Antonio Burlando: uno dei Mille di Marsala

La fierezza, il coraggio e un nome da ricordare: Antonio Burlando, nato a Genova il 2 Dicembre 1823, nella sua città lasciò le cose del mondo il 23 Novembre 1895.
Protagonista delle battaglie risorgimentali il suo nome risplende tra quelli di coloro che fecero l’Italia, la sua figura si staglia eroica all’ombra degli alberi del Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno dove egli riposa effigiato nei tratti dal valente scultore Demetrio Paernio.

Le parole poi, a volte, narrano di noi la nostra essenza e ciò che siamo stati.
Le parole delineano le azioni, la volontà, il segno che abbiamo lasciato nel mondo.

Per Antonio Burlando le scrisse Anton Giulio Barrili che compose il testo della lapide esaltando le gesta di lui e il suo contributo alla causa garibaldina.
E così si legge: Antonio Burlando uno dei Mille di Marsala.
Solo a leggere quella semplice frase ti accorgi che quelle parole racchiudono un intero credo e svelano il senso di appartenenza ad una schiera di intrepidi sodali uniti da una causa comune.
Uno dei Mille di Marsala, uno di loro.
Uno che combatté per la nostra bandiera e per la nostra Italia unita.
Uno che guidò i suoi compagni alla battaglia.
E solo a leggere quella frase ti pare di vederli tutti vicini quei giovani che salpano con il vento in faccia e lasciano lo scoglio di Quarto, tra di loro c’è anche lui: Antonio Burlando, uno dei Mille di Marsala.

Burlando era membro della Società del Tiro a Segno e apparteneva al Corpo dei Carabinieri Genovesi, un gruppo di valorosi così narrati dalla penna di Giulio Cesare Abba nel suo volume Storia dei Mille:

“Ora ecco i Carabinieri genovesi, quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo, mazziniani ardenti, armati di carabine loro proprie, esercitati nel tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s’era già fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante. “

Egli fu nelle file dei garibaldini tra i Cacciatori delle Alpi nella guerra del 1859, così luccica la sua spada sotto il sole che filtra tra gli rami fitti di Staglieno.

Se poi vi recherete a visitare il Museo del Risorgimento e Istituto Mazziniano tra i molti cimeli appartenuti agli eroi di quel tempo glorioso troverete anche la divisa del Colonnello Antonio Burlando, sulla stoffa rossa sono appuntate otto diverse medaglie.
C’è anche la sua carabina e su di essa è fissato un foglio scritto dallo stesso Burlando dove egli dichiara che l’arma gli era stata donata da Felice Orsini, Burlando la usò nelle campagne del 1859 e 1860.

L’eroico genovese riportò una ferita ad una gamba durante la battaglia di Calatafimi, da ardente patriota seguì ancora Garibaldi nel 1866 e nel 1870, in seguito fu consigliere comunale della città per la lista democratica.
E quelle medaglie fieramente appuntate sulla sua giacca rossa sono fedelmente riprodotte anche nel busto collocato a Villetta Di Negro.

E ancora sono ricordate le gesta del prode colonnello.

Ritto, nella sua sua fiera postura così è ritratto l’eroe di numerose battaglie nel monumento forgiato in sua memoria.

Il suo è un nome da onorare, lui era Antonio Burlando: uno dei Mille di Marsala.

Un bambino di nome Giuseppe Mazzini

I protagonisti della storia hanno lasciato ai posteri tracce leggibili della loro esistenza, di loro conosciamo scritti, azioni e vicende.
Più arduo è poter scoprire i risvolti della vita privata, le attitudini e le inclinazioni, il ricordo di questi aspetti è affidato ai biografi e a coloro che hanno saputo tramandarci una grande quantità di informazioni interessanti.
Io oggi voglio raccontarvi di un bambino nato in questa nostra Genova: il suo nome è Giuseppe Mazzini e dei suoi giorni d’infanzia scrive dettagliatamente la sua cara amica Jessie White Mario nel volume Della vita di Giuseppe Mazzini.
Giuseppe è un bimbetto di corporatura fragile e così per i primi tre anni della sua vita la mamma lo tiene amorevolmente sempre vicino a sé.
È un tipo curioso, ha un’intelligenza pronta e vivace e mentre certi maestri privati impartiscono lezioni alle sue sorelle Giuseppe se ne sta nella stanza vicina e riesce ad imparare autonomamente a leggere solo sentendo da lontano quegli insegnamenti.
In casa tutti lo chiamano Pippo, è un piccino vivace, ha una risata allegra e gioiosa, fa sempre scherzi alle sorelle e si diletta ad imitare le persone che passano per casa.
Ama intensamente che qualcuno gli legga le favole e ne vuole ascoltare sempre di nuove, se per caso gli viene ripetuta una storia che già conosce lui corregge prontamente le eventuali imprecisioni.
Pippo ha una fibra delicata ma anche un carattere fiero e tenace, vuole solo essere come tutti gli altri bambini e ha la particolare stravaganza di non voler indossare abiti colorati.
Si distingue però per alcune sue caratteristiche, come ben spiega Jessie White Mario:

“Ma la precocità del suo ingegno era piuttosto unica che rara. Il padre aveva chiamato per precettore un buon prete, amico della famiglia; e Don Alberto dichiarò francamente che Pippo in fatto di storia e di letteratura ne sapeva più di lui, e si limitò a insegnargli specialmente il latino.”

