Angelique Rougon, il sogno e la felicità

Oh! Io vorrei, io vorrei… sposare un principe. Un principe che io non avessi mai veduto, che venisse una sera, all’imbrunire, e mi prendesse per mano e mi conducesse in un palazzo…io vorrei che fosse bellissimo…oh! Il più bello e il più ricco della terra! Vorrei cavalli che nitrissero sotto le finestre, gemme che scorressero luminose sulle mie ginocchia, oro, una pioggia, un diluvio d’oro, che cadesse dalle mie mani, quando io le aprissi… E vorrei che il mio principe mi amasse alla follia e che anch’io potessi amarlo sempre come una folle. Noi dovremmo essere giovanissimi, purissimi, i più nobili, sempre, sempre!

Un principe, una fanciulla e un sogno.
Il sogno, questo è titolo del sedicesimo volume del ciclo dei Rougon Macquart, pubblicato da Emile Zola nel 1888 e purtroppo fuori edizione, la mia copia risale al 1936 e l’ho scovata su un mercatino, ha le pagine ingiallite, separate l’una dall’altra dal suo antico proprietario con l’ausilio di un tagliacarte, è quasi priva di rilegatura, ma me la tengo stretta come un tesoro.
E‘ l‘amore, potente e purissimo, uno dei temi portanti di questo romanzo.
Beaumont, Piccardia è la notte di Natale.
Sui gradini della cattedrale, tremante di freddo e coperta di stracci, c’è una bambina: è una trovatella, il suo nome è Angelique Rougon e ha la ventura di incontrare due buoni sposi, gli Hubert, che si prenderanno cura di lei e la cresceranno.
Angelique è una piccina bionda, dagli occhi color delle violette, dal collo lungo che aveva la grazia di un giglio.
Cresce la fanciulla e diventa ancor più bella, i capelli biondi di una leggerezza di luce, gaia e sana, di una bellezza rara.
Oro, candore, luce, bianco, queste sono i colori che illuminano le pagine di questo libro, che contiene, in sé, la dimensione della fiaba.
E poi purezza di cuore, misticismo, nobiltà d’animo.
Gli Hubert sono ricamatori, anche Angelique apprenderà quest’arte e tra le sue dita sottili scorreranno fili di seta candida, broccati d’oro e d’argento, stoffe preziose e ricercate: sono quelle che si usano per i paramenti sacri, per le pianete che Angelique e i suoi genitori ricamano per gli alti prelati della Cattedrale.
E sulle stoffe fioriscono foglioline d’oro, spighe e grappoli simbolici, in argento sul nero, in oro sul rosso.
E’ ancora lo sfavillio della luce, luce di oro accecante.
La cattedrale, Angelique diventa donna all’ombra di quel maestoso edificio, affascinata dalle sue vetrate e da quella indicibile grandezza.
Ago, filo, telaio e poi, come lettura prediletta, la Leggenda Aurea di Iacopo da Varagine, dove sono narrate le vite dei Santi, ed è ancora luce, è ancora oro.
E misticismo, una notte Angelique ha una sorta di visione. Vede un giovane, biondo, grande e sottile, che molto somiglia a San Giorgio, il santo che più ha colpito Angelique.
Sono aggettivi che appartengono all’assoluto, al mondo incantato delle fiabe.
Lui usciva dall’ignoto, dal fremito delle cose, dalle voci sussurranti, dai giochi semoventi della notte,  questa non è più la fiaba, è la complessità di Emile Zola, il saper guardare nel fondo dell’animo, nelle pieghe di un certo sentire, in una maniera di percepire la realtà.
Lui si chiama Felicien, è erede di grandi ricchezze, sua madre è morta nel metterlo al mondo e suo padre, affranto, ha preso i voti ed è diventato vescovo di Hautecoeur.
Felicien è un artista del vetro, dipinge le vetrate della cattedrale.
Angelique e Felicien, non sembra casuale la scelta di questi nomi e no, non credo che lo sia.
E l’amore, il loro amore, è un rincorrersi, un dichiararsi, un fuggire continuo.
Il loro primo incontro avviene al lago Chevrotte, dove Angelique va a fare il bucato.
Ed ecco l’acqua, di una limpidezza cristallina, ecco la camicetta di rigatino bianco, ecco la biancheria che alza spruzzi altissimi, ecco la schiuma, ancora chiara, nivea.
E poi lui, Felicien: alto, sottile, biondo, con la sua barba fine e i capelli inanellati da giovane dio, così bianco di pelle come l’aveva veduto sotto la bianchezza della luna.
Bianco, luce ancora, e ancor di più, nelle parole di Angelique.

Il bianco è sempre bello, vero? Certi giorni non posso sopportare il turchino e il rosso, di qualunque sfumatura essi siano; mentre il bianco è per me di una dolcezza continua, della quale non mi stanco mai. Nulla mi urta in quel colore e si desidererebbe perdersi dentro di esso… Avevamo un gatto bianco con macchie gialle e io gli avevo dipinte le sue macchie…. Mia madre non lo sa, ma io conservo tutti gli avanzi di seta bianca: ne ho un cassetto pieno, senza una ragione, soltanto così, per il piacere di guardarli e toccarli, di tanto in tanto…

