All’ombra delle torri di Porta Soprana

Quelle case vetuste, di pietra e di ardesia, intrise di storia e dense della memoria di passi che un tempo calcarono certe ripide scale.
Semplicemente case di famiglie, di padri e di madri, di lavoratori e bottegai di Ponticello, buona gente che abitava là, all’ombra delle torri di Porta Soprana.
Semplicemente genovesi e con tanto orgoglio, io credo.
E mi piace immaginare questi miei concittadini che nel passato abitarono in quelle strade perdute a pochi metri dalla dimora di Colombo e vicini alla porta della città sulla quale è affisso un marmo dove si leggono, tra le altre, queste parole:

Ben presidiata d’uomini e munita di una mirabile cinta di mura,
tengo col mio valore lontani gli ostili colpi.

I colpi impietosi del piccone, invece, non risparmiarono le umili case: il Novecento portò la modernità e i grattacieli svettanti, a metà degli anni ‘30 questa zona subì sventramenti e demolizioni e divenne a poco poco come oggi noi la conosciamo.
Nel momento in cui fu scattata la fotografia che compare su questa cartolina c’era ancora vita fremente in quelle case antiche: c’erano pentole sul fuoco, panni da lavare, c’erano letterine di Natale e cassapanche, sedie impagliate e tovagliette di pizzo tenute con cura.
C’erano finestre spalancate, tetti spioventi, lenzuoli stesi, sospiri e battiti del cuore.

E poi la vita è anche un po’ strana, a volte: all’incirca nel punto dove oggi fa capolinea una linea dell’autobus in quel tempo lì c’erano i carretti trainati dai cavalli.
E c’era la recinzione di un cantiere: in quell’area verrà ricollocato l’antico Chiostro di Sant’Andrea e là ancora si trova, all’ombra delle torri di Porta Soprana.
E c’era un evento imperdibile per i genovesi, lo vedete ben pubblicizzato sui manifesti affissi sulla palizzata di legno.
Vi si legge Maciste Innamuou e in italiano corrisponde a Maciste Innamorato, questo è il titolo di un film muto del 1919 di cui fu protagonista nel ruolo principale il genovese Bartolomeo Pagano, non so dirvi se il manifesto si riferisca a un adattamento teatrale o proprio a una proiezione di quel film.

Una gran pubblicità per uno spettacolo che avrà certo incuriosito molti spettatori, ci sono manifesti ovunque!
Intanto la vita scorre, lenta e calma, ognuno cammina verso la propria meta in un frammento di Genova che sta per cambiare aspetto.
E probabilmente, in quel momento, nessuno di loro lo sa.
Ci sono ancora quelle vecchie case, le botteghe minuscole, i profumi semplici della vita, i caruggi sempre veduti e vissuti.

Come ogni giorno.
Come in ogni attimo di certe vite trascorse all’ombra delle torri di Porta Soprana.

Via di Ravecca, luci e colori di Genova

Non è semplice scrivere di Via di Ravecca, strada amatissima dalle tante anime, non so quante volte mi sono riproposta di portarvi là, in una delle vie più suggestive della città vecchia.
Strada antica e dalla lunga storia, scrive Francesco Podestà che di essa si hanno notizie già intorno al 1100.
Secondo Belgrano Via di Ravecca deriva il suo nome da Rua o Ruga Vecchia che significa appunto strada vecchia, altri studiosi diedero interpretazioni differenti.
Superata Porta Soprana eccola a voi, così inizia Via di Ravecca con le sue antiche bellezze.

via-ravecca-1

Per me è luogo di stupori, da ragazzina amavo molto gironzolare in questi vicoli: scoprire una strada che non hai mai veduto è un’autentica sensazione di meraviglia, una sorpresa che può levarti il fiato.
Correvo su e giù per le traverse, con lo zainetto sulle spalle.
E poi.
E poi bisogna alzare gli occhi per vedere una piccola Madonna a guardia di un portone.

via-ravecca-2

E poi, poi non ho mai smesso di tornarci, Via di Ravecca in certe mattine è un incanto di vento, luce e colore.

via-ravecca-3

Anima di un antico sestiere, un toponimo che ricorda la fierezza dei genovesi.

via-ravecca-4

E sole, ombre, finestre e chiaroscuri.
E i miei dubbi, io non so spiegarvela Via di Ravecca.
Dovreste venire qui, in certe giornate, quando il sole vira sui vetri.

via-ravecca-5a

E magari anche voi vi perderete a seguire quella danza nel cielo.

via-ravecca-6

E tuttavia non distraetevi, in Via di Ravecca c’è ancora traccia degli antichi “cannoni” dai quali sgorgava un tempo l’acqua.

via-ravecca-6a

E poi, là, sopra di voi.

via-ravecca-7

Nella zona di Via di Ravecca ci sono diversi negozietti di vario genere, ci sono anche diversi posti dove mangiare, qui trovate anche una delle celebri sciamadde che vende specialità genovesi.

via-ravecca-8

E poi.
In verità vengo spesso qui a guardare i panni stesi.

via-ravecca-9

E le tovaglie, le magliette colorate e le candide federe.

via-ravecca-12

In questi caruggi sempre presidiati dai Santi: all’angolo con Vico Gattilusio spicca la bella edicola che ospita San Giovanni Battista.

via-ravecca-12a

E poi persiane aperte, riflessi, uno sventolio di rosa contro il celeste cielo.
E l’aria del mare che abita in questi caruggi dalla storia lontana.

via-ravecca-13

E il sole che filtra, un raggio che cade e sfiora i muri antichi.