Giuseppe Mazzini
Opera di Santo Saccomanno – Palazzo Tursi

Non ama l’esercizio fisico ma con diligenza accompagna suo papà nelle sue passeggiate, il piccolo Mazzini è uno scolaro giudizioso, legge con passione i libri di storia e parla benissimo in francese.
Nel suo volume Jessie White Mario riporta anche una notizia a proposito della prontezza d’ingegno del futuro patriota.
La madre Maria Drago, per aver consigli su quale migliore didattica adottare con quel suo figlio così intelligente, decise di scrivere a un suo cugino all’epoca Colonnello di Artiglieria e questi inviò la sua risposta in una lettera molto esaustiva e articolata.
Alcune frasi di questa lettera son stampate in grassetto, il Colonnello così parla del piccolo Pippo:

“È una stella di prima grandezza che sorge brillante di una luce per essere ammirata un giorno dalla colta Europa.”

E molte sono le doti del bambino, egli infatti dimostra di avere:

…doni straordinari che gli ha compartito la natura prodiga.
Sorprendente, tenacissima memoria, talento straordinario e genio senza limiti d’apprendere.
Avendo, infine, una volontà indistruggibile per lo studio…”

La lettera è lunga ed è datata 12 Agosto 1812.
A quell’epoca Giuseppe Mazzini aveva appena sette anni e mezzo, lo si constata con autentico stupore.
Jessie White Mario narrò nei dettagli la travagliata esistenza del patriota genovese a lei molto caro: egli morì il 10 Marzo 1872 e in occasione di questa ricorrenza ho voluto così ricordare quei giorni in cui egli era solo il piccolo Pippo.

Le feste genovesi del 1842 per le nozze reali: balli a Corte, solennità religiose e feste in mare

Continua il mio racconto dei festeggiamenti tenuti a Genova nel 1842 per le nozze del principe ereditario Vittorio Emanuele con Maria Adelaide d’Austria, come scrissi nella prima parte le notizie sono tratte da un mio libro dal titolo Le feste genovesi del Giugno MDCCCXLII edito nel 1842 dalla Stamperia Casamara di Genova.
Ed entriamo anche noi, in punta di piedi, a Palazzo Reale.

“La sera del 21 gli Appartamenti Reali risuonavano di dolcissima armonia ed un numero elettissimo di Dame e Cavalieri vi si radunavano per speciale invito.”

La festa da ballo ebbe inizio alle otto e mezza di sera e si protrasse fino alle tre di notte, tra danze e balli i blasonati genovesi poterono allietarsi in presenza della famiglia reale, fu per tutti un evento da ricordare.

Galleria degli Specchi
Palazzo Reale di Genova

Come già era accaduto la sera del 20 giugno anche il 23 la città fu di nuovo sfarzosamente illuminata e in questa circostanza vi fu un cittadino che diede il suo contributo a rendere ancora più radiosa la Superba: si trattava del Signor Giuseppe Rocca, un negoziante che aveva un palazzo di villeggiatura sulla collina di San Rocco sopra Principe, tutta la sua proprietà luccicò di fiammelle e di chiare luminarie in uno spettacolo di bellezza incomparabile.
E venne infine il 24 Giugno, giorno della solennità di San Giovanni Battista e la cattedrale di Genova fu riccamente decorata, alle pareti e alle colonne furono sistemati damaschi rossi, frange d’oro e festoni di seta, le fiammelle dei ceri ardevano nei lampadari di cristallo.
I reali entrarono in Duomo alle ore 11 seguiti da un lungo corteo e si accomodarono nel padiglione ornato di velluti e ori.

Dopo la funzione religiosa, la famiglia reale si apprestò quindi a venerare le reliquie di San Giovanni Battista nella cappella a lui dedicata e come da tradizione nel pomeriggio lo stipo con le ceneri del santo venne portato in processione per le vie della città vecchia.

Si giunse poi al Domenica 26 Giugno e in quel giorno con gran concorso di popolo si tenne la grandiosa festa in mare.
La gente si assiepò in ogni luogo possibile, sui ponti della Mercanzia e degli Spinola e sulle mura prospicienti sul porto, alcuni più fortunati furono invitati nelle logge del Giardino dei Doria e da qui si godeva di una vista magnifica.

La folla raggiunse anche le alture, da San Teodoro al Castellaccio, fino a San Benigno ognuno cercò il luogo migliore per assistere a questo spettacolo straordinario.
Quando piano il sole iniziò a tramontare un colpo di cannone diede il via alla regata.
A due miglia dal porto erano fermi sei battelli: erano bianchi con una riga rossa sul fianco, ognuno era condotto da sei marinai abbigliati con candidi pantaloni chiusi in vita da una cintura rossa.
Al segno convenuto i remi presero a fendere l’acqua, il battello più veloce si aggiudicò così in premo una bandiera.
Con solennità si annunciò l’arrivo dei reali che giunsero al Ponte Reale finemente adornato con vasi di aranci e ghirlande di fiori.

