18 Novembre 1911: Pietro Mascagni alla Stazione Marittima

Cadeva una leggera pioggia autunnale in quel pomeriggio di novembre del 1911 alla Stazione Marittima di Genova.
La luce iniziava ad essere più fioca e la folla trepidante si accalcava in quella calata dove giungevano le navi provenienti dalle Americhe.
Proprio là stava per attraccare il magnifico piroscafo Tomaso di Savoia sul quale viaggiava il maestro Pietro Mascagni con la sua compagnia composta da rinomati artisti di grande talento.
E immaginate la concitazione di quel giorno: come di consueto qui si assiepano intere famiglie, ci sono padri e madri di figli lontani che ritornano in patria, ognuno porta un’emozione nel cuore ed è difficile trattenere la commozione di quell’attesa.
Questa folla rumorosa, per l’occasione, comprende anche gli estimatori del celebre compositore: tutti vogliono vedere Mascagni, lo acclamano come una vera rockstar.
Ad accogliere il geniale artista ci sono anche i suoi famigliari, i figli di Mascagni non vedono l’ora di riabbracciare il papà.
E intanto, lentamente, il transatlantico si avvicina alla calata e coloro che sono a terra scorgono i volti noti di talentuosi cantanti e acclamati artisti.

C’è chi saluta con la mano, lacrime di commozione rigano certi volti.
E Mascagni? Dov’è Mascagni?
Il piroscafo attracca e scendono le passerelle, iniziano le complesse operazioni previste per lo sbarco, c’è gente che vuole salire a bordo per riunirsi finalmente al proprio caro, l’attesa non sarà poi lunga ma tutto attorno c’è una certa confusione.
E Mascagni? Dov’è Mascagni?
Occhi curiosi cercano la sua figura e il suo volto quando ad un tratto una voce cristallina sovrasta le altre:
– Ecco Mascagni!
E così tutti si voltano nella direzione suggerita e lo vedono là, felice e sorridente, tra gli altri passeggeri.
E si levano urla di gioia:
– Papà, papà! – ripetono i figli ancora lontani.
E lui ricambia, manda baci e saluta tutti e ad un tratto la sua cagnolina lo vede da lontano e sfugge all’abbraccio di Emy, la figlia di Mascagni: la bestiola corre via e passando tra le gambe di un poliziotto si lancia verso il Maestro.

Pietro Mascagni
Immagine tratta dalla rivista Melodia – Nr 4 del 1923 di mia proprietà

Si ride, è davvero un momento festoso e felice.
Ad attendere il compositore non sono soltanto i fans e i componenti della sua famiglia, c’è anche una nutrita schiera di giornalisti e tra essi si trova colui che scrisse il suo articolo per Il Lavoro del 19 Novembre 1911, gli sono grata per aver tramandato la vicenda che posso così raccontarvi.
Ed eccolo Mascagni, fuma un sigaro ed è circondato dai suoi cari, al fratello raccomanda di prendere il pappagallo che ha portato dall’America per un amico e scherzando dice che sebbene il pennuto sia venuto or ora dal Brasile già canta in perfetto dialetto calabrese!
E infine si concede ai giornalisti.
Quanto tempo è stato lontano dall’Italia: la sua tournée è durata sette mesi e lo ha portato nelle più grandi città come ad esempio La Plata, San Paolo e Montevideo.
Sono terre di emigranti che hanno lasciato da lungo tempo l’Italia senza la certezza di poterla mai rivedere e Mascagni è un vero orgoglio nazionale, egli racconta commosso della calorosa accoglienza ricevuta.
A Buenos Aires non c’erano meno di 50.000 persone a dargli il benvenuto e per l’occasione la banda cittadina eseguì il suo Inno del Sole suscitando viva commozione.
E dovevate vedere il tripudio di gioia nella città di Rosario: Mascagni fu accolto con le strade imbandierate e piene di fiori.
Al giornalista che gli chiede se non abbia sentito nostalgia dell’Italia il nostro risponde che il suo espediente per scacciare la malinconia è tenere un schema preciso di ogni suo impegno, in questo modo si inganna il tempo con facilità.
Il rientro di Pietro Mascagni dall’America è nel segno della soddisfazione, egli porta con sé la memoria dei suoi sfolgoranti successi e dei teatri pieni di pubblico, il ricordo dei suoi trionfi e degli applausi al suo formidabile talento.
Nella Superba rimarrà per qualche giorno e soggiornerà all’Hotel de Gênes: accadde nel tempo di novembre del 1911 e sono certa che furono molti i genovesi che serbarono a lungo il caro ricordo di quel giorno in cui videro il Maestro Mascagni alla Stazione Marittima.

