Tutti i colori della fontana di Piazza De Ferrari

Non è solo Palazzo Ducale a risplendere di tinte accese nella notte di Genova, nel tempo di queste feste di Natale la luce veste di colore la fontana di Piazza De Ferrari, un sistema a Led regala un gioco cangiante e mutevole per un effetto molto scenografico.

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Tutti i colori dell’arcobaleno, dal lilla al rosa.

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E sfumature di giallo e di arancio.

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Sapete cosa vi dico? Io sono contenta di essere una di quelle persone che si entusiasmano semplicemente per dell’acqua colorata in una fontana e so di non essere la sola.

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Una magia incantevole che dona nuova bellezza alla nostra piazza.

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Quando viene buio.

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In questo luogo che appartiene a tutti noi.

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Sullo sfondo i manifesti delle mostre che potrete visitare a Palazzo Ducale e poi questi colori vivaci.

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A volte sì, a volte la modernità sa essere in armonia con ciò che ci è stato lasciato da chi ci ha preceduto.

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Una preziosità che può essere una piccola gioia per grandi e piccini.

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E quando vi soffermate a osservare i getti multicolori della fontana di De Ferrari posate lo sguardo su quelle parole che narrano una storia della Superba, sono in memoria di Carlo Piaggio, colui che regalò a Genova la sua fontana: tenace affetto di ligure superando il destino alla sua città donava.

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E ci sono tanti modi per guardare Genova, io amo guardarla così, con occhi innamorati di lei.

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Palazzo Ducale, giochi di luce e colori di Andy Warhol

Nel tempo delle feste le luci rischiarano la dimora dei Dogi, potrete ammirarle ogni sera fino a domenica 8 Gennaio: dalle 18 alle 22 Palazzo Ducale si accende con colori vividi e particolari, sono i toni vivaci della Pop Art, omaggio alla Mostra di Andy Warhol attualmente a Genova proprio al Ducale.

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Accompagnata da un sottofondo musicale piano piano prende corpo la magia del video mapping.

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Si velano di tinte acide i fregi e le colonne.

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E poi sfumano verso toni più freddi.

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Un intrigante spettacolo che attira gli sguardi.

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Un arcobaleno che si accende poco per volta davanti agli occhi degli spettatori.

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Un incanto di luce proiettato su uno dei simboli della nostra città, penso che questa sorprendente scenografia sarebbe piaciuta anche ai Dogi!

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Evanescenti iridescenze nel cuore della città.

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E poi lilla e verde acqua.

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Una successione di colori davvero stupefacente.

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E poi si rischiara.

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E il continuo gioco delle luci stupisce e sorprende.

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Un magnifico edificio che diviene splendente di colori per le feste natalizie di Genova.

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Nel nome di un genio del nostro tempo che con le sue opere è stato a suo modo rivoluzionario.

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E poi una luce chiara ancora inonda la facciata dell’edificio.

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E compare lei, la diva Marilyn immortalata da Warhol, il volto dell’icona del cinema viene più volte replicato come nel celebre ritratto dell’artista.

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Colori acidi e accesi vibrano nella sera di Genova.

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E poi ritorna ancora una nuova sfumatura, insolita, estrosa, inusuale.

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Dal rosa al lilla.

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E poi più vivace ancora.

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E giallo e verde psichedelico, Palazzo Ducale come non lo avete mai visto.

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Luce e movimento per imprevedibili effetti speciali.

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Giochi di stupefacenti prospettive per uno spettacolo offerto alla città e ai suoi visitatori, andate ad ammirarlo, merita davvero.

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La mostra dedicata ad Andy Warhol rimarrà a Palazzo Ducale fino al 26 Febbraio in un percorso che vi consentirà di scoprire i differenti linguaggi di un artista particolare che ha lasciato il segno nella nostra epoca.

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Il suo mondo di colori appare ogni sera ad illuminare la notte di Genova.

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Alla Porta dell’Acquasola: vitelli, cavalli e portantine

Camminando per la città nessuno di noi potrebbe mai immaginare che in altre epoche vi siano accaduti fatti così insoliti, sono usi risalenti ad una quotidianità a noi sconosciuta.
Per i genovesi l’Acquasola è un parco del cuore, amatissima area verde nel cuore di Genova: andiamo indietro nel tempo, agli anni in cui in questa zona si trovava una delle porte di accesso della città.
Queste vicende sono narrate in un mio antico e consunto libricino completamente dedicato all’Acquasola e magistralmente scritto dallo storico Luigi Augusto Cervetto.
La Porta dell’Acquasola, egli scrive, venne edificata agli inizi del ‘300, il suo utilizzo di protrasse per diversi secoli.
E io qui oggi sorvolo su molti dettagli, desidero solo narrarvi qualche piccola curiosità scoperta nel volume di Cervetto.

