David Bowie e la malinconia

D’un tratto, la malinconia.
Dove non era mai stata, difficile anche dire in quale istante sia comparsa, so soltanto che prima non c’era.
La voce di Bowie, note e parole tante volte ascoltate e la malinconia.
Poi certe canzoni, magari pensavi pure di averle capite e d’improvviso invece suscitano stati d’animo sconcertanti, emergono sensazioni fino ad oggi silenziose.
Forse stava nascosta proprio là quella malinconia, in certi paragoni iperbolici, nelle metafore crudeli e ardite, su certe parole scivola un pensiero o un’emozione che prima non esisteva.
Alcune canzoni poi in questo periodo le ho ascoltate in loop, malgrado questo non riesco a scriverne.
La vita, l’amore, il tempo e i suoi inganni feroci.
Due versi, due versi soltanto di Soul Love, un ragazzo e una ragazza, un sentimento che nasce:

New words –  a love so strong it tears their hearts
Parole nuove – un amore così forte lacera i loro cuori

Love descends on those defenseless
L’amore scende su coloro che sono senza difese

L’amore spezza gli equilibri, implacabile.
E si tratta forse di un nemico? Perché dovresti difenderti dall’amore?
Le inquietudini sgorgano dalle domande, da parole semplici e taglienti come vetri acuminati, qualcuno forse saprà trovarne i significati nascosti, non sarò certo io a farlo.
Là in mezzo, tra un accordo e una rima, a un certo punto è emersa la malinconia.
E forse resterà proprio in quelle canzoni che non so raccontarvi, inutile fare dei tentativi.
Lascio andare la musica, avanti e poi indietro, come il tempo, a volte vai con il pensiero a quello che ancora devi vivere oppure al contrario ritorni su giorni passati.
Così è la musica, a volte.
La lascio scorrere, la lascio andare.
E ritorna, la traccia ricomincia da capo ed è un nuovo tempo, già vissuto oppure no.
Non importa se d’improvviso si ripresenterà lei, la malinconia.
Stai a vedere, la metterò in un angolo.
Anche se l’ho trovata dove prima non era mai stata, dico davvero, David.

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Curiosi aneddoti su due celebri musicisti genovesi

Quella piazza intitolata a Raffaele De Ferrari un tempo fu attraversata anche da un celebre genovese, il suo nome è divenuto poi immortale grazie al suo geniale talento.
Ed accadde proprio là il fatterello che vede protagonista il nostro Niccolò Paganini, un giorno egli si trova a passare nel cuore della Superba.

De Ferrari (4)

E come si può immaginare la piazza centrale di Genova è gremita di gente, davanti a un caffè c’è un vecchio lacero e malconcio.
Costui cerca di mettere insieme il pranzo con la cena, si potrebbe dire, ha un violino mal ridotto e con quello tenta un’improbabile esibizione con la vana speranza che le sue note inteneriscano i passanti e che questi gettino qualche soldo nel suo cappello.
Purtroppo l’improvvisato violinista è privo di estro, non sa proprio suonare!
Ed è inevitabile, la folla lo deride, lo sbeffeggia, è una pubblica umiliazione.
E tuttavia, come vi dicevo, tra gli astanti c’è anche il geniale violinista, all’epoca già celebre: Paganini si avvicina al povero vecchio, prende tra le sue mani il suo misero strumento e inizia a suonare.

