A far compere in Via Carlo Felice

Oggi vi porto con me a fare spese in una strada elegante nel cuore di Genova, è Via Carlo Felice che ai nostri giorni conosciamo come Via XXV Aprile.
Prendiamo soprabito e guanti e affrettiamoci a raggiungere questa via esclusiva e perfetta per il passeggio: credetemi, andare a far compere in Via Carlo Felice è sempre piacevole.
Siamo nel glorioso 1890 e qui trovate la bottega del cappellaio De Mata e il negozio di calzolaio del Signor Danero, fa buoni affari anche il signor Romero che vende tele e biancherie.
E in Via Carlo Felice c’è anche un premiato stabilimento noto per i suoi capi di ottima qualità, sono certa che ne abbiate sentito parlare.

Va detto che da Monevi si produce davvero di tutto: ghette e flanelle, impermeabili, tovaglie, coperte, cinture e molto altro ancora.

Visto il clima rigido e freddo, se non vi spiace mi fermerei dal signor Rossi a guardare qualche cappello.

Non solo vendono capi su misura ma qui c’è un’ampia scelta di cappelli provenienti dalle più note fabbriche inglesi e tedesche, tra l’altro la pubblicità promette prezzi miti e quindi direi di dare un’occhiata alle vetrine!
I signori gentiluomini troveranno qui il Gibus che è un particolare cappello a cilindro.

Per caso qualcuno di voi ha necessità di farsi fare un ritratto?
È bene che sappiate che in questo scintillante 1890 ha il suo studio in Via Carlo Felice lo stimato fotografo Ciappei, chiaramente la questione della fotografia richiede tempo e pazienza, non basta un clic, è una faccenda piuttosto complicata!
Invece i musicisti e gli amanti delle sette note potranno scegliere il pianoforte a loro più adatto nel magnifico negozio di Ferrari: hanno strumenti in vendita e in affitto per la campagna e per la città, mi sembra giusto precisarlo.

E ancora vi ricordo altre delicatezze che già ebbi modo di mostrarvi in questo post: sono i profumi deliziosi di Vitale, le signore e le signorine alla moda desiderano sempre avere le essenze più in voga e qui c’è davvero un’ampia scelta!

Infine potremo concludere la nostra passeggiata con una sosta in uno dei tanti caffè della via, ne trovate per ogni necessità: potremmo andare al Caffè della Posta o al Caffè Costa già Francia, in Via Carlo Felice c’è anche il celebre Klainguti.
E che ne dite di fermarci invece dal signor Ehrart?
Lui ha una pasticceria viennese dove si serve anche pane di lusso due volte al giorno, direi che potremmo accomodarci a un tavolino e farci servire un buon cioccolatto caldo preparato a regola d’arte.

Questo è un nostalgico viaggio a ritroso negli anni: tutte le immagini pubblicitarie che avete veduto sono tratte dal mio Lunario del Signor Regina del 1890, uno scrigno di inestimabili tesori.
E in quell’altro tempo si andava a passeggio in Via Carlo Felice ad ammirare le vetrine dei suoi negozi eleganti ed esclusivi.

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Un pianoforte in Strada Nuova

Una sera, rientrando a casa.
Mentre la luce si fa sempre più fioca, nel tempo d’autunno.
E metti che ci sia un pianoforte in Strada Nuova.

E metti che poi le note risuonino in questa strada ampia e gloriosa.
E tutti si fermano ad ascoltare, la musica ha questa potenza, sa avvolgere i pensieri, in certi luoghi poi è ancora più incantevole.

Un pianoforte in Strada Nuova: chi lo vede da lontano rallenta il passo.
Arriva una ragazza con lo zainetto sulle spalle, alcune persone stanno sedute sui gradini di Palazzo Tursi, una mamma spinge il passeggino.

Musica nella via dei Rolli, i palazzi della nobiltà, questo è uno degli eventi organizzati in occasione del Salone Nautico.
Tra questi edifici maestosi, davanti alla prospettiva dorata di un caruggio a me molto caro, mentre il giovane pianista fa scorrere le dita sui tasti bianchi e neri.

Un pianoforte in Strada Nuova: una che come me ama i caruggi non può che osservarlo da là, tra le case alte di Vico Duca.

E intanto dolcissime note si levano nell’aria.
Ed è pura bellezza e perfetta armonia.
Semplicemente, in Strada Nuova.

Matilde, la musica di una vita

Le mani di lei scivolavano sui tasti del pianoforte in un’armonia di suoni e movimenti.
Matilde era alle prese con uno studio di Chopin, una melodia lenta e cadenzata, una pioggia di note inquiete come un temporale di primavera.
La musica, il principio di una gioia nascente, forza vitale di un’esistenza intera.
La bambina che amava la musica era diventata grande.
La figlia dello stimato chirurgo, unica femmina tra una schiera di fratelli, era stata una piccina amata, coccolata e protetta.
Era divenuta una donna sofisticata, un’insegnante di piano intransigente e al tempo stesso amorevole, un faro luminoso per quelle sue giovani allieve della buona società genovese.
Dolce e bellissima, adorata da quel suo sposo che aveva occhi soltanto per lei.

