Le ninfee di Palazzo Reale

Torna in questa stagione il tempo delle ninfee che sbocciano nel vasca del giardino pensile di Palazzo Reale, edificio sito in Via Balbi e oggi prestigioso museo della Superba.
Questa antica dimora nobiliare fu costruita a metà del ‘600 e appartenne dapprima alla famiglia Balbi, poi ai Durazzo e divenne infine Palazzo Reale quando i Savoia ne acquisirono la proprietà nel 1824.

Oltre alla magnifica terrazza che si affaccia sul porto e sul mare di Genova a Palazzo Reale si può passeggiare nella dolcezza del suo giardino.

E qui, leggere sull’acqua, fluttuano le ninfee.

Questo è il loro tempo, fragile ed effimero, sbocciano i petali lisci e si aprono nei giorni di primavera.
Tra le foglie ampie che paiono ritagliate con minuziosa precisione da un artista di talento: posate così, leggere sull’acqua chiara.

Mentre le rose rosse si stagliano contro il cielo azzurro della Superba.

Con questa grazia perfetta, nell’eterno ritorno della vita che si rinnova.

Nel rosa incantevole che racchiude i colori del sole.
Con questa lievità, sull’acqua.

Tornerò ancora a parlarvi di questo giardino pensile: qui potrete ammirare anche un antico rissêu, la tipica pavimentazione a ciottoli di tradizione ligure.
Il settecentesco rissêu di Palazzo Reale proviene dal convento delle Monache Turchine ormai non più esistente e si distingue per armonia e raffinatezza, mi riprometto di scriverne presto per voi.

Potete ammirarlo anche voi, nel giardino di Palazzo Reale, dove il sole delicatamente sfiora le ninfee.

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Sulla terrazza di Palazzo Reale

Genova dall’alto è sempre una magia incantevole, accade così di lasciarsi affascinare ogni volta che la si osserva da un punto panoramico privilegiato o magari da certi terrazzini sospesi sui caruggi, ancor di più vedrete lo splendore della Superba se andrete sulla terrazza di Palazzo Reale in Via Balbi.
Il sontuoso edificio fu dimora della nobile famiglia Balbi che lo fece costruire intorno alla metà del ‘600, in seguito appartenne ai Durazzo e poi fu reggia dei Savoia, sulla guida del Chiozza risalente al 1874 viene definito Palazzo della Corona.

Ai nostri giorni è un prestigioso Museo Nazionale e vi sono esposti opere d’arte e quadri di celebri pittori come Van Dick e Tintoretto, una passeggiata in quelle sue stanze è davvero un viaggio a ritroso nel fasto della Superba.
E poi, sotto al blu di Genova, ecco la magnificenza della terrazza.

Camminare qui svela prospettive privilegiate dello splendido palazzo.

E il nostro passato si mescola al nostro presente, da qui si vedono grattacieli, traghetti, mare e porto.

E campanili, gru, tetti scintillanti di grigio.

E le perfette armonie di un prezioso edificio genovese.

Oltre ai tetti aguzzi vi capiterà di scorgere la sommità di un struttura in ferro: è il giardino d’inverno che sovrasta Via Balbi e Via Prè e che vi ho mostrato in questo articolo.

E da quel tetto sul quale è collocato il giardino d’inverno ho potuto fotografare Palazzo Reale in questa maniera.

E ho veduto questa prospettiva della terrazza.

In luoghi come questo credi di poter immaginare quello che è stato e che ora non è più, resta a noi il dovere di difendere e valorizzare le bellezze che ci sono state lasciate.

Davanti all’orizzonte celeste e chiaro si stagliano i bianchi marmi.

E attorno a voi Genova.
Genova e le sue passate grandezze di prepotente bellezza.

Genova incastonata tra le colline e il mare, Genova di ardesie, finestre, comignoli, scalette, caruggi dei quali da qui non puoi vedere il fondo.

Genova con il suo vento, le nuvole bianche che scorrono sul palazzo appartenuto alla nobiltà cittadina e ora patrimonio di tutti noi.

Genova che si riflette sui vetri, Genova così come la osservano le fiere figure ritte sulla balaustra.

Nel tempo che è stato e in quello che verrà.

Passeggiando sulla terrazza, con lo sguardo che trova il mare, la Lanterna, la città operosa e in continuo movimento.
Sotto di voi vedrete parte del risseu che decora il giardino del palazzo ma questa è un’altra storia che presto vi racconterò.

