Le cinque donne

Cinque donne, cinque fragili vite tragicamente stroncate da un assassino la cui figura ancora evoca profonde inquietudini: Le Cinque donne – La storia vera delle vittime di Jack lo squartatore è il superbo saggio di Hallie Rubenhold edito da Neri Pozza e vincitore del Premio Baillie Gifford per la non fiction.
Un libro coinvolgente come un romanzo, incalzante, scritto con garbo e competenza, puntuale ed efficace come deve essere un’autentica indagine storica, il volume è frutto di un accurato e minuzioso lavoro di documentazione compiuto su una gigantesca mole di carte d’archivio, giornali e pubblicazioni.
Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane sono le protagoniste.
A ciascuna di loro Hallie Rubenhold dedica un capitolo, approfondendo le vicende della vita di ognuna senza indulgere sui particolari della loro fine e tralasciando la ricerca di informazioni sulla misteriosa figura del loro assassino: nessuna supposizione sulla vera identità di lui, volutamente scarni i dettagli sugli omicidi.
L’autrice intende così riportare così al centro della scena le sventurate vittime e mostrarci il loro vero volto, delineando al contempo un affresco straordinario di una certa Londra vittoriana, ne può scrivere in tale maniera soltanto chi conosca davvero a fondo la storia della capitale inglese e chi frequenti con passione le pagine dei suoi più celebri narratori come Charles Dickens.
Una città vibrante, fosca, complicata e tumultuosa e resa reale da questa scrittura magnifica, ad esempio così viene presentata Fleet Street, la zona del distretto tipografico:

“I cilindri ruotavano, le cinghie giravano, gli ingranaggi ticchettavano e ronzavano mentre i caratteri e l’inchiostro si imprimevano sulla carta. I pavimenti vibravano, le luci ardevano senza posa. …. Fleet Street e i dintorni erano un alveare pieno di celle in cui si stampava. I camici lerci e i grembiuli macchiati erano l’unico vestiario possibile per gli operai: più il lavoratore faticava più era nero e fuligginoso.”

Taluni, in questo mondo implacabile, restano facilmente sopraffatti.
Per i bassifondi e per le strade di Whitechapel una varia umanità si arrabatta per sopravvivere e per rimanere a galla, qui si compiono i destini di Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane.
Hallie Rubenhold narra delle loro famiglie di provenienza e della loro infanzia, poi le mostra giovani donne con i loro progetti e le loro speranze.
Ecco Polly e il suo matrimonio finito male e la sua vita vagabonda.
E poi Annie con le sue ambizioni di agiatezza, il marito di lei è cocchiere per un aristocratico, potrebbe sembrare che il destino arrida alla coppia eppure anche davanti ad Annie si spalancherà l’abisso della sofferenza.
Elizabeth invece rincorrerà il suo destino dalla lontana Svezia, sua terra natale, Kate sarà segnata dalla perdita prematura della madre e nella sua vita avrà molte rocambolesche disavventure.
Ammantata da maggior mistero è la figura di Mary Jane, di lei non si conoscono molti dettagli e non è nemmeno del tutto certa la sua vera provenienza.
Queste esistenze sbandate sono segnate da miserie e lutti improvvisi, da tremende malattie e solitudini, in ognuna di queste donne qualcosa irrimediabilmente si frantuma e mai più si ricomporrà, tutte loro sono poi accomunate da una fatale tendenza all’alcolismo.
Hallie Rubenhold pone l’accento sulla consuetudine di guardare a queste vite attraverso il caleidoscopio deformante del pensiero vittoriano con la sua morale che poneva comunque ai margini una certa classe di donne e le privava del loro giusto riconoscimento sociale.
A loro è dedicato questo libro, affrescato dalla sua sua autrice con stile vivido e sapiente, in un racconto che restituisce a cinque donne i tratti delle loro fragili identità.

“Sin dalla loro venuta al mondo, le circostanze furono avverse a Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane. Cominciarono a vivere in condizioni svantaggiate. Non solo quasi tutte erano di bassa estrazione, ma appartenevano anche al sesso sbagliato. Prima ancora di imparare a parlare erano considerate meno importanti dei fratelli e un peso più gravoso per la società rispetto alle bambine benestanti. Il loro valore era già compromesso, prima ancora che riuscissero a dimostrarlo.”

Per amore di Fanny

Questo è il ricordo di una fanciulla, è la memoria di una giovane donna vissuta nella seconda metà dell’Ottocento.
Di lei non conosco il volto, non ho un’immagine del suo viso da mostrarvi, di lei è stata tramandata la memoria dall’uomo che la amò e allora io voglio riportare lei davanti ai vostri sguardi.
Accade ad ognuno: il tempo sfugge e ad un certo punto nessuno pronuncia più il tuo nome, allora oggi sarò io a ripetere il nome di lei: Fanny Ricci, moglie di Edoardo Michele Chiozza.
Lui fu un giornalista e autore della splendida Guida Commerciale di Genova del 1874-75, un volume per me prezioso che ho la fortuna di possedere e più volte citato su questo blog.
Questo libro è dedicato a lei, a Fanny, le tre pagine nelle quali lui la ricorda sono tra le più struggenti che abbia mai letto.
Come lo racconti un amore?
Dove trovi le parole giuste per descrivere un sentimento che stravolge e coinvolge?
Fanny è appena una ragazza, è giovane, leggiadra e saggia, a Michele la lega un profondità di affetti che lui descrive a questa maniera:

“Pieni entrambi eravamo di vita, tutto aveva illusione di sorriso per noi, mai invidiammo il mondo in nessuna delle sue attraenti bellezze e se una preghiera rivolgevamo a Dio, quella si era di conservarci l’amore.”