Niccolò Paganini

Niccolò Paganini – Opera esposta all’Istituto Mazziniano Museo del Risorgimento 

Le sue note suadenti pervadono la piazza, si insinuano anche nei cuori più duri e commuovono gli spiriti degli indifferenti.
Ed è un’ovazione, un trionfale successo, uno scroscio di applausi si leva per celebrare la singolare e inattesa performance.
Paganini rende al povero il suo violino e con il cappello del mendicante passa tra la gente a raccogliere le offerte questa volta generose, tintinnano le monete, cadono ad una ad una e faranno la gioia di un misero vecchio bisognoso.
La folla applaude entusiasta e Paganini si allontana accompagnato da un tripudio di sincera ammirazione.
Ho trovato questa curiosa vicenda in certi vecchi libri e riviste, poi il solito Eugenio se ne è uscito fuori con un’altra fantastica storiella, state un po’ a sentire!
Accadde tempo dopo, alla stazione ferroviaria di una località del ponente ligure dove giunge un altro celebre musicista, anch’egli è violinista e compositore ed è stato allievo di Paganini: il suo nome è Camillo Sivori e ne viene da un concerto che ha ammaliato un folto pubblico, Sivori si è esibito con l’accompagnamento del maestro Firpo.
Sulla via del ritorno i due si recano alla stazione per prendere il treno.
C’è un gruppetto di curiosi è là, sul binario, c’è anche un vecchio che tenta di suonare il suo violino di poco valore, accanto a lui c’è una tenera bimbetta, la speranza è di racimolare qualche soldo.
E allora Sivori che fa?
Prende tra le mani quel malandato strumento e comincia a suonare e da quel violino si spande nell’aria una musica meravigliosa. nel frattempo il maestro Firpo va tra la gente con il cappello del mendicante tra le mani e in breve tempo al suo interno cadono le monete, alcune sono persino d’oro.
Scrosciano gli applausi ma non c’è tempo, arriva il treno e Sivori e il maestro Firpo si affrettano e continuano il loro viaggio.
E viene da chiedersi se Sivori abbia voluto emulare il gesto del suo celebre e amato maestro, chi lo sa!
Ho voluto raccontarvi questi brevi aneddoti in quanto per me racchiudono una straordinaria bellezza.
E in sottofondo dolce si ode una musica, è il suono melodioso di un violino.

Carlo Felice (6)

David Bowie, un giorno di gennaio

E tu, tu dov’eri?
Quel giorno di gennaio resterà una delle date che non si possono dimenticare e anche tu ricorderai esattamente dove ti trovavi in quell’istante e come lo hai saputo.
E bisognerebbe saper trovare le parole.
E crederci, credere che sia proprio tutto vero.
Io quel giorno ho aperto Twitter e ho veduto una foto di David Bowie e una riga che annunciava la sua fine.
E tu? Tu dov’eri?
Io lì, davanti allo schermo.
Mi ha colto un senso di attonita incredulità, un amaro stupore al quale non ero affatto preparata.
Come è possibile che un giorno ti svegli in un mondo dove non c’è più David Bowie?
Io da qualche parte ho un libretto con i testi delle sue canzoni, è una di quelle chicche che compravamo noi che eravamo adolescenti negli anni ’80.
E ho ancora le sue musicassette e conservo diverse riviste, ho anche la copia del mensile Moda che uscì al tempo del suo matrimonio con Iman.
Io nel ’72 avevo sei anni, lui nel ’72 era Ziggy Stardust.
E poi, dopo, sono arrivati altri che hanno tentato di essere come lui ma David è inimitabile e David c’è sempre stato, tra il resto, così io non ho neanche mai contemplato l’ipotesi che potesse andarsene.
Come è possibile che un giorno ti svegli in un mondo dove non c’è più David Bowie?
E no, non sarò io a scrivere il tributo indimenticabile sulla sua musica e sul suo patrimonio artistico, non ne sarei capace.
Sapete, giusto un paio di giorni prima mi ero goduta lo spettacolo di quel suo concerto tenutosi a Londra nel ’73: Ziggy Stardust and The Spiders from Mars.

