Una sera di settembre

E arrivare a Genova mentre piano il giorno sta per svanire.
E il cielo è color carta da zucchero e certe nuvole denso vagano lente.
E lente si accendono le luci, di oro e di argento.
E brillano sul mare, in un tempo calmo di una stagione che muta.
Così è luminosa e bella una sera di settembre e di Genova.

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Al Duca di Galliera, cittadino insigne

È tornata davanti agli sguardi dei genovesi l’opera magnifica eretta a gloria e memoria di Raffaele Luigi De Ferrari, Duca di Galliera e Principe di Lucedio, illustre genovese e benefattore della sua città.
Il monumento bronzeo è frutto del talento di Giulio Monteverde e venne posto nella zona antistante la Stazione Marittima il 12 Aprile 1896, qui trovate un mio articolo ad esso dedicato con le due differenti collocazioni che l’opera ebbe nel passato.

Dopo un accurato restauro ecco di nuovo risplendere il capolavoro di Monteverde ora posizionato in fondo a Via Corsica nel quartiere di Carignano, ancora di fronte al mare.

Monumento al Duca di Galliera (1a)

Il gruppo scultoreo è composto da tre figure mirabili per grazia ed armonia.
Benevolo e gentile è lo sguardo di lei: la Munificenza, dote che contraddistinse la figura di Raffaele De Ferrari per tutto il corso della sua vita.

Monumento al Duca di Galliera (2)

E accanto tiene il suo genio alato che le ispira bontà e generosità, costui ha le fattezze di vivace giovinetto dallo sguardo gioioso ed attento.

Monumento al Duca di Galliera (3)

Ai piedi della Munificenza siede pensoso e riflessivo Mercurio, il dio che rappresenta il Commercio, arte nella quale il nostro generoso concittadino eccelse in maniera superba.

Monumento al Duca di Galliera (4)

E sul monumento dedicato a De Ferrari è posto un medaglione con il suo profilo.

Monumento al Duca di Galliera (5)

Al Duca di Galliera, cittadino insigne, così si legge sul basamento che regge la statua: tra i molti meriti di Raffaele De Ferrari c’è anche l’aver donato i 20 milioni necessari all’ampliamento del porto di Genova.

Monumento al Duca di Galliera (6)

Glorioso si staglia il monumento nella sua perfetta armonia.

Monumento al Duca di Galliera (7)

Le tre allegorie condividono questo spazio in una comunione di intenti che aiuta, consola e solleva.

Monumento al Duca di Galliera (8)

Le tre figure sono poi citate nella seconda iscrizione, come la precedente anche questa fu scritta da Anton Giulio Barrili.
Con l’enfasi tipica dell’epoca il patriota e scrittore nomina così il patrio commercio, la vasta munificenza e il genio felice.
Non manca sul basamento lo stemma della città che si onora di essere patria di un così grande personaggio.

Monumento al Duca di Galliera (9)

E chi non sapesse quali siano i meriti del Duca di Galliera e quanto munifico sia egli stato nei confronti della sua città si rechi nella piazza centrale di Genova che ora porta il suo nome e varchi la soglia del palazzo appartenuto a Raffaele Del Ferrari e a sua moglie Maria Brignole Sale, l’edificio è ora sede di una banca.

Palazzo De Ferrari Galliera (1)

E nell’atrio campeggia un marmo sul quale si possono leggere i motivi per cui i genovesi debbano eterna gratitudine ai Duchi di Galliera.

Palazzo De Ferrari Galliera (2)

Per celebrare tanta generosità il talento di Monteverde lasciò alla città questo monumento, egli è anche autore della scultura dedicata a Maria Brignole Sale, moglie di Raffaele, qui potete ammirarne alcuni dettagli.

Monumento al Duca di Galliera (10)

In un giorno dello scorso novembre per un caso fortunato ho potuto assistere alla sistemazione di alcuni pregiati pezzi del monumento al Duca di Galliera, ho visto salire tra cielo e nuvole il caduceo di Mercurio e l’ala del Genio che sono stati poi sistemati nella loro originale collocazione.

Monumento al Duca di Galliera (11)

Monumento al Duca di Galliera (12)

Svetta l’opera grandiosa eretta in onore di un genovese che si distinse per i suoi meriti e per la sua generosità.

Monumento al Duca di Galliera (13)

Per la sua gloria sorride lieto il genio fanciullo capace di ispirare buone opere.

