Il volo dei rondoni

In queste giornate terse di primavera i miei risvegli sono allietati da una colonna sonora vivace e briosa: è il canto dei rondoni che sfrecciano felici nel cielo.
Si perdono nell’azzurro, si levano alti e tornano giù donando ai nostri sguardi lo spettacolo autentico della vita.

E sono tantissimi in questi giorni di maggio, padroni assoluti del blu.

Alcuni si dilettano nei loro equilibrismi, altri si perdono nell’infinito dell’orizzonte.

E planano e garriscono e si librano leggeri e il cielo sembra appartenere soltanto a loro, pare che questa sia la loro maniera di elogiare la perfezione della natura e del creato.

Così ci regalano la loro bellezza e la loro gioia di vivere mentre il loro canto si diffonde nell’aria di primavera e nel cielo luminoso di Genova.

Insieme alla finestra

Insieme alla finestra.
E un refolo di vento primaverile intanto smuove piano la tenda.
E si osserva fuori, mentre tutto sboccia, in questa stagione che rifiorisce.
In questa pigrizia condivisa ci si guarda intorno e nulla sfugge a certi sguardi curiosi e sempre attenti.
Amici e complici.
Sempre insieme, probabilmente.
Così vicini, anche in quell’istante bellissimo alla finestra.

La passiflora: il fiore di Gesù

È un fiore magnifico dai colori allegri, brillante come il cielo di primavera la passiflora è delicatamente bianca e azzurra, ha screziature di viola, toni di verde chiaro e note di giallo.
Splendido dono della natura, fiorisce in questo periodo dell’anno nei cespugli rampicanti e rigogliosi.

Questo fiore è per me legato anche a certi dolci memorie d’infanzia forse comuni a molti di voi: il fiore vistoso della passiflora rappresenta in certe sue parti alcuni dettagli della Passione di Gesù, io mi ricordo che quando ero piccola mia mamma mi raccontò alcuni significati di questo fiore in relazione alla storia di Cristo e all’epoca questa scoperta davvero mi colpì.
In seguito mi è capitato di leggere anche diverse altre leggende e interpretazioni più ampie, io però desidero riportare qui soltanto quelle mie personali memorie che sono rimaste impresse nella mia mente.
Da piccola ammiravo la passiflora con autentico stupore, infatti per me fu una vera sorpresa scoprire che quei cinque stami gialli ricordano le cinque piaghe di Gesù e cioè le ferite causate dai chiodi quando Egli fu messo in croce: due alle mani, due sui piedi e una al costato provocata dalla lancia di un soldato.

Invece i tre stili scuri al centro del fiore rappresentano proprio quei chiodi.

Sboccia così gloriosa, in questo tempo di primavera, la passiflora dai fiori grandi che si aprono al sole.
La pianta, nota per le sue proprietà calmanti e rilassanti, regala anche un dolce frutto che tutti ben conosciamo: il frutto della passione.

La corolla azzurra rappresenta infine la corona di spine posta sulla testa di Gesù.

Queste sono le mie dolci memorie a proposito di questa magnifica pianta che possiamo ammirare in questo tempo di primavera.
Io la ritrovo sempre con una certa tenerezza, esattamente con quella ingenuità infantile che ancora ricordo.
Come facevo da bambina ancora conto gli stami, ancora cerco i tre stili al centro del fiore.
E in un certo senso tuttora conservo parte di quello stupore e di questo sono grata: ancora torno a meravigliarmi della bellezza inconfondibile della passiflora.

La prima rosa

Accadde in un giorno di aprile e colse tutti di sorpresa come un fatto davvero straordinario.
Alle prime luci dell’alba, mentre il sole diffondeva il suo vivido chiarore, l’oleandro sempre mattiniero esclamò stupefatto:
– Oh caspita, presto, presto! Tutti svegli! Presto, è ora di alzarsi!
Il rosmarino si stiracchiò indolenzito, la maggiorana si levò di soprassalto e il basilico pigro sbadigliò.
Le lavande affabili si profumarono per l’occasione, ci tenevano molto a distinguersi dagli altri fiori.
Le viole distesero per bene i loro petali colorati e si rimirarono con attenzione, erano tipe vanitose e non volevano certo sfigurare.
L’alloro la prese con filosofia, per così dire, era avvezzo ormai da tempo agli eventi di un certo spessore.
I gerani curiosi si sporgevano dai vasi per cercare di vedere meglio ma avevano davanti le alte orchidee petulanti che continuavano ad agitarsi per quell’evento memorabile.
Ne nacque così un’accesa discussione ma a sedare gli animi come sempre accorse la verbena che aveva davvero la capacità di calmare chiunque, a volte in suo aiuto arrivava anche la camomilla che pure era nota per le sue doti di mirabile pazienza.
Il cactus si girò dall’altra parte brontolando e continuò a dormire, era un tipo dal carattere spinoso e di tutte queste cerimonie poco gli importava!
Le tenere margherite osservavano commosse e intenerite, del resto erano note a tutti per il loro cuor d’oro.
Incerte dondolavano le fresie e le bocche di leone trillavano entusiaste.
Il sole brillava, le rondini volteggiavano nel cielo chiaro e i piccoli insetti ronzavano sulle corolle.
E tutti gli sguardi, colmi di sincera ammirazione, rimasero ad ammirare il miracolo della vita e della bellezza che sempre si rinnova: timida e delicata era così sbocciata la prima rosa.