Semplicemente Genova.
Con i suoi contrasti e i suoi splendori, nelle affascinanti prospettive di Palazzo Reale.

La città della Lanterna

È la prima mostra dedicata al simbolo della Superba: Genova è da sempre la città della Lanterna e fino al 4 Febbraio 2018 potrete ammirarla a Palazzo Reale nell’esposizione curata da Serena Bertolucci e Luca Leoncini.
La Città della Lanterna, l’iconografia di Genova e del suo faro tra Medioevo e presente è un viaggio affascinante nella nostra storia.
Inizia così questo percorso nel passato di Genova, con un volume proveniente dall’Archivio di Stato: è un registro di conti dei Salvatori del Porto e del Molo, risale al 1371 e su questa pergamena è tracciata l’immagine più antica della Lanterna.
E qui l’emozione è tanta, colui che usava questo volume segnava meticolosamente le spese da sostenere per tenere acceso il faro che illumina la Superba.

La città della Lanterna è raccontata attraverso 200 documenti di diverso genere: stampe, carte topografiche, acqueforti, dipinti, cartoline e manifesti pubblicitari, non mancano le fotografie di Alfred Noack e una sezione è dedicata ai lavoratori del porto.
Sono esposti quadri di artisti di pregio come Giolfi, Garibbo e Caffi che con le loro vedute ci restituiscono un panorama a noi caro, a tratti è quasi difficile distinguere parti della città ormai molto mutate.
La Lanterna è sempre riconoscibile, è un luogo del cuore, immagine cara ritratta in diversi momenti storici.
La città della Lanterna viene così dipinta da Antoine Edmond Joinville nella metà del XIX Secolo.
Ingresso del Porto di Genova, vele bianche sospinte da vento favorevole e un’insenatura accogliente.

E se a Genova ci sei nato ti soffermi a cercare le case, le chiese, le strade che sempre percorri.
Ed è mare calmo e gozzi, sullo sfondo il profilo di una città che in un certo modo è rimasta fedele a se stessa.

I pezzi esposti provengono da diversi musei e da collezioni private, questa è quindi un’occasione straordinaria per ammirare opere mai vedute.
E se a Genova ci sei nato ti fermerai davanti al quadro di William Parrott: veduta di Genova dallo scoglio Campana, il dipinto risale al 1854.
Lo scoglio Campana non c’è più, è coperto da una strada percorsa dalle auto.
E il mare non arriva più fino a quel punto, la città della Lanterna ha cambiato aspetto.

In questa mostra si ripercorrono gli eventi del passato di Genova: una burrasca memorabile che nel 1821 sconvolse la città, il Bisagno con la sua piena vigorosa e la veduta dal Ponte Pila.
Sulle tele di valenti artisti sono dipinti i momenti drammatici della Superba e i suoi giorni eroici come il bombardamento del 1684 da parte della flotta del Re Sole e certi episodi del Risorgimento.
Ricorre quell’immagine cara, il simbolo della nostra città.

E poi, se a Genova ci sei nato, magari ti stupirai di scoprire che venendo da Sampierdarena così si vedeva la Lanterna e così la dipinse Luigi Garibbo.

E forse ti sorprenderà la Veduta del Porto Antico di Genova e di Palazzo del Principe dipinta da Ippolito Caffi.

In queste opere e in questo panorama di quieta semplicità tutto ci appartiene, questi dipinti parlano di noi e di ciò che siamo stati.
Questa è casa nostra, con il nostro amato faro.

E poi se a Genova ci sei nato ti stupirà ancora scoprire i luoghi ormai irriconoscibili come la Spianata del Bisagno dalle Mura di Santa Chiara, opera di Tommaso Castello del 1834.
Là, in quella vasta area, sorgeranno in seguito l’attuale Piazza della Vittoria e Piazza Verdi.

Vi ho mostrato alcune meraviglie di questa pregiata mostra, vi invito ad andare a vedere con i vostri occhi le vedute e le stampe, i volti di Genova e i suoi giorni distanti.
Tra passato e presente, questo è il ritratto di una città.

