Emilio Lunghi: atleta genovese

Vigoroso e prestante sportivo, egli fu l’orgoglio della sua città e della nazione intera.
Il suo nome era Emilio Lunghi ed era nato a Genova il 16 Marzo 1887, con il suo talento e la sua versatilità per lo sport si distinse e guadagnò molte medaglie, Emilio sapeva correre veloce come il vento e il suo astro brillò glorioso nell’atletica leggera.
Gli autentici cultori di questa pratica sportiva certo conosceranno nel dettaglio la cronologia dei molti successi di Emilio Lunghi, egli seppe infatti distinguersi in diverse competizioni nazionali.
Io da appassionata lettrice di vecchi quotidiani mi sono spesso imbattuta nel suo nome e nel ricordo della sua gloria, ad esempio Il Lavoro del 2 Marzo 1908 riferisce di una gara di Cross Country tenutasi nella cornice del verde rigoglioso di Stupinigi.
A rappresentare la Società Sport Pedestre Genova sono Emilio Lunghi e suo fratello minore Nino.
E come ci si aspettava, a sbaragliare tutti e con gran distacco sugli altri concorrenti, giunge dritto al traguardo l’indomito Emilio Lunghi, freschissimo e sorridente come se tornasse da una passeggiata, così scrive il fiero cronista.

Emilio è destinato a passare alla storia: nell’estate del 1908 alle Olimpiadi di Londra il nostro Lunghi si aggiudica la medaglia d’argento in atletica leggera con specialità negli 800 metri.
È la sua gloria più grande, il suo nome è divenuto ormai leggenda.
E in un giorno di settembre di quel 1908 Lunghi partecipa a un grande evento che si tiene proprio a Genova, sua città natale.
Si tratta della traversata della città, della quale riferisce sempre Il lavoro del 14 Settembre 1908, sono in molti a partecipare con entusiasmo alla competizione ma vincere in maniera schiacciante è ovviamente Emilio Lunghi.
Altre saranno le sue vittorie, in Italia e all’estero, Emilio Lunghi gareggiò anche in Canada e negli Stati Uniti.
Non fu lunga tuttavia l’esistenza di questo stimato atleta, in un giorno di settembre del 1925 una tremenda setticemia stroncò la vita dello sportivo all’epoca appena trentottenne.
I giornali cittadini commemorarono la sua morte e la sua grandezza, il quotidiano Il Secolo XIX ricordò i riconoscimenti che Lunghi aveva ricevuto dalla Regina, esaltò le sue molte doti di sportivo e di uomo.
Emilio Lunghi riposa al Cimitero Monumentale di Staglieno.

E sulla sua tomba è inciso il ricordo di coloro che furono testimoni dei suoi trionfi.

Lassù, nel Boschetto Irregolare di Staglieno, a volte la luce filtra tra gli alberi e accarezza i contorni del profilo del viso di lui.

E così io ho voluto ricordarlo, riportando qui il mio racconto delle sue imprese sportive e delle sue vittorie.
In memoria di Emilio Lunghi, atleta genovese.

