E così danza

È appena una breve discesa che ripida conduce di fronte al blu.
A Quinto, questa è Via alla Scogliera.
E quando mi trovo da quelle parti finisco sempre per andare a cercare quel tratto di mare così dolcemente racchiuso tra le case colorate, a volte è una magnifica quiete e una netta linea di azzurro combacia alla perfezione con la calma celeste del cielo.
A volte, invece, il mare si arrabbia.
Si agita e così si leva con le sue onde inquiete, bianche di spuma e del suo vigore salmastro.
E sempre ritorna e così danza, nel sole d’inverno, davanti a Via alla Scogliera.

Dodici finestre

Sono dodici finestre in un pomeriggio d’inverno.
Non fa freddo, così si apprezza questo insolito tepore mentre l’ombra si staglia sulla facciata rubando spazio alla luce.
Sono dodici finestre e ghirigori di ringhiere e terrazzini dove sedersi su una sdraio in certe sere d’estate.
Sono dodici finestre e corde da stendere, magliette bianche, lenzuola, asciugamani color senape e mollette allineate.
Sono dodici finestre e uno spericolato Babbo Natale con un pesante sacco sulle spalle si arrampica fin lassù.
Sono dodici finestre e una è completamente spalancata a lasciar entrare l’aria fresca.
Sono dodici finestre come dodici sono i mesi dell’anno, lo noto solo adesso.
Sono dodici finestre e come al solito le persiane sono una sinfonia di differenze e questo è proprio il bello della vita.
Sono dodici finestre e dietro di esse ci sono infiniti mondi: tavolini, libri impilati, foto di nozze nelle cornici d’argento, cuscini sui divani, abbracci e a volte magari anche malinconie.
Sono dodici finestre e tendine leggere, vasi di coccio e piante con certe foglioline gagliarde.
Sono dodici finestre e ogni mattina tintinnano i cucchiaini nelle tazze della colazione, l’aroma del caffè si spande per la casa e sono baci e sorrisi, ogni giorno.
Sono dodici finestre e non distante da qui si frangono le onde con il loro canto magnifico che segna i ritmi di certe vite.

Mare di dicembre

Ecco poi il mare di dicembre, così arrabbiato, potente e vivace, con le sue onde d’argento si abbatte sulla costa nel levante della città.

Tra Quinto e Nervi in una domenica d’inverno, così si manifesta la forza del mare.

E si gonfia l’acqua salmastra ed esplode in spruzzi frizzanti.

Con questo vigore, con questa assoluta bellezza che ammalia e incanta.

Il mare lambisce le rocce, si ritira e ancora ritorna.

Si schianta poi sugli scogli, bagna la strada e resta così inquieto e agitato.

È questa la magica danza del mare che mai si posa e sempre si rinnova con nuova beltà.

Ed è fragore di onde, canto incessante di acqua, sale da respirare e ancora potenza.

Ed è stupore, meraviglia e ancora energia vitale.

Fino a quando l’orizzonte si tinge con le luci del tramonto e ancora il mare indomito si alza.

E non si ferma, nella sua perenne inquietudine ritorna sempre a danzare.

Con la sua bellezza misteriosa che sempre ci fa innamorare, meraviglioso fratello mare nel tempo di una sera di dicembre.

Tramonto sul mare

Ha queste sfumature il tramonto sul mare, mentre il sole scende piano e pare quasi impigliarsi tra certi rami spogli nel tempo d’inverno.

Lentamente declina e cala oltre la costa che si vede passeggiando a levante, si specchia nell’acqua il magnifico sole.

Mentre appena si diffonde un chiarore di cipria che accarezza il profilo dei rilievi e il mare assume quel colore freddo e intenso.
E si resta, sui moli con le canne da pesca tra le mani, alla ringhiera semplicemente ad ammirare il tramonto.

Scogli, mare, un bagliore acceso in lontananza.

E il cielo si incendia di questa bellezza che è forza, vigore, nuovi inizi, stupore e meraviglia.

Così tramonta il sole in inverno nel tempo di gennaio.

E si resta, ascoltando la cantilena dolce delle onde mentre i gozzi giacciono adagiati in questa quiete.

E si resta davanti alla ringhiera, ad ammirare il sole che tramonta glorioso sul mare Genova.

Finestre a colori

Sono finestre vicine al mare, a breve distanza scrosciano le onde.
Sono finestre baciate dal sole, sfiorate dal vento, sono finestre che racchiudono vite e pensieri, sguardi e sorrisi.
Sono finestre di Genova, nella bella Quinto.
Sono finestre eleganti e discrete, in quelle stanze io credo che risuoni musica armoniosa.
Sono finestre che celano giorni e minuti, sono finestre dalle geometrie perfette.
Persiane verdi, tinte biscotto, tonalità calde e tende spesse.
Sono finestre vicine al mare, sono finestre a colori.

