Il denaro: ascesa e caduta di Aristide Saccard

“Appena solo, Saccard fu preso dal rumoroso vocio della Borsa che sembrava l’ostinato rombo della marea crescente. […] Di quattro angoli, dalle quattro strade, il torrente delle carrozze e dei pedoni affluiva sempre più rapido, in un traffico inestricabile, mentre il passaggio degli omnibus aumentava il disordine, e le carrozze dei procuratori degli agenti di cambio, in fila, sbarravano il marciapiede quasi da un capo all’altro del cancello. Ma gli occhi di Saccard si fissavano sui gradini più alti, dove sfilavano le redingote, in pieno sole.”

Frenesia, tumulto, voci tonanti, sete di successo e di quella ricchezza che fa sentire onnipotenti e sovrani del mondo: questo traspare dalle pagine del romanzo Il denaro, magnifico diciottesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart scritto da Emile Zola nel 1891.
Ritroviamo ancora Aristide Saccard, lo scaltro speculatore già protagonista del romanzo La preda ma questa ulteriore opera è del tutto differente dalla prima per intreccio, complessità ed intensità.
Questa è una superba storia di cupidigia e di brama di possesso, è la vicenda di una spericolata speculazione finanziaria che vede Saccard come primo attore assoluto mentre attorno a lui si affolla una babele di personaggi e ad ognuno di essi Zola assegna un ruolo sulla scena, sono talmente numerosi che è praticamente impossibile raccontare brevemente la trama nel suo complesso, si rischierebbe di far torto a qualcuno.
Emerge qui lo straordinario talento dello scrittore francese nel tratteggiare un’impressionante miriade di figure minori e di comprimari fondamentali per la struttura del romanzo, in questo risiede una delle forze distintive di Zola: egli mostra al lettore un mondo intero con le sue debolezze e i suoi peccati da scontare.
Ed ecco quindi Saccard con il suo grandioso progetto di costituire la Banca Universale, lui ha mire persino in Asia, la sua sete di potere non conosce confini e al suo cospetto finiscono così i parigini con i loro risparmi, sono tanti a mettersi nelle mani di Saccard sperando in questo modo di arricchirsi.

Lui è persuasivo, arrogante e incapace di arrendersi, con la sua furia trascina con sé anche gli innocenti e i puri di spirito che nelle cose del mondo restano sempre, in qualche modo, impigliati in certe losche vicende.
Straordinarie sono certe figure femminili come ad esempio la Principessa di Orviedo, ormai vedova ha ereditato dal marito un patrimonio immenso accumulato con le peggiori astuzie: Zola definisce il principe un inappuntabile bandito moderno che aveva fatto i soldi al luminoso sole della Borsa a scapito della povera gente.
E così la Principessa di Orviedo, per espiare le colpe del suo orrido consorte, si riduce a vivere in umili stanzette e dona i suoi beni ai poveri, fonda l’Opera del Lavoro e cerca così di fare in modo che quel denaro immondo porti bene e e felicità ai più sfortunati.
Nella sua corsa al successo Saccard incontra poi una donna che sarà sua compagna: Madame Caroline ha appena 36 anni eppure i suoi capelli sono già candidi.
Non bella, ha un portamento regale e una sorta di fascino aristocratico, Zola non manca di sottolineare che Saccard è più basso di lei e quasi le invidia quella sua corporatura robusta.
In una sorta di incomprensibile ingenuità, travolta quasi dalla passione per Saccard, la giovane Caroline si lascia coinvolgere nelll’affare della Banca Universale eppure non sembra così sprovveduta e a Saccard dice queste parole:

“Cercate di calpestare meno persone possibile, e soprattutto non calpestate nessuno di quelli che amo.”

Gli ingranaggi di questo sistema feroce stritolano vite e speranze, il denaro obnubila, contamina, fa perdere il senno, regala la gloria ma fa anche precipitare nell’abisso: in contrasto con la figura di Saccard Zola pone il giovane Sigismond che è  discepolo di Marx e crede fermamente in una società diversa e nel riscatto degli oppressi.
Tutto attorno questa Parigi frenetica del Secondo Impero brilla radiosa, mirabili sono le descrizioni di un’epoca e delle sue sfide, Zola è autore di pagine indimenticabili e nei suoi romanzi più complessi, come ad esempio questo, emergono il suo talento e la sua capacità di indagare nell’animo umano.
Nella folla dei molti personaggi che abitano queste pagine incontrerete una figura sinistra: è una donna goffa e corpulenta, Madame Méchain traffica in losche attività, raccatta a destra e a manca azioni di fallimenti e titoli deprezzati e li tiene in quella sua grande borsa di cuoio nero che si porta sempre appresso.
Gira con il cappello viola calcato sulla testa, sgraziata e gonfia, con la faccia rossa, Madame possiede pure un terreno sul quale sorgono delle catapecchie che affitta a dei miserabili e non si fa certo scrupolo a buttarli fuori quando questi non pagano l’affitto.
Del resto una sola cosa è importante anche per lei: il denaro.
I soldi e la ricchezza, linfa vitale della gente come Saccard:

Il denaro è il concime su cui cresce l’umanità di domani.

E tra queste miserie dello spirito, resta un interrogativo che l’autore attribuisce a Madame Caroline, questi sono i suoi pensieri mentre si appresta ad iniziare una nuova vita.
C’è una bellezza senza tempo in queste parole e forse davvero Emile Zola ha lasciato ad ognuno dei suoi lettori il compito di trovare la risposta:

“Al di là del fango, delle tante vittime travolte e schiacciate, di quell’abominevole sofferenza che ogni passo in avanti costa all’umanità, non c’è una meta oscura e lontana, qualcosa di superiore, di buono, di giusto, di definitivo, verso cui andiamo, senza saperlo e, che ci gonfia il cuore dell’ostinato bisogno di vivere e di sperare?”