Monumento al Duca di Galliera (14)

E pare quasi avere il respiro della vita la leggiadra Munificenza dai tratti perfetti.

Monumento al Duca di Galliera (15)

E resta, assiso ai piedi di lei, Mercurio, il dio del Commercio, giovane vigoroso e fiero che tiene sul capo il suo elmo alato.

Monumento al Duca di Galliera (16)

Questa è l’opera magnifica che è ritornata sotto il cielo blu della Superba: fu eretta in onore del Duca di Galliera, cittadino insigne di Genova.

Monumento al Duca di Galliera (17)

Anno 1875: le otto meraviglie di Genova

Nel mio viaggiare a ritroso negli anni lontani della Superba amo sempre avere con me buoni compagni di avventura, si tratta spesso di autori che hanno lasciato testimonianza di una città che nel tempo è molto mutata e offre oggi nuovi punti di interesse sconosciuti a coloro che vissero in altre epoche.
E andiamo in un altro secolo, ad accompagnarci per le strade di Genova è un genovese attento, lui è uno scrittore e giornalista, si chiama Edoardo Michele Chiozza ed è l’autore della Guida Commerciale Descrittiva di Genova per l’anno 1874-75.
In questa esaustiva e fantastica guida c’è un paragrafo nel quale sono elencate le otto meraviglie di Genova, questa parte del libro ci regala alcuni stupori, c’è infatti qualche sorpresa che dimostra quanto sia cambiata la nostra idea di Genova.
Non esistono ancora la Via XX Settembre e neanche Piazza De Ferrari, in questi anni che precedono gli inizi di un nuovo tempo Genova cambierà aspetto, sorgeranno nuovi quartieri e verranno edificati palazzi eleganti, nel contempo si conserva e ancora si apprezza la parte antica della Superba con i suoi caruggi e le sue vetuste case.
E allora ecco i preziosi consigli di Edoardo Michele Chiozza che enumera per i suoi lettori le meraviglie della città, egli specifica di averle selezionate sulla base di quanto espresso da molti illustri viaggiatori e secondo le apprezzazioni state fatte da persone competenti.
In primo luogo vengono citate le poderose mura della città erette a difesa della Superba e a seguire, al secondo posto, i moli del Porto con la Lanterna.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

In terza posizione viene nominata la Chiesa di San Lorenzo a proposito della quale l’autore scrive: da pochi ben osservata.
Ora non è più così e la Cattedrale di Genova è apprezzata da genovesi e da visitatori.

Viene quindi citato il Palazzo Ducale, un tempo dimora del Doge e oggi prestigiosa sede museale.

Come quinta meraviglia di Genova il nostro autore nomina la Via Nuova che è chiaramente la prestigiosa Via Garibaldi.

Ebbene, fino a questo punto forse ai genovesi sembrerà tutto nella norma ma nella parte finale di questa particolare classifica ottocentesca troviamo qualche sorpresa, sono bellezze di Genova che forse ai nostri tempi non teniamo nel giusto conto eppure sono importanti punti di interesse per la nostra città.
Dunque, al sesto posto troviamo la Loggia di Banchi e così, quando vi troverete in quella zona di caruggi e magari distrattamente passerete oltre, ricordatevi che il nostro Chiozza considerava quel luogo una delle meraviglie della città.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Al settimo posto troviamo invece ancora un edificio religioso la cui costruzione fu lunga e laboriosa, si tratta della magnifica chiesa di Carignano.

E infine ecco come ultima meraviglia di Genova viene citato l’Acquedotto Civico, opera di fondamentale importanza per tutti i cittadini.
Certo, se ponessimo ora questa domanda ai genovesi le risposte sarebbero ben diverse e questo dovrebbe essere uno stimolo a riscoprire ciò che a volte sembriamo aver dimenticato, guardando anche alle ricchezze del nostro passato e a ciò che ci riportano alla memoria i libri dei tempi lontani.

La regina disadorna

La vita è grande. Rovina e fortuna, patimento e gioia, schiavitù e affrancamento, rotolano e si cozzano tra loro su un tavolo talmente vasto, in un gioco così complicato, che solo un pazzo può pensare di poterlo governare per intero e per sempre, per se stesso e per gli altri.

