Gozzi di città

Accade in questi giorni, per le strade di Genova.
Sventolano le bandiere nautiche contro il cielo della Superba, questi allestimenti sono il benvenuto ai visitatori del Salone Nautico che è una tradizione consolidata di questa città.
E i colori del mare si mescolano a quello che è il simbolo della fiera Repubblica Marinara, quella Croce di San Giorgio che sempre è issata sulla Torre Grimaldina.

E in Piazza Corvetto, ai piedi della monumento equestre a Vittorio Emanuele II, sono posti due semplici gozzi addobbati per l’occasione.

Piazza Corvetto (1)

A dire il vero, riflettendoci, queste non sono soltanto imbarcazioni che celebrano un evento di rilevanza internazionale nel mondo della nautica.
Questo, in qualche modo, rappresenta per me la parte migliore di noi.

Piazza Corvetto (2)

È difficile parlare di noi, a volte.
E a volte per noi parlano le azioni, quello che sappiamo mostrare delle nostre vite e del nostro modo di stare tra gli altri.
Un gozzo, per un ligure, è simbolo di lavoro e di caparbia, è un legame con la nostra terra aspra e con la sua storia.
È la parte migliore di noi, quella che non si arrende mai.

Piazza Corvetto (3)

E così, se girerete per la città, troverete queste testimonianze che narrano di noi e di come siamo.
Rudi, di poche parole, a volte scontrosi.
Veri, sempre.

Piazza Corvetto (4)

E ancora sventolano quei colori che raccontano storie di mare in Salita Santa Caterina.

Salita Santa Caterina (1)

Salita Santa Caterina (2)

E trionfano nella magnificenza ottocentesca di Via Roma.

Via Roma (2)

Tinte sgargianti, profumo di onde e di viaggi, superbe immaginazioni anche in Galleria Mazzini.

Galleria Mazzini (1)

E qui, complice l’assenza di vento, si possono ammirare magnifiche prospettive.

Galleria Mazzini (2)

Anche questa è la parte migliore di noi, rappresenta il nostro saper riconoscere chi siamo e a quale mondo apparteniamo senza mai perdere di vista i nuovi orizzonti.
Questo fa la gente di mare, parte alla ventura e poi ritorna alla propria riva.

Galleria Mazzini (3)

Tavoli all’aperto, sedie colorate e bandiere.

Galleria Mazzini (4)

E ancora, in Piazza De Ferrari, un altro gozzo.

Piazza De Ferrari (1)

Se passerete lì nel tardo pomeriggio vedrete la luce della sera che lo accarezza.

Piazza De Ferrari (2)

E davanti al Ducale è ferma un’altra piccola barchetta capace di sfidare onde agitate e venti contrari.

Piazza Matteotti (1)

Appartiene ad una terra di gente fiera e indomita.

Piazza Matteotti (2)

E quella, credetemi, è davvero la parte migliore di noi.

Piazza Matteotti (3)

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Cappellini bianchi

E poi ci si ritrova tutti insieme, nel tempo dell’ingenuità.
Coloro che compaiono in questa bella immagine d’epoca sono quasi tutti piccoli e quasi tutti portano un cappellino bianco in testa.
E poi la manina sul petto, un sorriso gioioso e l’espressione seria, una bimbetta ha qualcosa in bocca e quindi nella foto sembra che faccia una strana smorfia.

E poi dita in bocca, frangette, bretelle, abitini a fiori, infantili incertezze e pelle ambrata dal sole.
E lui che da solo è già un romanzo: stringe in un dolce abbraccio la bimba più piccina, ha questo modo di fare protettivo, è sicuro di sé e tiene l’altra mano sopra agli occhi per ripararsi dal sole che batte.
Lui da solo è una storia di infanzia avventurosa e di scoperta, di bellezza e infiniti stupori.

I bambini poi, come tutti i loro coetanei di qualsiasi epoca, amano mettersi seduti sui sassi, uno accanto all’altro.
E come dicevo alcuni hanno il cappellino bianco in testa, altri invece no.

Certi sembrano degli angioletti ma invece sono irrequieti e vivaci, delle piccole pesti che magari stanno soltanto architettando qualche guaio da combinare!

Stoffe a quadretti, tempo d’estate, sole negli occhi.

