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Posts Tagged ‘Parigi’

Lei è una dama di Parigi, provate ad immaginarla mentre a bordo della sua carrozza attraversa le fastose ed ampie vie della capitale francese.
Forse conosce appena i romanzi di Stendhal e preferisce i giornali di moda, nei pomeriggi di sole si diletta con le passeggiate alle Tuileres, ama indossare un profumo dalle note dolci con accenti di cipria e vaniglia.
Potrebbe chiamarsi Jeanette o Blanche, Geneviève o forse Alphonsine.
Non passa certo inosservata, Madame ha una certa grazia e si distingue per il portamento elegante, in certe circostanze gli sguardi sono tutti per lei.
Ammiratori?
Oh, ne ha avuti uno stuolo, statene certi!
Ne ha infranti di cuori con quegli occhi azzurri e trasparenti come il ghiaccio e poi uno solo dei suoi pretendenti è stato il prescelto, lei ha fatto un buon matrimonio.
Ha i lineamenti regolari, i capelli lunghi e setosi, d’abitudine li porta raccolti in una lunga treccia che le incornicia il capo, per l’occasione pare che l’abbia fissata con un grande fiocco.

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Giovane, nella sua angelica bellezza, avrà vent’anni o giù di lì.
E forse vi state chiedendo se abbia mai sgranato gli occhi davanti alla magnificenza della Tour Eiffel, il simbolo della Ville Lumière verrà inaugurato nel 1889, ci sarà stata anche lei nella folla dei parigini meravigliati per quell’opera di ingegneria?
Un amico che è un vero intenditore di fotografie d’epoca mi ha detto che questa immagine dovrebbe risalire all’incirca al 1863/64 e quindi sul finire del secolo la nostra Madame non era più nel fiore degli anni.
Il tempo sfugge via, cara signora di Parigi.
Raffinata ed aggraziata, nella foto che la ritrae ha la classe di una gran dama.
La vita sottile stretta in un corpetto, l’abito sfarzoso e riccamente rifinito è realizzato con due diverse stoffe, al centro si nota una fila interminabile di bottoncini.
Stringe tra le mani l’immancabile ventaglio e porta un raffinato scialle di pizzo adagiato mollemente sulle braccia.

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Di lei non so nulla, come sempre le mie sono soltanto fantasiose supposizioni.
Il fotografo che la ritrasse aveva il suo studio in una delle vie centrali della capitale francese, in Boulevard des Italiens, non distante da Place de l’Opéra.
Lui è destinato a lasciare traccia del proprio talento, ho scoperto solo dopo aver comprato questa foto che André Adolphe Eugène Disdéri fu colui che depositò il brevetto della carte de visite, così si chiamavano quelle fotografie di piccoli dimensioni molto in voga nella seconda metà dell’Ottocento.

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Anche la nostra dama è ritratta in una carte da visite, la sua bellezza è fissata per sempre su questo cartoncino che viene dalla Francia.
Ed io non posso far altro che augurarmi che la sua vita sia stata lunga e felice, molto più di quanto io sia capace di immaginare, chiunque sia stata io credo che abbia saputo risplendere in quella frazione di tempo che fu la sua esistenza, stella luminosa di Parigi in un secolo ormai svanito.

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Quando si parla di moda la capitale francese di certo non ha eguali.
Chiunque sia stato a Parigi si è soffermato ad ammirare certe lussuose vetrine dove sono esposti abiti eleganti e sontuosi, giurerei che lo avete fatto anche voi!
E là, a Parigi, io ho trascorso un tempo infinito a curiosare dai bouquinistes lungo le rive della Senna.
E poi sono tornata a casa con la moda di Parigi, ho acquistato diverse stampe che ora sono appese in casa mia.
Ecco le Moniteur de la Mode, le signorine francesi certo avevano buon gusto!

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Ne ho una piccola serie e ve ne mostro soltanto un paio, ognuna di esse è un piccolo gioiello.
Capello di paglia, nastri e ombrellino da passeggio, lo stile perfetto di un’epoca distante.

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E a proposito della moda di Parigi ho scoperto sulla mia Guida Pagano del 1894 che un certo stile in quell’anno era molto apprezzato anche nella Superba.
Le immaginate le signore genovesi?
Solo a sentir nominare la Ville Lumière si saranno incuriosite, presumo che il negozio in questione fosse molto ambito, sicuramente vi si trovavano capi ricercati.
Era situato nell’elegante Via Cairoli che qui vedete da una prospettiva particolare, sono riuscita a fotografarla in questa maniera da Palazzo della Meridiana.

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E quindi, sul finire dell’Ottocento, una passeggiata in questa strada di Genova forse prevedeva una tappa obbligatoria in quel negozio.

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Qui si offriva una vastissima scelta di capi d’abbigliamento, per l’inverno si confezionavano caldi mantelli e sicuramente si prestava sempre attenzione alle ambizioni delle clienti.
Nella pubblicità del Salone di Moda mi ha colpito un dettaglio inconsueto per i nostri tempi: oltre ai vestiti per i momenti gioiosi e mondani si specifica che in questo negozio si preparano anche abiti da lutto in 24 ore.
Eh insomma, all’epoca le signore e signorine ci tenevano particolarmente ad essere eleganti anche in circostanze tristi e i sarti della casa erano a disposizione.
Grazie al cielo la vita dona anche attimi di indimenticabile serenità e allora ecco i corredi da sposa, i mantelli da ballo e gli abiti per le serate a teatro.

