Melanzane piccole ripiene

Sono una delle delizie dell’estate, le melanzane piccole si distinguono per la loro particolare bontà e certo non difettano in fatto di bellezza.
Piccoline, tonde e lucide, splendono alla perfezione come se le avesse lisciate qualche fatina degli orti, probabilmente è proprio così ma resti tra noi perché certe creature fantastiche sono anche timide e non amano svelarsi.
Le fatine si siedono là, vicino alle grandi zucche, sotto gli alberi carichi di prugne e con pazienza certosina fanno luccicare le piccole melanzane, così!

E c’è una maniera certa per valorizzare cotanta bellezza, ecco a voi quindi una ricetta per preparare le melanzane piccole ripiene.
Dunque, private le melanzane delle foglie, lavatele e tuffatele nell’acqua bollente, lasciandole bollire fino a quando l’interno non si ammorbidisce, circa per 10 o 15 minuti.
Quindi si tolgono dal fuoco, si tagliano a metà e con un coltello o un cucchiaino si scava la polpa che verrà poi tritata con la mezzaluna.
Alla polpa si aggiunge parmigiano reggiano grattato, un abbondante trito di maggiorana, uova, un po’ di ricotta, mollica di pane ammollata nel latte, una presa di sale, un trito di prosciutto cotto oppure di mortadella, a vostra scelta.
A me piacciono in entrambi i modi: il prosciutto conferisce un sapore più delicato mentre la mortadella ha un gusto più deciso.
Mescolate bene il ripieno e con un cucchiaino riempite le melanzane svuotate, spolveratele con il pan grattato, passate un filo d’olio e riponetele su una teglia unta e a sua volta cosparsa di pan grattato.
Infornate a 200° C e lasciate cuocere fino a quando le melanzane saranno ben dorate, controllate la consistenza con una forchetta e quando saranno pronte sfornatele.
Si servono a temperatura ambiente con una bella insalata e mi raccomando: se a tavola si presenta una fatina degli orti preparate un piatto anche per lei, di certo se lo merita!
E buon appetito a tutti!

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La Liguria a tavola: lo stoccafisso alle olive

Questa è una ricetta trovata nel grande quaderno dove mio papà raccoglieva meticolosamente i procedimenti per i suoi preziosi manicaretti, questo è anche il mio modo prediletto per gustare una specialità che ha i profumi genuini del mare.
La ricetta dello stoccafisso alle olive verdi è riportata in un vecchio ritaglio che presumo sia stato tratto da qualche giornale o forse da un calendario degli anni ‘70, vi è anche riportata la fonte ed è un nome autorevole: la ricetta è tratta da “La vera cucina di Genova e della Liguria” di Aidano Schmuckher, celebre e autentico paladino della genovesità.
E così oggi la ripropongo a voi e userò parole mie.
Dunque, questi sono gli ingredienti che vi serviranno per 4 persone: 8 hg di stoccafisso, ½ Kg di patate, 1 hg di olive verdi in salamoia (io prediligo le olive giganti), ½ hg di capperi sotto sale (io uso i capperi sotto aceto), prezzemolo, sedano, cipolla, una carota, vino bianco, olio extravergine di oliva, sale.

Buttate lo stoccafisso nell’acqua bollente e lasciatecelo per alcuni minuti, dopo averlo tolto dall’acqua privatelo della pelle e di tutte le lische, quindi fatelo a pezzetti e tagliate le patate a fette alte circa un dito.
Tritate con la mezzaluna la cipolla, la carota, il prezzemolo, il sedano e i capperi, fate soffriggere questo battuto per qualche minuto nell’olio extravergine di oliva, io in genere amo utilizzare per questa ricetta la pentola di terracotta.
Quindi dopo aver fatto andare il soffritto buttate nella pentola contemporaneamente lo stoccafisso in pezzi, le patate e le olive e lasciate rosolare per qualche istante, di tanto in tanto bagnate con del vino bianco o con dell’acqua, aggiungete il sale e lasciate cuocere.
Il piatto sarà pronto quando saranno cotte le patate, non vi resterà altro che servirlo con un buon bicchiere di vino bianco.
E buon appetito a tutti con un piatto semplice e gustoso della nostra tradizione ligure!