Le altezze reali si accomodarono così sul Bucintoro, un naviglio che a poppa aveva forma di conchiglia e a prora aveva invece le sembianze di magnifico cigno, sopra vi era un padiglione con sorvolanti farfalle.
Il naviglio prese il largo e presto raggiunse l’Isola Galleggiante che si trovava in mezzo al porto, su di essa eraa stato allestito un tempio con 14 colonne e capitelli corinzi, con molte decorazioni sfarzose e ai lati due statue della fama ad altezza naturale.
C’erano anche le statue della Speranza, del Commercio, dell’Astronomia e della Liguria, con varie iscrizioni in onore dei reali.
Il tempio era tutto illuminato e circondato da un idilliaco giardino all’inglese impreziosito da agrumi tipici della Liguria, da due fontane zampillava fresca acqua dolce.

I Reali salirono quindi nel tempio e ad un tratto si vide la Lanterna ricoperta di luci e mentre tutti ammiravano il Faro della Superba così radioso la città intera prese a risplendere, luccicavano le mura, le torri e i palazzi, brillavano i moli e tutti i grandiosi edifici della città, dall’Albergo dei Poveri fino alla grande Cupola della Basilica di Carignano.
Il cielo si illuminò con i colori dei fuochi d’artificio, sotto gli occhi ammirati di tutti alti si levarono venti palloni aereostatici.
E ancora luci d’oro, azzurre e rosse percorsero il cielo in uno spettacolo magnifico e straordinario per la gioia del re e del popolo tutto.
Il sovrano a una certa ora si ritirò a Palazzo Reale e per raggiungerlo ancora percorse strade riccamente illuminate, mentre sull’Isola galleggiante ancora si ballava e si suonavano motivi militari, si festeggiò a lungo a bordo dei molti navigli che si trovavano nelle acque del porto.

Nei giorni a seguire si tennero poi altre celebrazioni, in onore delle Auguste Nozze furono composti carmi e componimenti che vennero presentati a Palazzo Tursi, si tenne anche un saggio di scherma nel quale diedero mostra del loro talento quattro giovinetti.
Vi fu anche un benefattore che volle rimanere anonimo e che organizzò il 29 giugno nel giardino dei Principi Doria una festa di beneficenza i cui proventi andarono agli Asili d’Infanzia.
E tra il fiori e le piante odorose giunsero i molti invitati, alla festa intervennero danzatori che si esibirono in danze moresche e un abile giocoliere, la serata fu poi allietata ancora dallo spettacolo dei palloni aereostatici e dai fuochi artificiali, anche questa fu una serata di danze e grandiosi divertimenti.
Così si svolsero quelle giornate di festa e prima di lasciare Genova Carlo Alberto e la Regina ricevettero nella sera del 30 Giugno nelle sale di Palazzo Reale un numero di fortunati prescelti.
Accadde in un altro tempo e tutto ciò che è descritto è persino difficile da immaginare, certo rimase negli occhi e nei ricordi di coloro che parteciparono ai festeggiamenti per le nozze di Vittorio Emanuele e Maria Adelaide d’Austria.

Carlo Alberto di Savoia – dettaglio
Palazzo Reale di Genova

Le feste genovesi del 1842 per le nozze reali: spettacoli ed illuminazioni

Questa è una storia lontana e forse potrebbe iniziare proprio con certe fatidiche parole note a tutti voi: c’era un volta un re.
C’era una volta un re e il suo nome era Carlo Alberto di Savoia, sovrano del Regno di Sardegna: egli in occasione delle nozze di suo figlio Vittorio Emanuele avvenute nel 1842 volle predisporre grandiosi festeggiamenti nella città di Genova.
Il racconto di quelle giornate è contenuto in un libretto che acquistai anni fa su una bancarella e così si intitola: Le feste genovesi del Giugno MDCCCXLII edito nel 1842 dalla Stamperia Casamara di Genova, mi duole soltanto che sia ignoto l’autore ma comunque da qui lo ringrazio.
Alcune delle immagini che corredano questo articolo sono state scattate a Palazzo Reale, in particolare in occasione della mostra Il Re Nuovo – Carlo Alberto nel Palazzo Reale di Genova e risalente al 2018.

Palazzo Reale di Genova

E allora andiamo a incominciare e balziamo così nel 1842 al tempo delle nozze del principe ereditario Vittorio Emanuele con Maria Adelaide d’Austria.
Sono anni tempestosi, divampa potente la fiamma delle rivolte carbonare: ne è guida e faro illuminante il nostro Giuseppe Mazzini che nel 1831 fonda a Marsiglia la Giovine Italia, nel 1833 morirà in tragiche circostanze il suo più caro amico, quel Jacopo Ruffini che si trovava rinchiuso nella Torre Grimaldina.
E all’epoca delle regali nozze del futuro sovrano Giuseppe Mazzini è in esilio da diverso tempo ed è ormai fisicamente lontano dalla sua Genova.
Proprio qui, nella città che diede i natali al più celebre patriota, si festeggiano le nozze di colui che pochi anni dopo diverrà il sovrano più odiato dai genovesi, occorre non dimenticare che Vittorio Emanuele II, ultimo re di Sardegna e primo re d’Italia, fu colui che comandò il Sacco di Genova nel 1849: in quell’anno i Bersaglieri del Generale La Marmora trucidarono senza pietà i cittadini della Superba e perpetrarono violenze e abusi sulla popolazione inerme.
In questo 1842, tuttavia, come già detto, ancora regna suo padre Carlo Alberto e il Palazzo di Via Balbi è la dimora genovese dei Savoia, proprio in occasione di queste nozze l’appartamento dei Principi ereditari verrà arricchito e finemente arredato.
Così recita il mio volumetto a proposito dei festeggiamenti di Genova:

Indi a poco la Maestà del Re Carlo Alberto volle che l’Augusta sua nuora non ritardasse a veder la miglior gemma della sua Corona di Liguria.

