Il denaro: ascesa e caduta di Aristide Saccard

“Appena solo, Saccard fu preso dal rumoroso vocio della Borsa che sembrava l’ostinato rombo della marea crescente. […] Di quattro angoli, dalle quattro strade, il torrente delle carrozze e dei pedoni affluiva sempre più rapido, in un traffico inestricabile, mentre il passaggio degli omnibus aumentava il disordine, e le carrozze dei procuratori degli agenti di cambio, in fila, sbarravano il marciapiede quasi da un capo all’altro del cancello. Ma gli occhi di Saccard si fissavano sui gradini più alti, dove sfilavano le redingote, in pieno sole.”

Frenesia, tumulto, voci tonanti, sete di successo e di quella ricchezza che fa sentire onnipotenti e sovrani del mondo: questo traspare dalle pagine del romanzo Il denaro, magnifico diciottesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart scritto da Emile Zola nel 1891.
Ritroviamo ancora Aristide Saccard, lo scaltro speculatore già protagonista del romanzo La preda ma questa ulteriore opera è del tutto differente dalla prima per intreccio, complessità ed intensità.
Questa è una superba storia di cupidigia e di brama di possesso, è la vicenda di una spericolata speculazione finanziaria che vede Saccard come primo attore assoluto mentre attorno a lui si affolla una babele di personaggi e ad ognuno di essi Zola assegna un ruolo sulla scena, sono talmente numerosi che è praticamente impossibile raccontare brevemente la trama nel suo complesso, si rischierebbe di far torto a qualcuno.
Emerge qui lo straordinario talento dello scrittore francese nel tratteggiare un’impressionante miriade di figure minori e di comprimari fondamentali per la struttura del romanzo, in questo risiede una delle forze distintive di Zola: egli mostra al lettore un mondo intero con le sue debolezze e i suoi peccati da scontare.
Ed ecco quindi Saccard con il suo grandioso progetto di costituire la Banca Universale, lui ha mire persino in Asia, la sua sete di potere non conosce confini e al suo cospetto finiscono così i parigini con i loro risparmi, sono tanti a mettersi nelle mani di Saccard sperando in questo modo di arricchirsi.

Lui è persuasivo, arrogante e incapace di arrendersi, con la sua furia trascina con sé anche gli innocenti e i puri di spirito che nelle cose del mondo restano sempre, in qualche modo, impigliati in certe losche vicende.
Straordinarie sono certe figure femminili come ad esempio la Principessa di Orviedo, ormai vedova ha ereditato dal marito un patrimonio immenso accumulato con le peggiori astuzie: Zola definisce il principe un inappuntabile bandito moderno che aveva fatto i soldi al luminoso sole della Borsa a scapito della povera gente.
E così la Principessa di Orviedo, per espiare le colpe del suo orrido consorte, si riduce a vivere in umili stanzette e dona i suoi beni ai poveri, fonda l’Opera del Lavoro e cerca così di fare in modo che quel denaro immondo porti bene e e felicità ai più sfortunati.
Nella sua corsa al successo Saccard incontra poi una donna che sarà sua compagna: Madame Caroline ha appena 36 anni eppure i suoi capelli sono già candidi.
Non bella, ha un portamento regale e una sorta di fascino aristocratico, Zola non manca di sottolineare che Saccard è più basso di lei e quasi le invidia quella sua corporatura robusta.
In una sorta di incomprensibile ingenuità, travolta quasi dalla passione per Saccard, la giovane Caroline si lascia coinvolgere nelll’affare della Banca Universale eppure non sembra così sprovveduta e a Saccard dice queste parole:

“Cercate di calpestare meno persone possibile, e soprattutto non calpestate nessuno di quelli che amo.”

Gli ingranaggi di questo sistema feroce stritolano vite e speranze, il denaro obnubila, contamina, fa perdere il senno, regala la gloria ma fa anche precipitare nell’abisso: in contrasto con la figura di Saccard Zola pone il giovane Sigismond che è  discepolo di Marx e crede fermamente in una società diversa e nel riscatto degli oppressi.
Tutto attorno questa Parigi frenetica del Secondo Impero brilla radiosa, mirabili sono le descrizioni di un’epoca e delle sue sfide, Zola è autore di pagine indimenticabili e nei suoi romanzi più complessi, come ad esempio questo, emergono il suo talento e la sua capacità di indagare nell’animo umano.
Nella folla dei molti personaggi che abitano queste pagine incontrerete una figura sinistra: è una donna goffa e corpulenta, Madame Méchain traffica in losche attività, raccatta a destra e a manca azioni di fallimenti e titoli deprezzati e li tiene in quella sua grande borsa di cuoio nero che si porta sempre appresso.
Gira con il cappello viola calcato sulla testa, sgraziata e gonfia, con la faccia rossa, Madame possiede pure un terreno sul quale sorgono delle catapecchie che affitta a dei miserabili e non si fa certo scrupolo a buttarli fuori quando questi non pagano l’affitto.
Del resto una sola cosa è importante anche per lei: il denaro.
I soldi e la ricchezza, linfa vitale della gente come Saccard:

Il denaro è il concime su cui cresce l’umanità di domani.

E tra queste miserie dello spirito, resta un interrogativo che l’autore attribuisce a Madame Caroline, questi sono i suoi pensieri mentre si appresta ad iniziare una nuova vita.
C’è una bellezza senza tempo in queste parole e forse davvero Emile Zola ha lasciato ad ognuno dei suoi lettori il compito di trovare la risposta:

“Al di là del fango, delle tante vittime travolte e schiacciate, di quell’abominevole sofferenza che ogni passo in avanti costa all’umanità, non c’è una meta oscura e lontana, qualcosa di superiore, di buono, di giusto, di definitivo, verso cui andiamo, senza saperlo e, che ci gonfia il cuore dell’ostinato bisogno di vivere e di sperare?”

