Romanengo, 200 anni di dolcezza

Una storia genovese, fatta di dolcezza e di amore per la tradizione, una storia dai contorni fiabeschi iniziata molto tempo fa, nel cuore della città vecchia.
C’era una volta un certo Antonio Maria Romanengo che un bel giorno aprì un negozio di coloniali in Via della Maddalena.
Correva l’anno 1780 e questo fu il principio di una dolce avventura, proseguita dai suoi figli che con il tempo diventarono stimati produttori di frutta candita, confetti e cioccolato.
Altre due botteghe videro la luce nei vicoli di Genova e Stefano, uno dei figli di Antonio Maria, aprì un laboratorio in Campetto.
Ed è importante l’anno 1814 nel quale nasce la splendida confetteria di Soziglia.
Il negozio ha tutto il fascino del tempo andato e venne restaurato da Pietro, figlio di Stefano, fu lui a volere che avesse lo stile delle confetterie francesi dell’epoca.
Ed è ancora così, come in una fiaba.

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Da allora sono trascorsi 200 anni e per celebrarli la famiglia Romanengo ha aperto ai visitatori la fabbrica di Viale Mojon che ha la sua sede in questa strada dal 1928.
E se non avessi veduto con i miei occhi come vengono prodotti i canditi e le altre loro delizie forse non ci crederei.
Si inizia dal reparto del cacao.
I macchinari sono quelli del tempo, si conserva ciò che gli avi hanno insegnato, è un patrimonio prezioso da difendere e tutelare ed è questo a rendere i cioccolatini e i prodotti di Romanengo così speciali.
Un frantoio, la pietra di granito smuove e lavora il cioccolato, il profumo non posso descriverlo!

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Eccolo qua il macchinario, questo volantino era in esposizione nel negozio di Soziglia.

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E viene narrato nel dettaglio un processo produttivo che trova le sue radici nella tradizione, all’epoca in cui il cioccolato si grattugiava nel latte o veniva consumato a cubetti, al tempo in cui esisteva soltanto il cioccolato amaro fondente.

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Conche ridondanti di dolcezza!

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Ed ecco gli attrezzi del mestiere.

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Così lavorano gli artigiani della bontà, nella fabbrica dove si produce il cioccolato più celebre di Genova.

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E poi la visita continua, verso il reparto successivo dove ci viene mostrato un altro procedimento.

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Mandarini canditi, pronti ad essere tuffati nel cioccolato.

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Scende così, a cascata, io non vi so spiegare ma è semplicemente meraviglioso!
Gli spicchi vengono intinti a mano, uno ad uno.

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E poi sistemati uno accanto all’altro, pronti per l’assaggio.

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Sulla fabbrica dei Romanengo vegliano i volti fieri degli avi.

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Ma come nasce la frutta candita?
Questo è il reparto con la frutta posta nelle vasche da canditura, in una soluzione di acqua e zucchero al 70%.
Questi naturalmente sono i mandarini.

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E questi i chinotti.

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Ed è importante ricordare che viene usata soltanto la frutta di stagione, proprio come ai tempi degli antenati.
E colui che ci mostra questo dolce lavoro mette sul tavolo di marmo gli attrezzi per privare i frutti dei loro torsoli o noccioli.
Da sinistra verso destra ecco cosa si usa per pere, albicocche, amarene e agrumi.

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La frutta viene candita e in un secondo tempo verrà glassata.

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Eccola pronta per l’uso.

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E ci viene mostrata una maniera particolare di lavorare la soluzione in cui viene immersa, un movimento che è perizia e mestiere.

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Poi la frutta viene posta a colare e ciò che resta sapete a chi è destinato? Alle api, che bellezza!

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Così nasce la frutta candita di Romanengo, una bontà apprezzata dai visitatori di ogni tempo, tra i numerosi nomi celebri che gustarono le dolcezze della confetteria genovese anche il giovane Albert Einstein e la Principessa Sissi, come ho già avuto modo di raccontarvi.

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E come in una fiaba, andiamo a Milano nel mese di aprile del 1889.
In una stanza dell’Hotel Milan un famoso musicista è chino sulla sua scrivania, con carta e penna verga una lettera destinata ad un amico.
E gli chiede di recarsi subito da Romanengo e di fargli recapitare due scatole di canditi, fondants e altre bontà.
Il mittente è Giuseppe Verdi e ricevette le tanto agognate  scatole.

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E poi c’erano tutti gli altri clienti, come il signor Ignazio Gentile, un genovese di Portello, a lui è intestata questa fattura firmata per quietanza da Pietro Romanengo, il documento appartiene al mio amico Eugenio Terzo.

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Documento appartenente alla collezione di  Eugenio Terzo

E poi ancora, andiamo al reparto dove si lavorano gli zuccheri.

