Il Palazzo dei Pagliacci

Non mancano mai, a Genova, le ragioni per stupirsi, i suoi quartieri celano infatti autentici gioielli testimoni di architetture del passato.
A Sampierdarena vi invito ad andare a cercare il civico numero 55 di Corso Martinetti, è un edificio che si distingue da tutti quelli che lo circondano ed è davvero meritevole di menzione.
Si tratta del Palazzo dei Pagliacci del quale, purtroppo, non è noto il nome del progettista, la costruzione sembra comunque risalire al 1905.

Su questo edificio ho trovato alcune notizie in due pregevoli pubblicazioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Genova e Imperia Banca Carige: il primo volume è “Il Mito del Moderno – La Cultura Liberty in Liguria” nella parte scritta da Pietro Millefiore, il secondo libro è invece “Genova e l’Europa Continentale – Opere, artisti, committenti e collezionisti” dove trovate un testo scritto da Caterina Olcese Spingardi.
Così si svela il Palazzo dei Pagliacci, una mirabile eccezione tra le architetture liguri e genovesi, si tratta infatti di un edificio in stile secessionista e chi lo progettò pare essersi ispirato alle architetture viennesi della scuola di Otto Wagner.

Così il portone è arricchito di raffinate decorazioni con motivi floreali.

E ancora petali, intrecci, foglie e simmetrie.

E ancora fiori e armoniose verticalità.

Riguardo al nome decisamente insolito attribuito all’edificio sembra che si riferisca a qualche decorazione ormai perduta ma i pregiati testi da me consultati non forniscono alcuna spiegazione in merito.
Motivi verticali e curvilinei si alternano e compongono uno stile unico e davvero particolare non soltanto nell’ambito genovese.

Non mancano mai, a Genova, le ragioni per meravigliarsi: se passate a Sampierdarena alzate lo sguardo e ammirate anche voi il Palazzo dei Pagliacci.

I ricami della zia

I ricami della zia sono sempre stati i più belli di tutti, almeno così è per me.
La zia era una persona vivace e creativa e di lei e delle sue molte doti qualche volta vi ho già raccontato: lei era un’appassionata lettrice, un’apprezzata insegnante di inglese, una viaggiatrice curiosa, una cuoca sopraffina, un’amante della natura, delle piante e del mare.
La zia poi era abilissima con i lavoretti manuali: faceva il decoupage e l’uncinetto, a volte si dilettava volentieri con il biedermaier ed ho ancora la memoria olfattiva di quel profumo di aranci e chiodi di garofano di certe sue creazioni.
La zia era anche una provetta ricamatrice e prediligeva lo stile vittoriano così nel corso del tempo confezionò certi grandi e splendidi cuscini con soggetti floreali.
I ricami della zia erano vari e bellissimi: greche, alfabeti, animaletti, farfalle, rose profumate e stelle marine, personaggi dei cartoni animati e molto altro ancora.
La zia non stava mai con le mani in mano, è sempre stata un esempio di allegria ed entusiasmo.
La zia abitava a Sampierdarena, lei amava moltissimo il suo quartiere per i suoi molti negozi, la zia infatti diceva che sotto casa trovava tutto quello che le serviva senza dover venire in centro.
In quegli anni ‘90 che adesso sembrano lontanissimi andare dalla zia era per me un piacevole rito che mi riservava sempre qualche delizioso manicaretto per pranzo e poi un bel giro sotto i portici di Via Cantore e per le vie di Sampierdarena.
E mi ricordo perfettamente i posti nei quali lei mi portava: erano le sue mercerie, là lei si serviva per le sue creazioni.
Due di questi negozi erano in Via Sampierdarena, là c’era anche una bottega di articoli per i decoupage, il terzo negozietto era in una delle stradine che collegano Via Sampierdarena e Via Cantore.
Tutti conoscevano la zia, tutti la salutavano con allegria perché lei portava allegria in ogni luogo in cui andasse.
E quindi ricordo anche tutti gli acquisti fatti con lei e ricordo che una volta in uno di quei negozi vidi uno schema inglese completo di fili che mi piaceva tantissimo e lei me lo regalò.
E poi mi ricordo che quei pomeriggi erano veramente sereni e piacevoli, ogni ora trascorsa con la zia era semplicemente preziosa.
In una borsina ho certi suoi ricami dal retro perfetto e anche il quadro al quale stava lavorando prima di andarsene: si tratta di una ghirlanda dedicata alle quattro stagioni.
Avevo anche pensato di terminarlo ma poi in effetti la tela ha una trama così fitta ed io non credo di essere brava come la zia con ago e filo.
Conservo quel ricamo con cura insieme ad altre sue delicate creazioni e insieme a quel suo cuscinetto puntaspilli di gusto vittoriano sul quale ho lasciato appuntate le spillette da balia proprio come le aveva messe la zia e a pensarci mi sorprende persino constatare che siano lì da così tanti anni.