Sua sposa, sua compagna, sua luce persino nella stesura di questo libro a lei dedicato.
Edoardo e Fanny si conoscevano da ben dieci anni ma il loro matrimonio durò appena un anno e 10 mesi, fu una malattia implacabile a portare via la giovane donna dalle braccia del suo amato lasciandolo nella disperazione.
E come lo racconti un dolore?
Dove trovi la forza per esprimerlo e in quali aggettivi riponi il segreto del tuo sentire?
Non si rassegna Michele, non trova conforto nel naturale scorrere del tempo che lo lascia attonito:

“Ed anzi ancor non cessò né la mia sorpresa né il mio dolore dopo la Tua dipartita dalla terra, nel vedere il mondo continuare indifferentemente il suo corso, il sole alzarsi e splendere dal firmamento; l’osservare lo stesso movimento nelle persone; aprirsi, come di consueto, tutti i negozi, la gente sorridere e divertirsi come quando Tu vivevi.”

E ugualmente stupefatto si ritrova a constatare che lui ancora vive, anche se lei non c’è più.
Appena lo rincuorano tutta quella felicità trascorsa, le gioie condivise, le piccole complicità.
Dolce, tenera e comprensiva Fanny, di lei Edoardo Michele narra che una volta rimase tanto impressionata nel leggere sul giornale la notizia della morte di una giovane sposa e le balenò allora alla mente la possibilità di essere separata improvvisamente dal suo amore.
E lui racconta ancora di trovare conforto nel visitare la tomba di lei e di restare là, sentendosi più vicino alla sua Fanny.
Adorata e perduta Fanny, descritta come ottima figlia e moglie virtuosa, era una creatura dalle molte doti, Fanny sapeva disegnare con un certo talento e sapeva suonare il pianoforte, inoltre si occupava della sua famiglia con solerzia e gentilezza, angelo tanto rimpianto da tutti coloro che l’avevano amata.
Ho letto e riletto molte volte la dedica ricolma di dolente ardore scritta da lui che la amò e sempre mi commuove.
Ho poi cercato senza successo la tomba di lei e se dovessi un giorno riuscire a trovarla a Fanny porterò dei fiori delicati, da parte mia e da parte del suo amato Edoardo Michele.
Per adesso a lei dedico questo rosso bocciolo di rosa veduto la scorsa estate, nell’ammirarne la delicatezza ho pensato che anche a Fanny sarebbe piaciuto.
E ancora una volta ripeto il suo nome, così come è scritto sul frontespizio del libro del suo adorato marito: alla memoria di Fanny Chiozza nata Ricci.
Desideravo ricordarla da tanto tempo, l’ho fatto in questo modo, sperando di avere trovato la maniera giusta per riportare davanti ai vostri occhi il suo viso dolce di fanciulla.
E a lei lascio ancora le parole di lui, il suo amato Edoardo Michele, che così volle concludere la dedica alla sua amata per sempre perduta.

“Fanny, angelo mio, qualunque sia oggi la tua esistenza io ti amo sempre e mai si cancelleranno dal mio cuore le impressioni profonde che le tue splendide virtù vi lasciarono né mai dimenticherò la tua breve ed agitata vita piena d’amore per me.
E non mi ami tu forse sempre? Sì, e me lo fai chiaramente comprendere – Allorquando chiuse ho le palpebre al sonno lo spirito tuo s’impadronisce della mia mente finché mi sveglio e di mal animo perché la notte cedendo il posto al giorno porta seco l’adorata tua immagine. Io ti ringrazio sai, per questa tua predilezione, vedo che pensi sempre all’infelice tuo marito.”

Edoardo Michele Chiozza

La gioia di vivere

“Tutto si dissolveva in una pietà immensa – avrebbe voluto poter amare di più, dedicarsi tutta, donarsi, sopportare l’ingiustizia e l’offesa per meglio confortare il suo prossimo.”

Questo è il sentire di una creatura generosa sbocciata come puro giglio dalla prolifica penna di Emile Zola nel 1884: Pauline Quenu è la protagonista del romanzo La gioia di vivere, dodicesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart.
Come di consueto, Zola ci ha già fatto conoscere l’eroina di questo suo libro, Pauline è infatti apparsa brevemente tra le vivaci righe del romanzo Il ventre di Parigi, la fanciulla è figlia di Quenu e della salumiera Lisa Macquart.
Tra le pagine di La gioia di vivere la ritroviamo ancora bambina e già orfana, lo scenario della sua vita non sarà la capitale francese ma il villaggio marinaro di Bonneville in Normandia, là Pauline vivrà con lo zio Chanteau, sua moglie e il loro figliolo, un ragazzo di nome Lazare.
Gli Chanteau non se la passano tanto bene, Pauline per parte sua ha in dote una ricca eredità che dovrebbe essere il suo lasciapassare per il futuro ma la zia Chanteau, a poco a poco, dilapida il suo patrimonio, parte di esso viene anche usato per realizzare i progetti imprenditoriali di Lazare.
E Pauline, docile e altruista, lascia fare.
La zia, invece di esserle grata, sviluppa verso di lei un senso di assoluta e incomprensibile ostilità.
E quel Lazare, poi, è un ragazzo ombroso, immerso nelle pessimistiche suggestioni schopenaueriane, ha grandi progetti ma realizzarli non è così facile, alla fine.
Questo romanzo si distingue in particolare per l’indagine psicologica dei personaggi, per la profondità di certe loro emozioni: il giovane Lazare galleggia nel suo dolore e tenta di sopravvivergli.
E Pauline?
Come già vi ho detto lei è generosa e affabile, in realtà è anche fragile e si direbbe che potrebbe crollare da un momento all’altro ma poi nel suo intimo cela una forza e una grandezza d’animo che non hanno pari.
Lei e Lazare crescono insieme, nasce tra loro un sentimento e se leggerete il romanzo scoprirete da voi cosa ne sarà di loro.
La gioia di vivere è nella caparbietà di Pauline, nel suo attaccamento al bene e nella sua dedizione verso il prossimo ed è lei stessa a svelarne il segreto:

“Cerco di dimenticarmi di me, perché ho paura di intristirmi e penso agli altri così.”