Non per un dio ma nemmeno per gioco

Il racconto di una vita e un libro che forse non ha nemmeno bisogno di presentazioni, coloro che amano Fabrizio de André e la sua musica certo hanno già questo volume in libreria proprio come me che nel 2000 comprai la prima edizione di questa biografia pubblicata da Feltrinelli.
Non per un dio ma nemmeno per gioco – Vita di Fabrizio De André è il titolo del libro scritto dal giornalista Luigi Viva e dedicato alla narrazione della vicenda umana e artistica del più amato cantautore genovese, le parole sono tratte da Un Medico, brano incluso nell’album Non al denaro non all’amore né al cielo.
Questo libro ha il pregio di essere arricchito da numerose interviste realizzate dall’autore tra il 1992 e il 1999 anno della morte di Fabrizio, al lettore viene così offerto un ritratto sincero e reale del celebre cantautore, è un racconto onesto e ben documentato che non sconfina mai nella scontata quanto inutile agiografia.
Ed è anche la voce stessa di Fabrizio a narrare la propria storia, in un inanellarsi di memorie personali, aneddoti e ricordi che ne restituiscono le ore e i giorni.

Oltre a lui a parlare sono coloro che condivisero il suo cammino tra i quali la prima moglie Puni, Cristiano, Dori Ghezzi, Fossati, Reverberi, Mauro Pagani, Venditti, Villaggio e De Scalzi, è impossibile elencare tutti coloro che hanno dato un contributo fondamentale alla realizzazione di questo volume.
Dall’infanzia all’età adulta, seguendo i percorsi a volte spericolati di Fabrizio, le gioie, i tormenti, gli amori e le insicurezze, gli esordi e i momenti di gloria, i giorni bui del rapimento e la ritrovata serenità, l’amore mai sopito per la Sardegna che egli scelse come luogo in cui vivere.
A Genova aveva deciso di ritornare poco prima che il suo tempo finisse per sempre, come si sa pensava di trasferirsi in una casa in quel Porto Antico dove noi andiamo sempre a guardare il tramonto, oggi la via che conduce all’Isola delle Chiatte si chiama proprio Via al Mare Fabrizio De André.
Genova lo ha sempre amato, Genova lo rimpiange: spesso ci domandiamo come lui avrebbe cantato i tempi che non ha veduto, ci chiediamo in quale modo avrebbe interpretato i fatti e le vicende che non ha vissuto.
Nel libro di Luigi Viva conosciamo Fabrizio bambino, in casa lo chiamano Bicio ed è un tipo vivace, è interessante e approfondita tutta la parte nella quale si presenta la sua famiglia di origine.
E c’è tanta Genova nella sua formazione, c’è tanta Genova nei suoi sguardi, nei ricordi degli amici di Via Piave o della gente dei caruggi, c’è l’amore per la musica e il senso di ribellione che farà di Fabrizio l’artista che noi amiamo.
La cifra di valore di questo libro è nella sua schiettezza, Viva guarda all’essenziale, lasciando spazio alla commozione e certo anche al rimpianto per la persona e per l’artista ma sempre tenendo presente il desiderio di volerne dare un ritratto reale.
Tra i molti aneddoti narrati mi hanno colpita alcuni istanti condivisi con Luigi Tenco e le zingarate fanciullesche con l’amico Villaggio, non svelo nulla e vi lascio così il piacere della lettura.
Non ho mai letto altri libri dedicati a Fabrizio, ho già trovato lui in queste pagine e a la sua voce concluderà questa mia breve recensione, in questi nostri tempi rumorosi e in tanti modi disordinati le sue parole tratte dal libro di Luigi Viva possono essere una raccomandazione che va oltre il tempo che Fabrizio ha vissuto.

