Macaia

Chi abita a Genova conosce bene la macaia, anche la parola è nella lingua della Superba.
Caldo, scirocco.
E nuvole lattiginose e dense, una coltre impenetrabile, immobile macaia.
E umidità, intensa e interminabile.
Ti manca il respiro e accade a causa della macaia che sembra non andarsene mai.
E quando a Genova c’è macaia rimpiango la mia amata tramontana inquieta, io sono una di quelle persone che adorano camminare a braccia aperte nel vento e barcollare e vacillare per quella potenza, il vento è leggerezza e libertà.
La macaia, invece, ti inchioda a terra.
Ti avvolge, insistente e infinita, sempre uguale, eternamente fissa.
Macaia, scimmia di luce e di follia, foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia, così cantava Paolo Conte in Genova per noi.
E tutto sembra così, fermo.
A dire il vero sembra anche quasi impossibile trovare una fotografia che racconti la macaia di Genova ma poi, un giorno, guardi l’orizzonte.
E vedi una nave che fende l’acqua, si muove nell’indefinito e quasi non percepisci il limite del mare e quello del cielo.
E la nave viaggia, come sospesa nella macaia di Genova.

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Gli agrumi della mia infanzia

Nel tempo dei profumi fragranti degli agrumi mi sono venuti in mente certi frutti della mia infanzia e forse non riuscirò nemmeno ad enumerarli tutti, in questo nostalgico viaggio a ritroso credo che i ricordi scaturiranno in ordine sparso.
Arance amare nelle aiuole del corso che attraversa il paese sulla riviera di ponente dove era la casa della mia famiglia.
Un marciapiede di piastrelle rosse e alberi a non finire, io mi sono sempre chiesta per quale ragione non fosse permesso andare con il cestino a raccogliere tutte quei frutti invitanti.
Limone e arancia, ancora in estate, erano i gusti delle granite e dei ghiaccioli gustati sulla spiaggia, sotto l’ombrellone.
E poi ancora agrumi, quelli delle deliziose caramelle frizzanti che hanno accompagnato la nostra infanzia, le ricordate?
Io le mangio ancora adesso, da piccola avevo una predilezione per quelle all’arancia, quindi prima mangiavo tutte quelle lì e poi passavo a quelle rifasciate nella carta gialla, il mio era un procedimento scientifico, per così dire, seguito con metodo e disciplina.
Tra le altre cose, ora che ci penso, da bambina mi piaceva anche un sacco fare merenda con fettine di limone spolverate di zucchero, oltre a piacermi il sapore devo dire che mi sembrava anche una cosa da grandi e per me era ancor più fantastico succhiare la fettina senza metterci nulla sopra!

E a proposito di agrumi non posso certo trascurare i ricordi legati alla zia.
Come ho già avuto modo di raccontarvi in passato, la zia era un’appassionata insegnante di inglese e ogni anno accompagnava i suoi alunni in Inghilterra per le vacanze studio, da quei viaggi tornava sempre con qualche regalo.
A volte tra i suoi doni c’erano vasetti con certe delizie e devo dire che da piccola mi pareva molto insolito che si facessero le marmellate di agrumi e non parliamo poi di quella stranezza che era il lemon curd.
La zia era la sorella di mio papà, entrambi erano dei gran cuochi ed entrambi si dilettavano a fare per l’appunto le marmellate.
Quelle erano cerimonie lunghe e laboriose, era tutto un via vai di pentoloni, coperchi, conche piene di chili di frutta, mestoli di legno, vasetti da sterilizzare ed etichette da scrivere con la dovuta cura.
E poi, un giorno ecco l’assoluta novità prodotta dalle mani d’oro della zia: la marmellata di kumquat.
Sapete, all’epoca il piccolo frutto succoso era per me una bontà sconosciuta, non lo avevo mai sentito nominare.
Ed è anche questo il bello dell’essere bambini, hai sempre qualcosa di nuovo da scoprire come i kumquat o magari il pompelmo rosa che solo per il fatto di essere di quel colore mi piaceva molto di più dell’altro!
E poi, altri ancora sono gli agrumi della mia infanzia.
Ad esempio, quelli che erano in una villa al mare, a Moneglia, si trattava della casa delle vacanze di amici dei miei genitori.
Ecco, io di quel posto non mi ricordo proprio nulla ma ho stampata nella mente l’immagine della scalinata di mattoni rossi e un grande albero di limoni, chissà perché non l’ho mai dimenticato.
È rimasto in un angolo della mia memoria, tra quegli agrumi della mia infanzia.