L’abito di Mademoiselle

Mademoiselle era una fanciulla dall’eleganza innata, se potesse darci qualche consiglio di stile certo tutte noi la ascolteremmo con attenzione.
Non saprei dirvi come si chiamasse perché la sua fotografia è arrivata a me per uno di quei percorsi misteriosi e difficili da comprendere, sul fragile cartoncino purtroppo nessuna mano ha vergato il suo nome.
E tuttavia ecco la sua immagine, consegnata per sempre alla posterità nei giorni della sua leggiadra giovinezza: Mademoiselle ha la pelle diafana e i riccioli scuri che porta raccolti in una di quelle complicate pettinature in voga in quei suoi tempi distanti.
E il suo abito è chiuso da graziosi bottoncini, ha una bella spilla e un candido colletto di pizzo.

È parigina la nostra Mademoiselle? Io presumo di sì, il suo ritrattino proviene infatti da uno studio fotografico sito in Boulevard Bonne-Nouvelle, una scenografica e ampia strada dal toponimo così benaugurante sita nei pressi della Porta di Saint Denis.
Ed io l’ho immaginata Mademoiselle, lei è una ragazza con tutti quei sogni segreti mai rivelati, poi secondo me per certi versi le ragazze di ogni tempo hanno dei punti in comune.
Ed è così bella ed aggraziata:  ha la vita sottile, il suo vestito ha maniche ampie e a sbuffo, si notano anche dei pizzi chiari, le sue mani sono bianche e delicate, indossa anche un bracciale importante.
E che fasto l’abito di Mademoiselle!
È tutto una leggerezza di balze lievi e impalpabili, cerco di indovinarne la tinta ma non è tanto semplice: forse l’abito di lei era di un bel colore verde bosco o magari era blu come la notte o forse aveva i toni decisi del grigio antracite.

Tra tutte le ipotesi una è quasi una certezza: non credo che Mademoiselle si occupasse personalmente del suo guardaroba, lei certo non me ne vorrà di queste mie divagazioni ma io ho anche immaginato il suo stuolo di fantesche che si occupano di ogni sua necessità.
E mi pare anche logico supporre che Mademoiselle non fosse figlia unica.
Lei e le sue sorelle dispongono di un piccolo plotone di affabili cameriere e provate ad immaginare con me queste floride fanciulle, gaie e di buon carattere, hanno guance rosate e braccia energiche, provengono dalla Normandia o da certi paesi di campagna, ognuna di loro ha una precisa mansione.
Ad una è affidato il delicato compito di stirare gli abiti di Mademoiselle e ogni balza è un sospiro o forse anche un gioco di fantasia.

Così vanno le cose del mondo, cara Mademoiselle.
Ad ognuno è concessa una frazione di tempo in un’epoca che diventerà storia per coloro che verranno dopo.
E ognuno è un mistero, una sinfonia e un libro tutto da scrivere.
A volte così, con un abito sfarzoso, in un giorno di Parigi che mi piace rievocare.
Dedicato a te, Mademoiselle.

La preda

È una sera d’autunno e un calessino incede lento al Bois de Boulogne.
A bordo c’è un ragazzo di nome Maxime, ha circa vent’anni e accanto a lui siede la bella Renée con il suo abito color malva e il mantello bianco, Renée sospira e ricorda a Maxime che presto lei compirà trent’anni, quanta vita ha già veduto rispetto a lui!
Ecco così a voi la protagonista femminile di La preda, secondo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart dato alle stampe da Emile Zola nel 1871.
A vederli così affiatati non si direbbe ma l’affascinante Renée è la matrigna del ragazzo.
La giovane ha origini borghesi, con un buon patrimonio come dote ha sposato il vecchio Aristide Rougon, il padre di Maxime: senza svelarvi i dettagli della vicenda si può dire che per diverse ragioni il matrimonio è stato un affare vantaggioso per entrambi gli sposi.
Del resto Rougon è uno che non fa mai niente per niente: è un uomo d’affari, uno scaltro speculatore, uno che ama il suono tintinnante del denaro più di ogni altra cosa, è arrivato nella capitale nel tempo del Secondo Impero con l’intento di arricchirsi.

“Aristide Rougon era piombato su Parigi l’indomani del 2 Dicembre con il fiuto degli uccelli da preda che annusano anche a grande distanza i campi di battaglia.”

In città ha il supporto di suo fratello Eugène, tra le altre cose Aristide cambierà pure nome:

“Mi chiamerò Saccard, Aristide Saccard!… È un nome che sa di denaro, mi sembra di sentir contare monete da cento soldi.”

E così Saccard persegue i suoi scopi, tenendo sempre presente una cruda verità:

“Essere povero a Parigi vuol dire essere due volte povero.”

In questo scenario si consuma intanto la passione ardente che unisce Renée e Maxime, è un legame che si alimenta di frivolezze e di allegrie spensierate, cose da giovani che il vecchio Saccard non sa comprendere, lui poi ha davvero altro a cui pensare.
In questo romanzo c’è anche un’altra protagonista, come sempre Zola la narra con il talento di un fine osservatore: è la città di Parigi.
È una città che cambia con frenesia: i vecchi quartieri vengono abbattuti e ridotti in cenere e si progettano scenografici boulevards, Zola da abile regista alza il velo su questo mondo e sui suoi repentini mutamenti.
Ad approfittarne sarà il solito Saccard con il suo fiuto per gli affari:

“Lo si poteva trovare ovunque dove c’era un ostacolo da superare e sempre ne traeva qualche segreto vantaggio. Nello stesso giorno lo si poteva trovare presso i lavori dell’Arco di Trionfo, vicino a quelli del Boulevard Saint-Michel e fra gli sterri del Boulevard Malesherbes, seguito da un esercito di operai, di uscieri, di sciocchi e di bricconi.”