La preda

È una sera d’autunno e un calessino incede lento al Bois de Boulogne.
A bordo c’è un ragazzo di nome Maxime, ha circa vent’anni e accanto a lui siede la bella Renée con il suo abito color malva e il mantello bianco, Renée sospira e ricorda a Maxime che presto lei compirà trent’anni, quanta vita ha già veduto rispetto a lui!
Ecco così a voi la protagonista femminile di La preda, secondo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart dato alle stampe da Emile Zola nel 1871.
A vederli così affiatati non si direbbe ma l’affascinante Renée è la matrigna del ragazzo.
La giovane ha origini borghesi, con un buon patrimonio come dote ha sposato il vecchio Aristide Rougon, il padre di Maxime: senza svelarvi i dettagli della vicenda si può dire che per diverse ragioni il matrimonio è stato un affare vantaggioso per entrambi gli sposi.
Del resto Rougon è uno che non fa mai niente per niente: è un uomo d’affari, uno scaltro speculatore, uno che ama il suono tintinnante del denaro più di ogni altra cosa, è arrivato nella capitale nel tempo del Secondo Impero con l’intento di arricchirsi.

“Aristide Rougon era piombato su Parigi l’indomani del 2 Dicembre con il fiuto degli uccelli da preda che annusano anche a grande distanza i campi di battaglia.”

In città ha il supporto di suo fratello Eugène, tra le altre cose Aristide cambierà pure nome:

“Mi chiamerò Saccard, Aristide Saccard!… È un nome che sa di denaro, mi sembra di sentir contare monete da cento soldi.”

E così Saccard persegue i suoi scopi, tenendo sempre presente una cruda verità:

“Essere povero a Parigi vuol dire essere due volte povero.”

In questo scenario si consuma intanto la passione ardente che unisce Renée e Maxime, è un legame che si alimenta di frivolezze e di allegrie spensierate, cose da giovani che il vecchio Saccard non sa comprendere, lui poi ha davvero altro a cui pensare.
In questo romanzo c’è anche un’altra protagonista, come sempre Zola la narra con il talento di un fine osservatore: è la città di Parigi.
È una città che cambia con frenesia: i vecchi quartieri vengono abbattuti e ridotti in cenere e si progettano scenografici boulevards, Zola da abile regista alza il velo su questo mondo e sui suoi repentini mutamenti.
Ad approfittarne sarà il solito Saccard con il suo fiuto per gli affari:

“Lo si poteva trovare ovunque dove c’era un ostacolo da superare e sempre ne traeva qualche segreto vantaggio. Nello stesso giorno lo si poteva trovare presso i lavori dell’Arco di Trionfo, vicino a quelli del Boulevard Saint-Michel e fra gli sterri del Boulevard Malesherbes, seguito da un esercito di operai, di uscieri, di sciocchi e di bricconi.”

E nel frattempo Renée si gode sempre la sua bella vita, i ricevimenti e le mondanità: il marito le garantisce denaro, lei è premurosa e gentile con lui.
E tuttavia, è davvero questa la felicità?
E alla fine chi sarà la vera vittima?
E chi risulterà vincitore?
Zola ve lo lascia intuire pagina dopo pagina, a soccombere sono sempre coloro che non hanno armi a sufficienza per difendersi, per sopravvivere a taluni basta invece l’indifferenza.
Questo romanzo di Emile Zola è stato per lungo tempo fuori catalogo e di recente lo ha ripubblicato la Casa Editrice Clichy.
Io ne possiedo due copie entrambe risalenti al 1966 e rimediate sui mercatini: Sansoni lo pubblicò con il titolo La cuccagna, Edizioni dell’Albero usò invece il titolo La Preda e da questo volume sono tratte le citazioni qui riportate.
Rispetto ad altri più celebri romanzi di Zola questo libro ha una trama certo meno intricata, le sue pagine non sono affollate di personaggi come accade invece in altre circostanze.
Ritroveremo Saccard e le sue spregiudicatezze in un un altro romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart dal titolo Il denaro, autentico capolavoro dell’autore francese.
Lasciamo invece la giovane Renée ancora al Bois de Boulogne, ancora su un calessino, come nelle prime pagine del libro: si avvicina la sera e lei alza gli occhi verso il cielo di Parigi, nel languido scenario del suo breve destino.

Il ventre di Parigi

È un giorno qualunque alle porte di Parigi e Madame François con il suo carro se ne va al mercato parigino di Halles dove venderà le sue verdure.
Lungo il percorso incontra un uomo malconcio e vestito con abiti laceri così la buona donna impietosita dalle sue condizioni si offre di portarlo in città sul suo carro e l’uomo si accomoda tra le rape e i cavoli di Madame.
Così Florent fa il suo rientro nella capitale francese, lui è un galeotto scappato dal bagno penale nella Caienna dove era stato rinchiuso per il suo coinvolgimento nell’insurrezione del 1852, lui è la figura attorno alla quale ruotano le complesse vicende del romanzo Il ventre di Parigi, capolavoro naturalista pubblicato da Emile Zola nel 1873.
Un libro potente, magnifico ed evocativo, in queste pagine scorre vivida l’epica dei mercati di Halles, è uno straordinario dipinto dai toni accesi e vibranti del quale è protagonista il popolo di quella Parigi che Zola studiò nei gesti e nelle espressioni, ogni riga vergata da Zola cattura inesorabilmente l’attenzione del lettore.
Dunque, vi dicevo di Florent.
A Parigi, in Rue Rambuteau, ha la sua salumeria suo fratello Quenu che è sposato con la bella Lisa, una donna dalla carnagione lucente, bianca e florida.
E vedeste quel negozio!
Un tripudio di costolette, salsicce, sanguinacci, terrine, piatti e portate per ogni gusto, solo un fine osservatore come Zola poteva descrivere quel mondo in maniera tanto superba.
E sono sempre i colori e gli odori forti del mercato a riempire le pagine di questo romanzo sublime nel quale si compie il destino crudele di Florent, la passione politica finirà per metterlo ancora nei guai e accadrà sotto gli occhi di tutti.
L’uomo trova anche un impiego rispettabile come ispettore al mercato del pesce e là è tutto un turbinare di bagliori marini:

“Alla rinfusa le alghe degli abissi, là dove dorme la vita misteriosa degli oceani, avevano ceduto il loro tesoro alla rete: merluzzi, pianuzze, passere di mare, limande, pesci comuni d’un grigio e dalle macchie biancastre.”