In questo romanzo c’è inoltre un altro protagonista e la sua voce sciaborda in sottofondo alle vicende umane dei protagonisti: è il mare di Bonneville.
Ed è un mare crudele, infido, implacabile, distrugge la costa e il paese e lascia nella miseria la povera gente di Bonneville e anche per queste persone la buona Pauline ha gesti generosi e altruisti.
Il mare, potente e feroce, non conosce pietà, compassione e amore e Zola trova come sempre le parole perfette per descrivere quel mondo:

“Scendeva ripida la strada tra due scogliere a picco, quasi un colpo di accetta nella roccia, una fessura che aveva lasciato filtrare quel poco di terra dov’erano spuntate le venticinque, trenta povere case di Bonneville. Ogni marea pareva dovesse schiacciarle contro la rampa sullo stretto letto sassoso. … Non erano neppure duecento abitanti, vivevano di quello che offriva il mare, stentatamente, attaccati al loro scoglio con un’ottusa ostinazione da molluschi.”

E ancora il mare è inquietudine che sempre ritorna come le onde:

“Il mare con il suo rollio perpetuo, il suo flusso ostinato la cui onda batteva la costa due volte al giorno, lo irritava come una forza bruta estranea al suo dolore, da secoli accanita a levigare le stesse rocce, senza aver mai pianto su una morte umana.”

In queste parole c’è la sofferenza mai risparmiata ai protagonisti di questo romanzo, tuttavia la dolce Pauline non si arrenderà e, divenendo donna, sarà il faro che illumina le cupezze dell’animo di Lazare, sarà lei a rendere la sua vita meno amara nei modi più inaspettati.
E così, nel conoscere Pauline, il lettore prova un naturale moto di affetto per lei, anche se appare talvolta difficile comprendere la sua assoluta dedizione: Pauline si dimentica di se stessa e lo fa davvero, come ha promesso.
Romanzo intenso e particolare, La gioia di vivere è la storia di una vita che spesso non pare neanche sfiorare la felicità e Zola come sempre è magistrale nello svelare le pieghe dell’animo umano tra esitazioni, tumulti del cuore e tormenti.
Su uno scenario livido e scabro, in un mondo che deve difendersi dalla furia devastante delle onde, nella piccola Bonneville, dove talvolta anche l’abisso si placa e lascia intravvedere la luce della speranza.

“Quel grande cielo azzurro, quel mare di raso, quelle giornate che ora splendevano tiepide e chiare prendevano una dolcezza infinita.”

Shakespeare and Company

“Poi venne uno specialista a dipingere il nome che avevo deciso di dare al negozio, Shakespeare and Company. Mi era venuto in mente una sera, a letto. Qualcosa mi diceva che il mio collega William – come lo chiamava la mia amica Penny O’Leary – guardava con occhio benevolo all’impresa: si aggiunga che i suoi libri si vendevano ancora molto bene.”

Benvenuti tra le mura di una leggendaria libreria parigina, la sua storia avvincerà tutti coloro che amano la lettura.
Ai giorni nostri nella capitale francese è tuttora celebre e molto ricercata la libreria situata sul Lungosenna che negli anni ‘60 ereditò il nome da questa precedente attività della quale la fondatrice Sylvia Beach narra le vicende in Shakespeare and Company edito in Italia da Neri Pozza.
È un libro elegante, scorrevole, ricco di aneddoti e di storie letterarie e sin dalle prime pagine si contraddistingue per una particolarità: si resta gradevolmente coinvolti dalla scrittura di Sylvia Beach ed è inevitabile provare per la sua persona un moto di spontanea simpatia.
Sylvia Beach è una giovane americana sognatrice e intraprendente: è il 1919 quando apre sulla Rive Gauche la libreria che chiamerà Shakespeare and Company, il negozio avrà due diverse sedi e quella definitiva sarà in Rue de l’Odéon.
Lei che sognava di avere una libreria francese a New York diventerà invece proprietaria di una libreria anglossassone a Parigi che sarà imprescindibile meta di intellettuali e scrittori, nel tempo in cui in America imperversa il proibizionismo Parigi diviene sognata e magnifica realtà.
Sylvia Beach mette tutto il suo cuore e la sua anima nella sua attività, non solo vende i libri ma li dà anche in prestito e certi famosi scrittori ne prenderanno tantissimi magari riportandoli dopo molto tempo come era solito un caro amico di Sylvia: James Joyce.

E Joyce è una delle personalità chiave dell’esistenza di Sylvia e dell’avventurosa vicenda di Shakespeare and Company: quando ancora tutti guardavano con diffidenza alle opere dell’autore irlandese è Sylvia Beach a pubblicare per prima il monumentale Ulysses.
Lei ha passione, lungimiranza, pazienza e spirito di iniziativa, è Sylvia a produrre persino due dischi nei quali James Joyce legge brani tratti dalle sue opere, queste registrazioni saranno in seguito conservate presso il Musée de la Parole di Parigi.
Nella sua appassionata esperienza di libraia Sylvia Beach entra così in contatto con i maestri della letteratura e della cultura tra i quali Ezra Pound, D. H. Lawrence, Ernest Hemingway, Thornton Wilder, Valery Larbaud e molti altri.
Nel libro delle sue memorie Sylvia riporta così alla luce episodi magnifici con il suo stile lieve e garbato, è come essere seduti in un salotto parigino ad ascoltare la voce di lei che narra, ad esempio, di Francis Scott Fitzgerald:

“Gli volevamo un gran bene, come tutti quelli che lo conoscevano, del resto. Con quei suoi occhi azzurri, quella sua generosa e folle imprevidenza, quel suo fascino di bellissimo angelo caduto passò come una visione luminosa e troppo fugace per Rue de l’Odéon, abbagliandoci per un momento.”