E ancora onde, gozzi, legno verniciato di uno stabilimento balneare.
E non mi è chiaro cosa regga in una mano il giovane uomo in piedi, un amico dice che secondo lui potrebbe trattarsi di un sigaro ma io non ne sono così sicura.
Erano anni lontani, nel tempo dell’infanzia.
E tra tutti loro c’era un bambinetto che guardava lontano, io vedo in lui la fiducia vera nel futuro e nelle opportunità che la vita terrà in serbo per lui.

E il sole brillava alto, in quell’altro tempo.
E c’erano sassi, speranze e cappellini bianchi.

Remando davanti a Priaruggia

Remando davanti a Priaruggia.
E il sole batte, la stoffa scura e pesante del costume da bagno trattiene il calore, hai un ciondolo che cade sul tuo petto e una pettinatura composta.
Magari la tua è soltanto una posa per il fotografo, vero?
Sì, così penseranno coloro che vedranno la tua fotografia molto tempo dopo, però tu invece in quel momento sentivi proprio quell’orgoglio lì.
Remare è una cosa da uomini, si direbbe.
E tuttavia prendi i remi, li stringi tra le mani e già la immagini la libertà.
E sai la fierezza di sentirsi indipendenti, uniche e speciali? Mica la puoi descrivere la bellezza di farcela da sole, non sai neppure se gli altri ti capirebbero.
Ma ci pensi?
Prendere la barca e andare via, anche solo per qualche ora.
Superare il promontorio, cercare una caletta nascosta dove l’acqua è azzurra e calma.
Andare là, senza dir niente a nessuno.
E fermarsi.
E ascoltare il mare e il vento.
E sai la soddisfazione di fare tutto da sola?
Perché poi, chi mai si immagina cosa passa nella testa di una donna, in certi momenti?
Si pensa che tu sia nata per essere moglie e madre, si crede che i tuoi talenti siano solo ricamare, cucire, pregare, cucinare.
Non è così, tu sai che potresti fare qualsiasi cosa al mondo, davvero nulla sarebbe impossibile per te, ogni tanto ci pensi e ne sei sicura.
E se, tanto per iniziare, potessi prendere il largo.
E ritornare quando vuoi tu.
E non dire nulla a nessuno di ciò che hai fatto.
È una roba tua, una cosa che riguarda te e basta.
E allora tiri remi indietro con un certo vigore, guardi davanti a te e appena sorridi.
Ed è questione di un istante.
E davvero, chi mai si immagina cosa può passare nella testa di una donna?

Gelati e incontri a Boccadasse

Oggi vi racconto di un giorno di giugno trascorso davanti al mare, a Boccadasse.
Sono arrivata là, sul muretto, con la mia coppetta di gelato da gustare.

Veramente me la sono conquistata dopo una lunga camminata da Sturla a Vernazzola e poi su, da Via Urania, in quella vertigine che è propria delle creuze di Genova.

Via Urania

E arrivata in cima mi sono fermata sotto a una certa finestra.
E c’erano vasi generosi, piantine e tende a righe.

Capo Santa Chiara (1)

E poi ancora, un altro muretto a Capo Santa Chiara, mentre gli ombrelloni regalavano ombra confortatrice a certi pigri bagnanti.

Capo Santa Chiara (1a)

E lo sguardo, il mare blu, le prospettive di casa.

Capo Santa Chiara (2)

I petali dalle tinte accese, le foglie, gli scogli e i tetti delle case.

Capo Santa Chiara (3)

E ancora discese di mattoni, ringhiere, rumore di onde, gabbiani in lontananza, voci e vasetti di coccio.

Boccadasse (2)

Rosso, vivace e brillante di fiori di cactus.

Boccadasse (3)

Rosso, sulle piante e sui muri delle case.

Boccadasse (4)

E scale, gradini, panni stesi, passo piano senza disturbare, ci sono un ragazzo e una ragazza che si parlano d’amore, sembrerà un’invenzione per rendere più romantico il racconto e invece no, erano proprio lì, seduti da una parte.

Boccadasse (5)

Ed ha questi colori il tempo gioioso dell’estate di Genova.

Boccadasse (6)

Ed eccomi dunque, sul mio muretto con la mia magnifica coppetta di gelato al pistacchio e ai frutti di bosco, felicità!