E le pescivendole espongono le merci e l’ispettore ha delle precise sensazioni:

“S’alzava un vento umido, una pioggia minutissima, che soffiava sul viso di Florent quell’alito fresco, quel vento marino che riconosceva, amaro e salato; mentre in mezzo ai primi pesci esposti ricopriva le conchiglie rosate, i coralli sanguigni, le perle lattiginose, tutte le screziature e i pallori azzurrognoli dell’oceano.”

È arduo scegliere appena poche righe per mostrarvi il lavoro di cesello di Zola: in questo terzo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart la vita ferve e fluisce rumorosa tra i banchi del mercato dove si muove una babele di personaggi, nessuno di essi viene trascurato da Zola, di ognuno lo scrittore lascia un ritratto dai contorni ben definiti.
Ecco Mademoiselle Saget, una vecchia pettegola che gira con una sporta sotto il braccio e un cappello nero sul capo, sa tutto di tutti e sopravvive facendosi regalare ogni ben di Dio da questo o da quell’altro commerciante.
E poi c’è la Sarriette, una ragazza magnifica e a Zola basta usare poche parole per farvela conoscere:

“La Sarriette riempiva il negozio con le sue gonne stravaganti. Sorrideva a tutti, fresca come il latte, spettinata da un lato dal vento delle Halles.”

Un dipinto di bucolica bellezza ancor più avvincente nel brano in cui la Sarriette è descritta in mezzo alla sua frutta, con le labbra rosse di ribes, il fazzoletto profumato di fragole e lo sottane dense del sentore delle prugne.
E poi c’è una certa pescivendola alta, spavalda, imponente e al mercato la chiamano la bella Normanna e la oppongono così alla bella Lisa, è logico.
C’è poi il ritratto piccolo Marjolin, un trovatello rinvenuto tra i cavoli al Marché des Innocents.
Crescerà con la fruttivendola Mère Chantemesse e lei prenderà con sé anche un’altra bambina di appena pochi anni, il suo nome è Cadine.
E i due cresceranno insieme, insieme diverranno ragazzini e saranno creature selvatiche, innocenti, spontanee e vere, le pagine a loro dedicate sono per me tra le più coinvolgenti che abbia mai letto, Zola è riuscito a rendere indimenticabili questi due piccoli sventurati.
E poi Marjolin verrà su un po’ sciocco, un incidente peggiorerà pure il suo stato, mentre Cadine si mostrerà sempre furba e astuta, diverrà una bimbetta testarda e intraprenderà anche degli improvvisati commerci da ambulante, venderà limoni, cuffiette, quindi biscotti, dolci e torte, sarà scaltra nel fiutare i gendarmi per sfuggire al momento opportuno.
Come sempre nei romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart Zola presenta una delle figure che sarà poi protagonista di un successivo romanzo e tra le pagine di Il ventre di Parigi incontriamo Claude Lantier, pittore al quale Zola dedica L’opera, Claude è il figlio della sfortunata e mai scordata Gervaise Macquart, tragica eroina del romanzo L’ammazzatoio.
Nello scenario di questa Parigi si dipana la vicenda umana di Florent, intriso nel suoi ideali politici egli vede davanti ai suoi occhi tanta straripante abbondanza e per lui essa diviene il simbolo di ciò che desidera combattere, ancora come prima, con lo stesso spirito di ribellione:

“Le Halles colossali, tutta quella roba traboccante e poderosa, avevano acuito la sua crisi. Gli sembravano un animale sazio e intorpidito, una Parigi ingozzata che, crogiolandosi nel grasso, sosteneva tacitamente l’impero. … Quello era il ventre bottegaio, il ventre dell’onestà meschina. Tronfia e felice, convinta che tutto andasse per il meglio e che mai la brava gente era ingrassata in maniera così beata.”

Angelique Rougon, il sogno e la felicità

Oh! Io vorrei, io vorrei… sposare un principe. Un principe che io non avessi mai veduto, che venisse una sera, all’imbrunire, e mi prendesse per mano e mi conducesse in un palazzo…io vorrei che fosse bellissimo…oh! Il più bello e il più ricco della terra! Vorrei cavalli che nitrissero sotto le finestre, gemme che scorressero luminose sulle mie ginocchia, oro, una pioggia, un diluvio d’oro, che cadesse dalle mie mani, quando io le aprissi… E vorrei che il mio principe mi amasse alla follia e che anch’io potessi amarlo sempre come una folle. Noi dovremmo essere giovanissimi, purissimi, i più nobili, sempre, sempre!