via-ravecca-14

E davvero, non so raccontarvela Via di Ravecca.
D’un tratto vedrete una Madonnina, Lei posa il suo sguardo gentile sul popolo di Ravecca.

via-ravecca-15

E sono trascorsi i secoli, centinaia di anni.
Di qui sono passati nobili e popolane, giocatori di dadi, mercanti e cavalieri.
E monache devote, fanciulle costrette a matrimoni di convenienza e donne affaticate con le ceste dei panni sulla testa, in Salita di Coccagna c’è ancora l’antico lavatoio.
Non distante da qui c’era un tempo il carcere di Sant’Andrea.
E i pianti, le disperazioni, le solitudini.
E le speranze, quelle come le racconti?
C’è una parte di vita che non puoi narrare ma puoi immaginarla, tra diverse sfumature di rosa, di rosso e di pesca.

via-ravecca-16

E poi si segue la luce in questa via dalle case alte e dalle imprendibili prospettive.

via-ravecca-17

In Ravecca c’è anche un forno celeberrimo del quale ho già avuto modo di parlarvi in questo post: la focaccia di Patrone è davvero sublime.

Patrone

Focaccia (3)

E poi, non posso scordare di dirvi che quando salite da certe strade che si immettono su questa strada è così che vedrete Via di Ravecca, in lontananza.
Salite e discese della città vecchia.

via-ravecca-18

E quadri di caruggi, a volte.

via-ravecca-19

No, non credo che si possa venire a Genova senza vedere Via di Ravecca.

via-ravecca-19a

Magari in una giornata tersa, quando la luce brillante la attraversa.

via-ravecca-20

E allora ci si ferma e lo sguardo trova l’ocra, il rosso, l’azzurro e il solito filo di panni stesi.

via-ravecca-21

E no, io non so raccontarvela Via di Ravecca.
Dove trovare le parole per questa magia perfetta di colori e geometrie di luce?

via-ravecca-22

E non vorrei che vi scordaste di alzare ancora gli occhi, quando vi trovate a certi incroci.

via-ravecca-23

Semplice e vera, come la bellezza autentica.
Ha la sua anima, ha la sua voce.
Ha il suo tempo, segue il lento virare dei raggi del sole che la accarezzano.
Come negli anni che non abbiamo veduto, come nelle epoche che non abbiamo vissuto.
Così è Via di Ravecca, splendente nei suoi colori, nella luce di Genova.

via-ravecca-24

Attraversando Vico delle Carabaghe

Impiegherete poco tempo ad attraversare Vico delle Carabaghe, è solo un breve caruggio che parte da Vico dei Castagna.
E qui, nel suo primo tratto, è più aperto e luminoso.
E ha questi colori che così spesso trovate nella città vecchia.

Vico delle Carabaghe

All’ocra e al rosso aggiungete l’azzurro del cielo che in certe stagioni sa essere sempre generoso.

Vico delle Carabaghe (1)

Un caruggio dal nome insolito, non c’è che dire, da principio si chiamava Vico delle Calabraghe.
E sebbene qui nel passato esercitassero la loro professione certe signorine, il toponimo di questo vicolo non ha nulla a che vedere con la loro attività, la spiegazione del suo nome si trova tra le pagine di un vecchio libro di Francesco Podestà che ho la fortuna di possedere, è un testo dedicato alla zona del colle di Sant’Andrea.
E vi si legge persino di un antico documento risalente agli inizi del ‘500 nel quale è citato proprio il nostro caruggio, pensate quanto è lontana la sua storia!
L’autore spiega con dovizia di particolari che il nome del vicolo deriva dalle Calabrage, in seguito venne modificato in Carabaghe.
Storie di lotte e di acerrimi aggressori che sfidavano la Superba, per difendersi si usavano anche le Calabrage, macchine belliche utilizzate per scagliare sassi di piccole dimensioni contro i nemici.

Vico delle Carabaghe (2)

E se percorrerete questo caruggio pensate al passato di questi luoghi, alle centinaia di occhi che li hanno veduti e ai passi che hanno solcato queste antiche strade.

Vico delle Carabaghe (3)

E sì, davvero dovremmo tenerli come gioielli i nostri vicoli, mi dispiace sempre trovare inutili e deturpanti scritte sui muri.
Poi però guardo verso l’alto e vedo una grandezza che non si può sfregiare in alcun modo.

Vico delle Carabaghe (4)

Muri, ombra e luce, te li lasci alle spalle.

Vico delle Carabaghe (5)

E intanto il vicolo si fa sempre più stretto e i colori sfumano quasi confondendosi tra di loro.

Vico delle Carabaghe (6)

Guarda in su, qui dove il cielo diventa sottile come un nastro di raso.

Vico delle Carabaghe (7)

Guarda, questi sono i due palazzi situati nella parte finale di Vico delle Carabaghe.

Vico delle Carabaghe (8)

Attraversare un antico caruggio ha sempre la sua cifra di stupore e meraviglia, io vorrei portare qui qualcuno che a Genova non c’è mai stato.
Laggiù, al termine della strada, davanti a te si stagliano le torri di Porta Soprana, su ognuna sventola orgoglioso il vessillo con la croce di San Giorgio.
Ed è stretto Vico delle Carabaghe, così per vedere entrambe le torri devi giungere alla fine del vicolo.

Vico delle Carabaghe (9)

E ancora citando lo storico Podestà, è proprio la vicinanza della porta a giustificare la presenza delle macchine belliche, l’autore scrive che queste potevano essere collocate nel vicolo oppure portate in cima alle torri in caso di necessità.