Tipi da spiaggia

Delle mie passeggiate davanti al mare amo la certezza che troverò sempre modo di meravigliarmi e che di sicuro farò piacevoli incontri, accade sempre.
Nel levante di Genova, davanti al profilo della costa con queste rocce scoscese.

La chiesa, gli scogli, le case di Quinto che si affacciano su questo blu lucente.

Quinto (2)

Tra il mare e la collina, in uno di quei luoghi che riconosciamo come veramente nostri.
Strade, case, vita vera e reale.

Quinto (3)

Mentre l’onda calma si posa sulla battigia.

E avanzano fierissimi tre tipi da spiaggia, eccoli qui.

Quinto (5)

Sono stati padroni del mare per diverso tempo, li ho visti sguazzare placidi e felici nell’acqua.

Quinto (6)

Mentre il mare bagnava i sassolini facendo brillare ancora di più certi colori.

Quinto (7)

Libertà, aria leggera e felicità.
Insieme, loro tre.
Tre tipi da spiaggia, proprio così.

Quinto (8)

Qui dove alcuni hanno i gozzi davanti alle finestre.

Quinto (9)

Ed esci di casa e il mare è davanti a te e ad una certa ora il sole all’orizzonte quasi ti abbaglia.

Quinto (10)

Scogli, ringhiere, scalette, quieta vita di una città di mare.

Quinto (11)

E gozzi, salvagenti, tinte vivaci.

Quinto (12)

Istanti perfetti di bellezza marina intrisi di luce chiara di primavera.

Quinto (13)

E tu lo sai, alcuni sanno amare queste spiagge ancora meglio di altri e sanno godere di questi momenti irripetibili.

Quinto (14)

Là, su quella riva, spiccava una minuzia di verde brillante tra i sassi levigati dal mare.

Quinto (15)

Là, dove si frangono le onde quiete del blu di Genova.

Quinto (16)

Davanti al blu

Navigando insieme, verso l’orizzonte lucente e increspato dal vento.
Senza voltarsi indietro e respirando il mare.
Un viaggio di sguardi e sospiri, su onde impetuose e spumeggianti.
Un tempo condiviso, al ritmo del sole e della stagione nuova, la gioia lasciarsi cullare da un lento dondolio.
Un abbraccio, un tramonto, il tempo di ritornare.
Per rimanere, così vicini, semplicemente davanti al blu.

Storie di barche e di gozzi

Le mie passeggiate davanti al mare sono sempre motivo di gioia e di nuove scoperte, è così Genova, lei non smette mai di stupirmi.
E sa essere così bella e lucente in certi giorni quando il suo mare è calmo e brillante.

E poi, ogni gozzo è una storia che non possiamo conoscere e racconta qualcosa di coloro che amano affrontare le onde, calare le reti e prendere il vento sul viso.
Io potrei passare giornate intere a leggere i nomi delle barche, alcuni sono come romanzi.

E su certi gozzi poi sono scritte vere dichiarazioni di amore, ad esempio questo si chiama così: le mie gioie.

E poi alla gente di mare non manca certo il senso dell’ironia.

E intanto mi perdo a guardare la linea blu all’orizzonte e ad ascoltare i suoni della primavera, bella stagione di piacevoli lentezze.

Qui in questi quartieri di piccole spiagge raccolte ogni angolo narra sempre storie di onde e di deliziosi doni del mare di Liguria che portiamo sulle nostre tavole.
E non poteva essere diversamente: a Zena acciughe e bianchetti se ne stanno vicini!

E anche questa barca porta il nome di un pesce di questo nostro mare.

Sono così le mie passeggiate sulle spiagge di sassi, ricche di momenti intrisi di piccole grandi bellezze.
E spiccano il giallo e il turchese mentre la luce di primavera si posa su queste storie di barche e di gozzi.

Il preludio

E poi arriva così la giornata perfetta.
Ancora di aria frizzante, ancora figlia del vento ma così piacevole.
Ieri, camminando.
Sempre senza meta, senza alcun scopo.
E ho anche mangiato il gelato alla panera, il primo davanti al mare in questa stagione nuova.
E ho veduto sassi e gabbiani, creuze, finestre, spiagge, ringhiere e barche.
E ho camminato su e giù sulla battigia.
A lungo, con gioia.
Ed è solo il preludio di altra bellezza che ci attende nei giorni che verranno.
Celeste e sereno, tempo di tiepido sole di Liguria che riscalda il cuore.

