I formidabili Frank

“Un fratello e una sorella hanno sposato una sorella e un fratello.
La coppia più anziana non ha figli e quindi quella più giovane glieli presta.”

Così ha inizio la tiritera imparata a memoria dai piccoli fratelli Frank per presentare la loro bizzarra famiglia, questi sono I formidabili Frank.
Un libro del quale è autore Michael Frank, scrittore, saggista e giornalista, lui è anche autenticamente innamorato di Genova e della Liguria e tempo fa sul New York Times apparve un suo articolo dedicato alla Superba certamente apprezzato da molti miei concittadini.
Veniamo alla stramba famiglia di Michael, le loro vicende sono a tratti davvero straordinarie, i Frank abitano nei dintorni di Los Angeles, la storia si dipana con il ritmo di un romanzo ma in realtà questo è un libro di memorie, a volte amare e a volte dolcissime.
Figura centrale della vita e della storia di tutti loro è la fantastica zia Hank, lei e lo zio Irving sono sceneggiatori di Hollywood e quindi frequentano un mondo vivace e ricco di stimoli.
Zia Hank è chiaramente un personaggio di primo piano e spicca con la sua forte personalità: eccentrica, particolare, teneramente dispotica, a volte testarda e caparbia fino all’eccesso, decisamente unica.
Ama gironzolare per mercatini di antiquariato e detesta le cose moderne, sa precisamente cosa sia giusto e cosa invece sia sbagliato, zia Hank ha le idee chiare su tutto e ha anche un nipote preferito: proprio lui, il piccolo Michael.

Ed è chiaro, no?
Zia Hank vuole decidere della vita degli altri, in particolare per quanto riguarda quel suo nipote adorato.
E Michael ricambia il suo amore, da bambino aspetta la visita della zia con impazienza:

“Non c’era persona al mondo che desiderassi così tanto vedere.”

Ed eccola la zia, arriva a bordo della sua scintillante Buick, secondo un copione tipicamente hollywoodiano.
Ed è tutto un gioco di delicati equilibri nei quali intervengono i genitori di Michael, secondo mamma e papà è chiaramente ingiusto che soltanto uno dei piccoli Frank abbia tutte le attenzioni della zia.
E la vita scorre, fluisce pagina dopo pagina, dall’infanzia all’età adulta Michael racconta i giorni della sua crescita, quelli della sua ribellione e dell’affermazione della propria personalità in contrasto con quella della zia.
Alcune pagine mi hanno colpita più di altre, ad esempio quelle in cui si narrano alcuni episodi dell’infanzia di Michael, certe sue fragilità e certe prepotenze subite da suoi coetanei.
Va inoltre sottolineato che in questo libro in un certo modo anche i luoghi sono protagonisti: le case, le stanze, gli indirizzi sono parte integrante della vita e rappresentano il legame con il posto al quale si appartiene, non a caso i diversi luoghi danno il titolo ai capitoli.
Leggendo questo libro ad un tratto mi sono accorta che in realtà mi sembrava di conoscere I formidabili Frank da tutta la vita, accadono queste cose qui quando si tratta di grandi scrittori capaci di lasciare il segno.
Il volume è edito in Italia da Einaudi, si presenta con una bella edizione arricchita da una copertina anch’essa formidabile, diciamolo.
Come vi ho detto l’autore ama Genova e quindi magari non si dispiacerebbe di sapere che ho iniziato a leggere il suo libro davanti al mare della Superba dove appunto l’ho fotografato.
La scrittura di Michael Frank è garbata, pulita, priva di inutili orpelli e di qualunque forma di disarmonia, essenziale e diretta, ricca di amore vero per la forza intensa delle parole.
E tu sei lì, a metà del libro e ti dispiace quasi finirlo, ogni tanto accade persino questo, a volte.
Ed è successo quando ho incontrato I Formidabili Frank.

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Un favoloso negozio in Via Roma

C’era un tempo, a Genova un favoloso negozio dove si potevano acquistare tutte le migliori raffinatezze per le confezioni di abiti per signora e tutte le dame del bel mondo di certo lo conoscevano.
Era un posto all’ultima moda e nelle sue scintillanti vetrine venivano esposte le ultime novità in fatto di stile, doveva essere una gioia per le signore e signorine genovesi fermarsi in Via Roma da Besio per gli acquisti.

Il negozio rimase a lungo in questa via, si trasferì in seguito in un altro punto della strada ma almeno fino al 1934 si trovava ancora in Via Roma, così ho letto sulla mia Guida Pompei di quell’anno.
Noi però viaggiamo ancora più indietro nel tempo e andiamo in quel secolo di romantiche eleganze e precisamente nel 1887.
Immaginiamo quel negozio e i suoi scaffali ricolmi di ogni ben di Dio: pizzi e ricami, nastri, bottoni lucenti e ricche passamanerie.
Mi vien da dire che in Via Roma facevano concorrenza al negozio del mio avo Vincenzo che vendeva le sue raffinate creazioni in quel di Campetto, alcuni dei suoi articoli sono ancora qui con me.