“È importante parlare solamente quando si ha qualcosa da dire.”
Fabrizio De André intervista del 16 Gennaio 1999 su Rai Due

Boccadasse: una targa per Luigi Tenco

Era nato in Piemonte ma già da bambino venne a vivere nella Superba, il compianto Luigi Tenco legò così il suo nome alla città di Genova.
Artista complesso, cantautore e compositore, Tenco è tra coloro che vengono ricordati come i rappresentanti della Scuola Genovese come Fabrizio De André, Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Giorgio Calabrese e i fratelli Reverberi.
Sono diversi i luoghi genovesi che egli frequentò, il suo nome riconduce sempre al levante cittadino: Tenco visse a Nervi e alla Foce, abitò anche nella zona di Recco.
Di recente a Genova si è voluto ricordare il suo talento con una targa posta in un luogo magico ed evocativo, davanti al blu di Boccadasse.

Boccadasse (11)

Dovrete scendere giù da Via Aurora, la bella creuza che dalla chiesa conduce alla caratteristica spiaggia di sassi del borgo.

Strada semplice e bella, tante volte percorsa, nel tempo d’estate luce vivida e gloriosa la rischiara.

E prima di giungere al termine della tipica mattonata guardate indietro, verso il muretto dove ci sediamo a gustare un gelato o a guardare il mare in tempesta e le sue onde inquiete.
Si dice che quel mare sia stato fonte di ispirazione per Luigi Tenco e qui è stata appunto affissa la targa in memoria di questo artista troppo presto scomparso.

Con le parole di una sua canzone, con le sue note in sottofondo.
In ricordo di Luigi Tenco, davanti al blu di Genova.

Ragazze degli anni ’20

Era il tempo del jazz, delle musiche suadenti e della vivacità del Charleston, a New York in quel 1924 venne eseguita per la prima volta la Rapsodia in blu di Gershwin.
Erano gli anni del cinema muto e le ingenue fanciulle sospiravano sedotte dal fascino tenebroso di Rodolfo Valentino, il divo morirà appena trentunenne nel 1926.
Era il tempo del cinema muto e le attrici erano sensuali e conturbanti, a Hollywood brillava la stella di Clara Bow e fulgida iniziava a risplendere la diva Greta Garbo.
Erano gli anni di Buster Keaton e di Stanlio ed Ollio, nel 1925 fu proiettato per la prima volta il film La febbre dell’oro interpretato dal geniale Charlie Chaplin.
E ancora, nel 1924 Edward Morgan Foster pubblicò il romanzo Passaggio in India, l’anno successivo Francis Scott Fitzgerald diede alle stampe Il grande Gatsby e uscì anche Uno, nessuno e centomila del nostro Luigi Pirandello.
In quegli anni ‘20 andavano di moda i tagli a caschetto e le ragazze portavano la frangetta corta, io ho alcune foto di mia nonna con certe sue amiche e sono pettinate esattamente così.
E poi l’altro giorno nella vetrina di un negozietto vintage il mio sguardo ha trovato loro: quattro ragazzine di quegli anni distanti.
Forse sorelle, amiche o cugine, quattro fanciulle ancora da sbocciare.
Vestite di scuro, due di loro portano quel caschetto e quella frangetta, proprio come andava di moda a quell’epoca.
Sorridono e i loro visi hanno fisionomie che ora mi pare di non vedere più, sono ben diverse le ragazze di adesso e certo non sognano Rodolfo Valentino.
Loro quattro appartengono a un tempo distante che forse per noi a volte è difficile decifrare, aveva un altro ritmo e una musica diversa.
E la vita era ancora tutta da immaginare, era un sogno ancora da vivere per queste ragazze del 1924.

 

Dieci canzoni di Fabrizio De André

C’è solo una maniera per ricordarlo, anche se in realtà nessuno lo ha dimenticato mai.
Ascoltare la sua voce, il suono della sua chitarra e le sue canzoni.
Così è rimasto sempre tra di noi Fabrizio De André, con la potenza eterna delle sue parole e con le sue note.
Eppure lui mi manca, mi manca il suo racconto dei nostri giorni, molto spesso mi chiedo come canterebbe certe realtà che stiamo vivendo e che lui non ha veduto.
Oggi è il 18 Febbraio, oggi è il suo compleanno e allora ho scelto per voi dieci canzoni di Fabrizio.
Non è stato semplice selezionarne soltanto dieci, sono tra quelle che io amo di più e ve le propongo senza la pretesa di volervele spiegare, solo per condividere con voi le emozioni che lasciano certe note e certi accordi.
Quella sua dolcezza in Amore che vieni, amore che vai:

Quei giorni perduti a rincorrere il vento,
a chiederci un bacio e volerne altri cento,
un giorno qualunque li ricorderai,
amore che fuggi da me tornerai.

