Gabbiani e riflessi d’inverno

Così si ritorna, sempre, davanti al mare freddo d’inverno, anche quando spira gelido il vento.
È il mare di Genova e del Porto Antico, con le barche placide, le persone che passeggiano lente, i pesci che guizzano vivaci.
E sopra un cielo di nuvole e la luce che filtra donando riflessi d’argento.

Sulla superficie dell’acqua leggeri fluttuano i gabbiani.

E il mare luccica di freddi bagliori metallici.

E là, in mezzo ai bianchi gabbiani, ecco che spicca un diverso signore del cielo: un cormorano.

E poi ancora vento, cerchi concentrici e un battito d’ali.

Semplicemente scivolando sul mare.

Mentre le nuvole si specchiano nell’acqua in un pomeriggio di Genova e d’inverno.

Tramonto di novembre

I tramonti più suggestivi si svelano nelle stagioni più fredde, in certe sere il cielo si infiamma e appassiona, cattura lo sguardo e ti lascia in attesa di uno spettacolo straordinario.
Così si è svelato questo tramonto di novembre, con una sola nuvola fluttuante nel cielo chiaro mentre il sole cercava di farsi largo in quella densità.

E quella luce radiosa si specchiava sul mare inondando di chiarore quella nave che seguiva la sua rotta.

Dall’oro al rosa, piano Fratello Sole ha cominciato la sua discesa verso la costa.

In un incanto di riflessi e colori brillanti, tra tenui sfumature di celeste e di cipria.

Una ad una poi si sono accese le luci del porto, in una sera di Genova e di novembre.

La speranza

La speranza, il suo tono è tenue celeste.
Dolce e rasserenante speranza che offre allo sguardo orizzonti sconfinati.
Il suo suono è come il ritmo di un’onda che piano si frange ma sempre ritorna e mai abbandona la riva.
Viva speranza che dona respiro e lenta si posa come luce radiosa sul mare e così conforta e consola.

Sul tetto

Su un certo tetto qui nei dintorni arrivano spesso inaspettati ospiti: sono gazze discrete o rumorosi pappagalli, piccoli passeri o magari ghiandaie guardinghe.
E gabbiani.
Eppure siamo sulle alture ma i signori del mare si posano comunque sul tetto.
I gabbiani mi danno sempre l’impressione di essere assorti in chissà quali pensieri, come se avessero grandi progetti da realizzare e si fermassero solo per mettere in ordine le idee.

Questa volta erano in due, il primo a posarsi sul tetto ha iniziato a guardarsi intorno, con mirabile equilibrio.
Circospetto, saggio, silenzioso.

Poi un suo simile lo ha raggiunto sul tetto.
Il secondo gabbiano pareva più adulto, più sicuro di sé ed esperto delle cose del mondo.
Come se avesse una destinazione sicura, una meta certa da condividere.

C’è sempre una certa quantità di stupore nel cogliere un gabbiano che scruta l’orizzonte, almeno per me.
Il mondo è vasto, il mare non è poi così lontano.
È tempo, è tempo di alzarsi verso le nuvole e di partire.

Stavano là, sul tetto.
E poi il più grande dei due ha preso a scendere lungo le tegole e ha aperto le ali.
L’altro lo ha seguito, fidandosi dell’esperienza e della sicurezza di suo compagno di avventure.
E così hanno lasciato il tetto, spiccando il volo e perdendosi nel cielo terso.

Autunno all’Acquasola

Questo insolito autunno ci riserva anche un clima particolarmente mite, queste prime giornata di novembre sono state tiepide e soleggiate.
E allora mi è capitato di andare a passeggiare in un luogo a me molto caro, so per certo che è altrettanto amata da molti di voi, tutti i genovesi portano nel cuore il Parco dell’Acquasola, polmone verde nel cuore della Superba.
Noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 (sempre noi, sì!) ne abbiamo poi un tenero ricordo perché qui andavamo giocare accompagnati da mamma e papà, portavamo la gonnellina a pieghe e le calzette bianche e il mondo era una bellissima avventura.
All’Acquasola poi c’erano dei magnifici cigni e non smetteremo mai di rimpiangere la loro gentile presenza, era sempre emozionante andare a salutarli.
Basterebbero già queste tenere memorie a rendere l’Acquasola un posto unico, ritornarci è per me sempre piacevole.