A volte accade, a volte le storie si intrecciano in maniera imprevista e piacevole da ritrovare.
In quel periodo venne pubblicato un romanzo che diverrà poi un classico della letteratura: l’autore è Emile Zola e il libro si intitola Al Paradiso delle Signore.
È un autentico capolavoro e si incentra sulla vicenda di una ragazza, tra quelle pagine il lungimirante Zola narra anche il successo strepitoso dei primi magasins de nouvetés a Parigi, questi templi del lusso e della moda finiranno per mettere in seria difficoltà i piccoli negozi.
Se non avete letto il libro di Zola vi suggerisco di farlo, si tratta di uno dei romanzi che ho più amato e qui trovate la mia recensione.
Non sono certo l’unica ad aver apprezzato la lettura del romanzo dello scrittore francese, ho idea che sia piaciuto anche ai proprietari del famoso negozio, guardate con attenzione la pubblicità pubblicata sul Lunario del Signor Regina del 1887.
E immaginate di essere anche voi nella frenesia degli acquisti, le clienti esigenti trovano qui velluti e pizzi preziosi, nastri di raso, bottoni raffinati e molto altro ancora.
Insomma, un negozio delle meraviglie, per davvero!
Al Paradiso delle Signore, nel centro di Genova nel lontano 1887.

Una storia della Superba: il Seminario Arcivescovile di Genova

Oggi su queste pagine pubblico il testo che ho scritto per la mostra allestita alla Berio in occasione delle celebrazioni per il ventennale della biblioteca nella sede dell’edificio che un tempo ospitò il Seminario Arcivescovile.
Questo post racconta una storia della Superba, è la storia del Seminario Arcivescovile di Genova.

“Dalla Piazza di Ponticello oltre quella de’ Lanieri partono due altre strade, una va dritta alla Porta dell’Arco e a destra per essa ascendesi al Seminario Arcivescovile, grande edifizio che ha una bella ed imponente facciata a tramontana rivolta, e all’opposto due bracci che comprendono un ampio cortile con i portici all’intorno da grosse colonne di marmo bianco formati.”

Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818 – a cura di Ennio e Fiorella Poleggi SAGEP Editrice Genova – 1969

Quasi nulla resta di quanto descritto dallo sconosciuto autore che lasciò ai posteri le sue impressioni sulla città di Genova.
Le strade citate sono scomparse ma rimane, maestoso ed imponente, in questa zona che ha molto mutato la sua fisionomia, il grandioso edificio che un tempo ospitò il Seminario Arcivescovile e che adesso è sede della Civica Biblioteca Berio.

Fu il Concilio di Trento a stabilire che le diocesi avessero un Seminario per lo studio e la preparazione dei giovani che sentivano la vocazione del sacerdozio e fu l’Arcivescovo Cipriano Pallavicino a dare vita al primo seminario tra il 1575 e il 1577.
I giovani chierici, appena dodici, si dedicavano allo studio del canto e della grammatica ma ai suoi primordi il seminario era più che altro una scuola e non aveva stanze per ospitare i seminaristi, i giovani quindi tornavano ogni sera alle proprie case.
Giunse così nuovamente l’esortazione a provvedere in modo che la città avesse il suo seminario e questo accadde nel 1585 quando come coadiutore di Pallavicino venne designato Monsignor Antonio Sauli che con fattiva partecipazione si dedicò alla grande opera di fondazione del Seminario.

Egli si rivolse al Senato, all’Ufficio di San Giorgio e all’Ufficio di Misericordia e ottenne i sussidi necessari per aprire finalmente il Seminario.
In quell’epoca la sede venne stabilita in una semplice abitazione in Contrata Luculi, da una nota spese sulla quale sono annotati certi lavori di restauro risulta che la casa nella zona di Luccoli disponesse di tre stanze da letto usate appunto dai chierici.

Via Luccoli

Furono poi altre le dimore utilizzate: dal 1603 al 1610 il Seminario si trasferì in Piazza San Lorenzo, per 16 anni a partire dal 1621 fu invece in San Bernardo.
Era ben evidente a tutti la necessità di una sede più vasta e permanente per i seminaristi ed ebbe modo di constatarlo di persona l’Arcivescovo e Cardinale Stefano Durazzo.
Accadde nel 1637, nel corso di una sua visita, egli infatti vide che per ospitare 30 chierici si utilizzava una casa in affitto inadatta e non sufficientemente ampia.
Il Cardinale trovò così ai religiosi dapprima una nuova sistemazione in una zona non nota e in seguito fece in modo che fossero collocati in Carignano nelle vicinanze dei Gesuiti dove i seminaristi potevano frequentare la scuola e svolgere le loro pratiche religiose.
Durazzo, tuttavia, era sempre animato dal profondo desiderio di realizzare un vero seminario in questa città e con fervente dedizione si adoperò per raccogliere i fondi necessari.
Chiese sussidi alle famiglie più abbienti, donò egli stesso parte dei suoi averi e ottenne altre notevoli cifre grazie alle tasse che si potevano imporre ai benefici della diocesi, un ingente contributo venne dato da Emanuele Brignole che in quel periodo fece costruire anche l’Albergo dei Poveri.