E nel frattempo Renée si gode sempre la sua bella vita, i ricevimenti e le mondanità: il marito le garantisce denaro, lei è premurosa e gentile con lui.
E tuttavia, è davvero questa la felicità?
E alla fine chi sarà la vera vittima?
E chi risulterà vincitore?
Zola ve lo lascia intuire pagina dopo pagina, a soccombere sono sempre coloro che non hanno armi a sufficienza per difendersi, per sopravvivere a taluni basta invece l’indifferenza.
Questo romanzo di Emile Zola è stato per lungo tempo fuori catalogo e di recente lo ha ripubblicato la Casa Editrice Clichy.
Io ne possiedo due copie entrambe risalenti al 1966 e rimediate sui mercatini: Sansoni lo pubblicò con il titolo La cuccagna, Edizioni dell’Albero usò invece il titolo La Preda e da questo volume sono tratte le citazioni qui riportate.
Rispetto ad altri più celebri romanzi di Zola questo libro ha una trama certo meno intricata, le sue pagine non sono affollate di personaggi come accade invece in altre circostanze.
Ritroveremo Saccard e le sue spregiudicatezze in un un altro romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart dal titolo Il denaro, autentico capolavoro dell’autore francese.
Lasciamo invece la giovane Renée ancora al Bois de Boulogne, ancora su un calessino, come nelle prime pagine del libro: si avvicina la sera e lei alza gli occhi verso il cielo di Parigi, nel languido scenario del suo breve destino.

Maggio 1912: una turista scozzese sulla riviera

Madame arrivò in Liguria nel tempo della dolce primavera del 1912.
Era stato un lungo viaggio prodigo di molte bellezze e la sua algida Scozia era ormai sempre più distante. Madame e il suo consorte avevano impiegato un certo tempo a giungere a destinazione, chiaramente non era un tragitto da compiersi in una sola volta e così i due avevano fatto diverse tappe.
Dapprima avevano raggiunto Parigi: quanto splendore nella capitale francese, i due sposi si erano fermati là solo per due notti, mi spiace non sapervi dire in quale hotel abbiano soggiornato ma con gli occhi della fantasia provate anche voi a immaginare Madame con il suo abito chiaro, il cappello dalla tesa ampia, l’ombrello da passeggio in una mano, percorre Rue de Rivoli e indugia sognante davanti a certe scintillanti vetrine e poi ad una certa ora osserva la luce declinare sulle acque della Senna.
Ed è ancora lungo il viaggio, la tappa successiva sarà Marsiglia e da lì poi la coppia raggiungerà la bella Bordighera e Madame troverà in quel luogo molti suoi connazionali, sono numerosi coloro che vengono a cercare le dolcezze della Riviera e il clima mite di questa zona della Liguria.
Sulla Guida Treves del 1911 la bella località del ponente ligure è definita patria delle palme e si decantano le sue molte ricchezze, è terra di datteri, olivi, aranci e limoni.

Madame rimarrà a Bordighera per una settimana e quindi il suo viaggio continuerà alla volta di Santa Margherita Ligure dove trascorrerà sette magnifici giorni al Grand Hotel Regina Elena.
E qui, con tutta la calma del caso, si prende il tempo per scrivere alcune righe ad un’amica a lei cara: è il giorno 11 Maggio del 1912.
Fate piano, osservate Madame seduta al tavolino davanti al mare blu di Liguria, in bella calligrafia scrive alla sua amica e le dice di trovarsi in a lovely place, è incantevole davvero quella parte di riviera.

Poi, con gradevolezza tutta femminile, passa a narrare il soggetto della cartolina da lei prescelta: su una spiaggia di sabbia ecco le donne di Rapallo intente a confezionare preziosi pizzi al tombolo, sono pregiate manifatture tipiche di questi luoghi.
E Madame ne è molto impressionata, scrive persino alla sua amica che è molto facile incontrare queste ricamatrici accuratamente all’opera in quel loro minuzioso lavoro.
Infine prima di congedarsi specifica che per lei è complicato lasciare un indirizzo per la corrispondenza in quanto il viaggio prevede ancora altre tappe e io per parte mia mi rammarico di non saperne di più.
Le tappe di questo viaggio sono scritte in maniera succinta sul retro della cartolina in questione che venne spedita il giorno 11 Maggio 1912.
La destinataria abitava a Glasgow, in Scozia, da questo io ho così dedotto che anche la nostra Madame fosse scozzese anche se questo non è un dato certo, in ogni caso la cartolina è scritta in inglese.
È invece sicuro che la nostra turista soggiornò al Grand Hotel Regina Elena perché sulla cartolina c’è il timbro dell’albergo.
Madame proseguì il suo viaggio e io non so nulla di più di lei, per le misteriose vie del destino la cartolina dalla lontana Scozia è finita nella mia piccola collezione e questa fortunata circostanza mi ha permesso di fantasticare su questa viaggiatrice di un altro tempo.
E così l’ho immaginata lasciare Santa Margherita con una certa nostalgia ma con animo lieve, il suo colorito è più roseo da quando ha intrapreso questo viaggio.
Un ultimo sguardo alla costa, un sorriso sereno, è giunto il tempo di partire e Madame stringe la sua valigetta: là ha riposto con cura certi preziosi pizzi al tombolo, ricordo della riviera e di un tempo felice.