Vico delle Carabaghe (11)

Qui termina la nostra passeggiata odierna, al Piano di Sant’Andrea.
Là, tra due case alte e svettanti, una rossa e una gialla, si snoda il breve Vico delle Carabaghe, un caruggio che ha le sue storie e le sue suggestioni, silenzioso testimone del passato di Genova.

Piano di Sant'Andrea

Le Mura del Barbarossa

Gli affascinanti misteri dei caruggi, io ho iniziato a scoprirli da ragazzina.
Avevo 15 anni e me andavo in giro per la città vecchia in cerca di luoghi mai veduti, uno dei miei posti preferiti era la zona di Ravecca.
Su e giù, per tutte le traverse come faccio ancora adesso.
E poi là, sopra le antiche mura della Superba, le mura del Barbarossa.
Allora quella parte di Genova era diversa, c’erano ancora molti edifici da ristrutturare e il mio ricordo fa riemergere un’impressione di suggestiva decadenza.
Su e giù per le mura poi un brutto giorno, ahimè, sono state chiuse da cancelli e rese inaccessibili.
Ditemi, negli ultimi anni avete per caso visto una tizia seduta per terra lì davanti?
Ecco, si trattava di me, ho passato ore in paziente attesa che il caso mi facesse incontrare qualcuno in possesso delle chiavi per poter entrare.
E orfana della mia passeggiata preferita ho scattato diverse foto da quest’unica prospettiva sulle mura del Barbarossa.

Mura del Barbarossa (2)

Ora è nuovamente possibile visitarle, purtroppo restano chiuse al libero accesso ma c’è maniera di effettuare un percorso sulle mura e oggi vi porterò proprio là sul camminamento dove i soldati un tempo facevano la ronda per assicurare la tranquillità ai genovesi.
Da Via Ravasco si sale verso Passo delle Murette, su per una scala di ferro, fermatevi ad osservare il muro che la costeggia, ci sono i resti delle antiche tubature in terracotta e non si trovano solo in questo punto ma anche altrove, presto vi mostrerò altre immagini.

Mura del Barbarossa (3)

Ecco il cancello.

Mura del Barbarossa (4)

E non sapete la mia gioia di vederlo alle mie spalle!

Mura del Barbarossa (5)

Le antiche mura di Genova costruite in sua difesa a partire dal 1155 contro un temibile nemico, il Barbarossa con le sue minacciose truppe.
Le mura vengono edificate a ridosso di Porta Soprana che già esisteva nel X secolo, la sua costruzione venne ultimata in quel 1155.
Tutto il popolo accorre in soccorso, si lavora senza sosta, si elevano palizzate e si usano gli alberi delle navi, nel 1159 l’opera è terminata.

Mura del Barbarossa (6)

Di quelle mura che cingevano la città ne resta una parte, il camminamento si addentra tra le case e non potete dire di aver veduto Genova se non siete stati qui, in una delle sue parti più antiche e ricche di storia.

Mura del Barbarossa (7)

E guardate in ogni direzione, voltatevi indietro e vedrete il mare e le campate del ponte sotto il quale brulicava di vita la ormai perduta Via Madre di Dio.

Mura del Barbarossa (8)

Usate la vostra fantasia e allora vedrete la gente di Genova di un altro tempo, sentirete le voci delle popolane e udirete il clangore delle armature di quei temerari soldati che presidiano le mura.

Mura del Barbarossa (9)
Case alte e svettanti, le potete vedere dai caruggi che salgono da Ravecca da dove si ammirano le mura del Barbarossa da una diversa prospettiva.

Mura del Barbarossa (10)

Camminate nel vicolo stretto che si snoda tra curve e saliscendi.

Mura del Barbarossa (10A)

E guardate verso la strada che avete già percorso.

Mura del Barbarossa (12)

E davanti a voi, tra antiche case color ocra e rosa di Liguria.

Mura del Barbarossa (13)

E poi affacciatevi sulle piazzette e sui caruggi circostanti, su queste ardesie e su questi colori, ho iniziato a innamorarmi di Genova scoprendo questi suoi vicoli nascosti, ora immacolati e rinati a nuova vita.

Mura del Barbarossa (14)

Un luogo che appartiene a un’altra epoca eppure è in perfetta sincronia con il nostro tempo.
Arancio, giallo e grigio di cielo plumbeo.

Mura del Barbarossa (15)

Curve, finestre e mura.

Mura del Barbarossa (16)

Persiane, panni stesi e sfumature della città vecchia.

Mura del Barbarossa (17)

Guardate ancora indietro, la veduta della città in salita.

Mura del Barbarossa (18)

E scale e gradini da scendere.

Mura del Barbarossa (19)

Su e giù per le mura del Barbarossa, tra le case della vecchia Genova.

Mura del Barbarossa (20)

Qui, in questo tratto, concedetevi una deviazione, alcuni scalini vi porteranno al lavatoio di Salita di Coccagna, ve ne parlai in questo articolo, lo avevo fotografato dal vicolo rimanendo al di là del cancello.

Lavatoio

I muri raccontano storie, celano testimonianze di giorni che noi non abbiamo vissuto.
Osservate con attenzione, qui ci sono le derivazioni dell’antico acquedotto.

Lavatoio (2)

E ci sono anche piccole targhe in marmo sulle quali sono riportati i numeri degli antichi bronzini.

Lavatoio (3)

Il tempo che non abbiamo vissuto è scandito dagli scrosci d’acqua, dal profumo del sapone e dalle chiacchiere delle lavandaie.