La ratatuia: colori e profumi di Liguria

Oggi troverete qui i colori e i profumi dell’orto e una semplice ricetta che esalta pienamente i versatili doni della terra.
La ratatuia deriva il suo nome dalla ratatouille francese ed è una deliziosa sinfonia di sapori, io vi propongo la ricetta riportata da mio papà sul suo quaderno, così l’abbiamo sempre preparata in casa mia.
Avrete bisogno di una capiente pentola di terracotta, olio extravergine di oliva, sale, pomodori, zucchine, melanzane, patate, un peperone giallo, uno rosso e uno verde.

Fate a fettine la cipolla e lasciatela rosolare nell’olio, nel frattempo tagliate le zucchine a rondelle.

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Poi riducete a pezzetti anche i peperoni dai colori vivaci e sgargianti.

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Preparate ugualmente anche il resto dei vostri ortaggi.

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Infine mettete tutto nella pentola di terracotta, aggiungete il sale e fate cuocere a fuoco lento per almeno 30 minuti, se durante la cottura vi sembra che la ratatuia si asciughi troppo potrete aggiungere un po’ d’acqua.

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Un trionfo di colori e profumi che si mescolano tra loro, una gioia per gli occhi e per il palato.

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La ratatuia è semplice e genuina, perfetta come piatto unico oppure come contorno.

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Una deliziosa bontà, una profumata armonia di sapori.

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La farinata di zucca di Sestri Ponente e altre delizie

Nel mio girovagare a zonzo per la città mi capita spesso di scoprire luoghi e particolarità a me non noti e devo dirvi che è proprio questo il bello.
Di recente ho avuto il piacere di fare una gradevole passeggiata per le antiche strade di Sestri Ponente in compagnia di un vero sestrino che mi ha portata anche in Via Vigna.

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Là troverete un negozietto, è proprio il tipico farinotto dove potrete acquistare cose buone tipiche della cucina ligure come la torta di carciofi, la torta di bietole e il polpettone, non manca la tradizionale farinata.

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E tra i doni della terra spicca una protagonista assoluta: la magnifica e scenografica zucca.

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Una bottega piccola e raccolta, un luogo dove sentirete profumi fragranti ed invitanti.

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Colori e sapori di casa, quanto sono preziosi posti come questo?

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E poi la mia sorpresa nel trovare un piatto tipico che non conoscevo, si tratta proprio di una delizia originaria di Sestri Ponente: la farinata di zucca è un specialità di questa zona di Genova e qui viene preparata ad arte seguendo un’antica ricetta.

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Viene detta farinata ma, come potete notare, è una preparazione del tutto differente e per realizzarla si utilizzano pochi ingredienti semplici e genuini.

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Via una teglia e sotto l’altra, secondo una solida tradizione di famiglia.

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Questo negozio ha una storia antica, venne aperto nel 1925 da Lorenzo Galleano e Maria Scarsi, i segreti della loro cucina sono poi passati di generazione in generazione e quelle loro bontà ancora deliziano i palati dei numerosi ed affezionati clienti.
Al muro vedrete un quadro dove sono orgogliosamente esposte le foto di famiglia che mostrano momenti diversi di questa gloriosa attività.
Un ininterrotto ed instancabile andirivieni di teglie e tegami, l’incomparabile valore di una sapienza culinaria che si è tramandata.

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E poi, come ben sapete, a volte non occorrono neppure parole, non sembra anche voi?

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Ed ecco gli ottimi ripieni di verdura.

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Non manca il gustoso castagnaccio, una bontà genovese molto apprezzata da tutti noi.

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In un piccolo negozio di Sestri Ponente nato all’inizio di un altro secolo.