La vita è grande.
E ancor di più lo è l’epica della vita della gente del porto tratteggiata con vera sapienza da Maurizio Maggiani nel suo romanzo La regina disadorna.
La vita è un cerchio e racchiude sogni, delusioni, lotte titaniche per conquistarsi un piccolo spazio nel mondo e per difenderlo con tutta la forza della quale si è capaci.
Il primo scenario della vicenda è Genova in un arco di tempo che va dall’inizio del secolo fino alla II Guerra Mondiale.
E nei chiaroscuri dei caruggi diventa donna una bambina di nome Sascia, una figura talmente potente da essere unica e ammaliante, vorresti che Maggiani non smettesse mai di raccontare la storia di lei.
Sascia è coraggiosa, intelligente, intuitiva, umile, Sascia è una che lavora senza fiatare, Sascia non si lamenta mai, porta in dote la potenza della sopportazione, ha occhi grandi e scuri e ha la leggiadria concreta di donna del popolo.
Sascia è energica e sensuale e sarà la donna di Paride, lui è un carbunè, belli come lui ce ne sono pochi a Genova.
Anzi, lui è il principe dei carbunè, ha una camminata leggera ed elegante, ha una prestanza sfrontata e sincera.
Paride è forza, meraviglia, onestà, ottimismo e semplicità.
E lui a lei dice sempre: ti porto a vedere una bellezza.
E Paride e Sascia si amano in tanti luoghi, anche alle stazioni delle funicolari.
Ovunque tranne che in casa di lei, in Piazza Stella.
Ora, coloro che amano Genova e i suoi caruggi vertiginosi hanno l’impressione di camminare con questi due per le strade della vecchia Zena desiderando che questo viaggio non finisca mai.

Il giorno in cui incontrerà Sascia si è messo in strada di buon mattino e se ne sta andando verso San Lorenzo svicolando la Maddalena tutta sbarlucciante nei suoi piani alti di un bel sole asciutto di vento provenzale.

C’è un mondo, in quella città, ha i volti di Giggi ‘O Traffegun che dà lavoro a Sascia la Singerina, lei cuce e poi avrà anche il compito di confezionare certe bustine di zafferano e troverà un trucchetto ingegnoso perché lei è anche inventrice.
Conoscerete Tirreno, il sodale di Paride e incontrerete Giaguaro, un cadraio che ha una di quelle barche che in porto servivano pietanze sostanziose ai lavoratori, c’è anche la Combattuta che esercita il mestiere più vecchio del mondo, ci sono le facce della gente dei vicoli.
Un’ampia parte di questo romanzo è ambientata a Genova, poi d’improvviso la storia si sposta su un’isola esotica dove approderà il giovane prete Giacomo, lui è il figlio di Sascia e di Paride e la vita gli ha già riservato diverse amarezze.
Là, in quei luoghi incontrerà la Regina Lucy e da Genova riceverà certe lettere che terrà chiuse da parte come un tesoro prezioso e inviolato.
Questa parte del libro che porta in terre lontane ha per me minore fascinazione, la segna una forma poetica diversa da quella che meglio conosco e si legge, tuttavia, chiara e netta, l’intenzione dell’autore di narrare la fragilità dell’innocenza che rende tutti gli uomini uguali.

Io ho amato con intensa passione quella Genova che emerge così vivida dalle pagine di questo romanzo: è un coacervo di contraddizioni, miserie e splendori, forza di volontà e astuzie, vita che prepotente si afferma e resta nel luogo al quale il destino vuole che essa appartenga.
E questo è il mondo di Paride e Sascia, mille volte vorresti incontrarli, in una piazza di vicoli inondata di luce o nell’impervia fatica di Salita degli Angeli che tutto domina da lassù, in una barca che dondola sul mare, tra gli odori acri del porto.
Mille volte vorresti rivederli, sentirli respirare e parlare, ritrovare i loro sguardi che si incrociano ancora come accadde la prima volta in Vico dei Cavoli, là dietro San Cosimo.
Nei luoghi ai quali taluni appartengono, nella sorte assegnata ad ognuno nell’epica delle vicende umane, un racconto così grande che soltanto pochi sanno narrarlo in questa maniera.

La gente del porto è molto legata alla casa e tende a mantenere la stessa per tutta la vita e per più generazioni.
Se la sceglie di preferenza lungo il fronte del mare, e se questo non è possibile, se ne cerca una che abbia almeno qualche finestra da dove si possa vedere il porto. … Passano la vita intera tra le calate e i ponti lavorando o aspettando di lavorare, o anche solo godendosi la risacca o intrallazzando nelle osterie, ma adorano sapere che, a un certo punto, di giorno o di notte che sia, possono tornare da dove sono venuti.