Lavatoio (4)

Il tempo che non abbiamo vissuto resiste con protervia, è l’immagine di una giovane donna curva sul lavatoio, sfrega con energia i suoi panni, ha il volto affaticato, arrossato e stanco eppure sorride.
Abita qui, nei dintorni.
E il suo tempo vissuto è per noi soltanto immaginato ma ha una cifra di realtà e la leggi sul muro, incisa nel marmo.

Lavatoio (5)

Anche i secoli si coprono di ruggine ma se guardi con occhi nuovi tutto sembrerà vero e presente.

Lavatoio (6)

Scale, finestre, Genova: da un lato c’è Via del Colle e dall’altro c’è Via Ravecca.

Mura del Barbarossa (21)

E ancora uno sguardo indietro verso le splendide angustie della Superba, in una giornata di sole qui la luce rimbalza sui muri rossi.

Mura del Barbarossa (22)

E si incontra ancora un altro cancello, al di là di esso prosegue la camminata sulle mura del Barbarossa.

Mura del Barbarossa (23)

E sopra c’è una lapide dove si leggono parole in latino: ad beneplacitum patrum communis che significa con il  beneplacito dei padri del Comune.

Mura del Barbarossa (24)

Varcherete questo cancello e vi troverete nel tratto che conduce alle torri di Porta Soprana.

Mura del Barbarossa (25)

Sono a breve distanza da voi, ancora pochi passi e potrete salire sulle torri da dove si domina il magnifico scenario della Superba vista dall’alto.

Mura del Barbarossa (26)

Diverse epoche di una città convivono fianco a fianco.

Mura del Barbarossa (27)

Case dai tetti spioventi si affacciano sulle mura e le sovrastano.

Mura del Barbarossa (28)

Termina qui il percorso sulla mura del Barbarossa, un’esperienza che consiglio a genovesi e visitatori, vi calerete in un’atmosfera dalle suggestioni intense.
E come vi ho detto all’inizio questo post l’accesso alle mura è reso ora possibile da una cooperativa che ha in gestione alcune interessanti realtà cittadine.
Le mura sono visitabili nel contesto di un pacchetto che comprende la visita al Museo di Sant’Agostino, alle torri di Porta Soprana e alla Casa di Colombo, per tutte le informazioni e i dettagli guardate qui.

Mura del Barbarossa (29)

Io sono tornata nel luogo delle mie prime emozionanti esplorazioni.
Ho un ricordo preciso di me, ho lo zainetto sulle spalle e corro su per Salita della Fava Greca, mi guardo intorno e tutto è stupore e meraviglia.
Io sono rimasta uguale, Genova è rimasta uguale, tutta da scoprire.

Porta Soprana

Sulle Torri di Porta Soprana, munita di una mirabile cinta di mura

Ben presidiata d’uomini e munita di una mirabile cinta di mura, così si legge su un’iscrizione che si trova su Porta Soprana.
Vi ho già narrato le vicende della sua costruzione, che risale al 1155, se desiderate leggere la gloriosa storia di Porta Soprana, delle tante lapidi che si trovano sulle sue mura e del mondo che gravitava all’ombra delle sue torri, vi invito a leggere questo articolo.
Ma oggi vi porto lassù, sopra le torri.
E sarà come viaggiare nel tempo, in un passato lontano e per noi misterioso.
Tenebre scure e sinistre avvolgono le mura e le torri.

Porta Soprana

L’arco della porta, dove un tempo erano appese le catene del porto di Pisa, portate in trionfo a Genova dopo averle strappate ai nemici nel 1290.

Porta Soprana (2)

Porta Soprana, la testimone silenziosa della storia di Genova.
Suggestiva di notte e splendente sotto la luce del giorno.

Porta Soprana (3)

Porta Superana, gemella di Porta dei Vacca, come già vi dissi, ospitò un tempo il boia di Genova, un certo Louis Victor Samson, parente stretto di colui che decollò il Re di Francia e la sua illustre consorte al tempo della Rivoluzione Francese.
E allora entriamo a Porta Soprana e salutiamo con una certa reverenza chi ci accoglie all’ingresso.

Porta Soprana (4)

E con altrettanta cautela saliamo le scale, verso le due torri.
Sono gradini altissimi questi, come sempre capita in edifici tanto antichi.

Porta Soprana (5)

E superata la prima rampa il vostro sguardo andrà in cerca della città.
Si cammina per i caruggi protetti dalla loro altezza, ma qui li si osserva da una prospettiva differente.
E lo sguardo trova Via Ravecca.

Via Ravecca

E salita del Prione, che scende gentile e sinuosa verso Piazza delle Erbe.

Salita del Prione

Potrete percorrere un breve tratto del camminamento di ronda delle mura del Barbarossa.
E poi camminerete qui, tra le torri, sospesi sulla città.

Porta Soprana (6)

La traccia del tempo è di solida pietra che resiste all’usura, allo scorrere delle ore e alle intemperie.
La traccia del tempo è sotto questi archi.
Porta Soprana, la testimone silenziosa della storia di Genova.

Porta Soprana (7)

E poi, d’un tratto, vertigine.
E come ho già avuto modo di ricordare, la prima volta che salii quassù mi impegnai nell’ascesa come se si trattasse di una normale scala.

Porta Soprana (8)

Ma questa è la scala della Torre!
Affrontatela con una certa calma, è un consiglio da amica, questi gradini sono stati fatti per gente di ben altra fibra, ve lo dico io!

Porta Soprana (9)

Vertigine e vortice, grandezza e imponenza.
Dentro la torre, la testimone del nostro passato.

Porta Soprana (10)

La città che si scorge appena in uno scatto che potrebbe rappresentare parte dell’essenza di Genova.
Così si intravede la luce in certi nostri caruggi.