E c’era lui sul palco, diafano, sensuale, bellissimo.
Travolgente e angelico, con quei suoi lineamenti perfetti marcati dal trucco pesante e con quella presenza scenica così unica.
E ogni tanto la telecamera inquadrava il pubblico e io pensavo: quelle ragazze adesso saranno nonne, chissà quante volte avranno ripensato a quella sera, a quella musica, al sorriso dell’imperscrutabile Ziggy.
E ancora nessuno ha saputo spiegarmi come sia possibile che una mattina ti svegli in un mondo dove non c’è più David Bowie.
E poi.
E poi sono andata a ripescare questo articolo, i cento libri da leggere secondo David Bowie, penso che sia un buona idea seguire i suoi consigli di lettura.
Io in questi giorni mi sono anche detta che avrei voluto essere altrove, a Brixton magari.
O forse a New York, dove lui abitava.
Nei suoi luoghi, davanti alla sua casa, dove tutti vanno a salutarlo e a rendere omaggio al suo genio.
La musica però va oltre i confini dello spazio e del tempo e tu puoi essere ovunque.
E ovunque è anche lui, con la sua musica e la sua voce.
E allora, guardate, a me non servono neanche più le spiegazioni, tenetevele pure, non è che una mattina ti svegli e in questo mondo non c’è più David Bowie.
No, non è così.
Ciao David, just for one day.

Improvvisando sulle note di Bach

Fabio Vernizzi è pianista, compositore e artista eclettico.
Ed è anche un caro amico, così oggi desidero lasciare spazio alle sue note e al suo talento ma voglio darvi anche qualche altro riferimento riguardo al suo percorso artistico.
Qui trovate il suo sito, qui la sua pagina Facebook e qui una mia intervista che riguarda il suo ultimo CD dal titolo Piano Quasi Solo.
E se non lo avete mai sentito suonare vi informo che il suo prossimo concerto si terrà giovedì 17 Dicembre alle ore 21 al Teatro di Vetro di Milano, qui ci sono tutti i dettagli.
E poi.
E poi la musica è creatività, ingegno, estro.
Se hai ingegno la musica è anche improvvisazione e chi ascolta resta semplicemente senza parole.
Fabio Vernizzi e la sua incredibile improvvisazione su una composizione di Bach, la Fuga in Do Minore dal Primo Libro del clavicembalo ben temperato.
Enjoy!

Musica di caruggi

Nella zona di Prè c’è un luogo dalle mistiche suggestioni, la sua è una storia antica e affascinante, è il complesso della Commenda, un tempo ospitale dove venivano accolti i pellegrini che partivano per la Terra Santa.
Lì accanto c’è la Chiesa dedicata a San Giovanni, anch’essa vetusta e preziosa per i genovesi.

Commenda (2)

Queste antiche pietre narrano storie di Crociati e di vite avventurose, vi porterò presto alla scoperta di questo posto di rara bellezza.

Commenda

Se ti trovi da quelle parti l’otto di settembre sentirai suoni e note pervadere i caruggi, lo si deve alla banda che accompagna la processione di Maria Bambina.
E che vita sarebbe senza musica, ve lo siete mai chiesto?
A dire il vero io non riesco neanche a immaginarlo, la nostra musica scandisce le nostre ore, si accompagna ai ricordi, ai momenti memorabili, alle sensazioni vissute.
La musica è emozione anche quando non c’è.
Gli strumenti, nell’istante che precede il concerto lungo i caruggi di Prè.

Stumenti (2)

E una sedia, direi che la sistemazione mi sembra perfetta!

Stumenti

E poi la loggia lassù, luce ed ombra.

Commenda (3)

Luce e riflessi sul lucido ottone.
E si vede anche colei che ha scattato le foto, sì, impossibile evitarlo.
E poi la loggia, il cielo, una vaghezza di nuvole.
La musica è emozione anche quando non c’è.