Un principe, una fanciulla e un sogno.
Il sogno, questo è titolo del sedicesimo volume del ciclo dei Rougon Macquart, pubblicato da Emile Zola nel 1888 e purtroppo fuori edizione, la mia copia risale al 1936 e l’ho scovata su un mercatino, ha le pagine ingiallite, separate l’una dall’altra dal suo antico proprietario con l’ausilio di un tagliacarte, è quasi priva di rilegatura, ma me la tengo stretta come un tesoro.
E‘ l‘amore, potente e purissimo, uno dei temi portanti di questo romanzo.
Beaumont, Piccardia è la notte di Natale.
Sui gradini della cattedrale, tremante di freddo e coperta di stracci, c’è una bambina: è una trovatella, il suo nome è Angelique Rougon e ha la ventura di incontrare due buoni sposi, gli Hubert, che si prenderanno cura di lei e la cresceranno.
Angelique è una piccina bionda, dagli occhi color delle violette, dal collo lungo che aveva la grazia di un giglio.
Cresce la fanciulla e diventa ancor più bella, i capelli biondi di una leggerezza di luce, gaia e sana, di una bellezza rara.
Oro, candore, luce, bianco, queste sono i colori che illuminano le pagine di questo libro, che contiene, in sé, la dimensione della fiaba.
E poi purezza di cuore, misticismo, nobiltà d’animo.
Gli Hubert sono ricamatori, anche Angelique apprenderà quest’arte e tra le sue dita sottili scorreranno fili di seta candida, broccati d’oro e d’argento, stoffe preziose e ricercate: sono quelle che si usano per i paramenti sacri, per le pianete che Angelique e i suoi genitori ricamano per gli alti prelati della Cattedrale.
E sulle stoffe fioriscono foglioline d’oro, spighe e grappoli simbolici, in argento sul nero, in oro sul rosso.
E’ ancora lo sfavillio della luce, luce di oro accecante.
La cattedrale, Angelique diventa donna all’ombra di quel maestoso edificio, affascinata dalle sue vetrate e da quella indicibile grandezza.
Ago, filo, telaio e poi, come lettura prediletta, la Leggenda Aurea di Iacopo da Varagine, dove sono narrate le vite dei Santi, ed è ancora luce, è ancora oro.
E misticismo, una notte Angelique ha una sorta di visione. Vede un giovane, biondo, grande e sottile, che molto somiglia a San Giorgio, il santo che più ha colpito Angelique.
Sono aggettivi che appartengono all’assoluto, al mondo incantato delle fiabe.
Lui usciva dall’ignoto, dal fremito delle cose, dalle voci sussurranti, dai giochi semoventi della notte,  questa non è più la fiaba, è la complessità di Emile Zola, il saper guardare nel fondo dell’animo, nelle pieghe di un certo sentire, in una maniera di percepire la realtà.
Lui si chiama Felicien, è erede di grandi ricchezze, sua madre è morta nel metterlo al mondo e suo padre, affranto, ha preso i voti ed è diventato vescovo di Hautecoeur.
Felicien è un artista del vetro, dipinge le vetrate della cattedrale.
Angelique e Felicien, non sembra casuale la scelta di questi nomi e no, non credo che lo sia.
E l’amore, il loro amore, è un rincorrersi, un dichiararsi, un fuggire continuo.
Il loro primo incontro avviene al lago Chevrotte, dove Angelique va a fare il bucato.
Ed ecco l’acqua, di una limpidezza cristallina, ecco la camicetta di rigatino bianco, ecco la biancheria che alza spruzzi altissimi, ecco la schiuma, ancora chiara, nivea.
E poi lui, Felicien: alto, sottile, biondo, con la sua barba fine e i capelli inanellati da giovane dio, così bianco di pelle come l’aveva veduto sotto la bianchezza della luna.
Bianco, luce ancora, e ancor di più, nelle parole di Angelique.

Il bianco è sempre bello, vero? Certi giorni non posso sopportare il turchino e il rosso, di qualunque sfumatura essi siano; mentre il bianco è per me di una dolcezza continua, della quale non mi stanco mai. Nulla mi urta in quel colore e si desidererebbe perdersi dentro di esso… Avevamo un gatto bianco con macchie gialle e io gli avevo dipinte le sue macchie…. Mia madre non lo sa, ma io conservo tutti gli avanzi di seta bianca: ne ho un cassetto pieno, senza una ragione, soltanto così, per il piacere di guardarli e toccarli, di tanto in tanto…

Purezza, candore e pulizia.
Misticismo, ad Angelique viene commissionato il ricamo per la pianeta del Vescovo.
Lei ancora non sa che Felicien è suo figlio, e l’amore tra i due giovani cresce, diventa grande, forte.
E come nelle fiabe, la principessa è alla finestra e lui arriva, scavalca la ringhiera del balcone e si inginocchia davanti a lei, sotto la luce della luna, le dice, non amatemi ma lasciate che io vi ami.
E l’amore freme, lui le confessa di essere pittore solo per diletto, e Angelica risponde: vi amo, prendetemi, portatemi via, vi appartengo.
E giunge il 23 Luglio, il giorno della processione ed eccola Angelica, con il suo abito di foulard bianco.
Era ingenua e fiera, candidamente semplice, bella come un astro.
Oh, ma l’amore, la vita e il sogno non possono convivere a lungo!
Le viene detto che Felicien è promesso a un’altra donna, che il padre stesso si oppone.
Piange la principessa, ma prima che il suo sogno si infranga, nella sua purezza, va al cospetto del vescovo a chiedere clemenza, che acconsenta quell’amore.
E le sue parole, le sue parole sono proiettate nel sogno, in quella dimensione onirica che ammanta ogni riga di questo libro:

…da quando egli mi ama, io mi sono vestita di broccato, come nei tempi antichi; ho al collo, ai polsi, uno sfolgorio di gemme e di perle; ho cavalli, carrozze, grandi parchi in cui passeggio a piedi, seguita dai paggi…non penso mai a lui senza riprendere questo sogno…e mi dico che esso deve avverarsi e che lui ha esaudito il mio sogno di essere regina.