Il ventre di Parigi

È un giorno qualunque alle porte di Parigi e Madame François con il suo carro se ne va al mercato parigino di Halles dove venderà le sue verdure.
Lungo il percorso incontra un uomo malconcio e vestito con abiti laceri così la buona donna impietosita dalle sue condizioni si offre di portarlo in città sul suo carro e l’uomo si accomoda tra le rape e i cavoli di Madame.
Così Florent fa il suo rientro nella capitale francese, lui è un galeotto scappato dal bagno penale nella Caienna dove era stato rinchiuso per il suo coinvolgimento nell’insurrezione del 1852, lui è la figura attorno alla quale ruotano le complesse vicende del romanzo Il ventre di Parigi, capolavoro naturalista pubblicato da Emile Zola nel 1873.
Un libro potente, magnifico ed evocativo, in queste pagine scorre vivida l’epica dei mercati di Halles, è uno straordinario dipinto dai toni accesi e vibranti del quale è protagonista il popolo di quella Parigi che Zola studiò nei gesti e nelle espressioni, ogni riga vergata da Zola cattura inesorabilmente l’attenzione del lettore.
Dunque, vi dicevo di Florent.
A Parigi, in Rue Rambuteau, ha la sua salumeria suo fratello Quenu che è sposato con la bella Lisa, una donna dalla carnagione lucente, bianca e florida.
E vedeste quel negozio!
Un tripudio di costolette, salsicce, sanguinacci, terrine, piatti e portate per ogni gusto, solo un fine osservatore come Zola poteva descrivere quel mondo in maniera tanto superba.
E sono sempre i colori e gli odori forti del mercato a riempire le pagine di questo romanzo sublime nel quale si compie il destino crudele di Florent, la passione politica finirà per metterlo ancora nei guai e accadrà sotto gli occhi di tutti.
L’uomo trova anche un impiego rispettabile come ispettore al mercato del pesce e là è tutto un turbinare di bagliori marini:

“Alla rinfusa le alghe degli abissi, là dove dorme la vita misteriosa degli oceani, avevano ceduto il loro tesoro alla rete: merluzzi, pianuzze, passere di mare, limande, pesci comuni d’un grigio e dalle macchie biancastre.”

E le pescivendole espongono le merci e l’ispettore ha delle precise sensazioni:

“S’alzava un vento umido, una pioggia minutissima, che soffiava sul viso di Florent quell’alito fresco, quel vento marino che riconosceva, amaro e salato; mentre in mezzo ai primi pesci esposti ricopriva le conchiglie rosate, i coralli sanguigni, le perle lattiginose, tutte le screziature e i pallori azzurrognoli dell’oceano.”

È arduo scegliere appena poche righe per mostrarvi il lavoro di cesello di Zola: in questo terzo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart la vita ferve e fluisce rumorosa tra i banchi del mercato dove si muove una babele di personaggi, nessuno di essi viene trascurato da Zola, di ognuno lo scrittore lascia un ritratto dai contorni ben definiti.
Ecco Mademoiselle Saget, una vecchia pettegola che gira con una sporta sotto il braccio e un cappello nero sul capo, sa tutto di tutti e sopravvive facendosi regalare ogni ben di Dio da questo o da quell’altro commerciante.
E poi c’è la Sarriette, una ragazza magnifica e a Zola basta usare poche parole per farvela conoscere:

“La Sarriette riempiva il negozio con le sue gonne stravaganti. Sorrideva a tutti, fresca come il latte, spettinata da un lato dal vento delle Halles.”

Un dipinto di bucolica bellezza ancor più avvincente nel brano in cui la Sarriette è descritta in mezzo alla sua frutta, con le labbra rosse di ribes, il fazzoletto profumato di fragole e lo sottane dense del sentore delle prugne.
E poi c’è una certa pescivendola alta, spavalda, imponente e al mercato la chiamano la bella Normanna e la oppongono così alla bella Lisa, è logico.
C’è poi il ritratto piccolo Marjolin, un trovatello rinvenuto tra i cavoli al Marché des Innocents.
Crescerà con la fruttivendola Mère Chantemesse e lei prenderà con sé anche un’altra bambina di appena pochi anni, il suo nome è Cadine.
E i due cresceranno insieme, insieme diverranno ragazzini e saranno creature selvatiche, innocenti, spontanee e vere, le pagine a loro dedicate sono per me tra le più coinvolgenti che abbia mai letto, Zola è riuscito a rendere indimenticabili questi due piccoli sventurati.
E poi Marjolin verrà su un po’ sciocco, un incidente peggiorerà pure il suo stato, mentre Cadine si mostrerà sempre furba e astuta, diverrà una bimbetta testarda e intraprenderà anche degli improvvisati commerci da ambulante, venderà limoni, cuffiette, quindi biscotti, dolci e torte, sarà scaltra nel fiutare i gendarmi per sfuggire al momento opportuno.
Come sempre nei romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart Zola presenta una delle figure che sarà poi protagonista di un successivo romanzo e tra le pagine di Il ventre di Parigi incontriamo Claude Lantier, pittore al quale Zola dedica L’opera, Claude è il figlio della sfortunata e mai scordata Gervaise Macquart, tragica eroina del romanzo L’ammazzatoio.
Nello scenario di questa Parigi si dipana la vicenda umana di Florent, intriso nel suoi ideali politici egli vede davanti ai suoi occhi tanta straripante abbondanza e per lui essa diviene il simbolo di ciò che desidera combattere, ancora come prima, con lo stesso spirito di ribellione:

“Le Halles colossali, tutta quella roba traboccante e poderosa, avevano acuito la sua crisi. Gli sembravano un animale sazio e intorpidito, una Parigi ingozzata che, crogiolandosi nel grasso, sosteneva tacitamente l’impero. … Quello era il ventre bottegaio, il ventre dell’onestà meschina. Tronfia e felice, convinta che tutto andasse per il meglio e che mai la brava gente era ingrassata in maniera così beata.”