La città della Lanterna

È la prima mostra dedicata al simbolo della Superba: Genova è da sempre la città della Lanterna e fino al 4 Febbraio 2018 potrete ammirarla a Palazzo Reale nell’esposizione curata da Serena Bertolucci e Luca Leoncini.
La Città della Lanterna, l’iconografia di Genova e del suo faro tra Medioevo e presente è un viaggio affascinante nella nostra storia.
Inizia così questo percorso nel passato di Genova, con un volume proveniente dall’Archivio di Stato: è un registro di conti dei Salvatori del Porto e del Molo, risale al 1371 e su questa pergamena è tracciata l’immagine più antica della Lanterna.
E qui l’emozione è tanta, colui che usava questo volume segnava meticolosamente le spese da sostenere per tenere acceso il faro che illumina la Superba.

La città della Lanterna è raccontata attraverso 200 documenti di diverso genere: stampe, carte topografiche, acqueforti, dipinti, cartoline e manifesti pubblicitari, non mancano le fotografie di Alfred Noack e una sezione è dedicata ai lavoratori del porto.
Sono esposti quadri di artisti di pregio come Giolfi, Garibbo e Caffi che con le loro vedute ci restituiscono un panorama a noi caro, a tratti è quasi difficile distinguere parti della città ormai molto mutate.
La Lanterna è sempre riconoscibile, è un luogo del cuore, immagine cara ritratta in diversi momenti storici.
La città della Lanterna viene così dipinta da Antoine Edmond Joinville nella metà del XIX Secolo.
Ingresso del Porto di Genova, vele bianche sospinte da vento favorevole e un’insenatura accogliente.

E se a Genova ci sei nato ti soffermi a cercare le case, le chiese, le strade che sempre percorri.
Ed è mare calmo e gozzi, sullo sfondo il profilo di una città che in un certo modo è rimasta fedele a se stessa.

I pezzi esposti provengono da diversi musei e da collezioni private, questa è quindi un’occasione straordinaria per ammirare opere mai vedute.
E se a Genova ci sei nato ti fermerai davanti al quadro di William Parrott: veduta di Genova dallo scoglio Campana, il dipinto risale al 1854.
Lo scoglio Campana non c’è più, è coperto da una strada percorsa dalle auto.
E il mare non arriva più fino a quel punto, la città della Lanterna ha cambiato aspetto.

In questa mostra si ripercorrono gli eventi del passato di Genova: una burrasca memorabile che nel 1821 sconvolse la città, il Bisagno con la sua piena vigorosa e la veduta dal Ponte Pila.
Sulle tele di valenti artisti sono dipinti i momenti drammatici della Superba e i suoi giorni eroici come il bombardamento del 1684 da parte della flotta del Re Sole e certi episodi del Risorgimento.
Ricorre quell’immagine cara, il simbolo della nostra città.

E poi, se a Genova ci sei nato, magari ti stupirai di scoprire che venendo da Sampierdarena così si vedeva la Lanterna e così la dipinse Luigi Garibbo.

E forse ti sorprenderà la Veduta del Porto Antico di Genova e di Palazzo del Principe dipinta da Ippolito Caffi.

In queste opere e in questo panorama di quieta semplicità tutto ci appartiene, questi dipinti parlano di noi e di ciò che siamo stati.
Questa è casa nostra, con il nostro amato faro.

E poi se a Genova ci sei nato ti stupirà ancora scoprire i luoghi ormai irriconoscibili come la Spianata del Bisagno dalle Mura di Santa Chiara, opera di Tommaso Castello del 1834.
Là, in quella vasta area, sorgeranno in seguito l’attuale Piazza della Vittoria e Piazza Verdi.

Vi ho mostrato alcune meraviglie di questa pregiata mostra, vi invito ad andare a vedere con i vostri occhi le vedute e le stampe, i volti di Genova e i suoi giorni distanti.
Tra passato e presente, questo è il ritratto di una città.

Io sono uscita da Palazzo Reale con una piccola e salda certezza: le vicende degli uomini passano, si celebrano gli eroi, restano nei libri di storia coloro che erano considerati nemici, i sovrani perdono le loro corone.
Il tempo tutto muta, nel flusso della storia.
Il vento soffia sempre, gonfia ancora le vele.

E la Lanterna con la sua luce brillante e viva ancora rischiara le notti della Superba.
Su un’acquaforte del 1571 così si legge: La tres celebre cité de Gennes.
La mia Genova, la città della Lanterna.