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Tutto era come lo si può immaginare: robusti cancelli, un ponte levatoio e un piazzale davanti alla porta.
C’era un guardiano addetto alla vigilanza, la chiusura e l’apertura delle porte cittadine tuttavia non era di sua competenza.
Eh no, fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, maniman!
E per l’appunto un decreto del 1590 aveva stabilito che gli uscieri di Palazzo Ducale si accollassero questa incombenza: tutte le chiavi delle porte venivano scrupolosamente tenute in quella che fu la dimora dei Dogi e agli uscieri era affidato il compito di occuparsi delle porte.

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Il nostro Cervetto non lesina in quanto a curiosità e narra che in tempi lontani le confraternite erano solite offrire per certe festività un ricco pranzo ai malati indigenti ricoverati nell’ospedale di San Lazzaro: tra le succulente pietanze che venivano presentate c’era sempre un gustoso e nutriente vitello.
E indovinate un po’?
L’usanza voleva che le bestie destinate al macello facessero il loro ingresso nella Superba esclusivamente dalla Porta dell’Acquasola.
Così i bovini con tanto di nastri e profumate ghirlande d’alloro sfilavano per la città e venivano condotti all’Ospedale sito nella zona di San Teodoro.

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A quanto pare era consolidata abitudine usufruire della Porta dell’Acquasola per il transito di animali, non potete immaginare cosa accadde una volta!
Un bel giorno vi giunse una carrozza di piazza che portava a bordo un insolito passeggero: un maiale con tanto di cilindro sul capo, fatto talmente peculiare da lasciare stupefatti!

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Illustrazione tratta da L’Acquasola di L. A. Cervetto 1919

La Porta veniva chiusa a orari fissi, i ritardatari che arrivano quando già era stata serrata dovevano arrangiarsi e trovare una sistemazione provvisoria.
A tal scopo molti usufruivano dell’Albergo del Violino che si trovava all’inizio di Salita San Rocchino.
Si cercava, in qualche modo, di rendere un servizio di pubblica utilità ai cittadini che avessero bisogno di allontanarsi dalla città.
Come raggiungere le valli circostanti? Naturalmente a cavallo, cari lettori!
E per tal ragione c’era un discreto numero di destrieri a disposizione di coloro che ne avessero bisogno per le raggiungere le amene zone di campagna situate alle spalle di Genova.
Cavalli, fuori dalla porta dell’Acquasola.

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E tuttavia non tutti erano soddisfatti, sul finire del ‘700 sorse un mugugno dei soliti.
E insomma, com’era la questione?
Da non credere, davanti a tutte le porte cittadine erano disponibili delle comode portantine assai gradite alle gentildonne genovesi, ai Senatori della Repubblica e ai prelati: all’Acquasola con grande indignazione di tutti costoro mancavano.

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Villa del Principe

Fu così che in quattro e quattr’otto si risolse il problema e le tanto desiderate bussole fecero la loro comparsa anche lì dove non erano mai state.
Un continuo andirivieni, di vitelli, cavalli e portantine.
Là, davanti alla Porta dell’Acquasola, in un tempo che possiamo soltanto immaginare e leggere tra le pagine dei libri che lo svelano.

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Vita quotidiana nella Repubblica di Genova

Un nuovo percorso espositivo nel passato della Superba, una nuova mostra all’Archivio di Stato: Vivere nella città, obbedire alle leggi. Vita quotidiana nella Repubblica di Genova (Sec. XI-XVIII).

Mostra
Un viaggio nel tempo che potrete compiere anche voi, se andrete all’Archivio di Stato potrete ascoltare i racconti della Dottoressa Giustina Olgiati e qui la ringrazio per il tempo dedicatomi, con la sua passione per la storia di Genova vi porta davvero in epoche lontane.

Documento

E naturalmente io non posso trasferire qui la ricchezza di dettagli e la magia della sua narrazione, proverò soltanto a mostrarvi qualche istante di un’altra Genova, la Genova del tempo dei Dogi con le sue regole volte a garantire il buon funzionamento dello stato.
Ci sono volti e ci sono sguardi, alcuni sono tracciati con colori davvero vividi, su queste pagine vedete la genealogia della famiglia Spinola.

Spinola

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Secolo XVII

E in quel tempo così distante dal nostro le ricorrenze religiose avevano grande rilevanza, qui troverete un antico codice sul quale sono segnate le feste cittadine.

Codice (2)

Su certe righe si scorge un inchiostro di diverso colore, la sfumatura differente dimostra che il codice è stato riutilizzato e ha avuto così una seconda vita.

Codice

E giunge il mese di giugno del 1445, è il tempo di celebrare San Giovanni Battista patrono della città e Sant’Eligio, il patrono degli Orefici.
Per l’occasione il Doge Raffaele Adorno fa diffondere un proclama che sospende provvisoriamente le leggi sul lusso.

