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Posts Tagged ‘Salita Santa Caterina’

Bisognerebbe saper seguire il contorno dell’ombra, quella linea perfetta che il sole disegna per terra.
Senza sconfinare, seguendo soltanto la traccia.
Là, dove la luce si getta giù in mezzo alle strade.

O anche dove rimbalza sopra i gradini, scivolando via.
Restare nell’ombra.

Seguire quel contorno indefinito, zigzagare in Via della Maddalena, poi laggiù in fondo vince l’ombra e tutto avvolge.
E ancora oltre come sarà? Devi andare a vedere.

Bisognerebbe camminare su quella linea come se fosse un filo teso sotto i piedi.
E quando arrivi in fondo, salta dall’altra parte, ancora nell’ombra.

Ci sono posti, poi, dove ti fermi.
E resti immobile e attendi.
E davanti a te ci sono la luce e l’ombra.

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Chiarori d’autunno in una via del centro di Genova.
Ogni volta che mi capita di passare in Salita Santa Caterina lo sguardo inevitabilmente cerca le bellezze di Salita Dinegro, ieri mattina questi erano i suoi colori travolti da una luce brillante.

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Gradino dopo gradino, fino in cima.

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Mentre il sole accarezza i muri e ravviva i toni.

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Alle mie spalle lo scorcio di Piazza Rovere.

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E poi la luce proietta a terra un disegno perfetto dai contorni definiti.
Io amo seguire il sole su per queste strade, non sai mai cosa potrai trovare.

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E ancora si sale.

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E mi guardo indietro mentre un bagliore intenso scintilla sotto le persiane aperte e al di là delle ardesie.

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E alcuni vetri diventano una magia di riflessi.

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Sguardi severi vigilano su certi portoni.

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E il calore lucente accarezza questi magnifici scalini delle Superba.

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Su un terrazzino, avvinghiata ad una ringhiera, la bandiera di Genova attende la potente tramontana per sventolare libera nell’azzurro.

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Non sono l’unica a seguire il sole, in Salita Dinegro ho trovato una farfalla posata su un gradino.

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Un volo, un battito d’ali, la leggerezza.
Ho seguito anche lei, su e giù per la salita.

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Una farfalla di novembre in queste giornate di autunno inaspettatamente calde.

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E ritorno ancora sui miei passi, guardando oltre l’archivolto.
Tra giallo e ocra, questa è una delle più incantevoli prospettive genovesi.

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Ancor più bella quando il sole la illumina e la inonda con il suo brillante chiarore e scende giù, gradino dopo gradino.

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Ritorna oggi la voce di Francesco Dufour con le memorie tratte dal suo diario, trovate qui tutti gli articoli già pubblicati.
Si parla ancora di moda e della classe dei gentiluomini di un altro tempo, questo argomento è ampiamente trattato dal nostro sagace autore e così dedicherò al tema un ulteriore articolo.
Pronti ad andare a passeggio? Che stile questi signori di un’altra epoca!

Allora i signori dignitosi avevano la pelliccia; papà ne aveva una di orsetto con un fastoso collo di “loutre”, si portava in generale con frac e cilindro.
Allora, alle premières si andava in frac ed alle repliche in smoking.
A volte papà mi mandava a comprare una chiave, cioè l’ingresso ad un palco, la vendeva un ometto che stava in fondo a Salita Santa Caterina, dove si scendono alcuni gradini.

Salita Santa Caterina (2)

Lo spettacolo incominciava alle nove ed io ho il ricordo di un disagio che proveniva dal fatto che, appena finito di mangiare, si doveva partire con il boccone in bocca.
Poi c’era il fastidio del plastron inamidato sullo stomaco; inoltre io, essendo il personaggio meno importante, dovevo stare dietro a tutti tirando il collo per vedere qualcosa.
Negli intervalli si andava a pavoneggiarsi nel foyer.
Una sera un amico si fece vedere nel foyer portando sotto braccio un gibus, quello che i francesi chiamano anche chapeau claque: è un cilindro con una molla che permette di appiattirlo fino alla tesa.
In Via Carlo Felice il camiciaio Devoto mi disse che nelle sere in cui al Teatro c’era un veglione il negozio restava aperto tutta la notte e i bellimbusti venivano durante la festa a mettersi un colletto nuovo.

Via Carlo Felice

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

I colli degli abiti da sera erano molto difficili da stirare in casa e per le grandi occasioni si comprava un colletto nuovo.
Le persone austere e qualche elegantone portavano la bombetta non solo con l’abito da cerimonia ma anche abitualmente, il suo uso finì quando io ero ragazzo.