Si cammina così all’ombra degli alberi, calpestando quelle fragili foglie scricchiolanti, il loro suono è musica d’autunno.

E gli alberi maestosi si vestono di foglie dorate e dei colori ambrati di questa stagione.

Anche adesso, come nei tempi della mia infanzia, ci sono bimbetti che vengono qui a svagarsi con i giochi all’Acquasola, di certo lo spazio per divertirsi non manca.
Io mi sono limitata a una passeggiata rigenerante tra le bellezza della natura in questo nostro caro parco cittadino.

Sui sassi e sulle foglie accartocciate volava anche una magnifica farfalla.
Sì è posata, poi si è alzata ancora in volo ed è andata a perdersi tra gli alberi.

E io come lei ho continuato a gironzolare, nella bellezza ristoratrice del nostro caro Parco dell’Acquasola.

Andar per mele

Oggi metto indietro di poco le lancette dell’orologio fino ad arrivare ai giorni della scorsa estate e al profumo delle mele di Fontanigorda.
Oh, fortunati quelli che hanno gli alberi da frutta e a fine stagione possono dedicarsi al raccolto!
Io per parte mia vado per mele a modo mio, le mele lassù sono davvero ovunque e di tanti tipi diversi: piccoline e selvatiche, verdi e asprigne, gialle e appena ravvivate di toni rubino, rosse e succose che crescono su certi armi ritorti nella freschezza di un orto.
E siccome trascorro tanto tempo lassù io le vedo maturare.
È questa bellezza qui la natura: le mele che a poco a poco diventano più morbide, zuccherine, mature e pronte per essere colte.
Così durante le mie passeggiate le osservo e seguo questo processo lento e stupefacente, da giugno a settembre ci sono i giorni del sole e del caldo e a poco poco tutto segue il proprio corso.
È banale?
È questa bellezza qui la vita: ad un certo punto ci lasciamo persino sorprendere dalle cose più semplici che sono anche le più misteriose, riusciamo con nostro stesso stupore a meravigliarci come bambini e questa cosa qui è una straordinaria ricchezza, almeno secondo me.
Così vado per mele, lassù, praticamente sempre.
Non sono la sola, c’è chi le raccoglie e confeziona confetture e marmellate, dolce conforto per i giorni d’inverno.
E poi c’è chi si serve a modo suo, diciamo così.
Forse ricorderete che lassù a Fontanigorda, non lontano da casa mia, c’è un prato dove spesso si trovano i cavalli.
Ora, immagino che il proprietario dell’albero non l’abbia presa troppo bene, ne avrebbe anche avuto tutte le ragioni, lo capisco.
Quel giorno però io mi sono fermata a guardare la cavalla bianca che faceva merenda sgranocchiando una mela dopo l’altra.
La cavalla invece non mi ha degnata di uno sguardo, effettivamente aveva troppo da fare.
Era un giorno di settembre e anche lei, a modo suo, andava per mele.

Un gatto da boschi

Era un pomeriggio di luglio a Fontanigorda e me ne andavo a passeggiare verso il Mulino di Casanova.
Era una di quelle giornate perfette allietate dal canto degli uccellini e dalle variopinte farfalle volteggianti sui fiori, nella rasserenante bellezza della campagna.
Poi, all’improvviso, ho voltato lo sguardo verso il margine del bosco e l’ho veduto.
Stava là, tra il fitto degli alberi, quasi nascosto dietro le rocce coperte di muschi, cauto e guardingo come sempre sono i felini.
Che incontro magnifico, ci siamo guardati per quale istante e lui è sempre rimasto immobile.
E mi sono domandata se in questi giorni d’autunno questo magnifico gattone continui ad andarsene in giro calpestando le foglie cadute e accartocciate, zigzagando silenzioso tra gli alberi.
In quel giorno d’estate mi era parso perfettamente a suo agio: là tra le verdi foglie, in quella magnifica quiete, ho veduto un avventuroso gatto da boschi.