Proclama 1445
Queste regole, dette leggi suntuarie, ricadevano sull’abbigliamento e anche sull’abbondanza di certi banchetti, avevano lo scopo di limitare la sfoggio di ricchezza, si voleva così evitare che fossero ancor più stridenti le differenze tra le varie classi sociali.
E tuttavia per la festa del patrono in quei giorni d’estate Genova sfavillò in tutta la sua eleganza: con l’avvallo della massima autorità della Repubblica le donne genovesi poterono indossare raffinate sete preziose, perle e gioielli in quantità, uno spettacolo al quale avrei voluto assistere!

Arca Processionale

Arca Processionale con le Ceneri di San Giovanni Battista

Inoltre per la festa di San Giovanni Battista di solito venivano aperte le porte del Carcere della Malapaga, la prigione riservata agli insolventi, è logico dedurre che molti di questi condannati poi non vi facessero ritorno.

Mura della Malapaga (2)

Mura della Malapaga

Come tutti ben sapete la storia non è fatta solo dai Dogi e dai nobili, la storia del mondo è costruita anche alla gente comune, da coloro che cercano di campare come meglio possono.
E il mondo a volte sa essere un posto pericoloso: nel territorio della Repubblica di Genova si proibisce severamente il possesso di armi da taglio e da offesa di lunghezza inferiore ai due palmi e mezzo,  da questo provvedimento sono esclusi i medici e gli artigiani,  coloro che per lavoro usano i coltelli sono comunque tenuti a trasportarli nel loro fodero.
In caso di infrazione di queste regole la giustizia ci andava pesante: nel ‘600 gli altolocati venivano condannati a 5 o 10 anni da scontare in Corsica, Sardegna o Sicilia, tutti gli altri finivano schiavi sulle galee.
In esposizione c’è un disegno con le armi da taglio consentite, tra di esse anche il temperino da usare per la piuma d’oca e i coltelli da cucina che comunque dovevano restare tra le mura domestiche.

Coltelli

Genova a volte cela letali pericoli.
Siamo nel 1596, lo vedete quell’uomo? Ha lo sguardo perso, è tremante di paura, cerca un modo per sfuggire alla violenza che imperversa in città.
Il suo nome è Giuseppe, fa il maestro di scuola a Banchi e rivolge un’accorata richiesta alle autorità, riporto qui alcune righe del documento sottostante:

Giuseppe Segaro che insegna a scrivere et tien scuola in Banchi, è necessitato massime nella stagione invernale andar di notte in molte case de cittadini a dar lettione a suoi scolari, e per che non si sa di notte da cui guardarsi et si vanno tirando delle pietre…

Licenza

Si, quando scendono le tenebre le strade diventano ancor più rischiose e per queste ragioni il povero Giuseppe chiede che siano magnanimi con lui: per carità, gli sia consentita una dispensa, gli sia permesso portare un’arma solo per potersi difendere!

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Il mondo è fatto di gente come questa, con le sue fatiche e i suoi dolori.
E c’è Battistina, una donna che viene ammessa nell’arte dei tavernieri, alla mostra scoprirete di più su di lei e sulle donne di Genova.
Genova è città dai tanti volti, qui vivono persone che vengono da terre lontane, gi stranieri che qui aprono le loro botteghe, si sposano con le genovesi e diventano essi stessi cittadini della Superba con l’obbligo di pagare le tasse.
Una città dove c’erano i depositi da olio sotto a Palazzo Ducale.

Depositi

Un’ampia sezione della mostra documentaria è dedicata agli ebrei giunti a Genova dalla Spagna sul finire del ‘400 e alle loro difficili condizioni.
Tra loro un padre, è un ebreo convertito, sua figlia ha solo dieci anni, è battezzata e si chiama Mira.
E lui davvero non sa come prendersi cura della sua bambina così la affida a Battista Grimaldi, lui la terrà per vent’anni come serva e poi Mira sarà libera e forse il destino saprà essere generoso con lei.
E poi andiamo al 1590: c’è un medico ebreo, è molto amato dalla gente di Sarzana dove egli opera, è un dottore generoso e amorevole, si prodiga per i più sfortunati, non si può certo fare a meno di lui!
I maggiorenti della città hanno fatto una raccolta di firme e hanno ottenuto una proroga e così egli potrà restare a Sarzana, dove c’è bisogno delle sue cure.

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Una città di mercanti e di corporazioni, con regole e statuti da rispettare.
E guardate la bellezza e la perfezione di questa calligrafia, questo volume riguarda l’arte dei tintori della seta.