1

Quel giorno, nello studio del fotografo, una luce nuova illuminò i tratti del viso di Matilde.
Era un artista quel Ciappei, del resto aveva anche ricevuto dei premi che attestavano il suo talento.
Aveva saputo vederla, era stato capace di svelarla nella sua misteriosa complessità.
Accadde in un giorno d’autunno, in Via Carlo Felice.

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Gli occhi grigi di Matilde, le sue labbra sottili, l’incarnato perfetto.
E i suoi capelli folti raccolti sulla sommità del capo, fermati da un pettinino d’avorio.
Austera e lieve, elegante nel suo abito scuro, il colletto di pizzo fissato da una spilla dorata.

3

L’abito ricco, rifinito di perle e decorazioni, la vita sottile, la posa aggraziata e gentile.
Il bracciale al polso, le mani in grembo.
E le dita sottili abituate a sfiorare con grazia la tastiera del pianoforte.

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Insieme a lui, marito e compagno di tutti i suoi giorni.

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Certe immagini raccontano storie.
E anche se non conosci le vite degli altri puoi provare ad immaginarle: è quello che ho fatto, ancora una volta.
Una foto di studio, una coppia di sposi.
Una giovane, non so il suo nome e nulla conosco del suo cammino nel mondo.
La sua bellezza è fiera, angelica e al contempo intrigante, talmente particolare da oscurare quasi del tutto l’uomo che siede accanto a lei.
L’ho immaginata davanti a un pianoforte, in una stanza dalla luce fioca.
Suona una melodia malinconica, le sue note si perdono il lontananza.
È la sua musica, la musica di una vita.

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Improvvisando sulle note di Bach

Fabio Vernizzi è pianista, compositore e artista eclettico.
Ed è anche un caro amico, così oggi desidero lasciare spazio alle sue note e al suo talento ma voglio darvi anche qualche altro riferimento riguardo al suo percorso artistico.
Qui trovate il suo sito, qui la sua pagina Facebook e qui una mia intervista che riguarda il suo ultimo CD dal titolo Piano Quasi Solo.
E se non lo avete mai sentito suonare vi informo che il suo prossimo concerto si terrà giovedì 17 Dicembre alle ore 21 al Teatro di Vetro di Milano, qui ci sono tutti i dettagli.
E poi.
E poi la musica è creatività, ingegno, estro.
Se hai ingegno la musica è anche improvvisazione e chi ascolta resta semplicemente senza parole.
Fabio Vernizzi e la sua incredibile improvvisazione su una composizione di Bach, la Fuga in Do Minore dal Primo Libro del clavicembalo ben temperato.
Enjoy!

Piano quasi solo

Oggi questo spazio è dedicato alla musica e al talento di un artista genovese, lui si chiama Fabio Vernizzi, è pianista e compositore ed è un mio caro amico.
Da poco è uscito il suo nuovo CD, Piano quasi solo.
E così ho pensato di porre a Fabio qualche domanda, sarà lui a parlare di sé e a presentare la sua musica così originale e coinvolgente.
Per voi, Fabio Vernizzi e Piano quasi solo.

Tu e la musica, se dovessi raccontare chi sei quali parole useresti?

Non mi sono mai immaginato la mia vita senza musica, a volte provo anche a pensarci a cambiare lavoro, strada e vita ma credo che in ogni caso non potrei farne a meno, in qualche modo la musica ci sarebbe sempre e andrei a cercare un pianoforte.

Ognuno di noi ha i propri riti.
E per il Maestro Vernizzi qual è il luogo perfetto per comporre? E qual è l’ora del giorno che maggiormente ti ispira per dedicarti alla musica?

Non c’è un’ora in particolare, è l’entusiasmo a farti compiere il gesto creativo di comporre.
Il posto ideale sarebbe in cima a un monte, in uno studio completamente a vetri immerso nella natura con uno Steinway a coda.
In realtà mi capita di comporre in qualunque posto mi trovi.

Parlami del tuo nuovo CD, Piano quasi solo.

Il CD è la raccolta dei brani che eseguo in concerto per piano solo, chiaramente è la raccolta del momento, il piano solo è in continua evoluzione, non so se il prossimo anno sarà ancora così.
A parte una cover di Gismonti, i brani sono tutti miei e prevedono improvvisazioni ma sono composti con strutture vicine alle forme della musica classica.

I dodici brani del CD presentano sonorità diverse, alcuni sono struggenti e malinconici, altri allegri e vivaci.
In quale ti riconosci di più?

In questo momento della vita mi vedo nei brani allegri e vivaci ma sono tutte parti di me, pertanto alla fine mi riconosco in ognuno dei miei pezzi.

C’è anche un testo che accompagna il brano Ricordi.
Mi ha piacevolmente sorpresa questa armoniosa comunione di parole e note, mi racconti come è nata?