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E dal nome del negozio noterete che i proprietari dovevano essere proprio francesi, quindi sicuramente se ne intendevano e avranno fatto del loro meglio per accontentare l’esigente clientela genovese nel loro salone di moda che immagino arredato con mobili di pregio e comode poltroncine.

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Un luogo raffinato ed accogliente nella centralissima Via Cairoli.
Tra sete e velluti, nastri e pizzi, la moda di Parigi nel cuore di Genova.

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Questa è una bellissima vicenda genovese, una storia che ci porta in una piazzetta raccolta dei caruggi, Piazza delle Scuole Pie.

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Qui ha la sua sede una bottega dalla storia molto antica: la Vetreria Artistica Bottaro.

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Cosa si cela dietro a questo affascinante vetro?

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Innanzi tutto una storia che risale a molto tempo fa e inizia in questo modo: c’era una volta un sarto.
Come un sarto, direte voi?
Proprio così, correva l’anno 1850 e a Genova aveva la sua bottega un certo Giuseppe Bottaro, lui confezionava lussuosi abiti per le dame della città, nel suo negozio c’erano nastri, velluti e preziosi damaschi.
Naturalmente per stare al passo con i tempi bisogna seguire i dettami della moda, così Giuseppe ebbe un’idea geniale: nel 1885 mandò suo figlio Angelo Edoardo a Parigi, nella Ville Lumière il giovane avrebbe potuto trarre nuove ispirazioni dai raffinati modelli francesi.
Angelo Edoardo, appena ventenne, rimase tuttavia affascinato da ben altro: si innamorò delle variopinte vetrate delle chiese della capitale francese.
E così, tornato a Genova, decise che quello era il suo destino e realizzò il suo sogno divenendo uno stimato vetraio di talento.

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Angelo Edoardo Bottaro

Aprì così la sua bottega in un vicolo ormai scomparso, nell’intrico di caruggi dell’antica Piccapietra.

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Là , in quel Vico dei Tintori che noi non possiamo più percorrere, possiamo solo ammirarlo nelle antiche immagini che lo ritraggono.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

L’impresa di famiglia continuò la sua avventura con successo e passò nelle mani di Enrico, figlio di Angelo Edoardo.

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Ed egli raffinò ancor meglio la sua arte, frequentò l’Accademia delle Belle Arti e divenne disegnatore.

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Enrico Bottaro

Dai suoi albori questa bottega ha cambiato sede diverse volte: da Vico dei Tintori venne spostata nella zona di Piazza Marsala, poi fu trasferita in Piazza della Stampa, dal 1937 si trova nella sua attuale collocazione, in Piazza delle Scuole Pie, in un fondo antico con i soffitti a volta.

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E cosa potete trovare in un’antica vetreria?
Ci sono attrezzi costruiti dalle abili mani dei predecessori, sono questi due oggetti per me misteriosi: la pistola per smerigliare e la squadra per centrare il vetro, procedimento che mi è stato mostrato e che mi ha lasciata stupefatta.

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E poi ecco altri attrezzi come le rotelle diamantate.
Notate i manici, uno è di legno e uno è di avorio, sono proprio oggetti di un altro tempo.

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E ancora, le rotelle in acciaio temprato.

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Una di esse si apre ed ecco un piccolo cacciavite e le rotelle di ricambio.

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E poi squadre, compassi, oggetti di ogni genere tramandati di padre in figlio.

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Ecco un vetro dal disegno ottocentesco.

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E la tradizione continua, portata avanti con passione dall’ultima generazione di Bottaro, a raccontarmi con pazienza le storie di famiglia è stato Marco che ha seguito le orme del padre Ermanno e  dagli anni ’80 si dedica con autentico amore alla sua vetreria.

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E quali meraviglie ci sono in un negozio così?
Ci sono delle antiche sagome, ricordano la tecnica della stencil, si notano fiori, stemmi e decorazioni di diverso tipo.

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Ci sono i progetti, dietro ad ognuno c’è il nome del destinatario, questa vetrata era destinata a una casa di Milano, chissà se c’è ancora!

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E fiocchi, nastri e tinte delicate.

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E una vetrata antica, in puro stile Liberty, una vera bellezza.

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E ancora un disegno, questo è particolare per una precisa ragione: osservate bene i dettagli.

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Al centro, come vedete, c’è un decoro a fiori, forse il destinatario non era del tutto convinto di questo disegno e infatti gli venne proposta un’alternativa.

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Voltate il foglio e in quello stesso punto vedrete un pappagallo, osservando il progetto in controluce si può ammirare anche questa versione in tutta la sua completezza.
Ingegnoso, vero?

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E poi ancora, Marco ha estratto uno specchio.
Perdonate la cattiva qualità dell’immagine ma non ho saputo far di meglio e tuttavia ci tengo a mostrarvelo.
Sotto a questo specchio è stata riportata una fotografia che ritrae Enrico Bottaro a 4 anni nel 1900, questo lavoro risale a quell’anno ed è stato realizzato dal padre Angelo Edoardo.
Marco non sa quale tecnica sia stata usata, di preciso si sa che questo specchio è nato dall’ingegno di un grande artigiano.