776 a.C., al tempo delle prime Olimpiadi

A breve, sotto il sole di Londra, avranno inizio le Olimpiadi.
Ma com’erano le Olimpiadi nell’Antica Grecia?
La tradizione fissa il loro inizio al 776 a.C., anno nel quale il sofista Ippia di Elide stilò l’elenco dei vincitori tra coloro che avevano partecipato ai giochi.
In realtà, si ritiene che le Olimpiadi risalgano a un tempo assai più lontano, sebbene non siano noti i nomi di coloro che allora trionfarono nelle gare.
Questi giochi nazionali si tenevano nel Pelopponeso, nella pianura tra il monte Olimpo e la città di Olimpia, dalla quale prendono il nome e dove, nel tempio di Estia, per tutto il corso delle competizioni, si usava tenere acceso un fuoco.
In quella pianura c’era un tempio dedicato a Zeus, in onore del quale ogni quattro anni si tenevano questi giochi, che duravano sette giorni e avevano inizio al principio di luglio.
Era un grande evento per il mondo ellenico, una fiumana di gente in quei giorni si riversava ad Olimpia.
Ed era necessario rendere le strade sicure e prive di rischi per i molti che si mettevano in viaggio e così, nelle settimane precedenti l’inizio delle gare, gli araldi andavano per tutto il territorio greco a proclamare la tregua sacra.
A Olimpia, durante i giochi, si potevano trovare intrattenimenti di vario genere.
Gli scrittori davano pubbliche letture delle proprie opere, così allo spettatore poteva capitare di imbattersi in Erodoto o in Isocrate intenti a declamare i loro scritti e si può star certi che avranno saputo come incantare la folla.
Il primo giorno era dedicato alle celebrazioni religiose, che comprendevano l’offerta di sacrifici a Zeus.
Nei cinque giorni successivi, poi, avevano luogo le gare.
Si svolgevano poco lontano dal tempio, a Olimpia c’erano una ginnasio, una palestra, un ippodromo, uno stadio e un teatro.
Pare che nei primi anni si disputassero esclusivamente gare podistiche ma poi, con il passare del tempo, vennero introdotte altre discipline.
E allora ecco il pugilato e la corsa con i cavalli, la corsa di fondo e quella con i carri, la lotta e il pentatlon.
Non tutti potevano partecipare alle Olimpiadi, all’inizio vi erano ammessi solo coloro che abitavano nel Pelopponeso, in seguito la partecipazione fu estesa a tutti quelli che potevano dimostrare di avere origini greche.
Il pubblico era variegato, vi si trovavano persino schiavi e barbari, ma mai donne sposate, alle quali era severamente proibito assistere ai giochi.
E gli atleti?
Alcuni divennero delle vere leggende, come un certo Milone di Crotone, vissuto nel VI secolo a.C. e vincitore per ben sei volte dei giochi olimpici nella disciplina della lotta nonché titolare di numerose vittorie nei giochi istmici e pitici.
Si narra che Milone avesse una forza incomparabile.
Ecco, tanto per dire, sembra che una volta, mentre seguiva una lezione del filosofo Pitagora, si accorse che una colonna del salone stava per cedere, con grande pericolo di tutti gli astanti.
Milone, senza fare una piega, si mise al posto della colonna, dando così ai presenti il tempo di uscire.
Forte e possente, si distinse nella battaglia di Trionto, dove pare che abbia combattuto coperto da una pelle di leone e armato solo di una clava.
Malgrado la sua prestanza, pare che abbia trovato una morte truce, rimase infatti con le mani incastrate in un tronco che aveva tentato di spezzare e venne divorato dalle fiere.
Tra i partecipanti alle Olimpiadi nel 416 a.C. si presentò niente meno che il generale ateniese Alcibiade, del quale erano universalmente note le immense ricchezze.
Beh, sapete cosa fece?
Partecipò con ben nove equipaggi di carri, grazie ai quali si aggiudicò il primo, il secondo e il quarto premio e per festeggiare offrì un ricco banchetto a una folla assai numerosa.
Gloriosa e speciale fu poi la vittoria di Cinisca, figlia del re di Sparta Archidamo e sorella di Agesilao, prima donna a trionfare per ben due volte nella corsa dei carri.
Lo spirito delle Olimpiadi, a quel tempo, era permeato dal culto e dall’esaltazione della bellezza fisica, dal senso di fratellanza nel quale i greci si riconoscevano e dallo spirito con il quale si tributavano gli onori a chi si aggiudicava la vittoria.
Al settimo giorno l’araldo proclamava i vincitori, per ognuno nominava la città di provenienza e il nome del padre.
Il premio era una semplice corona di rami di un ulivo, tratti da un albero che si credeva essere stato piantato da Ercole, ed una palma che simboleggiava la conquistata vittoria.
Coloro che erano risultati vincitori in tre gare venivano proclamati campioni olimpionici e avevano anche l’onore di una statua lì, ad Olimpia, nella piana dove si tenevano i giochi.
Ma la ricompensa più grande erano l’onore e il lustro che veniva loro da queste vittorie, la grandezza che acquisiva il loro nome, grazie all’imprese compiute che venivano cantate da poeti come Pindaro, Bacchilide e Simonide.
Tanto tempo è passato da quei giorni, ma ancora oggi il fuoco di Olimpia arde nel braciere.