Strumenti

Sergio Caputo & me

Parlando di me e del tempo delle mie vacanze passate non posso scordarmi di lui.
E che vuoi capirne della lievità della vita e della capacità di sorridere anche in certi momenti delicati se non hai mai ascoltato i pezzi di Sergio Caputo?
Alcune canzoni restano come certe amicizie di vecchia data, il tempo e la distanza non possono dissolverle, c’è ancora il vinile che gira sotto la puntina.
Sergio Caputo & me, lui è quello delle atmosfere da piano bar, io sono la ragazza con la minigonna e le zeppe d’argento.
Lui è ironico, brillante, originale, è un giocoliere della parola.
La sua musica è swing, ha toni di blues e  jazz, è equilibrismi, giochi di rime e funambolismi, è sincopata, ha ritmo e vitalità, a volte emergono venature malinconiche.
Noi che eravamo là, negli anni ’80, tenevamo sempre il tempo quando partivano le note di Un sabato Italiano.
Noi che eravamo là, in quell’epoca, avevamo amici che sfoggiavano improbabili camicie hawaiiane e intanto lui cantava: vado alle Hawaii, da quelle parti non ci pagano mai.
L’amore poi, noi credevamo che durasse per sempre ma non è mica sempre così, l’amore sa essere assurdo ed estemporaneo, l’amore è anche questa cosa qua:

T’ho incontrata domani
O per lo meno mi è sembrato fossi tu
C’era troppa fuliggine ora non ricordo più

E poi? E poi a volte ci si ritrova, fatalmente:

Rivederti è pleonastico
per una volta o due, magari per un tè
dondolarci utopistici
in un sogno démodé.

Ironia e disincanto, le notti insonni ad aspettare l’alba, il ghiaccio che tintinna nel bicchiere e le note inconfondibili di Bimba che sapessi.
E cosa vuoi saperne di quelle sensazioni là se non hai mai provato ad interrogarti sugli effetti stroboscopici del destino.
Facce, storie, situazioni, quei brani sono frammenti della nostra vita, fotogrammi di stagioni vissute.
E ripenso a te sulla tua veranda alle sei di sera, a una luce accesa dall’altra parte del mare blu.
Io quelle canzoni le ascolto ancora, le so ancora tutte.
Ho cercato i video del passato e mi sono imbattuta nel canale Youtube di Sergio Caputo dove ho scoperto i suoi tutorial delle sue più celebri canzoni, se vi dilettate con la chitarra e volete imparare a suonare Spicchio di Luna guardate qui.
E tra i pezzi di quell’epoca là Sergio Caputo ha condiviso questo, è un brano languido e lento, appartiene ad un tempo che è trascorso, un tempo che a volte sembra essersi fermato.