E anche allo stesso modo in La canzone dell’amore perduto e nella sua Ave Maria.
E poi Genova nelle sue canzoni, nessuno per noi ha saputo metterla in note meglio di lui: Genova è Creuza de mä, Genova è Bocca di Rosa, Genova è Via del Campo.


Da ragazzina poi ricordo di aver cantato spesso Il testamento di Tito, forse è una delle prime canzoni di De André che ho imparato a memoria perché alcuni miei amici la suonavano con le loro chitarre.
Il pescatore, noi di Genova ogni volta che vediamo un tramonto sul mare e qualcuno che regge fiducioso una canna da pesca pensiamo subito alla canzone di Fabrizio, siamo gente fatta così.
E ancora, Fiume Sand Creek:

Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
Il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso 

E di tutte le canzoni del mondo ne esiste una sola capace di farmi sentire ogni volta un brivido sempre identico ed è una canzone di Fabrizio De André.
È un testo dedicato agli ultimi, alla pietà umana, alla fragilità degli uomini e alla caducità della vita.
Recitativo (due invocazioni e un atto di accusa) tratto da Tutti Morimmo a Stento.
Non si può neppure definire una canzone, è una poesia di parole intense e vi invito ad ascoltarla, la trovate qui.
Sentiamo la sua voce e allora è come se lui fosse ancora qui.
Buon compleanno Fabrizio, grazie di aver parlato anche a noi.

Due chitarre

Vado spesso a trovarlo, quando mi capita di trovarmi là dove lui riposa gli porto il mio saluto.
Poi ci sono le sue canzoni, quelle le porto sempre con me e vivono ancora in ogni luogo della sua città, dai caruggi alle creuze davanti al mare la voce di Fabrizio vi accompagna per le strade di Genova.
Con quella dolce malinconia, le parole di Fabrizio parlano di lui e di noi, sempre.
Vado spesso a trovarlo e ho sempre veduto una sola chitarra davanti alla sua tomba, in un giorno di primavera ho trovato un raggio di luce che rischiarava il suo nome.
E la luce sa essere incantevole, a volte.
E c’era il sole, c’era il suo nome e quella chitarra.

Torno spesso qui, l’ultima volta non ero sola, ho accompagnato due visitatori che stavano cercando proprio lui, era troppo complicato spiegare loro come trovarlo e allora ho preferito portarli nel luogo dove lui dorme.
Intanto vado sempre a salutarlo, ve l’ho detto.
E c’era una luce splendente, c’era il suo nome e c’erano due chitarre.
Ciao Fabrizio, non potremo mai dimenticarti.

Un pianoforte in Strada Nuova

Una sera, rientrando a casa.
Mentre la luce si fa sempre più fioca, nel tempo d’autunno.
E metti che ci sia un pianoforte in Strada Nuova.

E metti che poi le note risuonino in questa strada ampia e gloriosa.
E tutti si fermano ad ascoltare, la musica ha questa potenza, sa avvolgere i pensieri, in certi luoghi poi è ancora più incantevole.

Un pianoforte in Strada Nuova: chi lo vede da lontano rallenta il passo.
Arriva una ragazza con lo zainetto sulle spalle, alcune persone stanno sedute sui gradini di Palazzo Tursi, una mamma spinge il passeggino.

Musica nella via dei Rolli, i palazzi della nobiltà, questo è uno degli eventi organizzati in occasione del Salone Nautico.
Tra questi edifici maestosi, davanti alla prospettiva dorata di un caruggio a me molto caro, mentre il giovane pianista fa scorrere le dita sui tasti bianchi e neri.

Un pianoforte in Strada Nuova: una che come me ama i caruggi non può che osservarlo da là, tra le case alte di Vico Duca.

E intanto dolcissime note si levano nell’aria.
Ed è pura bellezza e perfetta armonia.
Semplicemente, in Strada Nuova.