Ai Bagni di Sampierdarena

Siamo così nella stagione calda, è tempo di crogiolarsi a sole e anche di viaggiare nel passato della Superba, in quei giorni che non abbiamo vissuto.
Tic tac, tic tac, com’era diversa la vita al principio di un altro secolo!
Allora si frequentavano anche le belle spiagge di Sampierdarena, quel lungo litorale che con il suo abbraccio accoglieva le onde azzurre del mare.
Sampierdarena era meta di allegri bagnanti: mia nonna era una ragazza del ‘99 e mi raccontava che da giovane si recava spesso su quelle spiagge del ponente con i suoi fratelli e le sue sorelle.
Noi ci andremo con l’aiuto di una cartolina spedita nel lontano 1916, su quel cartoncino spicca la figura di lei: ritta con il suo abbigliamento quasi austero, ecco una gentile signora che si ripara dal sole cocente con un ampio ombrello.

Si resta, seduti sui sassi, con il sorriso sul viso e con i pesanti costumi di lana, sulla spiaggia di Sampierdarena.
E questi sono i gloriosi Bagni di Sampierdarena che certo saranno rimasti nella memoria e nel ricordo dei nostri nonni e di chi ci ha preceduto.

Una piccola folla gioiosa, la spuma del mare che si dissolve sulla spiaggia, il tempo dello svago su quella spiaggia di Sampierdarena che sarà destinata, negli anni, a scomparire.
Un tuffo in mare davanti alla Lanterna: quando mia nonna mi raccontava che andava a fare i bagni lì io rimanevo stupefatta.
La nonna era stata fortunata, io da bambina mica c’ero mai stata così vicina alla Lanterna e il pensiero che qualcuno avesse potuto nuotare in quelle acque e all’ombra del simbolo della città mi sembrava un fatto magnifico e straordinario.

Ai nostri tempi quei Bagni non esistono più, quel lungo tratto di litorale che ospitava i molti stabilimenti di Sampierdarena ha lasciato il posto all’attuale Lungomare Canepa e percorrendo in auto questa strada molto trafficata così vediamo la nostra Lanterna e resta solo da immaginare ciò che un tempo c’era in questa parte di Genova.

Qui cantavano le onde che si frangevano lente nel languore del tramonto, qui i bambini giocavano sui sassi e facevano corse spensierate verso il mare, nel tempo in cui si andava ai Bagni a Sampierdarena.

Sant’Agostino della Cella: una devozione antica

Le cronache narrano di un piccolo tempio costruito da mani rudi e forti di laboriosi pescatori in una località a ponente di Genova: dedicarono quel luogo di fede a San Pietro, patrono proprio dei pescatori e anche di loro che vivevano su quella riva.
Così venne fondata la chiesa di San Pietro d’Arena dalla quale deriva appunto il suo nome la zona di Genova della quale si parla: la nostra Sampierdarena.
In seguito in questi posti si fermarono gli uomini della corte di re Liutprando: nel 725 egli diede ordine di trasferire le spoglie di Sant’Agostino dalla Sardegna a Pavia, la nave che trasportava le sacre reliquie approdò così a Sampierdarena e i resti del Santo vennero custoditi nella piccola chiesa che da allora sarebbe stata intitolata a Sant’Agostino.
Nell’interessante volume dal titolo Storia di Sampierdarena di Tito Tuvo e Marcello G. Campagnol edito da D’Amore Edizioni nel 1975 e da me consultato per approfondire l’argomento si precisa anche che, con tutta probabilità, si trattava di due diverse chiese e, sebbene si riconosca senza dubbio l’esistenza della Chiesa di San Pietro, si sottolinea che l’edificio dedicato a Sant’Agostino fu fatto costruire nelle vicinanze ex novo da Liutprando.