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E poi ancora immagini che provengono dal passato recente, gli zii in laboratorio e con loro un giovane apprendista.

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E poi? Che altro c’è in un’antica vetreria genovese?

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C’è la storia della città e delle sue industrie, ci sono tracce tangibili del nostro passato.

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E c’è un’arte che continua, portata avanti con grande dedizione, questo vetro è della nostra epoca realizzato da Paola Bottaro, la sorella di Marco.

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Un continuo viaggio nel tempo, dal passato riemerge una prova di esame sostenuta da un aspirante legatore di vetrate.

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E ancora ecco i vetri smerigliati.

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E dall’intrigante passato di una bottega storica emergono queste mascherine, inutile dirvi che sono molto antiche e sono state fatte a mano, Marco mi ha spiegato il procedimento per realizzarle, una tecnica raffinata e davvero complessa.

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Ce ne sono tante e rappresentano l’armonia di un’arte semplicemente affascinante.

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Ai giorni nostri la Vetreria Artistica Bottaro ancora si occupa di produzione e restauro di vetrate artistiche, ma anche di riparazioni del vetro, di vetrine, di specchi e cristalli di ogni genere.
Ringrazio Marco per tutto il tempo che mi ha dedicato, la visita nella sua bottega è stata uno splendido viaggio nel tempo.

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E mentre ero nel suo negozio, intenta a fotografare e a guardarmi intorno, ho assistito a un continuo andirivieni di clienti.
E mi è parso che molti di loro portassero a riparare oggetti cari venati da malaugurati incidenti: cose di casa alle quali si è affezionati, dolci ricordi fragili come il vetro.

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Troveranno una nuova vita e nuovo splendore nella bottega dei caruggi dove si celano tutti i segreti di una meravigliosa arte, nella Vetreria Artistica della famiglia Bottaro.

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Una figlia del popolo, un fiore pronto a sbocciare alla corte di Francia.
Jeanne du Barry, ascesa e caduta di una favorita, è il libro che narra le avventurose vicende dell’ultima amante di Luigi XV.
La biografia di André Castelot, storico e stimato studioso, restituisce un ritratto vivido e vivace di un mondo e vi condurrà proprio là, nello scintillio della Reggia di Versailles con le sue dolci e ingannevoli seduzioni.
Chi è Jeanne Bécu, colei che un giorno diverrà Contessa per volere del re?
Intelligente e astuta, Jeanne è conscia della propria venustà, ha ammalianti occhi violetti, le fossette, è un petalo di rosa nel latte, qui potete ammirarla in un celebre dipinto.
Da principio lavora in un negozio di moda poi sul suo cammino incontrerà un certo Jean du Barry noto come lo scaltro, basta per capire di cosa sarebbe capace costui?
Fa girar la testa agli uomini la bella Jeanne, ben presto praticherà il mestiere più vecchio del mondo.
E’ ammaliante e bionda, frizzante e al contempo angelica come una creatura di Fragonard.
E uno sguardo si posa su di lei, è lo sguardo del destino, quello del Bien-Aimé, il Beneamato, così veniva definito Luigi XV.
E per comprendere quanto lei lo avesse stregato basta un breve aneddoto che riporto dal libro, a chi gli chiedeva come mai quella ragazza lo turbasse così tanto il sovrano rispose:

“…è la sola donna di Francia che abbia trovato il segreto di farmi dimenticare che ho sessant’anni.”

Jeanne di anni ne ha 25, a Versailles verrà osteggiata in primo luogo dalla Delfina Maria Antonietta, colei che è destinata a sposare Luigi XVI, successore di Luigi XV.

Versailles

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Ah, la futura Regina ancora sedicenne si rifiuta di parlare alla favorita, ci vorrà del bello e del buono per convincerla.
Sua madre, l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, la rimbrotta: Maria Antonietta deve compiacere il Re e mettere da parte il suo orgoglio.
La Delfina è costretta a cedere e  davanti a tutti i cortigiani che affollano la reggia dirà queste poche parole alla favorita: c’è molta gente oggi a Versailles.
Non le parlerà mai più, per il resto della sua vita.
L’esistenza di Jeanne si snoda tra luci e ombre, scintillano le sue pietre preziose, gli innumerevoli diamanti e le ametiste con cui si adorna i capelli.
E poi lei ha questo vezzo di togliersi gli anni, con il tempo prenderà l’abitudine di mentire sulla sua vera età.
E infine, ad oscurare il suo splendore, sopraggiungerà la malattia del Re.
E’ l’inizio della caduta di lei, Luigi allontana Jeanne da corte, cerca così di purificarsi dei suoi peccati terreni.
Il vaiolo uccide il monarca, Jeanne inizia la sua discesa a precipizio verso la disfatta.
Non vi svelerò troppi dettagli, il libro di Castelot è una lettura avvincente, scritta con mirabile competenza, a volte ha il ritmo di un romanzo, è il romanzo di una vita, tra le luci di Versailles e il fragore assordante della rivoluzione.
E attorno alla Contessa du Barry dame e cortigiani, tipi sinistri e approfittatori, rivoluzionari e figure che paiono uscite dalla penna di un scrittore dalla fervida fantasia.
E’ così la storia, spesso è più intricata dell’immaginazione.
E così il destino, crudele e beffardo: Maria Antonietta detestava Jeanne, entrambe finirono i loro giorni sulla ghigliottina.
Le pagine che narrano il processo, la prigionia e la condanna di Jeanne suscitano pena e commozione, la sua fine è angosciosa e straziante.
E negli ultimi istanti della sua esistenza lei piange e urla, si dice che sia stata la sola a disperarsi e a supplicare i suoi aguzzini di aver salva la vita.
La folla intorno la deride e lei, sulla carretta che la conduce al patibolo, resta saldamente avvinta alla panca, i suoi carcerieri devono tirarla via con la forza.
E’ il 1793, ha 50 anni e ha una nazione intera contro di lei, là, davanti alla ghigliottina, implora ancora il suo boia.
Ancora, con la forza che le resta.
Nella furia della rivoluzione cade anche lei, l’ambiziosa e caparbia Contessa, bella e delicata come un petalo di rosa nel latte.

