Matteo Franzone, la vanità di un Doge

Oggi vi regalo un piccolo aneddoto nel quale mi sono casualmente imbattuta, certa che susciterà l’ilarità generale.
Vi narro di un genovese blasonato, Matteo Franzone, con il nom de plume di Clorano Alesiceate compose diversi sonetti, la poesia era il suo vero amore.
Tuttavia, da ricco patrizio qual era, Matteo si dedicò alla politica e ai pubblici affari, nella Genova della rivolta del Balilla parve quasi voler appoggiare le folle di insorti, ma presto si ricredette e fece un rapido quanto sgradito retrofont.
E insomma, i popolani la presero male e per manifestare il proprio disappunto, se così si può dire, volevano niente meno che incendiare il suo palazzo di Recco.
Tempo dopo, nel 1758, Matteo diviene Serenissimo Doge della Repubblica di Genova e a quanto ci tramanda lo storico Accinelli si distinse per una certa superbia.
Infatti, a quanto pare, il Doge pretendeva che al suo passaggio tutti i sacerdoti si levassero la papalina.
E per far sì che il mondo girasse come piaceva a lui aveva dato ordine che gli alabardieri provvedessero a far rispettare le sue disposizioni.
Gli alabardieri del Doge!
Forse rammenterete, a loro è dedicato un caruggio dalle parti dalle parti di Vico Vegetti.

Vico degli Alabardieri

E così, quando partiva il corteo del Doge, tutto attorno c’era una gran confusione, con gli alabardieri che avevano un gran da fare a redarguire i religiosi con queste parole:
– Leva berretta! Leva berretta!
E tanto bastò perché il Serenissimo si guadagnasse il titolo di Doge Leva berretta!
Come previsto rimase Doge per due anni, e tempo dopo, ahimé, rese l’anima al Creatore.
Accadde però un fatto increscioso: proprio nel giorno del suo funerale su Genova si scatenò il diluvio.
Lampi, fulmini e pioggia a catinelle.
E il corteo funebre si diresse in pompa magna presso la Chiesa di San Carlo, in Via Balbi.

Chiesa di San Carlo

E così scrive l’Accinelli:

i preti e sacerdoti tutti e gli associanti non solo avevano in capo il cupolino, ma anche il cappello, tabarro e paracqua.

E tanti saluti alle disposizioni dogali!
Va detto che il Serenissimo doveva avere quasi una fissazione per la propria augusta persona, sempre Accinelli rammenta che prima di lasciare questo mondo Matteo Franzone si fece immortalare in due quadri principeschi nei quali lui compariva con il suo abito fastoso a bordo di una galea.
E non solo pretese che i galeotti fossero tutti dipinti con la berretta in mano ma volle che così fosse per coloro che erano ritratti sullo sfondo, tutti dovevano dimostrare ammirazione verso il Serenissimo.
Che disdetta, però!
Proprio nel giorno delle sue celebrazioni funebri, come vi ho detto, destino volle volle che su Genova cadesse copiosa la pioggia, da queste parti Giove pluvio dispensa fragorosi temporali resi ancor più furiosi dal vento.
E così, come racconta l’Accinelli, il Doge Leva Berretta fu salutato dagli astanti con queste incisive parole:

Periit memoria eius cum sonitu acquarum multarum

Svanì la memoria di lui con il rumore di molte acque

O Confeugo, fumata bianca per Zena

Una bella mattinata di sole, a Palazzo Ducale, per celebrare un’antica usanza che risale all’inizio del XIV Secolo, la Cerimonia del Confeugo, l’omaggio del popolo alle alte cariche dello Stato.

Palazzo Ducale

Un’antica tradizione, che un tempo si teneva il giorno della Vigilia di Natale per accogliere il Nuovo Anno che nel Medioevo aveva inizio il giorno di Natale.
Ma andiamo con ordine, a ciò che narra lo storico Michele Giuseppe Canale.
Andiamo al 1270, anno nel quale veniva istituito l’ufficio dell’Abate del Popolo, che aveva il permesso di sedere tra i due Capitani del Popolo.
Canale lo definisce un rettore della Plebe, della quale l’Abate tutelava i diritti, cercando anche di prevenire l’insorgere di pericolosi tumulti, in tempi nei quali i nobili facevano il bello e il cattivo tempo.
Ed era l’Abate del Popolo a dare inzio alla Cerimonia del Confeugo, da principio furono investiti di tale carica gli Abati delle Podesterie del Polcevera, di Voltri e del Bisagno, in seguito il solo Abate del Bisagno ebbe il compito di occuparsi del Confeugo.
Laggiù, in Bisagno, c’erano due massi di grandi dimensioni, posti a breve distanza uno dall’altro e lì aveva inizio il rito: su uno montava l’Abate del Popolo dell’anno precedente, sull’altro il nuovo Abate.
Quest’ultimo riceveva dal suo predecessore lo stendardo di San Giorgio, nonchè invocazioni e proteste.

San Giorgio

E quindi partiva il corteo, con l’Abate del Popolo vestito di tutto punto, con tanto di toga, colore e berretto senatorio.
Dietro di lui un carro, sul quale veniva trainato un tronco d’alloro, il confeugo, riccamente addobbato con fiori e foglie.
E dietro i paesani più in vista, alcuni portavano la bandiera bianca con la croce rossa, attaccata ad un’asta alta oltre cinque palmi.
E facevano sventolare la bandiera, la tiravano in aria facendole compiere infinite evoluzioni.
L’Abate del Popolo era scortato da 25 granatieri con la baionetta in canna.
Attraversavano tutta la città: a Porta Pila e a Porta dell’Arco, scrive Canale, le guardie stavano sulle armi.
E così è ai giorni nostri, ricordiamo il nostro passato, certi tempi gloriosi.
La rievocazione del Confeugo si deve all’Associazione A compagna, che ha riportato in auge questa antica cerimonia.

A Compagna (2)

Nelle vesti dell’Abate del Popolo il presidente della Compagna, Franco Bampi, mentre l’autorità alle quale si rende omaggio è rappresentata dal Sindaco di Genova.
Vi porto con me, al Confeugo di Zena.
E tutto è pronto, in questa piazza baciata dal sole.