Purezza, candore e pulizia.
Misticismo, ad Angelique viene commissionato il ricamo per la pianeta del Vescovo.
Lei ancora non sa che Felicien è suo figlio, e l’amore tra i due giovani cresce, diventa grande, forte.
E come nelle fiabe, la principessa è alla finestra e lui arriva, scavalca la ringhiera del balcone e si inginocchia davanti a lei, sotto la luce della luna, le dice, non amatemi ma lasciate che io vi ami.
E l’amore freme, lui le confessa di essere pittore solo per diletto, e Angelica risponde: vi amo, prendetemi, portatemi via, vi appartengo.
E giunge il 23 Luglio, il giorno della processione ed eccola Angelica, con il suo abito di foulard bianco.
Era ingenua e fiera, candidamente semplice, bella come un astro.
Oh, ma l’amore, la vita e il sogno non possono convivere a lungo!
Le viene detto che Felicien è promesso a un’altra donna, che il padre stesso si oppone.
Piange la principessa, ma prima che il suo sogno si infranga, nella sua purezza, va al cospetto del vescovo a chiedere clemenza, che acconsenta quell’amore.
E le sue parole, le sue parole sono proiettate nel sogno, in quella dimensione onirica che ammanta ogni riga di questo libro:

…da quando egli mi ama, io mi sono vestita di broccato, come nei tempi antichi; ho al collo, ai polsi, uno sfolgorio di gemme e di perle; ho cavalli, carrozze, grandi parchi in cui passeggio a piedi, seguita dai paggi…non penso mai a lui senza riprendere questo sogno…e mi dico che esso deve avverarsi e che lui ha esaudito il mio sogno di essere regina.

Non basta, irremovibile e distante l’alto prelato non si fa commuovere.
Angelique si lascia sopraffare dal suo dolore e fatalmente si ammala.
L’insonnia la tormenta, la perdita del suo amore la devasta e lui, Felicien, torna.
Torna, torna ancora al suo balcone e le svela che i suoi genitori, per tenerlo lontano, gli avevano detto che lei non lo amava più.
Lui la supplica di seguirlo, ma Angelique, prostrata dalle sue sofferenze è allo stremo, guarda la cattedrale, parla dei santi, dice che nella morte rimane la speranza, a lei, che ormai si era rassegnata ad aver perduto il suo amato.
Ma lui no, non si arrende, la incalza: sono colui che esiste, Angelique, e voi mi respingete per i sogni.
Il sogno, il soffio della vita, la speranza.
E va all’altare Angelique, al suo abito hanno lavorato alacremente per giorni ben tre sarte.
E tutto è lusso, sfarzo, ricchezza anche quella che, per voler della sposa, cade sui poveri: un milione, la medesima opulenza che lei stessa riceverà , Angelique la destina ai poveri.
Ed eccola, la sposa con un abito di amoerro bianco, coperto di vecchi merletti, fermato da perle e un velo, un velo che arrivo fino ai suoi piedi, non ha gioielli né fiori, solo quella nube fremente che sembrava circondare di uno stormire d’ali il suo piccolo volto di vergine da vetrata, con gli occhi di violetta e i capelli d’oro.
Bianco, purezza, oro.
Ma questa non è una fiaba, è un romanzo scritto dal più grande rappresentante del naturalismo francese, e la fiaba si dissolve, quando si scontra con la realtà.
Angelique, Felicien e le labbra che si sfiorano.
E in quel bacio morì.
Senza tristezza, con il cuore traboccante di quella gioia che Angelique aveva sempre ricercato.
Ancora  ritorna, un’ultima volta,  la dimensione fiabesca nelle parole semplici che chiudono questo romanzo, le parole che Zola sceglie perché il lettore si porti nel cuore Angelique Rougon, principessa sforturata che, per seppur breve tempo, ha conosciuto la pienezza della felicità.
Tutto non è che un sogno e, all’apice della felicità, Angelique era sparita, nel piccolo soffio di un bacio.

Annunci

Etienne Lantier, l’eroe di Germinal

Germinal, pubblicato da Emile Zola nel 1885, è un libro che fece scandalo per la crudezza con la quale viene narrata la vita e la morte di un’intera classe sociale.
E’ ambientato a Montsou, dove si trova la miniera che sarà lo scenario sul quale si muovono i protagonisti, i minatori.
E’ un romanzo cupo, duro e tragico.
E’ buio, come lo sono i cunicoli dove ci si infilava per estrarre il carbone.
Ve ne accorgerete dalle prime righe, dalle prime parole, quelle che Zola scelse per introdurre il lettore in questo universo.

Nella pianura rasa, nella notte senza stelle, d’un’oscurità fitta come inchiostro un uomo solo percorreva la strada che da Marchiennes va a Montsou.