La canzone dell’estate

La canzone dell’estate.
Provate a pensarci, riuscireste a scegliere un solo titolo?
Al netto di certi indistinti frastuoni di sottofondo e dei disincanti dell’età adulta noi che siamo stati giovani negli anni ’80 abbiamo certe melodie in testa e non le abbiamo scordate mai perché quelle erano le nostre canzoni.
E ancora ce le ricordiamo e potremmo cantarle senza timore di inciampare nelle parole, d’altra parte noi siamo quelli che hanno imparato l’inglese con i testi delle canzoni.
E poi alcuni dei nostri miti sapevano sempre come stupirci, ricordate Call me dei Blondie?
D’un tratto, inattesa, la voce di Debbie Harry sussurra suadente: chiamami!
Oh, ma l’ha detto proprio in italiano? Sì, hai sentito bene, chiamami!
Alcune di quelle voci sono rimaste là, sugli scogli e al baretto sulla spiaggia.
La radiolina accesa, il materassino, il ghiacciolo o la granita.
E la musica, sempre.
Dolce e romantica, a volte, come Lio con i suoi Amoreux solitaries, carica e trasgressiva come Nena con i suoi 99 Luftballons, è anche un po’ colpa sua se poi ho voluto studiare il tedesco.
Non so dire se la nostra musica fosse migliore di quella di adesso ma noi avevamo Giuni Russo con i suoi gorgheggi e lei è rimasta, è andata oltre il tempo e ha superato l’evanescenza di quelle sere d’agosto.
E noi ci provavamo pure ad intonare Un’estate al mare, lo facevamo più che altro per divertimento, sapevamo benissimo che la voce di Giuni era per noi inarrivabile.
Noi che andavamo a ballare e ci mettevamo i brillantini sulle palpebre come potremmo scegliere una sola canzone dell’estate?
Arriva questo tempo e questo caldo e nella mia testa risuona Hey Survivor di Mike Francis, anche lui è rimasto là, nell’epoca dei ricordi.
E là è restata anche Madonna, ad un certo punto ho smesso di seguire i suoi successi però ho ancora la cassetta di True Blue e l’ho ascoltata così tante volte che si è consumato il nastro.
No, non so sceglierla una canzone dell’estate, mi parrebbe di far torto a qualche memoria dolce, a certe risate, ad alcuni istanti che a volte ancora mi sembra di rivivere.
Io e la mia amica, sul mercatino a cercare le pinze per capelli.
E poi io mi fermo sempre dal giornalaio, davanti all’espositore delle cartoline, lo faccio girare e le scelgo con cura, non ha neppure importanza che tutti gli anni siano sempre le stesse.
E il rito di scegliere l’abbronzante?
Sarà meglio l’olio al cocco o quello alla carota?
E vuoi non leggere l’oroscopo della settimana e l’affinità tra i segni?
E tu quanti orecchini hai?
E lo sai che il tempo passato non ritorna più?
No, non so sceglierla una canzone dell’estate, sarebbe una faccenda complicata, ma ancora adesso potrei  cantarvi Self Control di Raf, è rimasta in quegli anni là ma nello stesso tempo l’ho portata con me, lo dovevo alla ragazza che ero.
Non è neanche nostalgia, è solo che mi piace ricordarli, quegli anni là.
E basta una musica, un accordo, una canzone dell’estate, una qualunque.
E sono ancora la ragazza che ero.

L’ultimo sole

E viene la stagione della luce e delle sere chiare.
Tempo di abiti leggeri, maniche corte e pattini a rotelle sul lungomare.
Ti metterai a sedere sui sassi.
Aspetta.
Aspetta.
E sarà più lunga la tua attesa, nella stagione della sere chiare.
E poi piano piano la luce diverrà più fioca.
Aspetta.
Guarda verso il molo, guarda il cielo che si tinge di oro.
In certi luoghi, in qualunque tempo, sentirai una voce sola.
Sempre.

All’ombra dell’ultimo sole s’era assopito un pescatore e aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso.

Fabrizio De André, Il Pescatore

Camogli

Almost 3 e Anomalie, la musica è un adolescente ribelle

Questo blog mi regala spesso la possibilità di incontrare persone interessanti e così ho conosciuto anche loro, gli Almost 3, Flavia Barbacetto e Stefano Chiabrera, due artisti eclettici e creativi.
Loro hanno vero talento, sono poliedrici e spiritosi, frizzanti e ricchi di idee.
E in occasione dell’uscita del loro album “Anomalie” ho voluto porre loro qualche domanda, il risultato è questa piacevolissima intervista dalla quale emerge tutto il loro entusiasmo e la passione vera per la musica.
Note, voce e versatilità, per voi gli Almost 3.

Il vostro è un sodalizio musicale di sicuro successo, volete raccontare di voi ai miei lettori? Chi sono gli Almost 3?