Nuvole di ottobre

Sono nuvole d’autunno, così sono arrivate sovrastando il mare nel bagliore di questa luce ottobrina.
Tra sfumature rosate, inseguendosi nel cielo di Genova.

Nel riflesso del sole che lento si posa e ci saluta dipingendo così le nostre nuvole.

Sono nuvole d’autunno, diverse una dall’altra.
Alcune, più lontane, mantengono il loro latteo biancore e quasi paiono posarsi delicate sulla costa.

Altre si squarciano nella luce d’arancio che tratteggia i loro contorni.

Sono nuvole inquiete e gloriose, così mutevoli e magnifiche.

Lievi come in un dipinto impressionista.

Si levano dietro il campanile della Chiesa della Madonnetta e fluttuano nel cielo con la loro straordinaria leggerezza.

Di rosa e di metallo come la pioggia d’autunno, così uniche ed evanescenti, non se ne vedrà mai più una uguale.
Ci saranno altre nuvole, altre emozioni, diverse suggestioni.

E allora là si rimane, ad ammirare il cielo di Genova e il suo spettacolo, fino a quando sul mare iniziano a luccicare le luci del porto e tutto sfavilla e ancora una volta il panorama muta e così ci incanta con le sue nuvole di ottobre.

Il passaggio delle libellule

In molti le abbiamo vedute, inattese visitatrici giunte nel cielo di Genova in un giorno di fine settembre: sono le libellule capitate qui durante la loro migrazione.
Ed erano davvero a centinaia, molte di loro si sono fermate a fare un riposino sulle mie piante.

Ammetto che la mia prima preoccupazione è stata quella di evitare che si infilassero in casa, mi ricordo che anni fa entrò una sola svolazzante libellula e per farla uscire dovetti ricorrere al geniale intervento di un vicino il quale, pacificamente armato di racchetta da tennis, con notevole eleganza fece posare la libellula sulle corde e la aiutò poi a volare fuori.

Questa volta invece sono rimaste là, a dondolare sui rami.

In un gioco di splendidi e inspiegabili equilibri, la natura sa sempre sorprenderci.

La vita è così: misteriosa, insondabile, fragile e fortissima allo stesso tempo.

Luccicavano dorate le trasparenti ali delle libellule illuminate dal sole.

Sono rimaste poco, forse giusto il tempo necessario per riposare e ritrovare le forze.
E poi hanno proseguito il loro viaggio, in volo nel cielo di Genova.

All’autunno

All’autunno che lascia indietro la gioiosa estate e così si posa sul nostro cammino.
All’autunno che spande gocce di pioggia e profumo di cannella, all’autunno che dona mele succose e grappoli d’uva, foriero di inquiete tempeste e di nuvole vaghe.
All’autunno celebrato dai versi di un poeta romantico prematuramente perduto, John Keats lasciò le cose del mondo a 26 anni e ne aveva appena 24 quando compose l’ode dedicata alla stagione dei caldi aromi e questo è l’incipit della sua poesia:

Season of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun;
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eves run;

Stagione delle nebbie e del raccolto maturo,
Amica vicinissima del sole fecondatore;
Con lui cospiratrice del carico e del dono
dei frutti sulle viti lungo i cornicioni di paglia.

All’autunno dalle screziate sfumature e dai profumi intensi, mentre il fuoco arde nel caminetto, tempo di castagne e di vino versato nei bicchieri per brindare alla stagione nuova.
All’autunno prodigo di promesse che ancora si rinnovano.
All’autunno e agli alberi che si vestono di oro, di ocra e di arancio, con le foglie che tintinnano appena smosse dal vento sui rami leggeri.
All’autunno, stagione di questa ritrovata bellezza.

Fontanigorda – Bosco delle Fate