Circonvallazione a Mare

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Prima della guerra avevo anch’io lo smoking bianco, era di un tessuto di seta operata di cui non ricordo il nome.
Ricordo che lo inaugurai quando aprirono il ristorante del Grattacielo ma ebbi pochissime occasioni d’indossarlo.
C’era anche il bolero, o spenser tipo Academista ma era usato da pochi, gli inglesi lo chiamano Monkey Jacket.
Con l’abito da sera si portavano le scarpe di pelle glaceé, c’erano anche degli scarpini scollati detti pumps ma io non li ebbi mai.

Acquasola

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Da ragazzo io dormivo con la camicia da notte che oggi sembra comica ma in realtà era comoda perché lasciava il corpo libero.
In occasione di un viaggio per mare con uno dei vapori Mamà mi fece fare alcuni pigiami, in principio mi pareva di dormire vestito, poi mi abituai.
C’è un vecchio detto: la Bella Époque era bella ma scomoda.

Circonvallazione a Mare (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

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Il vetro antico, a volte, può essere spesso e opaco.
E così se guardi attraverso quel vetro vedrai gli anni trascorsi, il tempo perduto, le cose che non sono più e quelle che ancora si conservano.
Una bottiglia, si potrebbe usare per inviare un messaggio, basterebbe posarla sull’acqua, dappima galleggerebbe incerta e poi inizierebbe il suo avventuroso viaggio.
Una bottiglia così secondo me potrebbe giungere in un’altra epoca, tra le mani di chi l’ha posseduta.
Una bottiglia.
Intatta, adesso, dopo settimane, mesi, stagioni ed anni.

Bottiglia

Si trova esposta nella vetrina del tappaio Luico, un negozio dalla storia antica che vi ho già raccontato in questo post, se non la conoscete ne resterete affascinati.
E ho pensato che meritasse di essere protagonista per un giorno, la piccola bottiglia non è in vendita e viene giustamente conservata come un tesoro prezioso.
Cose che piacevano ai nostri nonni, cose che piacciono a me.

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Salita Santa Caterina, una via sospesa tra due mondi, da una parte i caruggi, dall’altra l’ottocentesca Via Roma.
Oggi strada di bei negozi e del passeggio, la salita ariosa assai frequentata dai genovesi ha una storia lontana.

Salita Santa Caterina (2)

La via fu un tempo un boschetto sacro, questo è il significato del latino Luculus dal quale deriva la denominazione della nostra Via Luccoli che nel 1127 costituiva insieme a Salita Santa Caterina un’unica strada che giungeva fino a Soziglia.
E poi vennero tempi duri, i genovesi furono costretti a difendersi dal nemico e nel 1155, con l’alacre concorso di tutto il popolo, furono erette le possenti Mura del Barbarossa, in cima alla nostra Salita fu edificata la Porta di Murtedo, così la zona divenne Contrata a Porta Murtedi.

Salita Santa Caterina (7)

Mutò nuovamente nome nel 1272 e fu chiamata Salita di San Germano in onore di una chiesa che lì si trovava.
Le strade della città seguono spesso i percorsi della fede, così è stato anche per questa via che fu intitolata a Santa Caterina nei primi anni del ‘300, in quanto lì c’era un monastero dedicato a Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto.
Strada di Rolli e di dimore nobiliari, nell’atrio del Palazzo di Giorgio Spinola trionfa uno splendido ninfeo.

Salita Santa Caterina (5)

Salita Santa Caterina (8)

Portali scolpiti magnificamente, affreschi e stucchi: nel primo tratto, salendo da Piazza Fontane Marose, per ammirare i dettagli delle facciate occorre tirare la testa indietro, sono le impervie prospettive di Genova che rendono questa città così affascinante.

Salita Santa Caterina (4)

E poi guardate il cielo, sempre.

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Salita Santa Caterina (6)Nel palazzo di Tommaso Spinola lavorarono Andrea Semino e Luca Cambiaso.

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E poi entri nel portone e tutto è bellezza e meraviglia.

Salita Santa Caterina (10)

Salita Santa Caterina (10a)

Strada di angeli che reggono cartigli.

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Dolce salita crocevia di sestieri.
Se vi fermate all’altezza di di Piazza della Rovere vedrete le targhe relative a quelli di  Molo, Maddalena e Portoria, quest’ultima si trova a fianco della Madonna della Misericordia che veglia sul cammino dei passanti.