Partendo dal presupposto che chi siamo ancora non ci è poi così chiaro (e questo, in fondo, ci piace parecchio), una certezza c’è: gli Almost 3 sono una coppia, nella musica e nella vita di tutti i giorni. Se vi state chiedendo il perché di quel “3”, provate a coricarvi alla sera con un violoncello (Mr. Cello, per gli amici) piazzato in mezzo al letto o comodamente spaparanzato sul divano di casa.
La presenza di Mr. Cello meritava sin dall’inizio una menzione d’onore, per cui è stato inserito come “terzo elemento” nel nome del duo.
Essendo Stefano un violoncellista anomalo e curioso come una bertuccia, a lui sono stati affiancati, nel tempo, molti altri strumenti (primo fra tutti l’Hulkulele, mitologico ukulele di un sobrio color verde ramarro), generando nel permalosone non poche reazioni d’invidia e disappunto, non ultima la comparsa di tre misteriose crepe nel corpo già malandato dalla sfibrante vita da rockstar che il povero strumento conduce da anni.

E poi è nato Anomalie, il vostro primo album, a proposito del quale ho letto questa splendida vostra frase: come un adolescente ribelle ha scelto la sua strada quasi da solo.

E’ proprio quello che è accaduto.
Avendo interamente autoprodotto, autoregistrato, auto-tutto il disco, abbiamo deciso letteralmente di toglierci un sacco di sfizi musicali, infischiandocene della logica e della “riproducibilità” delle sonorità che stavamo creando.
In totale libertà, abbiamo dato a ogni brano la possibilità di scegliere da solo che direzione prendere, affiancando arrangiamenti orchestrali a sonorità elettroniche. Qualcosa di molto diverso da ciò che abitualmente facciamo nei nostri concerti live, che sempre di più si stanno orientando verso sonorità acustiche, che strizzano l’occhio al jazz e spesso umoristiche con l’ausilio di violoncello, voce, kazoo, ukulele e altri ammennicoli. Ma di questo parleremo nel prossimo disco… “Anomalie” è “anomalo” anche e soprattutto per questo.

E tra i vostri 10 brani qual è quello al quale siete più legati?
Avete interpretato diverse cover pezzi dei Tears for Fears, di Tom Waits e di Lana del Rey. Ho anche ascoltato brani dei Beatles e una versione davvero evocativa di Enjoy the Silence dei Depeche Mode.

Enjoy the silence, compreso nell’ormai vetusto EP “Pocketsongs”, è stato per noi il primissimo video, girato dal fotografo/videomaker Stefano Decarli, ed è un ricordo al quale siamo molto legati (ormai quasi “preistoria” del duo).
Scegliere è sempre molto difficile, ma la nostra primogenita “Amber”, primo inedito firmato Almost 3, merita sicuramente una menzione speciale. Sarà che “ogne scarrafone è bell’ a mamma soja”, ma siamo un papà e una mamma orgogliosi della propria pargoletta.

Tra i brani che avete proposto ce n’è uno che sentite più vostro?

“Nostro” in senso letteralmente “famigliare” è il brano di apertura di “Anomalie”, che lascia spazio alla poesia della sorellona scrittrice di Flavia, Serena Maria Barbacetto. Un condensato di sonorità epiche, libertà vocale e parole.

Che cos’è per voi la musica? A guardare certi vostri video, si direbbe che voi due vi divertiate proprio tanto. E penso a Gnè Gnè, un video che riguardo sempre volentieri.

La musica è quella rassicurante, emozionante, ingombrante, esilarante presenza che accompagna più o meno ogni momento della giornata in casa Cabrera-Barbacetto (anche dal bagno l’iPad di Stefano regala spesso sonorità e momenti di DJset inaspettati…).
Imbraccia un ukulele, canticchia un motivetto e la vita ti sorriderà!

Gnè, gnè…quando gli Almost3 si divertono!

Voi due e il palcoscenico, provate a raccontarmi le vostre sensazioni ed emozioni?

Ogni palco, ogni pubblico è diverso, e ogni concerto è, a suo modo, catartico.
Adrenalina, emozione, gioco e spensieratezza sono gli ingredienti principali di una ricetta che ogni volta dà luogo a una pietanza differente, ed è proprio questo a far sì che, in fin dei conti, nonostante le difficoltà (vivere di musica non è mai stato difficile come in questo periodo, in Italia), valga sempre la pena di mettersi ai fornelli.