Carlo Alberto di Savoia
Palazzo Reale di Genova

La notizia venne accolta con entusiasmo, le autorità cittadine subito presero a organizzare il fausto evento con certosina attenzione.
Ed ecco giungere così il 4 Giugno: una moltitudine di gente festante accorre a salutare il corteo reale, le persone si affollano dalla Porta della Lanterna e lungo le vie che saranno percorse dai reali.
E allora come adesso si osserva lo spettacolo con un certo interesse e in particolare:

… ogni sguardo cercava tosto la Giovinetta Sposa, che cortese quanto vaga di forme rispondea in atto gentile alla curiosità del popolo che attentamente guardandola le prestava il primo omaggio.”

Palazzo Reale di Genova

Erano presenti tutte le autorità cittadine, i festeggiamenti durarono fino al principio di luglio.
Domenica 6 Giugno il Teatro Carlo Felice fu magnificamente illuminato: qui si tenne uno spettacolo dal titolo La Felicità scritto da Felice Romani su musiche di Federico Ricci.
Ed ecco giungere i Reali nella loggia del teatro, li accoglie uno scroscio di calorosi applausi.
Si alza il sipario e sulla scena c’è una fanciulla che porta una corona di gemme: lei è la cantante Fanny Goldberg e così interpreta la Liguria, graziosamente seduta in una grotta di coralli e conchiglie mentre attorno a lei danzano le ninfe marine e i Geni delle Scienze, dell’Industria, delle Arti e del Commercio le porgono omaggio con corone di alloro e di ulivo.

Per celebrare le regali personalità a Palazzo Ducale si tiene anche un Gran Ballo, il mio volumetto parla di ben 3000 invitati, io non saprei dirvi se sia un numero veritiero perché mi sembra una cifra eccessiva.
Un’orchestra di 100 elementi allieta la serata, drappi di seta rossa velano le finestre e poi il salone così risplende illuminato da:

“una quantità sterminata d’accesi doppieri parte adunati in lumiere di cristallo sospese alla volta, parte nel circuito delle svariate pareti.”

Anche al teatro del Falcone, annesso a Palazzo Reale, si tenne un altro grandioso spettacolo al quale intervenne il fior fiore della nobiltà.

Palazzo Reale di Genova

La bella Genova fu resa ancor più radiosa dalla magnifica e indimenticabile illuminazione delle sue strade, la descrizione di quel che si vide nel giorno 20 giugno occupa molte pagine e restituisce l’immagine di una città davvero sfavillante.
Ed ecco che da Palazzo Reale esce il corteo reale: Re Carlo Alberto è accompagnato dal Sindaco e dal Governatore, lo seguono i suoi figli e su un cocchio la sua consorte siede accanto alla nuora, seguono ancora alcune Dame e pochi Cavalieri.
E si scende per Strada Balbi splendente di luci, le torce illuminano i palazzi dei Balbi, dei Durazzo e dei Cattaneo.
In Piazza della Nunziata ancora si gode di una fantasmagoria di luci, alcuni edifici sono adornati da luminarie colorate.
File infinite di torce di cera rischiarano Via Nuovissima e Strada Nuova, le attuali Via Cairoli e Via Garibaldi, su molti edifici si mostrano greche ed iscrizioni in onore degli sposi.
A Palazzo Tursi si ammirano decorazioni straordinarie fatte con palloncini di diversi colori e contententi un lume.

E così è tutta la città, rischiarata da tremule fiammelle: luccicano la Villetta del Marchese Di Negro e la dimora di Raffaele De Ferrari, magnificamente illuminati sono il Carlo Felice e il Palazzo dell’Accademia.
In Piazza Nuova, attuale Piazza Matteotti, svetta un obelisco: è una Colonna Traiana con gradinata e capitello corinzio con l’Aquila Regia e un motto latino in onore dei sovrani.

Aquile con stemma sabaudo
Palazzo Reale di Genova

Brilla di vetri bianchi e azzurri Via San Lorenzo e si scende giù, fino al mare, pare persino difficile immaginare certe ricche decorazioni, è uno spettacolo ricco e ridondante.
In Piazza Caricamento infatti:

“Fiancheggiavano l’estesa pianura arbusti di pini a’ cui rami eran sospesi gruppi di lumi variopinti.
In faccia al Ponte degli Spinoli sorgeva un monumento in colorita tela a Cristoforo Colombo.”

E ancora, la Darsena è ornata di trofei, figure e bandiere.
Piazza Acquaverde è rischiarata da festoni e lampadari posti in semicerchio, su una gradinata è posta una grandiosa piramide con un’epigrafe in latino.
L’autore del mio libretto ci tiene a specificare che non solo i nobili e i ricchi parteciparono con gioia, ma anche i più umili rappresentanti del popolo si unirono ai festeggiamenti e anche questo chissà se corrisponde del tutto a realtà e se questo moto di partecipazione fu realmente spontaneo.
Il racconto degli eventi non è terminato, a seguire leggerete la seconda parte di quei giorni luminosi e dei festeggiamenti in onore di Vittorio Emanuele e di Maria Adelaide d’Austria.
L’autore del mio libretto ci ha tramandato fatti davvero memorabili:

“Cosicché non temiamo di errare né di apparire per troppo amor di patria esaltati, affermando che simile luminaria non fu fatto fin adesso né qui né altrove: che abbia a farsene di consimili o migliori essere difficilissimo.”