E così lo vedete, è una semplice costruzione, adatta ad accogliere una piccola e devota comunità di fedeli, non è difficile immaginare coloro che si riunivano in preghiera sotto questa antica volta.
Ed è ancora il tempo ad aver sovrastato l’antica chiesetta che attualmente si trova inclusa nella ricca e vasta chiesa di Santa Maria della Cella, attraversando i locali parrocchiali di quest’ultima si accede infatti con facilità a Sant’Agostino della Cella.
E qui, su questi antichi muri, tutto narra di una fede antica, in uno spazio davvero ridotto è racchiuso un particolare misticismo.

E ancora si conservano marmi vetusti e antiche iscrizioni, nei secoli la piccola chiesa subì diversi rifacimenti.

Alle pareti c’erano un tempo alcuni affreschi che sono stati staccati per poterli preservare dalle ingiurie del tempo e sono conservati altrove, spero di mostrarveli in una diversa occasione.
Il tempo scorre ma certi luoghi, sebbene così mutati, continuano a testimoniare il nostro passato.

Nella piccola chiesetta di Sampierdarena c’è anche un marmo sul quale spicca l’aquila simbolo della famiglia Doria che ebbe appunto un forte legame con questi luoghi.

Filtra la luce dalle strette finestrelle, al centro è collocato un semplice Crocifisso.

Pietre, mattoni, testimoni di lontane preghiere e di antiche speranze a noi sconosciute eppure, in qualche modo, ancora presenti.
Non distante dall’ingresso della piccola chiesa di Sant’Agostino della Cella nel giorno della mia visita ho trovato un odoroso cespuglio di rose rosse in fiore: la vita sempre si rinnova e così palpita attorno a queste antiche pietre.

Le ragazze di Sampierdarena

Loro sono le ragazze di Sampierdarena.
A dire la verità non sono poi così certa che tutte loro siano nate e cresciute in questa zona del ponente cittadino, so soltanto ciò che si può leggere a tergo di questa fotografia.
Dunque, siamo nel 1920 a Sampierdarena e una di queste giovani donne si chiama Giuseppina.
E le altre?
È facile supporre che portassero quei nomi dolci così consueti in quel loro tempo come ad esempio Ida, Amalia, Rosa o semplicemente Maria.
Eccole le ragazze di Sampierdarena, nelle calda estate con i loro costumi ingombranti se ne vanno a fare il bagno sotto la Lanterna, mia nonna Teresa frequentava i Bagni Roma e chissà se ha mai conosciuto queste cinque fanciulle.
Portano piccoli orecchini, hanno i capelli mossi con onde e ricci sistemati con cura.
La ragazza al centro ha un abito con il colletto vezzosamente decorato con una greca, le due fanciulle vicine a lei poi sembrano proprio sorelle, hanno lineamenti simili e labbra carnose, la più grande delle due porta i capelli raccolti con un fiocco di raso.
Le ragazze di Sampierdarena hanno molti talenti, dalle loro mamme e nonne hanno imparato l’arte della pazienza, virtù indispensabile per certi lavori femminili, tutte sanno cucire con perizia e ricamare con talento e precisione.
E una di loro forse si diletta con la pittura, un’altra legge le note sul pentagramma e suona certi motivetti al mandolino, ognuna vive e sogna in un’epoca dal ritmo così diverso dal nostro.
Nel secolo delle innovazioni, in un tempo che con incredibile rapidità è destinato a mutare anche la quotidianità di ognuno.
Nell’attesa del futuro si guarda avanti, con questi grandi occhi scuri, con certe timidezze dipinte in volto.
Così vicine, nei giorni della giovinezza, nel 1920 a Sampierdarena.