Albergo dei Poveri

Per l’edificazione del Seminario fu scelta una zona di campagna che sovrastava le strade di Ponticello, i terreni vennero acquistati sul finire del 1654.
Il progetto e la realizzazione del magnificente edificio vennero affidati all’architetto Gerolamo Gandolfo di Oneglia che venne coadiuvato da Pier Antonio Corradi e Antonio Torriglia.
Sorse così il Seminario Arcivescovile di Genova, preziosi sono i suoi marmi e le colonne scolpite da
Gio Battista Orsolino, i lavori furono completati nel giro di due anni e durarono dal 1655 al 1657.
Nel primo periodo il Seminario ospitò circa 70 chierici, si tenevano scuole di grammatica, umanità, filosofia e canto.
Durazzo tenne sempre alta l’attenzione sulle vicende del seminario, nel corso degli anni furono sempre molti i benefattori che destinarono ingenti somme all’Istituto ecclesiastico, per promuoverne le attività si organizzavano anche accademie, recite e dispute pubbliche alle quali assistevano il Cardinale stesso e il Doge di Genova.

Il Seminario, nel corso dei secoli, seguì il destino e le tragiche vicende che colpirono la città, narrano le cronache che durante la tremenda pestilenza che falcidiò la popolazione intorno alla metà del ‘600 furono molti i religiosi che non si risparmiarono e diedero il loro aiuto nel soccorrere i poveri appestati.
Vennero poi altri anni e altre difficoltà, la rivoluzione del 1799 fece chiudere il seminario che fu riaperto soltanto nel 1803.
E ancora i giorni difficili non erano finiti, in quelle epoche durante le quali la vita umana era ancor più fragile, il Seminario aprì le sue porte ai colerosi durante una delle epidemie che funestarono Genova agli inizi dell’Ottocento.
Con il trascorrere del tempo il Seminario subì diverse modifiche: nel 1840 Ignazio Gardella fece realizzare anche la cappella situata al pianterreno, mentre sul finire dell’Ottocento furono apportati ulteriori ampliamenti a cura dell’ingegner Massardo che su incarico dell’Arcivescovo Magnasco realizzò due ulteriori bracci a sud con l’ingresso su Via Fieschi.

E ancora fu la storia a segnare il destino di questa istituzione religiosa, durante la Prima Guerra Mondiale metà dell’edificio fu utilizzata come Ospedale Militare, molti seminaristi vennero chiamati sotto le armi e lasciarono quindi il Seminario.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, come molti edifici di quella zona, anche il Seminario Arcivescovile subì danni in seguito ai bombardamenti.
Il tempo è passato, la zona nella quale è sorto il nostro Seminario è divenuta moderna e si trasformata in una realtà in tutto differente.
È scomparso il dedalo delle vie che confluivano in Piazza di Ponticello, sono state costruite Piazza Dante e la Galleria Colombo, l’antico edificio del Seminario è rimasto quasi adombrato dai grattacieli e dalla modernità.
L’istituzione ecclesiastica trovò negli anni ‘70 una nuova collocazione in Salita Emanuele Cavallo e bisognerà attendere gli anni ‘90 per il progetto di recupero che ha restituito alla città l’edificio con ulteriori modifiche e ampliamenti e anche con una nuova anima.
Dal 1998 il Seminario è sede della più importante Biblioteca Civica ed è un fondamentale punto di riferimento culturale della città, qui convivono innovazione e tradizione, il presente e il passato hanno trovato la giusta armonia in questo edificio che è parte del cammino di una città a volte capace di rinnovarsi nel rispetto della sua storia.

Bibliografia
Il Comune di Genova – Bollettino Municipale Nr 13 del 31 Luglio 1922
Fides Nostra – Periodico Mensile Luglio 1965
Guida Illustrativa del cittadino e del forestiero per la città di Genova e sue adiacenze Federico Alizeri – Forni Editore 1972
Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818 – a cura di Ennio e Fiorella Poleggi SAGEP Editrice Genova – 1969

Il compleanno della Biblioteca Berio

Accadono a volte cose molto belle, avere un blog dedicato alla propria città è una continua occasione di incontro e di crescita, spesso grazie a queste pagine ho avuto modo di partecipare ad eventi interessanti che riguardano la mia Genova.
Proprio di recente sono stata invitata alla festa per il compleanno della Biblioteca Civica Berio che da vent’anni ha la sua sede nell’edificio che un tempo ospitò il Seminario Arcivescovile.
Questa biblioteca nel fiore degli anni che prima si trovava a De Ferrari è stata così celebrata dai suoi tanti estimatori, da coloro che hanno studiato sui libri conservati sui suoi scaffali e dagli amanti della lettura.

In molti hanno dato il loro contributo alla realizzazione di questa splendida iniziativa, durante la festa di venerdì 4 Maggio è stato anche inaugurato il nuovo giardino della Biblioteca curato dagli studenti dell’Istituto Agrario Marsano.