Boccadasse (7)

E quindi ho imboccato la creuza, come sempre tutti facciamo, quando andiamo a Boccadasse ed ecco l’incontro particolare, mica te lo aspetti in un’assolata giornata di giugno.
C’era una signora che era appena uscita di casa ed era un po’ interdetta, sulla porta della sua abitazione in effetti stazionava un ospite decisamente inatteso.
Non per dire ma io se me lo trovassi in terrazzo penso che chiuderei la finestra con molta calma, l’idea di averlo in salotto non mi piacerebbe tanto.

Boccadasse (8)

La signora era della stessa idea, ecco.
Io mi sono fermata a lungo a chiacchierare con lei e poi a noi si è aggiunto anche un altro passante che ha fornito svariate rassicurazioni sul tipo in questione.
Quindi eravamo in tre, sulla creuza, nel viavai della gente che scende a Boccadasse.

Boccadasse (9)

Il tipetto però non sembrava avere alcuna intenzione di schiodarsi dallo stipite e lì l’ho lasciato, ma vi assicuro che siamo rimasti un bel po’ di tempo ad osservarlo, mi auguro che la signora sia poi riuscita a entrare in casa senza portarsi dietro cotanto personaggio!

Boccadasse (10)

Cose che capitano dove non te lo aspetti, nel tempo del sole caldo.
E così ho terminato la mia passeggiata, guardando le barche e il mare luccicante della nostra bella Boccadasse.

Boccadasse (11)

Anni ’20: agosto ai Bagni Liggia

Ricordi i nostri giorni d’estate?
Andavamo sempre ai Bagni Liggia, quello era davvero il nostro posto.
E poi cresci, diventi grande, ma quei luoghi che appartengono ai giorni dell’infanzia non li potrai dimenticare mai.
Andavamo ai Bagni Liggia, sul finire degli anni ’20, la vita era una sorpresa, accade così quando sei un piccoletto che va alla spiaggia con mamma e papà.

Proprio là, nel levante della città, dove il clima sa essere dolce e piacevole.

Bagni Liggia (2)

Là, dove lo sguardo si perde a inseguire la costa frastagliata e le impervie bellezze della Liguria.

Bagni Liggia (3)

Nel tempo dell’infanzia c’era sempre tutta quella gioia nei nostri occhi, noi che nulla sapevamo del nostro futuro.
Con la mamma e con le zie, ognuna porta un cappellino diverso, è caldo nel mese di agosto ed è meglio ripararsi la testa.
Ed eccomi lì, a dondolare le gambe sul pontile, avanti e indietro, avanti e indietro.
Poi raccogli un sasso e stringilo in una mano, insegui i granchi, corri sul bagnasciuga e ridi fortissimo.

Era il tempo dei giochi sulla spiaggia, ai Bagni Liggia.

Bagni Liggia (5)

E ti ricordi?
Ci mettevamo a sedere sui sassi e la mamma ci faceva mille raccomandazioni.
Era un tempo dolce, quello.
E l’aria calda accarezzava la pelle, papà mi baciava la fronte e ogni giorno era una nuova avventura.

Quello, per noi, era davvero il nostro posto.
E questa è una cosa che non si sa spiegare: ritorni in un certo luogo e il cuore comincia a batterti forte perché lì ci sono i ricordi della tua vita.
Le risate dei grandi, le chiacchiere in riva al mare e la luce del sole che fa luccicare l’acqua.

Bagni Liggia (6)

E ti ricordi?
Ti ricordi le nostre merende tra le braccia di mamma?
All’ombra, perché faceva caldo ai Bagni Liggia, dopo il bagno ci mettevamo lì bravi bravi e ci godevamo qualche dolce bontà che mamma aveva preparato per noi.

E i giri in barca?
Ti ricordi quel rumore? Pluf! È il suono del remo che cade nell’acqua e poi ritorna su!
E andavamo al largo, facevamo i tuffi ed era tutto così semplice e perfetto, il ricordo di quei momenti speciali è ancora vivo e vivace.

Bagni Liggia (8)

E questo, cari lettori, è ancora uno dei miei giochi di fantasia.
Ho dato voce al bimbetto che avete veduto nelle immagini d’epoca, si tratta di tre fotografie, su due di esse a tergo una mano gentile ha scritto Bagni Liggia, specificando poi anche che le immagini risalgono ai mesi di Agosto del 1928 e del 1929.
Non c’è scritto nulla sulla terza fotografia della quale avete già veduto un frammento, qui di seguito la pubblico per intero.
Ed io penso di aver riconosciuto il bambino sorridente e anche la sua mamma, quindi presumo che anche questi siano i Bagni Liggia anche se non ne ho certezza.
Era il tempo dolce di agosto.
Sorrisi, aria di mare, onde frizzanti.