Un curioso divieto a Sampierdarena

L’altro pomeriggio sono andata a gironzolare in quel di Sampierdarena, era in realtà uno di quei giorni in cui non vado in nessun posto ma anche ovunque: semplicemente passeggio, mi guardo intorno, osservo, scatto qualche foto.
E così sono capitata in Via della Cella, a due passi dalla bella chiesa che racchiude molti tesori.
Ora, qui ci sono strade strette, con i palazzi alti, qui di fronte un tempo c’erano la spiaggia e il mare, qui si cammina tra case dai colori tipici della nostra Genova.

Quindi poi sono andata ancora avanti e ho così trovato un’antica istituzione: i marmi della Farmacia Raffetto già raccontano una storia che merita di essere approfondita e io spero di tornare a scriverne.
Questi viaggi nel tempo sono ricchi di vicende nascoste, di volti appena riconoscibili, di destini da ritrovare.

E andiamo indietro di 100 anni, camminiamo in questa strada con la gente di Sampierdarena, c’è una folla di umanità operosa, son tempi complicati e per alcuni molto dolorosi, è appena terminata una guerra che segnerà il secolo.
E c’è un continuo andirivieni in queste vie: alzate gli occhi e ne vedrete i contorni.

Ora è chiaro che queste son strade dove occorre una certa regolamentazione del traffico!
E così, in uno di quei giorni in cui non vado in nessun posto ma anche ovunque, eccomi in Via della Cella a chiacchierare con due signori.
E come me osservano una certa targa e mi chiedono da quanto tempo è lì.
– Un centinaio di anni, si direbbe! – rispondo io.
– Possibile? – Replica uno dei due – non l’avevo mai vista e sono di qui!
Quando succedono queste cose io sono felicissima, eh!
Quindi se dovesse capitarvi di passare da quelle parti fate attenzione: il pregiato divieto è affisso sul muro all’incrocio con Vico del Centro.

E come dicevo, è palese che in queste stradine dell’antica Sampierdarena fosse necessario stabilire delle regole per evitare spiacevoli inconvenienti.
E infatti eccolo lì il marmo che racconta di noi e di come siamo stati: si girava coi carri, con i cavalli e da quelle parti c’era per tutti un preciso divieto.

La Madonna dell’Olivo

Esiste un’immagine sacra che è divenuta assai celebre e nota in quanto è stata molte volte replicata e la sua fama ha così varcato i confini del luogo per il quale era stata concepita.
Oggi vi racconterò di un quadro, di uno stimato artista e di un volto dolce e amorevole: il viso di lei, la Madonna dell’Olivo dipinta da Nicolò Barabino.

Per poterla ammirare dovrete recarvi a Sampierdarena nella Chiesa di Santa Maria della Cella.

Santa Maria della Cella (1)

Stretta tra le case fitte di Sampierdarena è un edificio religioso che presenta molti punti di interesse e diverse sono le ragioni per visitarlo.

Santa Maria della Cella (2)

È una chiesa maestosa e ricca.

Santa Maria della Cella (3)

Là si trova il dipinto del quale voglio narrarvi, un’opera scaturita dall’estro di un valente artista nativo di questi luoghi.
E per darvi un’idea della tempra di lui vi racconterò alcune notizie lette sul volume Storia di Sampierdarena di Tito Tuto e Marcello Campagnol (D’Amore Editore 1975).
Nicolò Barabino nacque nel 1832 in una famiglia di gente semplice, era il primo di nove figli.
Suo padre era sarto di professione e volle il suo primogenito a bottega e così a soli 7 anni il piccolo Nicolò lasciò la scuola per andare a lavorare con il padre.
Fin da bambino Nicolò diede prova del suo talento, sembra che facesse splendide statuine per il Presepe e quando ebbe dodici anni il padre lo iscrisse all’Accademia Ligustica delle Belle Arti.
Tuttavia quando il ragazzo vinse una medaglia d’oro per i suoi studi egli commentò:
– E oua cosa te credi d’ese? Ti te ne accorziae! (E ora cosa ti credi di essere? Te ne accorgerai!)
Barabino diverrà poi un artista affermato e ricorderà sempre la severità del padre con affetto, sostenendo che a lui doveva il suo carattere e la sua capacità di evitare qualsiasi forma di vanteria.
E in Via Sampierdarena, sul civico 99 che fu sua casa natale, è apposta una lapide in memoria di questo artista.