Con la stessa naturalezza Sylvia racconta che i fotografi ufficiali della sua bella compagnia erano Man Ray e la sua allieva Berenice Abbott, i loro ritratti tappezzavano le pareti di Shakespeare and Company.
E ancora, così scrive di un altro suo caro amico:

“Ebbi l’onore di conoscere Paul Valéry – incontrato nella libreria di Adrienne – e spesso, dopo aver aperto Shakespeare and Company, la gioia di vederlo entrare nel mio negozio per venirsi a sedere accanto a me, a chiacchierare e scherzare. Valéry scherzava sempre.”

Fino all’ultima pagina la libraia Sylvia Beach vi affascinerà con i suoi aneddoti, con le storie della sua vita, con i ricordi dei suoi incontri mai banali.
Se amate i libri e la letteratura adorerete questo volume, le pagine scorreranno e a voi sembrerà di essere a Parigi, accanto a Sylvia a chiacchierare con lei: proprio come faceva Paul Valéry nell’affascinante atmosfera di Shakespeare and Company.

Memorie a rotta di collo

“A volte mi chiedo se il mondo sembrerà ancora un posto così eccitante e spensierato come sembrò a noi a Hollywood all’inizio degli anni Venti. Eravamo tutti giovani, l’aria della California del Sud sembrava vino. Anche il nostro lavoro era giovane e fiorente come non mai.”

Con una scrittura accattivante, briosa e brillante l’attore Buster Keaton racconta la storia della sua vita nel volume Memorie a rotta di collo scritto con Charles Samuel, il volume fu pubblicato per la prima volta nel 1960 ed è edito in Italia da Feltrinelli.
È un libro intrigante, pieno zeppo di aneddoti curiosi sull’epoca d’oro di Hollywood, se amate la storia del cinema lo adorerete, se avete in mente il nome di qualche stella dell’epoca di Buster Keaton sappiate che c’è una buona probabilità che troviate quel nome tra queste pagine.
Lui, il genio stralunato e spericolato di Buster Keaton si narra senza riserve, presentando al lettore la sua vita e il suo mondo che da sempre è stato quello dello spettacolo.
Sì, perché il piccolo Joseph Francis Keaton nasce nel 1895 in una famiglia di attori di vaudeville e inizia a calcare le scene ad appena 4 anni.
E tutti lo conosciamo come Buster, questo suo nome d’arte egli lo deve ad una figura a dir poco leggendaria con il quale lavorò suo padre: il grande Harry Houdini.
Acrobata spericolato, autentico uomo da palcoscenico, testimone del suo tempo dorato, Buster Keaton si fa strada nel mondo dello spettacolo e i nomi che lo affiancano e che accompagnano il suo percorso artistico e il suo racconto sono quelli delle celebrità dell’epoca come Charlie Chaplin, Harold Lloyd, Mary Pickford e molte affascinanti dive del suo tempo.
Vissuto nell’epoca dei grandi cambiamenti e della scoperta di diverse modalità espressive, Buster Keaton vive l’avvento del cinema muto e più tardi la nascita del cinema sonoro, una vera e propria rivoluzione.
E quella magia del cinema è resa così palpabile in queste sue parole:

“La macchina da presa non aveva limiti. Il mondo intero era il suo palcoscenico. Se per scenario si volevano città, deserti, l’Oceano Atlantico, la Persia o le Montagne Rocciose bastava portare lì la macchina da presa. … Niente di ciò che si poteva sentire o vedere era oltre le possibilità della macchina da presa.”

La gloria, la ricchezza e i successi, la celebrità e gli amori tempestosi, gli scandali, gli eccessi, i tempi bui e le difficoltà, tra le pagine di questo libro troverete luci ed ombre di Hollywood narrate con brillante sapienza da uno dei suoi protagonisti.
E lui, il nostro Buster Keaton, svela al lettore anche certi piccoli segreti.
Ad esempio, sapete come nacque il nome Metro Goldwyn Mayer?
E sapete come deve essere fatta una torta da tirare in faccia? Eh sì, Buster Keaton spiega anche la ricetta con dovizia di particolari.
Estroso e spiritoso, Buster Keaton fu anche protagonista di memorabili scherzi e io mi sono ritrovata a ridere da sola mentre leggevo l’aneddoto riguardante Pauline Frederick, affascinante stella del cinema muto.
Dovete sapere che costei aveva una magnifica villa a Beverly Hills e spese migliaia di dollari per avere un prato proprio come lo desiderava, la difficoltà era dovuta al tipo di terreno.
Un bel giorno però ecco un gruppetto di tre attori che mette in scena lo scherzo perfetto: loro tre sono Roscoe Arbuckle, Lew Cody e il nostro Buster Keaton.
Bardati con abiti di scena, armati di vanghe, picozze e strumenti vari partono a bordo di una vecchia Ford e si presentano davanti alla casa diva.
All’attonito maggiordomo si qualificano come uomini del Dipartimento del’Energia Elettrica e Gas di Beverly Hills giunti a scavare in quella zona per individuare una grave perdita, spiegano che dovranno scavare con cura e mandare all’aria il curatissimo prato della dimora per ragioni di sicurezza.
Andò a finire che dalla casa uscì Pauline Frederick con sua zia, entrambe in vestaglia, l’attrice si avvicinò ai tre uomini pregandoli di non guastare il suo bel prato e quando riconobbe i tre attori anche lei si fece una bella risata.
Allegro, piacevole, questo racconto è la storia della vita di un genio di nome Buster Keaton e offre al lettore un sguardo particolare su un mondo luccicante e su un’intera esistenza trascorsa coltivando la gioia dell’arte della recitazione.

“Pochi giorni fa un amico mi ha chiesto quale fosse il piacere più grosso che avevo provato nel vivere tutta la vita da attore.
Ce ne sono stati così tanti che ho dovuto pensarci un attimo. Poi ho detto: “come tutti a me piace stare con la gente allegra”.
Questo è il più grande piacere e privilegio del comico: l’essere stato insieme a tanta gente felice che lui stesso ha fatto ridere con le capriole e le altre pagliacciate.”