Busto di Vittorio Emanuele II
Palazzo Reale di Genova

A Francesco Bartolomeo Savi, apostolo della libertà

Poeta e professore di lettere, giornalista appassionato, ardente patriota e mazziniano: Francesco Bartolomeo Savi dedicò la sua vita intera alle cause nelle quali credeva e ai suoi ideali di libertà.
Figlio di uno straccivendolo, Savi aveva spirito caparbio e fiero, egli fu una delle figure più significative del nostro Risorgimento ed è a me molto caro, ho così già avuto modo di raccontare le vicende della sua vita tumultuosa in questo articolo risalente al lontano 2012.
L’eroico patriota lasciò le cose del mondo nel Marzo 1865, di salute malferma e tormentato da disillusioni di carattere politico, a soli 45 anni Savi si tolse la vita con un colpo di pistola.
La sua morte lasciò attoniti i suoi sodali e coloro che condividevano il suo pensiero, a narrare come venne edificato il suo cippo funebre è lo scrittore Ferdinando Resasco nel suo volume dal titolo La Necropoli di Staglieno risalente al 1892.
Resasco racconta di una sottoscrizione fatta dai componenti dei circoli democratici, con quel denaro fu commissionato un cippo e per realizzarlo si scelse lo scultore Augusto Rivalta che lasciò ai posteri una scultura di superba bellezza.
Nel candido marmo egli forgiò una figura alata dai tratti di giovinetto, a prima vista si potrebbe credere che sia semplicemente un angelo ma Resasco spiega ai suoi lettori che in quelle sembianze acerbe Rivalta volle ritrarre il genio alato della libertà.
Chino sul marmo il genio scrive l’anno della morte di Francesco Bartolomeo Savi.

Con questa grazia assoluta, come se tra lui e il patriota intercorresse un dialogo mai interrotto, una reciproca comprensione alimentata da fede e amore autentico.
E Savi amava con vero ardore il senso di giustizia e libertà, quella giovane figura così veglia sul suo eterno sonno.

Sul cippo appare anche il profilo bello e fiero del patriota così circondato da una corona di foglie di alloro.

Le parole scritte in memoria di Savi esaltano poi la sua personalità eroica e le sue azioni: lo si definisce apostolo del pensiero italiano, prode e valoroso soldato della schiera dei Mille, coraggioso combattente a Marsala.

Vibrante commozione si coglie poi in quello sguardo che tutto racchiude e conserva: una storia, una vita, una memoria lontana, le scelte di uomo che volle combattere per la libertà.

Libertà: sulla tomba di Savi è incisa anche questa parola a lui così cara.
Lui che era l’apostolo della libertà, lui che fermamente credeva nell’importanza delleducazione e dell’eguaglianza, coloro che vollero ricordarlo cercarono di fare in modo che il suo monumento funebre raccontasse in qualche maniera il suo pensiero e il suo credo.

L’ultima dimora di Francesco Bartolomeo Savi si trova nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno, tutto attorno ci sono le tombe e i monumenti funebri degli eroi, dei garibaldini e dei patrioti che si distinsero nel tempo del nostro Risorgimento.
Francesco Bartolomeo Savi riposa a breve distanza da Giuseppe Mazzini e come giustamente chiosa Resasco è quello il luogo dove egli deve restare.
Sotto gli occhi amorosi del genio della libertà, così vicini al suo cuore e al suo sentire.

Mi unisco anch’io alla schiera degli amici del patriota, anche a me lui è molto caro e quando a Genova mi ritrovo nei suoi luoghi il mio pensiero va sempre a lui.
A Staglieno poi ritorno sempre a salutarlo nel luogo dove egli per sempre riposa, custodito da una figura gentile a volte accarezzata da sole radioso e potente come certi moti dell’animo.
A un fiero figlio di Genova: a Francesco Bartolomeo Savi, apostolo della libertà.

5 Maggio 1860: ricordando l’Impresa dei Mille

Accadde in questo giorno, accadde in questa città, da questo nostro mare partì Giuseppe Garibaldi con le sue Camicie Rosse per l’impresa con la quale si fece l’Italia: era il 5 Maggio 1860.
Ben 50 anni dopo la Superba celebrò l’epica ricorrenza in maniera straordinaria, in quel 1910 si tennero grandi celebrazioni, mi è capitato di leggere gli articoli del tempo e sono rimasta stupefatta da tanto clamore, il 6 Maggio il quotidiano Il Lavoro dedicò due intere pagine alla narrazione di quei festeggiamenti.
Quella giornata, raccontano i cronisti, iniziò con discorsi e memorie, erano presenti diverse personalità cittadine ed è riportato un lunghissimo elenco di associazioni di combattenti giunte a Genova per l’occasione.
Parteciparono 60.000 persone, nel cielo di Genova sventolarono oltre 400 bandiere.
E c’erano certe vecchie glorie alle quali tutti tributarono onori: era presente l’anziano garibaldino Giambattista Tassara e c’era anche Domenico Porro, ultimo superstite della Spedizione di Sapri.
Per la città si snodò un lungo corteo, le strade erano gremite di folla: dall’Acquasola a Corvetto un mare di gente, il corteo giunse di fronte al Monumento di Garibaldi in Piazza De Ferrari.