Che cosa è il talento?

E’ quella cosa di cui tutti parlano e di cui nessuno riesce a dare una definizione universale. Un po’ come l’amore.

Che libro c’è sul comodino di Flavia e Stefano in questo momento?

A ben vedere, di libri ne abbiamo almeno 3 o 4 per comodino.
Si va da manuali di neurologia e libri d’arte a ricettari da sfogliare per sbavare copiosamente sul cuscino di notte, sognando opulente torte al cioccolato e pile di pancakes.
Due titoli al volo: “Utilizzatori finali” di Iacona e “L’età dell’empatia” di De Waal.

Voi e Genova, Genova e la musica. Cosa ne pensate del panorama musicale di questa città e di come si fa musica a Genova?

Qui a Genova abbiamo la fortuna di frequentare e conoscere musicisti eccezionali.
Il substrato culturale è stato e continua ad essere incredibilmente ricco e variegato, musicalmente parlando.
Negli ultimi 2 o 3 anni, nonostante il periodo non proprio felice, capita di avere davvero l’imbarazzo della scelta su quale concerto andare a sentire, anche se, si sa, Genova è un po’ restia a svelare le sue bellezze: a volte bisogna andarle a cercare e “stanare” tutto ciò che di meraviglioso questa città ha da offrire.

Progetti e sogni nel cassetto degli Almost 3.

A breve uscirà il primo disco dei St. Mud Avenue, formazione che vede gli Almost 3 alle prese con il buon vecchio blues in compagnia di Stefano Ronchi, Fabio Bommarito e Pietro Martinelli.
Il disco verrà presentato ufficialmente a La Claque di Genova il 5 marzo.
Tante sorprese verranno anche dal Coro Popolare della Maddalena fondato da Maria Pierantoni Giua e Pier Mario Giovannone e dalla Comunità di San Benedetto al Porto, realtà meravigliose con cui siamo fierissimi di poter collaborare.
Last but not least, stiamo lavorando alle musiche che “condiranno” lo spettacolo teatrale “Set(t)anta vita” (regia di Ivano Malcotti), realizzato con le eccezionali donne della sezione genovese dell’Unione delle Donne Italiane. Una chicca da non perdere!
Sogni nel cassetto…: fare di tutto per non tenerli nel cassetto, i sogni!

Ringrazio Flavia e Stefano per la loro disponibilità, augurando loro che ogni sogno diventi un successo.
A voi segnalo alcuni links, qui c’è il loro canale youtube, qui la pagina di Bandcamp dove potrete ascoltare e acquistare l’album“Anomalie”, qui la pagina Facebook dove trovate le date dei loro concerti.
E vi lascio con le note di “Amber“, una canzone suggestiva e avvolgente nata dall’estro degli Almost 3.

7 Aprile 1828, l’inaugurazione del Teatro Carlo Felice

Come sempre certe memorie restituiscono punti di vista insoliti su luoghi a noi noti, oggi un primo sguardo su Genova ci è offerto da uno scrittore nel quale mi sono imbattuta per caso, il suo nome è Giacomo Navone e ci ha lasciato una dettagliata guida della Liguria di Ponente da lui redatta nell’anno 1827.
E sapete cosa accade?
Un bel giorno il nostro passa da Genova e il caso vuole che egli si trovi qui proprio mentre si sta costruendo un celebre teatro: il Carlo Felice.

Carlo Felice

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

 E il nostro fa certe argute considerazioni in merito a questo edificio, dice che bisogna tenere presenti non solo certi canoni architettonici e alcune esigenze dei contemporanei, ma bisogna anche considerare le necessità dei posteri.
Ah, caro Signor Giacomo, grazie di aver pensato a noi!
E secondo il nostro la platea del teatro è di modeste dimensioni, la Superba è destinata a divenire una città popolosa!
Volete qualche cifra?
Navone è informatissimo, riferisce che in quell’anno, il 1827, gli abitanti sono 110.000 e ricorda che nel 1814 Genova annoverava meno di  80.000 abitanti.
Ha ragione Navone, bisogna essere lungimiranti e saper guardare al futuro.