Fabrizio De André al Porto Antico

Ieri mattina, al Porto Antico.
Nuvole bianche, aria fresca, mare inquieto.
E sull’acqua dondola una barca, porta proprio quel nome che è anche il titolo di una celebre canzone di Fabrizio De André.
Andrea aveva un amore, riccioli neri.
Ed è un caso, soltanto una coincidenza.

Poco distante i tratti inconfondibili del volto di Fabrizio sono dipinti su una chitarra, al Porto Antico su altre chitarre vedrete i visi di celebri musicisti.
Lui qui però è a casa sua, nella sua città, davanti al suo mare.

Ed è giusto dire che tutti ancora lo amano come sempre è stato, Fabrizio è la voce di Genova e certe sue canzoni le sentiamo profondamente nostre, sono parte di noi.
Lui rimane ancora qui, per tutti coloro che amano le sue parole e le sue note.
La sua voce accompagna l’onda, davanti all’azzurro.
La sua voce porta alcuni lontano, verso l’orizzonte.
Su quella barca: crêuza de mä.

Sui passi di Niccolò Paganini

Forse non tutti sanno che è possibile camminare per le strade di Genova seguendo i passi di uno dei suoi più celebri figli, il musicista e compositore Niccolò Paganini.
Nella sua città natale gli è stato dedicato un percorso, a dire il vero non so quanti genovesi conoscano le targhe che sono poste nei luoghi della vita del grande violinista, in ogni caso basta recarsi all’Ufficio di Promozione Turistica del Comune e lì troverete un opuscolo con una cartina sulla quale sono i segnati i luoghi della Genova di Paganini.
Io ho trovato una di queste targhe per caso diverso tempo fa e in seguito ho veduto le altre, a volte a Genova bisogna camminare guardando per terra.
Passate in Via Lomellini e fermatevi davanti alla Chiesa di San Filippo Neri.

Luccica la targa di ottone e racconta di un ragazzino appena undicenne che suona per la prima volta da solista in questa chiesa.

Spostatevi poi in Via Garibaldi e precisamente all’inizio del Vico del Duca, il caruggio posto di fronte a Palazzo Tursi.

E qui si ricorda ai passanti che il prezioso violino del celebre musicista è conservato proprio a Palazzo Tursi.

Ed è ancora giovanissimo il nostro Niccolò quando si esibisce per la seconda volta nella Basilica delle Vigne davanti ad ammirati spettatori.

Accade nel giorno della la festa di Sant’Eligio, patrono degli Orefici, antica corporazione che elesse questa bella chiesa a propria sede religiosa.

Il geniale talento di Paganini lo conduce poi sul blasonato palcoscenico del Teatro Carlo Felice.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Ed è il trionfo, a questa prima esibizione ne seguirà un’altra e l’incasso sarà interamente devoluto a famiglie di persone in grave difficoltà.

Troverete questa ed altre informazioni nell’opuscolo dedicato alle targhe, la breve guida è curata con grande attenzione dall’Associazione Amici di Paganini, sono riportati anche dei brani tratti dalla Gazzetta di Genova dell’epoca con la narrazione degli eventi ai quali si riferisce una certa targa.
E non vi svelo nulla di più, vi lascio il piacere di scoprire per conto vostro certi dettagli.
Luci ed ombre, nella vita di Paganini ci fu anche il carcere, il nostro geniale violinista finì nella Torre Grimaldina di Palazzo Ducale.

Accadde a causa di una relazione che egli ebbe con una certa Angiolina Cavanna, di quella storia travagliata ho già avuto modo di scrivere in questo articolo dedicato agli amori appassionati del musicista.
La traccia di quella vicenda resta in una targa che trovate nelle vicinanze del carcere dove Paganini venne recluso.

In questo percorso manca un luogo molto importante ed è assente per una precisa ragione in quanto non esiste più, tuttavia io aggiungo questa tappa alla nostra passeggiata.
Infatti, malgrado l’edificio sia stato demolito, c’è ancora la memoria della casa in cui nacque il nostro Niccolò e per trovarla vi basterà oltrepassare questo archivolto che si trova in Campo Pisano.

Al di là di esso c’è questo luogo dove vado poco volentieri, dire che lo detesto è veramente riduttivo.


