Guardando Via del Pendicollo

Ci sono capitata per caso durante la passeggiata con una cara amica a Sant’Ilario.
E c’erano freddo e vento, del resto questa è la loro stagione e ad un tratto, di fronte a noi, ecco una ripida distesa di gradini di pietra.
Così impervia, aspra, improbabile e faticosa, una sfida vera quasi per chiunque e tra l’altro non se ne riusciva a vedere la fine.
E dove mai condurrà Via del Pendicollo?
Con quegli scalini così alti.
Uno, due, tre e quattro, e sali su.

Eh sì, in effetti ci ho anche provato e a dire tutta la verità ho pensato che io e la mia amica avremmo dovuto percorrerla tutta fino in cima.
Solo che la mia proposta non è stata accolta tanto favorevolmente e la mia amica mi ha detto ridendo:
– Io ti aspetto qua!
Ecco!
E poi c’era vento ed era freddo, ve l’ho detto.
E poi guardando meglio, dove caspita va a finire questa strana Via del Pendicollo?
E non era una giornata così tersa, meglio attendere una giornata di cielo limpido e poi provare ad arrivare fin lassù.
Una scalinata che si perde nel cielo, così sinuosa e impossibile.
Una pendenza vorticosa e così vertiginosa.

Mi riprometto pertanto di ritornarci, in una giornata di sole.
E sono anche sicura che riuscirò a convincere la mia amica, non ne dubito.
E così magari alla fine scopriremo dove conduce questa fantastica e imprevedibile Via del Pendicollo.

Cose che non sai spiegare

Ci sono cose che non sai spiegare, restano incomprensibili con i loro affascinanti misteri.
Una messa a fuoco non riuscita, un gioco di linee grigie.
Confuse, sfumate, imprendibili.
Appannate eppure armoniose.

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E poi.
Sette note che danzano sui gradini, un pentagramma, e una musica che scivola giù per le scale.
Insieme all’ombra della ringhiera, allo stesso ritmo.

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Così sono le cose che non sai spiegare, imprevedibili.
Un raggio di sole, un filo di panni stesi.
Un tettoia verde e una serranda dello stesso colore.
E la luce e l’ombra, lo splendore di un istante irripetibile.

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E ancora gradini, questi conducono alla chiesa di San Carlo.
E ancora sole che sfiora e sfugge e si dilegua.
Veloce.
Come quelle cose che non sai spiegare.

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E mattoni rossi, un muretto.
E i contorni definiti nella fuggevolezza di un momento.
Sai spiegarlo?
Così è la bellezza, inesplicabile.
Come la luce, inafferrabile.

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Sui passi di Eugenio Montale

La poesia, immensa ed eterna, tante volte riflette il nostro pensiero e traduce un sentire che in qualche modo ci appartiene.
Noi non sappiamo trovare le parole, per noi le scrivono i poeti e le loro rime diventano anche nostre.
La poesia sa arrivare ovunque, supera i limiti del tempo e della storia, è parte del nostro percorso, ci rispecchia e narra i nostri intimi pensieri, talvolta ci accompagna in certi luoghi che sono parte della nostra vita.
Ditemi, quante volte il vostro cammino, reale o interiore, è stato scandito dai versi di Eugenio Montale?
Naturalmente non è questa la sede per una lectio magistralis sulla poetica di uno dei più importanti poeti del Novecento, vorrei soltanto portare qui alcuni suoi versi e mostrarvi una parte di Genova che certo sarà gradita agli estimatori del poeta.
Eugenio Montale nacque a Genova, in una casa sita in Corso Dogali.

Corso Dogali (2)

E troverete cielo azzurro e salite della Superba.

Corso Dogali

Una curva vertiginosa e un palazzo elegante.

Corso Dogali (5)

Spicca una targa e ricorda che qui venne alla luce il futuro premio Nobel per la Letteratura.

Corso Dogali (4)

Sapete, al liceo mi stupiva sembra un dettaglio: Montale aveva un diploma da ragioniere.
E questo particolare era per me motivo di continua meraviglia ogni volta che mi confrontavo con quel suo linguaggio ricco di onomatopee dal potere così fortemente evocativo e reale.
E poi davvero, la sua poesia è ovunque, in ogni luogo, la trovi nel suono potente delle onde.

Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.

(Casa sul mare)

Mare

Nelle inquietudini, nei tormenti che abitano il cuore degli uomini.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

(Meriggiare pallido e assorto)

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Ve lo chiedete mai quante volte un poeta parla anche di voi?

Ora son io,
l’agave che si abbarbica al crepaccio

dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe.

(L’agave sullo scoglio)

Mare (2)

Negli smarrimenti e nelle nostalgie comuni a tutti gli uomini, eppure solo i poeti sanno descriverle in questa maniera.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

(Xenia II)

Scale

C’è una poesia di Eugenio Montale che io trovo particolarmente struggente e intima, è breve, malinconica e così vera.
Mi sono ritrovata a saperla a memoria, non so neanche perché.

Avevamo studiato per l’aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.

(Satura)

Mani (38)

Desideravo mostrarvi la sua casa, se verrete a Genova ora sapete dove trovarla.

Corso Dogali (3)

La sua poesia, invece, la respirerete in ogni luogo, anche lontano dalla sua città natale.
Nelle dolcezze e in quelle parole che a volte davvero noi non sappiamo dire.

Il fiore che ripete
dall’orlo del burrato
non scordarti di me,
non ha tinte più liete né più chiare

dello spazio gettato tra me e te.

(Le occasioni)

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