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Strada di devozione di popolo, sempre.

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Strada che si apre e diviene più ampia e luminosa.

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Strada di patrizi e di pie monache, ma in Salita Santa Caterina un tempo avreste potuto incontrare anche gli incappucciati, sapete?
Oh, non spaventatevi!
Sono i disciplinanti di San Giacomo delle Fucine che un tempo avevano qui il loro Oratorio sorto per merito di un generoso tintore di nome Giovanni Clavarino che nel 1419 donò i denari necessari per la costruzione dell’edificio.
Fermatevi nei pressi di questo palazzo, come potrete notare anche qui ci sono finestre dipinte, ora sapete  perché!

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Attualmente l’Oratorio non esiste più ma se prestate attenzione potrete ancora incontrare i membri della confraternita, la loro immagine si trova su un’antica lapide sita sopra al civico 21 r.

Salita Santa Caterina (17a)
Sul marmo si legge una data, 1574, c’è una croce e si distinguono le figure di due disciplinanti, entrambi incappucciati: uno ha un braccio alzato in un gesto ieratico, l’altro stringe in mano il flagello.

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E prima che me lo chiediate, sorvoliamo sui fili elettrici a vista, che dispiacere trovarli così!
Strada che diede i natali ad illustri personaggi che poi trovarono il loro destino altrove.

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E mentre camminate soffermatevi ancora davanti a questo edificio.

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Qui nel 1854 nacque Giacomo della Chiesa destinato a divenire Papa con il nome di Benedetto XV, un’epigrafe ricorda la sua nascita.

Salita Santa Caterina (22)

La salita nella sua parte superiore è più ampia e luminosa, lì un tempo c’era il ponte dell’Acquedotto che venne abbattuto per lasciar spazio ai fasti di Via Roma.
Strada di belle vetrine e di negozi eleganti, ma com’era nel passato?
I negozi sono lo specchio dei tempi, sfogliamo insieme la guida Pagano del 1926 dove troviamo l’elenco degli esercizi commerciali dell’epoca.
C’era la bottega di pizzi e ricami delle sorelle Zelano, immagino che le fanciulle in età da marito venissero qui per arricchire i loro corredi!
C’era Valentino Villa che vendeva vini e il droghiere Rondanina.
E poi ancora una sartoria e un fabbricante di guanti, una teleria e una merceria.
E c’era una gloriosa istituzione genovese: il tappaio Luico, fabbricanti di turaccioli dal 1855.
Tuttora esiste questo bel negozio, in vetrina esibisce tappi di sughero, bottiglie e corde.
E se non ci siete mai entrati vi consiglio di farlo, troverete persone orgogliose della propria storia famigliare, del loro negozio ho già parlato in questo articolo.

Luico (12)

Una città, una strada e le tracce del suo passato glorioso.
E vi porto con me a una serata di gran gala, al 28 dicembre 1869.
Accomodatevi in sala, ci sono tutte le grandi personalità della città e che eleganza sfoggiano le signore!
Si scorgono abiti sontuosi e acconciature regali, il pubblico è in trepidante attesa: si inaugura la Sala Sivori.
E’ un evento musicale di grande rilievo in questa sala che diverrà cinematografo, verranno proiettati qui i primi film frutto della geniale invenzione dei Fratelli Lumière, in tempi più recenti diverrà poi il cinema Palazzo.
Ma questa è la sera del primo spettacolo, in sala si bisbiglia, c’è una certa impazienza.
Il concerto si apre con l’orchestra che esegue in maniera mirabile un’armoniosa sinfonia, poi la platea ascolta con grande interesse il discorso tenuto dal Marchese d’Arcais, un’ampia dissertazione che verte sui differenti generi musicali e sulla necessità di valorizzare la cultura musicale.
E giunge infine il grande momento.
Sul palco, con il suo violino, sale il celebre allievo di Niccolò Paganini, Camillo Sivori, a lui è dedicata la sala.
E le note di Mendelssohn affascinano e trascinano gli spettatori, tutti i presenti ascoltano in silenzio.
Accadde qui.
Nella strada delle monache e dei flagellanti, dei patrizi e dei bottegai.
Nella salita che un tempo fu un boschetto.

Salita Santa Caterina (23)

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Tra i negozi storici della Superba certo non può mancare questo, il tappaio Luico, una botteghetta che emerge orgogliosa tra le fastose vetrine di Salita Santa Caterina.