Confeugo (3)

E nell’attesa si danza, le donne hanno sul capo dei mezzeri.

Confeugo (2)

Rullano i tamburi, forti e potenti, mentre il corteo incede.

Confeugo

Ed eccoli gli sbandieratori di Lavagna, che avanzano verso Palazzo Ducale.

Sbandieratori di Lavagna (3)

Un altro tempo, altri usi e costumi che sono stati nostri.

Confeugo (4)

Luccicano gli elmetti.

Confeugo (5)

In armi, per la cerimonia del Confeugo.

Confeugo (6)

Volano le bandiere sotto il cielo blu di Genova.

Sbandieratori di Lavagna (2)

E sapete, Piazza Matteotti era gremita di folla.
Oh, tanti genovesi sono accorsi a dare il benvenuto all’anno che verrà!
Ecco un fierissimo balestriere.

Balestriere

E un giovane nobile con un ricco mantello.

Nobile

L’orgoglio dei genovesi, alcuni lo hanno davvero scritto in volto.
Un balestriere del Mandraccio regge l’insegna sulla quale sono scritte quelle parole, Pe Zena e Pe San Zorzo, per Genova e per San Giorgio, motto dei tempi della Repubblica di Genova.

Balestrieri del Mandraccio (2)

E allora sembra davvero di esserci a quei tempi.
L’abate del Popolo si recava dal Doge e gli rivolgeva il saluto di rito Ben trovòu Messé ro Duxe, bentrovato signor Doge, questi rispondeva Ben vegnùo Messé l’Abbòu, benvenuto Signor Abate.
L’abate offriva un mazzo di fiori finti al Doge e riceveva da lui un biglietto di Cartulario della Banca di San Giorgio del valore di cento lire.
Il corteo così si ritirava.
A notte fonda, poi, il Doge e i Collegi scendevano a dare fuoco al ceppo di alloro, vi si buttava sopra vino, zucchero e confetti.
E poi si restava a osservare il fumo che saliva verso il cielo.
I carboni del Confeugo erano ritenuti magici, in grado di preservare da certe malattie e il popolo si scapiccolava per potersene aggiudicare un pezzetto, tanto che le autorità, per evitare disordini, decisero di distribuirlo tra i genovesi.
Come a quei tempi, ieri è stato acceso il ceppo.

Confeugo (12)

Fumata bianca e diritta, di buon auspicio per la città di Genova.

Confeugo (7)

E la cerimonia è continuata all’interno, nella splendida cornice del Salone del Maggior Consiglio.

Salone del Maggior Consiglio

Dapprima sono entrati i gruppi storici, uno dietro l’altro.
Mantelli, copricapi, abiti che toccavano per terra.
E i balestrieri del Mandraccio hanno fatto il loro ingresso brandendo le armi all’urlo “Pe Zena e Pe San Zorzo”.
Bandiere, lance e tamburi.

Confeugo (10)

In spalla la faretra con le frecce.

Confeugo (9)

Una cerimonia suggestiva e coinvolgente.

Confeugo (11)

E in questo splendido salone l’Abate del Popolo, Franco Bampi, presidente dell’Associazione A Compagnia, ha rivolto il saluto di rito al Doge, il Sindaco Marco Doria e ha da lui ricevuto il benvenuto.
Ben trovòu Messé ro Duxe, Ben vegnùo Messé l’Abbòu.
Si è parlato di Genova, dei problemi dei nostri tempi, di quanto poco sia conosciuta la città, di come la sua storia e certe sue bellezze non siano valorizzate.
E Maria Vietz ha rivolto al sindaco i mugugni in rima, in genovese ovviamente.
E al sindaco è stato che non sorride abbastanza, sì.
E Marco Doria ha sorriso, più di una volta e poi ha dato le sue risposte.

Marco Doria e Franco Bampi

In questo salone che non mi stanco mai di ammirare.

Palazzo Ducale (2)
In questa mattinata tersa e fresca, con l’ aria frizzantina, come spesso accade in questa città in inverno.
In questo giorno nel quale il fumo bianco del confeugo è salito alto sul cielo di Genova.

Confeugo (8)

I leoni della Superba

Guardatevi intorno, quando camminate per la città.
Qui, a Zena, nelle strade ampie e regali così come in certi caruggi ombrosi, incontrerete i leoni.
Sono i leoni della Superba, alcuni vengono davvero da molto lontano, nel tempo e nello spazio.
Alcuni risalgono a periodi più recenti, altri ancora dominano sui portali di certi palazzi.
Sono due leoni a reggere lo stemma della famiglia Brignole sulla facciata di Palazzo Rosso.

Palazzo Rosso

Ed è ancora una coppia di fieri felini a troneggiare sul portone dei Magazzini dell’Abbondanza in Via del Molo.

Magazzini dell'Abbondanza

E lì di fronte si trova uno dei leoni più celebri della Superba.
Viene da altre terre, da un altro secolo.
Ed è lì, sul muro della Chiesa di San Marco.
Giunse a Genova nel lontano 1379, anno nel quale i genovesi sconfissero a Pola i loro acerrimi nemici di sempre, i veneziani, sottraendo loro il simbolo della loro città.
Il leone di San Marco, la testimonianza del proprio trionfo.

Il leone di San Marco

Quando osservo simili opere, non posso evitare di pensare quei giorni.
Ve li immaginate coloro che si misero all’opera per sottrarre il leone e portarlo via?
Sentite le voci concitate, le urla di gioia?
Insomma, dev’essere stato un momento di gloria!
Andiamo ancora più indietro, alla metà del 1200.
E ancora più lontano, nella città di Costantinopoli.
Proviene da laggiù la testa leonina sottratta al palazzo Pantocratore, sempre ai soliti veneziani.
Si trova nella Loggia di Palazzo San Giorgio, sopra la porta.

Palazzo San Giorgio

E all’esterno, ai due estremi del muro che si affaccia su Via Frate Oliverio ovvero sui portici di Sottoripa, su Palazzo San Giorgio c’è ancora qualcosa che merita la vostra attenzione.

Palazzo San Giorgio (3)

Altre due teste leonine provenienti anch’esse da Costantinopoli.

Palazzo San Giorgio (2)

Sono situate in alto e non sono di grandi dimensioni, pertanto potrebbe anche esservi capitato di non averle mai notate.

