Schiavi a Genova e in Liguria

Questo è un viaggio ricco di emozioni e vi condurrà nel tempo lontano della Superba tra parole, memorie, ricordi e frammenti di vite perdute.
Presso l’Archivio di Stato di Genova in piazza Santa Maria in Via Lata 7 è allestita fino al 7 Dicembre 2018 la mostra documentaria Schiavi a Genova e in Liguria (Secoli X-XIX) curata da Giustina Olgiati e da Andrea Zappia.
La mostra è un racconto affascinante e a guidarvi tra le intricate vicende antiche di Genova sarà Giustina Olgiati, colei che nel suo lavoro all’ Archivio di Stato mette cuore, sapienza, sentimento e passione autentica, non saprei riportare qui la meraviglia che lei sa trasmettere con le sue coinvolgenti narrazioni e pertanto vi invito ad andare ad ascoltarla durante una delle sue visite guidate.

E vi racconterà di loro, degli schiavi che vissero nella Superba.
Per la maggior parte si trattava di giovani donne che svolgevano i più disparati lavori servili e domestici, sono fanciulle che fanno da serve o da balie, sovente sono concubine che danno alla luce dei figli.
E non hanno il più prezioso dei nostri diritti, non hanno la libertà.
E non sono neppure considerati persone, gli schiavi sono come merce.

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E vengono da lontano e la maggior parte di loro ha la pelle chiara, gli schiavi sono ad esempio tartari e circassi, greci, ungari, russi bulgari e turchi, sono il bottino di guerre e razzie.
Giustina Olgiati vi ricorderà che se siete di Genova forse c’è anche qualcuno di loro nella storia della vostra famiglia: il mondo è grande e nessuno di noi conosce davvero il proprio passato.
Provate a pensarci, provate a immaginare queste persone e le vite che hanno avuto in sorte.
Lei è una ragazzina e ha appena 13 anni, si chiama Cutulusa ed è magiara, viene venduta da un genovese a un uomo di Barcellona.
C’è un bambino che invece ha soltanto 8 anni, si chiama Michaal e nel 1289 viene comprato da un certo Ansaldo Usodimare.
Questi straordinari documenti narrano queste storie.

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E narrano di lui, Imetto da Pera.
In realtà lui ha avuto in sorte una buona fortuna perché il suo padrone è il celebre Ammiraglio Andrea Doria che gli concede la libertà e un salvacondotto per raggiungere la città di Algeri o qualsiasi altro luogo da lui prescelto.
Con una vita da reinventare, con un destino da ritrovare.
E ci sono poi i Liguri catturati sventuratamente durante le scorribande delle navi barbaresche, per la loro salvezza a Genova si istituisce una particolare Magistratura che si occuperà appunto del riscatto degli schiavi.

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E poi leggete questi nomi: Patrone, Ramorino, Costa.
Sono genovesi e sono ridotti in schiavitù a Tunisi agli inizi dell’Ottocento.

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E poi ancora scoprirete la storia di lei, il suo nome è Maria ed è la schiava di Leonello Cattaneo.
Siamo nel 1411 e Leonello sta per partire per l’Oriente ma non si dimentica di Maria, in qualche modo cerca di tutelarla affidandola al prete Francesco di Negro perché ne disponga come se fosse sua.
La scelta di un religioso può avere due significati e viene così spiegata: forse Leonello voleva essere sicuro di ritrovare Maria al suo ritorno o magari sperava che appunto fosse trattata con cortesia e umanità.
E magari quando sarà ritornato l’avrà trovata ad attenderlo.
È difficile immaginare le vite degli altri, a volte abbiamo la speranza che siano state piene di gioia.
Sono vite e respiri perduti, potrete scoprirli alla mostra allestita all’Archivio di Stato e dedicata agli Schiavi a Genova e in Liguria, l’esposizione e a ingresso libero e qui trovate gli orari per la vostra visita.

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Ringrazio Giustina Olgiati per la sua attenzione e per la sua gentilezza, all’inaugurazione della mostra ha narrato alcune di queste storie emozionando tutti i presenti.
E la ringrazio perché lei custodisce con amorevole cura il nostro passato, riportando alla luce volti pieni di speranza, di desideri e progetti.
Visi di persone che vissero sognando un bene raro e insostituibile: la libertà.

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5 Maggio 1379: il coraggio di Luciano Doria

5 Maggio, è il giorno di un eroe, lui appartiene ad un’importante famiglia e il suo nome è Luciano Doria.
Siamo nel 1379, all’epoca di duri conflitti tra Genova e Venezia, Luciano è destinato a scrivere una pagina di storia che gli renderà onore.
È lui l’Ammiraglio a capo della flotta che solca l’Adriatico in quella lontana primavera, lui è già stato trionfatore a Zara contro Vettor Pisani e sfiderà ancora le navi nemiche.
Su Luciano Doria e sulla sua tempra sono stati tramandati aneddoti che hanno il sentore della leggenda, Amedeo Pescio nel suo testo Croce e Grifo narra un episodio emblematico e riferisce di un povero rematore che in preda alla fame chiede aiuto a Luciano e questi, senza esitare, si toglie la fibbia d’oro della cintura e la dona al bisognoso.
E sempre Pescio racconta quell’impresa eroica per la quale Luciano passò alla storia.
In quell’epoca instabile forte è il timore che le navi di Venezia vengano ad infestare il mare di Genova e Luciano, alle testa delle sue galee, parte per difendere la patria.
È un viaggio non privo di scontri e di ostacoli ma all’alba del 5 Maggio Luciano Doria giunge davanti a Pola, di fronte al nemico sventola gagliardo il vessillo con la Croce di San Giorgio.

Davanti a lui è schierata la flotta veneta, Vettor Pisani e la sue navi restano asserragliati nel porto di Pola.
E qui uso le parole di Pescio, io non saprei trovarne di migliori:

Rugge San Marco. Il Grifo stride e chiama tutte le navi indietro.