Versailles (2)

Versailles

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Le impressioni di viaggio non sempre tramandano un ritratto positivo dei posti che si sono veduti, un celebre visitatore non amò affatto trovarsi per le strade della Superba e incontrare i suoi abitanti.
Filosofo e pensatore, Montesquieu giunge a Genova nel novembre del 1728, le memorie di quei giorni trascorsi nella mia città si trovano tra le pagine di  Viaggio in Italia.
Il nostro autore concede meritati elogi a certe bellezze cittadine, descrive il porto e la conformazione ad arco della città davanti al suo mare.
Da turista d’eccezione anch’egli si avventura alla scoperta dei luoghi noti per la loro unicità e se ne va a passeggio nel giardino dei Principi Doria.
Che fascino la fontana con la statua di Nettuno, Montesquieu scrive che sarebbe degna dei giardini di Versailles!

Palazzo Del Principe (11)

E ha ragione, io vorrei tanto sapere cosa ne direbbe della Sopraelevata ma questa è una personale curiosità che resterà insoddisfatta, ahimé!

Villa del Principe (2)

E poi varca i portoni delle chiese, visita Santo Stefano e San Siro, di quest’ultima non apprezza i soffitti affrescati, resta invece ammaliato dalla Chiesa della Nunziata, con i suoi ori lucenti e le opere d’arte che adornano le cappelle.

La Nunziata

E certo non si fa mancare una passeggiata tra gli splendori di Strada Nuova, nota che vi sono magnifici palazzi.

Via Garibaldi

E allora? Per quale ragione Genova è così sgradita al nostro viaggiatore?
E’ presto detto, a quanto scrive sembra che Montesquieu abbia proprio in antipatia i genovesi e il loro stile di vita, ecco il succo della questione!
Genovesi, popolo di mercanti, così scrive il nostro autore.
Tutti hanno fondi in San Giorgio, persino il Doge ha i suoi commerci, quelli che contano possiedono dimore sontuose ma in realtà i primi tre piani vengono utilizzati per ammassare le mercanzie.
Provate a varcare quei portoni, resterete sorpresi:

“Non c’è niente di più bugiardo dei loro palazzi: di fuori una casa superba, e dentro una vecchia serva che fila.”

Via Garibaldi

Poca servitù in questi palazzi, una cosa da non credere!
Genovesi, gente attaccata ai soldi.
Ricevere un invito a cena da queste parti?
Figurarsi, quelli di Genova non ci pensano proprio, chiosa Montesquieu!
L’autore non si trova affatto a suo agio tra i miei concittadini, li definisce chiaramente avari e pure poco socievoli.
E non ha parole di riguardo neanche per le gentildonne di Genova, costoro osano persino mettersi al pari delle dame di Francia, secondo Montesquieu non ne hanno il garbo e neppure lo stile.
Il celebre visitatore fa pure peculiari esperienze, gli accade di ritrovarsi nella dimora del Doge nel giorno in cui a Genova si mettono in mostra certi prigionieri turchi catturati per mare da coloro che solcano le onde sulle galee.
E tutta la città accorre ad assistere a quel trionfo, il nostro rischia di restare schiacciato dalla folla di gente sopravvenuta in occasione dell’evento.

Palazzo Ducale (2)

Palazzo Ducale

Montesquieu vedrà anche Savona e Finale, si recherà via mare a Porto Venere, del resto non c’era altro modo di raggiungere la località.
Che viaggio!
Il mare mosso lo costringe a una tappa a Portofino, il poveretto ha lo stomaco sottosopra però si consola con un gustoso pasto a base di triglie e olio profumato, il tutto annaffiato da un buon vino della Riviera.
E meno male che almeno ha apprezzato la cucina ligure, lasciatemelo dire!
Il viaggio verso Porto Venere continuerà non senza difficoltà, c’è pure il rischio di lasciarci le penne!