Tre sorelle

Tre sorelle, tre ragazze alle quali vorrei porre tante domande e mi piacerebbe conoscere le loro risposte.
Un respiro trattenuto, le stecche del busto che stringono, un vitino di vespa.
E tu.
Gli orecchini piccoli, gli occhi ingenui, neanche l’ombra di un sorriso.
E vorrei sapere di quale colore era quel tuo abito, secondo me era bordeaux con decorazioni di pallido beige ma in realtà non posso saperlo, dovresti dirmelo tu.

Tre sorelle.
E di voi una sola è la più paziente e la più quieta, una ragazza dal carattere schivo.
I bracciali ai polsi, un colletto di pizzo delicato, le maniche ampie.
E quello sguardo impenetrabile, forse c’è anche un po’ di timidezza in te eppure io non sono in grado di poterlo sostenere, dovresti dirmelo tu.

Tre sorelle.
E una tiene un volumetto tra le mani e sembra che stia leggendo ma magari invece è solo un romantico inganno del fotografo che l’ha ritratta in questa maniera per rendere più interessante e particolare l’immagine.
Eppure sai, tra le altre cose, mi resta la curiosità di conoscere il titolo di quel libro, magari è un celebre romanzo e allora io e te potremmo quasi avere qualcosa in comune.
Eh, ma io non posso tirare a indovinare, lo sai, dovresti dirmelo tu.

Tre sorelle, forse erano di Savona, il fotografo che le ritrasse nel fulgore della loro giovinezza era di quella città.
Ed io non saprei proprio dirvi nulla di loro, ho solo pensato, come spesso mi accade, che per qualche istante loro tre sono tornate ad essere le ragazze che erano un tempo.
Riflettete, quanti giorni, mesi e anni ci separano da loro?
E voi tre, ragazze di un altro secolo, avreste mai potuto immaginare che un giorno qualcuno avrebbe ammirato il vostro vestito elegante, la vostra pettinatura garbata, i piccoli gioielli che vi erano cari?
Il tempo è trascorso ma siete ancora voi, proprio come allora.
Tre sorelle, ancora insieme, tre ragazze con la testa piena di sogni.

Passeggiando a levante

Aspetto soltanto una di quelle giornate di tepori primaverili e cielo blu.
E poi.
E poi prenderò il mio zainetto celeste, gli occhiali da sole e me ne andrò verso levante, a camminare senza alcuna meta.
A me piace gironzolare senza andare da nessuna parte e in certe stagioni queste passeggiate iniziano così, davanti al mare di Nervi.

E poi lungo strade infinite, su e giù, passando davanti a villette e casette accoglienti, a volte un cancello si apre e si svelano giardini, altalene, gatti sonnecchianti e vasi di fiori circondati da insetti ronzanti.

E alberi carichi di limoni succosi, zone ombrose, foglie che si arrampicano.
La vita, semplicemente.

E a volte, tra case alte, il mare.

Aspetto soltanto il sole brillante, il clima dolce e gentile.
E poi, andando ancor più verso levante, verso Bogliasco, potrei vedere una grata, tetti lucenti e tutto questo verde palpitante e così vivo.

E poi non ho fatto programmi, mi piacerebbe soltanto camminare fino a quando ne avrò voglia, intanto come vi ho detto non devo andare da nessuna parte, vorrei solo esserci quando la natura si risveglia e trionfa.
E allora magari mi metterei seduta su un muretto, mentre il mare luccica.

E starei lì, soltanto a guardare.
Aspetto soltanto una di quelle giornate perfette per andare a passeggiare tra le bellezze del levante.

Canne da pesca

Ancora il cielo azzurro, quella lunga e quieta spiaggia di sabbia d’argento, a Celle Ligure.
Davanti al nostro mare trovi spesso coloro che questo mare lo vivono ogni giorno, per lavoro, per diletto o semplicemente per amore.
Davanti a questi scorci di Liguria densi di sole, di salmastro e di blu.