Non basta, irremovibile e distante l’alto prelato non si fa commuovere.
Angelique si lascia sopraffare dal suo dolore e fatalmente si ammala.
L’insonnia la tormenta, la perdita del suo amore la devasta e lui, Felicien, torna.
Torna, torna ancora al suo balcone e le svela che i suoi genitori, per tenerlo lontano, gli avevano detto che lei non lo amava più.
Lui la supplica di seguirlo, ma Angelique, prostrata dalle sue sofferenze è allo stremo, guarda la cattedrale, parla dei santi, dice che nella morte rimane la speranza, a lei, che ormai si era rassegnata ad aver perduto il suo amato.
Ma lui no, non si arrende, la incalza: sono colui che esiste, Angelique, e voi mi respingete per i sogni.
Il sogno, il soffio della vita, la speranza.
E va all’altare Angelique, al suo abito hanno lavorato alacremente per giorni ben tre sarte.
E tutto è lusso, sfarzo, ricchezza anche quella che, per voler della sposa, cade sui poveri: un milione, la medesima opulenza che lei stessa riceverà , Angelique la destina ai poveri.
Ed eccola, la sposa con un abito di amoerro bianco, coperto di vecchi merletti, fermato da perle e un velo, un velo che arrivo fino ai suoi piedi, non ha gioielli né fiori, solo quella nube fremente che sembrava circondare di uno stormire d’ali il suo piccolo volto di vergine da vetrata, con gli occhi di violetta e i capelli d’oro.
Bianco, purezza, oro.
Ma questa non è una fiaba, è un romanzo scritto dal più grande rappresentante del naturalismo francese, e la fiaba si dissolve, quando si scontra con la realtà.
Angelique, Felicien e le labbra che si sfiorano.
E in quel bacio morì.
Senza tristezza, con il cuore traboccante di quella gioia che Angelique aveva sempre ricercato.
Ancora  ritorna, un’ultima volta,  la dimensione fiabesca nelle parole semplici che chiudono questo romanzo, le parole che Zola sceglie perché il lettore si porti nel cuore Angelique Rougon, principessa sforturata che, per seppur breve tempo, ha conosciuto la pienezza della felicità.
Tutto non è che un sogno e, all’apice della felicità, Angelique era sparita, nel piccolo soffio di un bacio.

Etienne Lantier, l’eroe di Germinal

Germinal, pubblicato da Emile Zola nel 1885, è un libro che fece scandalo per la crudezza con la quale viene narrata la vita e la morte di un’intera classe sociale.
E’ ambientato a Montsou, dove si trova la miniera che sarà lo scenario sul quale si muovono i protagonisti, i minatori.
E’ un romanzo cupo, duro e tragico.
E’ buio, come lo sono i cunicoli dove ci si infilava per estrarre il carbone.
Ve ne accorgerete dalle prime righe, dalle prime parole, quelle che Zola scelse per introdurre il lettore in questo universo.

Nella pianura rasa, nella notte senza stelle, d’un’oscurità fitta come inchiostro un uomo solo percorreva la strada che da Marchiennes va a Montsou.

Scuro, nero, inchiostro, notte, carbone.
Siete già lì, nella miniera.
L’uomo che cammina si chiama Etienne Lantier.
Vi ho già presentato sua madre, è la lavandaia Gervasie Macquart, e sua sorellastra è quella Nanà che ha fatto altre scelte per farsi strada nel mondo.
E’ un romanzo difficile, arduo narrarne la trama, in quanto è epica, complessa e universale.
Germinal, nel calendario rivoluzionario adottato al tempo della Rivoluzione francese, corrisponde alla primavera, quando i germogli sbocciano.
E nel romanzo di Zola, i fiori che si aprono alla luce del sole, sono proprio loro, i minatori, quella massa indistinta di uomini, donne, bambini e ragazze che vagano tristi, con la pelle macchiata di carbone, quella folla che cerca il riscatto della propria dignità.
E lui, Etienne Lantier è il motore di questa comunità.
Ha poco più di vent’anni, quando arriva a Montsou.
E tante sono le persone che incontra, innumerevoli, come sempre, i personaggi.
Impossibile narrare di ognuno, della complessità che ciascuno di essi rappresenta.
C’è violenza, miseria e lotta, in questo romanzo.
C’è una famiglia, i Maheu, le cui vicende vanno in parallelo con l’esperienza umana di Etienne ed è in quella famiglia che il giovane conosce Catherine.
Ha quindici anni appena e da quando ne aveva dieci, anche lei, come tutti, lavora nella miniera.
E’ esile, fragile, sparuta la definisce Zola, ed è la luce che illumina i tunnel che si percorrono leggendo questo libro.
E di lei Etienne si innamora.
Non vi narrerò per intero la trama di questo libro, merita di essere letta così come l’ha scritta Zola e pagina dopo pagina, conoscerete la vita dei minatori, che giorno per giorno precipita verso la miseria e la disperazione.
E poi conoscerete i Gregoire, sapete quelle brave persone benestanti e caritatevoli, che ai poveri non danno mai denaro ma solo abiti e panni caldi, per coprirsi quando fa freddo.
E conoscerete anche Alzire, la bambina gobba, e Chaval, l’amante di Catherine e antagonista di Etienne.
E la Mouquette, la ragazza facile, quella che tutti hanno avuto, ma della quale nessuno è orgoglioso.
E quando la incontrete, prestate attenzione ai suoi sentimenti, alla grandezza di cuore che Zola ha voluto donarle, così in contrasto con il suo aspetto di ragazzona grossa e spesso volgare.
La Mouquette, che ama Etienne e nella sua semplicità gli domanda:
– Perché non vuoi amarmi?
Leggete il libro, scoprite di quale generosità sarà capace questa sgraziata ragazza, sul cui volto si leggeva una tale supplichevole attesa di un po’ d’amore.
E poi lui, Etienne Lantier.
Giovane, certo.
Proviene dal popolo, non ha grande cultura.
Ma vede la vita dei minatori e comincia a porsi delle domande, queste, così come le ha scritte Zola.

Perché la ricchezza degli uni? Perché la miseria degli altri? Perché questi erano calpestati da quelli, senza la speranza di poter prendere il loro posto?

La miniera, la crisi e la compagnia mineraria che per fronteggiare le difficoltà decide una riduzione dei salari.
Salari di gente che già è allo stremo, s’intende.
I minatori non ci stanno, è lo sciopero.
Ed Etienne? Lui è il primo, parla al Direttore spuntandogli in faccia queste parole:

E’ forse onesto, ad ogni crisi, lasciar morir di fame gli operai per salvare i dividendi degli azionisti?

Non cede il Direttore, ma nemmeno Etienne.

Piuttosto morire che mostrar di aver avuto torto quando si aveva ragione!