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Semplice e vero, nel segno di una tradizione che resiste.

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Stendhal a Genova: il profumo della deliziosa acqua rossa

Tra i tanti viaggiatori che visitarono Genova c’è anche un celebre scrittore francese: Henri Beyle, noto agli onori del mondo con lo pseudonimo di Stendhal.
E il suo raccontarsi è preciso e puntale, Stendhal non risparmia le critiche, elargisce consigli, è davvero una guida di eccezione.
Alcune sue memorie hanno già trovato spazio su queste pagine nel mio primo post dedicato ai famosi visitatori che nell’Ottocento passarono nella Superba.

Genova

Desiderate conoscere le dritte dello scrittore francese? Le trovate qui, sulla Pensione Svizzera il nostro fornisce dettagliate indicazioni.
Da molto tempo desideravo approfondire una curiosità che riguarda il soggiorno genovese di Stendhal, la frutta di stagione mi ha fatto tornare alla mente questo episodio.
Dunque, torniamo a quegli anni e quei giorni che Stendhal trascorse a Genova, questa memoria si trova tra le pagine del suo Mémoires d’un touriste e già l’ho citata nel mio precedente articolo.
Il nostro Henri narra di essere tornato ripetutamente in un caffè dei caruggi dove era solito gustare una bevanda sublime, l’acqua rossa che lo ritemprava dalle fatiche del suo girovagare.
E riporto le sue parole:

“… cinque o sei ciliegie in fondo al bicchiere e il profumo delizioso dei noccioli.
Questa bibita eccellente e mai lodata abbastanza costa tre soldi…”

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Tre soldi per un bicchiere di acqua rossa.
E cosa sarà mai questa accattivante bontà?
Si tratta di una bevanda della tradizione genovese, è lo sciroppo di amarene.
Le immagini che corredano questo articolo ritraggono succose ciliegie, parenti strette della frutta che si utilizza per questa bibita.
Insomma, mi pare opportuno pubblicarne la ricetta: non si può mai dire, potrebbe capitarvi di ospitare qualche esigente scrittore straniero, vorrete forse farvi cogliere impreparati?
Ecco qua la maniera per preparare l’acqua rossa che piaceva a Stendhal, dosi e procedimento sono tratti da un autorevole testo che probabilmente è in molte case della Superba: La Cuciniera Genovese di G. B. e Giovanni Ratto, un volume risalente alla seconda metà dell’Ottocento.

Ciliegie

Riassumendo, la ricetta è la seguente.
Occorrono 4 kg di amarene, si schiacciano con le mani e si lasciano fermentare per 24 ore.
Quindi vanno messe in una salvietta bagnata e strizzate per far uscire il sugo che va messo a cuocere in una pentola insieme a una parte dei noccioli precedentemente pestati nel mortaio.
Dopo due o tre bollori, dicono i nostri stimati Ratto, lo sciroppo va versato in un sacchetto di flanella precedentemente bagnato e con pazienza va fatto filtrare.
Ora bisogna addolcire il tutto, per 300 grammi di sciroppo servono 600 grammi di zucchero.
Si rimette sul fuoco e dopo 5 o sei bollori è pronto, lo si lascia raffreddare e quindi lo si ripone nelle bottiglie.

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Lo sciroppo di amarene è una vera delizia, non so proprio dirvi se quello che ho bevuto sia stato preparato in questa maniera.
E non ho mai provato a farlo, non sembra complicatissimo però è certamente laborioso, se doveste fare un tentativo fatemi sapere il risultato.
Un locale nei caruggi, tre soldi per un bicchiere e il profumo delizioso dei noccioli.
Questa è l’acqua rossa che piaceva a Stendhal, la gustò a Genova e non la dimenticò.