Palazzo San Giorgio  (2)

Eppure i leoni sono lì e ruggiscono minacciosi.

Palazzo San Giorgio

A quanto pare, era una consuetudine portarsi a casa trofei sottratti ai nemici.
E un bel leone ruggente se ne sta lassù, sul muro del Palazzo di Marc’Antonio Giustiniani.
Questo leone maestoso proviene da Trieste ed è il bottino di guerra dei genovesi a seguito della battaglia di Chioggia, che avvenne nel 1380.

Palazzo Giustiniani

Vedete? Questi sono i leoni della Superba.
E poi a volte capita di trovarsi nei caruggi, si posa lo sguardo su un portone e cosa si vede?
Beh, ognuno ha diritto al proprio felino, in fondo!
Mi sembra anche giusto!

Via dei Giustiniani
Leoni che vengono da terre lontane e da antiche rivalità.
E leoni più giovani, cari a tutti i genovesi.
Questi risalgono all’Ottocento e sono stati scolpiti da Carlo Rubatto.
Se ne stanno assisi davanti alla Cattedrale di San Lorenzo.

San Lorenzo  (2)

San Lorenzo  (3)

E a me personalmente sembrano abbastanza miti, magari un po’ burberi, ve lo concedo, ma hanno lo sguardo buono e dolce, ispirano tenerezza più che timore.

San Lorenzo  (4)

Sono i leoni di Genova, i leoni della Superba.

San Lorenzo

Palazzo Lercari Spinola, sognando nelle stanze del Doge

Oggi vi porto con me, in una dimora che potrebbe farvi sognare.
Non si osserva mai con la dovuta attenzione, eppure al di là di certe mura, nella città vecchia, si nascondono tesori di rara bellezza.

Al civico 7 di Via Orefici apre le porte alla cittadinanza ed ai visitatori Palazzo Lercari Spinola, un edificio annoverato tra i Rolli, attualmente oggetto di restauro da parte della società che metterà in vendita le unità immobiliari presenti nell’edificio ad uso uffici e abitazione.
E’ un evento eccezionale, che dura solo dal 6 al 14 Ottobre, per cui non perdete questa possibilità di varcare il portone di Palazzo Lercari Spinola.


Oh, ci sono dei forzuti telamoni a reggere il portone!
Quello a sinistra è niente meno che Ercole che stringe a sé la pelle del leone Nemeo.

E poi, guardate in in su, verso la finestra.
C’è già un mondo di meraviglie al di là di quei vetri, c’è un soffitto da sogno.

E poi si sale, si sale lo scalone di questo antico palazzo.

E ogni dettaglio vi ricorda che questa è una dimora di grande pregio.

Chi ha salito questi gradini? Quale gran dama li ha calpestati reggendosi alla balaustra?

Oh, sapete, bisogna andare a tempi lontani, come sempre!
A tempi nei quali i genovesi affrontavano indomiti i mari con le loro imbarcazioni.
E che trionfi!

Benvenuti cari amici, nella modesta dimora Gio Batta Lercari, Doge della Serenissima Repubblica di Genova tra il 1563 e il 1565.
Oh, un genovese di una certa tempra, non c’è che dire!
Pensate, quand’era molto giovane, presenziò all’incoronazione di Carlo V, che avvenne a Bologna nel 1530.
E insomma, Gio Batta finì con mettere le mani addosso ad un inviato di Siena, per una banale questione di precedenza nel corteo imperiale!
Botte da orbi, l’imperatore ordinò persino che Gio Batta fosse allontanato ma lui non ne volle sapere, andò a finire che si mise di mezzo persino il Papa per riportare la situazione alla calma.
Ecco, questa è la casa di Gio Batta Lercari, amici lettori.

E date retta a me, muovetevi con cautela in casa del Doge!
Come vedete è un tipo che ha un certo carattere, non vorrei che vi trovaste in un parapiglia!
E sì, c’è molto da raccontare su di lui, ebbe una vita avventurosa e ricca di molte vicende, un giorno ve le narrerò, ma oggi restiamo qui, nella sua casa.
Fortunato chi visse in questo palazzo e chi ci verrà, e potrà spalancare le finestre sulla bellezza di Genova.

E alzare lo sguardo verso quei soffitti!

Ogni prezioso dettaglio, restituito alla sua antica bellezza.

Storie di miti e di eroi, mi lasciate sognare?
Mi lasciate immaginare di indossare un lungo abito di frusciante seta intarsiato di broccati  e di portare al collo gioielli di perle e di pietre preziose? Sì,  lasciatemi fantasticare di essere in un mondo che è stato e non è più, ma che ancora esiste in questi saloni e in queste stanze.

E lasciatemi guardare fuori dalle finestre, lasciatemi ammirare la Genova che non si vede camminando nei caruggi.
La città verticale, che si inerpica verso il cielo, verso il quale protende le sue bellezze, quelle che noi da laggiù non possiamo scorgere.
Lo splendore di un palazzo in Vico Indoratori.

Un archetto, nascosto dai ponteggi.

E la meraviglia di Via Orefici. E come sempre mi vengono in mente coloro che dicono: io non vado mai nei caruggi, non mi piacciono.

Fortunato chi verrà a vivere e a lavorare qui!
Un ufficio in queste stanze, se ci lavorassi io passerei tutto il tempo alla finestra, mi tocca dirlo!

Ah sì! E non avrei bisogno proprio di null‘altro!
Mi basta lo sguardo, mi basta la vista di ciò che ci hanno lasciato i nostri predecessori.


Camminare qui, tra queste mura,  in stanze di oro e di luce.

Ognuna è un‘opera d‘arte.

E poi sapete, se abitassi a casa del Doge, in certe giornate di pioggia e di vento, avrei sempre un cielo azzurro che mi sovrasta.
Un sereno celeste che rincuora, e ori e stucchi e angioletti paffuti che proteggono i miei pensieri.

Quanto è importante essere circondati dalla bellezza?
E vivere in una dimensione che riappacifica l’animo, in un ambiente che dona, a chi lo osserva, quiete e tranquillità?

E poi ancora, altre finestre.