Una dama di Parigi

Lei è una dama di Parigi, provate ad immaginarla mentre a bordo della sua carrozza attraversa le fastose ed ampie vie della capitale francese.
Forse conosce appena i romanzi di Stendhal e preferisce i giornali di moda, nei pomeriggi di sole si diletta con le passeggiate alle Tuileres, ama indossare un profumo dalle note dolci con accenti di cipria e vaniglia.
Potrebbe chiamarsi Jeanette o Blanche, Geneviève o forse Alphonsine.
Non passa certo inosservata, Madame ha una certa grazia e si distingue per il portamento elegante, in certe circostanze gli sguardi sono tutti per lei.
Ammiratori?
Oh, ne ha avuti uno stuolo, statene certi!
Ne ha infranti di cuori con quegli occhi azzurri e trasparenti come il ghiaccio e poi uno solo dei suoi pretendenti è stato il prescelto, lei ha fatto un buon matrimonio.
Ha i lineamenti regolari, i capelli lunghi e setosi, d’abitudine li porta raccolti in una lunga treccia che le incornicia il capo, per l’occasione pare che l’abbia fissata con un grande fiocco.

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Giovane, nella sua angelica bellezza, avrà vent’anni o giù di lì.
E forse vi state chiedendo se abbia mai sgranato gli occhi davanti alla magnificenza della Tour Eiffel, il simbolo della Ville Lumière verrà inaugurato nel 1889, ci sarà stata anche lei nella folla dei parigini meravigliati per quell’opera di ingegneria?
Un amico che è un vero intenditore di fotografie d’epoca mi ha detto che questa immagine dovrebbe risalire all’incirca al 1863/64 e quindi sul finire del secolo la nostra Madame non era più nel fiore degli anni.
Il tempo sfugge via, cara signora di Parigi.
Raffinata ed aggraziata, nella foto che la ritrae ha la classe di una gran dama.
La vita sottile stretta in un corpetto, l’abito sfarzoso e riccamente rifinito è realizzato con due diverse stoffe, al centro si nota una fila interminabile di bottoncini.
Stringe tra le mani l’immancabile ventaglio e porta un raffinato scialle di pizzo adagiato mollemente sulle braccia.

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Di lei non so nulla, come sempre le mie sono soltanto fantasiose supposizioni.
Il fotografo che la ritrasse aveva il suo studio in una delle vie centrali della capitale francese, in Boulevard des Italiens, non distante da Place de l’Opéra.
Lui è destinato a lasciare traccia del proprio talento, ho scoperto solo dopo aver comprato questa foto che André Adolphe Eugène Disdéri fu colui che depositò il brevetto della carte de visite, così si chiamavano quelle fotografie di piccoli dimensioni molto in voga nella seconda metà dell’Ottocento.

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Anche la nostra dama è ritratta in una carte da visite, la sua bellezza è fissata per sempre su questo cartoncino che viene dalla Francia.
Ed io non posso far altro che augurarmi che la sua vita sia stata lunga e felice, molto più di quanto io sia capace di immaginare, chiunque sia stata io credo che abbia saputo risplendere in quella frazione di tempo che fu la sua esistenza, stella luminosa di Parigi in un secolo ormai svanito.

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La Moda di Parigi in Via Cairoli

Quando si parla di moda la capitale francese di certo non ha eguali.
Chiunque sia stato a Parigi si è soffermato ad ammirare certe lussuose vetrine dove sono esposti abiti eleganti e sontuosi, giurerei che lo avete fatto anche voi!
E là, a Parigi, io ho trascorso un tempo infinito a curiosare dai bouquinistes lungo le rive della Senna.
E poi sono tornata a casa con la moda di Parigi, ho acquistato diverse stampe che ora sono appese in casa mia.
Ecco le Moniteur de la Mode, le signorine francesi certo avevano buon gusto!

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Ne ho una piccola serie e ve ne mostro soltanto un paio, ognuna di esse è un piccolo gioiello.
Capello di paglia, nastri e ombrellino da passeggio, lo stile perfetto di un’epoca distante.

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E a proposito della moda di Parigi ho scoperto sulla mia Guida Pagano del 1894 che un certo stile in quell’anno era molto apprezzato anche nella Superba.
Le immaginate le signore genovesi?
Solo a sentir nominare la Ville Lumière si saranno incuriosite, presumo che il negozio in questione fosse molto ambito, sicuramente vi si trovavano capi ricercati.
Era situato nell’elegante Via Cairoli che qui vedete da una prospettiva particolare, sono riuscita a fotografarla in questa maniera da Palazzo della Meridiana.

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E quindi, sul finire dell’Ottocento, una passeggiata in questa strada di Genova forse prevedeva una tappa obbligatoria in quel negozio.

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Qui si offriva una vastissima scelta di capi d’abbigliamento, per l’inverno si confezionavano caldi mantelli e sicuramente si prestava sempre attenzione alle ambizioni delle clienti.
Nella pubblicità del Salone di Moda mi ha colpito un dettaglio inconsueto per i nostri tempi: oltre ai vestiti per i momenti gioiosi e mondani si specifica che in questo negozio si preparano anche abiti da lutto in 24 ore.
Eh insomma, all’epoca le signore e signorine ci tenevano particolarmente ad essere eleganti anche in circostanze tristi e i sarti della casa erano a disposizione.
Grazie al cielo la vita dona anche attimi di indimenticabile serenità e allora ecco i corredi da sposa, i mantelli da ballo e gli abiti per le serate a teatro.