Quella mattina, su quella spiaggia, c’erano delle canne da pesca.
Solitarie, sospese nell’aria.
La lenza, il mulinello e l’infinita attesa.
E loro, i pescatori erano lontani, erano chissà dove, non li ho veduti.

Uno zainetto a terra, le persone che passeggiavano lentamente, gli alberi, i gabbiani.

E le canne da pesca nella sabbia e l’onda lenta che accarezzava la riva.
L’orizzonte, una vela, un istante marino.

La famiglia

Il taglio degli occhi, dicono sempre tutti che è proprio uguale a quello di nonna.
Le attitudini di alcuni di noi a volte stupefacenti.
Ad esempio, nessuno in famiglia aveva mai dimostrato le inclinazioni creative di lui e questa è stata in un certo senso una piacevole sorpresa.
La più tranquilla di casa, sempre lei.
Timida, silenziosa, anche da bambina durante i pranzi di famiglia parlava poco e se ne stava sulla sua sedia dondolando le gambe avanti e indietro.
I discorsi, gli aneddoti memorabili del nonno.
La foto di gruppo, passano gli anni e piano piano cambiano i protagonisti oppure quelli che prima erano bimbetti adesso sono irrimediabilmente adulti.
E c’è sempre un posto vuoto o magari anche più di uno, accade in ogni famiglia.
Dopo le molte portate poi i più giovani non vedono l’ora di schizzare via per incontrare i loro amici: succedeva ieri e succede ancora adesso, è sempre così.
E gli altri invece se ne andranno tutti insieme a fare una passeggiata, dopo certi elaborati manicaretti è proprio quello che ci vuole e anche questa è ormai una tradizione.
Ognuno con il suo passo, ognuno alla propria velocità e poi magari ci si ferma ad aspettare quelli che camminano più piano.
E poi si continua il percorso, tutti insieme.
Accade così, in una famiglia.

Celle Ligure

Una mattina a Celle Ligure

Quando hai il sole, il cielo azzurro, l’aria fresca e frizzante.
E il profumo delle onde e ti sembra che esista soltanto per te.
E la tua bicicletta, certo.
E un orizzonte, una spiaggia di sabbia e una vela bianca laggiù.
Il mare che ti ascolta, fratello di sempre.
Il tuo tempo, la tua libertà.
E poi magari il cuore ti batte forte, fa quell’effetto, a volte, la felicità.
Una mattina, a Celle Ligure.

Fontanigorda tra passato e presente

Vi porto ancora nella mia Fontanigorda, delizioso paesino della Val Trebbia meta delle mie vacanze estive.
E faremo una passeggiata nel tempo, tra immagini di ieri e di oggi.
In altri anni a Fontanigorda c’erano meno edifici rispetto ai nostri tempi, resta comunque inconfondibile e la riconosco in questa cartolina pubblicitaria dell’Albergo San Giorgio.

E poi sono state costruite nuove case, è cresciuto il numero dei villeggianti e generazioni di genovesi hanno imparato qui ad andare in bicicletta, a cadere e a rialzarsi con le ginocchia sbucciate, a saltare la corda, ad andare per funghi, ad ascoltare il canto dell’acqua che sgorga gioiosa dalle fontane e a farsi incantare dalle magie del bosco.

Sulla Piazza della Chiesa ci sono delle comode panchine, nei giorni e nelle sere d’estate ci sediamo qui e restiamo a chiacchierare, lasciando scorrere lento il tempo.

E là dietro, all’angolo con la strada che porta al Bosco delle Fate, c’è ancora il bar dove tutti ci fermiamo per prendere un gelato o un aperitivo, ora il suo nome è Oasi Bianca ma noi lo chiamiamo semplicemente Oasi, ecco.
E già allora, in altri anni, c’era un gruppetto di avventori davanti alla porta, si nota anche una scala appoggiata al muro.

Ti compri il tuo ghiacciolo e poi te ne vai a fare una passeggiata e a godere della frescura degli alberi.
L’ immagine seguente per un attimo mi ha lasciata perplessa ma là dietro ci sono i monti meta delle escursioni, si vedono uno steccato e una curva e questa sembra essere proprio la strada che conduce al Bosco delle Fate, lo spazio verde sulla destra dovrebbe essere quello che oggi ospita i campi da tennis.