Perdonatemi, non riesco a escludere nessuna immagine.
Ho avuto un dono, quello di sapere amare ciò che sento mio, questa è la mia città.
Questi sono i suoi palazzi.

Queste le sue prospettive.

E qualsiasi cosa io veda la porto con me.

Questo ciò che si ammira affacciandosi da Palazzo Lercari Spinola.

Questa è la visione che ognuno vorrebbe vedere sopra di sé.

E’ in questa dimora, dove si trovano preziosi pavimenti antichi.

E se avete dei peccati da confessare, c’è anche un Pregadio, dove rivolgersi a chi ci può comprendere.

A casa del Doge, dove da un soffitto spunta un piccolo putto al quale sarebbe bello narrare i propri sogni!

Stanze di bianco e di stucchi.

Di merletti e decorazioni.

Di dettagli che vi colpiranno in tutto la loro bellezza.

Ringrazio chi ha restituito alla mia città questa meraviglia e mi ha permesso di mostrarla su queste pagine a chi non ha possibilità di visitarla.
C’è tempo fino al 14 Ottobre, ancora qualche giorno.
E questo per Genova è un periodo di grande folla, alla Fiera del Mare si svolge il Salone Nautico, che attira sempre molti turisti.
Venite anche qui, a vedere la dimora del Doge, in Via Orefici.

E ai genovesi rivolgo lo stesso invito, cambiate i vostri programmi e trovate il tempo di venire ammirare gli stucchi e i soffitti, trovate il modo di affacciarvi da quelle finestre che si aprono sulla città che vi appartiene.

Venite qui ed alzate lo sguardo, verso quel cielo tenue e celeste, come sanno essere solo i cieli di Genova.

Eleonora Cybo, il destino e la felicità

Un uomo, ribelle e passato alla storia per una congiura, Gianluigi Fieschi.
E accanto a lui, una donna, la moglie Eleonora Cybo.
L’amore e il matrimonio, al tempo delle complotti.
E la felicità? Già, quanto è difficile conquistare la felicità!
Lo fu per Eleonora, figlia di Lorenzo Cybo e Ricciarda Malaspina, Marchesa di Massa.
Una famiglia molto in vista la sua, tra i suoi membri vi è anche un potente cardinale, Innocenzo Cybo, zio di Eleonora.
La giovane Cybo, per volere dei genitori, trascorre l’infanzia e la prima giovinezza al monastero delle Murate di Firenze.
Lei cresce, studia, diventa una giovane donna.
E scalpita, vuole un marito Eleonora, vuole lasciare il convento e la vita claustrale.
E per lei si sceglie Gian Luigi Fieschi, è un matrimonio combinato tra famiglie influenti.
Le nozze vengono celebrate nel 1543, Eleonora è una fresca ventenne che nulla conosce delle cose del mondo.
L’unione, come sappiamo, durerà pochi anni, spezzata dalla tragica fine di Gianluigi.
La congiura dei Fieschi, la trama oscura che vide molte vittime.
E lei, Eleonora?
Di lei narra Jacopo Bonfadio e scrive che quando il marito le rivelò le sue intenzioni, Eleonora cadde preda della disperazione, queste le parole del celebre annalista: tutta spaventata e involta tra le ginocchia del diletto consorte pregalo con maravigliosi modi e scongiura.
Ha paura Eleonora e i suoi timori diverranno presto realtà.
Eccola, sola.
Privata del suo consorte, del suo palazzo in Via Lata, dei suoi beni e della sua dote confiscata da Andrea Doria.
Ripara nel Monastero di San Leonardo, dove è monaca una sua parente, Suor Angela Caterina Fieschi.
Eccola, sperduta.
Scrive Eleonora, scrive lettere allo zio, il cardinale Innocenzo Cybo, lo prega di intercedere per lei, affinché Gianluigi abbia una degna sepoltura.
Nulla da fare, Gianluigi finirà sul fondo del mare, secondo i voleri di Andrea Doria.
La giovane vedova riesce, non senza difficoltà, a riavere la sua dote.
Ma la felicità?
E’ lontana, irraggiungibile.


Ancora l’aspetta il convento delle Murate, dove i suoi parenti, tutti concordi, la rinchiudono.
E’ giovane, una ragazza piena di sogni.
Chi aiuta Eleonora? Chi viene in suo soccorso e le restituisce la libertà?
Cosimo de Medici, al quale la giovane chiede aiuto.
E lui sì, si presta.
E per lei trova un pretendente, un marito per Eleonora, un futuro, una vita, un sogno.
La felicità? Forse.
Lui si chiama Gian Luigi Vitelli, è nativo di Città di Castello.
Ha trent’anni e tutti lo chiamano familiarmente Chiappino, che in dialetto toscano significa orso.
E si narra un aneddoto a proposito di Chiappino ed Eleonora, ma chissà quanto c’è di fantastico in questa vicenda.
Bisogna tornare a quella terribile notte, la notte delle congiura dei Fieschi.
Gianluigi lascia il suo palazzo ed Eleonora rimane sola, disperata e timorosa.
La giovane si ritira nelle sue stanze e piange.
Si narra che Eleonora e Gianluigi tenessero in casa con loro un cucciolo d’orso, la bestiola si era in qualche maniera introdotta nel palazzo e veniva trattata come un animale domestico.
E in quella cupa notte Eleonora trovò l’animale nascosto nel suo letto, sotto le lenzuola.
Un presagio! Chiappino, e cioè orso, è l’uomo del destino! Così deve aver pensato Eleonora!
E con il favore di Cosimo de Medici lo sposò.
Oh, io non saprei dirvi se fosse sempre così a quei tempi, certo che Eleonora fu proprio sfortunata nello scegliersi gli uomini!
Che passato aveva Chiappino! Che tragedie famigliari!
Il padre di Chiappino, al quale era nota l’infedeltà della moglie, pazzo di gelosia l’aveva pugnalata a morte e l’amante di lei, a sua volta, aveva ucciso il padre di Chiappino.
Vendetta, Chiappino cercava vendetta. E la trovò finalmente quando riuscì a far fuori colui che lo aveva privato di suo padre.
Che intrighi, che trama!
Chiappino era un valente soldato di Cosimo de Medici, certo.
E aveva combattuto il pirata Barbarossa e gli era persino stato affidato il presidio di Piombino per difendere la città dal solito Dragut.
Ma Eleonora? E la felicità? Dov’è la felicità?
Lui è spesso lontano casa, lei rimane sola, mentre il suo uomo combatte.
Oh, certo, è valoroso e coraggioso, ma Eleonora è sola.
E lo sarà ancor di più, quando rimane vedova per una seconda volta, nel 1575.
E adesso? Adesso torna, torna al luogo nel quale è cresciuta, quel monastero che la vide bambina e poi fanciulla, il Monastero delle Murate a Firenze.
Terminò i suoi giorni tra quelle mura, dove morì nel 1594 e dove scelse di essere sepolta.
Drammatiche le vicende nelle quali Eleonora si trovò coinvolta, a volte la vita ha i chiaroscuri della tragedia, si tinge di nero e non si intravede la luce della speranza.
Eleonora, colta e nota per il dotto eloquio, trovò il suo rifugio nell’arte poetica, pare che alcune sue composizioni fossero tenute in grande considerazione.
La poesia, uno spiraglio in una vita vissuta alla vana ricerca della felicità.

