Un’estate di molti anni fa

Era un’estate di molti anni fa su una bella spiaggia della quale nulla so.
Eppure, per qualche istante, anche io mi sono ritrovata là, davanti a quel mare limpido, con l’onda che scroscia fragorosa sui sassi, tra le risate di certi avventurosi bagnanti.
Tic tac, tic tac, è sempre un sogno la mia macchina del tempo.
Fate ben attenzione, il sole picchia potente su questa spiaggia e conviene ripararsi con cura per mantenere la carnagione chiara.
E in questa estate di molti anni fa non mancano certe inconfondibili eleganze: le gonne strette in vita, le camicie candide e leggere con le maniche lunghe, la collana forse di corallo, i cappellini vezzosi sul capo.
Un ombrellino parasole, i mezzi guanti bianchi e quei sorrisi, quei sorrisi che sono già un romanzo.

E poi la giovinezza e i suoi preziosi entusiasmi.
Il gioco e la complicità, le corse in mare, un salvagente per due e uno scambio di sguardi.
Il costume con le righe sul petto, il cappellino di paglia.
E là, sullo sfondo, la figura composta di un gentiluomo che pare osservare forse incuriosito.

E ritorniamo ancora ad ammirare le due gentildonne, ovunque esse siano mi perdoneranno se indugio ancora sulle ricercatezze dei loro abiti, entrambe sono semplicemente magnifiche!
Con le gonne di un tessuto che pare rigato, forse sarà una stoffa di color celestino chiaro con una riga blu scura.
E i ventagli: una di loro lo porta al polso e l’altra lo tiene appeso al collo con una catenella.
E guardate la borsina piccola con la tracolla e ancora il parasole, questa volta è chiuso ma quello è un accessorio che proprio non può mai mancare!

In questa estate di molti anni fa c’era la gioia di vivere: autentica, spontanea e vera.
Il mare luccicava sotto i raggi del sole, i pesci guizzavano tra le onde.
Rimase, conservata come un ricordo caro, questa fotografia di un tempo felice ed io sono contenta di avere il privilegio di custodirla.
Racchiude sorrisi, gesti affettuosi e gioia.
Era un’estate di molti anni fa.

Una cartolina da Vernazza

Arriva così, spedita dal tempo passato, l’immagine di uno dei luoghi più caratteristici della Liguria.
È la bella Vernazza, con le sue case colorate, abbarbicate una sull’altra, con le sue scale ripide che portano lassù, dove si domina il mare turchese delle Cinque Terre.
La cartolina risale agli anni ‘40 ed è un nostalgico bianco e nero che non restituisce ai nostri occhi la vivida e vibrante allegria dei colori di Vernazza, io ne scrissi qui diverso tempo fa.
Questa semplice cartolina narra tuttavia l’anima autentica di questo piccolo borgo di pescatori saldamente attaccato alla roccia, terra di gente indomita e fiera.
Gli abitanti di questa parte della Liguria hanno sempre avuto un forte legame con il mare e con la terra, con fatica e sudore qui si sono sempre coltivati gli ulivi, i limoni e la vite che cresce sui celebri terrazzamenti tipici delle Cinque Terre, da quell’uva nascono vini famosi e molto pregiati.
È una terra difficile, una vera sfida per l’uomo.
Trovai per caso tempo fa questa cartolina e e mi sembrò insolita.
Vernazza, la sua chiesa, il mare calmo, gli scogli, qualche barca che dondola sull’acqua, i sassi.
Allora la mia curiosità mi ha portato a consultare la Guida Treves del 1911 e su quelle pagine ho trovato appena poche righe sulle celebri località delle Cinque Terre, tra le altre cose sono nominate le chiese di Monterosso e Vernazza e viene ricordato che la Vernaccia di Corniglia era un vino già apprezzato persino da Giovanni Boccaccio.
Oh, poi la Guida Treves fornisce un prezioso consiglio a coloro che vogliano visitare la Riviera di Levante: suggerisce infatti di andare in treno fino a Sestri Levante e di proseguire poi in vettura fino a La Spezia per poter meglio ammirare il panorama della Liguria, visto che il treno in quella parte della Liguria passa attraverso molte gallerie.
Tutti in vettura, signore e signori, alla velocità del 1911, s’intende!
E così, questa semplice cartolina è diventata evocativa di una ricchezza che dobbiamo sempre saper difendere e tutelare.
Narra quel mondo semplice, le sue tradizioni, certe nostre antiche consuetudini.
Dedicato alla nostra Vernazza e alle sue molte bellezze.