Genova, 1875: il magnifico negozio del Signor Badin

Dlin dlon, dlin dlon!
Un suono dolce ci porta ancora indietro in un viaggio nel tempo, nelle strade di Genova nel 1875.
E così scendiamo giù nei caruggi, tra i genovesi che popolano la Maddalena, ci si fa largo tra la folla che indugia nelle molte botteghe, ci sono pescivendoli e cappellai, calzolai e cioccolatieri, negozi con sacchi ricolmi di cereali, arrotini e caffettieri, in questo mondo lontano anche le parole hanno un suono differente.

E scendiamo oltre, attraversiamo i Macelli, nel cuore della città vecchia.
Insieme arriveremo nella bottega di un commerciante che sa far girare bene i suoi affari, qui tutti conoscono il signor Badin, potrei giurarlo, quando c’è bisogno di lui il nostro Badin offre ai suoi clienti una vasta gamma di articoli, non c’è che l’imbarazzo della scelta!

Dlin dlon, dlin dlon!
Eccoci arrivati finalmente in Piazza Lavagna, lo vedete il Signor Badin sulla porta?
Ah sì, quello là che ci saluta gioviale è proprio lui, son fiera di farvelo conoscere!
Lui sa il fatto suo e sa sempre dare saggi consigli a chi gli espone i propri dubbi su cosa scegliere.
Dlin dlon, dlin dlon!
Cari amici, il Signor Badin è fabbricante di campanelli e non solo!
Al primo piano ha persino un intero magazzino pieno zeppo di chincaglierie e di oggetti di fantasia, c’è da perdersi lì dentro, io penso che potrei starci davvero per ore ed ore!

Dlin dlon, dlin dlon!
Dovete poi sapere che la bottega del signor Léopold Badin non è soltanto, per così dire, il paese dei campanelli.
Eh no, qui trovate tutto il necessario per godere al meglio della bella stagione nei vostri giardini, qui si vendono romantici berceau in ferro, sedie, poltrone e tavoli, magnifici cesti di fiori e molto altro.
Che meraviglia, questa fantastica scoperta l’ho fatta sfogliando un mio prezioso libro già citato diverse volte qui sul blog: si tratta della Guida Commerciale Descrittiva di Genova di Edoardo Michele Chiozza risalente al 1875.
E là, da quelle pagine antiche, è emerso il volto di quell’abile commerciante della vecchia Zena e mi si è svelata anche la sua antica sapienza.
Dlin dlon, dlin dlon, la musica di quei campanelli risuona ancora e ancora.
Ora però devo proprio lasciarvi, perdonatemi ma sono di fretta, devo andare a scegliere un canapè nel glorioso negozio di Léopold Badin in Piazza Lavagna.

L’opera

“La piazza, laggiù, con i marciapiedi immensi e la carreggiata vasta come un lago si colmava di questo flusso continuo, solcata in tutti i sensi dal brillio delle ruote, popolata di puntini neri che erano uomini: e le due fontane zampillavano ed esalavano un senso di fresco in quell’ardore di vita.
Claude gridò, tutto vibrante:
“Ah questa Parigi!… È tutta per noi, non dobbiamo far altro che prenderla!”

Ecco lo splendore di Parigi e su di lei lo sguardo di Claude Lantier, lui è il protagonista del romanzo L’Opera di Emile Zola che fu pubblicato nel 1886 e che rappresenta il quattordicesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart.
Il ciclo dei Rougon-Macquart si compone infatti di venti romanzi nei quali Zola delinea un formidabile ritratto corale dei vari componenti di una medesima famiglia secondo i dettami del naturalismo.
E così per il lettore affezionato il nome di Claude Lantier non è nuovo: Claude è figlio della sventurata Gervaise Macquart, protagonista di L’Ammazzatoio, suo fratello si chiama Étienne ed è l’eroico e idealista minatore di Germinal, la sua sorellastra per parte di madre è invece Anna Coupeau detta Nanà, una ragazza che ha scelto la via del denaro facile.
Claude è anche già apparso tra le pagine di Il ventre di Parigi ma è nelle righe di questo romanzo a lui dedicato che si delinea il suo carattere e la sua figura.
La storia si incentra sul mondo più familiare a Emile Zola: Claude è un pittore, i suoi amici sono architetti, scultori e scrittori, egli così si muove nel mondo della cultura e dell’arte, non va dimenticato a tal proposito che Emile Zola frequentava abitualmente gli artisti del suo tempo, su tutti apprezzava in modo particolare Edouard Manet ma conobbe anche Renoir, Cezanne, Monet e molti altri.
Tra queste pagine si ritrovano così Zola stesso e i suoi sodali, tra gli amici di Lantier ad esempio c’è anche un certo Sandoz, un romanziere che intende scrivere la storia di una famiglia e delle vicissitudini dei suoi membri, in questa figura si riconosce chiaramente Zola medesimo.
Nel complesso del romanzo emerge inoltre che allo scrittore francese interessa approfondire il senso della ricerca del compimento di un’opera, sia essa letteraria oppure frutto di talento nella pittura.

E così conosciamo il suo Claude Lantier che è un artista incompreso e incompiuto, un uomo difficile, taciturno, ombroso e introverso, a volte sa esaltarsi oltre misura per la propria ambizione e più spesso è invece incapace di vedere un orizzonte, a volte si mostra egoista ma sempre aspira a compiere la sua grande e assoluta opera.
Accanto a lui c’è Christine, compagna, moglie e musa, il loro amore nasce da un incontro fortuito, Christine è una fanciulla poco ambiziosa e lascerà il suo lavoro da lettrice presso una ricca signora solo per seguire il suo Claude:

Ah, quella letture che non finivano mai quanto pesavano alla ragazza!
Se avesse avuto un mestiere suo con quanta gioia avrebbe tagliato vestiti, appuntato cappellini, arricciato petali di fiori!

