Il presepe di Santa Maria di Castello

Una delle chiese più suggestive del centro storico, nascosta nei miei caruggi.
Vi ho già portato a scoprire le sue meraviglie, la chiesa,  il campanileil chiostro , il Cristo Moro e la Pala di Ognissanti, il Museo e la raccolta degli ex-voto, la sala delle reliquie e la sezione dedicata alle monache, è una chiesa che racchiude molti capolavori, non basta una giornata per vederli tutti.

Santa Maria di Castello

E qui, in Santa Maria di Castello, troverete un baldacchino in marmo scolpito da Domenico Gagini e  risalente alla metà del XV secolo,  una cornice di pregio per un capolavoro di lucente splendore, il Polittico dell’Annunciazione di Giovanni Mazone, opera del 1469.

Polittico

L’angelo che annuncia a Maria la venuta di Gesù, questo è lo scenario del Presepe in Santa Maria di Castello.

Presepe

La rappresentazione della Natività non potrebbe avere sfondo più adatto, una luminosa opera d’arte davvero di forte impatto.

Presepe (2)

Queste statuine sono particolari, nel 1800 erano burattini per il teatro delle marionette, in seguito sono rinate a nuova vita, divenendo figure del presepe e ora sono qui, in questi giorni che precedono il Natale.
I loro abiti, forgiati con antiche stoffe, sono stati disegnati dall’artista Emanuele Luzzati e questo è certamente un valore aggiunto per il presepe, una rappresentazione che da sempre colpisce e coinvolge.
Vengono da ogni luogo, uomini e donne a salutare Gesù Bambino, vengono e portano cesti con doni a lui destinati.

Presepe (3)

C’è chi indossa un manto color rubino e ha sul volto un’espressione sorpresa.

Presepe (6)

Qualcuno porta sul capo un cappello, tra le mani stringe una cesta ricolma di ogni bene.

Presepe (5)

Ma c’è anche chi non ha nulla, un mendicante coperto di poveri stracci che viene qui ad accogliere Colui dal quale cerca speranza.

Presepe (4)

Ci sono donne con il grembiule legato sopra l’abito migliore, uno scialle sulle spalle e trine preziose a coprire i capelli.

Presepe (10)

Poveri e ricchi, tutti uguali davanti al figlio di Dio.
E tra loro i Re Magi, recano l’oro, l’incenso e la mirra.

Presepe (11)

I doni per Gesù, da ogni parte del mondo.

Presepe (13)

Vengono da lontano, da ogni terra e dai confini più distanti.

Presepe (9)

Lui giungerà in una notte fredda, sulla paglia, tra Giuseppe e Maria, sotto la luce dorata nella chiesa di Santa Maria di Castello.

Presepe (12)

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Santa Maria di Castello, il Museo e l’orgoglio di Genova

Vi porto ancora qui, a Santa Maria di Castello, dove sono racchiuse infinite ricchezze.


C’è un museo, in questa chiesa, lì si può ammirare la Pala di Ognissanti di Lodovico Brea  e qui trovate il post che ho dedicato a quel meraviglioso dipinto, ma al Museo  sono esposte molte altre opere.
Al piano terra si trovano le vesti liturgiche donate dalla famiglia Doria ed intessute di preziosissimo oro.

Questo, invece, è il portale della sacrestia.

E in una sala, detta dei Ragusei, si trovano i reperti più antichi, come questi marmi con i simboli della città di Ragusa.

L’amore, la fedeltà, il sentimento.
Sempre uguali nei secoli certe emozioni, come testimonia questa lunetta di epoca preromanica, due dolci colombe scolpite nella pietra.

E’ dello scultore Anton Maria Maragliano questa Madonna dell’Immacolata, che si trova al piano superiore.

Di pari bellezza, è sicuramente la Madonna con il bambino di Domenico Gagini (prima metà del XIV secolo).

E poi, un altro capolavoro di Ludovico Brea, la conversione di San Paolo Apostolo.