Tetti di Genova

Lasagne e Maccheroni, una preziosa ricetta del 1416

Una nuova chicca dal passato, su queste pagine, per voi.
Per questo articolo così particolare devo un sentito ringraziamento alla Dottoressa Giustina Olgiati, appassionata studiosa che ha affascinato tutti noi presenti alla sua conferenza tenutasi all’Archivio di Stato e dedicata ai Mercanti di Genova, penso che lei sia davvero l’angelo custode delle storie dei nostri giorni lontani.

Tutti i genovesi del Mondo

Tutti i Genovesi del Mondo – Manifesto della Mostra

Durante la sua meravigliosa narrazione la Dottoressa Olgiati ha svelato ai suoi stupiti ascoltatori un’antica ricetta per condire le lasagne e i maccheroni.
E sì, lei ha perfettamente compreso la mia curiosità in proposito e gentilmente mi ha inviato il testo completo di questo insolito manicaretto tratto dal volume di Antonia Borlandi, Il manuale di Mercatura di Saminiato de’ Ricci edito da Di Stefano nel 1963.
E dunque facciamo un passo indietro e andiamo all’anno 1396.
A Genova c’è un giovane mercante fiorentino, il suo nome è Saminiato de’ Ricci e scriverà con cura e attenzione un testo dedicato all’arte della mercatura, dettagliando minuziosi particolari relativi a pesi e monete adottati da luoghi diversi.

Bilancia

Antica bilancia da Farmacia – Farmacia Sant’Anna

Ahimè, la vita di Saminiato sarà breve, accusato di aver presto parte a una congiura, verrà giustiziato nella sua Firenze.
Il suo scritto però giungerà in buone mani e nel 1416 la sua opera verrà ultimata da Antonio Da Pescia, figlio del fattore di uno dei De’ Medici.
E dopo tanto discettare di soldi e di affari il nostro Antonio lascia ai suoi lettori una sua saggia divagazione: nella vita conta anche saper godere di piccole felicità e la buona cucina è certo una di queste!
E fa di più, scrive per i suoi lettori una ricetta, in questo modo si possono gustare deliziose lasagne o succulenti maccheroni, ognuno scelga ciò che più gli aggrada.
Ecco cosa occorre per cucinare alla maniera di Antonio Da Pescia.

Chi ragiona di chambi e chi di merchatantie sempr’è chon afanni e tribulazioni. Io farò il contrario e darovi ricetta a fare lasangnie e maccheroni.
Chi vuole buone lasangnie habbi 3 capponi grassi con un pezo di buono manzo. Li chuocha; quando son cotti trai l’occhio alla pentola, e fa da llato uno pentoletto; e abbi le lasangnie bene sottili, e a falde a falde le metti, e mai non le mestare; e quando sono apresso a chotte, abbi di buono ravagnolo mescholato con buono parmigiano, e uno poco ne metti a bollire.
Quando sono chotte le schodella; ebbi del grasso del chappone e del manzo, e di sopra le chondisci, e fatto questo le coperchia con una schodella perché si confetti bene. E non bechasti mai meglio.
E quasi questo stile si vuole tenere a macheroni. Chi vuole trarre da Bugia e rimettere a Parigi lo faccia, che voglio ghodere co’ compagnoni. Amen.

Avete compreso ogni parola?
Naturalmente il linguaggio è un po’ complicato e arcaico ma direi che si capisce abbastanza bene.
Un bel pezzo di manzo e addirittura tre capponi, questo sugo sembra un po’ pesante, eh, sospetto che sia poco digeribile!
È insaporito con il ravagnolo, si tratta di un tipo di formaggio.
E certo avrete notato la mancanza di un ingrediente per noi fondamentale: il pomodoro.
Correva l’anno 1416 e il nostro prode Cristoforo Colombo non aveva ancora scoperto l’America, quindi in Europa ancora non conoscevamo queste preziose bontà che da sempre arricchiscono i nostri piatti.

Pomodori

E poi.
E poi quella poesia sulle lasagne che devono essere sottili e vanno versate a falde, una ad una, una pioggia di delizia che poi verrà servita fumante a tutti i commensali.
E non manca una tipicità della nostra cucina: il Parmigiano, il re di tutti i formaggi.