Sembra così che i genovesi si ritirino, come se temessero lo scontro.
Avanza con la sua flotta Vettor Pisani che crede di sbaragliare in un sol colpo i suoi nemici ma non ha fatto i conti con l’astuzia di Luciano.
Dieci galee di Genova, celate dietro al promontorio, si gettano contro le navi nemiche e sferrano l’attacco alle navi di Venezia.
È una lotta sanguinosa, entrambe le parti subiscono gravi perdite ma Genova sembra prevalere, l’epica della battaglia è coronata da quel grido rivolto al Santo protettore della Superba: San Zorzo! San Zorzo!
Tra le navi della Serenissima una sola sembra resistere ed è capitanata da Donato Zeno, il contrasto si fa sempre più aspro.
Nell’impeto del combattimento Luciano Doria scosta la visiera dal volto e ripete ancora il grido e il nome del Santo che protegge Genova.
E accade in quel momento: la spada di Donato Zeno spezza la vita di Luciano Doria e l’eroe cade nel sangue.
Non bisogna esitare, non si può permettere che i genovesi si scoraggino: Ambrogio Doria, fratello di Luciano, prende l’elmo, la corazza e l’arma dell’eroe caduto e continua a combattere nelle vesti di lui.
I genovesi tornano così vittoriosi in patria portandosi dietro 15 galee cariche di prigionieri e un bottino di guerra davvero notevole, è il trionfo di Luciano.
L’eroe della battaglia di Pola morto per la gloria di Genova viene onorato dal popolo e dalla Repubblica.
Per la sua grandezza e in memoria della battaglia di Pola, si ordina che nella chiesa di San Giorgio sia dedicato un altare a Giovanni Battista e ogni anno per celebrare questa ricorrenza il Magistrato dovrà portare in quella chiesa un pallio d’oro.

Per le sue gesta Luciano Doria aveva già conosciuto la gratitudine della sua città, Genova gli aveva donato una casa sita nell’attuale Vico Casana, un tempo detta Carroggio dei Promontorio.
Il libro di Amedeo Pescio da me consultato risale al 1914, in quell’anno l’autore parla di quella casa e scrive che ha subito dei restauri, aggiunge che il popolo usa fermarsi sotto la dimora dell’Ammiraglio immaginando le sue imprese.

Sono passati molti anni, c’è stata una guerra che ha causato molta distruzione nel centro storico di Genova, non so dirvi quali danni abbia subito questa specifica abitazione e quali eventuali cambiamenti siano stati fatti.
Io ho seguito le indicazioni di Pescio: nel 1914 egli scrive che sulla facciata della dimora di Luciano Doria presto verrà affissa un’antica lapide.
E lì si trova, a fianco al portone.

Questo marmo attesta che la casa non rimase a lungo agli eredi di Luciano in quando ne divennero proprietari i Clavesana.
Si legge chiaramente il nome di lui, è scolpito nella terza riga: Luciano De Auria.

Resta la memoria, in certi luoghi.
La figura di Luciano è anche ritratta insieme ad altri grandi della famiglia Doria nella Loggia degli Eroi a Villa del Principe.
Luciano è il secondo da sinistra, nell’immagine che qui sotto vedete.

Quando il suo corpo venne riportato in patria dapprima Luciano Doria venne sepolto in San Domenico, in seguito la sua salma fu portata in San Matteo, chiesa gentilizia della famiglia Doria.

Sotto il bagliore di questi ori riposano molti celebri rappresentanti della famiglia.

Qui, in San Matteo, la memoria delle gesta di Luciano è scolpita per i posteri.
Sulla facciata, nei marmi bianchi, sono incise le vicende che videro protagonisti alcuni eroici personaggi della famiglia Doria.

Non è semplice leggere questi caratteri gotici e non è possibile riportate qui la foto dell’intera scritta ma posso mostrarvi alcune salienti parole.
Anno 1379, in numeri romani, nella prima riga.
Pola, il luogo della sua fine, nella seconda riga.

Galeis capte, prese le galee.
E questo è il suo eroismo guerresco.

Fu il protagonista di questa giornata di un tempo lontano, era l’epoca delle Repubbliche Marinare e allora non si combatteva in nome del tricolore come accadde in un più recente e celebre 5 Maggio.
Lucianum D’Auria, così si legge sulla chiesa gentilizia della sua famiglia, nel cuore della sua città.
Questo è il suo nome ed è la memoria di lui e di quel 5 Maggio 1379, il giorno del coraggio di Luciano Doria.

Vita quotidiana nella Repubblica di Genova

Un nuovo percorso espositivo nel passato della Superba, una nuova mostra all’Archivio di Stato: Vivere nella città, obbedire alle leggi. Vita quotidiana nella Repubblica di Genova (Sec. XI-XVIII).

Mostra
Un viaggio nel tempo che potrete compiere anche voi, se andrete all’Archivio di Stato potrete ascoltare i racconti della Dottoressa Giustina Olgiati e qui la ringrazio per il tempo dedicatomi, con la sua passione per la storia di Genova vi porta davvero in epoche lontane.

Documento

E naturalmente io non posso trasferire qui la ricchezza di dettagli e la magia della sua narrazione, proverò soltanto a mostrarvi qualche istante di un’altra Genova, la Genova del tempo dei Dogi con le sue regole volte a garantire il buon funzionamento dello stato.
Ci sono volti e ci sono sguardi, alcuni sono tracciati con colori davvero vividi, su queste pagine vedete la genealogia della famiglia Spinola.

Spinola

Spinola (2)

Secolo XVII

E in quel tempo così distante dal nostro le ricorrenze religiose avevano grande rilevanza, qui troverete un antico codice sul quale sono segnate le feste cittadine.

Codice (2)

Su certe righe si scorge un inchiostro di diverso colore, la sfumatura differente dimostra che il codice è stato riutilizzato e ha avuto così una seconda vita.

Codice

E giunge il mese di giugno del 1445, è il tempo di celebrare San Giovanni Battista patrono della città e Sant’Eligio, il patrono degli Orefici.
Per l’occasione il Doge Raffaele Adorno fa diffondere un proclama che sospende provvisoriamente le leggi sul lusso.

Proclama 1445
Queste regole, dette leggi suntuarie, ricadevano sull’abbigliamento e anche sull’abbondanza di certi banchetti, avevano lo scopo di limitare la sfoggio di ricchezza, si voleva così evitare che fossero ancor più stridenti le differenze tra le varie classi sociali.
E tuttavia per la festa del patrono in quei giorni d’estate Genova sfavillò in tutta la sua eleganza: con l’avvallo della massima autorità della Repubblica le donne genovesi poterono indossare raffinate sete preziose, perle e gioielli in quantità, uno spettacolo al quale avrei voluto assistere!