Il monumento al Duca di Galliera

Verso di lui Genova ha un grande debito: Raffaele Luigi De Ferrari, Duca di Galliera e Principe di Lucedio, si distinse per la sua generosità verso la sua città natale.
Il munifico nobiluomo donò alla Superba i 20 milioni necessari all’ampliamento del porto, la sua altrettanto prodiga consorte Maria Brignole Sale regalò i suoi palazzi e le sue ricchezze alla città.
Raffaele De Ferrari, banchiere e abile uomo d’affari, lasciò le cose del mondo nel 1876 e tempo dopo la sua città volle dedicargli un monumento che venne collocato in Piazza del Principe.
Ed ecco i genovesi a passeggio nei pressi del monumento in un tempo lontano: qualcuno si regge alla ringhiera, un signore se ne sta pigramente seduto sulla panchina.

Sullo sfondo di questa immagine si nota ancora l’antica statua del Gigante opera di Marcello Sparzo demolita nel 1939, era stata realizzata per Giovanni Andrea Doria nel 1586 ed egli ai suoi piedi aveva fatto porre la sepoltura del Gran Roldano, il suo amatissimo cane.
In primo piano si ammira l’armonioso monumento dedicato al Duca di Galliera: opera di Giulio Monteverde il gruppo scultoreo è composto da più figure allegoriche.
Come scrive Resasco, al centro si trova la Munificenza che tiene accanto il suo genio alato, la terza figura rappresenta l’arte eccelsa del Commercio.

Un capolavoro grandioso per una persona eccezionale, un’opera che fu parte del panorama cittadino per diverse generazioni di genovesi.
E forse era una piacevole abitudine andare a sedersì là, su quelle panchine, ecco ancora un’altra cartolina che mostra un frammento di tempi distanti.
Il Gigante non c’è già più, sullo sfondo si staglia la prospettiva del Grand Hotel Miramare.

E veniamo ad altre immagini più belle ed emozionanti per me in quanto provengono dall’album dei ricordi di persone sconosciute che hanno attraversato le strade di questa città.
Lui è un gentiluomo con una bella barba bianca, una giacca di buon taglio e un’elegante bombetta.
Se ne sta in posa, con le mani sui fianchi e dietro di lui svetta quel monumento che ai giorni nostri non possiamo più trovare in quel luogo.
Sulla sinistra si intravede appena il contorno della nicchia che ospitava il Gigante.

E poi trascorsero ancora gli anni e venne un altro tempo ma i genovesi non persero la gradevole usanza di frequentare quei giardini, in questa immagine mi sembra di scorgere anche un marinaio seduto sulla panchina.

Questo dettaglio è parte di una fotografia che ritrae una giovane donna sorridente.
Perdonate la divagazione, trovo splendida la sua pettinatura e le sue scarpe sono ancora alla moda, questa signorina aveva un certo stile.
Eccola in posa nelle vicinanze del monumento dedicato al grande genovese.

L’opera di Giulio Monteverde venne in seguito spostata a breve distanza e poi rimossa sul finire degli anni ‘80 a causa dei lavori per la metropolitana, il monumento dedicato a colui che diede lustro e ricchezza alla sua città è rimasto per molti anni in un magazzino e purtroppo ha subito anche dei vandalismi.
Il pregevole lavoro di Monteverde è tuttavia stato accuratamente restaurato e tornerà presto sotto gli sguardi dei genovesi.
Non verrà più collocato nel sito originario e di questo mi dispiaccio perché io credo fermamente che bisognerebbe restare fedeli alla propria storia.
La destinazione prescelta è il quartiere di Carignano, l’opera verrà posizionata in fondo a Via Corsica e in certo senso c’è un risvolto positivo: il monumento al Duca di Galliera sarà non tanto lontano dalla statua dedicata a sua moglie Maria Brignole Sale, anche quell’opera è frutto del talento di Giulio Monteverde.
Noi genovesi attendiamo che quel capolavoro finalmente torni tra noi, fu eretto in onore di un nostro concittadino che amava la sua città.

