come lui avrebbe cantato i tempi che non ha veduto, ci chiediamo in quale modo avrebbe interpretato i fatti e le vicende che non ha vissuto.
Nel libro di Luigi Viva conosciamo Fabrizio bambino, in casa lo chiamano Bicio ed è un tipo vivace, è interessante e approfondita tutta la parte nella quale si presenta la sua famiglia di origine.
E c’è tanta Genova nella sua formazione, c’è tanta Genova nei suoi sguardi, nei ricordi degli amici di Via Piave o della gente dei caruggi, c’è l’amore per la musica e il senso di ribellione che farà di Fabrizio l’artista che noi amiamo.
La cifra di valore di questo libro è nella sua schiettezza, Viva guarda all’essenziale, lasciando spazio alla commozione e certo anche al rimpianto per la persona e per l’artista ma sempre tenendo presente il desiderio di volerne dare un ritratto reale.
Tra i molti aneddoti narrati mi hanno colpita alcuni istanti condivisi con Luigi Tenco e le zingarate fanciullesche con l’amico Villaggio, non svelo nulla e vi lascio così il piacere della lettura.
Non ho mai letto altri libri dedicati a Fabrizio, ho già trovato lui in queste pagine e a la sua voce concluderà questa mia breve recensione, in questi nostri tempi rumorosi e in tanti modi disordinati le sue parole tratte dal libro di Luigi Viva possono essere una raccomandazione che va oltre il tempo che Fabrizio ha vissuto.

“È importante parlare solamente quando si ha qualcosa da dire.”
Fabrizio De André intervista del 16 Gennaio 1999 su Rai Due

La memorabile vacanza del barone Otto

“Avrai mica intenzione di scrivere la storia delle nostre avventure, Otto?”
“Certo” risposi.
“Da far circolare tra i nostri parenti il prossimo inverno?”
“Certo” ripetei.

Ed ecco a voi il racconto scritto dall’illustre nobiluomo, tagliente figura letteraria scaturita dalla fantasia di Elizabeth von Arnim: è lui il protagonista principale ed io narrante del brioso romanzo La memorabile vacanza del barone Otto pubblicato per la prima volta nel 1909 ed edito in Italia da Bollati Boringhieri.
Dunque il nostro è un rigido ufficiale prussiano, per la precisione è maggiore del reggimento di artiglieria di stanza a Storchwerder, immaginate il personaggio.
Condivide le sue peripezie vacanziere con la moglie Edelgard, nel mese di agosto i due hanno infatti deciso di unirsi ad una bella e variegata compagnia per un’esperienza a dir poco originale a bordo di romantici carrozzoni trainati da cavalli per le placide campagne della verde Inghilterra.
Ecco, a dire il vero da principio tutto suona così romantico e bucolico ma è ben evidente che la trama imbastita dall’autrice riserva diverse sorprese, disagi e disavventure di ogni genere.
Ad esempio:

“Questo, in verità, è un aspetto terribile dei viaggi in carrozzone: gli accampamenti non ci sono mai quando ce n’è bisogno e, al contrario, sono spesso lì quando li si cerca.”

Non parliamo poi delle fatiche per mettere insieme un pasto decente, delle stoviglie che si rovesciano durante il viaggio, delle inesorabili gocce di pioggia che cadono sul letto e di altre amenità ben narrate con pungente ironia dalla sapiente penna della Von Arnim.
Dovete poi sapere che il barone è un personaggio peculiare, ha un carattere piuttosto tronfio ed è assolutamente convinto della propria superiorità, mi sembra ovvio.
Che balzani questi inglesi, che maniere fin troppo moderne!