Questa è davvero la prima rosa di questa primavera sul mio terrazzo.
Si è aperta ieri, con questa dolcezza.
Ho pensato che meritasse un gioco di fantasia e un benvenuto particolare, spero così che vi sia piaciuto salutarla in questo modo insieme a me.

Cartoline dal Monte Antola

Ecco poi il periodo delle passeggiate, si va a ritroso nel tempo in luoghi cari e prodighi di molta bellezza: là, sulle pendici del Monte Antola che si trova tra la Valle Scrivia, la mia Val Trebbia e la Val Borbera.
Su quella tenera erba umida di rugiada si aprono le timide genziane, sbocciano i narcisi e i gigli di San Giovanni, le farfalle si posano sui delicati ranuncoli, sorridono al sole i piccoli botton d’oro.
Tic tac, tic tac, così riparte la macchina del tempo e ci conduce indietro lungo un sentiero tortuoso che si snoda tra il verde dei prati.
E si sale così, in sella al fido destriero.

Quanta dolcezza su quella vetta così vertiginosa della nostra Liguria, a 1598 metri sul livello del mare.

E la nostra gita sarà gioiosa e spensierata: si cammina in fila ordinata, si intonano canti. si ride e soprattutto si può godere dell’aria fresca e ristoratrice, i sensi si inebriano del profumo dei fiori e della generosa leggiadria della natura circostante.
E così, dopo una bella camminata, ci si mette seduti sull’erba, con il cappello sulla testa e con il bastone da passeggio in una mano.

Saranno istanti da ricordare, momenti sereni trascorsi in questa agreste dolcezza.
Le mucche al pascolo, gli uccellini che volano beati, la quiete silenziosa della campagna.

I molti escursionisti poi potranno fermarsi al celebre Rifugio Musante, sul retro della seguente cartolina c’è anche un bel timbro dove si legge: Rifugio del Club Alpino sul Monte Antola – metri 1598 30 Agosto 1897- con trattoria e alloggio condotti da Musante Giovanni.
E che delizie per questi gitanti: fragrante pane rustico, ottime formagette, salumi saporiti e un buon vino per brindare insieme.
Ed eccolo qui il Signor Giovanni Musante, è fieramente immortalato sulla cartolina insieme al suo amico a quattro zampe.

E dolci scorrono le ore lassù, sull’Antola.
Nella stagione del clima tiepido, delle piacevoli passeggiate e dell’incontro con la meraviglia della natura.

È un tempo lento, ha il ritmo dei passi che si posano sul sentiero, la leggerezza delle ali delle farfalle, è scandito dal ronzio delle api e dai balzi improvvisi dei grilli sui lisci fili d’erba.
È un tempo condiviso, una memoria da trattenere nel cuore e nei pensieri, il tempo della gioia lassù sul Monte Antola.

È comunque primavera

Ed è comunque primavera.
Si ravvivano i colori, la luce è più intensa, i fiori sbocciano gloriosi.
E su certi rami, più che nei giorni d’inverno, ecco arrivare i soliti ospiti a banchettare, io li vedo dal terrazzo mentre vanno ad accomodarsi serafici nel fitto fogliame dell’albero del giardino di fronte.
L’altro pomeriggio erano in due, uno però se ne è rimasto ben nascosto, il suo compare nel frattempo beccava qua e là gemme e germogli.
D’altra parte è pur sempre primavera!

Un frusciare di ali, il tipico atteggiamento circospetto, su quell’albero c’è sempre qualcosa di buono da sgranocchiare e nessuno vuol farsi soffiare il pranzo.

Inoltre in simili circostanze sembra pure che io non sia poi tanto abile a non farmi notare e infatti ecco lo sguardo scocciato del pappagallo che forse non ama tanto essere immortalato.

Tuttavia è comunque primavera e i tipetti così se ne infischiano, lui e il suo compagno di avventure hanno continuato imperterriti a far merenda.
E già so che torneranno, in questi pomeriggi tiepidi e di luce chiara.

Un pomeriggio sui prati

Fu un pomeriggio sui prati, furono ore gaie e spensierate.
Il sole brillava alto nel cielo, spuntavano nell’erba tenera le prime pratoline, le rondini compivano infinite giravolte nell’azzurro.
E in questa pigrizia primaverile si restava semplicemente a godere dell’aria frizzante e dei profumi della campagna.
Lassù, in lontananza e in cima a una vetta, una grande chiesa e potrebbe trattarsi forse del Santuario della Madonna della Guardia, come ha ben osservato un caro amico.
Attorno, la quiete.
Il verde, il silenzio, la freschezza di una stagione nuova.
Insieme, vicini.
Un gesto aggraziato per reggere il parasole, una mano per ripararsi gli occhi dalla luce brillante, un cappello di paglia messo di traverso sulla testa del ragazzino.
Un tempo condiviso che poi sarebbe divenuto un ricordo da conservare.
La memoria, la nostalgia, il pensiero che ritorna alle dolci fragranze di un tempo felice, agli istanti di un semplice pomeriggio sui prati.