Non mancarono gli omaggi ai monumenti di Giuseppe Mazzini e a quello di Nino Bixio.
E come sempre si ritrova una certa enfasi negli scritti di quel tempo, i racconti sono permeati della fierezza di narrare quei giorni coraggiosi vissuti da giovani animati da alti ideali.
E poi andando a levante delle città, a Quarto, ci si ritrova ancora nei luoghi che furono scenario di quegli eventi.

Non è poi così mutato il panorama, anzi è piuttosto simile a quello che si vede in una cartolina d’epoca.
Gli scogli, il profilo della costa, la memoria di uno dei luoghi nei quali si fece la storia di questa nazione.

Camminando davanti a questo mare troverete una lapide, è stata affissa in questo luogo, sul muro esterno un tempo di pertinenza di Villa Spinola, luogo dove soggiornò Giuseppe Garibaldi prima della sua partenza.

Le parole che vi si leggono sono di Giuseppe Cesare Abba, scrittore e patriota che narrò in varie maniere quei tempi gloriosi.
Questo è il ricordo di memorabili gesta, memoria di quel 5 Maggio 1860.

Ottobre 1880: l’ultima visita di Garibaldi a Genova

Questo è il ricordo di un frammento di storia: accadde a Genova in un giorno d’autunno del 1880.
Nella Superba ritorna per l’ultima volta un grande condottiero, nel corso della sua vita con le sue azioni e con la forza della sua grandezza egli ha mutato le sorti di una nazione.
È Giuseppe Garibaldi, il generale è avanti negli anni, è ammalato e molto affaticato.

Opera esposta presso l’istituto Mazziniano Museo del Risorgimento

Garibaldi giunge nella città dei patrioti per far visita alla figlia Teresita e per mostrare conforto e vicininanza a lei e al suo consorte Stefano Canzio all’epoca rinchiuso in prigione con l’accusa di attività sovversive.
Il generale è ormai anziano ma negli occhi ha ancora quella passione e la tempra che hanno guidato ogni sua azione, ha ancora grande ascendente sul popolo, tutti lo amano e lo idolatrano.
Il mito dell’eroe risorgimentale a volte sconfina nell’agiografia e la figura dell’uomo sembra così assumere tratti leggendari come in questo episodio che vi narrerò.
Lo riferisce Angelo Balbi che fu testimone di ciò che accadde in quel giorno di Ottobre 1880, Balbi ne scriverà sulle colonne del quotidiano il Lavoro nel giugno del 1926.
E racconta della casa che ospitò il Generale, in città si diffonde veloce la notizia dell’arrivo del nizzardo.

Ed è sera, sotto a quelle finestre accorre una folla festante e rumorosa, sono uomini e donne che vogliono testimoniare il loro affetto al Generale.
A Genova c’è Garibaldi, tutti vogliono rendergli omaggio.
Ardono le fiaccole che fiammeggiano gioiose, le persone corrono su per la salita e si accalcano davanti al portone e lungo la strada, Via Assarotti è gremita di gente.
Si levano le voci, tutti chiamano il Generale, vogliono vederlo e lodarlo ancora per le sue gesta.
E ad un tratto, la finestra si apre.
Appare un uomo che in una mano regge un lume: alle sue spalle in carrozzella c’è Giuseppe Garibaldi circondato dai suoi cari amici.
E dalla folla si levano voci ancor più fragorose, tutti acclamano l’Eroe dei due mondi con autentico affetto e stima ed egli risponde con il suo sorriso franco ed aperto.
L’edificio che ospitò il Generale Giuseppe Garibaldi è il civico numero 31 di Via Assarotti.

Angelo Balbi che tramandò i suoi ricordi di quell’evento usò parole commosse e coinvolgenti, scrisse che il Generale aveva dipinta sul volto autentica bontà.
Su quella casa dove visse Teresita e che ospitò il suo celebre padre è affissa una targa in memoria di un giorno che fece battere i cuori dei genovesi che acclamavano lui: il Generale Giuseppe Garibaldi.

Nel giardino della Duchessa di Galliera

Oggi vi porto in un sogno e vi porto ancora a Voltri nel giardino della villa di Maria Brignole Sale, nobildonna e benefattrice di questa città, figura molto amata dai genovesi.
L’antica dimora dei Brignole Sale visse nei secoli passati magnifici fasti, la villa ha un antico teatro, scenografiche grotte, viali e un vasto parco.
Qui vennero ospitati nobili e personaggi illustri, tra le varie personalità che furono accolte in questa villa meravigliosa anche la Regina Maria Teresa d’Asburgo e l’Imperatore Francesco Giuseppe d’Austria.

E sotto al sole di maggio ecco compiersi un’incantevole magia.

È accaduto sabato scorso,  tra le rose candide del magnifico giardino all’italiana di Villa Brignole Sale.

Voltri (3)

In questo luogo d’incanto sono stati ricostruiti i medaglioni floreali proprio come li aveva voluti Maria Brignole Sale nel lontano 1880 e per l’inaugurazione è stata così preparata questa grande festa.