E a proposito dell’universo femminile il barone ha delle idee a dir poco antiquate, pretende che la moglie sia la sua cortese ed affabile ancella, pensa pure che le fanciulle dovrebbero ricordarsi che la bellezza presto svanisce e che l’unica possibilità di piacere è essere gentile, di poche parole, premurose e accorte.
Ora, le circostanze narrano che la sua cara Edelgard sia stata una donna piuttosto tranquilla e remissiva, tuttavia questa particolare vacanza avrà certi effetti su di lei e pagina dopo pagina il lettore la vedrà mutare carattere e maniere nei confronti del suo consorte.
Edelgard diviene autonoma, assertiva e fieramente sicura di sé, tanto che si assisterà ad una gustosa scenetta nella quale lui si lamenta di questo e quell’altro, pretende persino che la moglie gli porti l’acqua per il pediluvio ma lei non ne ha nessuna intenzione e lo mette a posto proprio per bene, usando le giuste parole con tono garbato.
Tutta colpa di quel socialista, uno che fa parte del gruppo e che ha delle idee ben diverse rispetto al barone Otto a proposito delle donne, ecco!
Anche con gli altri della compagnia il nostro nobiluomo finirà inevitabilmente per avere qualche scontro o frizione, quello che sembrava un gruppo ben assortito non sarà poi tale e la vacanza avrà degli esiti non previsti.
In questo piacevole romanzo Elizabeth Von Arnim tratteggia con stile maniere e consuetudini di una certa società offrendo uno spaccato di quella quotidianità con raffinato senso dell’umorismo, è una lettura gradevole e non particolarmente impegnativa ma comunque elegante.
E allora se anche voi volete fare questo viaggio, preparatevi con cura, ogni viaggiatore potrà portare una valigia rigida e un baule e potete starne certi, la brava Edelgard ha un talento fenomenale per fare i bagagli.
E poi con il treno si raggiungerà una ridente località del Kent dove si trovano i carrozzoni per questo mirabolante viaggio: signore e signori, tutti a bordo, così ha inizio La memorabile vacanza del barone Otto.

Il ventre di Parigi

È un giorno qualunque alle porte di Parigi e Madame François con il suo carro se ne va al mercato parigino di Halles dove venderà le sue verdure.
Lungo il percorso incontra un uomo malconcio e vestito con abiti laceri così la buona donna impietosita dalle sue condizioni si offre di portarlo in città sul suo carro e l’uomo si accomoda tra le rape e i cavoli di Madame.
Così Florent fa il suo rientro nella capitale francese, lui è un galeotto scappato dal bagno penale nella Caienna dove era stato rinchiuso per il suo coinvolgimento nell’insurrezione del 1852, lui è la figura attorno alla quale ruotano le complesse vicende del romanzo Il ventre di Parigi, capolavoro naturalista pubblicato da Emile Zola nel 1873.
Un libro potente, magnifico ed evocativo, in queste pagine scorre vivida l’epica dei mercati di Halles, è uno straordinario dipinto dai toni accesi e vibranti del quale è protagonista il popolo di quella Parigi che Zola studiò nei gesti e nelle espressioni, ogni riga vergata da Zola cattura inesorabilmente l’attenzione del lettore.
Dunque, vi dicevo di Florent.
A Parigi, in Rue Rambuteau, ha la sua salumeria suo fratello Quenu che è sposato con la bella Lisa, una donna dalla carnagione lucente, bianca e florida.
E vedeste quel negozio!
Un tripudio di costolette, salsicce, sanguinacci, terrine, piatti e portate per ogni gusto, solo un fine osservatore come Zola poteva descrivere quel mondo in maniera tanto superba.
E sono sempre i colori e gli odori forti del mercato a riempire le pagine di questo romanzo sublime nel quale si compie il destino crudele di Florent, la passione politica finirà per metterlo ancora nei guai e accadrà sotto gli occhi di tutti.
L’uomo trova anche un impiego rispettabile come ispettore al mercato del pesce e là è tutto un turbinare di bagliori marini:

“Alla rinfusa le alghe degli abissi, là dove dorme la vita misteriosa degli oceani, avevano ceduto il loro tesoro alla rete: merluzzi, pianuzze, passere di mare, limande, pesci comuni d’un grigio e dalle macchie biancastre.”