Io sono uscita da Palazzo Reale con una piccola e salda certezza: le vicende degli uomini passano, si celebrano gli eroi, restano nei libri di storia coloro che erano considerati nemici, i sovrani perdono le loro corone.
Il tempo tutto muta, nel flusso della storia.
Il vento soffia sempre, gonfia ancora le vele.

E la Lanterna con la sua luce brillante e viva ancora rischiara le notti della Superba.
Su un’acquaforte del 1571 così si legge: La tres celebre cité de Gennes.
La mia Genova, la città della Lanterna.

I tetti tra Via Balbi e Via Prè e un giardino d’inverno

Una passeggiata sulla città delle ardesie.
Una mattina di dicembre, dalle parti di Via Balbi.
E sì, come spesso accade mi sono dilettata in uno dei miei passatempi preferiti, salire su un terrazzo da dove si può ammirare la città dei tetti, così diversa e sconosciuta.
E’ sempre un’altra città, una diversa prospettiva.
E non solo, lassù c’è qualcosa di molto particolare che vi lascerà stupiti come è accaduto a me.
Una scala ripida e mi ritrovo qui, sopra i tetti della Superba.
E lassù in lontananza, un luogo noto a tutti i genovesi, Castelletto, il muraglione e gli alberi della Spianata.

Tetti di Genova (3)

Le chiese, i campanili e le case di Prè, e i merli delle torri di Porta dei Vacca.

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E il mare, la linea celeste baciata dal sole, quassù dove si vedono gli abbaini.

Tetti di Genova (5)

E panni stesi, persiane e terrazzini, vedute imprendibili dalla profondità del vicolo.

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Qui dove si sovrasta la luce e il buio.
A sinistra nella foto sottostante si nota la Piazzetta Inferiore del Roso, tutto muta da questo punto di vista.

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E si nota un campanile, è quello dell’antica chiesa di Santa Fede, lì adesso si trovano gli uffici del Comune di Via delle Fontane.
Tutto muta, anche lassù dove si sfiora il cielo e dove il candido campanile svetta tra le grigie ardesie.

Tetti di Genova

 E tutto appare ancora da scoprire.
Cammino, questo non è un piccolo terrazzino, è il tetto di un intero edificio e io cammino, guardo giù.
Però non riesco a vederla via Prè!
Vedo i tetti, i vasi di fiori, il Galata Museo del Mare in lontananza e una grande nave da crociera.

Tetti di Genova (2)

E una cupola, questa è San Sisto, la chiesa di Prè.
E se sfidassi le vertigini e a salissi quella scaletta per ritrovarmi poi lassù?

Tetti di Genova (14)

E poi ancora, tetti, comignoli e il rosso splendore di Palazzo Reale.

Tetti di Genova (8)

Tetti di Genova (12)

Una città sopra la città, non puoi vederla a volte camminando in certe strade.
Devi salire in alto, sopra i tetti.
E ancora, ecco la cupola della Chiesa di San Vittore e San Carlo.

Tetti di Genova (15)

E poi guardando tra le case, Via Balbi e certi palazzi che in genere si guardano con il naso all’insù.

Tetti di Genova (16)

Ed è una giornata dal cielo limpido, quassù, sopra la città vecchia.
E per qualche istante giocate con la vostra fantasia, provate a immaginare di essere in altri tempi ospiti dei padroni di casa.
Oh, con questa giornata tersa certo vi porterebbero nel giardino d’inverno.

Giardino d'inverno

Stupore e meraviglia!
Un tempo questa struttura, ormai nuda, era tutta a vetri, splendore e luccichio sotto la luce del sole.
E quel che fu un giardino d’inverno conserva ancora un certo fascino.

Giardino d'inverno (1)

E allora osservo il cielo.

Giardino d'inverno (2)

Ed entro, passeggio tra le ombre di questi disegni, tra ciò che resta di un certo passato.

Giardino d'inverno (3)

E quasi pare che ancora riecheggi un gioioso chiacchiericcio e le risate, si sta bene nel giardino d’inverno, in certe giornate tiepide di fine anno.

Giardino d'inverno (4)

Quassù tra i tetti e le ardesie c’è uno dei tanti tesori poco conosciuti di questa città.

Giardino d'inverno (5)

Ringrazio di cuore il mio amico Gian che mi ha aperto la sua casa e mi ha mostrato questa meraviglia.
E poi sono rimasta ancora, a tentar di riconoscere luoghi a me cari, strade che frequento ogni giorno, eppure da quassù tutto muta, è bella e misteriosa la città dei tetti.