Tintori di Seta

Tintori di Seta (2)

Città di beneficenza e di ospedali, città severissima con coloro che infrangono le leggi, anche sulle pene ci sono diversi documenti interessanti.
C’è il quotidiano di un altro tempo in questa mostra, io vi ho svelato appena qualche frammento e vi ho mostrato alcuni documenti.
Numerose altre carte preziose sono esposte all’Archivio di Stato fino al 2 Luglio, è una mostra gratuita e di grande interesse, qui trovate tutti i dettagli in merito.
Ringrazio ancora Giustina Olgiati, lei sa davvero rendere reale quel mondo che non abbiamo veduto.
E magari anche voi lascerete l’archivio con un pensiero che resta.
Il maestro di Banchi avrà poi vissuto giornate meno complicate?
E a quanti bambini avrà insegnato a scrivere?
E Mira, la piccola Mira, avrà poi avuto un destino felice?
Serva a 10 anni e libera a 30, avrà avuto il calore di un amore sincero, una casa, un posto dove ritornare?
La storia non è solo un elenco di date, battaglie e trattati.
La storia del mondo è anche lei, la piccola Mira e le sue speranze di felicità nella Genova di un altro tempo.

Genova

La Croce di San Giorgio

Oggi, 23 Aprile, è il giorno di San Giorgio, eroica figura che da molti secoli ha un posto speciale nel cuore dei genovesi.
La memoria di San Giorgio e delle sue gesta è scolpita sopra i portoni dei palazzi della città vecchia e se non sapete per quale ragione la sua immagine si trovi su certi edifici invece che su altri qui trovate la spiegazione e potrete leggere anche la storia avventurosa di questo Santo che sconfisse un terribile drago.

Vico dell'Oliva

E nel giorno a lui dedicato io desidero celebrare il Santo valoroso e anche il vessillo della Superba sul quale campeggia fiera proprio la Croce di San Giorgio.
Pe Zêna e pe Sàn Zòrzo, queste parole risuonano in questa città dagli albori della Repubblica di Genova.
Per Genova e per San Giorgio!

Bandiera di Genova

Genova celebre per le sue imprese, Genova temuta e rispettata.
Croce rossa in campo bianco, simbolo dell’eroismo dei Crociati in Terra Santa, la Croce di San Giorgio figura anche sulla bandiera inglese: sul finire del 1100 fu proprio la Repubblica di Genova a concederne l’uso al Re d’Inghilterra.
In cambio di moneta sonante il Doge della Superba si impegnava a proteggere con la sua flotta le navi inglesi che, battendo la celebre bandiera genovese, si avventuravano nel Mediterraneo all’epoca infestato da minacciosi pirati.

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Ancora adesso il simbolo di Genova La Superba sventola nelle strade un tempo percorse da valenti uomini di mare.
Non so dirvi quante volte ho incontrato la Croce di San Giorgio, scorgere questi colori per le vie della mia città suscita in me un autentico senso di appartenenza.
Bianco e rosso, l’ho veduto in ogni luogo, davanti una finestra di Campetto e sopra l’orologio che scandisce le nostre giornate.

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Simbolo di Genova e della sua grandezza.

Stemma di Genova

Sventola in cima alle torri di Porta Soprana.

Porta Soprana

Davanti al Palazzo che trae il nome proprio da San Giorgio, oggi sede dell’Autorità Portuale.

Palazzo San Giorgio

Ed è nel vessillo dei prodi Balestrieri del Mandraccio.

Balestrieri del Mandraccio

Di fronte al fastoso Palazzo della Meridiana.

Palazzo della Meridiana

Bianco e rosso, sul lampione che sovrasta una farmacia in Via della Maddalena.

Croce di San Giorgio

Nello stemma della città, a Tursi.

Palazzo Tursi

Sul faro che rischiara l’orizzonte ai naviganti.

Lanterna

In ogni modo, sempre.

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Davanti alla casa natale di un suo celebre figlio di nome Giuseppe Mazzini, colui che amava la sua Genova e anche il nostro tricolore.

Casa di Mazzini

Mossa dal vento, sulla sommità della Torre Grimaldina.

Torre Grimaldina

In quella magia di ardesie, abbaini e tetti dai quali affiorano misteriose torri antiche.

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Nello splendore del Salone del Minor Consiglio a Palazzo Ducale ancora sventola orgogliosa la nostra croce di San Giorgio.

Palazzo Ducale

La si scorge su certi cancelli, nelle luci di una sera d’inverno.

Piazza Banchi

Nelle grandi piazze, di fronte a vaste dimore.

Piazza della Nunziata

Nei semplici caruggi, nell’ombra nascosta dei vicoli.

Vico delle Camelie

E là, nel cielo blu che sovrasta Via Garibaldi.

Via Garibaldi

Nel giorno di San Giorgio, davanti al mare che bagna questa terra, simbolo di una fierezza che dovremmo saper conservare.
E in quelle parole che rimangono ancora nostre, fanno parte del nostro cammino nel mondo e della nostra identità.
Pe Zêna e pe Sàn Zòrzo!