Nel tunnel della biblioteca è stata anche allestita una piccola esposizione con dei pannelli dedicati a diversi aspetti della storia della Berio, tra gli autori dei testi ci sono Stefano Fera, Laura Malfatto e Teresa Sardanelli.
Io mi sono occupata di scrivere un articolo dedicato alla storia del Seminario Arcivescovile, i tre pannelli posizionati sulla sinistra comprendono questo mio pezzo e alcune immagini d’epoca.

Ringrazio i responsabili della Biblioteca per avermi invitata a partecipare a questa esposizione in una maniera a me molto gradita, i pannelli a breve verranno spostati dal tunnel e saranno collocati all’interno della biblioteca e così se andrete alla Berio troverete il testo scritto da me, sono molto contenta di aver dato il mio piccolo contributo.
Oltre a ciò sono lieta di dirvi che molto presto pubblicherò il mio testo su queste pagine e quindi potrete leggere la storia del Seminario Arcivescovile di Genova.
E ancora una volta faccio gli auguri a un luogo che racchiude vite, romanzi, poesie, storie, rime, racconti e memorie.
Buon compleanno alla nostra amata Biblioteca Berio!

I giorni di Vittorio Alfieri a Genova

“Nell’autunno dell’anno 1765 feci un viaggetto a Genova col mio curatore e fu la mia prima uscita dal paese.
La vista del mare mi rapì veramente l’anima e non mi poteva mai saziare di contemplarlo.”

Vittorio Alfieri – Vita

Lo sguardo che si posa sulla città è quello di un ragazzo, Vittorio Alfieri ha appena sedici anni quando visita Genova e mostra il suo entusiasmo per il panorama e per le bellezze della città, ci tornerà ancora in seguito e l’impressione non sarà altrettanto positiva.
Adesso, nel fervore della sua giovinezza, trova tutto incantevole, lo ammalia la posizione magnifica e pittoresca, si rammarica di non aver dedicato dei versi alla città Superba che vide appena fanciullo.

L’inquieto Alfieri è persino ingenuo, quando racconta ai suoi compagni dell’Accademia del suo stupefacente viaggio finisce quasi per fare la figura del provinciale.
I compagni di studi sono inglesi, tedeschi o russi, loro hanno veduto terre ben più lontane e quel viaggio a Genova, scrive Alfieri, finì per sembrare “una babbuinata”.
Allora, come scrive egli stesso, gli venne una gran voglia di viaggiare e di vedere il mondo e negli anni riuscirà a soddisfare il suo desiderio.
L’avventuroso poeta e scrittore, croce e delizia di molti studenti, seguì la sua vocazione militare ed entrò a far parte dell’Esercito come Portainsegna nel Reggimento Provinciale d’Asti.
Ed eccolo ritornare a Genova, sono passati circa due anni dalla sua prima visita e qui Vittorio si annoia a morte.
Cosa fa tutto il giorno?
Sta al balcone, se ne va a zonzo per Genova oppure va a passeggiare pel lido in barchetta.
E si sente solitario, selvatico e malinconico, questi sono gli aggettivi che egli usa per se stesso nella sua autobiografia.
Conosce qui a Genova soltanto il suo banchiere e costui da vero uomo di mondo lo introduce nella buona società.

Alfieri frequenta insieme a lui i salotti dell’aristocrazia, viene persino invitato al più importante evento cittadino: il banchetto per l’incoronazione del Doge.
Il prestante Vittorio trova anche una fanciulla che fa battere il suo cuore e scrive pure che lei lo ricambia, peccato che il nostro Alfieri abbia omesso di tramandarci il nome di lei, a me sarebbe tanto piaciuto saperlo!
E tuttavia l’attrazione e il sentimento non sono sufficienti a farlo rimanere a Genova, Vittorio scalpita e vuole partire, vuole andare per il mondo e lontano dall’Italia.
Ebbe modo, poi di tornare ancora, per brevi soste, in anni successivi.
Non lasciò racconti dettagliati come altri celebri viaggiatori che descrivono le vie e le piazze, i luoghi amati e percorsi.

Di quei suoi giorni a Genova scrive ampiamente Amedeo Pescio nel suo Settecento genovese, il sagace scrittore e giornalista narra che non c’era una reale motivazione a noi nota per giustificare il disprezzo di Alfieri nei confronti dei liguri e della Superba.
Eppure il nostro Vittorio doveva avere qualche conto in sospeso con Genova visto che in alcuni suoi sonetti rivolge ai miei concittadini parole non proprio lusinghiere.
Nelle sue satire, infatti, Alfieri parla dell’infido Ligure e di questo luogo visto e rivisto, doveva averne proprio le tasche piene!
E ancora, in un altro passaggio delle Satire si dichiara sollevato di potersene andare da questo posto che si distingue solo per alcune caratteristiche:

… il banco e il cambio, e sordidezza opima
E vigliacca ferocia e amaro gergo…

Non si può certo dire che amasse spassionatamente i liguri e i genovesi, ma ce ne faremo una ragione, non è nemmeno l’unico ad essere stato poco garbato verso di noi, Dante e Montesquieu furono altrettanto prodighi di gentilezze.
Mi spiace solo che Vittorio Alfieri non non ci abbia lasciato versi scritti al tempo dei suoi sedici anni, quando il mare di Genova lo ammaliò: avrebbe lasciato a noi il ricordo di quei giorni.
Allora guardava l’orizzonte blu e non si poteva mai saziare di contemplarlo.