Tetti di Genova (11)

Tra ardesie, abbaini, piccole finestre, piazzette e vicoli, un rompicapo di strade sotto al cielo.

Tetti di Genova (9)

Mentre il sole abbaglia e inonda di luce chiara la Lanterna e il mare.

Tetti di Genova (10)

C’era una volta un imperatore…

C’era una volta una città sull’acqua e il suo simbolo era il re della foresta.
Una città incantata, posata come un gioiello sulla laguna, una città di gondole e di balli in maschera, una città unica al mondo, Venezia.
E sapete, laggiù un giorno accadde un fatto strano, i suoi leoni di pietra si risvegliarono creando grande scompiglio, correvano per le calli ruggendo minacciosi, il terrore serpeggiava nei campielli e lungo i canali.
Come si affrontano i leoni? Come si placano? Ma è semplice, raccontando loro fiabe della buonanotte per farli addormentare.
Fiabe che hanno come sfondo quella città fatata, Venezia.
Ma sapete cosa accadde?
Era inverno, spirava un vento gelido.
Forse voi lo ignorate, ma il vento porta i suoni, le musiche e le voci.
E un ruggito si levò e fluttuò nell’aria, attraversò le pianure e i monti, i laghi e i fiumi e senza perdere vigore rimbombò su un’altra città sull’acqua.
E sapete, anche laggiù c’erano dei leoni che si destarono dal loro sonno.
E alzarono la coda, si insinuarono giù per i caruggi e le persone presero a scappare terrorizzate, un fuggi fuggi tra vicoli e piazzette!
Bisognava ricorrere ancora alla magia delle fiabe e così ci pensò una bimba a raccontarle.
Così iniziano le fiabe: c’era una volta.
Leoni, state bravi, incrociate le zampe ed ascoltate, vi racconto una storia.

Leone

C’era una volta una città, tra le colline e il mare, una citta che tutti chiamavano La Superba.
E la nobiltà laggiù, faceva gran sfoggio d’eleganza.
Abiti sontuosi, broccati e morbidi velluti, sete scivolose  e pizzi,  coloro che possedevano molte sostanze sperperavano i loro denari in abiti ricchi e sfarzosi.
La fama di questa predilezione varcò i confini della città e arrivò in un lontano paesino immerso nelle umide brume delle Fiandre.
E due uomini partirono da lassù, in una fredda mattina nevosa, per giungere a Genova, la Superba, armati di astuzia e di parlantina sciolta.
I loro nomi?
Agostino e Filostrato, per servirvi, così si presentavano.
Costoro erano due scaltri malfattori, due truffaldini della peggior specie che si facevano passare per abili tessitori.
Aprirono persino una bottega, certo, accanto a molte altre di lunga tradizione.
In Piazza dei Tessitori, manco a dirlo, a poca distanza da Piazza delle Erbe.

Piazza delle Erbe

Piazza delle Erbe

Agostino e Filostrato, per servirvi.
Ago e Filo, signori genovesi, tessitori delle Fiandre e maestri d’un arte raffinata.
Oh, andavano dicendo che la loro stoffa era davvero speciale!
Non solo era una splendida manifattura dai colori brillanti, era preziosa quanto rara, i vestiti fatti con quella stoffa erano invisibili agli sciocchi e a coloro che non erano all’altezza della loro carica.
E andavano decantando la loro opera presso le più blasonate famiglie di Genova.
– Ago e Filo, per servirvi.
E giù con un ossequioso inchino.
Non avevano fatto i conti con il carattere dei genovesi, però.
– Foresti?
Oh, non se ne parla! A Genova non si da credito a nessuno, la fiducia bisogna conquistarsela, altrochè!
E sebbene andassero di gran moda i sofisticati tessuti delle Fiandre, i genovesi si rivolgevano solo a certi rinomati e fidati sarti, che cucivano da sempre  i guardaroba delle dame e dei loro nobili consorti.
Le speranze di Ago e Filo di tornarsene a casa con una borsa piena di denari sonanti erano ridotte al lumicino, che disdetta, ci voleva un colpo di fortuna!
Ci credereste? In capo a pochi giorni si presentò un’occasione speciale.
La città intera era trepidante per l’arrivo di un imperatore di un regno lontano con il quale i Genovesi avevano certi fruttuosi commerci.
E sapete, all’epoca a Genova si usava accogliere le autorità in alcuni magnifici edifici, detti Palazzi dei Rolli.
E tutti facevano a gara per avere l’Imperatore quale gradito ospite, Strada Nuova era in fermento.
Da chi andrà l’imperatore? Quali scaloni salirà?