Lei ama intensamente Claude e sente per lui un affetto talmente profondo da superare quello che la legherà al loro figlio sfortunato e sofferente di una grave malattia, il crudele destino di quel bambino farà palpitare di rimorsi il cuore della sua povera madre.
Christine è la modella di suo marito ma diverrà persino gelosa di quell’altra lei ritratta da Claude sulla tela, l’arte è la sua rivale e Christine ne è consapevole, quando arriverà a supplicare Claude di mettere da parte la sua ricerca artistica e di dedicarsi alla loro comune felicità lui le risponderà duro:

“Io non voglio essere felice, io voglio dipingere.”

In queste poche parole c’è tutta l’essenza di Claude, il suo desiderio di successo mai appagato, la sua sete di riconoscimento, il suo timore per il fallimento.
Nelle pagine del romanzo lo vediamo aggirarsi in un luogo dove viene esposto un suo quadro e lo cogliamo mentre dubbioso cerca di carpire i giudizi dei visitatori per rimanerne fatalmente deluso.
Claude non è mai soddisfatto dei suoi dipinti incompiuti e sempre ritorna a ritoccarli e a rivederli in un faticoso e perenne torturarsi alla ricerca della perfezione.
Se leggerete questo romanzo vi troverete davanti a un dipinto di Claude dal titolo Plein Air, le figure ritratte suscitano nel pubblico ilarità e scandalo, il modo di dipingere di Claude non è compreso e anzi è travisato, riga dopo riga poi vi accorgerete che Zola per il quadro di Claude si ispirò chiaramente alla celebre Colazione sull’erba di Manet.
Arte ed eterna ricerca della propria identità, tuttavia, non sempre coincidono con il raggiungimento della felicità, è ben evidente che Claude non appartiene alla schiera dei vincitori.
Il racconto della vicenda umana di Claude Lantier così si compie, nello scenario favoloso di questa Parigi scintillante, fonte di sogno e delusione, di illusione e di bellezza mai raggiunta.

“Parigi lo aveva riafferrato fino al midollo, con violenza: e nella fiamma alta di questa fornace ritrovava come una seconda giovinezza, un entusiasmo, un’ambizione, un desiderio di vedere tutto, fare tutto, conquistare tutto.

Quando attraversava Parigi scopriva quadri ovunque, l’intera città con le sue strade, i vicoli, i ponti, gli orizzonti colmi di vita, si diramava in una serie d’immensi affreschi, che giudicava sempre troppo angusti, inebriato dall’idea di quelle sue opere colossali.”

Vite scritte

“Nessuno sa che faccia avesse Cervantes, e non si ha neppure alcuna certezza su quella di Shakespeare, ragion per cui il Chisciotte e il Macbeth sono testi ai quali non si accompagna un’espressione personale, un volto definitivo, uno sguardo che gli occhi degli altri uomini abbiano potuto congelare e fare proprio nel tempo.”

Queste sono le riflessioni di uno scrittore a proposito di altri scrittori e le trovate tra le pagine di Vite scritte, un libro arguto e raffinato di Javier Marías pubblicato in Italia da Einaudi.
Nel suo volume l’autore madrileno presenta ai suoi lettori la sua personale galleria di eminenti rappresentanti della letteratura e della poesia, sono tutti autori non più viventi e nessuno di essi è spagnolo.
Marías svolge così un’elegante e insolita ricerca letteraria, a mio parere più facilmente apprezzabile da chi già possiede una certa conoscenza degli autori da lui proposti.
I suoi ritratti, infatti, non sono stringate biografie e non sempre vi si trovano approfonditi rimandi agli eventi essenziali della vita di ognuno, Marías descrive gli scrittori da lui prescelti indulgendo su certe idiosincrasie, narrando episodi specifici, evidenziando pregi, difetti, virtù o vizi capitali.
Ne consegue che, nel caso non si conosca l’autore del quale si sta parlando, può essere più arduo cogliere certe sfumature e capire il senso di certe narrazioni.
È un mondo strano quello degli scrittori, ognuno di essi non è esente da umane debolezze.

Pagina dopo pagina affiorano i volti di autentici mostri sacri della letteratura come Joyce, Conrad, Conan Doyle, Tomasi di Lampedusa, Rilke, Kipling, Rimbaud e molti altri ancora.
Di alcuni si scoprono insolite ruvidezze o particolari eccessi, Marías non fa sconti a nessuno, i suoi sono ritratti particolari che tendono a mettere in evidenza le pieghe del carattere di ognuno.
Una sezione dal titolo Donne fuggitive è interamente dedicata alle scrittrici, non conoscevo alcune di esse e ad esempio mi ha particolarmente incuriosita il capitolo dedicato a Julie de Lespinasse.
Toccante e commovente è il ritratto di Emily Brontë e della sua breve vita, lo scrittore ce la racconta anche nei giorni della sua infanzia e scoprirete così per quale ragione le sue sorelle l’avessero soprannominata Il Maggiore.
Ho ritrovato tra queste pagine i miei amati Dickens e Wilde, per me loro sono persone care.
Mi è piaciuto conoscere meglio le vicende della vita di Laurence Sterne che si distinse per l’amabilità del carattere, la cordialità e la mitezza d’animo, Marías narra tra l’altro che fu Sterne a diffondere tra i suoi contemporanei l’usanza di scacciare le mosche invece di ucciderle.
Mi ha sorpreso scoprire alcune particolarità a proposito di Joseph Conrad che era un uomo piuttosto difficile e irritabile ma conservava tuttavia un certo senso dell’ironia non sempre compreso, mi sono poi ritrovata a seguire i passi di James Joyce con le sue superstizioni e il suo carattere complicato.
Vite scritte è un libro godibile e raffinato, piacerà di certo agli appassionati di letteratura, il volume è anche arricchito da un’ampia sezione fotografica con i ritratti degli scrittori, Marías confida che lui stesso colleziona cartoline con ritratti di celebri autori e ne possiede circa 150.
Tra tutte le vicende narrate quella che mi ha più colpito si trova nelle ultime pagine del libro e narra alcuni momenti del legame di affetto che intercorreva tra Gustave Flaubert e Ivan Turgenev.
Uniti da una lunga amicizia che durò ben 17 anni i due si scrivevano lunghe lettere e nel corso degli anni presero a lasciar da parte gli argomenti letterari e a concentrarsi sulle loro vicende domestiche.
Sono parole spontanee, a volte ironiche, a volte allegre e talvolta anche amare, tracce di esistenze preziose che a noi hanno lasciato romanzi e parole che ancora amiamo.