Parmigiano

Parmigiano e pomodori, uno dei doni di Colombo
Hotel Cenobio dei Dogi di Camogli

Uno dei passaggi del testo appare un po’ oscuro e tuttavia posso fornirvene la spiegazione in quanto mi è stata data appunto dalla Dottoressa Olgiati.
Chi vuole trarre da Bugia e rimettere a Parigi lo faccia: questa frase si riferisce alle pratiche mercantili e significa chi vuole emettere una lettera di cambio a Bugia, in Africa Settentrionale, da pagare poi a Parigi lo faccia.
E poi.
E poi la saggezza: godetevi la vita.
Io lo faccio, scrive il nostro Antonio, coi compagnoni.
Non pensate soltanto ai denari e ai commerci, dedicarsi agli affari è fonte di preoccupazioni: sedetevi a tavola con i vostri amici, godetevi il piacere della loro compagnia e condividete un buon pranzo.
Lasagne o maccheroni, alla maniera di Antonio Da Pescia.

Da Pescia

Antonio Da Pescia
proiezione all’Archivio di Stato di Genova durante la Conferenza della Dottoressa Olgiati

Pranzi d’estate e un piatto tricolore

C’era l’antico tavolo rotondo, ampio, solido e robusto, di legno scuro, il tavolo della casa al mare.
Pranzi d’estate, nella sala con le finestre alte che davano sull’Aurelia.
E in cucina c’erano le due sorelle di mio papà e mia mamma, spesso e volentieri si cimentava anche mio padre che era un gran cuoco, la faccenda del pranzo era piuttosto complicata in quanto eravamo in tanti.
Una delle mie zie era molto mattiniera e non ci pensava proprio a perdersi la spiaggia, così ben prima delle nove aveva già predisposto i suoi deliziosi manicaretti per il pranzo ed era pronta per andare al mare.
L’altra zia a volte si complicava un po’ la vita, diciamocelo.
Un esempio?
Talvolta, all’epoca, nel bel paesino della riviera di ponente c’erano problemi con l’acqua che non veniva erogata con regolarità.
E in una di quelle circostanze la suddetta zia cosa pensò bene di cucinare?
Niente meno che il risotto con il nero di seppia, ero piccola ma ho memoria precisa della mia stupita ed ammirata perplessità, la zia per me era un’indomita eroina pronta a sfidare qualunque avversità!
E c’era l’antico tavolo rotondo, oggi con il senno di poi so che un tavolo del genere è perfetto: dovunque tu sia seduta puoi parlare con tutti e vedi tutti i commensali.
E allora davvero eravamo tanti in casa, ve l’ho detto.
E così quando si preparavano le cozze ognuno le cucinava a suo modo e c’erano questi enormi pentoloni con coperchi giganteschi.
E la casa era un universo di voci, rumori e confusione, come sempre accade nelle grandi famiglie.
C’era la nonna con i suoi lavori di cucito e con i suoi ritagli di giornale, c’era sua sorella, lei in genere si fermava un paio di giorni e poi se ne tornava a Genova.
La vedo, adesso, con il grembiule in vita davanti al lavandino di marmo che lava i piatti.
E mugugna perché si è bagnata il vestito, tutte le volte è la stessa storia!
In quella casa c’erano due frigoriferi.
E bisognava stare attenti a dove si mettevano il melone e l’anguria, uno dei miei zii non ne gradiva per niente l’odore!
Pranzi d’estate.
Vai via dalla spiaggia con i capelli bagnati e il copricostume che profuma di mare, sali le scale e sui gradini lasci le impronte delle ciabattine di plastica.
Allora avevo un piatto preferito e tale è rimasto, con la bella stagione questa per me è la pasta perfetta e così ho pensato di presentarvela anche se non si può nemmeno dire che si tratti di una vera e propria ricetta, è talmente semplice e veloce da preparare!
Innanzi tutto ci vuole del profumato basilico di Liguria.