Il mare in Via XX Settembre

Forse non ve ne siete mai accorti ma davvero c’è il mare proprio in Via XX Settembre.
Salendo, oltre il Ponte Monumentale, sul lato sinistro di questa centralissima strada genovese fermatevi all’incirca in questo punto e alzate gli occhi verso l’alto e verso ciò che vi sovrasta.

Là, a presidiare il civico 26, è la possente figura di Nettuno che con i suoi turbolenti destrieri solca le acque del mare.
Al di sotto della sua figura, proprio nella parte sovrastante il portone, ecco ancora certi grandi pesci guizzanti.

Lassù, nell’arco del porticato, si possono poi ammirare anche certi fantastici abitanti dell’abisso, con mio stupore mi è accaduto di notarli soltanto di recente.

Sono creature che paiono muoversi seguendo il flusso inquieto delle onde.

Tra alghe, conchiglie e spuma frizzante che inesorabile si disfa contro la riva.

Sono creature dell’immaginazione e della fantasia.

Osservate poi con maggiore attenzione questa prospettiva di questo tratto di Via XX Settembre, qui tutto rievoca il mondo marino.

E lassù, nei pannelli che compongono il soffitto, è ancora un susseguirsi di guizzanti creature fantastiche attorniate da leggeri cavallucci marini con le code incrociate.

Infine i cavallucci marini sono presenti anche nella decorazione del mosaico di questo tratto di Via XX Settembre, là dove regnano le creature dell’abisso.

Di nuovo estate

E poi è di nuovo estate.
Arriva piano, come una barca che lenta fende la superficie dell’acqua e dondola e danza, nell’equilibro magnifico di una nascente avventura.
Estate è ancora colori, luce, fresche fragranze, profumo intenso di ritrovata libertà.
Poi, a volte, non sai nemmeno tu quale sia la tua meta e quale terra ti attenda oltre l’orizzonte, a volte semplicemente ti metti in viaggio.
E segui una strada, una rotta, un destino.
E non sai dove arriverai.
Ed è estate.
E arriva con questa dolcezza, come la vela che sospinta dal vento affronta le onde increspate del mare.

Piccole pesti di cento anni fa

Era l’estate del 1920: sono passati cent’anni da quel giorno.
E loro allora erano là, a piedi scalzi sui sassi, nel cuore della bella estate, il sole sfavillava alto nel cielo.
Il più piccolo di questi bimbi ha un cappellino messo per traverso ma guardate gli altri e provate un po’ anche a usare la vostra immaginazione: i costumi sono scuri ma tutti hanno il capo coperto con certi fazzoletti annodati sul davanti che sembrano di tela spessa e secondo me sono di tutti i colori, quelli lì sono proprio i colori dell’estate.
Sullo sfondo, in lontananza, fa capolino un ragazzino con il cappello di paglia: chissà, forse vorrebbe far parte della bella compagnia!
Questa è una piccola fotografia ed io ho l’impressione che sia ritagliata da una foto più grande, la scovai tempo fa tra altre carte poco interessanti, il gruppetto di bimbi con il salvagente però non poteva che tornare a casa con me.
Sul retro una mano gentile ha scritto: estate 1920.
E c’è davvero tutto un mondo in questa immagine: ci sono l’amicizia, la fratellanza, le mani sulle spalle, la complicità e la timidezza, la vivacità e la gioia di vivere.
E questi qui sono delle piccole pesti, ne sarei quasi certa, guardate: non si riesce a farli star fermi un momento, giusto per fare la fotografia, ecco, ma quello lì per loro deve essere stato un piccolo evento!
Per il resto, ah, che divertimento l’estate e le corse nel mare, i tuffi e la pelle delle dita che fa le grinze quando stai troppo in acqua.
Poi il tempo scorre e va così veloce che non ci si può credere, sono passati addirittura cento anni da allora.
Eppure, da qualche parte, l’onda forse lambisce ancora quei sassi un tempo calcati da questi piccoli bagnanti.
Era un’altra estate, era l’estate del 1920.