Il carbone e i lavoratori del Porto di Genova nel 1922

Se è vero che il lavoro è fatica è altrettanto vero che coloro che ci hanno preceduti hanno conosciuto fatiche per noi inconsuete.
Uno sguardo su quegli anni lo concedono i volumi del passato, in questo caso si tratta del libro La Guida del Porto di Genova dell’Avvocato Cesare Festa pubblicata da Giacomo Luzzatti Editore nel 1922.
Ho già avuto modo di parlarvi di questo volume, oggi proverò a narrarvi di coloro che si occupavano del lavoro dei carboni minerali.
Tralascio le cifre, i numeri, i regolamenti minuziosamente descritti, qui troverete i volti fieri di gente di porto e di mare, a voi l’onere di immaginarli mentre ognuno si dedica al proprio mestiere.

Sudore, fatica e prestanza, è dura la vita di questa gente.
Gli scaricatori di carbone si suddividono in due categorie, il loro è un lavoro sfiancante.
Ci sono gli zappatori che nella stiva zappano il carbone e poi lo ripongono nelle ceste che, tramite un sistema di verricelli e carrucole, vengono sollevate fino al boccaporto.
Il cavo del verricello viene guidato dall’addetto al seguaro, infine le ceste vengono prese in consegna dai pilottatori che stanno in piedi su una tavola fatta a guisa di ponte attraverso l’apertura stessa del boccaporto.
A questo punto le ceste vengono passate al pesatore.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Il pesatore lavora insieme al ricevitore.
Questi due uomini tengono una stanga sulle spalle, alla stanga è appesa la stadera con la quale misurano il peso di ogni cesta.
Tocca ora ai facchini, costoro si caricano sulle spalle le pesanti ceste colme di carbone e le portano a terra oppure su un vagone.
I facchini scaricano anche il carbone dalle chiatte e in tal caso fanno anche gli zappatori, sul libro è specificato che il lavoro sulla chiatta era particolarmente pesante, per il fatto che le chiatte si trovavano a un livello più basso rispetto alle calate e questo comportava maggiore fatica.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

C’è poi un’ulteriore categoria: sono gli antracitisti, essi hanno il compito di rompere con una mazza di ferro i blocchi di antracite seguendo determinate regole e mantenendo le misure previste dalla legge.
Scrive l’autore che nel 1922 il lavoro per questa categoria è fortemente diminuito e così gli antracitisti si sono consorziati con i raccoglitori addetti alla raccolta del carbone caduto sulle calate durante le varie operazioni.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Essenziale è anche l’opera dei caricatori o cuffinanti: si occupano di portare il carbone ai piroscafi e di stivarlo in maniera corretta.
Il carbone veniva posto nei cuffini e sollevato da quelle braccia vigorose, a volte invece veniva usato un bigo posto sulla coperta del vapore e azionato da un apposito verricello.
Ci sono infine i chiattaioli da carbone minerale e gli assistenti a fiducia che seguivano le varie operazioni.
Per tutti loro sono indicate regole, norme, tariffe o salari in caso di cottimo.
E si legge che lavoravano per otto ore al giorno, conoscendo fatiche che non so neanche immaginare.
Avevano una casa a cui ritornare, mogli affabili e bambini sorridenti, avevano il mare negli occhi e la pelle brunita dal sole e scurita dal carbone.
Avevano vite diverse dalle nostre: sono i lavoratori del Porto di Genova nel 1922.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

I cadrai di Genova nel 1922

Un mestiere del passato, un mestiere ormai perduto.
Dei cadrai scrive ampiamente Ivana Ferrando nel suo libro “Vendo l’argento do mâ” edito da Sagep: i cadrai erano coloro che a bordo delle loro imbarcazioni portavano il cibo alle navi all’ancora.
I cadrai iniziavano il loro giro di buon mattino e ritornavano per il pranzo di mezzogiorno portando vere prelibatezze: minestra e baccalà, focacce e panini, trippe e stoccafisso, gazzose e bevande, dai gozzi dei cadrai venivano issati questi cestini con tutti i generi di conforto.

Sull’origine del termine cadrai ci sono diverse interpretazioni, ad esempio si presume che la parola derivi dall’inglese catering.
A parte le questioni linguistiche oggi vorrei raccontarvi qualche curiosità sui cadrai, ho trovato queste notizie su un vecchio libro comprato su una bancarella: la Guida del Porto di Genova scritta dall’Avvocato Cesare Festa e pubblicata da Giacomo Luzzatti Editore nel 1922.
Tra le tante preziose notizie un’intera paginetta è dedicata ai cadrai e per correttezza vi segnalo che qui vengono definiti catrai.
Ma come bisognava fare per essere ammessi in questa speciale categoria di lavoratori?
La concessione durava 5 anni ed era attribuita dal Consorzio del Porto tramite gara ma era necessario avere determinati requisiti.
Bisognava avere 18 anni ed essere iscritti tra la gente di mare di 1° e 2° categoria, non avere precedenti penali e avere esperienza di almeno “6 mesi di navigazione o d’esercizio su barche da pesca o traffico pel trasporto merci e passeggeri, o di lavorio nelle arti marittime”.
Potevano concorrere alle gare anche le vedove e i figli maggiorenni dei cadrai defunti, a condizione che a bordo dei loro battelli venisse tenuto sempre un marittimo.
Viene anche specificato presso quali calate potevano accostarsi le imbarcazioni, i battelli dovevano essere ben riconoscibili e dovevano avere misure e colori particolari.