Basilico

Scegliete i bucatini o gli spaghetti, mentre la pasta cuoce preparate il vostro condimento.
In un’insalatiera tagliate dei pomodorini maturi e della mozzarella, aggiungete poi alcune foglie di basilico spezzettate e condite con abbondante olio extravergine di oliva.
Tutto qui? Sì, cari amici, proprio così.
Ora non dovete far altro che scolare la pasta, versarla sul vostro condimento, attendere che il calore sciolga i pezzetti di formaggio, dare una bella spolverata di parmigiano e quindi accomodarvi a tavola per gustare un piatto semplice e molto gustoso.
Una pasta tricolore che a me ricorda con nostalgia certi pranzi d’estate.

Pasta

La salsa di verdure della Nonna Mimma

Ci sono piatti che gustiamo per tradizione di famiglia, è proprio questo è il caso. L’altro giorno mia mamma ha portato in tavola questa salsa deliziosa che si accompagna ai secondi di carne e così mi è venuto in mente di scrivere per voi la ricetta.
E prima di tutto ho chiesto le dovute informazioni:
– Come si chiama questa salsa?
– Non ha un nome – è stata la lapidaria risposta – la faceva la Nonna Mimma.
Ah, ecco.
E dunque da qui il titolo di questo post, in realtà non so davvero da dove provenga questa ricetta.
La Nonna Mimma, mia bisnonna materna, era una minuta e amabile vecchietta, sempre allegra e sempre in movimento, non era ligure ma emiliana, di Mirandola per la precisione, pertanto non credo che questa sia una ricetta genovese.
E quindi siete pronti a preparare la sua salsa?
Prima di tutto dovrete fare la spesa qui, dal vostro verduraio.

Verdure (2)

Ed ecco la lista degli ingredienti che dovrete procurarvi: 1 cipolla, 4 gambe di sedano, 2 carote, tutte queste verdure devono essere piuttosto grosse e dovrete anche prendere 1 peperone, giallo o rosso, come preferite.
E poi ancora vi serviranno 1 cucchiaio di capperi, 8-10 olive verdi, 6 cetriolini o cipolline rosse sotto aceto, 2 acciughe salate, 1 scatola di polpa di pomodoro.
Tritate il sedano con il mixer e dopo breve tempo aggiungete la cipolla, a parte tritate le carote quindi sminuzzate il peperone con la mezzaluna.
Rosolate tutto in padella con olio extra vergine di oliva, e quando le verdure saranno giunte a cottura aggiungete gli altri ingredienti che avrete precedentemente tritato e cioè i capperi, le olive e i sottaceti, infine aggiungete le acciughe.
Lasciate cuocere ancora e poi bagnate con una generosa spruzzata d’aceto e assaggiate la salsa per essere certi che si senta il sapore dell’aceto.
Da ultimo aggiungete la salsa di pomodoro, una presa di sale e lasciate cuocere ancora per qualche minuto.
Questa salsa si gusta fredda, è deliziosa con gli arrosti, i bolliti e le carni fredde, qualcuno la mette anche sui crostini.
E buon appetito a tutti con la salsa di verdure della Nonna Mimma!