E giunge l’inverno, un freddo nero avvolgeva in un funereo lenzuolo l’immensa pianura, scrive Zola.
Carbone, fumo, inchiostro, notte, nero, sempre questi colori.
Cunicoli, polvere, vanghe, luci fioche, claustrofobia.
E’ l’epica della miniera, nella radura di Pan-des-Dames ci sono quasi tremila minatori, venuti a discutere sull’opportunità di continuare lo sciopero.
Una folla brulicante, uomini, donne e bambini.
Ed Etienne parla, scrive Zola: era il capo banda, l’apostolo che annunciava la verità.
Ed Etienne urla:

– La miniera vi appartiene è di voi tutti che da un secolo l’avete pagata col sangue e la miseria!

E in quell’aria glaciale appariva un furore di visi, di occhi lucenti, di bocche spalancate, tutta una moltitudine smaniante di uomini, donne, ragazzi affamati,lanciati al giusto saccheggio degli antichi beni di cui erano stati derubati.

L’epica della miniera.

Molte frasi oscure erano loro sfuggite, non sentivano nemmeno quei ragionamenti tecnici e astratti; ma la stessa oscurità astratta allargava ancor di più il campo delle promesse, le elevava in una luce luminosa.

Una luce luminosa, la speranza, e poi la realtà nera, cupa, funerea come il fondo della miniera.
Questa è l’epica, nelle metafore, nei colori, nei contrasti.
E l’amore? L’amore è lindo, tenue, pulito.
E l’amore tra Catherine ed Etienne sarà svelato e scoperto laggiù, nel fondo del fondo di quei cunicoli bui.
E’ il culmine, l’apice della tragedia.
E sta a voi scoprire cosa accadrà alla piccola Catherine che se ne sta laggiù, sommersa dall’acqua, imprigionata a causa di un crollo, tremante e stremata, che cerca conforto tra le braccia di Etienne.
Un combattente, un eroe del popolo, un idealista.
Un giovane che stringendo a sé colei che ama, ripete lentamente:

– Niente è finito per sempre, basta un po’ di felicità perché tutto ricominci.

Denise Baudou, il trionfo della bontà

Questa è la storia di Denise Baudou, creatura buona e generosa,  protagonista del romanzo  “Al paradiso delle signore”, che Emile Zola pubblicò nel 1883.
Per raccontarvi di lei ho scelto questo titolo  in opposizione a quello che diedi  al mio articolo dedicato a Gervaise Macquart, indimenticabile eroina dell’Assomoir, per la quale la bontà fu, fatalmente, una sventura.
Si notano molte differenze tra queste due opere, entrambe parte del ciclo dei Rougon-Macquart, sia nell’ambientazione che nel carattere primario delle figure che vi sono descritte.
Non ci sono, in questo libro, né bettole né ubriaconi, Denise si muove in ben altro mondo.
E mentre l’Assomoir appartiene al filone di romanzi nei quali la predestinazione verso il male e la sciagura, verso la corruzione e la perdizione, è più forte delle buone intenzioni dei protagonisti, il testo che invece narra la storia di Denise si inserisce in tutt’altro scenario.
E mentre Gervaise, a causa della sua bontà, è destinata a precipitare in un gorgo, la grandezza di cuore di Denise riceverà il suo meritato premio e per lei si prospettano l’ascesa e il successo.
Eppure anche a Denise è toccata la sua parte di sfortuna.
Al principio del romanzo, assistiamo al suo arrivo a Parigi, dove la ragazza si reca presso uno zio sperando di ottenere un aiuto.
Denise è giovane, mingherlina, non particolarmente attraente e porta in dote due fratelli minori, dei quali si fa carico da quando entrambi i genitori sono mancati.
Lo zio ha una piccola bottega, ma gli affari non vanno troppo bene, come capita a molti altri piccoli commercianti.
Questo, parallelamente allo snodarsi della vicenda umana e personale di Denise, è l’altro tema del romanzo ed è assai più attuale e moderno di quanto ci si aspetterebbe nel leggere un libro di più di cent’anni fa.
Il Paradiso delle Signore è un grande magazzino di proprietà di Octave Mouret: vende abiti, stoffe, mantelle, pizzi, guanti, accessori, insomma ogni ben di Dio per le signore e signorine amanti dell’alta moda.
Fioriranno uno dopo l’altro nel centro di Parigi, lungo i suoi boulevard, questi magasins de nouvetés, con i loro scaffali ridondanti di merci di ogni genere.
E intorno, per i piccoli commercianti è la rovina.
Lo racconta lo zio di Denise con queste parole:

Stai a sentire: il Bedorè e sua sorella con il negozio di cuffie e berrette in Via Gallion, hanno già perso una buona metà clienti. Dalla Tatin che ha la bottega di biancheria in Galleria Choiseul, son costretti a ribassare i prezzi, a fare a chi vende per meno.