Scuro, nero, inchiostro, notte, carbone.
Siete già lì, nella miniera.
L’uomo che cammina si chiama Etienne Lantier.
Vi ho già presentato sua madre, è la lavandaia Gervasie Macquart, e sua sorellastra è quella Nanà che ha fatto altre scelte per farsi strada nel mondo.
E’ un romanzo difficile, arduo narrarne la trama, in quanto è epica, complessa e universale.
Germinal, nel calendario rivoluzionario adottato al tempo della Rivoluzione francese, corrisponde alla primavera, quando i germogli sbocciano.
E nel romanzo di Zola, i fiori che si aprono alla luce del sole, sono proprio loro, i minatori, quella massa indistinta di uomini, donne, bambini e ragazze che vagano tristi, con la pelle macchiata di carbone, quella folla che cerca il riscatto della propria dignità.
E lui, Etienne Lantier è il motore di questa comunità.
Ha poco più di vent’anni, quando arriva a Montsou.
E tante sono le persone che incontra, innumerevoli, come sempre, i personaggi.
Impossibile narrare di ognuno, della complessità che ciascuno di essi rappresenta.
C’è violenza, miseria e lotta, in questo romanzo.
C’è una famiglia, i Maheu, le cui vicende vanno in parallelo con l’esperienza umana di Etienne ed è in quella famiglia che il giovane conosce Catherine.
Ha quindici anni appena e da quando ne aveva dieci, anche lei, come tutti, lavora nella miniera.
E’ esile, fragile, sparuta la definisce Zola, ed è la luce che illumina i tunnel che si percorrono leggendo questo libro.
E di lei Etienne si innamora.
Non vi narrerò per intero la trama di questo libro, merita di essere letta così come l’ha scritta Zola e pagina dopo pagina, conoscerete la vita dei minatori, che giorno per giorno precipita verso la miseria e la disperazione.
E poi conoscerete i Gregoire, sapete quelle brave persone benestanti e caritatevoli, che ai poveri non danno mai denaro ma solo abiti e panni caldi, per coprirsi quando fa freddo.
E conoscerete anche Alzire, la bambina gobba, e Chaval, l’amante di Catherine e antagonista di Etienne.
E la Mouquette, la ragazza facile, quella che tutti hanno avuto, ma della quale nessuno è orgoglioso.
E quando la incontrete, prestate attenzione ai suoi sentimenti, alla grandezza di cuore che Zola ha voluto donarle, così in contrasto con il suo aspetto di ragazzona grossa e spesso volgare.
La Mouquette, che ama Etienne e nella sua semplicità gli domanda:
– Perché non vuoi amarmi?
Leggete il libro, scoprite di quale generosità sarà capace questa sgraziata ragazza, sul cui volto si leggeva una tale supplichevole attesa di un po’ d’amore.
E poi lui, Etienne Lantier.
Giovane, certo.
Proviene dal popolo, non ha grande cultura.
Ma vede la vita dei minatori e comincia a porsi delle domande, queste, così come le ha scritte Zola.

Perché la ricchezza degli uni? Perché la miseria degli altri? Perché questi erano calpestati da quelli, senza la speranza di poter prendere il loro posto?

La miniera, la crisi e la compagnia mineraria che per fronteggiare le difficoltà decide una riduzione dei salari.
Salari di gente che già è allo stremo, s’intende.
I minatori non ci stanno, è lo sciopero.
Ed Etienne? Lui è il primo, parla al Direttore spuntandogli in faccia queste parole:

E’ forse onesto, ad ogni crisi, lasciar morir di fame gli operai per salvare i dividendi degli azionisti?

Non cede il Direttore, ma nemmeno Etienne.

Piuttosto morire che mostrar di aver avuto torto quando si aveva ragione!

E giunge l’inverno, un freddo nero avvolgeva in un funereo lenzuolo l’immensa pianura, scrive Zola.
Carbone, fumo, inchiostro, notte, nero, sempre questi colori.
Cunicoli, polvere, vanghe, luci fioche, claustrofobia.
E’ l’epica della miniera, nella radura di Pan-des-Dames ci sono quasi tremila minatori, venuti a discutere sull’opportunità di continuare lo sciopero.
Una folla brulicante, uomini, donne e bambini.
Ed Etienne parla, scrive Zola: era il capo banda, l’apostolo che annunciava la verità.
Ed Etienne urla:

– La miniera vi appartiene è di voi tutti che da un secolo l’avete pagata col sangue e la miseria!

E in quell’aria glaciale appariva un furore di visi, di occhi lucenti, di bocche spalancate, tutta una moltitudine smaniante di uomini, donne, ragazzi affamati,lanciati al giusto saccheggio degli antichi beni di cui erano stati derubati.

L’epica della miniera.

Molte frasi oscure erano loro sfuggite, non sentivano nemmeno quei ragionamenti tecnici e astratti; ma la stessa oscurità astratta allargava ancor di più il campo delle promesse, le elevava in una luce luminosa.

Una luce luminosa, la speranza, e poi la realtà nera, cupa, funerea come il fondo della miniera.
Questa è l’epica, nelle metafore, nei colori, nei contrasti.
E l’amore? L’amore è lindo, tenue, pulito.
E l’amore tra Catherine ed Etienne sarà svelato e scoperto laggiù, nel fondo del fondo di quei cunicoli bui.
E’ il culmine, l’apice della tragedia.
E sta a voi scoprire cosa accadrà alla piccola Catherine che se ne sta laggiù, sommersa dall’acqua, imprigionata a causa di un crollo, tremante e stremata, che cerca conforto tra le braccia di Etienne.
Un combattente, un eroe del popolo, un idealista.
Un giovane che stringendo a sé colei che ama, ripete lentamente:

– Niente è finito per sempre, basta un po’ di felicità perché tutto ricominci.