 

 

Primi giorni sulla spiaggia

E poi te li ricordi i primi giorni sulla spiaggia?
Là, seduta sui sassi, sullo sfondo una fila di cabine, non so indovinare di quale luogo si tratti ma potrei immaginare che sia il ponente genovese o forse qualche località nella provincia di Savona.
Ed erano davvero i primi giorni e c’eravate voi tre.
Ecco il tuo fratellino con i suoi riccioli ribelli, le guance arrossate come piccole pesche mature, le fossette e la sua faccetta buffa.
La mamma, con il suo abito leggero e semplice, il sorriso limpido e solare.
E tu.
Tu hai i capelli chiari, la riga in mezzo e le treccine raccolte sul capo, sorridi spensierata e allegra.
E strizzi gli occhi anche, hai il sole davanti e tutta la vita che ti attende.
Porti il costume intero, stai così seduta su quei sassi, su una spiaggia quasi deserta, tra le barche tirate a riva.
Ti sei tolta i sandaletti e te ne stai a piedi scalzi e questa ti sembra una bellissima libertà.
Ti guardo e penso che, in altri anni e in epoche diverse dalla tua, siamo tutte state la bambina che eri tu.
Senza pensieri, felice solo del suono del mare, dei giochi nell’acqua, delle corse a perdifiato, delle piccole conchiglie che stringevi tra le mani.
Un’immagine, a volte, racconta una felicità comune, un sentimento di gioia già provato.
E tu eri là seduta sui sassi ed erano i primi giorni sulla spiaggia.

Guardando il mare al Porto Antico

E si torna, di nuovo, a guardare il mare al Porto Antico.
Scrutando l’orizzonte, tra vele, barche e viaggi che iniziano o terminano su questa riva, sognando forse altre terre da raggiungere.
Oppure, semplicemente restando a respirare l’aria fresca intrisa di sale per fantasticare e immaginare, ricordare e anche sorridere grazie a certe memorie che sembrano vive perché i luoghi, a volte, le conservano e ci offrono l’opportunità di provare ancora sensazioni già vissute.
Guardando il mare.
Osservando la prospettiva moderna della città.
Tra linee, curve, sfumature di azzurro e riflessi.
Su una panchina, come in un quadro di Hopper.
In questa quiete silenziosa al Porto Antico.

 

Pegli: una cartolina dai Bagni Italia

E così venne l’estate anche ai Bagni Italia di Pegli.
E là, sul ridente e placido litorale del ponente genovese, la vita era dolce e scorreva piacevolmente scandita dal fragore delle onde che lente si frangevano sulla riva.
Una fantasia di toni marini, il molo, i gozzi a riposare sui sassi.
Ed era il mese di luglio del 1925 quando qui giunse una certa Carolina, fu lei a spedire questa cartolina a Buenos Aires, la destinataria era una certa signorina Natalia che, dall’altra parte del mondo, si ritrovò tra le mani questo cartoncino e l’immagine di Pegli.
Pensate a quanti sguardi si sono posati su questa veduta e quali percorsi misteriosi abbiano poi ricondotto qui questa cartolina che ora è parte della mia piccola collezione.

E vi dicevo di Carolina e del suo soggiorno, alla sua amica lei scrive che questa è proprio una bella spiaggia.
Anche lei, come gli altri bagnanti, si sarà scelta il suo posticino al sole.
C’è chi rema vigorosamente, chi se ne resta seduto sui sassi e chi si rinfresca nell’acqua frizzante del mare, alcuni stringono anche un salvagente.

E così, in questo incantevole scenario, scorre una bella giornata d’estate.
Vi ho mostrato alcuni dettagli di questa cartolina prescelta dalla nostra turista in quel tempo lontano, nell’angolo in alto a sinistra sono stampati anche alcuni versi firmati da un certo Caldirola e così recitano:

Lento, mite, instancabile,
ne la diffusa chiarità solare
i suoi mister con voce carezzevole
mormora il vasto mare.

E venne l’estate ai Bagni Italia di Pegli e così la vide anche Carolina.