Arca Processionale

Arca Processionale con le Ceneri di San Giovanni Battista

Inoltre per la festa di San Giovanni Battista di solito venivano aperte le porte del Carcere della Malapaga, la prigione riservata agli insolventi, è logico dedurre che molti di questi condannati poi non vi facessero ritorno.

Mura della Malapaga (2)

Mura della Malapaga

Come tutti ben sapete la storia non è fatta solo dai Dogi e dai nobili, la storia del mondo è costruita anche alla gente comune, da coloro che cercano di campare come meglio possono.
E il mondo a volte sa essere un posto pericoloso: nel territorio della Repubblica di Genova si proibisce severamente il possesso di armi da taglio e da offesa di lunghezza inferiore ai due palmi e mezzo,  da questo provvedimento sono esclusi i medici e gli artigiani,  coloro che per lavoro usano i coltelli sono comunque tenuti a trasportarli nel loro fodero.
In caso di infrazione di queste regole la giustizia ci andava pesante: nel ‘600 gli altolocati venivano condannati a 5 o 10 anni da scontare in Corsica, Sardegna o Sicilia, tutti gli altri finivano schiavi sulle galee.
In esposizione c’è un disegno con le armi da taglio consentite, tra di esse anche il temperino da usare per la piuma d’oca e i coltelli da cucina che comunque dovevano restare tra le mura domestiche.

Coltelli

Genova a volte cela letali pericoli.
Siamo nel 1596, lo vedete quell’uomo? Ha lo sguardo perso, è tremante di paura, cerca un modo per sfuggire alla violenza che imperversa in città.
Il suo nome è Giuseppe, fa il maestro di scuola a Banchi e rivolge un’accorata richiesta alle autorità, riporto qui alcune righe del documento sottostante:

Giuseppe Segaro che insegna a scrivere et tien scuola in Banchi, è necessitato massime nella stagione invernale andar di notte in molte case de cittadini a dar lettione a suoi scolari, e per che non si sa di notte da cui guardarsi et si vanno tirando delle pietre…

Licenza

Si, quando scendono le tenebre le strade diventano ancor più rischiose e per queste ragioni il povero Giuseppe chiede che siano magnanimi con lui: per carità, gli sia consentita una dispensa, gli sia permesso portare un’arma solo per potersi difendere!

Piazza Banchi (8)

Il mondo è fatto di gente come questa, con le sue fatiche e i suoi dolori.
E c’è Battistina, una donna che viene ammessa nell’arte dei tavernieri, alla mostra scoprirete di più su di lei e sulle donne di Genova.
Genova è città dai tanti volti, qui vivono persone che vengono da terre lontane, gi stranieri che qui aprono le loro botteghe, si sposano con le genovesi e diventano essi stessi cittadini della Superba con l’obbligo di pagare le tasse.
Una città dove c’erano i depositi da olio sotto a Palazzo Ducale.

Depositi

Un’ampia sezione della mostra documentaria è dedicata agli ebrei giunti a Genova dalla Spagna sul finire del ‘400 e alle loro difficili condizioni.
Tra loro un padre, è un ebreo convertito, sua figlia ha solo dieci anni, è battezzata e si chiama Mira.
E lui davvero non sa come prendersi cura della sua bambina così la affida a Battista Grimaldi, lui la terrà per vent’anni come serva e poi Mira sarà libera e forse il destino saprà essere generoso con lei.
E poi andiamo al 1590: c’è un medico ebreo, è molto amato dalla gente di Sarzana dove egli opera, è un dottore generoso e amorevole, si prodiga per i più sfortunati, non si può certo fare a meno di lui!
I maggiorenti della città hanno fatto una raccolta di firme e hanno ottenuto una proroga e così egli potrà restare a Sarzana, dove c’è bisogno delle sue cure.

Medico (2)

Una città di mercanti e di corporazioni, con regole e statuti da rispettare.
E guardate la bellezza e la perfezione di questa calligrafia, questo volume riguarda l’arte dei tintori della seta.

Tintori di Seta

Tintori di Seta (2)

Città di beneficenza e di ospedali, città severissima con coloro che infrangono le leggi, anche sulle pene ci sono diversi documenti interessanti.
C’è il quotidiano di un altro tempo in questa mostra, io vi ho svelato appena qualche frammento e vi ho mostrato alcuni documenti.
Numerose altre carte preziose sono esposte all’Archivio di Stato fino al 2 Luglio, è una mostra gratuita e di grande interesse, qui trovate tutti i dettagli in merito.
Ringrazio ancora Giustina Olgiati, lei sa davvero rendere reale quel mondo che non abbiamo veduto.
E magari anche voi lascerete l’archivio con un pensiero che resta.
Il maestro di Banchi avrà poi vissuto giornate meno complicate?
E a quanti bambini avrà insegnato a scrivere?
E Mira, la piccola Mira, avrà poi avuto un destino felice?
Serva a 10 anni e libera a 30, avrà avuto il calore di un amore sincero, una casa, un posto dove ritornare?
La storia non è solo un elenco di date, battaglie e trattati.
La storia del mondo è anche lei, la piccola Mira e le sue speranze di felicità nella Genova di un altro tempo.

Genova

Le luci splendenti di Strada Nuova

C’est que rien n’est beau comme cette collection de palais, prodigieuse galerie de chefs-d’ œuvre
qui se prolonge à des distances infinies.
Chacun de ces palais est une merveille dont l’étude prendrait plusieurs semaines.

Nulla è bello come questa collezione di palazzi, prodigiosa galleria di capolavori che si prolunga per distanze infinite.
Ciascuno di questi palazzi è una meraviglia, per cui per la visita ci vorrebbero diverse settimane.

Joseph Autran – Italie et Semaine Sante a Rome 1840

Così vide Strada Nuova e la descrisse il meravigliato visitatore francese, così l’hanno veduta tutti coloro che nella serata di venerdì sono accorsi ad ammirare i palazzi nobiliari di Genova rischiarati da luci splendenti
La Via Aurea, poi detta Strada Nuova, oggi è dedicata a Giuseppe Garibaldi.
I suoi edifici vennero costruiti nella seconda metà del ‘500 e sono annoverati tra i Rolli di Genova, sono i palazzi che la Repubblica utilizzava per ospitare capi di stati e figure eminenti in visita nella Superba.
Uno scenario di una bellezza da mozzare il fiato, una magia difficile da raccontare.