Una passeggiata alla Cappelletta

Vi porto con me in un luogo del cuore, andremo insieme a fare una passeggiata alla Cappelletta di San Rocco a Fontanigorda.
Questa è una delle mie mete dei giorni d’estate, si tratta di una breve e piacevole camminata davvero alla portata di tutti.
Così si sale verso Casoni tra il sole che brilla e l’ombra confortevole degli alberi.

E tutto attorno ferve la vita.
E sono le farfalle e le api, le piccole margherite e gli uccellini canterini, le lucertole che si nascondono sotto le foglie, i daini che fuggono tra gli alberi, nel suono ovattato del bosco con le sue molte voci e il suo afflato vitale.

Mentre i rami degli alberi fanno da cornice a questo amato percorso, noi che amiamo Fontanigorda abbiamo fatto mille volte su e giù in bicicletta quando eravamo piccoli, poi siamo andati lungo i sentieri a raccogliere i funghi, abbiamo raggiunto luoghi e tratti della nostra Val Trebbia sempre cari e sempre nuovi.
Così, dolcemente, curva dopo curva.

E ogni ramo è un dono generoso, sotto questo cielo limpido e chiaro.

Ancora si cammina e al culmine della salita si arriva al cospetto della piccola Cappelletta di San Rocco, un luogo intimo e raccolto in questa splendida pace.
La cappelletta è per lo più sempre chiusa ma viene aperta nel giorno dedicato a San Rocco, il 16 Agosto da Fontanigorda si tiene una partecipata processione alla quale predono parte la gente del posto e anche molti villeggianti.

E se vi capiterà di leggere le vicende di San Rocco scoprirete che egli visse nella seconda metà del ‘300 e si spese senza riserva per i più sfortunati portando il suo soccorso durante le terribili epidemie di peste così frequenti in quel suo tempo.
E così San Rocco, l’umile pellegrino nativo di Montpellier, è patrono degli appestati, di coloro che soffrono di malattie infettive e degli invalidi.
A Fontanigorda la piccola cappella gli venne dedicata per ringraziare il santo della sua protezione durante l’epidemia di peste verificatasi a metà dell’Ottocento.

Ecco quindi San Rocco, è ritratto come da tradizione mentre regge il suo bastone e ai suoi piedi c’è il suo fido cane, questa affettuosa presenza si riferisce ad episodi della vita del santo che è anche patrono proprio dei cani.

E ancora si cammina, in questi luoghi cari e molto amati, dopo la Cappelletta la strada prosegue verso Casoni e c’è un bivio che conduce alla località Cerreta.

E ci sono felci e alberi generosi, piccole fragole dolci nel tempo di giugno, bocche di leone e fiori selvatici, rapaci che si librano alti nel cielo e ghiandaie ciarliere che si posano sui rami, ancora curva dopo curva.

Sul finire dell’estate poi sui rovi maturano le more.

Nella bellezza di questa natura ricca e magnifica, nella quiete dei monti della Val Trebbia, durante una passeggiata alla Cappelletta.


E poi ancora si percorre la via del ritorno e così si ritrova la nostra cara Fontanigorda con i suoi tetti rossi.

Un pescatore ad Arenzano

Era un altro marzo, era un giorno dell’anno passato.
E c’era questa luce che gentile baciava la bella Arenzano, ravvivando i colori e le sfumature del tempo di primavera.
Sbocciavano i fiori, i gabbiani planavano lievi nell’azzurro.
E là, sugli scogli, un pescatore.
Le canne, le lenze che fluttuavano nell’acqua.
Il tempo.
Il tempo dolce della pazienza, dell’attesa e dell’aspettativa.
Il fragore ritmato delle onde, il vento, il profumo del sale.
E gli occhi colmi della bellezza dell’infinito.
Il tempo.
E la costa sinuosa, il mare blu, il cielo chiaro e lucente.
In un giorno di marzo, ad Arenzano.

Sul mare

Era un pomeriggio di gennaio e si avvicinava l’ora del tramonto, nel cielo leggera fluttuava una vaghezza di nuvole senza precisi contorni.
Colori tenui, toni pastello e luci smorzate.
E vento, il solito glorioso vento genovese.
E bagliori di oro, celeste polveroso, rosa pallido come cipria.
E un viaggio, come sempre ognuno ha il proprio ma a volte il viaggio degli altri è magia da ammirare.
Lenta una nave seguiva la sua rotta verso la sua meta.
Navigava così, mentre io con lo sguardo la osservavo avanzare piano.
E poi, appena per qualche istante si è trovata nello spazio di un’insolita cornice, tra questi colori.
Sul mare, nella luce della sera.