Dovevo in qualche modo giustificare il titolo Piano quasi solo per cui avevo previsto un assolo di una tromba, poi mi è venuta l’idea di provare a riempire lo spazio con delle parole invece che con uno strumento.
Ho chiesto a un amico poeta di scrivere un testo ma la sua poesia, per quanto bellissima, connotava troppo una precisa situazione mentre io pensavo a qualcosa di più onirico e musicale così come è il linguaggio stesso della musica e quindi ho provato a scrivere qualcosa io.
E così ho tentato di descrivere la malinconica emozione di un ricordo.

Piano quasi solo

Io ho assistito diverse volte ai tuoi concerti, chi osserva non sa immaginare cosa si provi e allora è proprio questa la domanda.
Tu, il pianoforte e il palcoscenico.
Quali sono le tue sensazioni?

All’inizio del concerto provo emozione ed agitazione, a poco a poco entro completamente nella musica, tendo ad isolarmi dal contesto e a suonare più profondamente possibile.

E tu che musica ami ascoltare?

Amo ascoltare musica che in qualche maniera mi trasmette qualcosa di nuovo, per me è essenziale che la musica abbia qualcosa di originale.
Credo che la musica colta e il jazz abbiano scavato così tanto che ai giorni nostri è difficile trovare qualcosa di innovativo, un bacino di originalità per noi europei è rappresentato dalla musica etnica e questo in qualche modo ci permette di ascoltare strumenti, sonorità e convenzioni per noi nuovi provenienti da ogni parte del mondo.

C’è un compositore che ti emoziona sempre e non smette mai di stupirti?

Ce ne sono veramente tanti per poter fare un elenco, io sono molto legato ai compositori ‘900 ed agli impressionisti francesi come Ravel e Debussy.
La musica strumentale in Italia è stata molto sottovalutata poiché siamo il paese del bel canto, ultimamente mi è capitato di lavorare su brani di Casella che trovo assolutamente geniali, purtroppo un certo tipo di mentalità post bellica ha ignorato grandi artisti come lui, come del resto è accaduto per il futurismo.

Genova e la musica.
Da genovese cosa ne pensi di come si suona in questa città? E come vorresti che fosse lo scenario musicale genovese?

Senza entrare nel luogo comune, peraltro vero, di Genova fucina di talenti non considerati dalla stessa città madre, credo che oggi il problema sia soprattutto italiano e non genovese, purtroppo il basso livello culturale medio rispetto per esempio a Francia, Germania, Belgio e Olanda fa sì che la richiesta di musica sia rivolta verso prodotti commerciali vicini a fenomeni di costume e non a contenuti artistici.
D’altronde considerando l’investimento di risorse nullo e i tagli alla cultura degli ultimi governi, la quasi assenza di un progetto educativo musicale nei programmi didattici delle scuole fa sì che il pubblico medio identifichi la musica solo nella canzone dell’ultimo vincitore del reality di turno.
Tornando a Genova: musica, dove?

E ancora Genova.
C’è un luogo, una strada, un angolo di questa città che ami in maniera particolare e che senti profondamente tuo?

Non c’è un luogo specifico che sento particolarmente mio c’è però un posto dove respiro la storia, il passato e il presente di Genova ed è Spianata Castelletto.

Un nuovo disco è un nuovo inizio, quali sono i tuoi progetti e i tuoi sogni nel cassetto?

A parte le numerose e diverse collaborazioni sto lavorando su due progetti, uno in particolare l’ho in mente da tanto ed è uno studio e la mia personale interpretazione di certe sonorità etniche che apprezzo.

La tua musica è estro, talento e fantasia.
E lascio a te l’ultima parola, che cos’è il talento per Fabio Vernizzi?

Il talento è capacità di comunicare attraverso la forma d’arte che hai scelto per esprimerti.

La musica è estro e fantasia e talento e nei brani di Fabio troverete tutto questo.
Qui trovate il suo sito, qui la sua pagina facebook e vi lascio all’ascolto delle sue note, Piano quasi solo.

Ancora Alfredo, il ragazzo con la fisarmonica

Sono certa che tutti voi vi ricordiate di Alfredo, vi ho già raccontato la sua storia in questo post, oggi torno a scrivere di lui.
Come ho già avuto modo di dirvi, da ottobre collaboro con AIWC , ovvero l’American International Women’s Club di Genova, ogni mese sulla Newsletter che viene distribuita ai soci viene pubblicato uno dei miei post tradotto da me in inglese.
E non sono io a scegliere quali articoli verranno inseriti, è Mary, lettrice abituale di questo blog e curatrice della Newsletter.
E sapete qual è il primo articolo che lei ha voluto? Quello che narra la storia di Alfredo.
E di questo io sono veramente felice, in un certo senso si può dire che il ragazzo con la fisarmonica è ritornato negli Stati Uniti, vero?
Così ho pensato di riproporvi la traduzione della storia di Alfredo, chi non sapesse l’inglese vada comunque alla fine di questo post, perché vi attende una commovente sorpresa.
Per voi, the boy with the accordion.

