Mare, vele e libertà

E poi il sole brillante rimbalza sul mare e fa luccicare l’acqua che si increspa appena.
Ed è blu, turchese, celeste e bianco di vele che sospinte da favorevoli venti prendono il largo verso mete sconosciute.
Il mare, da sempre e per sempre, è simbolo di assoluta libertà, con quell’orizzonte infinito del quale non si sa immaginare il confine.

E navigano le vele, leggere si inseguono e si alternano in una danza che pare non terminare mai.

Alcune si inchinano alla forza del vento e alla maestà del mare.

È un dono prezioso poter sentire la brezza marina, il salmastro che sfiora la pelle, la vita che richiama altra vita e altra bellezza.
Così incedono le vele, nell’avventura di una giornata lieta.

Maestose regine di un panorama armonioso e così lineare eppure unico.

Candide e chiare, come la spuma che si dissolve sui sassi quando le onde si frangono inquiete.

Così ho veduto queste vele, lievi sul mare davanti a Corso Italia, sospinte dal vento e dal desiderio di libertà.

Guardando Genova con gli occhi di Francesco Petrarca

“…Allora ero fanciullo e appena come in sogno rammento le cose viste, quando quell’insenatura del vostro litorale, che vede il sole sorgere e tramontare, mi sembra non una terrena, ma una celeste dimora, quale i poeti collocano nei Campi Elisi come le cime delle colline con ameni sentieri, le vallate lussureggianti e nelle vallate persone felici.”

Evocativa, poetica, densa di innumerevoli sensazioni è la descrizione di Genova lasciataci da Francesco Petrarca, il brano è tratto dalla raccolta epistolare Le Familiari e risale al 1352, il testo è originariamente in latino e se ne trova la curata traduzione nel libro Genova medievale vista dai contemporanei della Dottoressa Giovanna Petti Balbi  pubblicato da Compagnia dei Librai nel 2008, sempre da questo pregiato volume ho tratto anche l’altro brano del Petrarca che in seguito troverete citato.
Al poeta sovviene alla mente la memoria di ciò che vide quando era appena un ragazzo e quella città posata sul mare lo ammaliava con le sue torri e i suoi palazzi fastosi, lo incantava per le sue colline coperte di cedri profumati, viti e ulivi a perdita d’occhio.
Un luogo di delizie e di armonie, nel quale il poeta riconosce anche una certa tempra ai suoi cittadini.
Cita infatti le gloriose vittorie di Genova contro Pisa e Venezia e rammenta come la fama della Superba corresse di bocca in bocca: i genovesi erano temuti e rispettati e nessuno si osava andare per mare senza il loro permesso.

Ugualmente intensa è la descrizione risalente al 1358 e inclusa nel volume Itinerarium Syriacum nella quale il Petrarca ancora magnifica la potente flotta della Superba, così temuta e temibile.
E ancora, invita ad ammirare il porto di Genova, opera della fatica dell’uomo.
Le parole di Petrarca non sono soltanto di apprezzamento per le bellezze della città ma anche per il carattere dei suoi cittadini, per il loro modo di agire e per la forza dei loro animo.
Bella e ricca è la terra di Liguria, egli decanta i ruscelli e le valli, le bellezze delle alture, le case adagiate sulla costa e usa toni di autentica ammirazione.
E tra le rare bellezze da apprezzare nella Superba Petrarca ricorda il lucente catino che ai tempi si credeva di puro smeraldo e che si riteneva essere stato usato da Gesù nell’ultima cena.
Il reperto fu condotto a Genova dalla Terra Santa da Guglielmo Embriaco l’eroe delle Crociate ed è ora conservato al Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo.

La città che vide Petrarca è lontana nel tempo e così diversa da quella che oggi percorriamo eppure fu proprio lui, in questo suo testo, a formulare una definizione che ancora ci commuove riempiendo i nostri cuori di orgoglio e di amore per la nostra città:

“Veniamo a Genova, che dici di non aver mai visto. Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare.”

Gabbiani e riflessi d’inverno

Così si ritorna, sempre, davanti al mare freddo d’inverno, anche quando spira gelido il vento.
È il mare di Genova e del Porto Antico, con le barche placide, le persone che passeggiano lente, i pesci che guizzano vivaci.
E sopra un cielo di nuvole e la luce che filtra donando riflessi d’argento.

Sulla superficie dell’acqua leggeri fluttuano i gabbiani.

E il mare luccica di freddi bagliori metallici.

E là, in mezzo ai bianchi gabbiani, ecco che spicca un diverso signore del cielo: un cormorano.

E poi ancora vento, cerchi concentrici e un battito d’ali.

Semplicemente scivolando sul mare.

Mentre le nuvole si specchiano nell’acqua in un pomeriggio di Genova e d’inverno.