Via Sampierdarena

La sua figura svetta anche sotto il porticato del Cimitero della Castagna sopra il sepolcro dove Nicolò Barabino riposa.

Monumento Barabino

Entriamo insieme nella chiesa di Santa Maria della Cella, tra i suoi ori lucenti.

Santa Maria della Cella (4)

E alziamo lo sguardo, nella cappella che sovrasta il dipinto che ritrae la Vergine Maria.

Santa Maria della Cella (5)

E compiamo anche un balzo nel tempo: è il 1887 in quell’anno Nicolò Barabino presenta all’Esposizione Nazionale di Venezia un dipinto dal titolo Quasi oliva speciosa in campis.
Il verso latino che accompagna questa suggestiva immagine della Madonna è tratto dalla Bibbia e significa Come un olivo maestoso nelle pianure.
L’artista dipinse questo quadro con lo scopo di donarlo alla Chiesa della Cella così come voleva sua madre ma la sua opera esposta a Venezia catturò l’attenzione della Regina Margherita che volle acquistarla e portarla a Roma.
Il dipinto comprato dalla sovrana è andato disperso ma Barabino fece anche un secondo quadro e lo donò alla chiesa di Sampierdarena e ancora lì si trova questa immagine cara e venerata.

Madonna dell'Olivo (2)

Hai il manto candido, umile e semplice Madre di Dio, ritratta tra i fiori e i rami di ulivo, il suo Bambino stringe tra le dita un rametto di questa pianta.

Madonna dell'Olivo (6)

Ed è gloriosa e magnifica la cappella che accoglie l’opera di Barabino.

Madonna dell'Olivo (6a)

Spostiamoci ora in un’altra chiesa fastosa, la Basilica di Santa Maria Immacolata in Via Assarotti.

Basilica di Santa Maria Immacolata (1)

Una chiesa immensa e degna di nota.

Basilica di Santa Maria Immacolata (2)

Qui si trova un altro dipinto opera di Barabino e ancora la luce del sole filtra gentile dalla cupola.

Basilica di Santa Maria Immacolata (3)

Il quadro venne realizzato tra il 1873 e il 1874 e ritrae la Madonna del Rosario tra San Domenico e Santa Caterina.

Madonna del Rosario (1)

Un manto celeste come il cielo, quella postura aggraziata, quella pura bellezza che verrà poi riproposta nel dipinto esposto alla Cella.

Madonna del Rosario (4)

E tutta questa armonia nei tratti di Maria, nelle sue mani affettuose che reggono il piccolo Gesù, nel candore e nella perfezione di un ritratto di un grande artista.

Madonna del Rosario (3)

E ancora spostiamoci in un altro luogo, sotto al Porticato del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Qui è collocato il monumento della famiglia Balduino, opera del genio impeccabile di Giulio Monteverde e risalente al 1889.
Ed è ancora una Madonna dolce e amorosa, i suoi tratti e la sua posa evocano il dipinto di Nicolò Barabino.

Monumento Balduino (1)

Per questo articolo ringrazio di cuore un mio colto amico che è stimato critico d’arte, è stato lui a farmi notare certi preziosi dettagli che mi hanno accompagnato in questo percorso straordinario e per me molto affascinante.
E così ho ammirato con occhi diversi il volto di una giovane mamma che tiene a sé il suo piccolino, Lui accenna un sorriso ingenuo e timido, così lo scolpì Giulio Monteverde.

Monumento Balduino (2)

E ancora Lei, avvolta nel suo morbido manto azzurro manto, eterea e dolcissima, tenera affabile Madre.