Anna Coupeau, detta Nanà, storia di una cattiva ragazza

Una bionda bellezza, una fanciulla inquieta e pretenziosa, capricciosa quanto insolente.
Anna Coupeau, detta Nanà, fa la sua prima apparizione nell’Assomoir, il romanzo nel quale Emile Zola narra le vicende di sua madre, la lavandaia Gervaise.
E’ un mondo dal quale Nanà vuole fuggire e già in quel romanzo si delinea la sua personalità, da bambina dà già dei pensieri e da adolescente si ritroverà ben presto ad esercitare l’unico mestiere che non le costa fatica: vendersi in bettole di quart’ordine.
Oh, da allora ne ha fatta di strada Nanà!
Il romanzo che porta il suo nome si apre con una situazione di attesa e curiosità.
Parigi, un teatro gremito di spettatori, tutti fremono, aspettano la messa in scena dello spettacolo più atteso dell’anno: la Blonde Venus.
E tra le poltroncine si alza sommesso un brusio, un vociare, un chiacchiericcio, tutti parlano di lei, di Nanà che a breve calcherà le scene nei panni scollacciati e seducenti di Venere.
E Zola vi farà attendere parecchio prima di mostrarvela, ma di lei saprete già parecchio, da ciò che ne dice il pubblico.
Certo, la ragazza non ha molti talenti, è persino stonata, ma le sue doti sono altre:  i fianchi ben torniti, i capelli biondi, lunghi fino alla vita, i seni perfetti, le cosce rigogliose, gli occhi azzurri, le labbra turgide.
E quando sale sul palco, coperta solo da un velo che lascia trasparire le sue splendide fattezze, il pubblico, dimentico delle sue scarse capacità, rimane come stregato, incantato dalla vista di lei e da cotanta bellezza.
Oh, dovevate vederli coloro che deridevano le sue performance canore!
Nessuno rideva più, Nanà era la regina del teatro.
In questo, come in quasi tutti i romanzi del ciclo del Rougon-Macquart, c’è un’abbondanza di personaggi minori che fanno da comprimari e contribuiscono a creare un mondo, ben visibile e reale.
Qui, più che altrove, i personaggi sono molteplici: un impresario, gli attori,  la zia di Nanà, un’altra ragazza anch’essa dedita allo stesso mestiere, e poi una serie infinita di figure minori che fanno da sfondo alla vicenda umana di questa giovane.
E poi gli uomini, gli uomini di Nanà: un banchiere, che lei spenna a dovere, un ragazzo tra le cui braccia Nanà troverà una sorta di purezza, l’attore Fontan, che la maltratta e approfitta di lei, Muffat, un uomo ricco e molto in vista che desidera solo fare di Nanà la propria amante fissa.
Gli uomini: Nanà vive sulle loro spalle, è la causa della loro rovina e della loro disperazione.
All’inizio del romanzo la troverete in una lussuosa casa in Boulevard Haussmann, dove lei abita a spese di un ricco commerciante di Mosca.
L’arredamento è pacchiano, volgare, qua e là, scrive Zola, ci sono cianfrusaglie e chincaglierie: è la casa di una mantenuta, questo è Nanà.
Ed è un continuo andirivieni di uomini, nel suo appartamento, fanno anticamera, l’aspettano per ore e se lei ha la luna storta è capace di buttarli fuori in malo modo.
Non c’è traccia di amore, in questo romanzo, né di sentimenti scaturiti dal cuore di Nanà: lei, semplicemente, non è capace, non conosce affetto, attaccamento, nemmeno per Louiset, il bambino che ha sfortunatamente dato alla luce e che è destinato ad una fine prematura.
Lei non se ne cura, lo lascia ad una zia, e quando se ne separa, non lo fa a malincuore, anzi, quel moccioso le è solo di impaccio.
C’è una scena, in questo romanzo, dalla quale si intuisce chi sia la sola persona importante per Anna Coupeau, a tutti nota come Nanà.
Guardatela, come si rimira nello specchio, con quale compiacimento, è completamente nuda e con il dito sfiora un piccolo neo che ha sul fianco, che vezzo! Si mette di profilo, si contempla, si ammira e gode della vista di sé, mentre l’amante di turno la osserva attonita.
Questa è Nanà, una creatura tanto bella e ambiziosa quanto incapace anche solo di cercarla, la felicità.
Zola delinea perfettamente lo stato d’animo dell’eroina di questo romanzo:

Tuttavia, in mezzo al lusso, circondata da tutta la sua corte, Nanà si annoiava mortalmente. Aveva uomini per ogni minuto della notte, e denaro perfino nei cassetti della toilette, insieme ai pettini e alle spazzole, ma tutto questo non le bastava più, sentiva che le mancava qualcosa, provava un senso di vuoto che la immalinconiva. La sua vita si trascinava oziosamente, fatta delle medesime occupazioni monotone.
L’indomani per lei non esisteva. Viveva come un uccello. sicura del cibo, pronta a dormire sul primo ramo che le capiterà a tiro.

Come si colmano certi vuoti? Con quali contenuti, se non hai la capacità di sentire, di amare, di respirare un’aria diversa dal putridume che ti soffoca?
Non ci riuscirà a scoprirlo, la nostra Nanà.
Vivrà altri momenti di gloria, fasulla e superficiale come sempre, al Gran Prix, quando una cavalla che porta il suo nome si aggiudicherà il primo premio mentre il pubblico scandisce in coro Nanà, Nanà!
Lei, la ragazza che tutti volevano sposare, lei rovina di uomini e vite è destinata a rappresentare con la sua morte, l’immagine di un mondo che ha fine.
Fuori dalla sua stanza un impero sta crollando: sta per scoppiare la guerra tra Francia e Prussia e si sentono le urla, forti ed incalzanti: a Berlino, a Berlino!
E’ la fine di un’epoca, contemporanea all’ultima scena recitata dalla più ambita cortigiana di Parigi.
Nel suo letto, devastata dal vaiolo che la priva di ogni bellezza che un tempo fu il suo vanto, si trasfigura, diventa una maschera mostruosa e grottesca, il suo corpo ammorba l’aria e l’avvelena.
Fuori, la corte degli amanti di Nanà la ricorda con un certo rammarico, non si può credere che una donna così bella faccia una fine così.
Uno di loro è lì dalle sei di mattina. E’ il conte Muffat, ogni mezz’ora chiede notizie, non si dà pace di perdere colei che ha sempre amato, malgrado non sia mai stato ricambiato.
Un impero crolla e tra le sue macerie rovinosamente finisce il regno di una giovane donna,  un tempo desiderata, contesa e ambita.
Era conosciuta come Nanà, ma il suo vero nome era Anna Coupeau.