Viaggiando sul 15

Quando è stata l’ultima volta che ho preso il 15?
Ormai diverso tempo fa, sono passati mesi.
Per chi non lo sapesse il 15 è l’autobus che dal centro porta verso il levante della città, verso il mare di Nervi e la sua bellezza.
Così, quando devo prendere il 15, me ne vado al capolinea e scelgo un posto a sedere comodo e panoramico, mi metto accanto al finestrino e guardo scorrere la città.
Il 15 attraversa le belle e ampie strade di Albaro, durante un paio di questi viaggi cittadini ho fatto anche qualche fantastica scoperta della quale un giorno magari scriverò: in questi casi, a parte l’iniziale stupore, finisco per scapicollarmi giù dall’autobus alla prima fermata utile e vado con calma in cerca di ciò che ho intravisto dal finestrino.
Il più delle volte, invece, resto semplicemente al mio posto in attesa che i miei occhi trovino il mare.
E ad un tratto eccolo, oltre le porte chiuse, oltre la ringhiera celeste, nel bagliore di una luce d’inverno.

Viaggiare sul 15 è semplicemente una piccola magia marina, un ininterrotto susseguirsi di scogli, insenature e onde e curve e case che si affacciano sul blu e ringhiere sulle quali posare la mano e nuvole che si stagliano all’orizzonte e panchine e gozzi posati sui sassi e bandiere che sventolano sospinte dal vento.
Viaggiare sul 15 sa essere proprio una di quelle poesie semplici che piacciono a me.

E poi, a un certo punto, ecco ancora il profilo della costa meta di altre gite e altre passeggiate.
E poi le vele sull’acqua sospinte da brezza favorevole, la spuma bianca del mare che si frange sulle rocce e certe sfumature di azzurro.

E poi quando giunge il tempo di scendere allora ci si avvicina alla porta ma il panorama continua ancora a scorrere rapido là fuori.
In una vaghezza di celeste, mentre certe nuvolette chiare paiono sfiorare la linea del mare e tu sei là, in viaggio sul 15.

Una panchina tutta per me

Camminando senza meta a volte ho trovato proprio quello che non stavo nemmeno cercando.
Era un istante che conteneva l’infinità, era un’emozione profumata di dolcezza.
Era appena una piccola gioia e senza che io lo sapessi racchiudeva felicità immensa.
A volte accade.
Mentre vivo, semplicemente.
Mentre cammino con il vento in faccia.
Mentre sogno, immagino, ricordo e ancora ritrovo il tempo di ieri, un sorriso che non ho dimenticato, il suono di una voce, una memoria che emerge.
Allora cerco una panchina tutta per me e lo sguardo si perde tra i toni di azzurro e celeste e nella melodia dei miei pensieri.

Tramonto di novembre

I tramonti più suggestivi si svelano nelle stagioni più fredde, in certe sere il cielo si infiamma e appassiona, cattura lo sguardo e ti lascia in attesa di uno spettacolo straordinario.
Così si è svelato questo tramonto di novembre, con una sola nuvola fluttuante nel cielo chiaro mentre il sole cercava di farsi largo in quella densità.

E quella luce radiosa si specchiava sul mare inondando di chiarore quella nave che seguiva la sua rotta.

Dall’oro al rosa, piano Fratello Sole ha cominciato la sua discesa verso la costa.

In un incanto di riflessi e colori brillanti, tra tenui sfumature di celeste e di cipria.

Una ad una poi si sono accese le luci del porto, in una sera di Genova e di novembre.

La speranza

La speranza, il suo tono è tenue celeste.
Dolce e rasserenante speranza che offre allo sguardo orizzonti sconfinati.
Il suo suono è come il ritmo di un’onda che piano si frange ma sempre ritorna e mai abbandona la riva.
Viva speranza che dona respiro e lenta si posa come luce radiosa sul mare e così conforta e consola.

Come un fiore selvatico proteso sul mare

L’altro pomeriggio sono andata al Porto Antico.
Non era una giornata particolarmente luminosa e tuttavia mi è sembrata la cosa giusta da fare: ogni tanto, quando posso, vado a salutare fratello mare.
E intanto cerco le barche dai nomi curiosi, i gabbiani maestosi, gli uccellini ciarlieri che si posano sulle corde da pesca.
Così sono arrivata fino all’Isola delle Chiatte e davanti a me camminava una signora di una certa età: borsetta sotto il braccio, giacca blu, passo cadenzato e andatura elegante, osservava l’orizzonte immersa nei suoi pensieri.
Altri genovesi poi se ne stavano seduti sulle panchine ad ascoltare il lento sciabordio delle onde e guardare quel panorama che per noi è casa: la Lanterna, i Magazzini del Cotone, le navi.
In un istante di quiete sospesa.
Ho camminato ancora, in un pomeriggio d’autunno sovrastato da nuvole grigie e inquiete.
Ho raggiunto la zona dove è situato il Galeone, come sempre ho indugiato ad ammirare le barche e quello scorcio di porto con i moli, le vele e i riflessi d’argento di questa stagione.
E poi, mentre ero appoggiata alla ringhiera, ho abbassato lo sguardo verso l’acqua e là ho veduto quei petali vibranti di giallo e lo stelo sottile.
E allora mi sono fermata ad osservare e ricordo di aver pensato che la vita in fondo è proprio così, come un fiore selvatico proteso sul mare.