Madonna del Rosario (2)

E ancora Lei, nella sua assoluta perfezione, nello splendore della sua semplicità.
Quasi oliva speciosa in campis.

Madonna dell'olivo (7)

Un piccolo Arlecchino

Carnevale, tempo di maschere e di divertimento per i più piccini.
Un gioco, una magia che ti fa diventare qualcuno che non sei e la fantasia vola: puoi essere una damina oppure Pulcinella, Colombina oppure un paesano, un nobile o chiunque tu voglia.
E ogni anno a Carnevale, da che mondo è mondo, da qualche parte c’è un piccolo Arlecchino.
Espressione sveglia, un cappello con nastri e fiocchetti, la testolina con i ricci, gli occhi grandi e scuri.

Un piccolo Arlecchino che indossa un costume speciale, secondo me.
Infatti mi sembra che l’abito sia un gran lavoro di cucito, lo avrà fatto la sua mamma mettendo insieme tutti i pezzi di stoffa avanzati?
E sono scampoli di tutti i colori: rosso, giallo, verde e blu, sono stoffe a fiori e a quadretti, a righe e a pois, tante variopinte fantasie per il piccolo Arlecchino.
E sì, anche in questo caso si tratta di una piccola peste, ne sono sicura, in una manina stringe un biscotto e mi sono chiesta se fosse una piccola ricompensa per il tempo trascorso a fare questa fotografia.

La carte de visite è un po’ malconcia, sono passati tanti anni e qualcuno l’ha conservata come meglio poteva, tenendola da conto in un cassetto come memoria di un tempo felice.
Venne scattata presso Fotografia Pisana, lo studio del fotografo Vittorio Frediani a Sampierdarena e chissà quanti bimbi mascherati avranno posato per lui.
In piedi sulla sedia, con i sandaletti e i piedini uniti, nel tempo di Carnevale, un piccolo Arlecchino di Genova.

29 Luglio 1919: sulla spiaggia di Sampierdarena

È il 29 Luglio del 1919, la dolcezza dell’estate è scandita dal suono cadenzato delle onde.
I bimbi corrono a perdifiato, i pescatori preparano le reti, alcuni bagnanti si esibiscono in tuffi spericolati.
E sul bagnasciuga tre amiche: si crogiolano al sole sulla spiaggia di sassi dei Bagni Savoia di Sampierdarena.

Camogli (11)

L’acqua è pura, limpida e trasparente.
Le ragazze sanno nuotare?
Il salvagente è soltanto un vezzo oppure serve davvero ad una di loro?
Domande, domande, domande.
E vorrei avere tutte le risposte, a volte.

Mare 1919

Tre amiche.
Lei si chiama Maria, è una giovane donna giudiziosa e senza grilli per la testa, in famiglia la sua presenza è indispensabile.
Ha tre fratelli più piccoli ed è lei ad occuparsene, è affabile e attenta, nel profondo del suo cuore Maria desidera diventare maestra.
In casa sono tutti d’accordo, lei certamente ci riuscirà, Maria ha un talento speciale per comprendere i bambini.

Mare 1919 (2A)

Tre amiche, sono cresciute insieme, si frequentano dall’infanzia.
Lei è stata una bimba tanto desiderata e così quando il Signore ha voluto accontentare le preghiere dei suoi genitori le è stato imposto un nome beneaugurante: Lieta.
Estrosa e originale, Lieta ha il dono della fantasia e si diletta con la pittura: tavolozza, tempere e pennelli, tanto le basta per astrarsi in un mondo tutto suo.
Ha le sue idee e non esita a manifestarle, fa sempre delle lunghe discussioni con la nonna: Lieta sostiene che le donne con il tempo acquisiranno molti diritti che ora sono loro negati, la nonna scuote la testa e dissente.
Lieta sa quel dice, è certa che il tempo le darà ragione.