Il corsaro Dragut, il terrore dei mari

Il terrore dei mari, la minaccia più temibile, il corsaro Dragut.
Potrebbe sembrare un nome di fantasia, invece Dragut è realmente esistito; originario dell’Anatolia, visse nella seconda metà del 1500.
I corsari assaltavano le navi e razziavano le coste, depredavano i paesi, riducevano in schiavitù gli abitanti e rapivano le donne.
Dragut era uno di loro e l’eco della sua terribile fama era universalmente nota.
Correva l’anno 1540 e Dragut non era il solo a solcare le acque del Mediterraneo.
Un genovese, che passerà alla storia per le sue gesta, in quei giorni si trova in Sicilia: è l’Ammiraglio Andrea Doria.
Andrea Doria, proprietario di molte galee, aveva stretto un patto con la Spagna: in cambio di un assiento, ovvero di un affitto, l’Ammiraglio avrebbe messo a disposizione degli spagnoli le proprie forze navali, con l’aiuto delle quali si intendeva frenare gli attacchi barbareschi.
Così Doria, avendo saputo che Dragut minacciava le coste della Corsica, decide di dare la caccia al pirata.
Il compito viene affidato al giovane Giannettino, nipote di Andrea Doria, che al comando di venti galee prende il mare per assaltare il nemico.
L’impresa si risolve in un successo: vengono liberati più di duemila cristiani e catturate nove imbarcazioni nemiche, molti dei pirati che seminavano il terrore su quelle coste sono fatti prigionieri, tra di essi anche lo stesso Dragut.
A tal proposito si narra un curioso aneddoto: al tempo della cattura Giannettino Doria era talmente giovane che, vedendoselo davanti, Dragut reagì con rabbia, dando in escandescenze per essere stato fatto prigioniero da quello che lui definiva una donna con la barba.
Il corsaro venne così condotto a Genova in catene e  fu messo al remo delle galee di Andrea Doria.
Un prigioniero illustre, che tornerà presto utile all’Ammiraglio.
E infatti, pochi anni dopo, le coste sono nuovamente minacciate dalle flotte turche guidate dal pirata Barbarossa.
I Barbareschi assediano e mettono a ferro e fuoco la Toscana e il Mezzogiorno, saccheggiano Talamone e Porto Ercole, Ischia e le Lipari, e riempiono le loro navi di prigionieri.
Genova e la Liguria vengono miracolosamente risparmiate.
Quale sarà mai la ragione di tanta clemenza?
Si narra che Andrea Doria, con una decisione che gli attirerà non poche critiche, avesse fatto una sorta di patto con il pirata Barbarossa: 1500 scudi in cambio della liberazione di Dragut, con la promessa che i corsari se ne staranno alla larga dai feudi di Andrea Doria.
Si narra anche che, nella vicenda di Dragut, abbia avuto una certa influenza la famiglia Lomellini, che traeva ingenti guadagni dalla  pesca  del corallo  nell’Isola di Tabarca.
E’ il 1543 e il terrore dei mari è di nuovo libero di scorrazzare per il Mediterraneo.
Eh, al pirata piacevano le donne!
Durante l’assedio di Nizza catturò niente meno che la sorella del Re di Francia,  la duchessa Margherita.
Il marito di lei si affrettò a pagare il riscatto e la nobildonna venne liberata.
Beh, Dragut sosteneva di aver reso omaggio a Margherita, tuttavia le cronache di corte riferiscono che non si sia trattato di lei, ma una sua dama di compagnia,  che aveva finto di essere la sua padrona, per risparmiare a lei quella brutta esperienza.
Alla morte di Barbarossa Dragut diventa il capo di tutte le flotte corsare.
Napoli, Malta, l’isola di Jerba, la sua ambizione non ha confini e la sua sete di potere si risolve spesso in un bagno di sangue.
L’elenco delle sue razzie è sempre più lungo, assalta Rapallo e San Fruttuoso, quindi si dirige verso Portofino.
Dragut, il terrore dei mari.
Gli uomini del suo seguito incutono terrore solo a vederli: portano pelli di leone e sul volto hanno dei tatuaggi che li rendono spaventosi.
Ha una flotta potente e ben equipaggiata, composta da ben 36 navi, con le quali si appresta ad una grande impresa: sia allea ad Hamouda, figlio del re di Tunisi, che mira a  spodestare il padre per prenderne il posto.
Le navi di Dragut sono nei porti a Susa e a Monastir.
Uno dei suoi obiettivi è la città di Mahdia che è protetta da alte mura, come fare a varcare quella difesa?
E’ semplice: avvalendosi di un traditore che farà passare Dragut e i suoi uomini attraverso un punto incustodito delle mura.
Eh, certo fidarsi di un pirata è un vero azzardo!
Infatti Dragut, una volta ottenuto ciò che gli serviva,  si sbarazzò in men che non si dica di colui che lo aveva aiutato, facendolo poco gentilmente impalare.
Quando si dice la gratitudine!
Mahdia divenne la base operativa del corsaro, da lì intendeva dare l’assalto alle coste siciliane.
Gli spagnoli organizzarono così una spedizione per scacciare Dragut dal suo rifugio.
Le forze di terra sono guidate dal vicerè di Sicilia, Don Juan de Vela, quelle di mare dall’Ammiraglio Andrea Doria, ormai ultraottantenne.
Dragut è astuto, non è facile acciuffarlo  e ancora una volta sfugge alla cattura rifugiandosi a Jerba.
Doria gli dà la caccia e riesce a bloccarlo in un’insenatura.
E’ solo questione di tempo, L’Ammiraglio attende che Dragut si faccia avanti per poterlo sbaragliare.
Scorrono i giorni, ma non si vedono imbarcazioni corsare all’orizzonte.
Alcuni uomini di Andrea Doria partono in ricognizione e tornano con una notizia stupefacente.
Dragut, con la sua flotta, se l’era abilmente squagliata da luogo nel quale lo si credeva in trappola.
La baia nella quale si trovava, infatti, era divisa dal mare da una profonda striscia di sabbia e l’indomito Dragut aveva fatto scavare ai suoi uomini un canale che permettesse una via di fuga alle sue navi.
E via,  alla ventura, verso altre razzie.
Dragut fa rotta sulla Sicilia, dove dà alle fiamme la città di Augusta e riduce in schiavitù centinaia di persone.
Infinite furono le imprese di questo pirata, arduo raccontarle tutte, quelle che vi ho narrato sono solo alcune delle sue vicende, la sua vita fu un rocambolesco romanzo di avventure, c’è veramente da stupirsi a conoscerne i dettagli.
Ed è ancora un Doria che Dragut si troverà ad affrontare nel 1560.
A Tripoli il pirata ha la sua nuova roccaforte.
Contro di lui si alleano le forze congiunte del Duca di Medina Celi e di Gian Andrea Doria, nipote dell’Ammiraglio: a Jerba verranno pesantemente sconfitti, Gian Andrea avrà salva la vita, ma Dragut scamperà ancora alla cattura.
Dopo aver affondato molte galee e fatto molti prigionieri, il simbolo della vittoria di Dragut è la bandiera strappata alle navi cristiane, con l’immagine di Gesù in Croce, che il corsaro  consegna nelle mani del Sultano.
Dragut, un pirata indomabile, un uomo crudele che non conosce pietà per i suoi avversari.
Per liberarsi di lui bisognerà attendere il 1565, anno dell’assedio di Malta.
Tra i turchi c’è anche Dragut, sta guidando i suoi all’arrembaggio del castello di Sant’Elmo quando una pesante scheggia di pietra lo colpisce in fronte ferendolo  a morte.
Ricorderete la facciata di Palazzo Ducale, ricorderete le statue, ognuna di esse porta una catena.
Chi sono costoro? Perché mai sono lassù, in quella condizione?