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E dal nome del negozio noterete che i proprietari dovevano essere proprio francesi, quindi sicuramente se ne intendevano e avranno fatto del loro meglio per accontentare l’esigente clientela genovese nel loro salone di moda che immagino arredato con mobili di pregio e comode poltroncine.

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Un luogo raffinato ed accogliente nella centralissima Via Cairoli.
Tra sete e velluti, nastri e pizzi, la moda di Parigi nel cuore di Genova.

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Bottaro, la Vetreria Artistica di Piazza delle Scuole Pie

Questa è una bellissima vicenda genovese, una storia che ci porta in una piazzetta raccolta dei caruggi, Piazza delle Scuole Pie.

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Qui ha la sua sede una bottega dalla storia molto antica: la Vetreria Artistica Bottaro.

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Cosa si cela dietro a questo affascinante vetro?

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Innanzi tutto una storia che risale a molto tempo fa e inizia in questo modo: c’era una volta un sarto.
Come un sarto, direte voi?
Proprio così, correva l’anno 1850 e a Genova aveva la sua bottega un certo Giuseppe Bottaro, lui confezionava lussuosi abiti per le dame della città, nel suo negozio c’erano nastri, velluti e preziosi damaschi.
Naturalmente per stare al passo con i tempi bisogna seguire i dettami della moda, così Giuseppe ebbe un’idea geniale: nel 1885 mandò suo figlio Angelo Edoardo a Parigi, nella Ville Lumière il giovane avrebbe potuto trarre nuove ispirazioni dai raffinati modelli francesi.
Angelo Edoardo, appena ventenne, rimase tuttavia affascinato da ben altro: si innamorò delle variopinte vetrate delle chiese della capitale francese.
E così, tornato a Genova, decise che quello era il suo destino e realizzò il suo sogno divenendo uno stimato vetraio di talento.

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Angelo Edoardo Bottaro

Aprì così la sua bottega in un vicolo ormai scomparso, nell’intrico di caruggi dell’antica Piccapietra.

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Là , in quel Vico dei Tintori che noi non possiamo più percorrere, possiamo solo ammirarlo nelle antiche immagini che lo ritraggono.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

L’impresa di famiglia continuò la sua avventura con successo e passò nelle mani di Enrico, figlio di Angelo Edoardo.

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Ed egli raffinò ancor meglio la sua arte, frequentò l’Accademia delle Belle Arti e divenne disegnatore.

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Enrico Bottaro

Dai suoi albori questa bottega ha cambiato sede diverse volte: da Vico dei Tintori venne spostata nella zona di Piazza Marsala, poi fu trasferita in Piazza della Stampa, dal 1937 si trova nella sua attuale collocazione, in Piazza delle Scuole Pie, in un fondo antico con i soffitti a volta.

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E cosa potete trovare in un’antica vetreria?
Ci sono attrezzi costruiti dalle abili mani dei predecessori, sono questi due oggetti per me misteriosi: la pistola per smerigliare e la squadra per centrare il vetro, procedimento che mi è stato mostrato e che mi ha lasciata stupefatta.

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E poi ecco altri attrezzi come le rotelle diamantate.
Notate i manici, uno è di legno e uno è di avorio, sono proprio oggetti di un altro tempo.

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E ancora, le rotelle in acciaio temprato.

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Una di esse si apre ed ecco un piccolo cacciavite e le rotelle di ricambio.

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E poi squadre, compassi, oggetti di ogni genere tramandati di padre in figlio.

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Ecco un vetro dal disegno ottocentesco.

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E la tradizione continua, portata avanti con passione dall’ultima generazione di Bottaro, a raccontarmi con pazienza le storie di famiglia è stato Marco che ha seguito le orme del padre Ermanno e  dagli anni ’80 si dedica con autentico amore alla sua vetreria.

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E quali meraviglie ci sono in un negozio così?
Ci sono delle antiche sagome, ricordano la tecnica della stencil, si notano fiori, stemmi e decorazioni di diverso tipo.

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Ci sono i progetti, dietro ad ognuno c’è il nome del destinatario, questa vetrata era destinata a una casa di Milano, chissà se c’è ancora!

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E fiocchi, nastri e tinte delicate.

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E una vetrata antica, in puro stile Liberty, una vera bellezza.

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E ancora un disegno, questo è particolare per una precisa ragione: osservate bene i dettagli.

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Al centro, come vedete, c’è un decoro a fiori, forse il destinatario non era del tutto convinto di questo disegno e infatti gli venne proposta un’alternativa.

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Voltate il foglio e in quello stesso punto vedrete un pappagallo, osservando il progetto in controluce si può ammirare anche questa versione in tutta la sua completezza.
Ingegnoso, vero?

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E poi ancora, Marco ha estratto uno specchio.
Perdonate la cattiva qualità dell’immagine ma non ho saputo far di meglio e tuttavia ci tengo a mostrarvelo.
Sotto a questo specchio è stata riportata una fotografia che ritrae Enrico Bottaro a 4 anni nel 1900, questo lavoro risale a quell’anno ed è stato realizzato dal padre Angelo Edoardo.
Marco non sa quale tecnica sia stata usata, di preciso si sa che questo specchio è nato dall’ingegno di un grande artigiano.

Bottaro (16)

E poi ancora immagini che provengono dal passato recente, gli zii in laboratorio e con loro un giovane apprendista.

Bottaro (22)

Bottaro (23)

E poi? Che altro c’è in un’antica vetreria genovese?