Sometimes life writes the best plots and the most surprising stories: this is one of those stories.
It was 1942, among the soldiers of the Italian Army there was also a young man born in Genoa, his name was Alfredo.
He was 22 years old, he was trained in Alessandria and Casale Monferrato.
And one day, along with others, he left Italy from Lecce and landed in Benghazi, the boy was bringing with him a precious luggage: his accordion.
A note, a melody.
A Major heard Alfredo’s music and was strucked by it, so the young man ended up playing his accordion on Radio Tripoli.
The war and its daring events, the withdrawal of Italian troops and Alfredo’s destiny brought him to Tunis.
He became a prisoner of war by the British Army and later he transfered to the custody the Americans.
A long journey was waiting for him, it was a long journey on the ocean that led him to Norfolk, Virginia, then he went on to Hereford, Texas.
And guess what the guy with the accordion did?
He became conductor of an orchestra who reguarly played for Italian prisoners of war.
And time goes by, 1943 is the year of the armistice.
And Alfredo is there, in the United States.
He adheres to the U.S. armed forces and maintains his position, his destination is the city of Ogden, Utah.
The guy with the accordion is also a talented pianist and so he gathers a band of 35 musicians, they play Italians and Americans hymns in the military camp.
In that military camp there’s also a young woman named Carol, she works as secretary.
Sometimes destiny permits you to meet for a while some people that you will never forget even if life will tear you apart.
But how was it in those days?
Oh, in those days Carol was a singer!
And she used to sing with Alfredo’s band, they performed in Ogden, in a local church basement.
And it was jazz era, it was the era of Glenn Miller, Benny Goodman and Artie Shaw, it was the era of rhythm and dance.
Life writes the plots, sometimes takes you away and then brings you back home.
And so Alfredo Carol wrote each other for a while, in the end she married another man and had four children, the last one was named Verona, in honour of Romeo and Juliet, how romantic!
Alfredo came back home to Italy, in the month of October 1945; the year after he spent his holidays in a ligurian inland village and there he met his Evelina.
Do you know what happened?
Since then this girl and the guy with the accordion have never separated, because life writes the plots, sometimes takes you away but then it takes you back to where you are supposed to be.
And the music?
Well, the guy who played jazz in the Utah was sitting at the piano on the Caravelle’s opening night in Corso Italia.
And he continued to play for a long time with his group: a pianist, a singer and a guitarist.
And among others he met Carlo Dapporto and Natalino Otto, he’s the sort of person who has endless stories to tell.
And time goes by.
Mr. Alfredo and his Evelina met here, in Fontanigorda.
And they’re still here, together.
After all these years.
They were born in 1920, they met in 1946 and in 2013 they sit side by side in the church square to get some fresh air.
Life is a sweet music.
And sometimes life writes the best plots and the most surprising stories: this is one of those stories.

Alfredo ed Evelina hanno da poco festeggiato l’anniversario di matrimonio, sono insieme dal 1946.
E se qualcuno di voi desidera lasciare qui un pensiero sappiate che a loro arriverà.
Io scatto tante fotografie, una racconta due vite intere.
Tanti auguri Alfredo ed Evelina, dal profondo del cuore!