Via Garibaldi

Da chi andrà l’imperatore? Quali scaloni salirà?

Palazzo Gio Battista Spinola

Lasciarono a lui la scelta, ma l’Iimperatore davvero non sapeva quale dimora privilegiare.
Si allontanò da Strada Nuova e in ogni  dove trovò palazzi tirati a lucido e  che cortili  lussuosi!

Palazzo Reale 5

E che luoghi regali!

Palazzo Reale

E che splendidi atri!

Via Garibaldi (2)

Fu davvero difficile per lui, ma alla fine dovette decidersi e scelse un magnifico palazzo con ampi saloni ricchi di marmi e stucchi, una vera reggia!
L’Imperatore era famoso per la sua vanità, amava viaggiare su un carrozza tempestata di rubini e su un altro cocchio, tutto d’argento, faceva trasportare i suoi bauli, pieni zeppi di mantelli e pellicce, di camicie fini e impalpabili, coi polsini impreziositi da bottoni pregiati, per non parlare poi della sua collezione di scarpe dalle fibbie luccicanti.
Genova è una piccola città, le voci corrono rapidamente e quando all’imperatore giunse notizia della stoffa magica di Ago e Filo, subito si affrettò a chiedere chiarimenti al nobiluomo che lo ospitava.
Costui, scuotendo il capo, rispose:
– Foresti! Non mi fiderei…
Ma l’Imperatore non diede retta, voleva quella stoffa, ad ogni costo!
Voleva un vestito invisibile agli sciocchi e a coloro che non erano all’altezza della loro carica!
E così venne mandato un valletto e Ago e Filo si presentarono al cospetto dell’Imperatore.
– Ago e Filo, per servirvi. La più magnificente stoffa delle Fiandre per voi!
E per tesserla serviranno oro e argento, seta finissima e lucida, la migliore del mondo.
Erano lì, in piedi al centro del salone, in uno splendido palazzo dei Rolli.
E davanti ad Ago e Filo c’era il nobiluomo genovese che perplesso aggrottava la fronte, mentre l’Imperatore si faceva prendere da crescente entusiasmo.
Attorno a loro i dignitari dell’Imperatore, alcuni parevano preoccupati, altri molto incuriositi.
Ah, finalmente gli stupidi e gli incompetenti sarebbero stati smascherati!
Ad Ago e Filo vennero inviati tutti i materiali preziosi che avevano richiesto e i due si misero all’opera con i telai.
Telai vuoti si intende, che truffatori!
Passarono i giorni e l’imperatore divenne impaziente.
Oh, voleva sapere a che punto era il lavoro!
E così mandò in Piazza dei Tessitori il suo ministro più anziano, un Duca dai cappelli rossicci e con la faccia lentigginosa, che di gran carriera imboccò proprio Vico del Duca.