Streghe e indovini nella Liguria del ‘600

Il lato oscuro del passato a volte è nelle storie che evocano visi e vicende ormai perdute.
Storie di superstizioni e sortilegi, tremori e paure, voci del popolo che non sarebbero mai giunte sino a noi se non fossero incappate nella giustizia ecclesiastica.
E streghe, negromanti e tribunali con giudici severi ed implacabili.
Era l’estate del 1588, davanti all’inquisizione finirono due donne di Quinto, Pomelina e Geronima, bastano solo i loro nomi ad evocare un tempo antico e lontano.
Certi uomini dicevano che quelle due erano streghe, erano state mosse accuse gravi e precise.
E così a testimoniare fu chiamata Bianca Rivarola, lei disse che Pomelina e Geronima erano due brave persone, non erano fattucchiere, piuttosto gli accusatori erano nemici delle due e quello era il modo perfetto per liberarsi di loro.
Il fatto venne confermato da un altro testimone che riferì che in passato c’erano stati degli screzi tra le persone coinvolte, il parroco stesso parlò in favore di Pomelina e Geronima, disse che loro frequentavano la chiesa e certo non erano temibili streghe.
Le due donne riebbero così la loro libertà e tornarono a vivere davanti al loro mare.

Mare (2)

E ancora, bisogna andare all’anno 1631 per incontrare lei, Maria Morando di Sant’Olcese.
La Maria, diceva il parroco, faceva gli incantesimi, la Maria curava i bambini malati in chissà che modo.
E fu così che il vicario generale la mandò a chiamare chiedendole conto delle sue azioni.
E lei disse che no, incanti non ne aveva mai fatti, lei era una levatrice, con quel mestiere tirava a campare.
E le fecero molte domande, alla fine la lasciarono andare dietro il pagamento di una multa di 100 scudi.
E anni, anni dopo, nel 1654, a Genova venne convocata una donna originaria di Ruta, era stato l’arciprete di Camogli a denunciarla.
E pure di lei si diceva che fosse una strega, pare che conducesse una vita di dissolutezze, si diceva che attirasse nelle spire della perdizione le ragazze della valle.
Venne ammonita, le si disse che se avesse continuato su quella strada sarebbe stata condannata a pagare una multa di 50 scudi e le sarebbe stata comminata la scomunica, i documenti disponibili non dicono altro su di lei.

Camogli

E invece prese il mare Nicola Castagnino, correva l’anno 1662.
Lui era un prete e le competenti autorità ecclesiastiche lo avevano condannato al bando in Corsica, a Bonifacio.
Già, dovete sapere che il Castagnino l’aveva combinata grossa, aveva rinchiuso e sottoposto a torture una certa Marietta.
Per legittima difesa, disse lui: la Marietta gli aveva fatto del male con i suoi incantesimi.
E tuttavia non fu creduto e quelli del tribunale lo spedirono lontano da Genova, sull’isola del suo destino.
Le storie di queste persone sono state portate alla luce da Don Paolo Fontana, responsabile dell’archivio della Diocesi di Genova, queste vicende sono pubblicate in un suo articolo sulla rivista Ricerche Teologiche 2(2009).
Don Paolo è un caro amico ed è uno scopritore di storie eccezionali, insieme a queste ve ne sono molte altre, ancor più complesse, intricate, romanzesche, avventurose e vere, per quanto incredibile possa sembrare.
E’ la vita di altri secoli che riemerge da certi faldoni polverosi.
E quel passato restituisce anche il volto di Antonio Savignone, vissuto nella seconda metà del ‘500.
Lo vedete?
La gente gli passa davanti, alcuni forse lo guardano con disprezzo, altri invece sono dispiaciuti di trovarlo lì, a lui si rivolgevano per conoscere il futuro.
Antonio è finito davanti al Tribunale Ecclesiastico e ora deve scontare la sua pena.
Lui che esercitava l’arte divinatoria è stato condannato alla flagellazione e alla berlina, era previsto che rimanesse esposto con una sfera in una mano e una brocca nell’altra.
La pena gli è stata alleviata, ha scampato la flagellazione.
E così adesso si trova lì, in Piazza San Lorenzo, davanti alla Cattedrale, deve stare in ginocchio con la brocca in mano dall’inizio alla fine della messa maggiore, dovrà anche scontare sette venerdì di digiuno a pane e acqua.
E quando passate in San Lorenzo, soffermatevi a guardare con gli occhi che sanno vedere anche in altre dimensioni, osservate con gli occhi dell’immaginazione.
C’è un uomo in ginocchio con una brocca in mano.
In una delle piazze più importanti della Superba, nella Genova di un altro tempo.

San Lorenzo