Alfredo ed Evelina

Il ragazzo con la fisarmonica

A volte la vita scrive le migliori trame e le storie più appassionanti: questa è una di quelle storie.
E’ l’anno 1942, tra gli uomini del Genio Militare è arruolato anche un genovese di nome Alfredo.
Ha 22 anni, si è formato ad Alessandria e a Casale Monferrato.
E un giorno, insieme ad altri, parte da Lecce alla volta di Bengasi, il ragazzo ha con sé un bagaglio prezioso: la sua fisarmonica.
Una nota, una melodia.
E un Maggiore che sente la musica di Alfredo, ne resta colpito e il giovane si ritrova con la sua fisarmonica a suonare a Radio Tripoli.
La guerra e le sue rocambolesche vicende, la ritirata delle truppe italiane e Alfredo che finisce a Tunisi.
Sarà fatto prigioniero di guerra dagli inglesi e in seguito passerà agli americani.
Lo attende un lungo viaggio sull’oceano, un viaggio che lo condurrà a Norfolk, in Virginia, in seguito sarà condotto a Hereford in Texas.
Il ragazzo con la fisarmonica cosa fa?
Diventa direttore di un’orchestra che suona per i prigionieri di guerra italiani.
E il tempo scorre, giunge il 1943, è l’anno dell’armistizio.
E Alfredo è laggiù, negli Stati Uniti.
Aderisce alle forze armate americane e mantiene il suo grado, la sua destinazione è la città di Ogden, nello Utah.
Il ragazzo con la fisarmonica sa suonare bene anche il piano e così mette insieme una banda di 35 elementi, suonano inni italiani e americani nel campo militare.
E lì, al campo militare, c’è anche una giovane donna di nome Carol, lavora come segretaria.
Il destino a volte ti fa incontrare per breve tempo persone delle quali conserverai il ricordo anche se poi le vite finiscono per separarsi.
Ma allora com’era? Oh, allora Carol cantava!
E si esibiva con la banda di Alfredo, suonavano in un locale nei fondi della chiesa di Ogden.
Ed era il tempo del jazz, era il tempo di Glenn Miller, di Benny Goodmann e di Artie Shaw, era il tempo del ritmo e del ballo.
La vita scrive le trame, a volte ti porta lontano e poi ti riporta a casa.
E così Alfredo salutò Carol, si scrissero alcune lettere, lei poi si sposò ed ebbe quattro figli, l’ultima la chiamò Verona, in onore di Romeo e Giulietta, che romanticismo!
Alfredo tornò in patria nell’ottobre del ’45, l’anno successivo trascorse le vacanze in un paesino dell’entroterra ligure e lì conobbe la sua Evelina.
Sapete? Da quel giorno lei e il ragazzo con la fisarmonica non si sono più lasciati, perché la vita scrive le trame, a volte ti porta lontano ma poi ti riporta dove è destino che tu sia.
E la musica?
Beh, il ragazzo che aveva suonato il jazz nello Utah era seduto al pianoforte la sera dell’inaugurazione delle Caravelle in Corso Italia.
E continuò a suonare per lungo tempo con il suo gruppo: un pianista, un cantante e un chitarrista.
E tra gli altri conobbe Carlo Dapporto e Natalino Otto, le persone come lui hanno storie infinite da raccontare.
E il tempo passa.
Il signor Alfredo e la sua Evelina si sono conosciuti qui, a Fontanigorda.
E sono ancora qui, insieme.
Dopo tutti questi anni.
Sono nati nel 1920, si sono conosciuti nel 1946 e nel 2013 se ne stanno seduti uno accanto all’altra in Piazza della Chiesa a prendere il fresco.
La vita è una musica dolce.
E a volte la vita scrive le migliori trame e le storie più appassionanti: questa è una di quelle storie.

Piano piano on the road

Musica, note.
E un sogno speciale, di quelli che piacciono a me.
Un pianoforte.
E quei tasti bianchi e neri, i musicisti innamorati del proprio strumento lo hanno negli occhi quell’amore.
Avete mai conosciuto qualcuno che fa musica?
Provate a guardare un musicista sul palco, vi accorgerete che sta vivendo in una sorta di magia, in una dimensione tutta sua.
E oggi vi presento proprio un sogno bello fatto di talento, di amore per l’arte e per la musica, un sogno di quelli che mi piace raccontarvi.
Lei si chiama Alessandra Celletti, è una pianista di formazione classica e ha pubblicato diversi CD.
La musica si ascolta, non si racconta, a volte però le parole ti indicano un percorso.
Alessandra Celletti ama volare a vela, sul suo sito si leggono queste parole:

Per anni guidare l’aliante mi ha insegnato a sviluppare l’intuizione, a riconoscere la direzione dei venti e il colore delle nuvole.
C’è un punto d’incontro tra la disciplina che ho appreso per volare a vela e quella che occorre per suonare il pianoforte: la leggerezza.
Ed è forse proprio questa la caratteristica che maggiormente descrive il mio modo di comporre e di suonare.

Leggerezza, una parola a me tanto cara.
Cielo azzurro, infinito e libertà, in note e musica.
E il sogno bello diventa reale, diviene una melodia suadente e dolce che ti accompagna, diventa un progetto musicale che trovo splendidamente visionario e creativo.
Sapete come sono i sogni, sono quella cosa lì che ci permette di vivere.
La vita è un viaggio, la musica è un viaggio dentro le nostre emozioni.
Piano piano on the road è il viaggio musicale di Alessandra Celletti: un camion, un pianoforte a tre quarti di coda e via, on the road.
La destinazione? Diverse località italiane, il palcoscenico sarà proprio quel camion e poi ci sarà quella musica, la musica di Alessandra Celletti.
In questo tour c’è una tappa ligure e sapete dove avrà luogo questo evento?
Proprio nella mia Fontanigorda, la sera del 18 Luglio.
Da San Cesareo a Trieste, da Matera all’Isola d’Elba, sono numerose le occasioni per assistere a questo concerto e siccome molti di voi vivono lontani dalla Liguria vi segnalo le date dei concerti, le troverete qui, sul sito dell’artista.
La musica si ascolta, non si racconta.
Per voi Alessandra Celletti, il suo pianoforte e la sua Crazy Girl Blue.