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Genova 1893: un atroce delitto a De Ferrari

Accadde sul finire dell’Ottocento, in un elegante appartamento del centro cittadino.
In quella casa abita il Cavaliere Nicola Currò con la sua famiglia, in quel momento con lui c’è il figlio Niccolò, un giovane avvocato: gente che conta, gente stimata e conosciuta.
Insieme a loro c’è un ospite, si tratta di un amico di nome Vittorio, è invitato a cena e sarà lui a riferire il fattaccio.
Accadde sul finire dell’Ottocento, in un edificio prestigioso collocato a fianco di Palazzo Ducale, lo vedete nell’immagine sottostante, al piano terra si distinguono le tende chiare tirate in fuori.

Piazza De Ferrari

Lì, nei tempi a seguire, avrà sede Il Secolo XIX, uno dei più celebri quotidiani genovesi, sulle sue pagine e su quelle di altri giornali avrà ampio spazio la vicenda del Barone Currò.

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Dopo la cena, svoltasi in tutta tranquillità, i due Currò restano a chiacchierare con il loro ospite, nel frattempo il domestico, un certo Michele, è intento a sparecchiare la tavola.
D’un tratto, per una banale quisquilia, Michele risponde sgarbatamente al barone, il suo tono è arrogante e aggressivo, si mette in mezzo il giovane Niccolò e il domestico ha nei suoi riguardi gesti provocatori, pare che voglia mettergli le mani addosso.
Forse da tempo Michele covava un incomprensibile odio cieco del quale nessuno si era mai accorto.
Giunge una cameriera, affabile e ansiosa tenta di sedare la lite, Michele però ha gli occhi infuocati di rabbia, si allontana e corre veloce verso la sua stanza.
– State attenti! – esclama la cameriera.
Lei sa che Michele ha un’arma, lei teme che lui non esiterebbe ad usarla e così avvisa i suoi padroni.
Sono momenti concitatissimi, nella bella dimora di De Ferrari.

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L’amico di Currò, Vittorio, corre verso la stanza del domestico e con tutta la forza che ha in corpo afferra la maniglia e la tiene stretta per evitare che il domestico possa aprire la porta.
Non basta, d’un tratto l’uscio si spalanca.
Michele, con l’arma in pugno, si precipita nel corridoio e corre verso Nicola Currò, prende la mira, spara e lo colpisce a morte.
E poi ancora, nell’impeto del suo odio, va in cerca del giovane Niccolò e quando lo trova fa fuoco anche contro di lui, Niccolò cade a terra privo di vita.
Le guardie non tardano ad arrivare, la giustizia sarà implacabile, l’assassino dovrà scontare una dura condanna e terminerà i suoi giorni in prigione.
Quello che le cronache non raccontano non è inciso neppure sul marmo.
Resta una vedova affranta, resta una donna alla quale sono stati strappati il marito e il figlio ed è lei a volere che in memoria dei suoi cari sia scolpito un monumento di rara bellezza.

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A tal scopo commissiona a un celebre scultore una pregevole opera ed è il talento di Demetrio Paernio a lasciare ai posteri il monumento funebre che ancora potete ammirare nella quiete silenziosa di Staglieno.

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Quello che lo cronache non raccontano non è inciso neppure sul marmo, su quella tomba non troverete traccia della tragedia che colpì questa famiglia.

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E naturalmente è stato Eugenio a raccontarmi questa vicenda, un bel giorno mi ha detto:
– Non conosci la storia di questo delitto? Cerca le notizie, vedrai che le troverai.
E così è stato, ringrazio Eugenio anche per le immagini antiche che appartengono alla sua bella collezione, di questo angelo vi parlerò ancora perché ci sono ulteriori dettagli che meritano un approfondimento.

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Tiene le mani giunte, raccolto in una mistica preghiera.

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Il suo sguardo è rivolto a Cristo in croce, a Lui chiede pace e misericordia per l’anima di questi defunti.

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Creatura aggraziata e celeste, veglia sul sonno eterno della famiglia Currò.

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La magia del patchwork e l’arte di Fabia Delise

Metti una piovosa mattina d’ottobre immersa in un cupo grigiore, metti che ti trovi a Palazzo Ducale dove ha sede l’Associazione Culturale Artelier.
Qui ha il suo studio Fabia Delise, triestina di nascita e genovese d’adozione, quilter e raffinata artista, profonda conoscitrice delle tecniche del patchwork.
Una passione che diviene respiro quotidiano, davanti a questa finestra che è già poesia per me.

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Com’è lo studio di una vera artista?
Ci sono gli attrezzi del mestiere, le opere appese al muro, i manifesti delle mostre alle quali Fabia ha partecipato.

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Metti di trovarti lì e tu del patchwork non ne sai proprio nulla, riesci però a cogliere armonia in ogni dettaglio.
Lo scorcio di una cornice, i cartellini con il nome di lei, tutto è curato con amorevole presenza.