Charles Dickens

“In altre parole, Dickens si deliziava delle idiosincrasie e delle leziosaggini dei suoi personaggi. Una volta creati continuavano a vivere in lui come altrettanti amici immaginari che aveva il piacere di presentare nelle occasioni più appropriate.”

Tragedia e gaiezza, dramma e comicità, denuncia sociale e ricerca di giustizia animano le pagine dei suoi romanzi, indimenticabili sono i personaggi che affollano i suoi libri: Charles Dickens è stato uno dei più influenti scrittori del suo tempo e la voce dell’epoca vittoriana.
Non sembrerebbe semplice tratteggiare il percorso dell’esistenza appassionata e a tratti burrascosa di Dickens ma lo scrittore Peter Ackroyd consegna ai suoi lettori una biografia a dir poco superba, il suo volume dal titolo Charles Dickens è edito in Italia da Neri Pozza.
Con una scrittura garbata, puntale ed elegante Ackroyd prende per mano il lettore e lo conduce per le strade cupe di Londra e nell’Inghilterra di Dickens, a fianco dello scrittore più amato della sua epoca, tratteggiando i i giorni della sua vita con un corposo racconto che si estende per ben 564 pagine senza mai perdere intensità.
E per una volta ho fatto un’eccezione: ho rallentato il ritmo della mia lettura per il puro piacere di restare più a lungo in compagnia di Charles Dickens.

Vita e letteratura si intrecciano e si sovrappongono nell’esistenza di Dickens: lo scrittore che narrò drammatiche vicende lacrimevoli di bambini sfortunati fu mandato appena dodicenne a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe.
E Ackroyd ci accompagna a seguire il suo percorso umano da bambino a ragazzo, in contrasto e dissidio con il padre.
Prolifico e fantasioso scrittore Dickens pubblica i suoi romanzi a puntate su diversi giornali, per la sua produzione straordinaria attinge al suo vissuto e alle proprie esperienze personali e nella sua narrazione Ackroyd mette particolare cura nel proporre continui rimandi e collegamenti tra il mondo reale e il mondo letterario in un racconto di una finezza straordinaria.
Il biografo si assume così un compito oneroso e importante: racconta il talento dello scrittore ma narra anche l’uomo con i suoi pregi e i suoi umani difetti.
Di Dickens scoprirete passioni e debolezze, la tormentata vita sentimentale e il rapporto non sempre facile con i suoi figli.
Di Dickens conoscerete la fragilità, la sua continua ricerca della sicurezza economica come conseguenza degli anni difficili della sua infanzia.
Saprete come i suoi contemporanei percepivano la figura di lui, scrittore amato e idolatrato, a volte però la realtà si discostava dall’idealizzazione iconica che il pubblico aveva di lui.
Viaggerete con Dickens, in giro per l’Europa e fino in America, ci sarete anche voi ad ascoltare le sue conferenze e sarete silenziosi spettatori del suo metodo per inventare i nomi dei suoi personaggi.
Ah, quando parlava incantava tutti!
Sarete accanto a lui e ai suoi amici, un consesso di celebri scrittori del tempo, particolarmente emozionanti per me sono i suoi incontri con Hans Christian Andersen.
Non lascia nulla in sospeso Peter Ackroyd ed io gli sono davvero grata per questo suo sublime ritratto: la grandezza di uno scrittore si riscontra nella capacità di farti vivere realmente tra le pagine dei suoi scritti e Ackroyd riesce magistralmente nell’intento.
Non vi ho svelato poi molto della vita di Charles Dickens, vi lascio la gioia di scoprirla da voi tra le pagine di questo libro che mi dispiace persino di aver terminato, non a caso questa biografia suscita il desiderio di rileggere i romanzi di Dickens e lascia un patrimonio di sensazioni per me prezioso.
A tratti, su certe pagine, ho lasciato un bel sorriso.
Altrove, invece, mi sono davvero commossa, in particolare quando l’esistenza terrena di Dickens sta per volgere al termine e Ackroyd immagina attorno allo scrittore tutti quei personaggi magnifici scaturiti dalla sua fantasia, da Oliver Twist a Nicholas Nickleby, dal Signor Pickwick alla Piccola Dorrit.
E sulla fragilità effimera che contraddistingue la vita riluce così la stella brillante dello scrittore geniale il cui nome sarà sempre immortale grazie a quel suo talento inimitabile.
Dickens fu un uomo eclettico con una personalità dalle molte sfaccettature, ebbe nella sua esistenza glorie e trionfi ed è ancora Ackroyd a chiosare con sapienza lo stile di questa sua biografia e la sua maniera di farci conoscere Dickens svelandone certi particolari ed istanti.
A questo libro, scrive Ackroyd, ben si adatta una saggia citazione tratta da David Copperfield:

La vita è un insieme di inezie.

È proprio là, in certi fatti apparentemente da poco e negli eventi del quotidiano che si può trovare la chiave di lettura di certe opere grandiose di Charles Dickens, in quel gioco straordinario in cui letteratura e vita si incontrano e si intrecciano.