Via Garibaldi (2)

Le luci brillanti, le finestre spalancate su nascoste meraviglie.

Via Garibaldi (3)

Palazzi che ospitano tuttora abitazioni private, alcuni sono sedi di banche o di uffici.
Portoni che celano atri e scaloni magnificenti.

Via Garibaldi (4)

Una bellezza sognante, tra marmi, stucchi e soffitti decorati da artisti di pregio.

Via Garibaldi (5)
Ed io ci sono andata molto presto per poter godere appieno di tutto questo splendore, di lì a poco la via si sarebbe riempita di gente desiderosa di ammirare Strada Nuova.

Via Garibaldi (6)

Nella notte splendente dei Rolli di Genova sventola fiero il vessillo della Superba.

Via Garibaldi (7)

E guarda, una tenda scostata rivela la delicata perfezione di un affresco.

Via Garibaldi (8)

I portoni si aprono su atri meravigliosi.

Via Garibaldi (9)

E da ogni palazzo esci con lo sguardo rivolto verso l’alto, verso altri balconi dietro ai quali si intravedono sontuosi saloni.

Via Garibaldi (10)

Regale, radiosa e sfavillante Genova, è così che noi vorremmo sempre vederla.

Via Garibaldi (11)

Ecco le finestre aperte di Palazzo Lomellino.

Via Garibaldi (12)

Ed è un’inesauribile sequenza di stupori, tra bianco e azzurro tenue.

Via Garibaldi (13)

E’ accesa di luce anche la fontana.

Via Garibaldi (14)

E’ un chiarore che dona maggiore leggiadria ad edifici già magnifici.

Via Garibaldi (15)

Guarda, guarda oltre quelle finestre.

Via Garibaldi (16)

Strada Nuova, la via che ammaliò Vasari, Stendhal, Dickens e molti altri, celebrata da tutti i visitatori di rilievo.
E per me questa è una delle strade più belle del mondo.

Via Garibaldi (17)

Palazzo Tursi, sede del Comune della città di Genova.

Via Garibaldi (18)

Guarda, guarda la luce che ravviva il porticato.

Via Garibaldi (19)

E poi la scala, laggiù un caruggio che porta alla Maddalena, è Vico del Duca.
E’ così Genova, il fasto delle sue dimore e la semplicità dei vicoli convivono e si sfiorano, in perfetta armonia.

Via Garibaldi (20)

Strada di magiche suggestioni, inondata dalla musica e dalle note immortali di Mozart e Paganini.
Credetemi, per qualche istante ho creduto di incontrare dame in abiti fastosi, con le parrucche incipriate e i ventagli per farsi fresco in una calda serata di settembre.
Genova sa essere un sogno, un sogno che genovesi e turisti meritano di vedere.

Via Garibaldi (21)

Scintillano le finestre di Via Garibaldi 12.

Via Garibaldi (22)

E lo sguardo incontra solo la stupefacente meraviglia di ciò che ci è stato lasciato da chi ci ha preceduto.
A noi tocca il compito di valorizzare le nostre ricchezze e di difenderle.

Via Garibaldi (22a)

Perditi in queste prospettive dorate, questa è la Superba con le sue meraviglie.

Via Garibaldi (24)

E alza lo sguardo verso Palazzo Rosso.

Via Garibaldi (23)

E ancora, ammira le finestre, i soffitti e la facciata di Palazzo della Meridiana.

Palazzo della Meridiana

Ho camminato su e giù, su e giù per diverse volte.
E sebbene questi siano luoghi del mio quotidiano non smettono mai di incantarmi, è così che vogliamo vedere sempre Genova, con le strade gremite di gente ammaliata dal suo splendore.

Via Garibaldi (25)

E poi ho sostato a lungo in Piazza Fontane Marose dove altri edifici brillavano di quella sfavillante luce.

Piazza Fontane Marose (2)

E sotto a certe finestre ci resteresti per un tempo infinito, non te ne andresti mai.

Piazza Fontane Marose

Piazza Fontane Marose (4)

Intravedi manti leggeri, nuvole chiare e azzurro cielo.

Piazza Fontane Marose (5)

La grazia di certe figure, la perfezione dei gesti è là, nel riquadro di queste finestre.

Piazza Fontane Marose (6)

Tinte tenui e delicate, l’incantevole magia di un affresco.

Piazza Fontane Marose (7)

E un mondo da immaginare, sognante e armonioso.

Piazza Fontane Marose (3)

E’ così che tutti noi vorremmo sempre vedere Genova.
Splendente e lucente, con le sue strade dal fascino eterno, nella luce che accarezza i suoi palazzi in una sera di settembre.

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Noli, al tempo dei pirati

Lei cammina svelta, protetta dalla penombra dei vicoli di Noli.
Il suo nome è Maiettina ed è una madre alle prese con una crudele prova della vita, nel tempo in cui le coste di Liguria sono depredate da minacciosi pirati.

Galeone

No, non troverete mai il suo nome inciso sulla pietra.
Alcune esistenze attraversano le vicende storiche e le sfiorano lasciando il loro piccolo segno, Maiettina è una di queste e insieme a lei ci sono molte altre donne del popolo, anch’esse madri, accomunate da un destino che certamente non avrebbero voluto condividere.
Ho trovato queste vicende in uno di quei vecchi libri che si comprano sui mercatini, su quelle pagine si leggono storie di pirateria.
Tre donne, tre vite, nella seconda metà del Seicento.
Eccola Maiettina Corso, incede silenziosa e intanto sospira, scruta il mare che si estende davanti a Noli con la speranza che le venga restituito il suo affetto perduto.