L’amore e il pentagramma

Love looks not with the eyes, but with the mind
And therefore is winged Cupid painted blind

L’amore non guarda con gli occhi, ma con la mente
e perciò l’alato Cupido viene dipinto cieco

William Shakespeare, A Midsummer Night’s Dream

L’amore cieco e le sue delusioni, nessuno ne è immune nemmeno i virtuosi del pentagramma, musicisti e compositori resi celebri dalle loro note ormai immortali.
Così accadde per Fred Chopin, con il suo amore disperato per George Sand del quale vi ho già parlato qui.
Ma non fu il solo a soffrire a causa dei tumulti del cuore, ai quali a volte non si riesce dare un ritmo regolare e costante, pur essendo geni della musica.
Corrisposto ma inappagato l’amore di Franz Schubert per Therese Grob.
Ricco di talento ma di poche sostanze, il compositore sperò invano per tre anni di sistemarsi economicamente per poter condurre all’altare Therese, figlia di un ricco commerciante, ma il padre di lei, sebbene la figlia fosse perdutamente innamorata, rifiutò di darla in sposa a uno spiantato, così Therese convolò a nozze con un ricco mercante, ma rimase nel cuore di Schubert che di lei dirà:

Le voglio sempre bene e da allora nessuna donna può piacermi di più e come lei.

L’amore e la felicità, desiderati e mai raggiunti da Ludwig Van Beethoven.
Dopo la sua morte tra le sue carte vennero ritrovate tre missive, note come Lettera all’amata immortale, dove si leggono parole di infuocata passione e desiderio.

Mio angelo, mio tutto, mio io.

Questo l’incipit, ancora oggi è ignota la reale identità della destinaria di queste parole.
L’amore che travolge, coinvolge e brucia, di questo ardeva l’anima grande e potente di Beethoven.
Numerose furono le donne da lui amate: dalla sua allieva Marianna Westerholt che fu la sua prima passione, alla cantante Amalia Sebald, alla quale Beethoven donò una ciocca dei suoi capelli.
Amò le sorelle Theresa e Giuseppina di Brunswick, e desiderò sposare Teresa Malfatti, la nipote del suo medico, ma nessuna delle donne da lui amate accettò di sposarlo e lui non raggiunse mai la felicità tanto agognata.
La passione spinge a commettere fatali errori, che a volte possono costare molto cari, come accadde al violinista Niccolò Paganini.
Questi, gironzolando per i caruggi di Zena, un giorno incontrò una giovane ragazza di nome Angelina Cavanna, dai costumi piuttosto libertini e poco ortodossi, a dire il vero.
Niccolò è innamorato, ma Angelina è astuta e per incastrarlo, su suggerimento del padre, dichiara di volersi concedere solo dopo le nozze.
I due lasciano Genova alla volta di Parma, difficile mantenere le distanze e rispettare la castità, Angelina, ahimé, rimane incinta.
I due si separano, Paganini va a Milano, Angelina torna a casa della sorella: la figlia che attende dal violinista nascerà morta, ma furono ben altri i guai nei quali incappò Paganini.
Il padre di lei, infatti, lo denunciò per ratto di minore e violenza, Niccolò venne accusato anche di aver tentato di avvelenare Angelina per porre fine alla sua gravidanza.
Dichiarò di non aver rapito la ragazza o di non averle usato alcuna violenza ma a nulla valsero le sue parole, Niccolò Paganini venne rinchiuso nella Torre di Palazzo Ducale e fu costretto a risarcire Cavanna con una forte somma.
Amore, passioni e incomprensioni.
Mannheim, 1777.
In città giunge un musicista di belle speranze, il salisburghese Wolfgang Amadeus Mozart.
Incontra una giovane donna, lei è bella, è una soprano di discreto talento, il suo nome è Aloysia Weber e suscita l’interesse di Mozart.
Amore per breve tempo corrisposto, ma poi Aloysia si allontanò da Mozart e lui finì per sposare la sorella di lei, Costanza.
L’amore oltre gli ostacoli e al di là della disapprovazione del  padre Leopold, al quale Mozart scrisse:

….ha il cuore migliore del mondo. Io l’amo e lei mi ama di cuore. Mi dica, potrei forse augurarmi una moglie migliore?

E poi ancora altre lettere, nelle quali il giovane decanta le virtù della sua amata mogliettina.
Lei, Costanza, non seppe mai comprendere la grandezza del genio di Mozart, non fu mai capace di capire la statura intellettuale dell’uomo che aveva accanto.
Non fu la sola, del resto, no di certo.
Joseph Haydn finì per impalmare una donna per nulla degna del suo genio.
Il suo cuore batteva per Josepha Keller, giovane figlia di un parrucchiere, ma quando il compositore le dichiarò il suo amore la fanciulla svelò di aver scelto altrimenti, sarebbe divenuta una devota monaca.
E così Haydn convolò a nozze con la sorella maggiore di lei, Aloysia.
E no, neppure lei aveva ben compreso chi fosse il suo consorte, tanto che usava i suoi manoscritti come carta da pacchi, pensate un po’!
E il povero Haydn sconsolato, dichiarava:

Per mia moglie è indifferente che io sia un musicista o un calzolaio.