Denise Baudou, il trionfo della bontà

Questa è la storia di Denise Baudou, creatura buona e generosa,  protagonista del romanzo  “Al paradiso delle signore”, che Emile Zola pubblicò nel 1883.
Per raccontarvi di lei ho scelto questo titolo  in opposizione a quello che diedi  al mio articolo dedicato a Gervaise Macquart, indimenticabile eroina dell’Assomoir, per la quale la bontà fu, fatalmente, una sventura.
Si notano molte differenze tra queste due opere, entrambe parte del ciclo dei Rougon-Macquart, sia nell’ambientazione che nel carattere primario delle figure che vi sono descritte.
Non ci sono, in questo libro, né bettole né ubriaconi, Denise si muove in ben altro mondo.
E mentre l’Assomoir appartiene al filone di romanzi nei quali la predestinazione verso il male e la sciagura, verso la corruzione e la perdizione, è più forte delle buone intenzioni dei protagonisti, il testo che invece narra la storia di Denise si inserisce in tutt’altro scenario.
E mentre Gervaise, a causa della sua bontà, è destinata a precipitare in un gorgo, la grandezza di cuore di Denise riceverà il suo meritato premio e per lei si prospettano l’ascesa e il successo.
Eppure anche a Denise è toccata la sua parte di sfortuna.
Al principio del romanzo, assistiamo al suo arrivo a Parigi, dove la ragazza si reca presso uno zio sperando di ottenere un aiuto.
Denise è giovane, mingherlina, non particolarmente attraente e porta in dote due fratelli minori, dei quali si fa carico da quando entrambi i genitori sono mancati.
Lo zio ha una piccola bottega, ma gli affari non vanno troppo bene, come capita a molti altri piccoli commercianti.
Questo, parallelamente allo snodarsi della vicenda umana e personale di Denise, è l’altro tema del romanzo ed è assai più attuale e moderno di quanto ci si aspetterebbe nel leggere un libro di più di cent’anni fa.
Il Paradiso delle Signore è un grande magazzino di proprietà di Octave Mouret: vende abiti, stoffe, mantelle, pizzi, guanti, accessori, insomma ogni ben di Dio per le signore e signorine amanti dell’alta moda.
Fioriranno uno dopo l’altro nel centro di Parigi, lungo i suoi boulevard, questi magasins de nouvetés, con i loro scaffali ridondanti di merci di ogni genere.
E intorno, per i piccoli commercianti è la rovina.
Lo racconta lo zio di Denise con queste parole:

Stai a sentire: il Bedorè e sua sorella con il negozio di cuffie e berrette in Via Gallion, hanno già perso una buona metà clienti. Dalla Tatin che ha la bottega di biancheria in Galleria Choiseul, son costretti a ribassare i prezzi, a fare a chi vende per meno.

Tutta colpa di quel Mouret, è certo.
Il quale si può permettere persino le offerte speciali, maledetto!
Interviene la moglie nella conversazione e ribadisce che la faccenda ha dell’incredibile. Là al Paradiso delle Signore c’è persino un reparto per i guanti! Ma ci si può credere? E gli ombrelli? Insieme alle stoffe? Che idee! Ah, ma Bourras, che ha una piccola bottega di ombrellaio, terrà duro, si sbaglia quel Mouret, se crede che gliela darà vinta tanto facilmente.
Octave Mouret è un affarista, un imprenditore lungimirante e privo di scrupoli.
In tutto il corso del romanzo si darà da fare per acquisire i terreni su cui sorgono i piccoli negozi ed ingrandire così il suo regno e loro, le vittime del progresso che avanza e schiaccia inesorabilmente il più debole, lotteranno fino al stremo per i loro diritti calpestati.
E’ un seduttore, Octave, uno che di donne ne ha quante ne vuole, si diletta spesso e volentieri tra le dipendenti del Paradiso.
E lì, tra loro, arriva anche Denise.
Trova una sistemazione per i fratelli e, contro il parere dello zio, va al lavorare come commessa dal nemico di tutto il quartiere.
Dormirà, insieme ad altre colleghe, in una delle stanzette ricavate dal solaio, destinate alle ragazze che a Parigi non hanno famiglia.
E non avrà vita facile la giovane Denise: al reparto presso il quale è addetta, tra pari, sono all’ordine del giorno gli sgarbi, la prevaricazione ed il pettegolezzo e lei, più di una volta, dovrà difendere se stessa e il suo buon nome.
E’ virtuosa Denise, è una che lavora sodo senza scendere a compromessi e non aspira, neanche a pensarci, a risolvere le angustie della sua esistenza diventando l’amante di qualcuno.
No, è di tutt’altra pasta Denise, è una che stringe i denti e va avanti, nonostante tutto.
Ma entriamo insieme dove lei lavora, al Paradiso delle Signore, il tempio del lusso e del consumismo.
Oh che grandezza! E quanta gente!
E’ quel che ci vuole, per far funzionare un posto così. Gente da tutte le parti, Mouret voleva frastuono folla, vita, perché la vita, diceva, attira la vita.
E dovevate vedere la calca, per la fiera del bianco! E che splendore l’atrio con il pavimento fatto di cristalli e le gallerie, dai nomi poetici, paese boreale, contrada nevosa.
E poi bianchi promontori di tela e di lino, asciugamani, lenzuoli, bottoni di madreperla, una decorazione interamente creata con calze di lana e poi cappellini a decine e coperte, nastri, trine, merletti. E ancora tende, mussoline, veli, sete!
Ed ovunque bianco, niveo, candido, accecante.
E la folla che rapida sciamava per le sale, scrive Zola, sembrava nera, come in una gigantesca, spettacolare pista di pattinaggio.
Zola, come sempre era solito quando scriveva i suoi romanzi, passò giorni e giorni nei grandi magazzini di Parigi, annotando, prendendo appunti di ciò che vedeva, riproducendolo poi in questo suo capolavoro.
E’ una fiaba moderna il Paradiso delle Signore e la vicenda Denise, come da copione, avrà il suo lieto fine.
Pur essendone innamorata sarà lei, l’unica, a respingere Octave, uomo certo poco aduso a ricevere dei rifiuti.
E dopo aver tollerato angherie di vario genere, la ragazza diventerà caporeparto al Paradiso delle Signore.
Ha le idee chiare Denise, è dolce, buona ma determinata. E sa farsi rispettare: ad una cliente che la fa impazzire con una mantella dice candidamente che il solo motivo per cui non le dona è perchè la signora è in sovrappeso.
Sfacciata ed impudente, la ragazza di provincia!
Ed è lei che Octave vuole, ed è lei che chiede in moglie.
Accadrà nelle ultime righe del romanzo, come si conviene ad una fiaba, con la promessa che il futuro sarà luminoso e felice.