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Poi ci sono i contenitori e le stoffe che si usano per il patchwork, quante saranno?
Tante, colorate e bellissime.

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Tutte le sfumature del batik e la potenza della fantasia.

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Fili, fili, fili che scivolano tra le dita sapienti di Fabia.

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Manualità, precisione ed estro rendono unici i suoi lavori, da quanto ho visto credo che lei ami sperimentare.
L’ho immaginata davanti alle sue stoffe, in un gioco di accostamenti e di contrasti.

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Lei con pazienza mi ha spiegato le tecniche del patchwork, non sapevo che è composto di tre differenti strati.

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Fabia Delise espone i suoi lavori anche al di fuori dell’Italia, la Francia è uno dei paesi nei quali il patchwork è molto apprezzato.
E poi tiene dei corsi nei quali svela i segreti di quest’arte alle sue allieve, si possono fare cose meravigliose con una macchina da cucire, si può scrivere a questa maniera ad esempio.

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Metti di trovarti nello studio di Fabia e d’un tratto lei apre sul tavolo una delle sue meraviglie, realizzata cucendo insieme decine di esagoni di ogni colore.
Bianco, grigio e tutte le declinazioni del rosso.

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E ogni opera ha il suo nome, naturalmente.

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Questi esagoni sono realizzati con l’ausilio di piccole sagome di cartone, immaginate quanto tempo occorre e quale dedizione sia necessaria per portare a compimento un quilt come questo.
E come per il punto croce,  prova a rovesciare il lavoro e ad osservare il retro: è perfetto.

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Questa magia di nero, grigio e antracite ha un nome fantastico e sognante, Supernova.

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E ancora rosa, lampone, rosso.
E righe, fiori e disegni, in armonia assoluta.

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E ancora, le sfumature della notte, piccole lune e stelle scintillanti, i tessuti usati per questo quilt appartengono alla Collezione Nocturne di Janet Clare, variazioni di blu e celeste in una notte lucente.

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Metti di trovarti nello studio di Fabia Delise,  la terra e il cielo sono vicini, nei colori di sabbia e ocra e negli azzurri freddi di certe giornate invernali.

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E poi guarda, lei realizza disegni sulla stoffa con una tecnica complessa che certo richiede molto esercizio.

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E poi, all’arte e al colore aggiungi parole scritte dai poeti.

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E poi, metti che lei ami tanto Walt Whitman e allora da quelle stoffe e da quei versi nasceranno delle cartoline speciali.

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E poi? Se invece diventassero dei piccoli quadri?

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Doni della fantasia e della creatività, doti di che sa vedere e immaginare oltre la materia.
E allora metti che in un giorno d’ottobre ti trovi nello studio di una vera artista.
E il tuo sguardo trova un quilt, ti sembra di distinguere confusamente frasi e sensazioni.
Sembra.
C’è un filo rosso, circonda due sole parole.
E tutto il resto è un turbine, come le emozioni, come le cose che non sai dire, come i pensieri che si accavallano lasciando emergere solo ciò che è più importante.
Doti di che sa vedere e immaginare oltre la materia.

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Montesquieu, un viaggiatore francese a Genova

Le impressioni di viaggio non sempre tramandano un ritratto positivo dei posti che si sono veduti, un celebre visitatore non amò affatto trovarsi per le strade della Superba e incontrare i suoi abitanti.
Filosofo e pensatore, Montesquieu giunge a Genova nel novembre del 1728, le memorie di quei giorni trascorsi nella mia città si trovano tra le pagine di  Viaggio in Italia.
Il nostro autore concede meritati elogi a certe bellezze cittadine, descrive il porto e la conformazione ad arco della città davanti al suo mare.
Da turista d’eccezione anch’egli si avventura alla scoperta dei luoghi noti per la loro unicità e se ne va a passeggio nel giardino dei Principi Doria.
Che fascino la fontana con la statua di Nettuno, Montesquieu scrive che sarebbe degna dei giardini di Versailles!

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E ha ragione, io vorrei tanto sapere cosa ne direbbe della Sopraelevata ma questa è una personale curiosità che resterà insoddisfatta, ahimé!

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E poi varca i portoni delle chiese, visita Santo Stefano e San Siro, di quest’ultima non apprezza i soffitti affrescati, resta invece ammaliato dalla Chiesa della Nunziata, con i suoi ori lucenti e le opere d’arte che adornano le cappelle.

La Nunziata

E certo non si fa mancare una passeggiata tra gli splendori di Strada Nuova, nota che vi sono magnifici palazzi.