Il vero amore è come i fantasmi, tutti ne parlano ma sono pochi quello che lo hanno visto davvero, così scriveva La Rochefocauld.
E così è per tutti gli uomini, anche per coloro che hanno in dono la scintilla del genio.
Uno di essi, Beethoven, nel 1802 chiese in moglie una della sue alunne, la giovane Giulietta Guicciardi.
La famiglia di lei rifiutò e il sogno d’amore di Ludwig si infranse.
A noi restano le note dedicate a questa passione perduta, le note struggenti del Chiaro di Luna.

Amadeus

Che cosa intende con sogni di felicità? Non mi offende il riferimento ai sogni, perché non c’è mortale sulla faccia della terra che qualche volta non sogni. Ma sogni di felicità! Sogni pacifici, rasserenanti, dolci sogni! Ecco quello che sono: sogni che si avvereranno, mi renderanno la vita, oggi più triste che non allegra, più tollerabile.

Sogni e parole di Wolfgang Amadeus Mozart, da Salisburgo.
Sono talmente celebri certi aneddoti su di lui, che non saprei neppure se siano da citare.
Amadeus, il bambino prodigio, colui che a cinque anni suonò davanti all’imperatrice d’Austria.
Amadeus, che suonava bendato o a braccia incrociate.
Amadeus, che amava lo scherzo, che giocava con le parole, Amadeus che parlava e scriveva al contrario.
Il film che narra la sua vita, per la regia di Miloš Forman, ce ne restituisce un ritratto vivido e vitale. Tom Hulce, l’attore che interpreta il compositore in maniera così coinvolgente e vera, porta sul grande schermo il suo genio, la sua sregolatezza, la sua fantastica follia.
Splendidamente folle Amadeus, uomo del Settecento, eppure nessuno è più moderno di lui.
A Vienna, la città che vide l’esplosione del suo estro, tutto parla di lui e se ci siete stati sapete di cosa stia parlando.
Vienna è attuale, vibrante e vivace, in certi luoghi le architetture ci riportano al nostro tempo, altrove sembra una vecchia signora e in molti quartieri, in molte sue strade si respira l’atmosfera di quegli anni, i bellissimi anni di Mozart.
C’è la sua casa, con i suoi oggetti.
Camminare nelle stanze di Mozart, calpestare quel pavimento, sfiorare i muri che hanno ascoltato i suoi respiri e le sue note.
Per me saper apprezzare tutto questo ha un valore inestimabile, è il senso di esistere accanto a qualcuno che a volte mi accompagna, con qualche suo accordo, con quelle melodie che hanno la potenza di rasserenare e di farmi sentire la grandezza dell’universo.
Io che non conosco la musica, io che non so leggerla ma solo ascoltarla, io che grazie a lui riesco a vedere un cielo, l’immensità, la totalità dell’infinito, ascolto, sento, vedo, grazie a quelle sue note, non credete anche voi che sia una grande privilegio poter trascorrete il proprio tempo in sua compagnia?
Mozart, se volete incontrarlo andate a Vienna, dove Amadeus è presente e vivo, Amadeus è un brand, l’immagine e il suono di una nazione.
Un uomo del Settecento, eppure molto vicino a noi, al nostro sentire.
Se volete incontrarlo leggete le sue lettere, l’espressione di quel suo genio folle, smisurato, capace di toccare gli abissi e le vette della coscienza, imprevedibile e sofferto, irrazionale e giocoso.
Giocava Amadeus, con le note e con le parole.
A volte si firmava WAM, a volte Wolfgango de’ Serenissimi Mozartini, ma anche Trazom, il suo cognome al contrario.
Genio infantile e particolare, eccolo Mozart, scrive missive al padre, alla sorella, alla cugina, alla moglie.
Fantasioso e amante del ridicolo, conclude così una lettera alla cugina:

Ora stai bene, ti mando mille baci e sono come sempre il vecchio giovane Codadiporco
Wolfgang Amadé Rosadibosco

E se qualcuno di voi ha letto il suo Epistolario saprà che lui, uno dei più grandi compositori di tutti i tempi, usa spesso un linguaggio scurrile, ama lo scherzo pesante, la parola greve, oscena, capace di suscitare scandalo ed imbarazzo.
E sì, è Mozart, ma io non ho il cuore di riportare qui alcune sue parole.
Perdonami Amadeus, se mi avessi incontrata so che mi avresti presa in giro, io sono permalosa, oltre tutto, sarei stata un bersaglio perfetto!
Mozart, tenero e adolescente, che appena quattordicenne scrive da Napoli alla sorella e chiede:

Scrivimi come sta il signor canarino. Canta sempre? Fischia ancora? Sai perché penso al canarino? Perché nella nostra camera ce n’è uno che fa gran chiasso, proprio come il nostro.

Candore giovanile, vero? Mozart lo conserverà per tutta la vita, a volte, da uomo adulto, mostrerà certi acerbi entusiasmi, è proprio del genio essere così deliziosamente infantile.
E scrive alla sua amatissima, carissima mogliettina:

Sii allegra, felice e compiacente con me. Non affliggermi e non tormentarmi con un’inutile gelosia.
Abbi fiducia nel mio amore, certo non te ne mancano le prove! E vedrai come saremo felici!