Sono i nemici della Repubblica di Genova e  tra loro c’è anche il crudele Dragut, l’imprendibile corsaro,  la sua statua è la terza da destra.
Anche lui, come gli altri, è in catene, ma Dragut, che un tempo fu il terrore dei mari, ha sempre lo sguardo sprezzante e fiero.

Il Päxo, Dogi e popolani a Palazzo Ducale

Prima che i Capitani cedessero all’Uffizio, perché i Magistrati del Comune esercitavano l’ufficio loro in case che si pigliavano a pensione, comprarono da Accellino D’Oria e dai compagni le case e gli edificii quasi tutti che erano a quel tempo tra la chiesa di San Matteo e la Chiesa di San Lorenzo, per duemila e cinquecento lire, e fecero edificare il Palazzo della Repubblica.

Così scrive Monsignor Giustiniani a proposito della prima fondazione di Palazzo Ducale, avvenuta ad opera dei capitani del popolo Oberto Spinola e Corrado Doria, nel  lontano 1291, nel periodo di massimo fulgore della Repubblica.
Il Päxo, così come lo chiamano i genovesi, contraendo la parola Paräxo, fu sede del Governo e dal 1339 dimora dei Dogi.
Questa è la sua facciata, prospiciente Piazza Matteotti, un tempo detta Piazza Nuova.

Piazza Nuova venne realizzata nel 1527, spianando il Carrubeus Ferrariorum ove un tempo erano le botteghe dei ferrai e del calderari, un proclama che risale a quell’anno chiamava a raccolta i maestri d’ascia e i maestri d’Antelamo, ovvero i muratori così detti dal loro paese di origine, perché aiutassero ad edificare botteghe, portici e mezzani.
E lì, sulla Piazza Nuova, potevano tener banco solo coloro che pagavano un regolare affitto.
Si vendevano le verdure e i frutti della terra, davanti a uno dei palazzi più maestosi di Genova.
Alcuni credono che la facciata di Palazzo Ducale sia questa, quella che affaccia su Piazza De Ferrari.

Ma il vero accesso al Palazzo del Doge è questo.

Il battente del portone si presenta a forma di tritone.

Quanta storia tra queste mura, quanti momenti difficili che hanno segnato il cammino di questa città.

Qui si trova la Torre Grimaldina, oscura prigione dove morì Jacopo Ruffini, vi ho già mostrato quelle cupe celle in questo post.

Ma qui abitava il Doge, e magnificenti sono le stanze che occupava.
Lussoso e splendente è il Salone del Maggior Consiglio.


Certo che il Doge viveva in  una dorata prigionia, pensate che non poteva uscire, durante i due anni del suo mandato era costretto a rimanersene chiuso a Palazzo, gli erano concessi appena cinque giorni di relativa libertà, in quanto le sue uscite coincidevano con occasioni ufficiali, una di queste era il 24 Giugno, giorno di San Giovanni Battista santo patrono di Genova.
Palazzo Ducale, ogni angolo è una scoperta.


Nell’atrio si trova una cassetta, sulla quale si legge: Avvisi agli Ill.mi Supremi Sindicatori.