Porta Soprana (11)

E ancora si sale.
E così si mostra ai vostri occhi la Superba.
E questa è un’immagine che racconta una storia.
Una storia di monti innevati  e del campanile di una cattedrale che svetta fiero.
Una storia di case strette, addossate una all’altra, se le osservate dalla strada non vi parrà che siano così alte, eppure le vedrete così, mentre salite verso la Torre.
I luoghi hanno un’anima e l’anima di Genova ama giocare con l’infinito.

Genova

Vertigine, gradini.

Porta Soprana (12)

E una porta che si apre sul blu.

Porta Soprana (13)

E siete in cima alla Torre.

Porta Soprana (14)

Tra i merli, in un spazio che non è poi così ampio.

Porta Soprana (15)

E anche le Torri giocano con il cielo, certo.

Porta Soprana (16)

Una sfida continua.

Porta Soprana (18)

E non sono certa che a vincere sia l’infinito!

Porta Soprana (19)

E la Torre accanto a quella in cui mi trovavo si distingueva eccome dagli edifici moderni che le fanno da sfondo!

Porta Soprana (17)

La Superba vi circonda, attorno a voi le tante anime di Genova.
La città dei nostri tempi, Piazza Dante e la sua modernità.

Piazza Dante

La città delle alture, della circonvallazione e dei corsi.

Genova (2)

La città dei tetti così vicini uno all’altro.

Genova (3)

Le strade sotto di voi, ancora Salita del Prione e Via di Porta Soprana.

Genova (4)

Altezza e vertigine, un piccolo berceau, il mare e il porto.

Genova (5)
E questa è Genova.
E poi si scende, scale e vortice.
Vertigine.

Porta Soprana (20)

E le si guarda ancora le Torri di Porta Soprana, da lassù è ben evidente la loro struttura.

Porta Soprana (21)

Le Torri di Porta Soprana sono visitabili grazie all’Associazione Culturale Genovese Porta Soprana , volontari che permettono ai cittadini e ai turisti di accedere ad alcuni monumenti cittadini.
Nel caso specifico, unitamente alle Torri è possibile visitare con un unico biglietto la Casa di Colombo che si trova a breve distanza.
Gloriose e magnifiche svettano le Torri contro il cielo di Genova.

Porta Soprana (22)

E così termina questa passeggiata su per le scale della testimone silenziosa del nostro passato.
Vi lascio con le memorie di un viaggiatore, uno dei massimi poeti italiani, Gabriele D’Annunzio.
Venuto a Genova per inaugurare il monumento dei Mille, volle vedere Genova di notte e lo spettacolo dei suoi palazzi con l’oscurità.
Vide anche Porta Soprana, colei che un tempo fu  ben presidiata d’uomini e munita di una mirabile cinta di mura, e così scrisse:

Non dimenticherò mai Porta Soprana immersa nel chiaro di luna.
Le vecchie pietre sembravano fosforescenti.
Il cielo che si vedeva al di là dell’arco era come uno specchio rivolto verso il mare, che quella sera doveva essere d’argento.

Porta Soprana (23)

Di notte

Di notte.
Di notte tutto è più magico.

I colori si fanno più rarefatti, il buio attenua le  tinte.

Di notte, tutto è misterioso.

E alcune strade sono silenti e tranquille, scendendo da Via Luccoli può capitare di non incontrare nessuno.

Di notte, in Scurreria Vecchia, sembra di essere nel Medioevo.
E forse arriverà un cavaliere su per la salita?

E dove sono i soldati che montano la guardia alle Torri di Porta Soprana?

Oh, di notte! Di notte il tempo compie un’accelerazione al contrario.

Ma ad ogni angolo trovate un ristorantino dove gustare le specialità liguri e vorreste programmare almeno un’uscita a settimana, vale certo la pena di provarli tutti.

E di notte in certe piazze c’è la movida.
Tanta gente, tanto rumore, quasi non si può camminare.

La notte.
La notte è il regno del contrasti, del buio che avvolge le strade, dei rumori improvvisi, dell’aria fresca e ristoratrice.

Di notte, a volte, la luce splende calda e dorata.
E rifulge vittoriosa sulle tenebre.

Porta dei Vacca, baluardo e difesa di Genova

Vi ho già narrato alcune storie e vicende legate a Porta Soprana, anche detta Porta di Sant’Andrea, che svetta con le sue torri, sui caruggi che la circondano.
Questa porta ha una gemella, che si trova all’inizio di Via del Campo, e osservandola a una certa distanza è ben evidente quanto essa fosse stata posta in quella posizione a baluardo e a difesa della città.
E’ Porta Sottana, nota anche come Porta dei Vacca o di Santa Fede, dal nome della chiesa situata qui accanto.

La costruzione di entrambe le torri risale al 1155, agli anni nei quali il Barbarossa minacciava di assoggettare Genova.
E i genovesi, che tanto avevano a cuore la loro indipendenza, eressero mura altissime, per difendere la Superba dagli attacchi del nemico.
Le mura, che vennero terminate nel 1159, partivano da Porta Soprana, proseguivano fino alla chiesa di San Domenico, sita dove ora si trova il Carlo Felice e poi salivano in Piccapietra, dove si trovava una porta merlata di torri.
Scendevano poi per Salita Santa Caterina, e lì si incontrava la Porta di San Germano presso l’Acquasola.
Poi ancora giù, in Piazza Fontane Marose, verso il colle di Castelletto e infine Sant’Agnese, ovvero la zona situata alle spalle di Piazza della Nunziata.
Terminavano qui, a Porta dei Vacca.
Scrive Michele Giuseppe Canale:

giravano cinquemila cinquecento venti piedi; le ornavano mille sessanta merli; erano innalzate per le quattro quinte parti nello spazio di cinquantatrè giorni, meraviglioso a dirsi!
Nuova Istoria della Repubblica di Genova del suo commercio e della sua letteratura dalle origini all‘anno 1797 (1858)

Si narra, infatti, che il popolo di Genova lavorò giorno e notte per erigere queste mura, tanto importanti e vitali per la salvezza della città.
E noi oggi vediamo la Porta dei Vacca inglobata nel tessuto urbano, tra le case, ma un tempo qui il panorama era assai diverso.