Vico del Duca 1

Dapprima cercò di arrangiarsi, ma senza successo così cominciò a chiedere informazioni.
– Scusate, per Piazza dei Tessitori?
Malgrado le spiegazioni non ci si raccapezzava, caspita quella città era un labirinto!
A malincuore ritornò sui suoi passi e si precipitò a palazzo, supplicando di essere accompagnato da una persona del posto.
– Ecco il primo sciocco – pensò tra sé e sé l’imperatore – Figuriamoci se vedrà il mio vestito nuovo!
E dovevate vedere la faccia del ministro, quando si ritrovò davanti al telaio vuoto di Ago e Filo!
I due decantavano la bellezza della stoffa, la lucentezza dei ricami e il pover’uomo, che non vedeva nulla, impallidì.
Ma Ago e Filo continuavano a ripetere:
– Guardi che precisione! E che meraviglia di disegno!
Il Ministro annuì con convinzione e disse che davvero era magnificente, una stoffa unica e stupefacente!
E così disse all’Imperatore, la stoffa era davvero regale!
I due chiesero altri soldi, oro e seta per terminare l’opera e in breve tempo li ricevettero.
Venne inviato un altro dignitario.
E insomma, anche lui non vedeva un accidente, ma se ne guardò bene dal dirlo e confermò che quella stoffa era magnifica come nessun’altra.
E anche lui, come il Ministro, disse all’imperatore che era un lavoro perfetto.
L’imperatore volle così  vedere con i propri occhi la famosa stoffa e si recò con il suo seguito presso i due tessitori.
Sconcerto e sorpresa, sui telai c’era il vuoto!
Si avvicinò per guardare meglio, ma niente da fare! Che agitazione! Pareva che tutti quanti vedessero la stoffa tranne lui, i dignitari erano tutti stupiti ed entusiasti, un coro di elogi risuonava nella bottega.
– Oooh, che bella!
– Ma che meraviglia!
– Splendida!
E l’imperatore, sebbene un po’ interdetto, finì per dire che quella era davvero la stoffa più mirabile delll’universo, ricompensò i tessitori con molti denari e diede ordine che l’abito venisse confezionato.
– Che si prendano le misure per l’abito! – Esclamò Ago brandendo il metro.
– E che si tagli la stoffa! – Gli fece eco Filo.
Lavorarono tutta la notte e tutti i genovesi della zona videro quanto i due tessitori si adoperassero  per la buona riuscita del vestito nuovo dell’Imperatore.
Era previsto che lo indossasse per il grande corteo imperiale che doveva svolgersi per le vie della Superba.

Via Lomellini 4

Ago e Filo giunsero a Palazzo di buon mattino, entrambi con le braccia protese, come se reggessero il prezioso abito.
E dovevate vederli, mentre aiutavano l’imperatore a vestirsi!
E dovevate sentire i commenti degli astanti, che stupore e che sfarzo!
E lui, l’imperatore, si rimirava davanti allo specchio pavoneggiandosi senza ritegno!
Nessuno vedeva niente, ma ognuno se ne guardò bene dal dichiararlo, era un tripudio di elogi, i genovesi tutti e i dignitari dell’imperatore si profondevano in sperticate lodi sulla lievità dello strascico e sulle pieghe della maniche leggere come nuvole, sui dettagli preziosi di ogni singolo centimetro di quell’abito.
L’imperatore, altero e cerimonioso, si mise alla testa del corteo imperiale  e si mosse fendendo due ali di folla.
Incedeva a lenti passi, regale ed orgoglioso.
E al suo passaggio un brusio sommesso saliva con crescente entusiasmo, quale meraviglia il vestito nuovo dell’imperatore!
E poi d’improvviso, da un caruggio sbucò un ragazzino si fece largo tra la gente e al passaggio dell’Imperatore lo indicò con il dito e gridò:
– Ma non ha nulla addosso!
E allora tutti i presenti, come scossi, lo seguirono e si udì un coro che divenne una voce sola.
– Non ha nulla addosso! L’imperatore non ha nulla addosso!
E lui diventò rosso per la vergogna, lo sapeva bene di essere senza vestiti, ma per niente al mondo avrebbe smesso di ostentare la sua maestosa regalità.
Terminò così la sua sfilata, con la fierezza che si conviene a un imperatore, tronfio del suo splendido vestito nuovo.

E qui termina questo gioco, spero che vi siate divertiti.
Volete sapere se i leoni si sono riaddormentati? Ma certo, le fiabe della buonanotte funzionano sempre!
E ora credo di dover fare una dedica ed alcuni ringraziamenti.
Dedico le disavventure dell’imperatore a Ettore, il più piccino dei miei lettori, e ai suoi tre fratellini, i figli di Maddalena e Edoardo, i blogger di Farmacia Serra.
Il progetto dei Leoni Veneziani, antologia di fiabe ambientate a Venezia e scritte da diversi autori,  è un’idea originale di Andrea Storti,  con un fine nobile, complimenti a lui per la splendida iniziativa.
Grazie di cuore, con immenso affetto, al mio caro amico Chagall, che  mi ha regalato il libro e mi ha coinvolto con il suo travolgente entusiasmo per i leoni e per il fantastico mondo delle fiabe.
E grazie a un amico di tutti noi, Hans Christian Andersen, che scrisse la fiaba “I vestiti nuovi dell’Imperatore” da me liberamente interpretata ed ambientata nelle strade della mia città.
Lui ci ha lasciato parole per i nostri sogni, questo sono le sue fiabe.
E spero che lo scrittore danese non se ne abbia a male per questo mio volo di fantasia, lui che alla mia città dedicò queste parole:

