Genova, 1913: la faccenda dell’ombrello

Il professore era una persona a modo, ne sono certa.
Garbato ed elegante, pacato nelle sue maniere, lo immagino così.
Il professore non avrebbe mai pensato di incappare in sgradevoli impicci, il professore era uno stimato docente in un particolare campo della medicina, ricopriva un ruolo di grande importanza all’Ospedale di Pammatone.
Come lo so? Eh, grazie ai miei fidati libri del passato, cari amici!
Insomma, l’emerito professore non si sarebbe mai aspettato di finire sul giornale per vicende spiacevoli e invece accadde: era la primavera del 1913 e il fatterello che lo riguarda venne pubblicato su Il Lavoro, il caso ha voluto che io leggessi questa notiziola e quindi sono qui a raccontarvela.
Dunque, era una bella mattina di maggio e il nostro studioso, come spesso usava fare, se ne andò alla Biblioteca Civica.

Si immerse nelle sue ricerche, si mise a leggere pesanti tomi che erano la fonte del suo sapere e certo non notò nulla, era troppo impegnato con i suoi libri.
Quando giunse il momento di andare si accorse del fattaccio: l’ombrello che aveva lasciato sul tavolo era malauguratamente scomparso!
Il professore non esitò: andò dritto in questura e denunciò l’increscioso accaduto.
Il commissario lo rassicurò e si deve dire che fece un buon lavoro, infatti in un battibaleno recuperò il paracqua e sapete dov’era finito?
Al banco dei pegni in Piazza Ponticello, succedeva di tutto in quella piazzetta!

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Il professore, con grande sollievo, riebbe il suo ombrello.
Il ladruncolo venne acciuffato e fu assicurato alla giustizia, si scoprì persino che aveva questa brutta abitudine di aggirarsi per le sale della Biblioteca per impossessarsi degli oggetti degli studiosi.
Con una brillante operazione le autorità scoprirono pure che quel tale pochi giorni prima alla Posta Centrale aveva sottratto anche l’ombrello di uno sfortunato giovanotto e immaginate la faccia di costui quando lo riebbe indietro!
E torniamo al professore, c’è un dettaglio che ho finora tralasciato di dirvi: il magnifico paracqua del nostro studioso era di seta e aveva il manico d’argento cesellato.
Il suo legittimo proprietario lo riebbe ed io mi sono chiesta che fine abbia fatto questo accessorio che visse quella malcapitata disavventura.
Forse è stato conservato?
Forse i discendenti lo tengono come un cimelio di famiglia? L’ombrello del bisnonno!
E magari nulla sanno di quella vicenda, non vi nascondo che mi piacerebbe cercarli per raccontare loro l’accaduto.
Purtroppo non abbiamo un ritratto del professore ma a certe persone caparbie e curiose potrebbe sempre capitare di trovarlo, non credete?
Una cosa è certa: se lo stimato professionista possedeva un ombrello così raffinato avrà anche avuto splendidi bastoni da passeggio e ogni volta che mi capiterà di vedere eleganti accessori per gentiluomini mi verrà in mente lui.
Un caro saluto a lei, esimio professore, sono felice che abbia ritrovato il suo prezioso paracqua.

Via della Maddalena

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