Voltri (4)

E allora benvenuti a Voltri, a casa di lei che lasciò le sue ricchezze alla sua città natale.

Voltri (5)

E questo è il viso gentile di Maria, madre amorosa, si tratta del dettaglio di un dipinto esposto a Palazzo Rosso, ora sede di un museo, come i genovesi ben sanno anche questo blasonato edificio appartenne alla famiglia di lei.

Voltri (6)

Nel giardino della Villa di Voltri, oggi parco comunale, un giorno all’improvviso.
Tic, tac, tic, tac.
La macchina del tempo ha il suono dei passi leggeri di dame e gentiluomini che con grazia hanno percorso l’ampio viale.

Voltri (7)

Sono gli appassionati componenti del Gruppo Teatro Danza in costume d’epoca e grazie a loro per mezza giornata abbiamo compiuto un vero viaggio nel passato.
C’era davvero tutto il bel mondo a casa della Duchessa!

Voltri (8)

Con le romantiche eleganze del tempo andato.

Voltri (9)

E devo dire che io non avevo l’abito adatto, mi si perdoni questa mancanza!

Voltri (10)

Tutto attorno un frusciare di gonne, di sete e di pizzi, le dame si riparavano dal sole battente con graziosi ombrellini.

Voltri (11)

E come mi accade per le immagini d’epoca anche in questo caso alcune persone hanno maggiormente attirato la mia attenzione.
Eccoli qui, semplicemente perfetti, sembrano usciti da una fotografia dell’illustre fotografo Giulio Rossi, mi ricordano proprio alcuni ritratto del tempo passato.

Voltri (12)

E là, in quel di Voltri, ecco la raggiante Dottoressa Garbero nei panni di Maria Brignole Sale.

Voltri (13)

E l’atmosfera di un sogno.

Voltri (14)

Mentre si passeggia tra la dolcezza delle rose.

Voltri (15)

In una giornata speciale per tutti noi.

Voltri (16)

Tra atmosfere romantiche e distanti dalle nostre moderne frenesie.

Voltri (16a)

Tra contesse e marchesi, c’era davvero tutto il jet set.

Voltri (17)

E in una simile circostanza poteva mancare uno spuntino degno delle tavole più regali?
Certo che no, figuriamoci!
C’erano le focaccine dell’Associazione Nazionale Alpini e c’era anche la focaccia sublime di Marinetta, uno storico forno di Voltri.

Voltri (17a)

C’erano anche certi dolcetti particolari, io però mi sono concentrata sulle delizie salate, una vera bontà!

Voltri (17b)

E poi via, finalmente si sono aperte le danze.

Voltri (18)

Con grazia e con leggerezza.

Voltri (19)

Tra le candide rose.

Voltri (20)

L’acqua zampillava e nell’aria si diffondevano le note di melodie antiche.

Voltri (21)

Nel parco della Duchessa.

Voltri (22)

Il tempo, a volte, sa essere lento e dolce.
E si ferma per qualche istante.

Voltri (23)

Mentre si gira in tondo, tenendosi per mano.

Voltri (24)

Seguendo il ritmo di musiche del tempo lontano.

Voltri (25)

Non credo che ci possa essere un’iniziativa migliore per valorizzare un posto unico come questo.
Tic, tac, tic, tac.

Voltri (28)

Voltri (27)

A volte basta mettere indietro le lancette dell’orologio per restituire ai luoghi la loro antica grandezza e questo è ciò che è accaduto in un sabato di maggio, a Voltri.

Voltri (26)

Ho condiviso questa bella giornata ancora con gli amici di Farmacia Serra e ancora li ringrazio.
Di nuovo, in qualche modo, in un altro secolo.

Voltri (29)

A passo di danza tra le rose.

Voltri (30)

Nel giardino che un tempo appartenne a Maria Brignole Sale, Duchessa di Galliera.

Voltri (31)

Il monumento a Giuseppe Mazzini

Questa è la città che diede a lui i natali, questa è la città dove si passa sotto la casa in cui egli nacque e che ora ospita il Museo del Risorgimento.
E a Giuseppe Mazzini, figlio di Genova, fu dedicato un monumento che tutti i genovesi conoscono, si trova in posizione predominante e sovrasta Piazza Corvetto, la fiera figura di Mazzini si staglia contro il cielo della città che egli dovette abbandonare.

A Giuseppe Mazzini, amato dai suoi concittadini e da coloro che vissero nel senso delle sue parole e delle sue idee.
Il monumento fu inaugurato il 22 giugno 1882 e provate a immaginare Genova in quel giorno.
Narrano le cronache che La Superba era gremita di gente e un solenne corteo la attraversò, ovunque nelle strade della città sventolava il tricolore, sui muri delle case vennero affissi manifesti con frasi di Giuseppe Mazzini.

Si suonarono inni patriottici, presenziarono alla cerimonia gli amici fraterni di colui che lasciò il suo segno nella storia di questa nazione, c’erano Aurelio Saffi, Alberto Mario e Federico Campanella.

La pregiata scultura è opera di Pietro Costa e con le sue allegorie rappresenta i cardini del pensiero mazziniano.
Due sono le figure poste alla base della colonna sulla quale si erge il patriota e personificano Pensiero e Azione.