Giacomo Costa: l’America in 3D 1924-1931

Un viaggio non termina mai se lo sguardo sa divenire memoria del proprio vissuto, un viaggio a volte resta nell’album dei ricordi che costituiscono l’esperienza di una persona, tutti noi abbiamo momenti preziosi da conservare e condividere con le persone che amiamo.
Nel tempo che era un altro tempo nacque un album dei ricordi che oggi anche voi potrete sfogliare: appartenne a Giacomo Costa, membro della famiglia di armatori legata a doppio filo alla storia di Genova.
E allora immaginate lui: Giacomo è giovane ed entusiasta, ha 28 anni e parte alla volta dell’America, lo scopo del suo viaggio è l’esportazione dell’olio d’oliva, sarà negli Stati Uniti per due lunghi periodi, nel 1924 e nel 1931.
E poi, il viaggio è vita, scoperta, nuove prospettive, emozioni.
Giacomo Costa ama la fotografia, nel corso di quei viaggi e durante tutta la sua vita il suo sguardo fisserà istanti, luoghi, sorrisi di bimbi, momenti del quotidiano, frammenti di vita.
Quel suo album dei ricordi è composto da 2000 preziose lastre fotografiche conservate da suo nipote Eugenio che come il nonno ha un talento innato per la fotografia e anche un grande amore per Genova.
Si deve proprio al fotografo Eugenio Costa la mostra allestita a Palazzo Grillo in Piazza delle Vigne fino al 28 Aprile e visitabile ad ingresso gratuito dal mercoledì alla domenica dalle 16.00 alle 20.00.
Giacomo Costa – L’America in 3D 1924-1931 è un’esposizione che ha un’alta cifra di fascino perché vi trasporta davvero in un’altra epoca.

Che America è quella narrata da Giacomo Costa?
È scorci in bianco e nero, bandiere e una scenografica parata, vedute di grattacieli e di persone ritratte mentre camminano sotto a un altro blu.
Troverete appese alle pareti alcune stampe ma Eugenio Costa vi racconterà che suo nonno Giacomo non stampava mai le sue fotografie, lui sfogliava il suo album dei ricordi con il Taxiphote, lo speciale visore che consente la visione delle lastre restituendo le immagini in 3D.
Ed è quello che farete anche voi, vedrete le fotografie di Giacomo Costa con l’apparecchio che lui stesso usava.

Giacomo Costa conservava le sue fragili e preziose lastre fotografiche in un mobile dai molti cassetti, in ognuno di essi ancora adesso sono racchiuse quelle sue memorie.
E non c’è soltanto l’America, ci sono anche i ricordi di famiglia e le comunioni, le gite estive e giornate al mare, i bambini in fila e le foto delle nozze, i sorrisi amorosi di giovani mamme e gli svaghi di spericolati sportivi con attrezzature da sci per noi improbabili.

E la magia del 3D restituisce immagini vere e reali, sembra di essere davvero in quei luoghi e in quell’America narrata da Giacomo Costa con le immagini.
Al parapetto, mentre davanti si stagliano i grattacieli di New York.
Sul ponte, ad osservare tre bimbetti americani che corrono a perdifiato tenendo al collo i pattini.
Sulla nave, quando il fotografo cattura lo sguardo di altri viaggiatori e quello di un altro fotografo.

E non so descrivere lo stupore che suscitano le immagini in 3D, tra le altre cose ad incantarmi è stata una fotografia di famiglia.
Si vede una lunga tavolata, è la prospettiva di un pranzo elegante con porcellane, argenterie, cristalli e garbate eleganze negli abiti e nei gesti.
Ed è come essere lì, insieme a loro, è talmente reale da lasciare senza parole.
E infatti mi è venuto da esclamare questa frase: sono a tavola con loro e non ho il vestito adatto!
Che grande invenzione la fotografia!

E quanta bellezza c’è nel desiderio di condividere questi ricordi di casa e di vita?
Se andrete a vedere la mostra potrete ascoltare i racconti di Eugenio Costa, sarà lui a parlarvi di suo nonno e del suo patrimonio di immagini.
Lo fa con autentico affetto e con stima vera per il nonno e per il suo talento, con il desiderio sincero di narrare la maniera speciale di Giacomo di guardare il mondo.

E sapete una cosa?
Mentre osservavo quelle fotografie di Giacomo Costa mi è venuto in mente un libro che amo tanto, quelle pagine raccontano una certa idea di America, narrano un viaggio molto diverso da quello compiuto da Giacomo ma del resto ognuno di noi ha la propria America, da quale parte.
E i libri, a volte, parlano di tutti, a volte raccontano qualcosa che tu non sai essere tuo, eppure magari invece ci sei proprio tu in quelle righe.
O forse no, è chiaro che ognuno di noi può saperlo solo per se stesso, io non ho mai conosciuto il nonno di Eugenio Costa, ho soltanto visto le sue fotografie.
Eppure, mentre guardavo le sue lastre mi giravano in testa queste parole e allora voglio metterle qui, insieme a una delle immagini che anche voi potrete vedere, viaggiando nei viaggi compiuti da Giacomo Costa.

“Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno.
E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no… e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello.
Quella è gente che da sempre c’aveva già quell’istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l’America, già lì pronta a scattare, a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello e da lì alla lingua, fin dentro quel grido (gridando), AMERICA, c’era già, in quegli occhi, di bambino, tutta l’America.”

Alessandro Baricco – Novecento

Genova misteriosa

Un viandante che si appoggiasse al parapetto di Via Fieschi, di tutto il quartiere popolare sopra accennato non potrebbe scorgere se non una massa confusa di case, di aspetto irregolare, tagliate nei modi più disparati e bizzarri, ad angoli, a punte, appiccicate una all’altra e tempestate di finestrelle e di buchi.
Di giorno l’insieme ha un colore terreo, che neanche la viva luce del sole può dissipare o schiarire.
Un’ombra secolare si è addensata intorno a quelle abitazioni, penetrando all’interno di esse a imprimervi il segno indelebile della miseria.
Al chiaro di luna, poi, il quartiere assume un aspetto fantastico e medioevale.
È la sua bellezza, questa; poiché ogni cosa ha i suoi momenti felici.

Queste righe presentano lo scenario di Genova misteriosa, questo è il titolo del romanzo di Pierangelo Baratono che venne pubblicato in un primo momento a puntate sul Lavoro nel 1903.
Baratono, giornalista e scrittore, intimo amico del poeta Camillo Sbarbaro con il quale frequentava la Genova notturna, racconta un intreccio di vicende sinistre e di vite avventurose, i protagonisti del suo libro si muovono in quella città oscura, corrotta, permeata di vizi e di gratuite crudeltà.
Vite improbabili e soprannomi particolari, in questa Genova Misteriosa abita il vecchio Storno, ci sono il ciccaiolo Pepita e il Pinzi, uno che fa il vagabondo in Galleria Mazzini.
Ci sono i caruggi e la città di un altro secolo, con le sue debolezze e con le sue vittime predestinate.


Figura di spicco di questo romanzo è una fanciulla e se leggerete il libro vi verrà raccontata ogni cosa di lei.
Lei risponde al nome di Augusta Brendel ma in realtà verrà poi detta Signorina Scarpette.
Lei, la giovane Augusta, si troverà a esercitare un certo mestiere in una certa casa in Via Palestro e la sua parabola non sarà certo luminosa e gloriosa, anzi Augusta cadrà nell’abisso più nero, il suo destino pare in qualche modo segnato.
Tuttavia prima di precipitare in un gorgo di situazioni dolorose e irrimediabili eccola esibirsi come cantante in un locale della città:

Si era fatta tagliare un abito bellissimo, in verde cupo, filettato d’oro e terminante al fondo della sottana, in un doppio giro di pizzi finissimi.
Il corpetto era molto scollato e lasciava vedere i contorni netti e saldi del seno.
Aveva le braccia nude e le gambe coperte da calze di seta bianca…
Non aveva una voce molto sonora, ma compensava il difetto con la grazia dei gesti e la giustezza dell’intonazione.

E poi le scarpe con i tacchi alti, la sua diafana bellezza, il fascino della sua giovinezza e tutto questo clamore attorno a lei, il pubblico la acclama e decanta le sue molte doti.
E su questa descrizione mi è venuta in mente una ragazza di nome Nanà: lei calca altri palcoscenici, sa incantare il pubblico parigino e non certo per il suo talento.
Nanà è persino stonata ma è una vera seduttrice e sa usare a modo la sua bellezza,  non è certo un modello di virtù ed è persino molto più scaltra di Augusta Brendel, ha anche armi più affilate, è ambiziosa e si muove nel bel mondo dorato.
Nanà è la protagonista dell’omonimo romanzo scritto da Emile Zola che venne pubblicato nel 1880, non saprei dirvi se Baratono amasse come me i romanzi dello scrittore francese, in alcuni tratti della sua Augusta io ho ritrovato la celebre Nanà e anche il modo dello scrittore di osservare la realtà e lo scenario di quella sua Genova mi sembra in un certo senso simile a quello di Zola.
Genova Misteriosa segue i canoni del romanzo di appendice all’epoca molto in voga, nei tratti e nei caratteri dei vari protagonisti sembra di cogliere le fisionomie che si ritrovano nelle pagine dei quotidiani di cronaca dell’epoca.
C’è poi Genova con le sue vie, i caruggi, le piazze, superba la descrizione del quartiere di Via Madre di Dio: pare di vedere le facce dei popolani, di sentire i rumori e gli odori acri e pungenti, di entrare nei locali e nelle bettole tra una folla di gente che cerca di sopravvivere come può.
Tra inganni, scaltrezze, tradimenti, abbandoni, pianti e separazioni, tentativi di riemergere da acque tumultuose e scure, tutto questo è tra le pagine di un romanzo che a volte, fatalmente, diventa sentimentale e molto spesso è crudo, reale e fin troppo colmo di crudeltà.
Nello scenario di una città che tenta di vivere e sopravvivere, nella Genova misteriosa sapientemente raccontata da Baratono.

 

La casa nella prateria

“La notte era piena di musica e Laura era sicura che parte di essa provenisse dalle grandi stelle splendenti che si dondolavano sopra la prateria.”

Queste sono le memorie di una ragazzina di nome Laura e molti di voi l’avranno già riconosciuta.
Laura Ingalls Wilder visse tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima parte del Novecento, fu autrice di una serie di libri autobiografici che ispirarono una celebre serie televisiva: La casa nella prateria appassionò generazioni di bambine.
Laura venne magistralmente interpretata dall’attrice Melissa Gilbert e per noi che siamo state bambine negli anni ‘70 la Ingalls è quella tipetta lì con le treccine e le lentiggini sul nasino.
Con mia grande gioia ho scoperto che Gallucci Editore ha pubblicato i vari volumi della Wilder tradotti da Claudia Porta e così eccomi a leggere le avventure di Charles e Caroline Ingalls che con le loro figlie Laura, Mary e Carrie lasciano i grandi boschi del Wisconsin per iniziare una nuova vita come molti altri coloni.
La scrittura della Wilder è semplice e asciutta, essenziale e priva di fronzoli, questo è un lettura per l’infanzia e scorre via velocemente.

Una trasposizione televisiva è raramente fedele e identica al testo al quale si ispira e in questo caso alcune differenze spiccano abbastanza evidenti.
Sono diversi certi caratteri, sono diversi certi tratti fisici delle persone.
Caroline Ingalls, ad esempio, è una donna pratica e concreta e risulta molto meno dolce e tenera di quanto appaia nel telefilm, suo marito Charles mi è parso a tratti più ruvido del personaggio proposto da Michael Landon.
E ricordate quel bonaccione del signor Edwards? Ecco, nel telefilm è un omone grande e corpulento, nel libro viene descritto come alto, magro e bruno.
Mary è davvero buona e generosa come la ricordiamo mentre Laura, a volte, sembra invece essere fin troppo capricciosa e persino indisponente.
Viene descritta con attenzione la dura quotidianità di questi coloni, sono narrati in modo chiaro certi momenti di lavoro e di fatica come ad esempio la costruzione della casa.
Quelle erano le terre degli Indiani, terre che furono loro sottratte per essere date ai coloni e gli indiani, con le loro usanze e le loro particolarità, sono presenti in diversi passaggi del libro: Laura li teme e allo stesso tempo prova curiosità verso di loro.
Le parole complessivamente usate nei confronti di questo popolo sono spesso amaramente dure, in quei passaggi emerge netta la paura del diverso e l’incapacità di confrontarsi con una cultura differente dalla propria, a me non sembra di ricordare questa narrazione negli episodi del telefilm.
C’è poi la vita e il tempo che scorre, mentre il fuoco scoppietta nel camino e le bambine gioiscono per i dolcetti colorati e per lo zucchero bianco.
Prenderò tutti i volumi della serie, ho appena iniziato il secondo libro e devo dirvi che non ho resistito alla tentazione di guardare innanzitutto il capitolo dedicato a Nellie Oleson: se volete saperlo lei e suo fratello Willie erano veramente due pesti e Nellie aveva un carattere infernale.
Certe storie ci accompagnano e restano un bel ricordo, questo libro è un’emozione e un bel viaggio nel tempo dell’infanzia.
Laura Ingalls Wilder nacque il 7 Febbraio 1867, oggi è il giorno del suo compleanno e da questo tempo distante dal suo voglio dirle che le bambine della mia generazione sono state felici di crescere insieme a lei e alle sue sorelle.
Grazie Laura, ci siamo divertite insieme, nella casa nella prateria.

Genova, 1875: il Riformatorio pei giovani discoli alla Foce

Accade, a volte, di scoprire per caso realtà delle quali nulla conoscevo, succede aprendo certi vecchi volumi che svelano un mondo distante dal nostro, a volte provo anche un certo sollievo nel constatare che in certi settori abbiamo fatto dei passi avanti.
Genova, 1875.
Quanti bambini sono senza famiglia?
E quanti di loro magari ne hanno una e tuttavia finiscono sulla strada sbagliata oppure rimangono senza futuro?
Trascurati, lasciati a loro stessi, senza cure e senza le attenzioni che tutti i ragazzini dovrebbero ricevere ed eccole qui queste piccole pesti, sono abbastanza riconoscibili, vero?
Loro hanno un lampo vivace nello sguardo, corrono veloci come il vento, hanno i capelli arruffati e portano scarpe vecchie e scalcagnate.
Che risata amara la loro, rumorosa ma sempre spontanea.
Si chiamano Checchin, Bernardo, Bartolomeo o Pietro, sono figli di Genova come noi.
E in questo anno 1875 c’è un’istituzione preposta a prendersi cura di questi fanciulli, ne ho letto sulla Guida Commerciale Descrittiva di Genova di Edoardo Michele Chiozza del 1874 e 1875.
Su questo volume si parla appunto di un’ istituzione nata per iniziativa delle autorità, la sua sede era in certi locali del Municipio alla Foce.