Guardando Genova dal Santuario della Madonnetta

E così Genova si svela e il panorama si distende davanti agli sguardi dal terrazzo del Santuario della Madonnetta, un punto di osservazione privilegiato dove ho avuto la fortuna di trovarmi nel corso della mia visita.

Ecco lo specchio celeste del mare, la ruota panoramica, il bigo e i tetti della Superba.

Le barche e i Magazzini del Cotone, il posto dove amo andare a camminare controvento e ad ammirare il tramonto.

E quella magia di ardesie, di finestre e campanili, di abbaini sui tetti spioventi di Genova e le navi laggiù.

C’è sempre qualcosa di meraviglioso e straordinario nella semplice sensazione di ritrovare da un diverso punto di vista i luoghi che conosco e cercare così di distinguere strade, caruggi e piazzette in quel formidabile intrico che vive, palpita e respira.

Ed è azzurro d’autunno e luce brillante di Genova.

Ancora le navi, la sopraelevata che si snoda sinuosa e l’incanto della Superba.

Alle spalle poi, le vertiginose bellezze della città in salita, le case abbarbicate sulle alture, i binari della Funicolare Zecca Righi e la piccola e inconfondibile vettura rossa che va su e giù.

E ancora il sole che così fa luccicare il mare in un tiepido pomeriggio ottobrino.

Così si ammira la mia città dal Santuario della Madonnetta che in certe sere incantevoli così si staglia tra le nuvole rosa nelle luce del tramonto.

Esposizione Italo-Americana del 1892: regate a vela e a remi

Accadde nel 1892, in quell’anno glorioso si celebravano i 400 anni della scoperta dell’America e la città di Genova, per celebrare il più celebre dei suoi figli, organizzò in onore di Cristoforo Colombo la grandiosa Esposizione Italo-Americana che ebbe inizio ai primi di luglio per terminare poi ai primi di dicembre.
Numerosissimi furono gli eventi e le iniziative, ovviamente è impossibile narrarli tutti in breve e allora oggi vi porterò in riva al mare blu come quello che condusse con le sue onde il prode Colombo verso fama imperitura.
Qui, su quell’azzurro spumeggiante, si tennero le regate a vela e a remi, traggo le notizie che vi narro dal volume Cronache della Commemorazione del IV Centenario Colombiano edite a cura del Municipio proprio in quel 1892.
Dunque, a promuovere le splendide regate a vela fu il Regio Yacht Club Italiano e moltissime furono le imbarcazioni che presero il mare.
Il campo di regata comprendeva un triangolo che aveva i suoi vertici nei tre seguenti punti: all’estremità del Molo Lucedio, davanti a Sampierdarena e a Quinto al Mare.
Gli yachts e le candide vele si sfidarono ai primi di agosto, il vento di scirocco favorì la navigazione.

Cari amici, non sto a elencarvi i nomi dei partecipanti, erano davvero tanti e certo si trattava del fior fiore della buona società, tra di essi figura anche il Capitano Enrico d’Albertis, il volume riporta con precisione i risultati delle diverse gare.
Ovviamente non mancarono le occasioni mondane e la sera dell’otto agosto nello scenario della sfavillante Villetta Serra riccamente illuminata si tenne un esclusivo garden party, la sala al piano terreno era adornata con le bandiere di tutte le nazioni.
Ecco l’augusta nobiltà cittadina, fanno sfoggio di raffinatezze le elegantissime signore dell’olimpo genovese e forestiere, così recita l’articolo di Il Secolo XIX riportato sul libro.
Non mancava il sindaco Barone Andrea Podestà e con lui molti notabili della città.
Venne poi la metà del mese e dal 14 al 16 si tennero nel Porto di Genova le regate internazionali a remi.
Il pubblico sulle tribune che circondavano il palco reale ammirò compiaciuto lo spettacolo straordinario delle regate.

Tratto da Cronache della Commemorazione del IV Centenario Colombiano
Volume di mia proprietà

L’Italia annoverava atleti provenienti da città diverse e schierò nelle diverse gare equipaggi con sportivi provenienti da Genova, Milano, Torino, Piacenza, Pavia, Livorno e Firenze.

E così si legge:

“Lungo il campo delle regate due lunghe file di navi da guerra, yachts e grossi vapori della Navigazione Generale Italiana e di altri armatori completavano il quadro grazioso a cui era sfondo splendido il Superbo Porto di Genova.”

Le giornate si conclusero con le cerimonie di premiazione dei vincitori e con il brindisi alla gloria dei partecipanti.
Furono giornate memorabili per Genova, furono tempi di festa e di celebrazione.
In onore di Cristoforo Colombo, fiero navigatore e illustre figlio della Superba.