Salsa

La torta di carciofi

Tra i ricordi della mia infanzia c’è anche questo, la torta di carciofi della zia.
C’erano quelle riunioni di famiglia, tutti attorno al grande tavolo di legno scuro a casa di lei, la zia di mio padre.
La zia amava la montagna, le camminate e i viaggi.
E ricordo che a volte mi mostrava i suoi album delle fotografie e c’era quello scatto in bianco e nero al quale era particolarmente affezionata: una ringhiera, un panorama, lei giovane e sorridente, poco distante un altrettanto giovane Vittorio Gassmann, un incontro casuale e una foto rubata, ricordo di un grande attore che piaceva alla zia.
Lei era un tipo dinamico e volitivo, era una donna piena di energia.
Tanto per dire, aveva la bella abitudine di dare pacche sulle spalle a tutti e insomma, mio padre e i miei zii non gradivano mica tanto quegli scrolloni, la zia ci metteva un certo vigore!
Ed era anche una gran cuoca, cosa volete che fosse per una come lei fare la pasta sfoglia?
Ah, le torte di carciofi della zia erano a dir poco gigantesche e c’erano strati e strati di sfoglia sottilissima come un velo, la zia con il mattarello ci sapeva fare!
Indimenticabile la sua torta di carciofi, non ne ho mai trovata una uguale.
E’ una vera delizia di questa terra di Liguria, così ho pensato di trascrivere per voi la ricetta che si fa a casa mia, anche se quella della zia era speciale e io non ci penso neanche a cimentarmi con la a pasta sfoglia fatta a mano.
Eh no, quella era privilegio della zia, a ognuno il suo!
E comunque ecco a voi la ricetta della mia torta di carciofi.

Carciofi (2)

INGREDIENTI

2 confezioni di pasta sfoglia – 4 o 5 carciofi (a seconda della loro grandezza) – 4 uova – parmigiano reggiano – una confezione di ricotta da 250 g – latte – sale

Rosolate i carciofi nell’olio e portateli a cottura aggiungendo un po‘ d‘acqua.
Sbattete quattro uova intere con abbondante parmigiano reggiano grattugiato, a parte unite alla ricotta un po’ di latte.
Mettete in una terrina tutti gli ingredienti, aggiungere il sale e mescolate fino ad ottenere un composto uniforme, quindi ungete una teglia, sistematevi sopra la pasta sfoglia e versatevi dentro il composto.
E poi per me la torta di carciofi deve sempre avere l’uovo intero dentro, non ho indicato il numero delle uova da mettere nella torta, decidete voi, in base alle vostre esigenze.

Torta di carciofi (4)

Fate un fossetta nel composto per ogni uovo che intendete mettere nella torta, le uova dovranno essere disposte a una certa distanza una dall’altra come si può vedere nell’immagine sottostante.

Torta di carciofi (2)

Ricoprite la torta con il secondo disco di pasta sfoglia e ripiegate la pasta come mostrato qui sotto, spennellate il tutto con olio extravergine di oliva.

Torta di carciofi (3)

Infornate a 220°C e lasciate cuocere fino a quando la pasta sarà ben dorata, questa  torta salata è davvero buona e si serve  fredda.
E qualcuno, ogni volta che la porta in tavola, pensa ai veli di pasta sfoglia della torta di carciofi della zia.

Torta di carciofi

Torta di riso

Oggi questa pagina ospita una deliziosa ricetta.
La torta di riso è un gustoso piatto unico, immagino che ne esistano molte versioni diverse, questa è quella che prepara mia mamma e così come l’ho imparata io la presento a voi.

INGREDIENTI

Pasta sfoglia piuttosto spessa,  500 ml di latte, 120 g di riso, 2 uova, parmigiano, 200 g stracchino, prezzemolo, un pizzico di noce moscata, sale grosso, olio extravergine di oliva.

Torta di riso

Portate il latte ad ebollizione e versatevi il sale grosso, buttate il riso e lasciate cuocere facendo addensare il latte.
Incorporate al riso le uova sbattute, abbondante parmigiano grattugiato, lo stracchino in pezzi, un pizzico di noce moscata e un cucchiaio di prezzemolo tritato..
Ungete una teglia e riponetevi la sfoglia che ripiegherete sul composto che avrete versato all’interno, con un pennello ungete il bordo ripiegato della pasta.

Torta di riso (2)

Infornate a 200 °C e lasciate cuocere per 30 minuti fino a quando la torta sarà bella dorata.
E voilà, eccola pronta!
Buon appetito a tutti!

Torta di riso (3)