E quando dico storico lo intendo nel vero senso della parola, come testimonia questa immagine che ritrae i suoi antichi proprietari.

Di recente sono stata a trovare il Signor Carlo Luico e la sua gentilissima moglie, che mi hanno accolto nel loro caratteristico negozio e mi hanno mostrato meraviglie delle quali ignoravo l’esistenza. Eh, le cose antiche, le tradizioni, qui si conservano tenacemente e caso mai non lo sapeste, circostanza improbabile per i genovesi, un cartello vi spiega quali siano le merci in vendita in questo negozio.

Ed eccolo il negozio, pieno zeppo di oggetti, di ricordi, di tesori e degli strumenti che appartengono a un’arte assai più complessa di quanto si possa immaginare.

Questa bottega è qui da generazioni, venne aperta nel 1855 ed annovera tra i suoi clienti niente meno che Giuseppe Garibaldi.
Garibaldi entrò e si accomodò su una sedia, poi fece i suoi acquisti.
Nel 1879 ricevettero una medaglia d’argento per i sugheri da loro prodotti e la storia che mi è stata raccontata è ricca di fascino e di meraviglia.
Un tempo i negozi erano due, l’altro, ormai chiuso, si trovava in Via del Campo.
I Luico producevano i dischetti per le conserve Arrigoni, prima della II Guerra Mondiale avevano una fabbrica, in Vico delle Fucine, dov’erano impiegate dieci ragazze.

Possedevano dei boschi a Finalmarina e da quegli alberi ricavavano il sughero.
Procedimento tutt’altro che semplice!
Il sughero si taglia ogni certo numero di anni, il Signor Luico mi ha spiegato che bisogna tagliare al massimo 1/3 o del tronco o della pianta.
Segue la stagionatura, di ben 14 mesi e poi la bollitura, che i Luico effettuavano in enormi caldaie di rame.
Il sughero va bloccato con delle catene, in modo che non venga a galla.
La bollitura, a quanto pare, serve per sterilizzare, per eliminare quei microrganismi che si trovano all’interno.
Se per caso il vostro vino sa di tappo, sappiate che la causa è un’errata bollitura, chi vi ha venduto il vino, quindi, non ha usato un tappo di qualità.
Quante cose ho imparato dal signor Luico!

E qui, nel suo bel negozio, ecco tutte le tracce del tempo passato.
I contenitori color verde scuro.

Un’antica bilancia.

E un metro, sul quale sono apposti dei timbri.
Era una gabella che si pagava fino a pochi anni fa, il commerciante doveva portare il metro, si controllava che fosse della lunghezza giusta e quindi si apponeva il timbro.
E quanti ne ha questo metro!

C’è un cassetto, con le etichette dei vini.

E poi altre etichette da mettere sulle vostre bottiglie.

Ed ecco le corde.

Al muro è appesa un’onorificenza assegnata al negozio per i suo 98 anni.

La signora mi ha raccontato che quando suo suocero le lasciò il negozio le disse queste parole: ti lascio poca cosa, ti lascio il mio negozietto. Tienilo bene, ti aiuterà nella vecchiaia.
E no, la signora lo sa, non è affatto poca cosa!
E poi il signor Luico ha estratto un attrezzo che io proprio non avevo mai visto, è un antico perforatore di tappi, con le varie misure.
Sapete, vedere all’opera quest’artigiano è stato stupefacente, un lavoro certosino, certo non sa farlo chiunque.

Ed eccolo il tappo, sapientemente perforato.

Tra i vari clienti si annovera anche Gilberto Govi.
Si faceva costruire dai Luico oggetti in sughero per le sue coreografie, si narra di cosce di pollo e di ravioli prodotti da Luico e portati in scena da Govi il quale, da buon genovese, invece di pagare in contanti lasciava dei biglietti per il teatro.
Eh, poi dicono che siamo tirchi!
C’è una bella atmosfera in questo negozio, ci sono sacchi di tappi ovunque, e poi ci sono loro, i Signori Luico, genovesi purosangue, accoglienti e molto simpatici.
Mio padre imbottigliava il vino, e si serviva in questo negozio, generazioni di genovesi lo hanno fatto, fin dal lontano 1855 ed è davvero bello che questa bottega sia ancora qui, esattamente così com’è.
Poco prima che lasciassi il negozio è entrato un cliente.
Ha fatto il suo acquisto, due chiacchiere con i proprietari, poi ha aperto la porta, ha sorriso e ha detto: se vedemmu!
Siamo a Zena, nel cuore della Zena più vera.

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