Porto Venere

Su Genova e sui suoi abitanti Montesquieu non cambierà idea.
In una sua lettera scriverà di essersi annoiato a morte e di non aver tratto nessun piacere da questo viaggio.
E non è finita, sua è una poesia dal titolo Adieu à Gênes.
E il primo aggettivo che riserva alla mia città è détestable, seguono poi altri versi carichi di acrimonia verso i nobili e i borghesi, con note di disprezzo verso una maniera di vivere per lui intollerabile, incentrata su una congenita avarizia.
Genovesi, gente sgradita a Montesquieu.
Eppure certe sue parole potremmo leggerle quasi come elogi, descrivono il nostro attaccamento alla nostra terra, il nostro senso di appartenenza e di identità, narrano un’inclinazione che a volte può rappresentare un limite e un difetto incorreggibile, in altri casi invece può essere una virtù preziosa e un’arma vincente.

Genovesi, gente così:

“C’è ancora una cosa, che i Genovesi non si raffinano in nessun modo: sono pietre massicce che non si lasciano tagliare.
Quelli che sono stati inviati nelle corti straniere, ne son tornati Genovesi come prima.”

Montesquieu, Viaggio in Italia

Galata Museo del Mare

Galata Museo del Mare

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Un romanzo diverse volte notato sugli scaffali delle librerie, ho spesso avuto la tentazione di acquistarlo.
E poi l’ho trovato qui, in biblioteca, ho deciso così di soddisfare la mia curiosità e sono rimasta piacevolmente sorpresa da questo libro.
Parigi, 1890, Cimitero di Père-Lachaise, due giovani donne scendono da una carrozza: una è elegantemente vestita a lutto, indossa un ricercato mantello di astrakan, il suo nome è Odette de Valois ed è qui per un incontro tanto atteso.
La accompagna la sua domestica, una fanciulla di nome Denise.
Le due giovani si separano con l’accordo di incontrarsi più tardi ma Odette svanisce nel sinistro mistero del più celebre camposanto parigino.
Che cosa è accaduto ad Odette?
E Denise? Quale sarà il suo destino?
Indagherà sulla vicenda Victor Legris, libraio che un tempo fu amante della povera Odette, il libro è un giallo dalla trama raffinata, lascio a voi il piacere di scoprire gli eventi senza svelare troppi dettagli.
La donna del Père-Lachaise è un romanzo scritto a quattro mani, sotto il nome di Claude Izner si celano le sorelle Liliane Korb e Laurence Lefèvre, tra le altre cose entrambe vendono libri a Parigi, una è bouquiniste sulla rive droite della Senna e l’altra è libraia sulla rive gauche.
E in questo loro romanzo traspare evidente la loro consuetudine con le buone letture e con i grandi della letteratura francese, per chi sa coglierli questo libro è ricco di rimandi e sfumature che evocano celebri romanzi, alcune atmosfere mi hanno ricordato certe pagine di Emile Zola.
C’è un misterioso quadro, c’è Parigi con le sue strade e con i suoi viali eleganti percorsi ogni giorno da un universo di tipi umani a volte davvero ben caratterizzati, ci sono maghi ed artisti, semplici popolani e giovani donne seducenti.
Ne risulta una narrazione affascinante non certo priva di sorprese e resta l’impressione che le autrici si divertano parecchio a scrivere gli intrecci delle loro storie.
Inoltre, per maggior godimento del lettore, nella trama immaginaria del romanzo sono inseriti personaggi realmente vissuti, per ognuno di essi nel libro è stata sapientemente inserita una nota a piè pagina.
Un esempio?
Compare d’un tratto un certo Bibi la Purée, costui era un bohémien che divenne una sorta di segretario di Paul Verlaine, alla morte di lui pare che Bibi abbia tirato a campare raccontando dietro compenso aneddoti sulla vita del poeta.
Da segnalare, inoltre, la postfazione: vi si trova un quadro della società parigina in quel 1890 nel quale è ambientato il romanzo.
Io ho una predilezione per i classici ed è raro che legga romanzi scritti nella nostra epoca, per di più non amo particolarmente i gialli, grazie all’ambientazione e alla scrittura puntuale e piacevole ho trovato questa lettura molto gradevole.
Altri libri a firma di Claude Izner hanno come protagonista il libraio Victor Legris e le sue indagini sui misteri di Parigi, io ho inziato dalla vicenda di Odette, La Donna del Père-Lachaise.