E allora pensate, alla sua sinistra era il prato del Vastato e dal lato opposto il mare.
E il ponte levatoio, certo quello non poteva mancare!
Eh, purtroppo le torri non si possono visitare!
E io non posso sfidare le mie vertigini e salire fin lassù!
Eh, chissà che spettacolo! Via Prè, Via del Campo e la Torre dei Piccamiglio vista da un’altra prospettiva!

Quando mi piacerebbe andare là sopra!
Ecco, perché non si può? Non sarebbe un’attrattiva di grande rilievo per i molti turisti che a pochi metri affollano l’Acquario?
Eh sì, di loro mi ricordo sempre!
Ma certo anche molti genovesi vorrebbero affacciarsi da qui!

Noi camminiamo, incuranti, accanto al nostro passato.
A volte neppure sappiamo cosa sia accaduto, in certi luoghi.
La porta Sottana, denominata dei Vacca dal nome di una famiglia che intorno al 1100 aveva qui le proprie case, era l’ingresso della città.
Per oltrepassarla e introdurre merci dentro la Superba occorreva corrispondere una gabella.
E Via del Campo, negli anni nei quali la Porta ebbe tanta rilevanza, divenne la strada più importante di Genova.

Quando passate sotto la Porta, sulle sue mura trovate ancora le lapidi che vennero qui collocate quando Porta dei Vacca venne eretta.

Qui, come accadde in Porta Soprana, i genovesi appesero le catene del porto di Pisa, strappate alla Repubblica nemica nel 1290.
Eh, siamo un po’ duri da queste parti e per rivederle indietro i Pisani dovettero aspettare qualche secolo.
Infatti fu solo nel 1846 che la città di Genova restituì quel trofeo di guerra.
C’era da fare l’Italia, in fondo mica potevamo tenerci il bottino appeso alle porte della città!
E queste torri, come quelle di Porta Soprana, nella prima metà del 1200 divennero oscure e cupe prigioni, luogo di morte e di tortura per delinquenti o presunti tali.


Ai nostri giorni le torri di Porta dei Vacca sono un po’ trascurate, forse dimenticate.
Eppure quando i turisti ci passano sotto, li vedi alzare gli occhi verso l’alto e domandarsi cosa sia mai quella costruzione imponente che separa Via del Campo da Via Pré.
Accade spesso, e sono tedeschi, inglesi o italiani, con la cartina in mano cercano di raccapezzarsi nel dedalo dei nostri caruggi e guardano in su, verso le torri.
E forse no, forse non sanno.
Questa è Porta dei Vacca, difesa e baluardo della città di Genova.

I segreti di Porta Soprana

 

 

Torri di Porta Soprana

Porta Soprana, primaria porta d’accesso della città, venne edificata nel lontano 1155.
Deriva il suo nome da Superana, superiore, in quanto si trova assisa sulla sommità del colle di Sant’Andrea, dal quale prese il suo altro appellativo di Porta di Sant’Andrea.
Alcune storie che vi racconterò, a proposito di questo luogo, non le troverete in una qualsiasi guida turistica.
Sono tratte da un volume raro e di grande pregio culturale che ho ereditato da mio nonno, un libro che venne scritto da Francesco Podestà, nel 1901, e si intitola “Il colle di Sant’Andrea in Genova e le regioni circostanti”.
La Genova che visse il Podestà è di molto precedente agli orrori dell’età moderna, agli scempi che gli architetti misero in atto lì, nel quartiere di Ponticello e di Via Madre di Dio, spianando un intero quartiere, fitto di case alte, antiche e bellissime, per far posto ad un complesso architettonico, il palazzo della Regione, di incomparabile bruttezza.
Francesco Podestà, nel suo libro, grazie ad una paziente ricerca effettuata negli archivi storici, ci racconta la Genova di secoli fa, con lui si viaggia nel mondo antico, fino a 1100 e anche più lontano nel tempo.
Il libro è corredato di tavole, ma credetemi, è difficile orientarsi in un luogo che non esiste più, bisogna usare tanta immaginazione, e farsi aiutare dalla fantasia: e allora lasciamoci guidare, andiamo insieme, per queste strade ormai perdute, incontriamo le persone comuni, il l popolo che lì, sotto la porta, viveva, esercitando le proprie attività.
Questa è Porta Soprana: maestosa, magnificente e fiera.
Sul lato sinistro le Mura dette del Barbarossa.

Porta Soprana e le Mura del Barbarossa

Vi si accede tramite una salita: è ciò che rimane di Vico Dritto di Ponticello alla cui base si trova la presunta abitazione di Domenico Colombo, padre del celebre navigatore.
A destra  il Chiostro di Sant’Andrea, un tempo parte del monastero, ormai abbattuto, che si trovava nei pressi del palazzo della Borsa.