Noli

Lei non ha più il marito, ha tre figlie femmine e un unico figlio maschio che si chiama Paragorio.
Qui per vivere si naviga, si solcano le onde affrontandone rischi e pericoli e il giovane Paragorio è caduto nelle mani dei pirati, adesso è lontano, schiavo ad Algeri.
Lei, sua madre, non sa darsi pace.
All’epoca di Maiettina esiste persino un’apposita magistratura che si dedica al riscatto degli schiavi.
E così, la povera madre inconsolabile si rivolge al Maggior Consiglio di Noli, qualcuno giungerà in suo soccorso?
In cambio della libertà di Paragorio, il suo padrone chiede che venga liberato il suo stesso fratello, a quel tempo schiavo su una galea genovese.
E così le autorità di Noli accettano l’offerta, purtroppo però nulla accade ma Maiettina non si arrende, torna ancora a chiedere aiuto.
Le verrà assegnata una certa cifra, purtroppo non è l’unica ad essere in difficoltà, servono molti denari per riscattare i propri parenti.
E così Maiettina mette da parte ogni moneta, il suo gruzzoletto è la sua speranza,  Paragorio deve far ritorno nella sua Noli.

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L’autore del libro, lo storico Giulio Giacchero, narra poi la vicenda di Nicoletta.
A lei i pirati hanno portato via il marito e il figlio, il primo è morto durante la prigionia, il figlio Gio Batta invece è ancora prigioniero.
E lei, Nicoletta, dimostra di avere un certo spirito di iniziativa: vende un suo magazzino e con quei denari compra a sua volta uno schiavo, per poterlo scambiare proprio con il suo Gio Batta.
E ‘ un concetto molto distante dalla nostra etica e dal nostro modo di concepire la vita umana, la dignità e l’unicità dell’individuo, anche la Repubblica di Genova aveva i suoi schiavi.
Ho un libro che narra nel dettaglio come vivevano nella nostra città e quali ingiustizie dovettero patire e quanto breve, a volte, fosse la loro vita, in un’altra circostanza vi racconterò alcune di quelle vicende.
Così accadeva, a quei tempi, ma l’affetto che lega una madre al proprio figlio, in ogni epoca, sa essere più forte di qualunque catena.
E c’è un’altra madre di nome Maria, anch’essa è originaria di Noli e lascia il suo paese per venire a Genova dove conta di racimolare il necessario per restituire la libertà a suo figlio Bartolomeo.
Lei si affida alla provvidenza e al buon cuore delle persone, la vedete?
Gira per la città tenendo la mano tesa, raccoglie le elemosine, fiduciosa nella generosità altrui.
Maiettina, Nicoletta e Maria, non so come siano andate a finire le loro storie.
Mi piace immaginarle felici.
E mi piace credere che un giorno, dopo tante fatiche, si siano incontrate davanti al mare di Liguria.
E riesco a vedere i loro sguardi pieni di speranza.
Eccola, una nave si staglia all’orizzonte, si avvicina sempre più, pochi metri la separano ormai dalla riva.
E sul ponte della nave, io sono certa, li vedete anche voi, ci sono tre ragazzi, Paragorio, Gio Batta e Bartolomeo.
Tornano a casa, alle loro madri e alla loro terra.

Noli (2)

Filippo V, un Re in visita nella Superba

Correva l’anno 1702 e Genova era in fermento.
Il Re, sta per arrivare il Re!
Il Sovrano, Filippo V,  è appena diciottenne e siede sul trono di Spagna, è nipote di Luigi XIV, il Re Sole.
E vi chiederete, come mai Sua Maestà venne nella Superba?
Questa è la fiabesca vicenda di quel viaggio, narrata in un libro di grande pregio appena dato alle stampe da due amici che mi onorano di leggere queste pagine, Vittorio Laura e Massimo Sannelli.
Il libro è appena uscito ed io l’ho ricevuto in regalo dagli autori, entrambi appassionati di storie e di vicende genovesi.
E prima di narrare le avventure del Re di Spagna è bene che io vi racconti come questo libro abbia veduto alla luce.
Bisogna appunto andare al lontano 1703, anno nel quale un anonimo che si firma semplicemente N. redige un prezioso documento dal titolo: Lettera di ragguaglio del passaggio di Sua Maestà Cattolica per gli Stati della Serenissima Repubblica di Genova.
Il fedele resoconto di quel viaggio di Filippo V, per l’appunto.
Gli anni passano, di quel libretto ne restano solo poche copie, sei sono conservate alla Berio, una all’Archivio di Stato di Torino.
I libri a volte hanno destini misteriosi, a volte arrivano a chi li sa apprezzare, valorizzare e condividere.
L’ottava copia della Lettera di Ragguaglio è proprietà di Vittorio Laura, appassionato collezionista di rarità.
Eccolo qui il frontespizio, quell’antico libretto l’ho tenuto tra le mani.

Lettera di ragguaglio

Su questa pagina è stampato un ex libris grazie al quale sappiamo chi sia stato il primo proprietario di questo volume, il cardinale e abate Giuseppe Renato Imperiali.

Lettera di ragguaglio (2)

Oh, queste sono emozioni grandi per me!
Il passato che ritorna, quel libro è oggi sullo scaffale delle librerie e tutti voi potrete accompagnare il sovrano di Spagna durante il suo viaggio, l’edizione di Tormena è arricchita da raffinate illustrazioni.
Anonimo l’autore, anonimo il destinario, la lettera è scritta dal Signor N. e indirizzata al Sig. N., chissà chi erano queste due persone!
E così ha inizio questa fiaba, con queste parole: Signor Mio.

Lettera di ragguaglio (3)

E dunque andiamo a quel 1702.
Accadde che un bel giorno a Genova si venne a sapere che il Re di Spagna intendeva raggiungere da Napoli la Lombardia.
La Repubblica di Genova gradiva avere l’onore di una visita del Sovrano e così certi nobiluomini genovesi si recarono presso di lui pregandolo di concedere questa regale cortesia alla Repubblica.
Il Re apprezza il gentile invito ma ha fretta di raggiungere la sua Armata e non intende scendere a terra, sbarcherà soltanto a Finale.
Eh, però non si può mai dire, le insidie del mare potrebbero costringerlo ad accostare, i genovesi vogliono prevenire qualunque inconveniente.
E così, in caso ce ne fosse bisogno, si preparano delle sontuose dimore per accogliere il sovrano, certi palazzi nel golfo  di La Spezia e in quello di Savona vengono riccamente addobbati, si preparano banchetti e rinfreschi da servire al Re e a tutta la corte.
E a Genova si è pronti a spalancare le porte di Palazzo Reale e naturalmente anche quelle della Dimora di Andrea Doria.