Eccoli i cadrai, portano le loro bontà alla gente di mare.
E seguono le regole del mestiere, possono circolare nelle acque del porto dall’alba al tramonto ed esercitano la loro professione seguendo i ritmi della vita del porto.
E quando si avvicinano alle navi all’ancora annunciano il loro arrivo con quel grido appassionato:
– Cadrai! Cadrai!
Nella Guida del Porto di Genova del 1922 sono elencati tutti i cadrai presenti nel porto, in quell’anno erano 40.
E c’è scritto come si chiamavano i loro battelli, alcuni di questi nomi sono particolari e per questa ragione mi hanno colpita.
A Genova, oltre a Maddalena, Peppino e Gio Batta, c’era anche il battello Nicolin Terzo e il suo nome fa pensare a generazioni e generazioni di cadrai.
Nelle acque della Superba circolava La Derelitta ma c’erano anche Mazzini e Balilla, non mancava Speranza e c’era il più salvifico di tutti i battelli: Dio Provvede.
Sono i cadrai di Genova, nell’anno 1922.

Guardando Via Piaggio, ieri e oggi

Ci sono vedute per me consuete, ci sono scorci più facili da riconoscere in certe fotografie del passato.
Oggi vi mostro parti diverse di un’unica immagine di anni lontani, vi sono ritratti luoghi del mio quotidiano e strade che percorro ogni giorno.
Guardando Genova, i suoi tetti e le case, le curve, il mare e la costa da Via Domenico Chiodo.

Osservo meglio.
Cerco un palazzo dalla forma triangolare, accanto c’è una strada che sale, è Via Paride Salvago, su tutto domina l’inconfondibile Castello Bruzzo.

Ed era così anche molti anni fa.
Certo, l’edificio si nota nella sua interezza, allora non c’erano così tante costruzioni intorno.

E ancora guardo i tetti e conto le finestre degli ultimi piani dei palazzi di Via Ameglia.

E guardo i tetti e conto le finestre, ritrovo le prospettive.

E poi torno ad ammirare Genova dall’alto, sempre da Via Domenico Chiodo.
Il porto sullo sfondo, il mare e le navi.
E Castello Bruzzo ora inquadrato sulla sinistra, la via che si inerpica sinuosa sulle alture con le sue incantevoli ville è Via Piaggio.

E così era, tanto tempo fa.
Sul lato delle ville su notano degli alberelli appena piantati.
E poi il tempo è trascorso, è proprio scivolato via.

La città è cambiata, sono state costruite nuove case e questo ha logicamente mutato anche il nostro panorama.
Si sono aggiunte altre finestre e altra vita, altri tetti coprono un tratto del tracciato di Via Piaggio.

In altri anni, invece, la via si vedeva completamente.
Di strade tortuose, salite e alture di Genova.

E là, sulla curva, sorge una bella villetta, ai giorni nostri non si riesce a vederla dall’alto, rimane coperta dai palazzi costruiti in seguito.

E c’era anche allora, a guardar bene mi pare che non avesse il cancello.
E chissà quali fiori sbocciavano davanti al quel giardino nel tempo che non abbiamo veduto.

E ancora si sale, tra alberi svettanti, verde rigoglioso e splendide case.

Diverse prospettive di Via Piaggio, diverse stagioni di una strada che conosco bene.

E poi gli istanti sono volati, sono trascorsi gli anni e queste alture hanno ospitato nuove abitazioni e nuovi edifici.
E terrazzini e balconi, strade asfaltate, ringhiere, muretti e finestre e vita, giardini, alberi e piante, un piccolo autobus arancione percorre Via Piaggio, questa zona di Genova è sempre bella e molto panoramica.
Metti indietro le lancette dell’orologio e vai là, in quel tempo che non hai vissuto e guarda Genova in bianco e nero, guarda Genova da lassù.