Magliette e ricordi d’estate

È da sempre uno dei capi d’abbigliamento preferiti nella stagione estiva, sapreste dire quante magliette avete posseduto?
Io di certo no ma di alcune di loro conservo precise memorie in quanto sono legate a tempi di estati felici.
La maglietta per così dire più odiata era forse anche la più piccina: era quella che la mamma mi metteva quando in spiaggia mi scottavo la schiena.
Sì, perché noi che eravamo bambini negli anni ‘70 eravamo pure un po’ selvaggi e non c’era maniera di farci stare fermi, quindi in quell’andirivieni tra scogli, spiaggia, cabina, baretto e bagnasciuga alla fine delle volte finivamo per ritrovarci con la schiena rossa come un peperone!
Il rimedio? La maglietta!
E non c’è niente di peggio che andare alla spiaggia con la maglietta soprattutto se hai un gran da fare tra castelli di sabbia, pesci, granchi, tuffi, sassi e conchiglie.
Tra le molte magliette della mia infanzia un pensiero affettuoso va anche a tutte quelle che si sono rovinate in qualche maniera durante le estati in Val Trebbia.
Sì, perché noi che eravamo bambini negli anni ‘70 mica stavamo a ciondolare sulle panchine, eravamo sempre in giro e andavamo per boschi e per prati e vuoi che non mi sia mai rimasta agganciata la manica della maglietta in qualche ramo? Eh!
E che dire delle scorribande in bicicletta?
L’estate era ginocchia sbucciate ma anche, fatalmente, magliette strappate, capitava così!
Poi sono venuti altri tempi e altre vanità da adolescenti.
E in quegli anni le magliette più belle me le regalava la mia cara zia, lei viaggiava un sacco e ritornava dai suoi giri sempre con delle magliette bellissime.
Alcune avevano scritte e disegni relativi alle città visitate, altre erano invece dedicate a cantanti e band dell’epoca: la zia era insegnante e sapeva benissimo cosa piaceva ai ragazzini, la zia non ha mai sbagliato un regalo in vita sua e questa era davvero una cosa fantastica.
Alcune di quelle magliette le conservo ancora, sono un po’ un bel ricordo di quegli anni là.
Insieme a loro, nel cassetto, ho anche una maglietta di cotone beige con una grande farfalla rossa sul davanti, sulle ali aggraziate ci son anche alcuni brillantini: quella maglietta apparteneva alla zia, io non l’ho mai indossata ma credo che si trovi bene nel mio cassetto insieme a quelle altre, ecco.
Quante magliette ci sono state nelle nostre estati: quelle con il coccodrillo e quelle della Fruit of the Loom, quelle semplicemente bianche, magliette a righe, a colori, a volte con le scritte o con le frasi nelle quali ci riconoscevamo.
Si, perché noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 e poi ragazzini negli anni ‘80 abbiamo avuto tutta una serie di nostri miti personali e certe frasi le avevamo sul diario, sulle borse di stoffa e sulle magliette.
Eravamo così, sono contenta di essere stata così, anche se una delle mie cadute in bicicletta mi ha lasciato una piccola cicatrice su un ginocchio ma d’altra parte la vita è fatta anche di questo.
La maglietta che vedete nella foto che conclude questo post non appartiene a me: l’ho veduta così, appesa fuori dalla finestra, in un giorno di luglio a Fontanigorda.
Mi ha fatto venire in mente le magliette delle mie belle estati, a volte sono le cose più semplici a far nascere in noi un senso di dolce nostalgia.

Di blu e di azzurro

Una vela bianca all’orizzonte.
Una fantasia di scogli, davanti al mare di Boccadasse.
Una sedia, la tua.
Il libro che avevi messo da parte per leggerlo nel tempo del sole: è una storia di amori grandi, di viaggi e di avventure, di partenze e di ritorni, è una trama avvincente e complicata, la segui pagina dopo pagina davanti a questo blu.
Poi nella borsa hai il tuo abbronzante che profuma d’estate, un fazzoletto colorato per coprirti la testa, una rivista con notizie curiose e leggere, una bottiglietta d’acqua, gli occhiali con le lenti scure, la penna e l’immancabile Settimana Enigmistica.
Ascolti la musica o forse no, ti basta il suono delle onde.
Questi sono i rituali dei nuovi inizi della stagione nuova, giugno porta il sole e le ore di meritato relax, anche in questo nostro tempo strano e complicato.
E allora ho voluto portarvi là, sugli scogli, davanti al mare di Boccadasse.
Era un giorno di sole.
E c’era l’ombrellone a righe posato a terra, c’era un gioco di linee, contrasti e sfumature, c’era l’intensità del mare e la bellezza della vera quiete.
Con la speranza che quella che verrà sia una bella estate, di blu e di azzurro.