Chiostro di Sant'Andrea
Quando vi trovate in Vico di Ponticello  immaginate che  alla vostra sinistra, al di fuori della mura, si estenda una piazza, anch”essa denominata di Ponticello: lì le case erano assiepate una sull’altra e dal 1300 la piazza divenne luogo di mercato, in particolare vi si commerciava il legname.
Era del popolo questa parte della città, lì ferveva la vita, il commercio, si compiva lì ogni gesto della vita quotidiana.
Da Vico Dritto di Ponticello, sempre verso sinistra, c’era un Vico denominato Pera e il Podestà racconta che questo nome deriva da pelera, in quanto, alla fine del 1500, vi era in questo vicolo un edificio nel quale si spellavano i maiali.
Al di fuori della porta, invece, uscendo sulla destra, si trovavano i Macelli di Sant’Andrea. E abitavano qui i negozianti, come attesta un atto del 1481, nel quale una certa Primafiore, moglie di un macellaio, richiede il permesso di ingrandire la sua casa.
Ah, che mondo! Casa e bottega insieme! Ma non durò molto, nel 1596 si vietò di macellare e e porre banco sulla detta via e nel 1630 arrivò, definitiva, la proibizione di aprire nuove botteghe.
Guardando la porta dall’esterno poi, alla sua sinistra vedrete quel che rimane di Via del Colle.
E nel tredicesimo secolo, in questa zona, allora priva di abitazioni erano le matamore, parola di origine barbaresca, ovvero fosse per riporre in serbo il grano.
Ai tempi del Podestà ancora esistevano due vicoli, denominati Vico di Fosse del Colle e Vico Matamora.
A pochi passi, in Salita Gattamora, c’era la casa del virtuoso del violino, Nicolò Paganini.
E questa casa, che avrebbe potuto divenire museo e luogo di interesse artistico per la nostra città, grazie ai nostri solerti amministratori cadde, insieme a tutto il resto, sotto il colpo dei piccone che la fecero scomparire.
E’ una ferita aperta la scomparsa di questo quartiere che portava sui suoi muri le memorie del nostro passato, è uno scempio le cui vittime sono proprio i genovesi, privati di un patrimonio che non potranno mai più riavere.
La porta, però, la nostra porta è ancora lì, a difesa dei suoi abitanti.

Porta Soprana e la prospettiva di Salita del Prione

 

E allora andiamo a quei giorni, a quel tempo lontano, al 1155.
Genova è minacciata dalle truppe del Barbarossa e, per difendere la città,  si progetta una cerchia di mura, appunto dette Mura del Barbarossa.
I genovesi tutti, uomini e donne, lavorarono alacremente all’edificazione delle mura, in alcuni tratti si usarono persino gli alberi delle navi.
La porta, già esistente nel X secolo, venne ultimata nel 1155.
E ad avvisare i nemici e coloro che pensano di poter piegare e sottomettere la Superba, sul pilastro meridionale vi è inciso questo severo monito: che non si facciano illusioni, i nostri avversari, qui troverete pane per i vostri denti.

lapide-del-barbarossa

 

† IN NOmInE omnIPOTENTIS DEI PATRIS ET FILII ET SPirituS SancTI AMen
SUM MUNITA VIRIS – MURIS CIRCUMDATA MIRIS
ET VIRTUTE MEA PELLO ProCUL HOSTICA TELA
SI PACEM PORTAS LICET HAS TIBI TANGERE PORTAS
SI BELLUM QUERES TRISTIS VICTUSQue RECEDES
AUSTER ET OCCASus SEPTEMPTRIO NOVIT ETORTus
QUANTOS BELLORUm SUPERAVI IANUA MOTus
IN ConSULATU COmunIS WILLelmi PORCI – OBerTI CANCELLarII – IOHanniS MALIUCELLI ET Willelmi LUSII
ET PLACITORum BOIAMUNDI DE ODONE – BONIVASSALLI DE CASTRO – WIllelmi STANCOnIS
WillelmI CIGALE – NICOLE ROCE ET OBerTI RECALCATI

† In nome dell’Onnipotente Dio Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Amen
Ben presidiata d’uomini e munita di una mirabile cinta di mura,
tengo col mio valore lontani gli ostili colpi.
Se vieni apportatore di pace potrai passare da queste porte
se guerra minacci, triste e vinto dovrai ritirarti.
A mezzogiorno e a ponente, a settentrione e a levante è noto
di quanti incontri guerreschi riuscii a superare, io, Genova!
Nel consolato di: Guglielmo Porco, Oberto Cancelliere, Giovanni Maliauccello e Guglielmo Lusio;
e dei consiglieri Boiamondo di Odone, Bonvassallo di Castro, Guglielmo Stangone,
Gugliemo Cigala, Nicola Roca e Oberto Recalcati.

(Trasposizione e traduzione  tratta da “I quartieri di Genova Antica” di G. Miscosi – Ed. Compagnia dei Librai)

Ma voi pensate allo scalpellino che, con il suo strumento, incise queste parole nella pietra?
Quanta fierezza e che inestinguibile orgoglio avrà sentito per la sua città? Chissà se fu lo stesso che, sul pilastro di fronte, lasciò ai posteri questa scritta.