Palazzo del Principe (16)

E come vi dicevo, il giovane sovrano non ci pensava proprio a scendere a terra, tuttavia il mare infido lo costrinse a fermarsi nei pressi di Porto Venere, spero che sia stata una sosta gradevole per Sua Maestà!

Porto Venere (34)

Riprese poi la navigazione e le imbarcazioni reali giunsero a 10 miglia dalla Superba e il Re di Spagna venne salutato dai colpi d’artiglieria della Repubblica di Genova, dalle galee spagnole si rispose con altri colpi.
E come lo accolsero a Savona!
I fuochi fiammeggiavano sulla spiaggia di Vado in uno spettacolo di splendente bellezza!
Altri luoghi lo attendevano prima del suo arrivo a Genova, tralasciamo le vicende militari che lo occuparono in quel periodo e che  lo condussero a Milano.
Filippo V  ebbe modo di sostare anche a Voltaggio e sulla via del ritorno attraversò l’amenissima Val Polcevera e finalmente giunse nella Superba.
Fiero di potergli dare il benvenuto, il Doge Federico De Franchi.
E lo sfarzo del suo corteo, dovevate vedere!
Quaranta nobili sopra a cavalli riccamente bardati e poi staffieri in livrea, paggi e quindi lui, il Serenissimo Doge in una nuova vaghissima seggia dorata.
E poi ancora tutti i senatori in lussuose lettighe, gli alabardieri e in fondo al corteo cento carrozze con a bordo i nobili.
La Repubblica di Genova si mostra in tutta la sua grandezza, tutto è lusso, abbondanza e ricchezza.
Sul Palazzo Spinola di San Pietro a Sampierdarena viene posto lo stemma del Re di Spagna, quel palazzo ospiterà Filippo V.
In quell’edificio ai giorni nostri si trova una scuola, l’Istituto Gobetti, la potete vedere qui, a volte pare davvero che abbiamo scarsa memoria della nostra passata grandezza.

Via Garibaldi

Spirava un vento gelido in quel giorno, il Corteo Reale passò a Sampierdarena, le dame di Genova dalle finestre facevano profondi inchini per salutare il Re, il giovane e cortese Sovrano rispondeva levandosi il cappello.
La Lettera di Ragguaglio è ricca di piccoli gustosi aneddoti, è annoverato anche qualche incidente che non intendo svelare per non togliervi il piacere della lettura.
Un piccolo libro che ha la dimensione della fiaba, non a caso la pregevolissima introduzione di Massimo Sannelli si intitola C’era una volta un re.
C’era una volta un re e per lui questa città fu resa ancor più bella, lo ospitò Sampierdarena con le sue fastose ville, per il Re in quelle strade fu disposta una splendidissima illuminazione.
A quel monarca poco più che adolescente vennero tributati sontuosi omaggi, per lui vennero imbanditi lussuosi rinfreschi, gli furono donate 24 cassette lavorate d’oro e d’argento contenenti le delizie più sublimi,

cioccolato il più perfetto che si potesse, altre di acque odorose e di Essenze le più rare e più dilicate.

La grandezza di Genova si mostra davanti al Re di Spagna, la munificenza della Repubblica è un piccolo capolavoro di diplomazia.
Il cocchio del Re attraversa la città, da Via Balbi a Via Lomellini, da Banchi a Campetto, fino alla Cattedrale di San Lorenzo.

San Lorenzo (2)

Lì Filippo V pregherà davanti alle ceneri del Battista.

Cattedrale di San Lorenzo

In un’altra occasione il sovrano chiederà di vedere il sacro catino portato dall’Embriaco a Genova e attualmente esposto in una sala del Museo del Tesoro di San Lorenzo.
E così gli viene recapitato a Palazzo perché il Re possa stringerlo tra sue mani e ammirare la sua pregiata fattura.

Sacro Catino

Se la Repubblica è generosa, lo stesso si può dire del Re che lascia in dono ad alcuni gentiluomini preziosi anelli d’oro con il diamante.
Con uguale sfarzo si svolse la sua partenza, in occasione della quale avvenne un peculiare incidente che scoprirete leggendo il libro.
Il Re vide gli splendori di Genova, Genova fu munifica  nel mostrarglieli.

San Lorenzo 6

Ringrazio Vittorio Laura e Massimo Sannelli per il loro generoso entusiasmo e per avermi regalato questo preziosissimo libro, è un piacere conoscere persone di così grande valore.
Il libro si può acquistare presso la Libreria Bozzi oppure contattando gli autori sul loro sito che trovate qui.
Mentre leggevo la Lettera di Ragguaglio il mio pensiero è andato spesso a colui che la scrisse, il signor N.
L’ho immaginato chino a vergare i suoi fogli per lasciare memoria di quei giorni gloriosi.
La Lettera si chiude in questa maniera:

Scusate la troppa longhezza. Vogliatemi bene: e state sano.

Il destino a volte ti regala una vita che va al di là dei tuoi giorni, il destino a volte ti concede una diversa occasione per far sentire la tua voce.
Il Signor N. allora non lo sapeva, no.
Non sapeva che le sue parole sarebbero state lette da Vittorio Laura.
Vogliatemi bene.
Le parole del Signor N. hanno trovato lo sguardo di Vittorio Laura, uno sguardo che ha saputo voler bene a quelle pagine giunte a noi da tanto lontano.

Il gioco del biribis e la ricca vincita di un celebre veneziano

I mali effetti del gioco, così si legge su un documento risalente all’anno 1693 che ho trovato all’archivio di Stato.
Su quel foglio sono indicate le disposizioni previste per chi si fosse lasciato tentare dal demone di un gioco che nella Genova di quel tempo imperversava: il biribis.
E traspare una viva preoccupazione per il suo dilagare, il biribis era severamente vietato e così, come si era già fatto in precedenza, venne stabilita una severa multa per coloro che non rispettavano la proibizione: cento scudi d’argento alla prima infrazione, ben duecento per la seconda.
E malgrado ciò il biribis era molto diffuso soprattutto tra i nobili i quali, tutt’altro che intimoriti dai severi moniti delle autorità, continuarono a provare l’ebbrezza dell’azzardo nel chiuso delle loro dimore.
Ma come si giocava?
Il biribis aveva alcune caratteristiche tipiche della moderna roulette e per altri versi ricorda invece la tombola, il piano di gioco era composto da diverse caselle, su ognuna di esse era riportata una figura.
Ogni giocatore faceva la propria puntata e poi si affidava alla sua buona stella, c’era un sacchetto con tutti i numeri corrispondenti alle diverse caselle e quello che veniva estratto a sorte era il vincitore.
E questa è l’immagine di un biribis settecentesco che lo scorso anno era in mostra presso un museo di Genova.