E poi, il tempo.
Scorre, scivola e svanisce.
E accade così, all’improvviso.
E ti resta il ricordo del tuo tempo d’estate ai bagni Liggia.

Bagni Liggia (10)

 

Le presine della zia

Nelle seconde case ci sono spesso oggetti che non usiamo più e che comunque meritano una seconda possibilità: magari sono semplicemente passati di moda oppure sono stati sostituti con altri più nuovi ma rimangono utili e così trovano una nuova vita nella seconda casa.
Piatti per la cucina, asciugamani da spiaggia, accessori vari e oggetti per la casa presi con i punti, cose così.
L’altro giorno qui in campagna ho trovato tra la biancheria un piccolo tesoro, a dire il vero in quel cassetto ci sono numerose tovagliette cucite e ricamate dalla nonna e dalla mamma, strofinacci, centrini e altre minuziose bellezze e poi ci sono anche le presine della zia.
Le ho appese in cucina per usarle e mi si è subito risvegliata l’immaginazione: certamente la zia avrà fatto quelle presine con qualche avanzo di cotone, lei era il tipo da lavori monumentali e impegnativi.
Della zia, in realtà, è sempre un po’ difficile parlare al passato perché lei ha lasciato ovunque la traccia della sua personalità solare e gioiosa.
Ed eccola lì, seduta sulla sedia di vimini in salotto della casa del mare, con i gomitoli di cotone e l’uncinetto in mano.
La zia chiaramente fa anche le presine, non c’è nulla che lei non riesca a creare con la sua brillante fantasia.
È uno dei suoi passatempi, la zia è anche abile solutrice di Parole Crociate e non c’è Ghilardi o Bartezzaghi che le incuta timore, ama anche giocare a carte e facciamo spesso lunghe partite a Scala Quaranta.
L’uncinetto e il ricamo sono i suoi vanti, la zia ha annate intere di riviste e cassetti pieni di gomitoli colorati e non sta mai con le mani in mano.
Si dedica ai lavori manuali mentre alla TV passano un vecchio film giallo, la zia ama i romanzi di Agatha Christie e apprezza Monsieur Poirot ma anche lei ha un debole per Miss Marple.
E intanto l’uncinetto va su e giù, lei guarda le sue presine con un certo compiacimento e non vede l’ora di finirle, trilla con allegria, la zia non è mai di cattivo umore e ha una voce chiara e squillante.
E intanto l’uncinetto va su e giù e poi il tempo passa e scivolano via gli anni.
Negli armadi di casa ho tante cose fatte dalla zia, ho anche un ricamo che lei non ha mai completato ed ero quasi intenzionata a finirlo io, poi in realtà ho lasciato gli aghi così come sono, come li aveva puntati lei nella tela di lino.
Quel ricamo è una raffinata ghirlanda circolare con le quattro stagioni: Il tempo, quella cosa lì che non si sa capire.
Agosto in casa mia è sempre stato un mese di compleanni, di rado li festeggiavamo tutti insieme perché nel tempo delle vacanze magari capitava di essere in posti diversi.
Ad agosto compivano gli anni mio papà, mia zia e la loro mamma, la Nonna Teresa.
Con la zia capitava di trovarsi insieme, nel cuore dell’estate, nella casa del mare e magari si andava a cena fuori a mangiare la frittura di pesce.
Ma ve l’ho detto, l’uncinetto va su e giù e la trama della vita è più complicata di quanto si vorrebbe.
Le presine della zia ora sono qui, nella casa di campagna, io sono indecisa se tenerle da parte oppure se usarle ma credo che la zia vorrebbe che le sue presine continuassero a vivere mirabolanti avventure in cucina, da cuoca sopraffina credo che apprezzerebbe.
E allora mi sembra quasi di rivivere quel momento.
La sedia di vimini, i mobili scuri della sala, il caldo della riviera.
L’uncinetto va su e giù e poi si ferma.
E la zia riguarda il suo lavoro e pronuncia soddisfatta queste parole:
– Ecco, sono finite!
Sorride, si alza e si affaccia alla finestra, guarda fuori e decide di andare a far due passi.
E insieme a suo marito va su e giù, sulla passeggiata a mare, in uno di quei luoghi dove le memorie e il tempo davvero non finiscono mai.