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Ancora attrezzi del mestiere, tutto l’occorrente per una delle specialità più raffinate e amate di Romanengo, le gocce di rosolio.

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Goccia dopo goccia, con precisione e sapienza.

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E poi c’è ancora un successivo passaggio, che prevede che le gocce di rosolio restino a riposare per un certo periodo per essere poi successivamente sottoposte alla sfarinatura.

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Zuccchero che cela al suo interno una goccia di sublime dolcezza, gli aromi che vengono utilizzati sono rigorosamente francesi e sono sapori particolari e deliziosi.
Acqua amara a liquore certosino, anice e rosa, marasca, menta, caffè e viola.

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E poi ancora, fondants e demisucres, gelatine e pastiglie.

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E ancora un altro reparto, qui sono rimasta davvero strabiliata, se mi avessero detto che i confetti si preparano in questa maniera non ci avrei mai creduto.
Sul muro era appeso un cartello con l’esatta dicitura di questo apparecchio così definito: bassina a mano, apparecchio a braccio oscillante per lavorare i confetti prima dell’avvento della bassina a motore nel 1820.

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Ve lo garantisco, mi ha lasciata proprio a bocca aperta! Ho trovato un video caricato proprio dalla Ditta Romanengo, se volete vederlo lo trovate qui, vi aiuterà a comprendere quanto sia complessa questa procedura e quanto sia preziosa un’arte come questa.

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E non vi so descrivere l’effluvio paradisiaco che vi avvolge in questo laboratorio.

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E intanto lo zucchero cade, piano, piano.

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Ed eccoli i confetti, il cuore è composto da ciò che di meglio esiste per il palato, mandorle di Avola, pinoli di Pisa, pistacchi di Bronte e poi cannella, scorze di agrumi e semi di finocchio.

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E poi ancora, ecco i canestrelli di pasta di mandorle.

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E i torroncini per le tavole di Natale.

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E dolcetti tanto belli quanto buoni.

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E pinoli? Quanti ne volete, a scatole!

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Dalla fabbrica al negozio, nel cuore dei caruggi, a Soziglia, c’è anche un altro negozio in Via Roma e un giorno vi porterò a scoprirlo.

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Proprio come  un tempo.

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Documento pubblicitario  appartenente Collezione di Eugenio Terzo

E con le stesse delizie.

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Retro del documento pubblicitario – Collezione di Eugenio Terzo

E qui trovate le belle scatole decorate con immagini d’epoca, scatole da conservare gelosamente per altri utilizzi.

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Un negozio dal grande charme, legni pregiati rendono l’ambiente caldo e ricercato.

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Vetrine che sono uno scrigno di meraviglie.

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E cioccolatini, dolci da desserts, fondants e bomboni, marron glacés e violette.

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E il fascino di una confetteria francese, come la vollero coloro che diedero vita a questo sogno che ancora esiste.
Sette generazioni di Romanengo, secoli di dolcezza.

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Io ho terminato questa mia visita accompagnata insieme ad altri visitatori alla scoperta di questo negozio.
E a raccontarne la storia erano due giovani donne, l’ultima generazione dei Romanengo.
E allora ve lo dico, in tutto questo ciò che mi ha maggiormente colpito è stato sentire certe parole pronunciate con orgoglio e con vero e genuino senso di appartenenza, con emozione e affetto.
Queste parole: mio nonno, il mio bisnonno.
E’ questo che regala un brivido, ascoltare memorie di famiglia e sapere che quel patrimonio è in buone mani, destinato a crescere a portare nel mondo le antiche tradizioni di Genova.

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E poi ancora, qui, nel resto del negozio che vedete nell’immagine soprastante sul tavolo c’era un pesante libro.

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Proprio come nelle fiabe, lo apri e scopri che veniva usato per riporvi le bomboniere, affinché non si rompessero durante il trasporto.

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E poi ho letto documenti, vergati con una grafia antica, il testamento di Stefano in favore del figlio Pietro, correva l’anno 1846.

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Ho scorso l’elenco degli impiegati nell’anno 1891, ho immaginato i loro visi e le loro vite, ho sorriso nel notare che alcuni di loro portavano nomi che non si usano più ma anche Colomba e Felicina hanno fatto la grandezza di Romanengo.
E poi ho visto lo scagno, l’antico ufficio ancora utilizzato.
E a raccontare tutto questo era una voce giovane, la voce di una ragazza che narrava la storia della sua famiglia.

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In un tripudio di tanta bellezza, pur mantenendo le tradizioni, Romanengo si è aperto ai nuovi canali del commercio, ogni loro prodotto è acquistabile sul sito che trovate qui.
E non vi dico quel vassoio di confetture e sciroppi, verrebbe voglia di provare ogni vasetto!