Biribis
Ah, il gioco! Che febbre contagiosa!
Vi si dilettò niente meno che il celebre seduttore Giacomo Casanova durante uno dei suoi soggiorni genovesi.
L’episodio è narrato da Michelangelo Dolcino, imbattibile cronista degli eventi cittadini del passato.
E a quanto pare Casanova partecipò a una partita di biribis che si teneva nella casa di una gran dama e  siccome  lì aveva veduto un ritratto di costei abbigliata da Arlecchino, come cortese omaggio il celebre tombeur de femmes si ostinò caparbiamente a puntare i suoi soldi su quella figura e perse miseramente.
Quando toccò a lui estrarre i numeri dal sacchetto, la fortuna passò dalla sua parte e così il veneziano si garantì una ricca vincita.
A quanto si legge si mormorò persino che Casanova non avesse giocato proprio pulito e per questo lui andò su tutte le furie.
Un gioco proibito, sul documento che vi ho precedentemente citato viene definito pernicioso, verso la fine del ‘700 si arrivò persino a ventilare per i trasgressori punizioni ancor più severe come pene corporali, carcerazione e bando.
In un certo giorno, in una casa di Genova si tenne una partita a biribis e tra i giocatori c’era anche lui, il più celebre seduttore, il veneziano Giacomo Casanova.

Carrozze e calessi, una grida del 1686

Oggi vi porto nel passato, a giorni lontani, grazie a un antico documento che ho trovato in uno dei pesanti faldoni che si trovano all’Archivio di Stato.
Era il mese di settembre del 1686, in quei giorni una mano solerte tracciò su un grande foglio certe severe disposizioni.
E’ una calligrafia tondeggiante, neanche troppo ordinata a dire il vero, si comprende tuttavia ogni parola di questa grida emessa dalle Autorità della Repubblica di Genova.
E vi si legge, con tono di sdegnato biasimo, di questa pessima usanza di carrozzieri e staffieri di andarsene al trotto e al galoppo con calessi e carrozze e di correre per le strade della città, con grande rischio per i malcapitati pedoni.
Serviva un urgente provvedimento e così si stabilì che fosse proibito il trotto e il galoppo entro le vecchie mura, in pratica si imposero dei limiti di velocità, con due eccezioni che riguardavano due strade importanti di Genova.
Via libera a Piazza della Nunziata, lungo Via Balbi e fino alla Porta di San Tommaso, ovvero nella zona di Piazza Acquaverde.
E poi ancora da Piazza San Domenico, l’attuale De Ferrari, giù per Via Giulia, la strada che ha lasciato il posto alla nostra Via XX Settembre, fino alla Porta dell’Arco, dove ora si trova il Ponte Monumentale.

La carrozza

Una Carrozza al Palazzo Reale di Genova

E conveniva rigare diritto, credetemi!
I contravventori venivano puniti con due tratti di corda in pubblico o, in alternativa, con il pagamento di dieci scudi d’oro e di lire cinquanta.
E per essere certi che  questo denaro venisse debitamente corrisposto, per precauzione si sequestravano carrozze, cavalli o altri animali da tiro senza tanti complimenti e dietro pagamento di un’ulteriore multa.
Ovviamente ci voleva qualcuno che facesse rispettare la legge, questo era il compito dei bargelli e dei loro luogotenenti che dovevano arrestare i trasgressori.
Ecco, solo che come sempre, anche a quei tempi, si presentò un annoso problema: chi controlla i controllori?
Nel dubbio, tanto per cautelarsi, nel documento si precisa che si è pensato anche ai suddetti bargelli e ai loro luogotenenti, che nessuno si facesse venire in mente di chiudere un occhio!
infatti coloro che avessero omesso di far rispettare le regole sarebbero stati  rimossi dal loro incarico e fin qui, direte voi, potrebbe sembrare assolutamente logico.
Ecco, ma non era finita: a insindacabile arbitrio delle autorità i bargelli e i loro aiutanti potevano essere spediti in men che non si dica su una galea per un periodo variabile da uno a tre anni.
E quindi immagino una certa solerzia da parte dei bargelli e dei loro luogotenenti, c’è da capirli!
Il documento si conclude con la frase di rito, da pubblicare nei luoghi soliti e cioè da affiggere in determinati punti della città.
Tutti dovevano sapere come comportarsi con il calesse o con la carrozza, altrimenti ci avrebbero pensato i bargelli, potete starne certi!

1780, i genovesi sfidano i pirati

E’ un giorno d’estate del 1780 e a Genova, nelle stanze del potere, regna un certo scompiglio.
Il Magnifico Gerolamo Durazzo, preposto alla Magistratura delle Galee, ha uno spinoso problema da risolvere: un minaccioso sciabecco algerino, dotato di un agguerrito equipaggio ed armato di ben 18 cannoni, minaccia le coste della Liguria.
I nemici hanno la loro base in Provenza e compiono funeste incursioni ai danni delle località costiere del Ponente.
Presto, bisogna intervenire, la gente è spaventatissima!

Il Galeone

E così il Magnifico convoca Giacomo De Marchi al quale viene affidata la Galea Capitana perché intervenga per fermare quei temibili avversari.
E’ una luminosa mattina di giugno, la Capitana prende il mare e in breve tempo giunge a Laigueglia.
I pirati si sono impossessati di tre navi, alcuni degli uomini a bordo sono riusciti a mettersi in salvo ma molti altri sono stati catturati.
Lo sciabecco nemico, con il suo carico di prigionieri, naviga baldanzoso verso la Corsica e la galea genovese parte all’inseguimento.
In poche ore la capitana raggiunge l’imbarcazione nemica e la sperona con violenza.
Le onde battono sugli scafi, l’acqua del mare brilla di bianca spuma, i pesci guizzano spaventati e intanto i genovesi sferrano l’attacco decisivo: alcuni di loro, dall’alto delle sartie, sparano micidiali colpi di moschetto contro gli avversari e coprono così le spalle a coloro che invece danno l’assalto allo sciabecco.
Armati di asce e di spade sbaragliano i tremendi pirati causando la morte di molti di loro e catturandone più di cinquanta.
Si recuperano le tre navi delle quali i nemici si erano impossessati e si liberano i prigionieri.
E poi via, la Galea Capitana si dirige verso Genova, si torna a casa.