Qui era collocato il Riformatorio pei giovani discoli e appare evidente che c’è una sorta di ingannevole poesia in questa denominazione.
Il temine discolo ci fa immaginare una spensierata leggerezza, innocenti disobbedienze, regole infrante per gioco e divertimento, gioia di vivere e felicità.
In realtà, io credo, il termine andrebbe interpretato cercando di scorgere il suo significato cupo e il senso di solitudine che doveva essere legato a quella esperienza.
Questo riformatorio era curato dalla Compagnia di Misericordia, venivano dati dei contribuiti del governo per l’educazione e l’istruzione di questi ragazzini.
Che si poteva fare di loro? Come si poteva dare un senso alle loro vite?
Era necessario che imparassero un mestiere e al Riformatorio si insegnava loro a divenire operai di cantieri navali e mozzi.
Per imparare meglio le arti marinare i ragazzi potevano essere imbarcati sulle navi mercantili e lì avrebbero quindi appreso tutti i segreti della gente di mare.

È chiaro che in questo modo li si strappava a una vita magari senza indirizzo e senza speranza, era un’opportunità e forse alcuni di loro saranno stati persino felici di questo destino, altri invece avrebbero voluto poter scegliere in autonomia.
Quando leggo storie come queste mi sovvengono sempre certi pensieri, sempre gli stessi.
A queste vite forse mancarono certe dolcezze che nell’infanzia e nella giovinezza dovrebbero essere dovute a tutti: la carezza sulla fronte, il bacio della buonanotte, la mamma che ti racconta la favola prima di dormire, tuo papà che ti porta a pescare, un fratello maggiore con il quale litigare, una sorellina più piccola alla quale fare i dispetti.
E una scatola di matite colorate, una bicicletta, un giocattolo preferito, un pallone da lanciare in porta.
E tutto questo non c’era nel Riformatorio per giovani discoli della Foce e in posti simili a quello.
C’era comunque un orizzonte e c’era un futuro da conquistare.
C’era il vasto mare da solcare, compagno di giorni lunghissimi e di sere buie, un amico al quale confidare i propri sogni nascosti.
Spero che quelle onde abbiano ascoltato quei desideri e cullato certe notti insonni come l’abbraccio di qualcuno che ama davvero.

Moda per signore da un catalogo del 1908

Oggi vi porterò a far spese nel nostro passato e sfoglieremo insieme il catalogo per la vendita per corrispondenza della Società Anonima Fabbrica Telerie Frette & C del glorioso anno 1908.
Come ricorderete vi ho già illustrato gli articoli per i più piccini ma oggi ci dedicheremo a tutto ciò che occorreva a signore e signorine senza tralasciare la moda e lo stile.
Iniziamo con diversi modelli di copribusto, ognuno è rifinito con delicato pizzo Valenciennes e i prezzi variano a seconda della raffinatezza della decorazione.

In inverno, poi, servono capi più pesanti in caldissima lana e voilà, eccoli qui!

E certo, nel guardaroba di ogni gentildonna non può mancare un pettinatoio, è un accessorio utilissimo quando bisogna sistemare le lunghe chiome.

E per le più ambiziose c’è anche un modello più ricercato e raffinato.

C’è da sbizzarrirsi nella scelta delle sottane e delle sottogonne perché il catalogo offre diversi tipi di modelli in vari colori e disponibili in tessuti di ogni genere come Moiré, Alpagas, seta e impalpabile taffetas.
Le sottane sono molto leziose e molto femminili, ne è un esempio questo capo ricco di nastri e ricami.

Nel paragonare il nostro guardaroba a quello delle donne che ci hanno preceduto appare quanto mai evidente che i nostro armadi e i nostri cassetti sono colmi di capi comodi, semplici e a volte essenziali e credo sinceramente che questa sia davvero una gran fortuna.
Al di là di tutte le romantiche suggestioni vestirsi in quel modo doveva essere una faccenda piuttosto complicata, non parliamo poi della manutenzione di un guardaroba simile!

Ed ecco le semplici e deliziose camicie da giorno.

E ancora, questi sono alcuni articoli segnalati come romantici Matinés per Signora.
Flanella, batista, cachemire, nastri di seta e pizzi vaporosi.

Siccome poi ogni momento della vita doveva avere le sue raffinatezze nell’illustrazione che segue trovate due delicati corpetti da notte.

Un lenzuolo profumato, una morbida coltre e dolci sogni.
Sono le cose belle di altro tempo, andavano di moda nel lontano 1908.