Gervaise Macquart, la sventura della bontà

Io non sono ambiziosa, non pretendo molto… il mio ideale sarebbe lavorare tranquillamente, avere sempre un pezzo di pane da mangiare, un buco pulito dove dormire, con un letto, un tavolo, due sedie, nulla di più… Ah, vorrei anche allevare i miei bambini, e farne dei bravi cittadini…”

Benvenuti a Parigi, nel quartiere della Goutte-d’Or, dove abita Gervaise Macquart, una donna dai desideri tanto semplici quanto irrealizzabili.
E’ il 1876 quando Emile Zola dà alle stampe, sotto forma di romanzo di appendice, un libro che farà scalpore e farà gridare allo scandalo per la sua crudezza e per i temi di cui tratta.
Il suo titolo è Assomoir, ovvero l’Ammazzatoio, nome di una bettola presso la quale tutti i protagonisti del libro, loro malgrado, approderanno.
E’ giovane Gervaise, ha solo ventidue anni ed è una fanciulla esile, bionda e gradevole, affetta da una leggera zoppìa che rende la sua andatura claudicante.
Fa la lavandaia e ha un uomo, il cappellaio Lantier, che la trascura e si approffitta di lei.
Con lui ha avuto due figli, Claude ed Etienne, che saranno protagonisti di altri due memorabili romanzi di Emile Zola, L’ Opera e Germinal.
E’ la tecnica dello spin-off, comune nei moderni serial televisivi hollywoodiani e che consiste nel presentare un personaggio che sarà a sua volta protagonista di una nuova serie.
Più di un secolo fa, da consumato regista delle vicende umane, Emile già utilizzava questo stratagemma, lo usò in ognuno dei capolavori che compongono il ciclo dei Rougon-Macquart, una monumentale saga famigliare scritta seguendo i dettami del romanzo naturalista, di cui Zola è rappresentante indiscusso.
E’ dolce Gervaise e ha quei sogni, quelle aspirazioni banali, per i quali lotta con tutte le sue forze.
E’ dura la vita con Lantier, lui è pigro, svogliato, addirittura una mattina non torna più a casa: ha scelto altrimenti, se n’è andato con Virginie.
Memorabile l’incontro tra le due donne al lavatoio e la zuffa che ne seguirà.
E’ un maestro Zola, se leggerete questo libro sarete spettatori di un film con una sceneggiatura impeccabile e vi sembrerà di essere proprio lì, tra queste due donne che scarmigliate si prendono a male parole, e si lanciano addosso insulti e secchiate d’acqua, sentirete l’odore del sapone e vi sembrerà di udire forti e sguaiate le urla di incoraggiamento delle altre donne, sarete voi stessi immersi nel trambusto di quel lavatoio parigino.
E poi, usciti da lì, accompagnerete Gervaise all’Assomoir di Papà Colombe: è seduta al tavolo e gusta le prugne all’acquavite insieme a Coupeau, uno zincatore che sarà il nuovo compagno.
Non è meglio di Lantier, a dire il vero, ma da principio ha per Gervaise certe attenzioni e gentilezze che toccano il cuore buono di questa donna così giovane e già così provata dalla vita.
E’ una che si ammazza di lavoro Gervaise, una che mette il suo ideale di pulizia e di onestà sopra ogni cosa.
Si sposeranno Coupeau e Gervaise, e voi sarete testimoni di uno spassoso festeggiamento.
Vi porteranno al Louvre e come ve la godrete questa passeggiata tra le opere d’arte con Gervaise, il suo nuovo marito ed il corteo dei loro amici strampalati, quasi vi vergognerete delle loro reazioni.
Santo cielo, quanti quadri e che freddo in quel museo!
E come strabuzzano gli occhi i nostri visitatori, Coupeau, compiaciuto, osserverà che la Gioconda somiglia ad una sua zia.
E poi i nudi di Rubens, che risate davanti a quelle figure discinte e quasi scandalose. E accidenti, per poco non si rimane chiusi dentro, con tutti quei corridoi.
C’è una corte di personaggi secondari in questo romanzo, impossibile ricordarli uno per uno.
Tra tutti vi presento i Lorilleaux, cognato e sorella di Coupeau, benestanti e un po’ maligni verso la nostra eroina, definita da Madame Lorilleaux la sciancata.
Lavorano l’oro i Lorilleux, in un appartamento che, in uno spazio angusto, include anche il loro laboratorio e quando lascerete la loro casa sarete costretti a fare come Gervaise, a guardarvi sotto le scarpe per controllare che frammenti del prezioso metallo non vi siano rimasti attaccati alle suole.
Coupeau e Gervaise, l’amore, la quotidianità, il lavoro.
Avranno una figlia, Nanà, destinata essa stessa ad interpretare un altro romanzo di Zola e che, già nell’Assomoir, dimostrerà di che pasta sia fatta e darà già cenni della strada che deciderà di percorrere, per riscattarsi dal suo passato, diventando una mantenuta di lusso.
Gervaise, intanto, insegue il suo sogno e apre una lavanderia: una bomboniera dai colori pastello, sui toni del celeste, con la tappezzeria con i convolvoli e le tendine di candida mussolina, l’invidia del quartiere.
E’ buona e generosa Gervaise e, quando vede i poveri tremanti per il gelo in mezzo alla strada, offre loro riparo dal freddo.
Ci tiene la lavandaia a mettere in mostra il suo successo.
Per il suo compleanno terrà un pranzo luculliano nel suo negozio e ai suoi ospiti offrirà delizie da far venire acquolina in bocca. Verrà anche a voi, sappiatelo, vedrete la tavola imbandita con una leggendaria oca arrosto, ci sarà la fricassea e la lombata di maiale con le patate, i piselli al lardo, il vino scorrerà a fiumi in quel banchetto che si svolge sul tavolo da lavoro: la porta del negozio è socchiusa e dalla strada la gente sbircia, invidiosa, le fortune della signora Coupeau.
Che abbondanza e che rumore attorno a quella tavola, che vociare, con tutti quei bambini e quegli ospiti.
Gervaise ha delle dipendenti e gli affari le vanno bene, ma sarà breve la sua felicità.
Infatti Coupeau, nello svolgimento del suo lavoro, è caduto da un tetto, e i postumi di questo incidente avranno conseguenze sul futuro di Gervaise, la sua esistenza cadrà a precipizio verso la miseria e la sventura.
Vi sarà, improvviso il ritorno di Lantier, e i due uomini faranno comunella per le loro bevute all’Assomoir e, in una improbabile convivenza, si divideranno i favori di Gervaise, che intanto, piano piano, precipita verso la rovina.
Perde i clienti, la sua bottega, un tempo scintillante, a poco a poco comincia a cadere a pezzi, sarà costretta a cederla e a svolgere i lavori più umili, per poter sopravvivere finirà persino sulla strada.
Camminerà nel fango, nelle strade buie e polverose di Parigi, si ubriacherà di alcool, laggiù, all’Assomoir, si trascinerà, zoppicante e sofferente, verso il suo destino già scritto.
E nel suo viaggio perderà entrambi gli uomini che ha amato, due profittatori immeritevoli di tanto sacrificio,  incapaci di ripagarla dell’affetto che lei desidera, che non le hanno risparmiato né botte né dispiaceri.
Solo Goujet, il fabbro, non smetterà mai di amarla: la conosce da sempre e nutrirà per lei la stessa passione degli anni giovanili, non la vedrà disfarsi, divenire grassa e sgraziata, ma la guarderà sempre con gli occhi del perduto amore.
E’ tangibile il crollo esistenziale di Gervaise e Zola, nel delinearlo, usa un artificio di sapienti metafore difficili da eguagliare.
Ed infatti se la sua ascesa e i giorni della sua opulenza avevano come scenario quel suo candido negozio a piano strada, dai colori tenui e puliti, la sua caduta corrisponde ad una vergognosa salita verso l’alto, in un buco con un pagliericcio, un tempo abitato da un becchino, dove Gervaise finirà i suoi giorni.
Questa opera di Emile Zola è un romanzo di devastante bellezza e la sua eroina, caparbia quanto sfortunata, lascerà un segno indelebile e profondo nel vostro cuore.
Quando salirete le scale, insieme a lei, verso quel suo rifugio al sesto piano, la sentirete ridere della sua sventura, che amarezza tutti quei sogni infranti.
Scrive Zola:  Ah, è proprio vero, nella vita anche se si hanno le aspirazioni più modeste, le cose vanno sempre a rotoli!
Chiuderete il libro, con una certa tristezza  per il suo finale.
Ma forse, anche a voi, capiterà ciò che è successo a me.
E di tanto in tanto, vi verrà il desiderio di seguire Gervaise che, ansiosa, gira per le strade di Parigi in cerca di Lantier, di assistere ad un tafferuglio tra lavandaie dentro ad un lavatoio, di fare un giro dentro al Museo del Louvre, di andare a trovare i signori Lorilleux nel loro bugigattolo.
Sarete graditi ospiti di Gervaise Macquart, la lavandaia di Rue de La Goutte-d’Or.