I Sindicatori erano coloro che avevano potere di interloquire sul lavoro degli amministratori.
Ed era qui che i cittadini imbucavano i biglietti di Calice, così detti in quanto all’interno della buca si trovava un calice, dal quale si estraevano appunto i biglietti, sui quali si trovavano le più svariate proteste e lamentele all’indirizzo di chi deteneva il potere, delazioni e spiate contro chi commetteva abusi e ingiustizie di ogni sorta. Si ricorreva al biglietto di calice per denunciare la tracotanza dei nobili, il disturbo della pubblica quiete o la mancanza di decoro.
All’Archivio di Stato si trovano ancora questi biglietti vergati dagli antichi genovesi, che esperienza maneggiare quelle carte ingiallite dal tempo!
Eh, la politica! Certe abitudini non cambiano mai, sapete?
Narra Michelangelo Dolcino che, alla fine del ‘700, le sedute del Minor Consiglio andavano spesso deserte.
E si vedevano gli uscieri sciamare per le stanze e giù per le scale del palazzo gridando: Veniant jurare, venjant iurare!

E insomma, c’erano delle leggi da votare e lor signori se ne andavano a spasso, facendo così mancare il numero legale.
Nihil sub sole novi, verrebbe da dire.

Ah, i nobili!
Era diffuso un certo lassismo, nei costumi e nelle abitudini.
Pensate che Cesare Cattaneo Della Volta, doge dal 1748 al 1750, aveva la bella abitudine di presentarsi alle sedute del Minor Consiglio in compagnia del proprio cagnolino.
Il cane del Doge di chiamava Brighella e ben presto si trovò in buona compagnia, in quanto gli altri senatori pensarono bene di seguire l’esempio di Cesare Cattaneo, e così nel regale salone del Minor Consiglio, c’era una vera e propria cagnara, direi che non potrei trovare termine più adatto!
Per non dir del fatto che spesso, in quelle sale, i cagnetti scoprivano le gioie dell’amore, sotto gli occhi niente affatto turbati dei loro padroni.
I nobili, il popolo e le nuove ideologie, ispirate ai principi della Rivoluzione Francese, furono questi ad alimentare il fuoco della rivolta che incendiò Genova nel maggio del 1797: da una parte i rivoluzionari, dall’altra i difensori dell’aristocrazia.
Quelle lotte sanguinarie causarono la fine della Repubblica aristocratica stabilita da Andrea Doria nel 1528, sulle cui ceneri nascerà la Repubblica Ligure Democratica.
E cosa accadde nel Päxo in quei giorni?


All’interno del palazzo il popolo fece scempio delle statue che rappresentavano le immagini di quei nobili tanto detestati, le statue vennero abbattute, furono mozzati le teste e gli arti.
Giuseppe Banchero, nel 1846, scriverà di quelle statue, rammaricandosi di come il visitatore, arrivando a Palazzo Ducale, possa stupirsi nel trovare queste figure monche e disprezzate.
Rappresentavano, a quanto riferisce il Banchero, alcuni illustri personaggi della storia di Genova, tra i quali Tommaso Raggio, Giulio Sale e il Doge Giambattista Cambiaso.
L’autore, nella sua amarezza, conclude considerando che sarebbe meglio gettare queste statue sul fondo del mare, piuttosto che vederle ridotte in quello stato.
E’ trascorso molto tempo da allora.
Palazzo Ducale è ora uno dei luoghi più importanti di Genova, vi  si allestiscono mostre di grande pregio,  nelle sue sale abbiamo potuto ammirare i quadri degli Impressionisti e la mostra di Van Gogh quest’anno ha attirato molti visitatori.
E’ uno spazio di rilievo, che festeggia in questi giorni il ventennale della sua riapertura.
Sono passati anni da quel 1797, in quei giorni, a furor di popolo, oltre alle statue di cui narra Banchero, al Päxo vennero abbattute anche la statua di Andrea Doria, opera di Giovanni Montorsoli e quella di Giovanni Andrea Doria, realizzata da Taddeo Carlone.
Non sono state gettate nel fondo degli abissi e il Banchero si compiacerà di sapere che sono visibili a Palazzo Ducale, in cima allo scalone.

Qui erano un tempo e qui sono ritornati, uno accanto all’altro.

Ma non sono terminate le sorprese di Palazzo Ducale, ancora altre statue suscitano il nostro interesse.
Sono le otto figure ritratte sulla facciata.

Se le osservate con attenzione vi accorgerete che tutte hanno un particolare in comune: ciascuna di esse ha una pesante catena.
Perché? Chi sono questi otto che se ne stanno lassù, incatenati al Palazzo del Governo?
Lo scopriremo presto, ognuno di loro rappresenta una storia da raccontare.

Sventola fiera sulla torre Grimaldina la Croce di San Giorgio, simbolo di tanta grandezza e del grande orgoglio dei genovesi.

E scende la sera, sulla piazza, sul Palazzo che un tempo fu dimora dei Dogi.

Paolo da Novi, il tintore che divenne Doge

A Paolo da Novi, a Genova, è dedicata una piazza ampia e spaziosa.
Ma quanti di noi sanno chi fosse l’uomo al quale è stato tributato tale onore?
Era il 1506, si era in estate.
Genova, in quei giorni, era come spaccata in due, il popolo e la nobiltà, come spesso accade, si schieravano su fronti opposti.
Le grandi blasonate famiglie tenevano le redini del potere ed erano sostenute dal re di Francia Luigi XII.
Eh, i nobili!
Maltrattavano i popolani sia a parole che a fatti.
Lo scontento sfociò, come prevedibile, in rivolta.
I nobili vennero scacciati, in fuga i Fieschi, in fuga i Doria, e al loro posto si insediarono i rappresentanti di quel popolo furente e rabbioso.  Per scegliere uomini di fiducia ai quali affidare il governo, la plebe si riunì in Santa Maria di Castello, in quei caruggi nei quali è facile immaginare di veder sciamare una folla di popolo ribelle.

Vennero eletti otto tribuni e il governo dei popolani venne detto delle Cappette, in quanto i loro mantelli erano miseri e poveri, così come ci racconta l’Accinelli:

“seguiva questi tribuni il volgo tutto e l’infima plebe a guisa di pecore, siccome queste genti erano poverissime, artigiani e servitori d’artigiani, e malvestiti con calze di tela strette e cattiva cappa, furono perciò addimandati cappette.”