Queste sono solo alcune delle opere che potrete ammirare nel museo ed io non sono così preparata da potervele raccontare nel dettaglio, certo credo che meritino di essere vedute, possono portare solo ricchezza ai nostri animi e ai nostri occhi.
Dovete sapere che io sono stata decine di volte in questa chiesa, è un luogo raccolto, dove si sta semplicemente bene, ma ho scoperto il Museo solo recentemente ed è stata un’esperienza densa di emozioni e di sorprese.
E qui, in una vetrina, sono esposti due preziosi manufatti che mi riempiono di orgoglio.
E prima di dare adito a qualunque genere di fraintendimento, ci tengo a precisare che so che i tempi sono cambiati, oh sì, lo so bene!
Ma ci sono eventi nel nostro passato, che sono degni di essere rammentati, perché hanno segnato le sorti dell’umanità, il destino dei popoli e il corso della storia.
E allora signori, genovesi in particolare, alzatevi in piedi, ciò che sto per mostrarvi merita il vostro rispetto e la vostra meraviglia.
Queste, esposte in vetrina, sono le bandiere che i genovesi strapparono ai turchi quando, nel 1571, li sconfissero durante la battaglia di Lepanto.
Questo è l’orgoglio della gente di Genova, di un popolo che solcava i mari con le sue galee, che conquistò terre lontane e diede i natali a uomini valorosi e sprezzanti del pericolo.
Questo è l’orgoglio, l’orgoglio del nostro passato.

Santa Maria in Passione, la nostalgia del passato

Vado ovunque e in nessun luogo, nei miei caruggi.
Da anni ormai, sono sempre gli stessi vicoli, ma non ne sono mai stanca.
Avevo circa quindici anni quando scoprii questo luogo, che ebbe su di me un impatto forte e potente, appena potevo tornavo a guardare.
Mi infilavo nei caruggi e tornavo a guardare le pietre.
Ancora adesso ritorno sempre.
Si sale su per Salita Santa Maria di Castello.

Si superano la chiesa omonima e la torre degli Embriaci.
E si sale, e laggiù la si intravede.

Ed è da qui che sbucherete.

E poi si arriva a Santa Maria in Passione.
Racconta l’Alizeri che in questo luogo nel lontano 1323 c’erano una chiesetta e un reclusorio di monache, dette le povere di San Silvestro le quali, nel 1464, divennero suore di clausura secondo la Regola di Sant’Agostino, per passare poi, definitivamente, nel convento di San Tommaso.
Questo è ciò che è rimasto della chiesa di Santa Maria in Passione, che venne consacrata nel 1553.

Io venivo sempre qui, a guardare le pietre.
Le pietre al di là della grata.

E torno sempre.
E adesso so che qui, un tempo, c’era un tesoro di ricchezze perdute.
E erano opere di  artisti geniali: nel 1630 la chiesa venne affrescata da Valerio Castello, che ebbe come aiuti Domenico Piola e Paolo Brozzi.

Qui c’erano opere di Gio Andrea Carlone, Lazzaro Tavarone, Andrea Ansaldo e Orazio De Ferrari.

L’uomo crea, l’uomo distrugge ciò che altri hanno lasciato.
Un immenso patrimonio perduto.
Restano le pietre ed io vengo ancora a guardarle.

Restano i muri, ma si può solo tentare di indovinare come fossero un tempo.

Restano dettagli, testimonianza di un grande passato.

Resta un campanile orgoglioso, che svetta contro il cielo.

E così lo vedrete se salirete sul campanile di Santa Maria di Castello, che è a poca distanza.
Santa Maria in Passione e un cielo carico di nubi che la sovrastano.

E poi ci si volta, si guarda oltre.

Ma il cuore, il cuore resta a queste pietre.
E voglio sperare che nessuno mai pensi di spostarne una, per far spazio a qualcosa di più moderno.

Teniamoci cari i nostri ruderi, le pietre del nostro passato.

Venivo sempre qui, appena potevo.
E quando me ne andavo passavo sotto l’Archivolto.
E sono sempre ritornata.

Un monastero, due monache

Un monastero, due monache.
A loro è dedicato questo quadro, alle monache fondatrici del Monastero di Santa Caterina di Taggia.
Maria Roero nel 1707 fu la prima priora di quel monastero, a lei succedette nel 1742 Maria Torrini.

Un particolare del quadro ritrae le due religiose, sullo sfondo un paesaggio, civitas Chereris, la città di Chieri, in provincia di Torino, dalla quale entrambe provenivano.

Questo convento accolse, tra le altre, Suor Rosa Colomba, famosa per le sue profezie e nota al mondo come la monaca Santa di Taggia.
Dopo diverse traversie, il convento di Santa Caterina chiuse i battenti nel 1936 e le suore rimaste tornarono a Genova, riunendosi nel Monastero dei Santi Giacomo e Filippo.
Il quadro è conservato in Santa Maria di Castello, insieme a molti altri oggetti legati alla vita monastica.
C’è una stanza, nella quale si riproduce l’ambiente nel quale vivevano le monache.
Due candele e il flagello, anche questo faceva parte della loro religiosità.

E poi, nel locale dove è collocato il quadro,  le stoviglie, piatti e bicchieri di peltro e posate d’argento.

E tutti quegli oggetti che facevano parte della vita quotidiana di queste monache.

Piccole cose preziose.

E oggetti utili per le più disparate incombenze.
Le monache cuocevano l’amido.

Certo le religiose tenevano di gran conto il loro misticismo e usavano persino mettersi una corona di spine.

Sono mondi lontani dal nostro, con una religiosità sentita e sofferta, vite improntate alla devozione e ad una fede salda.
Sono certa che Maria Roero e Maria Torrini, a loro modo, abbiano avuto una vita avventurosa, da Chieri a Taggia, dove fondarono quel monastero.
La loro storia è continuata laggiù e chissà se la mia amica Pigmy ha voglia di raccogliere il testimone da me e portarci a scoprire il Monastero di Santa Caterina?
Sarebbe interessante conoscere quei luoghi, vedere cosa sia rimasto del convento e quali tracce abbiano lasciato quelle religiose.
Un monastero, due monache, sulle strade di Liguria.

Santa Maria di Castello, la sala delle reliquie

Tempo fa il mio amico Gian, mia guida tra le bellezze di Santa Maria di Castello, mi ha proposto di visitare la sala delle reliquie.
Oh che stupore, io non sapevo neppure che ci fosse!
E così, dopo essere salità lassù, sul campanile, sono andata a scoprire questa ulteriore meraviglia.
Non ne avevo mai viste tante tutte assieme e sono davvero rimasta colpita.
Vi sono alcuni pezzi molto preziosi, come il reliquiario del XIV secolo  che raccoglie le ceneri del Battista e fu Jacopo da Varagine a volere che parte di esse fosse conservata qui, oltre che in cattedrale.

Qui si trova anche un frammento della croce.
Va da sé che io e il mio amico ci siamo chiesti quanto dovesse essere grande questa croce, visto che pezzetti del suo legno si trovano un po’ ovunque.
Dubbio condiviso dallo scrittore Mark Twain, che non mancò di ironizzare al riguardo, pertanto siamo in buona compagnia.

Nella sala delle reliquie sono conservate le ossa dei santi.

Alcune sono raccolte insieme ad altre, in questa maniera, ad esempio.

E nelle teche ci sono dei foglietti, con delle scritte, spesso è riportato il nome del Santo al quale appartenevano quelle ossa, oppure ci sono delle frasi che elogiano la persona ed i suoi atti.

So che queste immagini sono un po’ macabre, me ne scuso con voi, ma io sono inesperta, non avevo mai visto nulla di simile, credo che sia interessante mostrarle.
Non so a quali Santi appartengano queste spoglie, ma qui si trova un teschio, abbellito, se così si può dire, con dei fiocchi rosa.

E a quanto pare, c’erano diversi modi di adornare i resti che poi i fedeli avrebbero venerato, ad esempio utilizzando dei fiori.

E decorano i teschi ma anche le ossa.

Sapete, in Santa Maria di Castello queste reliquie occupano un’intera parete, e mi rendo conto che questo post rischia di prendere una deriva vagamente noir, ma questi reperti mi hanno notevolmente impressionato.
Mi colpisce la cura con la quale sono stati conservati, la scelta degli ornamenti riposti nelle teche.
Mi colpisce la distanza tra la nostra cultura attuale e questo mondo, che pure è parte delle nostre tradizioni, del nostro passato.
Penso, immagino e con la fantasia vado a quei giorni, cerco di figurarmi coloro che hanno portato qui le reliquie, forse da terre lontane, penso a chi si fece carico di esporle in quelle teche, così come oggi noi le vediamo.
C’è comunque un filo che unisce noi uomini di questa epoca a quelle persone, così diverse da noi, che ci hanno lasciato queste testimonianze della loro fede.
Tra tutte le reliquie qui conservate, una in particolare ha attirato la mia attenzione.
Presumo che siano i resti di una santa.

Fili di perle, attorno alle ossa, nell’incavo degli occhi, molto particolare.
Forse le perle con le quali era stata sepolta?
Oppure sono un omaggio alla sua santità?
Chi mai sarà?
Apparteneva ad una famiglia nobile, era forse una fanciulla di alto lignaggio?
E quanti secoli hanno quelle perle bianchissime?
Le adornavano il collo, la fronte, forse era bella, forse era giovanissima quando è morta.
Forse.
Un tempo.
E la fantasia vola, come sempre.

Una modesta proposta al Comune di Genova

Questo cartello si trova in Piazza Cavour e dovrebbe servire a fornire indicazioni ai turisti.

Tempo fa, durante uno dei miei giretti, ho pensato di fermarmi a leggerlo.
Da queste parti, in genere, i foresti vagano sperduti.
Vedono i vicoli, lì vicino, ma non osano addentrarsi.
Ma il Comune di Genova cosa propone per invogliare i turisti ad addentrarsi nel nostro centro storico?
Osserviamo un altro cartello, si trova in Piazza dello Scalo di fronte al Galata, il Museo del Mare.

Ecco, i troguoli e la Commenda sono nei paraggi, quindi niente da dire.
Avrei invece qualcosa da eccepire sull’indicazione che condurrebbe al Castello De Albertis.
Genovesi tutti, concorderete con me che non vi verrebbe mai in mente di raggiungerlo passando da qui.
Chi non conosce la città potrebbe pensare che si trovi a due passi, giri per due caruggi e ci sei.
Oh, che meraviglia! Un castello nel centro storico!  Su, su, andiamo!
Cari foresti, mi duole comunicarvi che non è così: va bene che questa è una città in salita, ma se decideste di arrivare a piedi al Castello del celebre Capitano De Albertis passando da Via Prè, sempre ammesso che riusciate a districarvi in quelle strade, sappiate che vi attende una discreta scarpinata su per ripide creuze.
Tanto per dire, eh, poi ognuno fa quel che gli pare!
Sì, lo so, in zona Principe c’è anche un’ascensore che vi porterà lassù, al Castello, ma temo che non sia tanto semplice arrivarci  da laggiù, se non si conosce la zona.
Va detto che in centro storico,  sui Palazzi dei Rolli, accanto al portone, sono affissi dei cartelli che esplicano a chi fosse interessato la storia e le particolarità dell’edificio e queste certo sono informazioni utili.
Ma  torniamo in Piazza Cavour e supponiamo di essere un turista, fermiamoci a leggere e lasciamoci guidare!
Dunque, come potete vedere c’è una cartina, sulla quale sono segnati i principali monumenti, le chiese e i luoghi di interesse turistico.
Il testo è in italiano e in inglese.
Le prime due righe recitano: il centro storico di Genova è affacciato ad anfiteatro sul mare dove l’area del Porto Antico ospita musei, Acquario, sale congressi, biblioteche, cinema, negozi ed un approdo turistico.
Le prime due righe.
Mah, io dubito che  uno venga da Milano per andare al cinema!
Comunque, il testo completo riassume in una ventina di righe la storia di Genova, brevi cenni sull’universo, direi.
Sotto la cartina, invece, ecco le indicazioni più specifiche.

Ineccepibile, direi.
Ma se io venissi da fuori, oltre alla famigerata freccia che indica voi siete qui, vorrei che qualcuno mi spiegasse come caspita faccio ad arrivarci alla Collina di Castello e alla Piazza di Sarzano.
Oltretutto, leggendo questo testo, si potrebbe quasi pensare che questi due luoghi siano adiacenti, mentre invece non è proprio così.
In altre sezioni si parla dei negozietti caratteristici, delle mostre di pittura e fotografia, delle case d’asta, delle trattorie dove gustare le specialità liguri.
A questo punto mi sorge spontanea una domanda.
Come mai, malgrado questo esauriente e preciso cartello, si vede sempre gente che vaga senza meta senza sapere bene dove andare?
Caro Comune di Genova, lo dico con affetto, c’è qualcosa che non funziona.
Il centro storico è un dedalo, persino alcuni genovesi ci si perdono, figuriamoci quelli che vengono da fuori!
Avrei una modesta proposta, se mi è consentito.
Non si potrebbe mettere, in alcuni punti della città, delle mappe per raggiungere i luoghi più importanti?
Non potreste segnare l’itinerario ad uso di coloro che vorrebbero scoprire Genova?
Ad esempio, proprio in Piazza Cavour si potrebbero apporre delle semplici indicazioni che guidino a Santa Maria di Castello e alla Torre degli Embriaci.
Se tutto ciò fosse corredato da una piccola mappa, credo che potrebbe essere di aiuto a chi non conosce la città.
E’ così difficile? A me non sembra proprio!
E non si tratta di far avventurare le persone in luoghi infrattati, scegliete i percorsi più semplici, le strade più brevi e più accessibili, ma in qualche maniera fate in modo che sia agevole addentrarsi nei nostri caruggi.
Io sono quella che quando vede qualcuno armeggiare con una cartina si ferma e si offre di fornire spiegazioni.
Io sono quella che una volta ha cambiato i suoi programmi per portare una giapponese a Palazzo Spinola di Pellicceria.
Io sono quella che un pomeriggio si è arrembata dietro una comitiva di americani in sandali bianchi e bermuda, per portarli su da Ravecca e a Sarzano, alle Erbe, a San Donato e a in San Bernardo.
Non la finivano di ringraziarmi, ve lo assicuro.
L’altro giorno, mentre ero lì che fotografavo, davanti al cartello sono arrivati due turisti torinesi.
Cercavano la Casa del Cantautori, in Via del Campo, cioè dalla parte opposta.
Allora, siccome eravamo in zona, ho pensato di accompagnarli proprio lassù, in Santa Maria di Castello.
E mi hanno confidato che, di loro iniziativa, non si sarebbero mai infilati in quei vicoli, perché non sapevano come orientarsi.
Prendete nota, cari signori del Comune e dell’Assessorato al Turismo, prendete nota.
Prendete nota e ponetevi rimedio.
Venivano da Torino, signori del Comune di Genova.
E hanno incontrato me.
Eh, ho deciso io per loro cosa avrebbero dovuto visitare e so per certo, perché mi è stato detto, che sono stati molto contenti di aver scoperto una tale meraviglia nel cuore dei nostri vicoli, in quei caruggi dove non sarebbero mai entrati.

Zena e la Torre degli Embriaci, la vista dal campanile di Santa Maria di Castello

E si ritorna, si ritorna a Santa Maria di Castello.
Il giardino è fiorito, splende la primavera e ci attende un’ascesa verso l’alto su per quel campanile che tante volte ho guardato da là sotto.
Ah, come sarebbe bello salire lassù e ammirare la Torre degli Embriaci che si stagliano contro il cielo della mia Zena!

E sono salita, insieme al mio amico Gian, che mi ha accompagnata fin lassù!
Eh, resta da comprendere perché una che soffre di vertigini si intestardisca in queste imprese, vallo a capire!
Ma queste sono le scale, con i gradini ricoperti della polvere dei secoli passati.

E si sale, verso l’alto.

E cosa può capitare di vedere, secondo voi, salendo su un campanile?
Oh, una stanza piena di candelabri preziosissimi, a decine!
Finemente intarsiati e lavorati, ricoperti dalla foglia d’oro.

E poi si sale, si sale ancora.
E c’è l’ultima stanza, guardate bene il soffitto, noterete  un foro.

Credo proprio che da lì passasse la corda, era organizzato il campanaro di Santa Maria di Castello, cosa credete!
Mica si faceva tutte queste scale!

Ancora un piccolo sforzo, coraggio che ci siamo quasi, la vedete la luce in cima alla scala?
Ah, le vertigini qui non le ho mai sentite, finalmente!
Sarà stata la felicità!

E finalmente le campane!
Ieri, nel giorno del Lunedì dell’Angelo, mentre molti altri si affollavano sui prati  per il consueto ed abituale picnic, io ero qui, sul campanile di Santa Maria di Castello.
Ve l’ho detto che sono strana!

Erano quasi le dieci del mattino e il mio amico Gian mi ha insinuato un ragionevole dubbio:
– Può darsi che tra poco suonino…
E infatti, con un tempismo eccezionale, sono riuscita ad essere lassù proprio nel preciso istante nel quale è partito un allegro suono che si è diffuso nell’aria, raggiungendo i vicoli circostanti e le case che circondano Santa Maria di Castello.
Che esperienza!
Sapete, stavo guardando fuori, quando le campane hanno iniziato a suonare e ho fatto un salto per lo spavento, ma accidenti!
Bellissimo!
I miei timpani comunque sono rimasti indenni, nessun problema!

E qui, sul pavimento, ci sono i fori dai quali passava la corda per azionare il movimento delle campane.

E là fuori, la Superba.
Se ancora non la conoscete ve la presento, la città delle ardesie e della tramontana, con il cielo velato di nubi, il Bigo, i campanili, le case arrampicate sulla collina, questa è Zena.

E poi ancora, questo è il mare, il porto e l’orizzonte di Liguria.

E i caruggi, le nuvole scure e minacciose che sovrastano  la chiesa di Santa Maria in Passione e le sue rovine.

E poi ciò che desideravo di vedere da tanto tempo, così in alto, così vicina.
La torre del valoroso crociato Guglielmo Embriaco.

Eh, come mi piacerebbe arrivare anche lassù in cima, voi non sapete!
Ma l’ho veduta da quell’altezza, ho visto i suoi merli, le sue pietre, quegli antichi mattoni, quella fierezza lontana.
La torre di Guglielmo Embriaco, detto Testa di Maglio.

E poi sono scesa, piano piano per non scivolare!
Con ancora negli occhi e nel cuore la vista della mia meravigliosa Genova da lassù.
Una piccola porta, chiusa a chiave.
Che mai ci sarà al di là?
Il tetto della chiesa.
Il mare, una nave.
Il cielo.
E Zena.

Santa Maria di Castello, la storia piccola negli ex voto

Ma quanti tesori ci sono a Santa Maria di Castello?
Tanti, l’avrete compreso, visto l’ampio spazio dedicato su questo blog a questa magnifica chiesa.
Tra le sue mura è conservata una collezione di ex voto di grande valore artistico.
Alcuni risalgono al XVI secolo, altri al XIX.
La vita, la devozione, le speranze e i dolori della gente comune, persone sconosciute che hanno lasciato questa lieve traccia delle proprie esperienze terrene, testimonianza di dolori sanati e di benefici ricevuti.

E allora ecco la gente di mare, scampata miracolosamente ai flutti in tempesta, su velieri e barche in balia della corrente.

E coloro che sopravvissero a epidemie, pestilenze, malattie letali.

Ognuno ha una storia, una storia piccola che mai conosceremo.

Ci sono esistenze che hanno ritrovato la speranza.

Ci sono i letti a baldacchino e persone che si rialzano, è la rinascita, l’inizio di una nuova vita.

Ci sono suore che si raccolgono in preghiera attorno ad una consorella.

Nella sala degli ex voto, è anche conservata una palla di cannone dell’esercito francese, risalente al 1684, anno nel quale le truppe del Re Sole bombardarono Genova.

E proprio a quest’evento è collegato il quadro più importante, nel quale è ritratta la Chiesa di Santa Maria di Castello, colpita dalle bombe, a sinistra si nota il Cristo Moro e la costruzione in marmo bianco e nero in primo piano, non più esistente, era la cappella degli Spinola, dove era collocato, in principio, questo Crocifisso.

E il crocifisso, quello davanti al quale tutti pregano, è Lui, il Cristo Moro.
Lo si ringrazia e Lo si prega per il dono della salvezza dalla tortura.

A Lui si chiede aiuto quando il mare, tante volte amico, diventa ostile e pericoloso.

E allora la forza dell’onda si placa, e concede scampo.

A Lui ci si rivolge per ringraziarlo per aver restituito la persona amata che si temeva di perdere.

Con Lui si parla, ci si confida per il dono inaspettato di quella vita piccola nuovamente ricevuta, una delle molte, forse insignificante nell’immensità dell’universo, quella vita piccola, simile a tante altre, con i suoi dolori, le gioie e le sue lacrime, ma unica e speciale per ognuno di noi.

Paolo da Novi, il tintore che divenne Doge

A Paolo da Novi, a Genova, è dedicata una piazza ampia e spaziosa.
Ma quanti di noi sanno chi fosse l’uomo al quale è stato tributato tale onore?
Era il 1506, si era in estate.
Genova, in quei giorni, era come spaccata in due, il popolo e la nobiltà, come spesso accade, si schieravano su fronti opposti.
Le grandi blasonate famiglie tenevano le redini del potere ed erano sostenute dal re di Francia Luigi XII.
Eh, i nobili!
Maltrattavano i popolani sia a parole che a fatti.
Lo scontento sfociò, come prevedibile, in rivolta.
I nobili vennero scacciati, in fuga i Fieschi, in fuga i Doria, e al loro posto si insediarono i rappresentanti di quel popolo furente e rabbioso.  Per scegliere uomini di fiducia ai quali affidare il governo, la plebe si riunì in Santa Maria di Castello, in quei caruggi nei quali è facile immaginare di veder sciamare una folla di popolo ribelle.

Vennero eletti otto tribuni e il governo dei popolani venne detto delle Cappette, in quanto i loro mantelli erano miseri e poveri, così come ci racconta l’Accinelli:

“seguiva questi tribuni il volgo tutto e l’infima plebe a guisa di pecore, siccome queste genti erano poverissime, artigiani e servitori d’artigiani, e malvestiti con calze di tela strette e cattiva cappa, furono perciò addimandati cappette.”