Bottaro (24)

C’è la storia della città e delle sue industrie, ci sono tracce tangibili del nostro passato.

Bottaro (25)

E c’è un’arte che continua, portata avanti con grande dedizione, questo vetro è della nostra epoca realizzato da Paola Bottaro, la sorella di Marco.

Bottaro (26)

Un continuo viaggio nel tempo, dal passato riemerge una prova di esame sostenuta da un aspirante legatore di vetrate.

Bottaro (27)

E ancora ecco i vetri smerigliati.

Bottaro (28)

E dall’intrigante passato di una bottega storica emergono queste mascherine, inutile dirvi che sono molto antiche e sono state fatte a mano, Marco mi ha spiegato il procedimento per realizzarle, una tecnica raffinata e davvero complessa.

Bottaro (29)

Ce ne sono tante e rappresentano l’armonia di un’arte semplicemente affascinante.

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Ai giorni nostri la Vetreria Artistica Bottaro ancora si occupa di produzione e restauro di vetrate artistiche, ma anche di riparazioni del vetro, di vetrine, di specchi e cristalli di ogni genere.
Ringrazio Marco per tutto il tempo che mi ha dedicato, la visita nella sua bottega è stata uno splendido viaggio nel tempo.

Bottaro 35

E mentre ero nel suo negozio, intenta a fotografare e a guardarmi intorno, ho assistito a un continuo andirivieni di clienti.
E mi è parso che molti di loro portassero a riparare oggetti cari venati da malaugurati incidenti: cose di casa alle quali si è affezionati, dolci ricordi fragili come il vetro.

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Troveranno una nuova vita e nuovo splendore nella bottega dei caruggi dove si celano tutti i segreti di una meravigliosa arte, nella Vetreria Artistica della famiglia Bottaro.

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Jeanne du Barry, ascesa e caduta di una favorita

Una figlia del popolo, un fiore pronto a sbocciare alla corte di Francia.
Jeanne du Barry, ascesa e caduta di una favorita, è il libro che narra le avventurose vicende dell’ultima amante di Luigi XV.
La biografia di André Castelot, storico e stimato studioso, restituisce un ritratto vivido e vivace di un mondo e vi condurrà proprio là, nello scintillio della Reggia di Versailles con le sue dolci e ingannevoli seduzioni.
Chi è Jeanne Bécu, colei che un giorno diverrà Contessa per volere del re?
Intelligente e astuta, Jeanne è conscia della propria venustà, ha ammalianti occhi violetti, le fossette, è un petalo di rosa nel latte, qui potete ammirarla in un celebre dipinto.
Da principio lavora in un negozio di moda poi sul suo cammino incontrerà un certo Jean du Barry noto come lo scaltro, basta per capire di cosa sarebbe capace costui?
Fa girar la testa agli uomini la bella Jeanne, ben presto praticherà il mestiere più vecchio del mondo.
E’ ammaliante e bionda, frizzante e al contempo angelica come una creatura di Fragonard.
E uno sguardo si posa su di lei, è lo sguardo del destino, quello del Bien-Aimé, il Beneamato, così veniva definito Luigi XV.
E per comprendere quanto lei lo avesse stregato basta un breve aneddoto che riporto dal libro, a chi gli chiedeva come mai quella ragazza lo turbasse così tanto il sovrano rispose:

“…è la sola donna di Francia che abbia trovato il segreto di farmi dimenticare che ho sessant’anni.”

Jeanne di anni ne ha 25, a Versailles verrà osteggiata in primo luogo dalla Delfina Maria Antonietta, colei che è destinata a sposare Luigi XVI, successore di Luigi XV.

Versailles

Versailles

Ah, la futura Regina ancora sedicenne si rifiuta di parlare alla favorita, ci vorrà del bello e del buono per convincerla.
Sua madre, l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, la rimbrotta: Maria Antonietta deve compiacere il Re e mettere da parte il suo orgoglio.
La Delfina è costretta a cedere e  davanti a tutti i cortigiani che affollano la reggia dirà queste poche parole alla favorita: c’è molta gente oggi a Versailles.
Non le parlerà mai più, per il resto della sua vita.
L’esistenza di Jeanne si snoda tra luci e ombre, scintillano le sue pietre preziose, gli innumerevoli diamanti e le ametiste con cui si adorna i capelli.
E poi lei ha questo vezzo di togliersi gli anni, con il tempo prenderà l’abitudine di mentire sulla sua vera età.
E infine, ad oscurare il suo splendore, sopraggiungerà la malattia del Re.
E’ l’inizio della caduta di lei, Luigi allontana Jeanne da corte, cerca così di purificarsi dei suoi peccati terreni.
Il vaiolo uccide il monarca, Jeanne inizia la sua discesa a precipizio verso la disfatta.
Non vi svelerò troppi dettagli, il libro di Castelot è una lettura avvincente, scritta con mirabile competenza, a volte ha il ritmo di un romanzo, è il romanzo di una vita, tra le luci di Versailles e il fragore assordante della rivoluzione.
E attorno alla Contessa du Barry dame e cortigiani, tipi sinistri e approfittatori, rivoluzionari e figure che paiono uscite dalla penna di un scrittore dalla fervida fantasia.
E’ così la storia, spesso è più intricata dell’immaginazione.
E così il destino, crudele e beffardo: Maria Antonietta detestava Jeanne, entrambe finirono i loro giorni sulla ghigliottina.
Le pagine che narrano il processo, la prigionia e la condanna di Jeanne suscitano pena e commozione, la sua fine è angosciosa e straziante.
E negli ultimi istanti della sua esistenza lei piange e urla, si dice che sia stata la sola a disperarsi e a supplicare i suoi aguzzini di aver salva la vita.
La folla intorno la deride e lei, sulla carretta che la conduce al patibolo, resta saldamente avvinta alla panca, i suoi carcerieri devono tirarla via con la forza.
E’ il 1793, ha 50 anni e ha una nazione intera contro di lei, là, davanti alla ghigliottina, implora ancora il suo boia.
Ancora, con la forza che le resta.
Nella furia della rivoluzione cade anche lei, l’ambiziosa e caparbia Contessa, bella e delicata come un petalo di rosa nel latte.