Germinie Lacerteux

Scritto dai fratelli Goncourt nel 1865, Germinie Lacerteux è considerato il primo romanzo naturalista, corrente nella quale si riconoscono Flaubert, Balzac e Zola.
Il tratto distintivo di questo genere letterario è la scrupolosa osservazione della realtà, celebri sono i taccuini sui quali Emile Zola annotava ogni minimo particolare dell’ambiente che voleva descrivere, che si trattasse della lussuosa mondanità dei boulevard parigini o dei mercati generali di Les Halles, Emile segnava ciò che vedeva, per poterlo poi descrivere nei suoi romanzi.
Ugualmente i Goncourt, che aprono Germinie Lacerteux con una prefazione che è una vera e propria dichiarazione d’intenti.

Dobbiamo chiedere scusa al pubblico per questo libro che gli offriamo e avvertirlo di quanto vi troverà.
Il pubblico ama i romanzi falsi: questo romanzo è un romanzo vero.
Ama i romanzi che danno l’illusione di essere introdotti nel gran mondo: questo libro viene dalla strada.
Ama le operette maliziose, le memorie di fanciulle, le confessioni d’alcova, le sudicerie erotiche, lo scandalo racchiuso in un’illustrazione nelle vetrine di librai: il libro che sta per leggere è severo e puro.
Che il pubblico non si aspetti la fotografia licenziosa del Piacere: lo studio che sta per leggere è la clinica dell’Amore.