Mare 1919 (3)

Tre amiche, sono cresciute insieme, si frequentano dall’infanzia, ognuna di loro coltiva un desiderio.
E Nicoletta vorrebbe avere una grande famiglia e tanti bambini, a dire il vero ha già scelto tutti i nomi dei figli che avrà.
E ne parla spesso con loro, con le sue amiche.
E ridono insieme, sulla spiaggia di Sampierdarena, tentando di immaginare il tempo che verrà.

Mare 1919 (4)

Le vite degli altri sono sempre imperscrutabili e non so dirvi se questi fossero davvero i sogni delle ragazze che avete veduto, come sempre ho giocato con la fantasia.
Sono reali i loro nomi, sono scritti sul retro della fotografia che le ritrae, sono specificati anche la data e il luogo, i Bagni Savoia di Sampierdarena.

Mare 1919 (2)

E no, non conosco i loro desideri.
Una cosa però la so: erano amiche.
Tre amiche.
Forse sono cresciute insieme.
Forse si frequentavano dall’infanzia.
Ognuna di loro aveva un sogno da realizzare.
Come la spuma del mare il tempo si frange e si dissolve, implacabile.
Era il 29 Luglio del 1919: sono passati esattamente 97 anni.
Maria, Lieta e Nicoletta, vi osservo e ho la speranza che il tempo sia stato generoso e gentile con voi e che vi abbia regalato momenti gioiosi da ricordare, come quel giorno d’estate sulla spiaggia di Sampierdarena.

Mare 1919 (5)

Da un diario genovese del passato: i grandi velieri

Torna oggi il racconto di un caro amico, questa è una nuova pagina tratta dalle memorie di Francesco Dufour.
E narra le vicende di un’impresa di famiglia, con quell’atmosfera di un altro tempo che solo un diario così prezioso è in grado di evocare.

Verso il principio del secolo i Dufour erano fabbricanti di estratto di concia che si ricava dal legno di quebracho, un legno di colore rossiccio, durissimo, che cresce in Sud America.
Il legno veniva portato a Genova da diversi armatori, le condizioni erano favorevoli alla formazione di una flotta privata di grandi velieri. Questi, al contrario dei vapori, oltre a non costare niente per la forza motrice, non causavano perdite quando erano in disarmo ed inoltre restavano carichi al Passo Nuovo servendo da deposito.
L’armamento cominciò nel 1914.
Questi velieri erano tra i più grandi mai costruiti, alcuni avevano precedenti storici: comprammo la ex nave scuola della Marina Inglese.
Quasi sempre il nome originale veniva cambiato con quello della Madonna o di un Santo.
Erano “tre alberi” ed avevano migliaia di metri di superficie velica.
L’attrezzatura era a “nave” o a “bastimento a palo”, le vele o i cavi di manovra erano innumerevoli, ciascuno aveva il suo nome.
Il capitano ed i marinai erano l’elite della marineria.

Nave Italia (12)

Nave Italia

Avevamo comprato nel Chaco Argentino nel 1902 200 km quadrati di foresta di quebracho, la foresta era stata dotata di una ferrovia per portare i tronchi al Rio Paranà.
Si faceva conto che il viaggio di andata e ritorno durasse circa 8 mesi, a volte durava più di un anno.
Un viaggio con il vento in poppa durò 29 giorni.
C’era sempre qualche nave in arrivo, venivano attraccate al Passo Nuovo, presso la Lanterna e non lungi dallo stabilimento di Sampierdarena.

Villa Rosazza (16)

I battelli venivano subito invasi dai fabbricanti di bocce che avevano il privilegio di poter scegliere i pezzi di legno migliori per il loro lavoro.
Tutti i venerdì era pronto su uno di essi lo stocche accomodato, da bambino ci sono andato spesso con papà e i fratelli.

Mangiabuono (9)

Mi ricordo che una volta un veliero doveva recarsi a Marsiglia per imbarcare un carico per l’andata.
L’allestimento della velatura era così macchinoso che per un viaggio breve si preferiva andare a rimorchio.

I velieri e il mare, il tempo che era un altro tempo, un racconto che ancora non è terminato.
Verranno nuove tempeste, verranno altre memorie.

Boccadasse (5)