Entella Contini: la bambina con il salvagente

Questa è la storia di una bambina nel tempo di una lontana e calda estate.
Allegra nella sua ingenua gioia infantile, i suoi occhi brillano curiosi e cercano impazienti il mare, lei vuole soltanto correre libera tra le onde frizzanti, sono i giorni del gioco e del divertimento.
E la sua mano si posa, fatale, su quel salvagente.

Ha appena nove anni e sul suo costumino si legge quel suo nome romantico e ormai desueto: Entella.
Ha un fermaglio nei capelli, il sorriso luminoso, gli occhi brillanti di vita.

Entella e le onde, il suo mare è quello di Celle Ligure, il nome della località meta delle vacanze estive si legge proprio sul salvagente della bambina.

Entella Contini (3)

E il destino della piccola Entella si compie , la memoria della sua fine tragica è scritta ai suoi piedi.
Entella Contini, a 9 anni, mentre andava alla carezza dell’onda e folleggiando sorridea alla vita.

Entella Contini (4)

Un malore improvviso, il respiro che si spezza, l’acqua che la sommerge avvolgendo i suoi sensi e cancellando il suo sorriso di bimba.
La statua di lei è opera di Roberto Ersanilli, l’artista la ritrasse nel momento della sua ultima felicità.

Quando ero piccola mia mamma mi portava spesso a visitare i monumenti di Staglieno e la storia di Entella all’epoca mi scosse e mi colpì.
Era una bimba perduta tra le onde e mai più tornata tra le braccia amorose dei genitori, nel calore sincero della sua famiglia.
Sono sempre ritornata a trovarla, io sono divenuta una donna ma lei è rimasta per sempre bambina.
La sua tomba si trova nel Boschetto Irregolare, lungo la scalinata che conduce alla tomba di Mazzini.
Tra gli angeli, nel tempo dell’innocenza.

Entella Contini (6)

Là dove lei riposa c’è anche una fotografia che la ritrae nel tempo dei suoi sorrisi.
E se andrete anche voi a salutarla la vedrete, compita e sorridente con il suo vestitino chiaro con la gonna a balze, le maniche corte a sbuffo e un colletto ampio, ha le calze corte e le scarpe con il passante.
Si appoggia a una seggiola e sorride, ottimista e fiduciosa nel futuro.
La ricordo oggi, nel giorno dei suoi ultimi giochi tra le onde del mare, lei lasciò le cose del mondo il 22 Luglio 1921.
Ed è ancora così, come l’ho sempre veduta: Entella, la bambina con il salvagente.

Entella Contini (7)

Un’estate al mare

La canzone è proprio quella e a cantarla era Giuni Russo, artista unica e mai dimenticata.
Erano gli anni ’80 e Un’estate al mare sarebbe rimasta a lungo la colonna sonora di certe serate sulla spiaggia, tutti abbiamo cantato i passaggi di quella canzone, nessuno di noi però è mai riuscito ad eguagliare i gorgheggi di Giuni, la sua potenza vocale era davvero impareggiabile.
Erano le estati lontane dalla scuola, io avevo una borsa di paglia con due manici e a tormentarmi era sempre un dubbio: è meglio l’olio di cocco o quello alla carota?
E sai che la camomilla schiarisce i capelli?
Sì, regala un tono dorato alle ciocche!
E tra l’altro, molti anni dopo, ti chiederai come facessi a fare il bagno in mare per metterti poi a prendere il sole con i capelli intrisi di sale, a ripensarci non si riesce a capire!
All’epoca poi, quando andavo a prendere il sole sugli scogli in mezzo al mare, a volte mi mettevo in testa un fazzoletto verde acido, devo dire che quel colore con l’abbronzatura stava a meraviglia.
E avevo anche un cappello di paglia comprato proprio nel paese delle mie vacanze, mi ricordo che sceglierlo fu parecchio complicato, mi piacevano diversi modelli e alla fine ne presi uno abbastanza particolare: è un cappello da esploratore, niente di meno.
Ora, se un po’ mi conoscete saprete già cosa sto per scrivere.
Dunque, la borsa che usavo per la spiaggia vive una dignitosa maturità e da molti anni ospita le scatole con le lucine dell’albero di Natale, mai avrebbe pensato di avere un destino simile!
Il fazzolettino verde è ripiegato in un cassetto e anche il cappello da esploratore se ne sta in un angolino della casa senza disturbare.
E quando viene l’estate, lo ammetto, io mi sorprendo sempre a canticchiare la canzone di Giuni Russo, per me è la memoria dolce di estati felici.
All’inizio di questa nuova stagione, poi, mi è capitato di ritrovarmi a curiosare su una bancarella al Porto Antico.
C’erano in vendita cappelli di paglia di tutti i tipi e ne ho provati parecchi, per qualche istante mi è parto di tornare indietro nel tempo e di essere di nuovo in quel negozio dove trovai il mio cappello da esploratore.
E c’erano la sedia azzurra da bagnino, un salvagente, una collana colorata.
E il sole caldo, nl tempo dei tuffi.
C’era tutto, davvero.
E in sottofondo soltanto per me c’era la suadente voce di Giuni che intonava ancora una volta le rime mai scordate di Un’estate al mare.