Palazzo Ducale: le antiche lapidi della Superba

Sono tornate sotto gli occhi della città, davanti agli sguardi dei genovesi.
Sono tornate nel luogo dove si trovavano, nel palazzo che fu un tempo dimora del Doge e cuore del potere, il nostro Palazzo Ducale oggi prestigiosa sede di mostre ed eventi culturali.

Sono affisse sui muri del Cortile Maggiore, dopo essere state a lungo conservate nel Museo di Sant’Agostino le epigrafi del passato di Genova sono state restaurate e sono divenute così ancor più preziose.

Narrano storie di uomini e della città, sono testimonianze antiche, alcune risalgono alla fine del’200, altre agli ultimi anni del ‘700.
Le lapidi collocate su questo muro si riferiscono a lavori effettuati in porto.

Munifici e generosi questi genovesi, alcuni spendevano le loro ricchezze per il bene della città.
E allora si tramandi ai posteri il nome di coloro che aprirono i cordoni della borsa per la Superba e per la sua grandezza, sia ricordato Bartolomeo Lomellino che nel 1778 donò molti dei suoi denari per l’ampliamento del porto.

Tra i tanti spicca un nome illustre inciso su ben 2 lapidi: è quello di Marino Boccanegra, fratello di Guglielmo che fu Capitano del Popolo.
E anche in questo caso si tratta di lavori per l’ampliamento del porto, Marino non vuole essere dimenticato e fa lasciare traccia del suo operato su questo marmo.
Correva l’anno 1295, quanto tempo è trascorso?

E il nome di lui si legge chiaramente, il nome di lui è ancora qui, nel cuore di Genova.

E ancora questa epigrafe è dedicata a Marino Boccanegra.

Troverete una legenda che vi spiegherà il significato di ogni singola lapide, ognuna è un frammento di storia, ognuna racconta giorni che non abbiamo vissuto.
E così scoprirete che questa epigrafe riguarda il prolungamento di Ponte Calvi effettuato nel 1590.

E quest’altra si riferisce invece la ristrutturazione dell’Ufficio dell’Annona nel 1694.

Sventola nel cielo azzurro la nostra Croce di San Giorgio.

E sul muro di fronte ecco altre testimonianze.

Anche in questo caso un’esaustiva legenda vi permetterà di comprendere il significato di questi marmi.
Uno di essi è la memoria di tempi difficili, all’epoca in cui queste nostre terre erano occupate dagli austriaci.
E in quel 1747 i devoti abitanti di Sant’Olcese misero in salvo le reliquie del loro Santo protettore, il nome di lui è qui scritto Urcisinus, la lapide riguarda proprio la traslazione delle ceneri del Santo.

E poi ancora, altri marmi riguardano illustri figure cittadine, altri ancora si riferiscono all’acquedotto della città.
Questo marmo, ad esempio, è testimonianza di certi lavori di pulizia che vennero fatti ad una vasca situata nella zona dell’Oratorio di Sant’Antonio della Marina.

Tra tante lapidi scritte in latino una è invece nella nostra lingua ed è quindi comprensibile a tutti.
Risale al 1724 ed era affissa sull’acquedotto presso la chiesa di San Bartolomeo degli Armeni.

Non ve le ho mostrate una ad una, se passerete al Ducale potrete vederle con i vostri occhi e magari anche a voi sembrerà che quel passato lontano sia poi, in realtà, ancora presente: è parte del nostro cammino, è parte della nostra storia personale.

Ed è rimasto inciso nel marmo, eterna memoria di un tempo distante.

Tra tutte queste preziose testimonianze una è di immensa importanza in quanto si riferisce ad un diritto fondamentale dell’uomo e a ciò che è da considerarsi valore assoluto per tutti noi: la libertà.
E allora non vi parrà tanto estraneo quest’uomo dall’animo nobile di nome Domenico, forse se potessimo parlare con lui capiremmo le sue buone ragioni.
E noi uomini di questo millennio troveremmo dei punti in comune con questa persona generosa che visse in tempi aspri e difficili.
Egli lasciò all’Ufficio preposto alla liberazione degli prigionieri l’ingente cifra di 200 Lire annue perché venissero spese per coloro che non avevano mezzi per liberarsi dalle catene della prigionia.
In nome di un diritto fondamentale di ogni uomo, nella nostra epoca come in quella di Domenico: in nome della libertà.