Via Garibaldi

E allora? Per quale ragione Genova è così sgradita al nostro viaggiatore?
E’ presto detto, a quanto scrive sembra che Montesquieu abbia proprio in antipatia i genovesi e il loro stile di vita, ecco il succo della questione!
Genovesi, popolo di mercanti, così scrive il nostro autore.
Tutti hanno fondi in San Giorgio, persino il Doge ha i suoi commerci, quelli che contano possiedono dimore sontuose ma in realtà i primi tre piani vengono utilizzati per ammassare le mercanzie.
Provate a varcare quei portoni, resterete sorpresi:

“Non c’è niente di più bugiardo dei loro palazzi: di fuori una casa superba, e dentro una vecchia serva che fila.”

Via Garibaldi

Poca servitù in questi palazzi, una cosa da non credere!
Genovesi, gente attaccata ai soldi.
Ricevere un invito a cena da queste parti?
Figurarsi, quelli di Genova non ci pensano proprio, chiosa Montesquieu!
L’autore non si trova affatto a suo agio tra i miei concittadini, li definisce chiaramente avari e pure poco socievoli.
E non ha parole di riguardo neanche per le gentildonne di Genova, costoro osano persino mettersi al pari delle dame di Francia, secondo Montesquieu non ne hanno il garbo e neppure lo stile.
Il celebre visitatore fa pure peculiari esperienze, gli accade di ritrovarsi nella dimora del Doge nel giorno in cui a Genova si mettono in mostra certi prigionieri turchi catturati per mare da coloro che solcano le onde sulle galee.
E tutta la città accorre ad assistere a quel trionfo, il nostro rischia di restare schiacciato dalla folla di gente sopravvenuta in occasione dell’evento.

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Palazzo Ducale

Montesquieu vedrà anche Savona e Finale, si recherà via mare a Porto Venere, del resto non c’era altro modo di raggiungere la località.
Che viaggio!
Il mare mosso lo costringe a una tappa a Portofino, il poveretto ha lo stomaco sottosopra però si consola con un gustoso pasto a base di triglie e olio profumato, il tutto annaffiato da un buon vino della Riviera.
E meno male che almeno ha apprezzato la cucina ligure, lasciatemelo dire!
Il viaggio verso Porto Venere continuerà non senza difficoltà, c’è pure il rischio di lasciarci le penne!

Porto Venere

Su Genova e sui suoi abitanti Montesquieu non cambierà idea.
In una sua lettera scriverà di essersi annoiato a morte e di non aver tratto nessun piacere da questo viaggio.
E non è finita, sua è una poesia dal titolo Adieu à Gênes.
E il primo aggettivo che riserva alla mia città è détestable, seguono poi altri versi carichi di acrimonia verso i nobili e i borghesi, con note di disprezzo verso una maniera di vivere per lui intollerabile, incentrata su una congenita avarizia.
Genovesi, gente sgradita a Montesquieu.
Eppure certe sue parole potremmo leggerle quasi come elogi, descrivono il nostro attaccamento alla nostra terra, il nostro senso di appartenenza e di identità, narrano un’inclinazione che a volte può rappresentare un limite e un difetto incorreggibile, in altri casi invece può essere una virtù preziosa e un’arma vincente.

Genovesi, gente così:

“C’è ancora una cosa, che i Genovesi non si raffinano in nessun modo: sono pietre massicce che non si lasciano tagliare.
Quelli che sono stati inviati nelle corti straniere, ne son tornati Genovesi come prima.”

Montesquieu, Viaggio in Italia

Galata Museo del Mare

Galata Museo del Mare

Brighella, il magnifico cagnetto del Serenissimo Doge

Le singolari stravaganze dei detentori del potere a volte passano alla storia e questa è la vicenda di un magnifico cagnetto di nome Brighella.
E non si potrebbe usare altro aggettivo per questo aristocratico quadrupede, lui era l’amico fidato di Cesare Cattaneo della Volta, per l’appunto Serenissimo Doge di Genova dal 1748 al 1750.
Narrano le cronache che il nostro era molto affezionato al suo cagnolino, Brighella era trattato con tutti i riguardi e Cesare se lo portava sempre con sé persino alle sedute del Minor Consiglio.

Palazzo Ducale

Ho già avuto occasione di accennare a questa curiosa storia che ha alcuni risvolti piuttosto particolari.
E insomma, Brighella era tenuto in gran considerazione e gli vennero tributati tutti gli onori.
Ricordate Steva De Franchi?
Sì, proprio lui, il patrizio e poeta dialettale autore della poesia che narra le avventure di Madama Cinciallegra.
Ebbene, il nostro Steva si cimentò anche in un pregiato componimento in rima dedicato al magnifico Brighella, ecco per voi un breve passaggio:

Perché reste ra memoria
De sto can degno d’istoria,
S’è composto uña cançon
Da cantâ sciù un chittaron

Perché resti la memoria
Di questo cane degno di storia
Si è composta una canzone
Da cantare su un chitarrone.

Versi immortali, eh!
E dunque, Brighella era membro indiscusso del jet set e i cronisti del tempo narrano che la presenza del magnifico cagnetto indusse gli altri senatori ad imitare il Doge, alle noiose riunioni politiche ognuno arrivava con il proprio cane.