Qui nulla vi parla di Genova e della sua vera anima, soltanto il Ponte di Carignano risveglia la memoria di luoghi ormai scomparsi.

La casa natale di Niccolò Paganini si trovava in Passo di Gatta Mora, anche di questo luogo perduto ho già avuto modo di scrivere in passato in questo articolo, sulla facciata c’era un’edicola con una Madonnetta ora conservata al Museo di Sant’Agostino.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Sono stata in questi giardini solo per fotografare la targa che rammenta la storia di questo luogo.
La lastra sottostante non è chiaramente leggibile e così sotto la foto riporto il testo.

ALTA VENTURA SORTITA AD UMILE LUOGO
IN QUESTA CASA
IL GIORNO XXVII DI OTTOBRE DELL’ANNO MDCCLXXXII
NACQUE
A DECORO DI GENOVA E DELIZIA DEL MONDO
NICOLÓ PAGANINI
NELLA DIVINA ARTE DEI SUONI INSUPERATO MAESTRO

Resta di Niccolò Paganini l’atto di battesimo, lo trovate nella Chiesa di San Donato.

Luoghi del quotidiano per noi.
A Genova guardate a terra, qualche volta.

La grandezza di un artista non si perde come le pietre di un’antica casa demolita dalla mano dell’uomo, la grandezza di Paganini sopravvive alle cose terrene e rimane eterna nella sua musica e nelle sue note.

Opera conservata presso l’Istituto Mazziniano
Museo del Risorgimento

Questo percorso vi conduce nei luoghi della sua vita, le tappe sono 11 ed io ve ne ho mostrate di proposito soltanto alcune, in certi punti di Genova riluce una targhetta di ottone sulla quale è incisa la firma di un grande musicista.
Cercate queste targhe, scopritele ed emozionatevi.
In memoria di un grande genovese, in memoria di Niccolò Paganini, eternamente vivo nelle sue inconfondibili note.

La musica non si ferma mai

Accade in questo modo, la musica continua, la musica non si ferma mai.
Ed è uno dei suoi poteri, la musica sa rimanere in un tempo definito e anche farti ritornare a giorni che hai già vissuto.
Quindi.
Succede così.
Rewind.
Hai presente quando incontri qualcuno che non vedevi da un certo numero di anni?
E lo ritrovi, magari un po’ cambiato, naturalmente.
Eppure è sempre lui, potresti non riconoscerlo?
Figurati, siamo diventati adulti entrambi ma la faccia è sempre quella e anche la sua voce non è mutata.
E poi certa musica non si ferma mai, lo sapete pure voi.
L’hai ascoltata in quel tempo in cui ti piaceva tutto e il contrario di tutto: il chiodo, le Dr Martens e anche la cartella di Naj Oleari, io quella non l’ho mai posseduta.
Le calze a losanghe invece no, non mi sono mai piaciute.
E le giacche con le spalline, adesso non ce le metteremmo più.
I capelli a crestina, io li ho avuti.
E usavo un sacco di gel all’epoca.
E a Capodanno mi mettevo le antenne sulla testa.
Sicuramente ne ho già scritto in passato, era un cerchietto con due molle al termine delle quali c’erano due sferette colorate.
Poi si è rotto e l’ho buttato via.
Quindi.
Rewind.
Succede così.
Ci si mette meno di un istante a ritornare a quel tempo lì.
E la spiaggia e la piscina di Club Tropicana, accidenti.
E il ritmo di canzoni ballate centinaia di volte in discoteca, accidenti.
E la mia canzone di Natale, non sto neanche a riscriverne, guardate, intanto è ovvio, è quella.
E dove sarà mai andato a finire tutto quel tempo che sembra così vicino ed è invece così distante?
Succede così.
Una nota.
Rewind.
Tra l’altro questo 2016 è stato crudele con quelli della mia generazione, un amico che sa parlare di musica meglio di chiunque altro ha scritto le parole giuste.
Rewind.
E poi quando c’erano gli amori che finivano male avevamo quella canzone malinconica da ascoltare.
Una, due, dieci volte.
Ed era sua, naturalmente.
E anche se allora eravamo molto più giovani e ingenui già lo sapevamo, la musica non si ferma mai.
Anche la tua, continua a ritornarmi in mente.
Una, due, dieci volte.
La musica no, la musica non si ferma mai.
Ciao, George.