E’ il manifesto del naturalismo, al quale si atterranno i suoi massimi rappresentanti offrendo al lettore personaggi che è difficile dimenticare, come Germinie Lacerteux.
Umile domestica, dopo la morte prematura della madre giunge a Parigi appena quattordicenne e nella capitale francese si svolgerà tutta la sua sofferta vicenda.
E’ brutta Germinie: ha i capelli mossi, la fronte bassa, gli occhi infossati di un indefinibile grigio, gli zigomi larghi e un’eccessiva distanza tra naso e bocca.
Eppure, scrivono i Goncourt, accanto a lei si provava l’impressione di avere vicino una di quelle creature che turbano ed inquietano, bruciano del male di amare e lo comunicano agli altri.
E’ questa la potenza di Germinie: il suo sentire profondo, la sua capacità di amare senza confini e senza limiti, che la porterà spesso al sacrificio di se stessa e dei propri ideali.
Le sorelle avranno per lei ben pochi riguardi, mandandola allo sbaraglio nella metropoli dove la ragazza smarrirà presto la purezza dei suoi pochi anni, rimarrà incinta e perderà il bambino ma non esiterà a prendersi cura di una nipotina rimasta a sua volta orfana, la prima persona sulla quale riverserà il suo amore.
L’altra figura cardine del romanzo è la signorina de Varandeuil, presso la quale Germinie lavora a servizio. Di nobile famiglia decaduta, nutrirà per la sua domestica un affetto materno e saprà perdonare i suoi errori e tradimenti.
E gli sbagli di Germinie nascono sempre dal desiderio di essere ricambiata, dall’insopprimibile bisogno di suscitare nel suo prossimo un sentimento forte quanto il suo, come dicono i Goncourt, quello che amava voleva possederlo tutto per sé, possederlo in modo assoluto.
Ha un nome l’oggetto di tanto ardore, si chiama Jupillion ed è il figlio della lattaia.
Il giovane, dal carattere scostante e vanesio, è incapace di sentire, di amare in quel modo forte e, sottolineano gli autori, aveva cercato nella conoscenza e nel possesso di una donna il diritto e il piacere di disprezzarla.
Non ricambia quella grandezza d’animo che Germinie gli dona, anzi approfitta del buon cuore di lei in ogni modo.
E Germinie, per soddisfare l’ambizione di lui, si indebita per mettere in piedi la fabbrica di guanti Jupillon e arriverà a scusarsi, quasi imbarazzata, per non essere stata in grado di comprare per lui un banco da lavoro in mogano pregiato.
Non conosce gratitudine Jupillon e sarà, insieme alla madre, sempre pronto a spillar soldi alla povera ragazza facendo leva sui punti deboli del carattere di lei.
E Germinie troverà i soldi, farà debiti su debiti, ruberà persino alla sua padrona.
Darà alla luce, in solitudine, una bambina ed è magistrale la descrizione che i Goncourt fanno della corsia d’ospedale, con le puerpere ammalate di febbre, morenti, mentre Germinie, raggomitolata nel letto, tenta fino allo stremo di proteggere la sua vita e quella della sua creatura.
Riuscirà nell’intento e tornerà a servizio dalla signorina Varendeuil che tutto ignora, persino la nascita della bambina che, affidata a persone che abitano in campagna, morirà di lì a breve.
E Germinie affogherà nel bere i suoi dispiaceri, sempre alla ricerca di una completezza, di un affetto che non riesce a trovare.
L’amore che le mancava, e al quale per propria volontà si rifiutava, divenne allora la tortura della sua vita, un supplizio incessante e abominevole.
La signorina Varendeuil la vede a poco a poco cambiare, divenire silente, scontrosa, cupa, persino svogliata nelle faccende. Comprensiva, le dirà, non senza ironia: Devi ammettere, figlia mia, che la polvere si trova bene in casa nostra!
E Germinie, torturata dal rimorso per aver rubato proprio a colei che più di ogni altro l’aveva tenuta in considerazione, sentirà un invincibile senso di colpa, e non saprà superarlo, se non continuando a mentire.
Ancora bisognosa d’amore, frequenterà Gautruche, un artista assai più vecchio di lei, al quale non dispiacerebbe una conveniente coabitazione ma Germinie, rifiutando sdegnata, gli sputerà in faccia queste parole:
Ah credevi anche questo, che io ti amassi!…Ebbene si, ecco, ti amo…ti amo come mi ami tu, ecco! Altrettanto! Ti amo come si ama quello che si ha sottomano, e di cui ci si serve perchè c’è! Io ho fatto l’abitudine a te, come ad un vecchio vestito che si mette sempre…
Amore, sogno, illusione, disincanto, c’è tutto in questo libro.
E c’è la fine tragica di Germinie, con la quale vengono alla luce tutte le sue menzogne.
Delusione, tristezza, rabbia: quella della signorina Varendeuil che, scoprendo di essere stata ingannata, revoca la richiesta di una concessione perpetua al cimitero per Germinie e la fa gettare nella fossa comune.
Perdono, grandezza di cuore, magnanimità.
Il libro si chiude con la figura della signorina Varendeuil che vaga per il cimitero di Montmatre, cercando la croce sulla quale è scritto il nome di Germinie, come si usava fare coi poveri, e non riesce a trovarla.
Si fermerà a pregare tra due croci, dove presume si possa trovare la compianta fanciulla.
C’è tutto in questo libro.
C’è Parigi, i suoi quartieri, c’è la cattiveria, la bontà, c’è un’eroina dilaniata dall’infelicità, c’è l’amore perduto, il ricordo, la lotta per la sopravvivenza, il rimpianto.
C’è la realtà, giunta fino a noi grazie alla penna dei fratelli Goncourt.