E le pescivendole espongono le merci e l’ispettore ha delle precise sensazioni:

“S’alzava un vento umido, una pioggia minutissima, che soffiava sul viso di Florent quell’alito fresco, quel vento marino che riconosceva, amaro e salato; mentre in mezzo ai primi pesci esposti ricopriva le conchiglie rosate, i coralli sanguigni, le perle lattiginose, tutte le screziature e i pallori azzurrognoli dell’oceano.”

È arduo scegliere appena poche righe per mostrarvi il lavoro di cesello di Zola: in questo terzo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart la vita ferve e fluisce rumorosa tra i banchi del mercato dove si muove una babele di personaggi, nessuno di essi viene trascurato da Zola, di ognuno lo scrittore lascia un ritratto dai contorni ben definiti.
Ecco Mademoiselle Saget, una vecchia pettegola che gira con una sporta sotto il braccio e un cappello nero sul capo, sa tutto di tutti e sopravvive facendosi regalare ogni ben di Dio da questo o da quell’altro commerciante.
E poi c’è la Sarriette, una ragazza magnifica e a Zola basta usare poche parole per farvela conoscere:

“La Sarriette riempiva il negozio con le sue gonne stravaganti. Sorrideva a tutti, fresca come il latte, spettinata da un lato dal vento delle Halles.”

Un dipinto di bucolica bellezza ancor più avvincente nel brano in cui la Sarriette è descritta in mezzo alla sua frutta, con le labbra rosse di ribes, il fazzoletto profumato di fragole e lo sottane dense del sentore delle prugne.
E poi c’è una certa pescivendola alta, spavalda, imponente e al mercato la chiamano la bella Normanna e la oppongono così alla bella Lisa, è logico.
C’è poi il ritratto piccolo Marjolin, un trovatello rinvenuto tra i cavoli al Marché des Innocents.
Crescerà con la fruttivendola Mère Chantemesse e lei prenderà con sé anche un’altra bambina di appena pochi anni, il suo nome è Cadine.
E i due cresceranno insieme, insieme diverranno ragazzini e saranno creature selvatiche, innocenti, spontanee e vere, le pagine a loro dedicate sono per me tra le più coinvolgenti che abbia mai letto, Zola è riuscito a rendere indimenticabili questi due piccoli sventurati.
E poi Marjolin verrà su un po’ sciocco, un incidente peggiorerà pure il suo stato, mentre Cadine si mostrerà sempre furba e astuta, diverrà una bimbetta testarda e intraprenderà anche degli improvvisati commerci da ambulante, venderà limoni, cuffiette, quindi biscotti, dolci e torte, sarà scaltra nel fiutare i gendarmi per sfuggire al momento opportuno.
Come sempre nei romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart Zola presenta una delle figure che sarà poi protagonista di un successivo romanzo e tra le pagine di Il ventre di Parigi incontriamo Claude Lantier, pittore al quale Zola dedica L’opera, Claude è il figlio della sfortunata e mai scordata Gervaise Macquart, tragica eroina del romanzo L’ammazzatoio.
Nello scenario di questa Parigi si dipana la vicenda umana di Florent, intriso nel suoi ideali politici egli vede davanti ai suoi occhi tanta straripante abbondanza e per lui essa diviene il simbolo di ciò che desidera combattere, ancora come prima, con lo stesso spirito di ribellione:

“Le Halles colossali, tutta quella roba traboccante e poderosa, avevano acuito la sua crisi. Gli sembravano un animale sazio e intorpidito, una Parigi ingozzata che, crogiolandosi nel grasso, sosteneva tacitamente l’impero. … Quello era il ventre bottegaio, il ventre dell’onestà meschina. Tronfia e felice, convinta che tutto andasse per il meglio e che mai la brava gente era ingrassata in maniera così beata.”