Tutta colpa di quel Mouret, è certo.
Il quale si può permettere persino le offerte speciali, maledetto!
Interviene la moglie nella conversazione e ribadisce che la faccenda ha dell’incredibile. Là al Paradiso delle Signore c’è persino un reparto per i guanti! Ma ci si può credere? E gli ombrelli? Insieme alle stoffe? Che idee! Ah, ma Bourras, che ha una piccola bottega di ombrellaio, terrà duro, si sbaglia quel Mouret, se crede che gliela darà vinta tanto facilmente.
Octave Mouret è un affarista, un imprenditore lungimirante e privo di scrupoli.
In tutto il corso del romanzo si darà da fare per acquisire i terreni su cui sorgono i piccoli negozi ed ingrandire così il suo regno e loro, le vittime del progresso che avanza e schiaccia inesorabilmente il più debole, lotteranno fino al stremo per i loro diritti calpestati.
E’ un seduttore, Octave, uno che di donne ne ha quante ne vuole, si diletta spesso e volentieri tra le dipendenti del Paradiso.
E lì, tra loro, arriva anche Denise.
Trova una sistemazione per i fratelli e, contro il parere dello zio, va al lavorare come commessa dal nemico di tutto il quartiere.
Dormirà, insieme ad altre colleghe, in una delle stanzette ricavate dal solaio, destinate alle ragazze che a Parigi non hanno famiglia.
E non avrà vita facile la giovane Denise: al reparto presso il quale è addetta, tra pari, sono all’ordine del giorno gli sgarbi, la prevaricazione ed il pettegolezzo e lei, più di una volta, dovrà difendere se stessa e il suo buon nome.
E’ virtuosa Denise, è una che lavora sodo senza scendere a compromessi e non aspira, neanche a pensarci, a risolvere le angustie della sua esistenza diventando l’amante di qualcuno.
No, è di tutt’altra pasta Denise, è una che stringe i denti e va avanti, nonostante tutto.
Ma entriamo insieme dove lei lavora, al Paradiso delle Signore, il tempio del lusso e del consumismo.
Oh che grandezza! E quanta gente!
E’ quel che ci vuole, per far funzionare un posto così. Gente da tutte le parti, Mouret voleva frastuono folla, vita, perché la vita, diceva, attira la vita.
E dovevate vedere la calca, per la fiera del bianco! E che splendore l’atrio con il pavimento fatto di cristalli e le gallerie, dai nomi poetici, paese boreale, contrada nevosa.
E poi bianchi promontori di tela e di lino, asciugamani, lenzuoli, bottoni di madreperla, una decorazione interamente creata con calze di lana e poi cappellini a decine e coperte, nastri, trine, merletti. E ancora tende, mussoline, veli, sete!
Ed ovunque bianco, niveo, candido, accecante.
E la folla che rapida sciamava per le sale, scrive Zola, sembrava nera, come in una gigantesca, spettacolare pista di pattinaggio.
Zola, come sempre era solito quando scriveva i suoi romanzi, passò giorni e giorni nei grandi magazzini di Parigi, annotando, prendendo appunti di ciò che vedeva, riproducendolo poi in questo suo capolavoro.
E’ una fiaba moderna il Paradiso delle Signore e la vicenda Denise, come da copione, avrà il suo lieto fine.
Pur essendone innamorata sarà lei, l’unica, a respingere Octave, uomo certo poco aduso a ricevere dei rifiuti.
E dopo aver tollerato angherie di vario genere, la ragazza diventerà caporeparto al Paradiso delle Signore.
Ha le idee chiare Denise, è dolce, buona ma determinata. E sa farsi rispettare: ad una cliente che la fa impazzire con una mantella dice candidamente che il solo motivo per cui non le dona è perchè la signora è in sovrappeso.
Sfacciata ed impudente, la ragazza di provincia!
Ed è lei che Octave vuole, ed è lei che chiede in moglie.
Accadrà nelle ultime righe del romanzo, come si conviene ad una fiaba, con la promessa che il futuro sarà luminoso e felice.

Gervaise Macquart, la sventura della bontà

Io non sono ambiziosa, non pretendo molto… il mio ideale sarebbe lavorare tranquillamente, avere sempre un pezzo di pane da mangiare, un buco pulito dove dormire, con un letto, un tavolo, due sedie, nulla di più… Ah, vorrei anche allevare i miei bambini, e farne dei bravi cittadini…”