Il denaro: ascesa e caduta di Aristide Saccard

“Appena solo, Saccard fu preso dal rumoroso vocio della Borsa che sembrava l’ostinato rombo della marea crescente. […] Di quattro angoli, dalle quattro strade, il torrente delle carrozze e dei pedoni affluiva sempre più rapido, in un traffico inestricabile, mentre il passaggio degli omnibus aumentava il disordine, e le carrozze dei procuratori degli agenti di cambio, in fila, sbarravano il marciapiede quasi da un capo all’altro del cancello. Ma gli occhi di Saccard si fissavano sui gradini più alti, dove sfilavano le redingote, in pieno sole.”

Frenesia, tumulto, voci tonanti, sete di successo e di quella ricchezza che fa sentire onnipotenti e sovrani del mondo: questo traspare dalle pagine del romanzo Il denaro, magnifico diciottesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart scritto da Emile Zola nel 1891.
Ritroviamo ancora Aristide Saccard, lo scaltro speculatore già protagonista del romanzo La preda ma questa ulteriore opera è del tutto differente dalla prima per intreccio, complessità ed intensità.
Questa è una superba storia di cupidigia e di brama di possesso, è la vicenda di una spericolata speculazione finanziaria che vede Saccard come primo attore assoluto mentre attorno a lui si affolla una babele di personaggi e ad ognuno di essi Zola assegna un ruolo sulla scena, sono talmente numerosi che è praticamente impossibile raccontare brevemente la trama nel suo complesso, si rischierebbe di far torto a qualcuno.
Emerge qui lo straordinario talento dello scrittore francese nel tratteggiare un’impressionante miriade di figure minori e di comprimari fondamentali per la struttura del romanzo, in questo risiede una delle forze distintive di Zola: egli mostra al lettore un mondo intero con le sue debolezze e i suoi peccati da scontare.
Ed ecco quindi Saccard con il suo grandioso progetto di costituire la Banca Universale, lui ha mire persino in Asia, la sua sete di potere non conosce confini e al suo cospetto finiscono così i parigini con i loro risparmi, sono tanti a mettersi nelle mani di Saccard sperando in questo modo di arricchirsi.

Lui è persuasivo, arrogante e incapace di arrendersi, con la sua furia trascina con sé anche gli innocenti e i puri di spirito che nelle cose del mondo restano sempre, in qualche modo, impigliati in certe losche vicende.
Straordinarie sono certe figure femminili come ad esempio la Principessa di Orviedo, ormai vedova ha ereditato dal marito un patrimonio immenso accumulato con le peggiori astuzie: Zola definisce il principe un inappuntabile bandito moderno che aveva fatto i soldi al luminoso sole della Borsa a scapito della povera gente.
E così la Principessa di Orviedo, per espiare le colpe del suo orrido consorte, si riduce a vivere in umili stanzette e dona i suoi beni ai poveri, fonda l’Opera del Lavoro e cerca così di fare in modo che quel denaro immondo porti bene e e felicità ai più sfortunati.
Nella sua corsa al successo Saccard incontra poi una donna che sarà sua compagna: Madame Caroline ha appena 36 anni eppure i suoi capelli sono già candidi.
Non bella, ha un portamento regale e una sorta di fascino aristocratico, Zola non manca di sottolineare che Saccard è più basso di lei e quasi le invidia quella sua corporatura robusta.
In una sorta di incomprensibile ingenuità, travolta quasi dalla passione per Saccard, la giovane Caroline si lascia coinvolgere nelll’affare della Banca Universale eppure non sembra così sprovveduta e a Saccard dice queste parole:

“Cercate di calpestare meno persone possibile, e soprattutto non calpestate nessuno di quelli che amo.”

Gli ingranaggi di questo sistema feroce stritolano vite e speranze, il denaro obnubila, contamina, fa perdere il senno, regala la gloria ma fa anche precipitare nell’abisso: in contrasto con la figura di Saccard Zola pone il giovane Sigismond che è  discepolo di Marx e crede fermamente in una società diversa e nel riscatto degli oppressi.
Tutto attorno questa Parigi frenetica del Secondo Impero brilla radiosa, mirabili sono le descrizioni di un’epoca e delle sue sfide, Zola è autore di pagine indimenticabili e nei suoi romanzi più complessi, come ad esempio questo, emergono il suo talento e la sua capacità di indagare nell’animo umano.
Nella folla dei molti personaggi che abitano queste pagine incontrerete una figura sinistra: è una donna goffa e corpulenta, Madame Méchain traffica in losche attività, raccatta a destra e a manca azioni di fallimenti e titoli deprezzati e li tiene in quella sua grande borsa di cuoio nero che si porta sempre appresso.
Gira con il cappello viola calcato sulla testa, sgraziata e gonfia, con la faccia rossa, Madame possiede pure un terreno sul quale sorgono delle catapecchie che affitta a dei miserabili e non si fa certo scrupolo a buttarli fuori quando questi non pagano l’affitto.
Del resto una sola cosa è importante anche per lei: il denaro.
I soldi e la ricchezza, linfa vitale della gente come Saccard:

Il denaro è il concime su cui cresce l’umanità di domani.

E tra queste miserie dello spirito, resta un interrogativo che l’autore attribuisce a Madame Caroline, questi sono i suoi pensieri mentre si appresta ad iniziare una nuova vita.
C’è una bellezza senza tempo in queste parole e forse davvero Emile Zola ha lasciato ad ognuno dei suoi lettori il compito di trovare la risposta:

“Al di là del fango, delle tante vittime travolte e schiacciate, di quell’abominevole sofferenza che ogni passo in avanti costa all’umanità, non c’è una meta oscura e lontana, qualcosa di superiore, di buono, di giusto, di definitivo, verso cui andiamo, senza saperlo e, che ci gonfia il cuore dell’ostinato bisogno di vivere e di sperare?”