Libro

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E’ un giorno di maggio del 1868 e un giovane uomo se ne sta seduto su un imponente divano collocato al centro del Salon Carré, al Louvre.
L’uomo ha con sé una piccola guida e un binocolo da teatro, è un tipo prestante e dotato di fascino, ha appena trascorso un tempo infinito nella contemplazione delle numerose opere d’arte esposte nel museo parigino e ora sta ammirando una Madonna di Murillo.
Il giovane è un brillante uomo di successo, ha accumulato un’immensa fortuna ed è venuto in Europa per poter godere delle sue ricchezze.
Il giovane è il protagonista di uno dei primi romanzi di Henry James dal titolo L’Americano.
Un Americano a Parigi, si potrebbe dire, non a caso lui si chiama Christopher Newman, è come un novello Colombo che compie un viaggio verso il vecchio continente dove troverà un universo del tutto differente da quello che conosce.
E su questo terreno si svolgerà uno dei temi cari ad Henry James, lo scontro tra il pragmatismo americano e la cultura della vecchia Europa.
Due mondi che si sfiorano e difficilmente si comprendono, accade in questo romanzo dalla scrittura fluida e molto godibile, i classici non deludono mai ed Henry James ha una capacità evocativa a mio giudizio fuori dal comune.
E si cammina per i Boulevards di Parigi accanto a Christopher Newman, l’uomo del Nuovo Mondo trova nella capitale francese un suo vecchio amico, Tristam.
E costui è quasi perduto nelle mollezze dei suoi ozi europei, parla quasi con una certa leggerezza degli Stati Uniti e questo fatto irrita in maniera irreparabile il puro Newman.
E poi si parte con Christopher, si parte per il Grand Tour, la passione degli americani del tempo, viaggiare da una città all’altra d’Europa e scoprirne le bellezze.
Cosa attira l’attenzione di un americano in Europa?
A Bruxelles Newman resta colpito dalla torre gotica dell’Hotel de Ville e fantastica sulla possibilità di costruirne una simile a San Francisco.
E poi attraversa la Svizzera, la Germania, l’Austria, il viaggio ha un forte significato simbolico e diviene il mezzo per raggiungere la coscienza di sé.
E tuttavia l’americano torna a Parigi ed ha un’ottima ragione per farlo, l’uomo del Nuovo Mondo ha trovato in quella città la donna che vuole sposare, lei si chiama Claire e appartiene a una famiglia aristocratica che ha antiche origini.
Un amore a quanto pare ricambiato, eppure il giovane troverà diversi ostacoli sul suo cammino.
La vecchia aristocrazia parigina non si mescola con uno che ha fatto i soldi con il commercio, in questo c’è un tratto di volgarità inaccettabile per quel certo mondo.
E così il matrimonio verrà osteggiato e la vicenda si snoderà tutta nel tentativo di Christopher di riavere Claire tutta per sé.
Riuscirà l’Americano nella sua impresa?
Oppure da questo scontro ne uscirà battuto e sconfitto?
E lei, Claire?
Si ritira in un convento di Carmelitane, lasciando fuori dalla porta tutte le lusinghe e gli agi della vita bella che prima conduceva.
Rimarrà lì oppure tornerà tra le braccia di Christopher?
Un romanzo intenso e molto cinematografico, Henry James sa restituire ai lettori personaggi di carattere, vividi, reali e credibili.
E in questo romanzo spiccano alcune figure femminili come Mademoiselle Noémie, la giovane pittrice che con tele e pennelli riproduce fedeli copie dei quadri del Louvre.
E certamente merita una menzione la Signora Bread, la governante della ricca famiglia di Claire, costei ha qualche conto in sospeso con quella famiglia e troverà il modo di regolarlo.
Un romanzo giocato sulle differenze, sulle sfumature di mondi distanti, da una parte gli scaltri europei capaci persino di giocare con le parole e dall’altra lui, l’Americano.
Tuttavia, la buona aristocrazia del vecchio mondo non è affatto immune da peccati capitali e la rinomata famiglia parigina cela un terribile segreto, lo si scoprirà nelle ultimi capitoli del romanzo, in certe pagine che hanno delle tinte quasi noir.
E lui, l’Americano saprà usare a suo vantaggio le informazioni delle quali entra in possesso?
E’ fiero e combattivo e va dritto allo scopo, basterà questo a fare di Christopher Newman un vincente?
Un romanzo che scivola via piacevolmente, scritto da una penna sapientemente abile.
E se avete amato Isabel Archer, la protagonista di Ritratto di Signora, altro celebre romanzo di Henry James, provate a conoscere anche Christopher Newman, l’uomo del Nuovo Mondo.

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Table Talk, Oscar Wilde racconta, un libro di Thomas Wright che non può mancare nella libreria degli estimatori dello scrittore irlandese.
Il poeta che narra storie incantevoli, così fu definito Oscar a Parigi e così si legge nel pregevole testo di Wright, una raccolta dei racconti orali di Wilde suddivisi in aneddoti, favole e racconti biblici.
E si ritrova in queste pagine il raffinato affabulatore che amava inventare storie e poi narrarle ai suoi amici durante certe serate mondane, a quei fortunati che lo conobbero Wilde era solito raccontare anche le sue favole e le trame delle sue commedie.
Creava arguti gioielli della parola dalla struttura perfetta per poi presentarli al suo pubblico con garbo, con una certa teatralità e con la giusta modulazione della voce.
E allora immaginiamo di essere in uno di quei salotti mentre Oscar racconta Il ballo della Zia Jane.
Zia Jane vive nella sua grande casa nella contea di Tipperary e se ne sta per conto suo, con gli anni è diventata schiva, ma sapete cosa accade?
Un bel giorno arrivano i ricchi signori Ryan che sono diventati proprietari di una dimora sulla collina e intendono dare una fastosa festa.
E credete che Zia Jane possa tollerare una simile onta? No di certo, ma il finale del racconto non  è affatto scontato e non vi svelo nulla per non privarvi del piacere di scoprirlo.
C’è la vicenda dello scienziato e della sua palla magica, la favola della calamita e del mucchietto di limatura di ferro, con i granelli che parlano e borbottano.
E Wright ricorda quanto Oscar Wilde amasse inventare favole per i suoi bambini che rimanevano a bocca aperta ad ascoltarlo, viene citata la storia di certe fate che abitavano nelle bottiglie di un farmacista e davvero c’è da credere che i più piccoli potessero divertirsi un mondo ad ascoltare Oscar!
Il libro è una vera miniera di curiosi aneddoti, Thomas Wright correda ogni racconto di una breve introduzione e con grande abilità conduce il lettore al cospetto di Wilde.
E narra che i racconti di Oscar erano considerati talmente memorabili che sugli inviti alle cene veniva specificata la seguente frase: per conoscere Oscar Wilde e ascoltarlo raccontare una nuova storia.
Arguto e dissacrante, Oscar a volte proponeva alcune sue riletture personali di passi biblici e di celebri episodi della vita di Gesù.
Con il suo genio e il suo talento incantava, affascinava, riusciva persino a far sorridere coloro che avevano appena avuto un lutto, alcuni dei suoi ascoltatori annotavano ogni sua parola, altri si affidavano alla buona memoria, tra coloro che erano ammaliati dalle sue storie c’era anche André Gide che per Oscar nutriva una profonda ammirazione.
E Oscar stupiva il suo pubblico con le sue storie di spettri e fantasmi.
Una serata speciale, Oscar è ospite nella dimora dell’artista Arthur Hughes, tra gli invitati pare che ci fossero Charles Darwin e Dante Gabriel Rossetti, un parterre di gran pregio davanti al quale l’autore irlandese narra una storia, Il giovane pittore.
Un artista e i suoi dipinti, purtroppo le sue opere sembrano quasi prive di estro.
Il giovane possiede un pianoforte a coda dal quale un giorno, d’improvviso, si diffonde una musica sublime e che quadri escono dai pennelli del pittore con quelle note in sottofondo!
Ma chi sarà mai a suonare?
E che cos’è quella musica?
Il racconto viene pubblicato per la prima volta in questo volume e questo rende certo il libro ancor più attraente e accattivante per gli amanti di Wilde.
La grandezza del talento e le sue molte sfaccettature, Wilde una volta raccontò la vicenda di Narciso invitando i presenti ad ascoltare con gli occhi.
Ascoltare con gli occhi la magia delle parole, l’incanto dell’immaginazione del genio di Oscar Wilde.

Lots of people act well, but very few people talk well, which shows that talking is much the more difficult thing of the two, and much the finer thing also.

 Molte persone agiscono bene, ma sono molto poche quelle che parlano bene, questo ci dimostra che il saper parlare è la cosa più difficile tra le due ed è anche la più sottile.

(Oscar Wilde – The devoted friend)

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Una passeggiata tra le immagini di una certa Parigi, la Parigi di Robert Doisneau.
Duecento fotografie in bianco e nero in esposizione nel Sottoporticato di Palazzo Ducale fino al 26 Gennaio 2014.
Manifesto della mostra Robert Doisneau, Paris en liberté è il più celebre scatto del fotografo francese, Le baiser de l’Hôtel de Ville, il bacio e il sentimento e tutto attorno è nulla.
E poco importa che questo non sia uno scatto rubato, per me questa immagine esprime appieno il senso di straniamento che regala la passione, quando tutto attorno è nulla.

Robert Doisneau

Duecento fotografie scattate tra il 1934 e il 1991, sono le facce di Parigi e dei suoi abitanti.
Facce stralunate, eccitate, deformate, stupefatte, allegre, svagate, distratte.
Quante Parigi esistono davanti all’obiettivo di Doisneau?
Due donne, una fisarmonica e una musica che si può solo immaginare, eppure la senti.
Parigi, l’amore e i baci.
Il bacio più celebre all ‘Hôtel de Ville, lì accanto altre due fotografie: il bacio di due giovani motociclisti che indossano il casco e poi ancora, un insolito mezzo di trasporto, lui e lei e le loro labbra che si toccano.
Parigi, artisti e intellettuali, tra gli altri ci sono Marguerite Duras e Alberto Giacometti , Jacques Prévert e Juliette Greco.
La Parigi dei bistrot e dei tavolini all’aperto, la Parigi fumosa e nascosta, buttata lì, tra i tarocchi di una cartomante che attende qualcuno che voglia conoscere il proprio destino.
Parigi è movimento, in una delle citazioni di Doisneau che troverete alla mostra ho riconosciuto un luogo e la sua atmosfera, si fa riferimento al traffico folle e congestionato di Place de La Concorde, la piazza dove un tempo fu la ghigliottina e che nell’epoca moderna è scenario di altri pericoli.
E tante immagini di pedoni intenti ad attraversarla compongono due grandi pannelli.
Ed è corsa, concitazione, movimento, fretta.
Parigi è  l’alta moda e i suoi protagonisti, Jean Paul Gaultier, Dior, Yves Saint Laurent, l’indimenticabile  Coco Chanel che si riflette in una sequenza specchi.
Arte e moda, uno splendido Pablo Picasso ritocca la rivista Vogue.
E poi Parigi è una grande foto, la casa degli inquilini, un condominio sezionato come una casa di bambole e di ogni appartamento si vedono gli interni.
Parigi è tanti bambini, si tengono per mano e attraversano Rue de Rivoli.
E poi ancora, un’altra foto dove i monelli corrono, scappano, scherzano, suonano i campanelli e poi fuggono via.
Parigi è un fascio di luce abbacinante che attraversa il cielo sopra Place Vendome mentre una donna osserva, alla ringhiera di un terrazzo.
Parigi è il gesto dinamico di un tuffo nella Senna dal Pont d’ Iéna, Parigi è la Tour Eiffel, i grattacieli e le sue archittetture moderne.
Parigi è stupore, meraviglia, sbigottimento, scandalo.
Una galleria d’arte, la Galerie Romi, in vetrina un quadro che ritrae una fanciulla nella sua nudità.
E gli sguardi, gli sguardi dei passanti: c’è chi si perde in una muta ammirazione, chi sbarra gli occhi, chi pare piuttosto divertito.
Sono le mille facce di Parigi, intense e vere, queste e molte altre sono in mostra a Genova, ogni anno Palazzo Ducale offre ai suoi visitatori mostre fotografiche di pregio e di grande interesse.
Questo è l’anno di Paris en liberté e dello sguardo di Robert Doisneau sulla Ville Lumière.