Versailles (2)

Versailles

Montesquieu, un viaggiatore francese a Genova

Le impressioni di viaggio non sempre tramandano un ritratto positivo dei posti che si sono veduti, un celebre visitatore non amò affatto trovarsi per le strade della Superba e incontrare i suoi abitanti.
Filosofo e pensatore, Montesquieu giunge a Genova nel novembre del 1728, le memorie di quei giorni trascorsi nella mia città si trovano tra le pagine di  Viaggio in Italia.
Il nostro autore concede meritati elogi a certe bellezze cittadine, descrive il porto e la conformazione ad arco della città davanti al suo mare.
Da turista d’eccezione anch’egli si avventura alla scoperta dei luoghi noti per la loro unicità e se ne va a passeggio nel giardino dei Principi Doria.
Che fascino la fontana con la statua di Nettuno, Montesquieu scrive che sarebbe degna dei giardini di Versailles!

Palazzo Del Principe (11)

E ha ragione, io vorrei tanto sapere cosa ne direbbe della Sopraelevata ma questa è una personale curiosità che resterà insoddisfatta, ahimé!

Villa del Principe (2)

E poi varca i portoni delle chiese, visita Santo Stefano e San Siro, di quest’ultima non apprezza i soffitti affrescati, resta invece ammaliato dalla Chiesa della Nunziata, con i suoi ori lucenti e le opere d’arte che adornano le cappelle.

La Nunziata

E certo non si fa mancare una passeggiata tra gli splendori di Strada Nuova, nota che vi sono magnifici palazzi.

Via Garibaldi

E allora? Per quale ragione Genova è così sgradita al nostro viaggiatore?
E’ presto detto, a quanto scrive sembra che Montesquieu abbia proprio in antipatia i genovesi e il loro stile di vita, ecco il succo della questione!
Genovesi, popolo di mercanti, così scrive il nostro autore.
Tutti hanno fondi in San Giorgio, persino il Doge ha i suoi commerci, quelli che contano possiedono dimore sontuose ma in realtà i primi tre piani vengono utilizzati per ammassare le mercanzie.
Provate a varcare quei portoni, resterete sorpresi:

“Non c’è niente di più bugiardo dei loro palazzi: di fuori una casa superba, e dentro una vecchia serva che fila.”

Via Garibaldi

Poca servitù in questi palazzi, una cosa da non credere!
Genovesi, gente attaccata ai soldi.
Ricevere un invito a cena da queste parti?
Figurarsi, quelli di Genova non ci pensano proprio, chiosa Montesquieu!
L’autore non si trova affatto a suo agio tra i miei concittadini, li definisce chiaramente avari e pure poco socievoli.
E non ha parole di riguardo neanche per le gentildonne di Genova, costoro osano persino mettersi al pari delle dame di Francia, secondo Montesquieu non ne hanno il garbo e neppure lo stile.
Il celebre visitatore fa pure peculiari esperienze, gli accade di ritrovarsi nella dimora del Doge nel giorno in cui a Genova si mettono in mostra certi prigionieri turchi catturati per mare da coloro che solcano le onde sulle galee.
E tutta la città accorre ad assistere a quel trionfo, il nostro rischia di restare schiacciato dalla folla di gente sopravvenuta in occasione dell’evento.

Palazzo Ducale (2)

Palazzo Ducale

Montesquieu vedrà anche Savona e Finale, si recherà via mare a Porto Venere, del resto non c’era altro modo di raggiungere la località.
Che viaggio!
Il mare mosso lo costringe a una tappa a Portofino, il poveretto ha lo stomaco sottosopra però si consola con un gustoso pasto a base di triglie e olio profumato, il tutto annaffiato da un buon vino della Riviera.
E meno male che almeno ha apprezzato la cucina ligure, lasciatemelo dire!
Il viaggio verso Porto Venere continuerà non senza difficoltà, c’è pure il rischio di lasciarci le penne!

Porto Venere

Su Genova e sui suoi abitanti Montesquieu non cambierà idea.
In una sua lettera scriverà di essersi annoiato a morte e di non aver tratto nessun piacere da questo viaggio.
E non è finita, sua è una poesia dal titolo Adieu à Gênes.
E il primo aggettivo che riserva alla mia città è détestable, seguono poi altri versi carichi di acrimonia verso i nobili e i borghesi, con note di disprezzo verso una maniera di vivere per lui intollerabile, incentrata su una congenita avarizia.
Genovesi, gente sgradita a Montesquieu.
Eppure certe sue parole potremmo leggerle quasi come elogi, descrivono il nostro attaccamento alla nostra terra, il nostro senso di appartenenza e di identità, narrano un’inclinazione che a volte può rappresentare un limite e un difetto incorreggibile, in altri casi invece può essere una virtù preziosa e un’arma vincente.

Genovesi, gente così:

“C’è ancora una cosa, che i Genovesi non si raffinano in nessun modo: sono pietre massicce che non si lasciano tagliare.
Quelli che sono stati inviati nelle corti straniere, ne son tornati Genovesi come prima.”

Montesquieu, Viaggio in Italia

Galata Museo del Mare

Galata Museo del Mare