Carlo Felice (3)

E ancora, il nostro parla di una città in continuo fermento e crescita, fiorente per i suoi commerci, meta ambita di molti stranieri che la scelgono come luogo dove vivere.
E quindi, pensando a una progressiva espansione di Genova, Navone pensa che anche questo aspetto vada tenuto in conto quando si mette mano ad opere pubbliche.
Con buona pace di Navone il teatro venne infine costruito ed inaugurato il 7 Aprile 1828.

Carlo Felice (4)
Era stato realizzato dall’architetto Carlo Barabino nella zona dove in precedenza si trovavano il convento e la Chiesa di San Domenico.
E cosa accadde all’inaugurazione?
Narrano gli storici che diversi compositori aspiravano a veder rappresentate le loro opere nella serata d’apertura.
Questo onore toccò al giovane Vincenzo Bellini e sul palco del Carlo Felice andò in scena la sua opera Bianca e Fernando.
Immaginate il pubblico delle grandi occasioni, l’eleganza e lo sfarzo di una prima teatrale, lampade ad olio rischiarano la sala, una luce vivida accompagna la musica di Bellini.

Carlo Felice (5)
Chi c’è sul palco a dirigere l’orchestra?
Il musicista più richiesto ed ambito era naturalmente lui, Niccolò Paganini.
Ho sfogliato l’epistolario del celebre violinista in cerca di qualche notizia e ho trovato  una lettera del mese di gennaio del 1828 nella quale Paganini riferisce ad un amico che gli ha scritto Luigi Alliani, primo violino di Vicenza, Paganini precisa anche che non ha nessuna intenzione di rispondere.
E cosa vuole sapere costui? Chiede chi sarà il primo violino Direttore d’Orchestra del nuovo teatro di Genova!
E nella nota il curatore dell’opera scrive che Alliani ambiva a quell’incarico, naturalmente.

Niccolò Paganini

Niccolò Paganini
Opera esposta all’istituo Mazziniano – Museo del Risorgimento

Comunque, il nostro Niccolò declina l’invito a dirigere il concerto alla serata d’apertura, lui stesso dice che tale onore deve spettare a colui che ha diretto con grande talento l’orchestra del Sant’Agostino, il Maestro Giovanni Serra, sarà lui a dirigere il concerto.

Carlo Felice (2)

E ad ascoltare il giovane e aitante Bellini chi c’è?
Ci sono i Sovrani del Regno di Sardegna, Carlo Felice e Maria Cristina, con loro è presente  tutto il fior fiore dell’aristocrazia, tra il pubblico è seduta anche una bellissima fanciulla di nome Giuditta Cantù.
E tra il compositore e Giuditta sarà amore appassionato e tormentato, sebbene lei lo corrisponda la giovane è già sposata, ahimé!
Furono altri gli eventi memorabili che accaddero nel Teatro dell’Opera di Genova, avrò modo di raccontarveli in altre circostanze.
E guardate l’immagine sottostante, questa è la seconda pagina di un libretto relativo a una rappresentazione che si tenne nella primavera del 1830, appartiene alla bella collezione del mio amico Eugenio che come sempre ringrazio.
Chissà chi strinse  tra le mani queste pagine, forse una romantica dama con il cuore palpitante per la musica.

Libretto
E per concludere  non posso fare a meno di ricordarvi cosa combinarono certe nobildonne genovesi che diedero scandalo a teatro, qui trovate il mio breve racconto di quella serata.
Accadde a Genova, nel teatro che venne inaugurato sulle note di Vincenzo Bellini.

Carlo Felice (6)