E poi ancora:

…nell’aria ci sono 2999 bacetti e mezzo che volano via da me e aspettano di essere presi.
Adieu. Mille baci teneri.

 Adieu cara mogliettina, amami quanto io ti amo, ti bacio duemila volte con il pensiero.

Dolce, infantile, appassionato con la sua Stanzi, come lui la chiamava.
Lei che conosceva il suo talento, ma non sapeva compenetrare nelle profondità della sua creatività, lei che avrebbe forse desiderato accanto un uomo solido, dalle molte concretezze.
Ebbe Mozart, sregolato e geniale, vicino a lui la vita fu un continuo batticuore con tante emozioni e molte difficoltà, ma quanto poco conta la ricchezza materiale, quella che Mozart non ebbe!
C’è la sua vita nelle sue lettere, ci sono i viaggi, i trionfi e i concerti.
C’è il dolore per la perdita della madre, ci sono gli incontri, i successi, le fanciulle, come una povera ragazza che certo non incontra i favori di Mozart!
Lui la descrive grossa come una contadina che suda in maniera orribile,  la trova una creatura repellente.
No, ad Amadeus la ragazza non piace proprio:

 Si è puniti a sufficienza per tutto il giorno se gli occhi hanno la sventura di volgersi da quella parte.

Eh, Mozart le da lezioni di piano e che accade? La ragazza si innamora perdutamente di lui.
E lui, implacabile, le dice che proprio non c’è speranza per loro due.

 Non è però servito a niente, era sempre più innamorata.
Alla fine ho iniziato a trattarla sempre con molta cortesia, tranne quando faceva le sue moine: in questo caso ero scortese.

Ah, ma lei non si arrende, in giro si dice si sposerà con Amadeus!
Povera ragazza, così perdutamente perduta del genio inafferrabile.
Imprevisto e imprevedibile, vi ho già detto, Amadeus ama il turpiloquio, scoprite da voi quanto è nelle sue corde, quanto si diletti con la battuta sporca, sfrontata e provocatoria, con una pioggia di parole pesanti che non potete immaginare!
Provate a leggere e sorriderete, così è Amadeus.
E provate a pensare alla sua giovane cugina, vestita con un abito lieve dai colori chiari, con una di quelle pettinature complicate così tipica delle donne di quell’epoca, profuma di cipria e borotalco, di rosa e di verbena, è una creatura allegra e vivace, regge tra le sue mani di perla una lettera di quel matto di Amadeus che le scrive:

Mia carissima violoncelletta, così va e gira il mondo, uno ha la borsa e l’altro ha il denaro, e c’è chi non ha né l’uno né l’altro, non ha nulla e il nulla è molto poco, il poco non è molto, quindi niente è sempre meno di poco, poco sempre più di non molto e molto sempre più di poco e…

E la cugina sorrise.
E anch’io.
E noi no, non siamo grandi abbastanza per comprendere gli equilibrismi verbali e musicali di Wolfgang Amadeus Mozart, siamo umili essere umani di fronte alla sua grandiosità.
Mozart, il compositore che ha lasciato all’umanità il Flauto Magico e il Don Giovanni, le sonate, le variazioni e le sinfonie, morì ad appena 35 anni e disponendo di pochi mezzi venne buttato in una fossa comune.
Quando sono stata a Vienna sono andata in quel cimitero, dove si trova un monumento a lui dedicato.
E’ un luogo tranquillo, con i viali alberati.
C’è una statua, che celebra il più grande dei compositori, il salisburghese Wolfgang Amadeus Mozart.
Ma lui non è lì, non è nella terra,  in un luogo così infimo che mai potrebbe contenere il suo genio.
Non è sotto una lapide, accanto a un cipresso, sotto ad un freddo marmo.
Mozart è nell’aria fresca di primavera, nei tasti di un pianoforte, nelle corde di un violino, nell’armonia delle stagioni, del tempo, di una sinfonia.
Mozart è nella pioggia e nel cielo cupo, nelle nostre gioie e nelle malinconie che ci colgono in certe giornate, è nella consolazione di quel sogno di felicità che ognuno di noi cerca.
La felicità, quella fatta di cose semplici quanto eterne, il sogno della felicità.
E’ nella complessità, nelle cose oscure e in quelle che invece riusciamo a comprendere.
Nelle cose più semplici.
Una tartina, un coltellino e un strato di burro.
Provate ad ascoltare, vi sembrerà che questa musica risuoni da sempre nella vostra testa.
Con questa leggerezza, con questa lievità, con il profumo del pane caldo e fragrante e la dolcezza del burro.

Un suono, nato dalla fantasia di un genio.
Chiamatelo WAM, oppure Wolfgango de’ Serenissimi Mozartini, o Trazom, se preferite.
Lui solo, Amadeus.