A capo di questa plebe, i più umili degli umili, c’è lui, Paolo da Novi, di professione tintore di seta, analfabeta,  eletto Doge il 10 Aprile del 1507.
Breve fu il suo governo, solo 18 giorni, durante i quali Paolo contrasse un Mutuo con il Banco di San Giorgio, allo scopo di sanare le finanze pubbliche.
Diede la libertà ai prigionieri politici e sulle sue monete, al posto della propria immagine, fece apporre la scritta “Libertas populi Januensis”.
Diciotto giorni appena, questa fu la durata del suo dogato.
I nobili certo non si erano arresi, mai avrebbero lasciato la città nelle mani del popolo.
Il 28 Aprile Luigi XII, a capo delle sue truppe, varcò la porta di San Tommaso e, nel riprendere predominio sulla città, si dice che abbia pronunciato queste parole: Superba Genova, te ho guadagnato con l’arme in mano!
Paolo da Novi fuggì a Pisa, era sua intenzione raggiungere Roma, per chiedere soccorso a Papa Giulio II, da sempre acerrimo nemico dei francesi.
Prese così il mare sul brigantino di un uomo che credeva amico, un certo Corzetto.
La storia insegna che in agguato c’è sempre un traditore e questo fu Corzetto, vendette Paolo da Novi per 800 scudi e lo ricondusse a Genova in catene.
Il prigioniero venne buttato in carcere e il 15 Giugno 1507 fu portato al patibolo davanti a Palazzo Ducale.
Uomo generoso e realmente affezionato al suo popolo, ammonì i genovesi perchè rimanessero uniti.
Il suo corpo venne fatto in quattro pezzi, che furono esposti sulle porte della città, mentre la sua testa fu issata su una lancia sulla torre di Palazzo Ducale.
Questo fu il destino di Paolo da Novi, difensore dell’indipendenza genovese, Doge per soli 18 giorni.

La Torre Grimaldina di Palazzo Ducale

Osti, locandieri e bettolanti, le dure regole dei Provvisori del Vino

Le leggi, si sa, sono dure da far rispettare, oggi come nel passato.
Negli anni gloriosi del suo dominio, la Serenissima Repubblica di Genova stabilì una rigida regolamentazione riguardo ai commerci dei più comuni beni di consumo, tra i quali il vino.
Era stato incaricata un’apposita Magistratura, quella dei Provvisori del Vino, che introdusse nel 1556 delle leggi piuttosto restrittive.
Erano stati stabiliti dei fondaci, situati nella darsena, debitamente approvvigionati di una buona quantità della preziosa bevanda e soltanto in quel luogo era consentito rifornirsi ed era severamente proibito acquistare altrove vino da vendere al minuto.
Quasi 200 anni dopo le condizioni non erano molto mutate, come si legge in una grida conservata all’Archivio di Stato e datata 7 Giugno 1736.
In questo documento si parla di due Concessioni, quella del Bisagno e quella di San Lazzaro, e si precisa che a nessuno, privo di debita licenza, è consentito il commercio del vino.
Dura la vita per osti, locandieri e bettolanti.
I moniti dei Provvisori del Vino sono severi: chi affitta le stanze, appigionandole ai forestieri, non può vendere altro vino se non quello fornito dai pubblici fondaci e men che meno può variarne il prezzo; a tutela di ciò, i commercianti sono tenuti ad esporre ben in vista nella loro bottega la tabella con i prezzi che l’ufficio dei Provvisiori annualmente fornisce ad ognuno.
Per evitare malintesi, come sempre accade quando si promulga una legge, vengono ben specificate le categorie coinvolte in tale decreto: cuochi, osti, venditori di acque gelate, di birra e di caffé, loggieri e locandieri.
E si badi bene, che i mercanti di vino si guardino da corrispondere la bevanda in luogo di denaro ad altri artigiani, in cambio della loro opera.
Setieri, merciai e camalli vanno restibuiti con il giusto soldo che merita il loro lavoro. Certo, vien da pensare che più che una tutela dei diritti, si tratti di una salvaguardia di un monopolio che fruttava ricchezze alla Repubblica di Genova.
Senza precisa licenza dei Provvisori, poi, è fatto divieto vendere il prezioso nettare ai soldati e agli ufficiali.
E’ ovvio che per ottenere la licenza si pagava una quota, dura la vita dei commercianti! E bisognava guardarsi dal mettere in vendita altri vini di diversa provenienza, solo quelli del fondaco erano consentiti e il fatto che questo concetto venga più volte ribadito, lascia presumere che esistesse un fiorente e consolidato mercato nero.
Si precisa, caso mai qualcuno ne fosse tentato, che neppure dalle navi che approdano in porto è permesso comprare vino al minuto. E certo le regole valgono anche per coloro che sbarcano da scialuppe, gozzi e lance e per i proprietari di barche e i marinai: si guardino bene costoro dal condurre a riva persone che vendono il vino di frodo.
Anzi coloro che, a bordo di barche e vascelli carichi di ogni ben di Dio , approdano sui moli della Superba sono tenuti, entro ventiquattr’ore, a denunciare al Magistrato competente la quantità di vino, seppur minima, che è stivata sulle loro imbarcazioni.
I magistrati, per far sì che le regole vengan rispettate, per le denunce si avvalgono dell’aiuto dei Bargelli e dei cavalieri della Camera.
Ma da queste parti, sappiatelo, non si va tanto il per il sottile: è sufficiente la dichiarazione giurata di persone di fiducia del Magistrato per finire nei guai.
Una volta esposte ampiamente le leggi, in poche righe si puntualizza quali siano i provvedimenti a carico di chi le trasgredisca: chi non denuncia il possesso di vino come previsto, è passibile di pene severe.
Può trattarsi di una multa di cento scudi d’argento, di un bando della durata di una anno, di una carcerazione di due mesi, della punizione di tre tratti di corda.
Oppure, come è scritto in maniera volutamente oscura, di qualunque altra pena che sarà giudicata consona dai Magistrati della Repubblica.
Queste le regole, tutti sono avvertiti e si guardino bene dal violarle.
E certo, aggiungo io, il vino dei fondaci, il solo che era consentito vendere, sarà stato di gran qualità, profumato e ricco di aroma.
Alzo un calice, alla salute di osti, bettolanti, forestieri, naviganti, cuochi e locandieri dei tempi della Serenissima Repubblica di Genova.