Robert Doisneau (2)

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Nostalgia di Parigi

Ci penso da diverso tempo a Paris,  una meta da raggiungere infinite volte, con il suo fascino eterno riserva sempre stupore e meraviglia.
E’  la nostalgia di Paris, della sua atmosfera vibrante e unica, vi ho già raccontato cosa sia per me Parigi, ne ho scritto in questo articolo.
E se potessi partire domani so già fin d’ora dove andrei, sì.
Queste sono le mie ragioni per tornare a Paris, chissà se coincidono con le vostre?
Innanzi tutto devo fare acquisti, è quasi scontato che potrebbe piovere.
Quindi, appena uscita dall’aeroporto salirei su taxi e con una certa enfasi direi:
– Avenue Daumesnil, mercì!
E poi me ne andrei qui , in questa boutique dove si confezionano ombrelli e ombrellini di ogni genere.
E non so scegliere, non è meraviglioso questo negozio?
E armata di tutto ciò che occorre per affrontare il maltempo partirei alla scoperta dei luoghi che ancora non ho veduto.
Per due volte l’ho trovato chiuso e mi è rimasto il desiderio di visitarlo, è il Musée National Eugène Delacroix, dove sono raccolte le opere del celebre artista.
E poi trascorrerei un intero pomeriggio al Palais Galliera il Museo della Moda di Parigi, un altro luogo che non ho ancora avuto la fortuna di visitare.
Questa fu la dimora della Duchessa di Galliera e una genovese nella Ville Lumière certo non può perdere questa visita, non credete anche voi?
E tornerei ancora al Museo Jacquemart-Andrè, in questo periodo c’è la mostra Désirs & Volupté dedicata all’epoca vittoriana, tra le altre si possono ammirare opere di Edward Burne-Jones, John William Waterhouse, Dante Gabriel Rossetti e John Everett Millais.
E poi ancora, andrei a visitare un piccolo museo che suscita la mia curiosità.
Abiti ricercati, pizzi, occhi sgranati e visi di porcellana, è tutto da scoprire Le Musée de la Poupée , totalmente dedicato alle bambole, c’è da incantarsi!
Ah, Paris! Quanto amo gironzolare per i suoi ampi boulevars e lungo la Senna, sono stata capace di trascorrere intere giornate camminando per ore.
L’ultima volta il mio albergo era in fondo all’Avenue de La Grande Armée e andavo sempre a piedi.
Giù, lungo gli Champs-Elysées, fino a L’Île de la Cité e oltre.
E ogni tanto mi soffermavo davanti alle stazioni della Metropolitana, magari faccio due fermate.
No, cammino, cammino per le strade di Parigi.
E certo, ci vuole una sosta, giusto?
E a me piacerebbe farla da Angelina, prenderei un tavolo tutto per me e mi concederei una golosa merenda.
E poi come perdersi una puntata da Ladurée? Si può andare a Paris senza gustare i macarons? Eh, sarà scontato però io sono già lì con il naso appiccicato alla vetrina, sappiatelo!
E poi ancora, la facciamo un’escursione? E anche questa forse è prevedibile, ma io non ho mai visto il Castello di Fointainebleu e quindi salirei sul treno e me ne andrei a passeggiare per quell’incantevole giardino e per quelle sale regali.
Parigi, Parigi è tanti luoghi da scoprire, è la sua storia e i suoi scrittori, io mi perderei volentieri nella Maison de Victor Hugo, basterà una mattinata?
Il museo si trova in una delle piazze più belle della città, in Place de Vosges.
E poi uscita di lì potrei cercare un bistrot, uno di quelli con le sedie di vimini, mi accomoderei al tavolo, aprirei la mappa di Parigi e studierei un nuovo itinerario tra i mille luoghi che non conosco di questa meravigliosa città.
E sarei altrove, dentro al mio sogno.

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