Benvenuti a Parigi, nel quartiere della Goutte-d’Or, dove abita Gervaise Macquart, una donna dai desideri tanto semplici quanto irrealizzabili.
E’ il 1876 quando Emile Zola dà alle stampe, sotto forma di romanzo di appendice, un libro che farà scalpore e farà gridare allo scandalo per la sua crudezza e per i temi di cui tratta.
Il suo titolo è Assomoir, ovvero l’Ammazzatoio, nome di una bettola presso la quale tutti i protagonisti del libro, loro malgrado, approderanno.
E’ giovane Gervaise, ha solo ventidue anni ed è una fanciulla esile, bionda e gradevole, affetta da una leggera zoppìa che rende la sua andatura claudicante.
Fa la lavandaia e ha un uomo, il cappellaio Lantier, che la trascura e si approffitta di lei.
Con lui ha avuto due figli, Claude ed Etienne, che saranno protagonisti di altri due memorabili romanzi di Emile Zola, L’ Opera e Germinal.
E’ la tecnica dello spin-off, comune nei moderni serial televisivi hollywoodiani e che consiste nel presentare un personaggio che sarà a sua volta protagonista di una nuova serie.
Più di un secolo fa, da consumato regista delle vicende umane, Emile già utilizzava questo stratagemma, lo usò in ognuno dei capolavori che compongono il ciclo dei Rougon-Macquart, una monumentale saga famigliare scritta seguendo i dettami del romanzo naturalista, di cui Zola è rappresentante indiscusso.
E’ dolce Gervaise e ha quei sogni, quelle aspirazioni banali, per i quali lotta con tutte le sue forze.
E’ dura la vita con Lantier, lui è pigro, svogliato, addirittura una mattina non torna più a casa: ha scelto altrimenti, se n’è andato con Virginie.
Memorabile l’incontro tra le due donne al lavatoio e la zuffa che ne seguirà.
E’ un maestro Zola, se leggerete questo libro sarete spettatori di un film con una sceneggiatura impeccabile e vi sembrerà di essere proprio lì, tra queste due donne che scarmigliate si prendono a male parole, e si lanciano addosso insulti e secchiate d’acqua, sentirete l’odore del sapone e vi sembrerà di udire forti e sguaiate le urla di incoraggiamento delle altre donne, sarete voi stessi immersi nel trambusto di quel lavatoio parigino.
E poi, usciti da lì, accompagnerete Gervaise all’Assomoir di Papà Colombe: è seduta al tavolo e gusta le prugne all’acquavite insieme a Coupeau, uno zincatore che sarà il nuovo compagno.
Non è meglio di Lantier, a dire il vero, ma da principio ha per Gervaise certe attenzioni e gentilezze che toccano il cuore buono di questa donna così giovane e già così provata dalla vita.
E’ una che si ammazza di lavoro Gervaise, una che mette il suo ideale di pulizia e di onestà sopra ogni cosa.
Si sposeranno Coupeau e Gervaise, e voi sarete testimoni di uno spassoso festeggiamento.
Vi porteranno al Louvre e come ve la godrete questa passeggiata tra le opere d’arte con Gervaise, il suo nuovo marito ed il corteo dei loro amici strampalati, quasi vi vergognerete delle loro reazioni.
Santo cielo, quanti quadri e che freddo in quel museo!
E come strabuzzano gli occhi i nostri visitatori, Coupeau, compiaciuto, osserverà che la Gioconda somiglia ad una sua zia.
E poi i nudi di Rubens, che risate davanti a quelle figure discinte e quasi scandalose. E accidenti, per poco non si rimane chiusi dentro, con tutti quei corridoi.
C’è una corte di personaggi secondari in questo romanzo, impossibile ricordarli uno per uno.
Tra tutti vi presento i Lorilleaux, cognato e sorella di Coupeau, benestanti e un po’ maligni verso la nostra eroina, definita da Madame Lorilleaux la sciancata.
Lavorano l’oro i Lorilleux, in un appartamento che, in uno spazio angusto, include anche il loro laboratorio e quando lascerete la loro casa sarete costretti a fare come Gervaise, a guardarvi sotto le scarpe per controllare che frammenti del prezioso metallo non vi siano rimasti attaccati alle suole.
Coupeau e Gervaise, l’amore, la quotidianità, il lavoro.
Avranno una figlia, Nanà, destinata essa stessa ad interpretare un altro romanzo di Zola e che, già nell’Assomoir, dimostrerà di che pasta sia fatta e darà già cenni della strada che deciderà di percorrere, per riscattarsi dal suo passato, diventando una mantenuta di lusso.
Gervaise, intanto, insegue il suo sogno e apre una lavanderia: una bomboniera dai colori pastello, sui toni del celeste, con la tappezzeria con i convolvoli e le tendine di candida mussolina, l’invidia del quartiere.
E’ buona e generosa Gervaise e, quando vede i poveri tremanti per il gelo in mezzo alla strada, offre loro riparo dal freddo.
Ci tiene la lavandaia a mettere in mostra il suo successo.
Per il suo compleanno terrà un pranzo luculliano nel suo negozio e ai suoi ospiti offrirà delizie da far venire acquolina in bocca. Verrà anche a voi, sappiatelo, vedrete la tavola imbandita con una leggendaria oca arrosto, ci sarà la fricassea e la lombata di maiale con le patate, i piselli al lardo, il vino scorrerà a fiumi in quel banchetto che si svolge sul tavolo da lavoro: la porta del negozio è socchiusa e dalla strada la gente sbircia, invidiosa, le fortune della signora Coupeau.
Che abbondanza e che rumore attorno a quella tavola, che vociare, con tutti quei bambini e quegli ospiti.
Gervaise ha delle dipendenti e gli affari le vanno bene, ma sarà breve la sua felicità.
Infatti Coupeau, nello svolgimento del suo lavoro, è caduto da un tetto, e i postumi di questo incidente avranno conseguenze sul futuro di Gervaise, la sua esistenza cadrà a precipizio verso la miseria e la sventura.
Vi sarà, improvviso il ritorno di Lantier, e i due uomini faranno comunella per le loro bevute all’Assomoir e, in una improbabile convivenza, si divideranno i favori di Gervaise, che intanto, piano piano, precipita verso la rovina.
Perde i clienti, la sua bottega, un tempo scintillante, a poco a poco comincia a cadere a pezzi, sarà costretta a cederla e a svolgere i lavori più umili, per poter sopravvivere finirà persino sulla strada.
Camminerà nel fango, nelle strade buie e polverose di Parigi, si ubriacherà di alcool, laggiù, all’Assomoir, si trascinerà, zoppicante e sofferente, verso il suo destino già scritto.
E nel suo viaggio perderà entrambi gli uomini che ha amato, due profittatori immeritevoli di tanto sacrificio,  incapaci di ripagarla dell’affetto che lei desidera, che non le hanno risparmiato né botte né dispiaceri.
Solo Goujet, il fabbro, non smetterà mai di amarla: la conosce da sempre e nutrirà per lei la stessa passione degli anni giovanili, non la vedrà disfarsi, divenire grassa e sgraziata, ma la guarderà sempre con gli occhi del perduto amore.
E’ tangibile il crollo esistenziale di Gervaise e Zola, nel delinearlo, usa un artificio di sapienti metafore difficili da eguagliare.
Ed infatti se la sua ascesa e i giorni della sua opulenza avevano come scenario quel suo candido negozio a piano strada, dai colori tenui e puliti, la sua caduta corrisponde ad una vergognosa salita verso l’alto, in un buco con un pagliericcio, un tempo abitato da un becchino, dove Gervaise finirà i suoi giorni.
Questa opera di Emile Zola è un romanzo di devastante bellezza e la sua eroina, caparbia quanto sfortunata, lascerà un segno indelebile e profondo nel vostro cuore.
Quando salirete le scale, insieme a lei, verso quel suo rifugio al sesto piano, la sentirete ridere della sua sventura, che amarezza tutti quei sogni infranti.
Scrive Zola:  Ah, è proprio vero, nella vita anche se si hanno le aspirazioni più modeste, le cose vanno sempre a rotoli!
Chiuderete il libro, con una certa tristezza  per il suo finale.
Ma forse, anche a voi, capiterà ciò che è successo a me.
E di tanto in tanto, vi verrà il desiderio di seguire Gervaise che, ansiosa, gira per le strade di Parigi in cerca di Lantier, di assistere ad un tafferuglio tra lavandaie dentro ad un lavatoio, di fare un giro dentro al Museo del Louvre, di andare a trovare i signori Lorilleux nel loro bugigattolo.
Sarete graditi ospiti di Gervaise Macquart, la lavandaia di Rue de La Goutte-d’Or.