Oltre questa salita, nell’abbraccio dei monti.

Una passeggiata lassù, al Bosco delle Fate per poi ritornare ancora su questa piazza che davvero non è molto mutata.
Il glorioso Albergo San Giorgio ha terminato la sua attività diversi anni fa, ora là ci sono abitazioni private.

E Fontanigorda con le sue casette di tegole rosse resta ancora un gioiellino.

E guardiamo insieme una diversa immagine di un’altra stagione.
Inverno rigido e freddo, nelle cascine si ammassa la legna per riscaldarsi nel tempo del gelo.

E le cascine ci sono ancora, non ci sono tante differenze rispetto alla fotografia d’epoca.

E si tratta ancora di una cartolina pubblicitaria del San Giorgio, ingrandendone una parte si nota che il nome dell’albergo era dipinto sull’edificio.
E c’era la bianca visitatrice posata sul profilo dei monti.

Era il tempo del freddo, quando la neve scende soffice sui rami e sui prati sotto al cielo chiaro della Val Trebbia.

Era inverno e questa è una cartolina da Fontanigorda.

Luogo delle mie vacanze, paese amatissimo che regala incanti in ogni sua stagione.

Guardando Celle Ligure da lassù

Se andrete a Celle Ligure fate come me e seguite il consiglio di una mia cara amica, è stata lei a suggerirmi di cercare questo punto panoramico certo notissimo a tutti coloro che conoscono bene Celle Ligure.
Per arrivare lassù occorre prendere un’ascensore che si trova nell’estremo ponente del paese: terminata la spiaggia, invece di proseguire sulla Via Aurelia, alla vostra destra troverete una salita, dopo pochi metri c’è l’accesso all’ascensore Bottini che è completamente gratuito.
E vi porta lassù, in alto.
Dopo una breve passeggiata lungo una via con magnifiche ville giungerete alla Pineta Bottini e davanti a voi troverete il mare lucente.

E sotto di voi vedrete la costa, la spiaggia e le case di Celle Ligure.

Là dove cielo, mare e terra si incontrano in perfetta armonia.

E potete sedervi ad ammirare il panorama.

Mentre il vento sospinge le vele per la gioia dei naviganti.

Con questi scorci di Liguria in una giornata incantevole.

Colori tenui, la spiaggia di sabbia e l’onda che lenta accarezza la riva.

Sotto ad alberi imponenti protesi verso il sole in un incanto di luce autunnale.

In un magnifico angolo di paradiso dove regna l’armonia.

Tra i corbezzoli carichi dei loro frutti.

Mentre pendono dai rami le casette per gli amici uccellini.

E non occorrono molte parole, è tutta davanti ai vostri occhi la perfezione di questa parte di Liguria.

Giungerete lassù con questa ascensore.

E oltre il vetro già potrete ammirare lo splendore che vi attende.

Una meraviglia di Liguria, tutta la bellezza di Celle Ligure.

La bellezza del rosmarino

Il rosmarino, un dono della terra profumato, odoroso e resistente.
Qui sul terrazzo ho sette piante di rosmarino, alcune sono amiche di vecchia data, per così dire, abitano con noi da molti anni.
E poi ci sono i rosmarini più giovani: quando sono arrivati erano piccolini, poi sono diventati forti e rigogliosi, non sfigurano accanto ai loro fratelli più grandi.
Il rosmarino ha carattere e ho scoperto che non va d’accordo con la salvia, se li mettete vicini bisticciano e poi è la salvia ad avere la peggio.
A parte questo il rosmarino è gentile e poco esigente, anche se non lo annaffiate spesso non mostra segni di sofferenza.
Ed è anche generoso, i miei rosmarini contribuiscono alla buona riuscita dei miei piatti, dei sughi e di diverse pietanze.
Certo, devo prestare un po’ di attenzione, alcuni di essi crescono accanto alla lavanda: prima o poi finirò per cogliere il rametto sbagliato e cucinerò un arrosto alla lavanda, chissà, magari verrà anche buono!
Il rosmarino si nutre di sole e di caldo, è una pianta che si vede frequentemente in Liguria.
E proprio a Celle Ligure ho trovato un originale omaggio a quel suo profumo inconfondibile, questo è l’ elogio del rosmarino e della sua bellezza.