Ho una predilezione per questo monumento, ritrae una persona che ha dato lustro a questa città e a tratti pare davvero viva la figura del nostro Mazzini.

Ecco ai suoi piedi la statua fiera dell’Azione: sguardo saldo e indomito, si mostra possente, forte e coraggiosa.

Con una mano regge un gonfalone sul quale sono incise parole che contraddistinguono il pensiero mazziniano: Dio e il Popolo.

Accanto, seduta e assorta, l’altra figura che rappresenta il Pensiero, mentre sullo sfondo sventola il vessillo con la Croce di San Giorgio, simbolo di questa città.

E là, nell’azzurro splendente del nostro cielo, il celebre genovese.
Pensieroso e carismatico, ritratto nella sua bella fierezza di vero patriota e padre di questa nostra Italia.

A Giuseppe Mazzini, figlio di Genova: così la sua città lo ricordò e così volle onorare la sua grandezza.

Genova saluta Cesare Gamba

Vi racconto una storia, vi racconto eventi accaduti tanti anni fa.
Era estate, era il 20 Agosto 1927 e sui giornali venne pubblicata una notizia: il giorno precedente nella sua villa di Montesano era mancato l’Ingegner Cesare Gamba.
Figura di spicco per questa città, di lui vi ho già parlato in passato illustrandovi quella sua bella dimora posta alle spalle di Brignole.
Gamba fu il fautore del rinnovamento di Genova, progettò Via XX Settembre, a lui si devono il Ponte Monumentale e il Palazzo della Navigazione Generale Italiana in Piazza De Ferrari ora sede della Regione.
Eclettico e geniale, questo professionista dai molteplici interessi lasciò il suo segno sulla fisionomia della città e quindi non stupisce che la sua scomparsa abbia suscitato molto clamore.

Immagine tratta da Genova Nuova – Volume di mia proprietà

Genova lo salutò con gli onori dovuti ad un grande uomo e allora provo a raccontarvi quel giorno, con mia sorpresa questa vicenda si intreccia in qualche maniera con la mia storia personale.
I funerali di Cesare Gamba si tennero il 22 Agosto e le notizie che leggerete sono riportate sul quotidiano Il lavoro del giorno successivo.
Il corteo funebre partì proprio dalla villa di Montesano dove l’ingegnere era spirato.

In testa al corteo c’era un gruppo di vigili municipali in bicicletta, c’erano anche dei giovani ricoverati dell’Albergo dei Poveri con la bandiera della Croce Verde e molte altre autorità, non mancava la banda dell’Associazione A Compagna della quale Gamba fu uno dei primi consoli, numerosi soci giunsero a rendere l’ultimo saluto al celebre architetto ed ingegnere.
Seguiva un folto gruppo di personaggi eminenti, sul giornale c’è una lunga lista di nomi.
Il carro era trainato da 4 cavalli, a tenerne i cordoni ancora rappresentanti illustri della città come ad esempio il podestà di Genova.
Il corteo passò da Via Galata e salì in Via XX Settembre, attraversando la via progettata da Gamba.

E quando giunse sotto il Ponte Monumentale, grande opera del nostro ingegnere, il corteo si arrestò per qualche minuto.

Quindi proseguì verso De Ferrari, imboccò Via Roma e si fermò di nuovo in Piazza Corvetto dove vennero tenuti i discorsi in memoria di Cesare Gamba e vennero elogiati i suoi molti talenti non solo nel campo dell’ingegneria, furono ricordate anche le sue molte passioni: Gamba amava le automobili e l’alpinismo, aveva una predilezione per la buona musica e per il teatro.
Il corteo quindi proseguì verso il Cimitero Monumentale di Staglieno, dove ancora riposa il nostro Cesare Gamba.

E a questo punto la storia del personaggio pubblico si sovrappone in un certo modo a quella di un altro uomo non certo celebre come lui.
Immaginate il corteo funebre che varca la soglia di Staglieno, a seguire il feretro di Gamba ci sono i suoi parenti tra i quali naturalmente il figlio di lui.
In quegli stessi giorni ad un’altra donna tocca lo stesso identico destino: lei si chiama Maddalena e ha perso il marito, anche lei ha un figlio, aveva anche una ragazza di nome Aurora ma sua figlia se ne è andata troppo presto quando era ancora nel fiore degli anni.
Maddalena era la mia bisnonna paterna e suo marito, il mio bisnonno, morì poche ore prima di Cesare Gamba.
E il caso vuole che sfogliando i giornali io abbia scoperto una curiosa coincidenza: nelle dichiarazioni di decesso del 19 Agosto pubblicate su Il Lavoro del 20 Agosto i loro nomi sono pubblicati uno di seguito all’altro.
Così si legge il nome di Cesare Gamba, ingegnere e poi compare il mio bisnonno Giovanni, capo macchinista.
A volte, in maniere misteriose, certe vite si sfiorano, senza magari incontrarsi: accadde a queste persone accomunate dalla medesima tragica circostanza proprio negli stessi giorni.
Esistenze lontane, destini comuni.
Io ho voluto ricordare insieme due uomini diversi e per me entrambi importanti: uno era parte della mia famiglia e di lui conosco diverse vicende, l’altro è colui che diede un nuovo volto alla nostra città e anche Genova, la sua Genova, è nel mio cuore proprio come la mia famiglia.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo