Un curioso divieto a Sampierdarena

L’altro pomeriggio sono andata a gironzolare in quel di Sampierdarena, era in realtà uno di quei giorni in cui non vado in nessun posto ma anche ovunque: semplicemente passeggio, mi guardo intorno, osservo, scatto qualche foto.
E così sono capitata in Via della Cella, a due passi dalla bella chiesa che racchiude molti tesori.
Ora, qui ci sono strade strette, con i palazzi alti, qui di fronte un tempo c’erano la spiaggia e il mare, qui si cammina tra case dai colori tipici della nostra Genova.

Quindi poi sono andata ancora avanti e ho così trovato un’antica istituzione: i marmi della Farmacia Raffetto già raccontano una storia che merita di essere approfondita e io spero di tornare a scriverne.
Questi viaggi nel tempo sono ricchi di vicende nascoste, di volti appena riconoscibili, di destini da ritrovare.

E andiamo indietro di 100 anni, camminiamo in questa strada con la gente di Sampierdarena, c’è una folla di umanità operosa, son tempi complicati e per alcuni molto dolorosi, è appena terminata una guerra che segnerà il secolo.
E c’è un continuo andirivieni in queste vie: alzate gli occhi e ne vedrete i contorni.

Ora è chiaro che queste son strade dove occorre una certa regolamentazione del traffico!
E così, in uno di quei giorni in cui non vado in nessun posto ma anche ovunque, eccomi in Via della Cella a chiacchierare con due signori.
E come me osservano una certa targa e mi chiedono da quanto tempo è lì.
– Un centinaio di anni, si direbbe! – rispondo io.
– Possibile? – Replica uno dei due – non l’avevo mai vista e sono di qui!
Quando succedono queste cose io sono felicissima, eh!
Quindi se dovesse capitarvi di passare da quelle parti fate attenzione: il pregiato divieto è affisso sul muro all’incrocio con Vico del Centro.

E come dicevo, è palese che in queste stradine dell’antica Sampierdarena fosse necessario stabilire delle regole per evitare spiacevoli inconvenienti.
E infatti eccolo lì il marmo che racconta di noi e di come siamo stati: si girava coi carri, con i cavalli e da quelle parti c’era per tutti un preciso divieto.

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La Madonna dell’Olivo

Esiste un’immagine sacra che è divenuta assai celebre e nota in quanto è stata molte volte replicata e la sua fama ha così varcato i confini del luogo per il quale era stata concepita.
Oggi vi racconterò di un quadro, di uno stimato artista e di un volto dolce e amorevole: il viso di lei, la Madonna dell’Olivo dipinta da Nicolò Barabino.

Per poterla ammirare dovrete recarvi a Sampierdarena nella Chiesa di Santa Maria della Cella.

Santa Maria della Cella (1)

Stretta tra le case fitte di Sampierdarena è un edificio religioso che presenta molti punti di interesse e diverse sono le ragioni per visitarlo.

Santa Maria della Cella (2)

È una chiesa maestosa e ricca.

Santa Maria della Cella (3)

Là si trova il dipinto del quale voglio narrarvi, un’opera scaturita dall’estro di un valente artista nativo di questi luoghi.
E per darvi un’idea della tempra di lui vi racconterò alcune notizie lette sul volume Storia di Sampierdarena di Tito Tuto e Marcello Campagnol (D’Amore Editore 1975).
Nicolò Barabino nacque nel 1832 in una famiglia di gente semplice, era il primo di nove figli.
Suo padre era sarto di professione e volle il suo primogenito a bottega e così a soli 7 anni il piccolo Nicolò lasciò la scuola per andare a lavorare con il padre.
Fin da bambino Nicolò diede prova del suo talento, sembra che facesse splendide statuine per il Presepe e quando ebbe dodici anni il padre lo iscrisse all’Accademia Ligustica delle Belle Arti.
Tuttavia quando il ragazzo vinse una medaglia d’oro per i suoi studi egli commentò:
– E oua cosa te credi d’ese? Ti te ne accorziae! (E ora cosa ti credi di essere? Te ne accorgerai!)
Barabino diverrà poi un artista affermato e ricorderà sempre la severità del padre con affetto, sostenendo che a lui doveva il suo carattere e la sua capacità di evitare qualsiasi forma di vanteria.
E in Via Sampierdarena, sul civico 99 che fu sua casa natale, è apposta una lapide in memoria di questo artista.

Via Sampierdarena

La sua figura svetta anche sotto il porticato del Cimitero della Castagna sopra il sepolcro dove Nicolò Barabino riposa.

Monumento Barabino

Entriamo insieme nella chiesa di Santa Maria della Cella, tra i suoi ori lucenti.

Santa Maria della Cella (4)

E alziamo lo sguardo, nella cappella che sovrasta il dipinto che ritrae la Vergine Maria.

Santa Maria della Cella (5)

E compiamo anche un balzo nel tempo: è il 1887 in quell’anno Nicolò Barabino presenta all’Esposizione Nazionale di Venezia un dipinto dal titolo Quasi oliva speciosa in campis.
Il verso latino che accompagna questa suggestiva immagine della Madonna è tratto dalla Bibbia e significa Come un olivo maestoso nelle pianure.
L’artista dipinse questo quadro con lo scopo di donarlo alla Chiesa della Cella così come voleva sua madre ma la sua opera esposta a Venezia catturò l’attenzione della Regina Margherita che volle acquistarla e portarla a Roma.
Il dipinto comprato dalla sovrana è andato disperso ma Barabino fece anche un secondo quadro e lo donò alla chiesa di Sampierdarena e ancora lì si trova questa immagine cara e venerata.

Madonna dell'Olivo (2)

Hai il manto candido, umile e semplice Madre di Dio, ritratta tra i fiori e i rami di ulivo, il suo Bambino stringe tra le dita un rametto di questa pianta.

Madonna dell'Olivo (6)

Ed è gloriosa e magnifica la cappella che accoglie l’opera di Barabino.

Madonna dell'Olivo (6a)

Spostiamoci ora in un’altra chiesa fastosa, la Basilica di Santa Maria Immacolata in Via Assarotti.

Basilica di Santa Maria Immacolata (1)

Una chiesa immensa e degna di nota.

Basilica di Santa Maria Immacolata (2)

Qui si trova un altro dipinto opera di Barabino e ancora la luce del sole filtra gentile dalla cupola.

Basilica di Santa Maria Immacolata (3)

Il quadro venne realizzato tra il 1873 e il 1874 e ritrae la Madonna del Rosario tra San Domenico e Santa Caterina.

Madonna del Rosario (1)

Un manto celeste come il cielo, quella postura aggraziata, quella pura bellezza che verrà poi riproposta nel dipinto esposto alla Cella.

Madonna del Rosario (4)

E tutta questa armonia nei tratti di Maria, nelle sue mani affettuose che reggono il piccolo Gesù, nel candore e nella perfezione di un ritratto di un grande artista.

Madonna del Rosario (3)

E ancora spostiamoci in un altro luogo, sotto al Porticato del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Qui è collocato il monumento della famiglia Balduino, opera del genio impeccabile di Giulio Monteverde e risalente al 1889.
Ed è ancora una Madonna dolce e amorosa, i suoi tratti e la sua posa evocano il dipinto di Nicolò Barabino.

Monumento Balduino (1)

Per questo articolo ringrazio di cuore un mio colto amico che è stimato critico d’arte, è stato lui a farmi notare certi preziosi dettagli che mi hanno accompagnato in questo percorso straordinario e per me molto affascinante.
E così ho ammirato con occhi diversi il volto di una giovane mamma che tiene a sé il suo piccolino, Lui accenna un sorriso ingenuo e timido, così lo scolpì Giulio Monteverde.

Monumento Balduino (2)

E ancora Lei, avvolta nel suo morbido manto azzurro manto, eterea e dolcissima, tenera affabile Madre.

Madonna del Rosario (2)

E ancora Lei, nella sua assoluta perfezione, nello splendore della sua semplicità.
Quasi oliva speciosa in campis.

Madonna dell'olivo (7)

Un piccolo Arlecchino

Carnevale, tempo di maschere e di divertimento per i più piccini.
Un gioco, una magia che ti fa diventare qualcuno che non sei e la fantasia vola: puoi essere una damina oppure Pulcinella, Colombina oppure un paesano, un nobile o chiunque tu voglia.
E ogni anno a Carnevale, da che mondo è mondo, da qualche parte c’è un piccolo Arlecchino.
Espressione sveglia, un cappello con nastri e fiocchetti, la testolina con i ricci, gli occhi grandi e scuri.

Un piccolo Arlecchino che indossa un costume speciale, secondo me.
Infatti mi sembra che l’abito sia un gran lavoro di cucito, lo avrà fatto la sua mamma mettendo insieme tutti i pezzi di stoffa avanzati?
E sono scampoli di tutti i colori: rosso, giallo, verde e blu, sono stoffe a fiori e a quadretti, a righe e a pois, tante variopinte fantasie per il piccolo Arlecchino.
E sì, anche in questo caso si tratta di una piccola peste, ne sono sicura, in una manina stringe un biscotto e mi sono chiesta se fosse una piccola ricompensa per il tempo trascorso a fare questa fotografia.

La carte de visite è un po’ malconcia, sono passati tanti anni e qualcuno l’ha conservata come meglio poteva, tenendola da conto in un cassetto come memoria di un tempo felice.
Venne scattata presso Fotografia Pisana, lo studio del fotografo Vittorio Frediani a Sampierdarena e chissà quanti bimbi mascherati avranno posato per lui.
In piedi sulla sedia, con i sandaletti e i piedini uniti, nel tempo di Carnevale, un piccolo Arlecchino di Genova.

29 Luglio 1919: sulla spiaggia di Sampierdarena

È il 29 Luglio del 1919, la dolcezza dell’estate è scandita dal suono cadenzato delle onde.
I bimbi corrono a perdifiato, i pescatori preparano le reti, alcuni bagnanti si esibiscono in tuffi spericolati.
E sul bagnasciuga tre amiche: si crogiolano al sole sulla spiaggia di sassi dei Bagni Savoia di Sampierdarena.

Camogli (11)

L’acqua è pura, limpida e trasparente.
Le ragazze sanno nuotare?
Il salvagente è soltanto un vezzo oppure serve davvero ad una di loro?
Domande, domande, domande.
E vorrei avere tutte le risposte, a volte.

Mare 1919

Tre amiche.
Lei si chiama Maria, è una giovane donna giudiziosa e senza grilli per la testa, in famiglia la sua presenza è indispensabile.
Ha tre fratelli più piccoli ed è lei ad occuparsene, è affabile e attenta, nel profondo del suo cuore Maria desidera diventare maestra.
In casa sono tutti d’accordo, lei certamente ci riuscirà, Maria ha un talento speciale per comprendere i bambini.

Mare 1919 (2A)

Tre amiche, sono cresciute insieme, si frequentano dall’infanzia.
Lei è stata una bimba tanto desiderata e così quando il Signore ha voluto accontentare le preghiere dei suoi genitori le è stato imposto un nome beneaugurante: Lieta.
Estrosa e originale, Lieta ha il dono della fantasia e si diletta con la pittura: tavolozza, tempere e pennelli, tanto le basta per astrarsi in un mondo tutto suo.
Ha le sue idee e non esita a manifestarle, fa sempre delle lunghe discussioni con la nonna: Lieta sostiene che le donne con il tempo acquisiranno molti diritti che ora sono loro negati, la nonna scuote la testa e dissente.
Lieta sa quel dice, è certa che il tempo le darà ragione.

Mare 1919 (3)

Tre amiche, sono cresciute insieme, si frequentano dall’infanzia, ognuna di loro coltiva un desiderio.
E Nicoletta vorrebbe avere una grande famiglia e tanti bambini, a dire il vero ha già scelto tutti i nomi dei figli che avrà.
E ne parla spesso con loro, con le sue amiche.
E ridono insieme, sulla spiaggia di Sampierdarena, tentando di immaginare il tempo che verrà.

Mare 1919 (4)

Le vite degli altri sono sempre imperscrutabili e non so dirvi se questi fossero davvero i sogni delle ragazze che avete veduto, come sempre ho giocato con la fantasia.
Sono reali i loro nomi, sono scritti sul retro della fotografia che le ritrae, sono specificati anche la data e il luogo, i Bagni Savoia di Sampierdarena.

Mare 1919 (2)

E no, non conosco i loro desideri.
Una cosa però la so: erano amiche.
Tre amiche.
Forse sono cresciute insieme.
Forse si frequentavano dall’infanzia.
Ognuna di loro aveva un sogno da realizzare.
Come la spuma del mare il tempo si frange e si dissolve, implacabile.
Era il 29 Luglio del 1919: sono passati esattamente 97 anni.
Maria, Lieta e Nicoletta, vi osservo e ho la speranza che il tempo sia stato generoso e gentile con voi e che vi abbia regalato momenti gioiosi da ricordare, come quel giorno d’estate sulla spiaggia di Sampierdarena.

Mare 1919 (5)

Da un diario genovese del passato: i grandi velieri

Torna oggi il racconto di un caro amico, questa è una nuova pagina tratta dalle memorie di Francesco Dufour.
E narra le vicende di un’impresa di famiglia, con quell’atmosfera di un altro tempo che solo un diario così prezioso è in grado di evocare.

Verso il principio del secolo i Dufour erano fabbricanti di estratto di concia che si ricava dal legno di quebracho, un legno di colore rossiccio, durissimo, che cresce in Sud America.
Il legno veniva portato a Genova da diversi armatori, le condizioni erano favorevoli alla formazione di una flotta privata di grandi velieri. Questi, al contrario dei vapori, oltre a non costare niente per la forza motrice, non causavano perdite quando erano in disarmo ed inoltre restavano carichi al Passo Nuovo servendo da deposito.
L’armamento cominciò nel 1914.
Questi velieri erano tra i più grandi mai costruiti, alcuni avevano precedenti storici: comprammo la ex nave scuola della Marina Inglese.
Quasi sempre il nome originale veniva cambiato con quello della Madonna o di un Santo.
Erano “tre alberi” ed avevano migliaia di metri di superficie velica.
L’attrezzatura era a “nave” o a “bastimento a palo”, le vele o i cavi di manovra erano innumerevoli, ciascuno aveva il suo nome.
Il capitano ed i marinai erano l’elite della marineria.

Nave Italia (12)

Nave Italia

Avevamo comprato nel Chaco Argentino nel 1902 200 km quadrati di foresta di quebracho, la foresta era stata dotata di una ferrovia per portare i tronchi al Rio Paranà.
Si faceva conto che il viaggio di andata e ritorno durasse circa 8 mesi, a volte durava più di un anno.
Un viaggio con il vento in poppa durò 29 giorni.
C’era sempre qualche nave in arrivo, venivano attraccate al Passo Nuovo, presso la Lanterna e non lungi dallo stabilimento di Sampierdarena.

Villa Rosazza (16)

I battelli venivano subito invasi dai fabbricanti di bocce che avevano il privilegio di poter scegliere i pezzi di legno migliori per il loro lavoro.
Tutti i venerdì era pronto su uno di essi lo stocche accomodato, da bambino ci sono andato spesso con papà e i fratelli.

Mangiabuono (9)

Mi ricordo che una volta un veliero doveva recarsi a Marsiglia per imbarcare un carico per l’andata.
L’allestimento della velatura era così macchinoso che per un viaggio breve si preferiva andare a rimorchio.

I velieri e il mare, il tempo che era un altro tempo, un racconto che ancora non è terminato.
Verranno nuove tempeste, verranno altre memorie.

Boccadasse (5)

Giacinto Pasciuti e la Famiglia Rebora: una storia genovese

Questa è una storia complicata, posso raccontarvela per una serie di strane coincidenze e grazie ad un fortuito incontro.
Tutto iniziò qualche tempo fa in occasione di un post dedicato a uno struggente monumento che si trova a Staglieno, la statua ritrae due bimbi e un tenero bacio.

Bambini (4)

Allora, scrissi al mio caro amico Eugenio per chiedergli notizie sull’opera e sul suo autore, Giacinto Pasciuti.
E così Eugenio mi narrò la vicenda di questo artista nato al Carmine nel 1876, era uno scultore di grande talento che non ebbe la meritata fortuna.
Pasciuti studiò all’Accademia Ligustica e a 23 anni, grazie al suo ingegno, si vide assegnare il Pensionato della Fondazione Brignole Sale De Ferrari e così si recò a Roma dove raffinò le sue doti artistiche.
Là incontrò la sua futura moglie, da lei ebbe una figlia che a 28 anni divenne suora.
Nel 1939 la disgrazia lo colpì, rimase paralizzato e perse l’uso della parola, fu ricoverato all’Albergo dei Poveri dove morì nel 1941.
Il destino sa essere crudele: l’autore di diversi mirabili monumenti fu sepolto in un campo comune e nel 1948 i suoi resti finirono dispersi in un ossario comune.
Eugenio conosce ogni angolo di Staglieno e mi ha inviato un elenco delle opere di Pasciuti, non le ho neanche trovate tutte, a dire il vero.
E tuttavia ho scoperto che è sua questa figura di donna scolpita per la tomba De Pascale.

Tomba De Pascale

Ed è di Giacinto Pasciuti il monumento Cabella, cercando le opere di questo artista ho imparato a riconoscere tratti particolari, a ritrovare nei suoi lavori quel movimento che contraddistingue in qualche modo il suo stile.

Tomba Cabella

Figure eteree unite in un gesto drammatico, è ancora di Pasciuti il gruppo statuario della tomba Medica.

Tomba Medica

L’unica opera che ricordavo di conoscere con precisione è il monumento Rebora e così un giorno sono tornata a fotografarlo.
E qui, cari amici, mi è capitato un fortunato incontro.
Davanti alla tomba di famiglia c’era il Signor Sergio Rebora, così ci siamo soffermati a chiacchierare e lui mi ha suggerito di cercare le altre tombe dei suoi antenati, anch’esse sono opera di Pasciuti.
E poi si è offerto di inviarmi notizie e fotografie del passato, una persona che non conosco ha voluto condividere con me e con voi la storia della sua famiglia.
Eccolo qui il caso, una storia ignota che viene alla luce in modo imprevisto, davanti a quest’opera di Giacinto Pasciuti.

Tomba Rebora

E allora inizierò così, presentandovi il Signor Andrea Rebora e la sua gentile consorte Carlotta Bruno.
Andrea Rebora era titolare di un pastificio che dapprima aveva la sua sede ad Isoverde, venne poi trasferito a Sampierdarena  in Via Sant’Antonio, l’attuale Via Niccolò Daste.

Andrea e Carlotta Bruno (2)

Vi ho detto che questa è una vicenda di singolari coincidenze: io possiedo un elenco del telefono del 1923 e sul quel libretto il suo antico proprietario ha segnato con la matita azzurra proprio il pastificio Rebora.

Elenco

Andrea e Carlotta ebbero una famiglia numerosa, in casa Rebora nacquero quattro maschi che vennero chiamati Giuseppe, Augusto, Luigi e Salvatore, le tre femmine invece erano Clotilde, Maria e Adriana.
Nel 1892 Andrea decise di concedersi il meritato riposo e cedette il pastificio ai figli Augusto e Salvatore.

Augusto Rebora

Augusto Rebora

Il figlio Luigi invece si trasferì a Pistoia, mi permetto di dire che mi sembra un uomo molto sicuro di sé e del suo fascino.
Eh, davanti a certe fotografie come si fa a non divagare!

Luigi Rebora

E il primo monumento che voglio mostrarvi proprio quello di Andrea e Carlotta.

Tomba Andrea Rebora 1

Il Signor Sergio mi ha anche inviato una foto preziosa di sua proprietà, questo dovrebbe essere il calco il gesso dell’opera di Pasciuti, a osservarlo con attenzione si notano alcune differenze rispetto al monumento.

Tomba Andrea Rebora (2)

Sono a loro modo inquietanti le figure scolpite da Pasciuti.

Tomba Andrea Rebora (3)

Bellissimo l’angelo, è difficile fotografarlo in quanto l’esposizione non aiuta ma se andrete a cercarlo, nel Porticato Inferiore a Levante, lo potrete ammirare con i vostri occhi.

Tomba Andrea Rebora (4)

Il bisnonno di Sergio si chiamava invece Giuseppe, lui avviò e condusse con successo lo stabilimento di Piacenza.
E come ci andava fin laggiù? Ma con il treno, ovvio!
Aveva un abbonamento di seconda classe valido per tutta la rete nazionale del Regno d’Italia!

tessera ferroviaria di Giuseppe Rebora (Sampierdarena-Piacenza) - Copia

tessera ferroviaria di Giuseppe Rebora (Sampierdarena-Piacenza) (2) - Copia

Giuseppe Rebora e la sua famiglia riposano in questa tomba sovrastata da una figura dolente nata dalle abili mani di Giacinto Pasciuti.
L’immagine antica è  una cartolina sempre di proprietà di Sergio Rebora.

Tomba Giuseppe Rebora

Tomba Giuseppe Rebora (2)

E se andrete a Staglieno anche voi vedrete il viso della moglie di Giuseppe, Antonietta Stagno.
Sapete? Lei discendeva dall’eroico Lazzaro Stagno, audace uomo di mare che osò sfidare i pirati nel 1796, ho scritto la sua storia in questo articolo.
Era bella Antonietta, aveva tratti gentili e delicati.

Antonietta Stagno in Rebora

Chissà come mai i Rebora scelsero proprio Pasciuti come scultore dei monumenti di famiglia, ci sarà una ragione, no?
Dovete sapere che Adriana Rebora aveva sposato il Dottor Trovati.
Ecco una foto di famiglia, un momento gioioso e speciale: correva l’anno 1900 e si festeggiava il congedo da scuola della dolce signorina con l’abito chiaro, lei ha lineamenti bellissimi e si chiama Margherita, è ritratta tra Adriana Rebora e il Dottor Trovati.

Famiglia Rebora

Carlotta Bruno, Clotilde, Adriana e Margherita Rebora, Giuseppe Trovati, Antonietta Stagno

E sapete chi conosceva il dottore? Era amico di un certo scultore che si chiamava per l’appunto Giacinto Pasciuti, il medico aveva il suo studio in Via Polleri e il giovane artista abitava nelle vicinanze.
Così fu Trovati a presentare lo scultore ai Rebora e Pasciuti scolpì tutti i monumenti funebri di famiglia.
Ed è di Pasciuti una celebre bambina effigiata nel marmo, ho sempre amato questa statua, adesso so che questa bimba veglia sul sonno del Dottor Trovati.

Tomba Trovati

E ancora, questo è un altro monumento sempre della Famiglia Rebora scolpito da Pasciuti.

Tomba Rebora A(2)

Tomba Rebora A (3)

E torniamo a quel primo monumento davanti al quale ho incontrato Sergio Rebora.
Qui dormono il sonno eterno gli sposi Salvatore Rebora ed Emma Bruno, il cognome di lei è legato alla storia della città, fa parte della famiglia di Emma l’architetto Niccolò Bruno, colui che progettò il Teatro Modena, il Teatro Politeama e l’Acquedotto De Ferrari Galliera.

Tomba Rebora B

E poi ci sono la vita e le emozioni che non possiamo conoscere, la nostra esistenza è un mistero per ognuno di noi.
Davanti c’è un cammino e tu non sai se troverai un sentiero piano, uno strapiombo o rocce impervie.
Questi sono i volti di Salvatore ed Emma, il loro sguardo è ottimisticamente rivolto verso l’ignoto futuro.

Salvatore e Emma Bruno

Ebbero due figli, la minore si chiamava Aurora e la vedete qui con il suo vestitino bianco, era una bellissima bambina e so che poi è divenuta una donna affascinante, Sergio mi ha detto che fu anche una pittrice dilettante.

Aurora Rebora

Aurora venne al mondo nel 1902, suo fratello Andrea era poco più grande, lui era un ragazzo del ’99.
Se osservate bene il monumento vi accorgerete che è dedicato a lui e noterete che le figure scolpite da Pasciuti rappresentano due figure angeliche, tra le loro braccia riposa un giovanetto.

Tomba Rebora B (2)

Andrea Rebora studiava al Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, morì improvvisamente nel sonno a poco più di 16 anni.
Accadde il 12 Gennaio del 1916.
Io ho incontrato Sergio Rebora verso la fine di dicembre, oggi è il 12 Gennaio e sono passati cent’anni da quella notte che spezzò il respiro di Andrea.
In questo racconto si intrecciano l’ampio sapere di Eugenio come sempre generosamente condiviso, la storia drammatica di uno scultore di talento e le vicende di una famiglia genovese.
Il tempo non cancella nulla, posa soltanto la sua polvere effimera sui giorni passati, sui visi e sulle vite perdute.
E ognuno ha la propria storia, ricordare significa in qualche modo sollevare quel velo e rivedere sorrisi e speranze lontane.
Ringrazio Sergio Rebora per avermi narrato le sue preziose memorie di famiglia, ha dato un volto a persone sconosciute.
E l’ultimo pensiero va ad Andrea e al suo sorriso sincero di adolescente.
Cento anni dopo, Andrea: il tempo non cancella nulla.

Andrea Rebora