Ricorderai

Ricorderai il calore dei sassi sotto i piedini per il sole dell’estate.
Ricorderai la spuma del mare sulle caviglie, l’onda sulle tue ginocchia bambine e il passo un po’ esitante e incerto per il timore di scivolare.
Ricorderai la tua gioia, le piccole conchiglie racchiuse nella manina, i pesci guizzanti e sfuggenti.
Ricorderai il tuo fratellino, complice compagno di giochi e di guai.
Ricorderai la figura sottile di tua madre seduta sullo scoglio in paziente attesa del tuo ritorno.
Ricorderai il suo viso dolce e rassicurante, lo sguardo limpido che ti insegnò in quale maniera guardare il mondo.
E poi le tue braccia spalancate, la tua risata fragorosa, un tuffo in mare, il bruciore negli occhi, trattieni il fiato, riemergi e respira.
E ancora ricorderai le voci sulla spiaggia e una sola chiama te, è la voce di lei che ti attende a riva.
Ricorderai, nel tempo che verrà, forse proverai a raccontare quei giorni della tua infanzia e ti sembrerà di non trovare mai le parole giuste.
E chiuderai gli occhi, sorriderai, ti batterà forte il cuore.
E ancora una volta ricorderai.

L’autobus per il mare

Se prendi l’autobus che porta al mare forse ti sembrerà di essere già in vacanza.
A me è capitato qualche giorno fa, il cielo non era neanche perfettamente limpido ma sull’autobus che porta al mare c’era un’atmosfera allegra e scanzonata.
Intanto la scuola è finita e quindi gli studenti possono trascorrere i pomeriggi alla spiaggia a prendere il sole e a chiacchierare sotto all’ombrellone, ascoltando la loro musica e godendosi la bellezza della libertà.
E là, sull’autobus che porta al mare, c’era un gruppetto di ragazze.
Calzoncini corti, jeans sfilacciati e magliette, tatuaggi, risate e lucidalabbra, scarpe da ginnastica e occhiali da sole, avevano anche un pallone: due di loro erano sedute e se lo passavano, sull’autobus che porta al mare accade anche questo.
E poi c’era una giovane donna bionda, con la pelle già ambrata, un abito a fiori e le scarpe di corda, già quelle fanno subito pensare a questa stagione nuova.
C’era una nonna energica e con lei il suo nipotino, anche loro viaggiavano con noi sull’autobus che porta al mare.
E poi siamo arrivati al capolinea e le ragazze sono scese di corsa, ridendo e chiacchierando ed io ho immaginato che avrebbero trascorso una giornata da ricordare.
In realtà accade così: tu semplicemente vivi e magari nemmeno lo sai che quello potrebbe essere un istante al quale ripenserai molti anni dopo con dolce nostalgia.
Soltanto vivi ed è giusto che sia così.
Parli con le tue amiche, ridi e magari sogni fortissimo, quelle cose belle lì, insomma.
La coda davanti alla gelateria: come al solito, è sempre così in questa stagione.
Il tizio che parla al telefono incurante di tutti e usando un tono di voce troppo alto.
Quelli che vanno su e giù in scooter in cerca del parcheggio introvabile.
Il sole caldo, le magliette a maniche corte, i sandali.
Prendi l’autobus che porta al mare e cerca il posto perfetto per te, questo è è il tempo dolce dell’estate.