A capo di questa plebe, i più umili degli umili, c’è lui, Paolo da Novi, di professione tintore di seta, analfabeta,  eletto Doge il 10 Aprile del 1507.
Breve fu il suo governo, solo 18 giorni, durante i quali Paolo contrasse un Mutuo con il Banco di San Giorgio, allo scopo di sanare le finanze pubbliche.
Diede la libertà ai prigionieri politici e sulle sue monete, al posto della propria immagine, fece apporre la scritta “Libertas populi Januensis”.
Diciotto giorni appena, questa fu la durata del suo dogato.
I nobili certo non si erano arresi, mai avrebbero lasciato la città nelle mani del popolo.
Il 28 Aprile Luigi XII, a capo delle sue truppe, varcò la porta di San Tommaso e, nel riprendere predominio sulla città, si dice che abbia pronunciato queste parole: Superba Genova, te ho guadagnato con l’arme in mano!
Paolo da Novi fuggì a Pisa, era sua intenzione raggiungere Roma, per chiedere soccorso a Papa Giulio II, da sempre acerrimo nemico dei francesi.
Prese così il mare sul brigantino di un uomo che credeva amico, un certo Corzetto.
La storia insegna che in agguato c’è sempre un traditore e questo fu Corzetto, vendette Paolo da Novi per 800 scudi e lo ricondusse a Genova in catene.
Il prigioniero venne buttato in carcere e il 15 Giugno 1507 fu portato al patibolo davanti a Palazzo Ducale.
Uomo generoso e realmente affezionato al suo popolo, ammonì i genovesi perchè rimanessero uniti.
Il suo corpo venne fatto in quattro pezzi, che furono esposti sulle porte della città, mentre la sua testa fu issata su una lancia sulla torre di Palazzo Ducale.
Questo fu il destino di Paolo da Novi, difensore dell’indipendenza genovese, Doge per soli 18 giorni.

La Torre Grimaldina di Palazzo Ducale

Santa Maria di Castello, il Cristo Moro e gli inganni dell’amore

Ah, l’amore!
Illusioni, promesse e delusioni!
Lei era una ragazza, giovane e ingenua, persa in un amore sognante.
E lui, sì, era quel genere, un seduttore incallito, l’aveva incantata con le sue parole.
E sapeste cosa le aveva detto!
Per sempre, l’avrebbe amata per sempre!
Sapete, lui non conosceva pazienza e insomma tanto parlò che infine riuscì a convincerla e a strapparle i baci e le carezze che tanto desiderava.
Un giorno, l’avrebbe sposata, così giurò.
Sì, giurò, al cospetto del Cristo Moro in  Santa Maria di Castello.
Eh, poi sapete come vanno queste cose!
Il tempo passò e la fanciulla si accorse di aspettare un bambino.
E lui? Ovviamente negò, cosa vi aspettavate! Promesse? Ah, no mai!
Così è la vita e, come diceva La Rochefoucauld, il proposito di non ingannare mai ci espone ad essere ingannati spesso.
Chi dei due stava mentendo?
La fanciulla venne così condotta davanti al Crocifisso e a Lui domandò:
– Non è vero, Signore, che colui promise di sposarmi?
E Gesù, in segno di assenso, reclinò il capo.

E così vennero celebrate le tanto sospirate nozze.
A parte il fatto che, invece di portarmelo all’altare, io avrei fatto rinchiudere il tizio in questione a doppia mandata nella Torre Grimaldina, la storia di questo miracolo è all’origine della venerazione che nell’antichità i Genovesi ebbero per questo Crocifisso, portato a Genova dalla Terrasanta e un tempo conservato in una cappella sita nel Monastero di San Silvestro.
Adesso è qui, in Santa Maria di Castello.
In principio il Cristo Moro presentava una folta barba e una cascata di capelli, delle quali venne privato durante un restauro avvenuto negli anni ’70.
Tuttavia, siccome la gente di Genova era abituata a conoscere e a venerare quell’immagine, venne forgiata una copia, in tutto uguale a quella originaria del Cristo Moro.
Mi è stato detto che molti fedeli pregano ai piedi della copia, circostanza avvalorata dalla presenza di numerosi ex voto e che a me appare quanto meno curiosa.

Ma se il vostro cuore è stato tradito e le promesse che vi erano state fatte sono state infrante, è Lui, Lui solo, colui al quale dovreste rivolgere le vostre domande.
Chissà, può darsi che risponda anche a voi!