Genova, poi, sorge sulle colline, in mezzo a oliveti verdi-azzurri. Nei giardini crescevano aranci e melograni, e i lucenti limoni verde pallido facevano pensare alla primavera, proprio allora che noi scandinavi ci approssimiamo all’inverno. I temi degni d’un quadro si succedevano l’un l’altro; per me tutto era nuovo e indimenticabile…

Hans Christian Andersen, Impressioni

Limoni

I limoni di Palazzo Reale

I limoni della principessa

E’ faticoso essere principesse, sapete!
Quando si è di sangue blu ci si ritrova a camminare in una galleria scintillante di specchi, si indossano abiti ricchi di pizzi e merletti, si portano complicate acconciature, si dorme in un letto a baldacchino e di mattina la cameriera spalanca le finestre e ti ritrovi il sole che ti batte sugli occhi!
Eh sì, tocca vivere in palazzi come questo, capirete che disagio, che difficoltà!

E poi si passeggia, sotto il cielo terso, riparandosi dalla luce con l’ombrellino.
Sono delicate le principesse, hanno pelle diafana e chiara, i capelli dorati, lisci come la seta, le mani curate,  le dita sottili.
E allora pensate che qui, un tempo, visse una principessa.

Palazzo Reale venne costruito dalla famiglia Balbi tra il 1643 ed il 1650, divenne poi proprietà della famiglia Durazzo e in seguito fu la dimora dei Savoia.
In questa occasione non vorrei dilungarmi sulle notizie storiche che riguardano questo meraviglioso palazzo, avrò modo di farlo nel futuro, vorrei piuttosto giocare con le suggestioni che esercita la visita all’atrio e allo spazio antistante, vorrei volare con la fantasia, in quel giardino che un tempo affacciava sul mare.
Ah, la principessa!
Non credete anche voi che sia esistito, in qualche tempo lontano e perduto, un nobiluomo che sospirava per lei?
E non sarà rimasto ad osservarla da questa cancellata, mentre lei si allontava verso il suo palazzo?

E poi, sapete, sono quasi certa che lui, l’innamorato, si sia dichiarato proprio qui, davanti al laghetto, si sarà inginocchiato davanti a lei e la nobile fanciulla, come si conviene al suo ruolo, si sarà mostrata timida e ritrosa.
Oh, veramente il cuore di lei palpita per quello spasimante, ma bisogna pur farsi desiderare!

E poi chissà, anche allora ci saranno stati ospiti indiscreti?

Ci sono occhi che veramente ti osservano curiosi da queste parti!

Sapete, qui c’è uno splendido albero di limoni, con le foglie lucide e verdi, rigoglioso e generoso di frutti, forse qualcuno vorrà riportarmi alla realtà e ricordarmi che questo albero è stato piantato in tempi recenti.
Oh no, assolutamente!
Giurerei che il limone si trova lì da secoli e secoli, testimone di promesse, languori e sospiri!

E il primo bacio, il primo bacio è avvenuto sotto quel lume, mentre intorno si diffondeva la fresca fragranza del limone.

Ci sono rami che si protendono e che contrasti di colore, che calda atmosfera!

Una carezza, le labbra che si sfiorano e poi la fuga, via, di corsa, reggendosi la gonna per non cadere, via, l’amore emoziona, a volte fa tremare, tentennare, intimorisce e spaventa.
Via, al riparo da ciò che scuote e smuove l’animo, via, lontano dai tremori e dai brividi, via, al sicuro, nel silenzio delle proprie stanze.

Ma poi scende la sera, il sonno tarda ad arrivare.
Ed è notte, notte profonda, scura e senza suoni.
Ed è il respiro che segue lo scorrere del tempo, ed è il ricordo che rende lieve l’attesa.
Un sorriso, un pensiero.
Lui tornerà, tornerà!
Un pensiero, un battito, lo sguardo che si rasserena.
Lui tornerà e sarà lungo il viaggio, sulle strade della vita, a volte irte di sassi, a volte in discesa, tra le salite e i dossi, un orizzonte davanti e una nuvola di polvere che si alza.
Un viaggio, scandito dal battito di due cuori.