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Sono molto felice di aver avuto l’opportunità di fare questa visita, mi ha permesso di scoprire un mondo magico che non conoscevo e ho compreso la ragione della bontà e della ricercatezza di certi prodotti di Romanengo, semplicemente unici e inimitabili.

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E concludo questo lungo articolo come l’ho iniziato e vi mostro un’ultima immagine che ancora è un disegno del negozio di Romanengo.
E vi si legge che c’era una volta un compositore, Giuseppe Verdi, che se ne veniva in Soziglia in un bel cocchio.
Come un fiaba, vera e reale, che ancora continua nel cuore di Genova.

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Vico Indoratori, i segreti della Casa dei Camilla

Andar per caruggi, a guardar bene è proprio una camminata nella storia.
E oggi vi porto laggiù, in Vico Indoratori.

Vico degli Indoratori

In questa strada nacque Santa Caterina Fieschi, benefattrice tanto amata in questa città, di lei vi parlai in questo articolo.
E tante altre sono le storie da narrare su questo caruggio, qui un tempo dimorava una nobile famiglia, se imboccate Vico Indoratori da Scurreria, arriverete in quella che un tempo era nota come Contrada dei Camilla.

Vico Indoratori

E prima di giungere sotto a questa antica dimora alzate lo sguardo verso l’edicola vuota, liberata di recente dai ponteggi che la nascondevano.
Due angioletti la custodiscono, a guardarla mi viene da dire che noi non abbiamo saputo fare altrettanto.
L’edicola ospitava la Madonna delle Grazie con il suo Bambino tra le braccia, la statua è ormai scomparsa, sorte comune a molte altre immagini sacre che nei secoli scorsi vegliavano sui passanti.
Ora molte delle statue sono andate perdute, quelle che si sono salvate sono esposte al Museo di Sant’Agostino.

Vico Indoratori - Edicola

E poco distante, sul lato opposto della strada, c’è la casa dei Camilla.

Casa dei Camilla

La distinguerete perché sul muro è affissa una targa marmorea che ricorda la sua antica storia, abitazione medievale dei primi del XIII Secolo.

Casa dei Camilla (2)

E a questo punto sorgerà spontanea una domanda: chi erano i rappresentanti di questa famiglia dei quali forse si conserva poca memoria?
Narrano le cronache che due di loro, Nuvelone ed Angelo, furono tra i nobili che si prodigarono per concludere la pace con Pisa nel 1188.
E poi tra i membri dei Camilla si annoverano diversi consoli, si vede che erano veramente eminenti cittadini!
E tra gli altri vi fu anche un certo Simone Camilla, state un po’ a sentire cosa accadde.
Si era agli inizi del 1200 e i Camilla erano tanto potenti quanto invidiati, spesso nel mirino dei loro rivali.
E insomma, dovevano stare sempre attenti a non mettersi in pericolo, a quanto narrano certi storici a volte non potevano neppure uscire di casa per andare a Messa!
E fu così che Simone, a onore e lustro della famiglia, pensò bene di far costruire sui suoi possedimenti una chiesa gentilizia che dava su Campetto.
Era la chiesa di San Paolo Vecchio, alla quale si accedeva da Vico Carlone, che corre parallelamente a Vico Indoratori, dove appunto era la casa di Simone.
Insomma, su questa piccola chiesa si leggono meraviglie, era tutta stucchi e marmi, nella volta si potevano ammirare pregiati affreschi.
Nei secoli la chiesa passò poi ai Barnabiti che l’arricchirono di una bella biblioteca.
E il tempo trascorse, la piccola chiesa ai primi dell’Ottocento subì una trasformazione e divenne un teatro.
A poca distanza da quella casa, la casa dei Camilla.

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E poi ci sono vicende che non sono narrate sui libri.
E sono le storie di vita quotidiana, i piccoli dolori, le speranze, i batticuori e le delusioni.
La vita di tutti, in qualunque secolo, le storie che mi piace immaginare.
Una giovane ancella, dai lunghi capelli color del rame.
Lei si affaccia alla finestra, nel suo sguardo si legge l’impazienza dell’attesa.
E scruta lontano, d’un tratto distingue una figura che sale lungo Vico Indoratori e allora il suo volto prima così pensieroso viene rischiarato da un gioioso sorriso.
Sarà esistita una creatura così?
Se mai c’è stata, quel che accadde dopo fa parte della sua storia segreta che noi non possiamo conoscere.

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Però possiamo immaginare, se ne siamo capaci possiamo vedere ciò che forse è realmente accaduto in luoghi come questo.
In Vico Indoratori, su per quelle scale che un giorno mi piacerebbe salire.
Oltre quelle mura che hanno protetto e ospitato uomini e donne di altre epoche e che hanno custodito chissà quali segreti.
In Vico Indoratori, nella casa dei Camilla.

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