Lanterna

E a questo punto tutti noi ci aspetteremmo un gioioso tripudio di folla ad attendere i valorosi uomini di mare.
Si fa festa per i prodi vittoriosi! Evviva, sono tornati!
Eh, non è così semplice, cari lettori.
All’epoca chiunque avesse avuto contatti con i barbareschi doveva passare attraverso una stretta quarantena in quanto si temeva il diffondersi della peste.
E così i nostri eroi sbarcano nella Superba e se ne vanno dritti al Lazzaretto.
Riavranno la loro libertà dopo venti giorni di isolamento e troveranno la città  in fermento: il popolo vuole festeggiare questo trionfo del mare.
Lungo e penoso era l’elenco delle vittime dei pirati: depredavano e uccidevano, entravano nelle case e compivano razzie, rubavano navi e bastimenti.
E ci vogliamo far scappare un’occasione di giubilo come questa?
Ah, no! Non se ne parla!
E cosi i Magnifici signori del Governo provvedono a soddisfare le richieste del popolo: si celebrerà il Te Deum in Cattedrale e tutti gli uomini che hanno partecipato alla gloriosa impresa compiuta dalla Galea Capitana avranno una sostanziosa ricompensa.
E poi occorre ricordarsi che tutti vogliono vedere i prigionieri!
Come si può fare? Ma è semplice, si organizza una bella sfilata che attraverserà tutta la città!
I pirati vengono fatti uscire dal Lazzaretto e condotti in corteo da Porta Pila a Portoria, poi fino a Fontane Marose e giù per Strada Nuova.

Via Garibaldi 1

 E il popolo di Genova assiste dalle finestre e dai portoni, il corteo procede fino in Via Balbi e poi scende a Prè, imbocca Via Del Campo e passa oltre, sfila per tutta la città fino a giungere in San Lorenzo e poi a Palazzo Ducale, a cospetto del Serenissimo Doge.
E infine i prigionieri verranno condotti in Darsena, dove rimarranno per qualche tempo finché la Francia non ne pretenderà il rilascio, ingiungendo anche alla Repubblica di Genova di restituire lo sciabecco alla reggenza algerina.
L’imbarcazione è da demolire e andrà a finire che ne sarà costruita una nuova di zecca che verrà consegnata agli algerini.
Per questioni diplomatiche la questione finì in questa maniera ma di certo da queste parti si protestò parecchio per questa ingerenza francese.
Storie di pirati e di avventure, mondi diversi e lontani dal nostro, vicende avvenute soltanto 233 anni fa su quel mare che ancora luccica.
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Il mare

Matteo Franzone, la vanità di un Doge

Oggi vi regalo un piccolo aneddoto nel quale mi sono casualmente imbattuta, certa che susciterà l’ilarità generale.
Vi narro di un genovese blasonato, Matteo Franzone, con il nom de plume di Clorano Alesiceate compose diversi sonetti, la poesia era il suo vero amore.
Tuttavia, da ricco patrizio qual era, Matteo si dedicò alla politica e ai pubblici affari, nella Genova della rivolta del Balilla parve quasi voler appoggiare le folle di insorti, ma presto si ricredette e fece un rapido quanto sgradito retrofont.
E insomma, i popolani la presero male e per manifestare il proprio disappunto, se così si può dire, volevano niente meno che incendiare il suo palazzo di Recco.
Tempo dopo, nel 1758, Matteo diviene Serenissimo Doge della Repubblica di Genova e a quanto ci tramanda lo storico Accinelli si distinse per una certa superbia.
Infatti, a quanto pare, il Doge pretendeva che al suo passaggio tutti i sacerdoti si levassero la papalina.
E per far sì che il mondo girasse come piaceva a lui aveva dato ordine che gli alabardieri provvedessero a far rispettare le sue disposizioni.
Gli alabardieri del Doge!
Forse rammenterete, a loro è dedicato un caruggio dalle parti dalle parti di Vico Vegetti.

Vico degli Alabardieri

E così, quando partiva il corteo del Doge, tutto attorno c’era una gran confusione, con gli alabardieri che avevano un gran da fare a redarguire i religiosi con queste parole:
– Leva berretta! Leva berretta!
E tanto bastò perché il Serenissimo si guadagnasse il titolo di Doge Leva berretta!
Come previsto rimase Doge per due anni, e tempo dopo, ahimé, rese l’anima al Creatore.
Accadde però un fatto increscioso: proprio nel giorno del suo funerale su Genova si scatenò il diluvio.
Lampi, fulmini e pioggia a catinelle.
E il corteo funebre si diresse in pompa magna presso la Chiesa di San Carlo, in Via Balbi.

Chiesa di San Carlo

E così scrive l’Accinelli:

i preti e sacerdoti tutti e gli associanti non solo avevano in capo il cupolino, ma anche il cappello, tabarro e paracqua.

E tanti saluti alle disposizioni dogali!
Va detto che il Serenissimo doveva avere quasi una fissazione per la propria augusta persona, sempre Accinelli rammenta che prima di lasciare questo mondo Matteo Franzone si fece immortalare in due quadri principeschi nei quali lui compariva con il suo abito fastoso a bordo di una galea.
E non solo pretese che i galeotti fossero tutti dipinti con la berretta in mano ma volle che così fosse per coloro che erano ritratti sullo sfondo, tutti dovevano dimostrare ammirazione verso il Serenissimo.
Che disdetta, però!
Proprio nel giorno delle sue celebrazioni funebri, come vi ho detto, destino volle volle che su Genova cadesse copiosa la pioggia, da queste parti Giove pluvio dispensa fragorosi temporali resi ancor più furiosi dal vento.
E così, come racconta l’Accinelli, il Doge Leva Berretta fu salutato dagli astanti con queste incisive parole:

Periit memoria eius cum sonitu acquarum multarum

Svanì la memoria di lui con il rumore di molte acque