Palazzo Ducale (2)
E i cani, seguendo la loro natura giocosa, abbaiavano, correvano e naturalmente amoreggiavano mettendo in scena spettacoli che non è difficile immaginare.
E insomma, diciamo che qualcuno non la prese tanto bene, possibile che tutte le riunioni dovessero avere per sottofondo una continua cagnara?
Come risolvere l’annosa questione?
Secondo l’usanza del tempo costui fece ricorso all’anonimo biglietto di calice che venne fatto cadere nell’apposita buca.

La cassetta

E insomma, su quel foglietto c’era scritto che era davvero intollerabile presenziare alle riunioni dei Magnifici ed essere continuamente interrotti da latrati, corse e guaiti, con il rischio di essere pure morsi.
Che i portieri se ne incarichino e li portino fuori, scrive l’anonimo.
E conclude considerando una raccapricciante alternativa e proponendo di spargere un certo intruglio velenoso in tutta la sala.
La notizia corse di bocca in bocca e, come comprenderete,  i Senatori  trasalirono per il terrore!
Chi era il vile e anonimo impostore che voleva avvelenare gli amati cagnolini?
Naturalmente non c’era modo di saperlo e nel dubbio che non fosse solo un’idea campata per aria i senatori corsero ai ripari e da quel giorno lasciarono i loro amici a quattro zampe nelle loro fastose dimore, ben lontani da tremende minacce.
E così alle riunioni del consiglio rimase un unico, solo cagnetto.
Un privilegiato, uno che a suo modo contava.
Gli toccò persino l’onore di accoccolarsi sul trono e naturalmente nessuno ebbe nulla da ridire.
Del resto lui era il magnifico Brighella, il cane del Serenissimo Doge.

Cane

Un altro genere di “trono”, a Boccadasse.
E tra il resto, di che razza sarà stato il nostro aristocratico cagnolino?

Diverse sfumature d’azzurro

Mancano ormai pochi giorni all’inizio della primavera e la Superba è uno splendore di azzurro.
Azzurro e limpido il cielo, d’ azzurro intenso l’acqua della fontana di De Ferrari.

De Ferrari (2)

Come ben sanno tutti i genovesi, l’acqua della fontana situata nella piazza centrale della città viene colorata in occasione di particolari eventi, in questo caso si tratta di un incontro sportivo, speriamo che la nazionale di pallanuoto ci dia delle soddisfazioni.

Cartello

Diverse sfumature di Genova, sotto i getti potenti dell’acqua.

De Ferrari (3)

La gente seduta sul muretto a godersi la bella giornata, davanti alla dimora dei Dogi.

De Ferrari (4)

Dai le spalle al Ducale e avvicinati alla fontana, l’aria frizzantina di marzo solleva certe goccioline dispettose e sì, ci si bagna anche un po’!

De Ferrari (5)

L’acqua scroscia, canta, scende, zampilla.

De Ferrari (6)

I raggi del sole abbagliano, battono sui vetri e poi si riflettono ancora nell’acqua.

De Ferrari (7)

A me piace molto questa iniziativa, tra i colori veduti fino ad oggi questo azzurro è forse il mio preferito.
Mette allegria, rasserena, annuncia una stagione di cieli tersi e tiepidi.
E sì, amo le foto inclinate, è una mia debolezza!

De Ferrari (8)

Diverse sfumature d’azzurro, in un pomeriggio nel quale è bastata una giacca non tanto pesante, un foulard al collo e via.

De Ferrari (9)

Bianco, turchese di Genova, il cielo pulito e chiaro.

De Ferrari (14)

E poi ognuno ha il proprio sguardo, il proprio modo di osservare, questo è il mio.

De Ferrari (10)

Facciamo una foto dritta? Eccola!

De Ferrari (11)

Passavo da quelle parti e come sempre il caso mi ha regalato un piacevole incontro.
C’erano tanti bambini, alcuni davvero piccoli.
Avete presente quando i piccini sbarrano gli occhi davanti a qualcosa di meraviglioso?
Ecco, proprio così.
E uno di loro, avrà avuto circa tre anni, era in compagnia del nonno.
Aveva una barchetta di carta che ha fatto navigare sull’acqua della fontana.

De Ferrari (12)

E il nonno mi ha raccontato che vengono spesso qui con le barchette, il bimbo conosce alla perfezione il verso della corrente e infatti si è messo in un punto preciso in attesa della sua barchetta.
E finché ci sono barchette di carta che sfidano acque profonde vuol dire che il mondo è un bel posto e tu devi avere solo un po’ di pazienza.
Appoggiati sul bordo della fontana e aspetta il tuo avventuroso naviglio.

De Ferrari

Diverse sfumature d’azzurro, in un giorno di marzo, a Genova.

De Ferrari (13)