Lapide di Porta soprana (2)

 

MARTE MEI PoPuLI FUIT HACTENUS, AFFRICA MOTA
POST ASIE PARTES ET AB HINC YSPANIA TOTA
ALMARIAM CEPI TORTOSAMQue SUBEGI
SEPTIMUS ANNUS AB HAC ET ERAT BIS QUARTUS AB ILLA
HOC EGO MUNIMEN CUm FECI IANUA PRIDEM
UNDECIES CENTENO CUM TOCIENSQUE QUINO
ANNO POST PARTUM VENERANDE VIRGINIS ALMUm
IN CONSULATU COmunIS Willelmi LUSII – IOHannIS MALIAUCELLI – OBerTI CAnCELLARii
Willelmi PORCI – DE PLACITIS OBerTI RECALCATI – NICOLE ROCE – Willelmi
CIGALE – Willelmi STANGONI, BONIVASSALLI DE CASTRO ET
BAIAMUNDI DE ODONE M

Colla forza del mio popolo fu già l’Africa tocca
dopo altre parti dell’Asia e poi quasi tutta la Spagna.
Soggiogai l’Almeria e Tortosa
or son sett’anni da questa ed erano otto anni da quella,
quando, io, Genova, posi questo ricordo
verso l’undecimo secolo più undici lustri
dopo l’almo parto della Veneranda Vergine.
Nel consolato di: Guglielmo Lusio, Giovanni Maliauccello, Oberto Cancelliere
Guglielmo Porco; e dei Consiglieri Oberto Recalcati, Nicola Roca, Guglielmo

(Trasposizione e traduzione  tratta da “I quartieri di Genova Antica” di G. Miscosi – Ed. Compagnia dei Librai)

Vi sono molte altre iscrizioni, sulla Porta: nella sua parte interna, dal lato di Salita del Prione, dove potrete ammirare il retro della torri,  coronate da merli  a coda di rondine, secondo l’uso dei ghibellini, come ancora spiega Podestà.

porta-soprana-da-salita-del-prione

 

Oppure le potrete ammirare qui, lungo il muro di Via Ravecca, strada nella quale, nel 1292, venne costruita una fonte pubblica.

Via Ravecca

 

Narra sempre il Podestà che, le torri avevano ciascuna ed in senso verticale, due grandi aperture o finestroni ad archi a sest’acuto e con un contr’arco, ed una piccola porta a pian terreno.
Ai due lati, due scale.
Una volta allontanatasi la minaccia incombente del Barbarossa su Genova, poco a poco, la zona sotto le torri prese a popolarsi.
Vi erano lì delle botteghe, a partire dal 1576 vennero addirittura scavate nei pilastri, malgrado un decreto del 1508 ne avesse proibito la costruzione.
Il primo a prender casa proprio lì, entrando sotto le torri verso destra, fu un certo Battista Cavassa, che nel 1430 aveva lì la sua bottega di formaggiaio ed altri due locali, concessi in locazione.
Li cedette nel 1463 e furono destinati ad altro: uno fu data ai Padri del Comune, le altre due ai Conservatori del Porto e del Molo, che avevano il compito di occuparsi dell’Acquedotto.
E altre ne sorsero negli anni a venire: la bottega del merciaio Gambaro e là, ai piedi del pilastro a sinistra uscendo, si trovava la fruttivendola Pellegrina Bergante.
E numerose sono le richieste di scavare, nel muro delle torre, per ampliare le botteghe: il più pervicace è un certo Merello che si invischia, per anni, in una lunga contesa con le autorità, sulle quali, alla fine, l’avrà vinta.
Nel 1600 i Padri del Comune diedero in affitto per quattro lire di Genova le due torri e l’arco della porta al merciaio Tommaso Senno il quale, in cambio, si impegnò a coprire a proprie spese le due torri e l’arco e a tenere al riparo dall’umidità le due botteghe sottostanti.
Io sono stata su quelle Torri, in diverse occasioni e la prima volta che ci sono salita l’ho fatto con passo svelto ma quando sono giunta a metà della scala sono stata colta da crampi e non sapevo più come scendere.
Come sono alti quei gradini!
Il Senno e tutti coloro che dopo di lui abitarono nelle torri erano dotati di ben altra tempra, non c’è che dire!
E furono molti a vivere nelle torri.
Nel 1749 le aveva in locazione un certo Ippolito D’Oria che sullocato l’edificio a donne di cattiva vita ricevette l’ordine di espellerle immantinente, e fu dichiarato decaduto dalla locazione.
Che avventure sotto la nostra Porta Soprana!
Lasciamolo raccontare al Podestà, quanto brulicava di vita e di traffico questa zona:

Lo spazio non bastava al continuo transito di persone, di lettighe, di cavalcature e di bestie da soma cariche, veniva reso anche più angusto e inadeguato dai non pochi rivenditori che vi prendevano posto ponendovi banchi, ceste e tegghie.
Di là i ripetuti proclami che già si hanno per secolo XVI proibenti il vendere nelle adiacenze della porta la verdura, le frutte, i pesci, il mazzamorro, il biscotto, le paste, le scripilite, le torte, la garlascaria, i castagnacci,e più altre cose mangerecce.”

E se siete curiosi di sapere cosa fosse vietato,  sappiate che il mazzamorro è il biscotto sbriciolato, la scripilita è la nostra ottima farinata di ceci e la garlascaria è il polpettone di verdure.
In tempi più recenti, nella torre di Porta Soprana visse il boia.
Qui era la ghigliottina e perdurò fino al 1797 l’usanza di appendere nell’arco della Porta, racchiuse in gabbie di ferro, le teste di coloro che erano stati giustiziati.
Qui visse e lavorò un personaggio di una certa fama, Luis Victor Samson, figlio del boia  che a Parigi aveva fatto cadere la lama delle ghigliottina sul collo di Luigi XVI e su quello della Regina Maria Antonietta.
E’ avvenuto tutto qui, in questi pochi metri: la vita ed è la morte, la pace e la guerra.
Cavalieri e bottegai, nobili e popolani, fanciulle devote e donne di malaffare, rivoluzionari e giustizieri, tutti sono passati sotto queste torri che ancora oggi, magnifiche ed imponenti, svettano contro il cielo di Genova.

Le torri di Porta Soprana