Il Museo Nazionale dell’Antartide Felice Ippolito

A Genova da qualche tempo ha riaperto i battenti il Museo Nazionale dell’Antartide che si trova a Palazzo Millo al Porto Antico, io non c’ero mai stata prima e così sono andata a visitarlo, certa di imparare cose nuove.

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Il Museo ha tre diverse sedi, Genova, Siena e Trieste, la sua attività è strettamente collegata a quella degli atenei di queste città, scienziati e studiosi tengono viva l’attenzione sulle loro ricerche e su quanto ancora c’è da scoprire su queste terre lontane.

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Il risultato dei loro studi è appunto in parte esposto al Museo dove troverete anche diversi reperti acquisiti durante le spedizioni nella gelida Antartide.
Il Museo è intitolato a Felice Ippolito, scienziato e ricercatore che ne fu il primo presidente.

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E allora con sguardo curioso andiamo alla scoperta della misteriosa Antartide, a mio parere queste sale offrono due percorsi differenti che possono divenire complementari, sta a voi scegliere con quali occhi guardare.

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L’aspetto ludico si intreccia inevitabilmente a quello scientifico, quest’ultimo è molto approfondito e dettagliato.
E così, passo dopo passo, potrete ad esempio scoprire come ci si prepara per prender parte ad una spedizione in Antartide, l’addestramento si svolge sulle Alpi.
E scoprirete che le terre antartiche sono in gran parte inesplorate, solo il 2% di esse non è coperto da ghiacci e quindi accessibile all’uomo, le nuove tecnologie permettono però di studiare quei territori così aspri e difficili.

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Esiste persino un Trattato Antartico, è volto a tutelare l’ambiente e le sue risorse e a mantenere gli equilibri tra gli stati che vi aderiscono con particolare riferimento alla loro presenza sul territorio a scopi scientifici.

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Al Museo potrete anche scoprire come si mantiene una stazione con i suoi laboratori, come e dove vivono i ricercatori.

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E come sarà il fuso orario dell’Antartide?

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Io ho fatto questa visita in un giorno infrasettimanale e con me c’erano diverse famiglie con bambini.
Le terre dei ghiacci hanno il fascino dei luoghi che non puoi visitare, allora fantastichi e provi a immaginare come sarebbe andarci, questo accade a grandi e piccini, è vero?
Per alcuni, invece, queste terre rappresentano l’impresa di un’intera esistenza.
Correva l’anno 1902 quando il tedesco Will Einrich si assicurò un curioso primato: fu il primo a immergersi nelle acque dell’Antartide, lui era solo un carpentiere ma gli toccò il compito di riparare la goletta sulla quale era imbarcato insieme a una spedizione.
Strana la vita, eh?

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Scienza, gioco e meraviglia, io mi sono divertita a percorrere questo passaggio, non puoi fare a meno di domandarti cosa troverai alla fine.

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Si cerca di ricreare un ambiente e di proporlo al visitatore, facendogli conoscere la vita che abita in quei luoghi.
Ad esempio, questo è il silvefish, ve l’ho detto che c’è sempre da imparare!

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E vive in quelle terre lontane lo skua, un uccello cacciatore che si riproduce in Antartide e poi migra nel Pacifico e nell’Atlantico Settentrionale.
Provate a pensarci, certe creature del cielo e della terra viaggiano per il mondo molto più di noi.
E se conosciamo la rotta delle migrazioni di questi uccelli lo si deve a uno studio specifico che ha permesso di  dotare alcuni di questi animali di un geolocalizzatore per poi seguire la loro rotta.

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Laggiù vivono le foche e i pinguini che naturalmente hanno uno spazio dedicato insieme alle altre forme di vita che popolano l’Antartide.

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Il Museo poi offre alcune postazioni interattive e la possibilità di vedere filmati che mostrano quei luoghi.
E sì, questo video in particolare l’ho guardato più di una volta.

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E ancora, una sezione è dedicata alle esplorazioni del passato e del presente, ai mezzi di un tempo e a quelli dei nostri giorni.

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Resta immutato il desiderio dell’uomo di superare i propri confini, indipendentemente dal grado di progresso raggiunto.

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Con il coraggio e con desiderio di sfida, cercando di di raggiungere i risultati sperati, tenendosi cari gli oggetti che possono offrire conforto e calore.

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Ed è così che il genere umano ha compiuto le sue più grandi conquiste, sarà banale scriverlo ma se ci riflettete non c’è nulla di più vero.

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Troverete tante occasioni per incuriosirvi e magari vi verrà il desiderio di leggere e di saperne di più.
Tra i tanti reperti esposti a me ha colpito un pezzo di corda manilla, così detta perché è fatta di fibre vegetali di una pianta di banane delle Filippine, prende pertanto il nome dalla capitale Manila.
Fu ritrovata negli anni ’80 e risale alla spedizione Terranova di Scott, avvenuta tra il 1910 e il 1913, allora i componenti della spedizione rimasero per sei lunghi mesi in una grotta di ghiaccio, questo semplice pezzo di corda veniva usato per trainare le slitte.

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Ho voluto offrirvi uno spunto per una visita al Museo dell’Antartide, vi sono molte altre realtà da conoscere e scoprire ma ritengo che certi argomenti siano troppo complessi e complicati per essere solo accennati senza il dovuto approfondimento.
E avrete modo voi stessi di farvene un’idea se anche voi andrete a camminare in quelle sale dove si evoca un mondo lontano e a noi poco conosciuto, un luogo dove l’uomo si è sovente messo alla prova.

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Scienza e scoperta, stupore e senso di bellezza nell’incontro tra immaginazione e realtà.
Tutto questo è il Museo Nazionale dell’Antartide che vi porta laggiù, nella lontana terra dei ghiacci.

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IIT, viaggio nel futuro

A volte succedono cose strane, cose strane e molto belle.
Si incontrano persone speciali ed uniche, a me capita grazie a questo piccolo blog.
E pochi giorni fa ho avuto il piacevole privilegio di visitare il luogo dove nasce il futuro, l’IIT, Istituto Italiano di Tecnologia.

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Ad invitarmi e a narrarmi le meraviglie della scienza è stato il Professor Alberto Diaspro, direttore del Dipartimento di Nanofisica di IIT e vicedirettore dell’Istituto, qui trovate la scheda relativa ai suoi studi e alle sue ricerche.
E così sono andata là, a Morego.

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Come lo racconti il futuro?
Con la passione grande che anima il tuo lavoro e i tuoi studi, questa appare netta in ogni parola che il Professor Diaspro pronuncia quando ti racconta l’avventura di IIT, uno dei fiori all’occhiello della Superba.

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Questo centro di ricerca ha la sua sede principale qui a Genova, vi sono poi sedi distaccate in altre città.
Ed è una realtà dinamica in continua crescita ed evoluzione, attualmente impiega oltre 1300 persone, l’età media è di 33 anni e vi lavorano ricercatori provenienti da ben 50 paesi, 28% degli studiosi è rappresentato da stranieri, il 16% da scienziati italiani rientrati dall’estero, il 56% è di nazionalità italiana.
Ogni dipartimento ha un direttore ed è poi suddiviso in linee di ricerca, all’IIT si brevettano geniali scoperte e si comprende che il mondo offre sempre nuove opportunità di migliorare le nostre vite grazie alla scienza e alle sue meraviglie.

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Molti dei brevetti di IIT trovano la loro applicazione nella medicina e nei nuovi materiali, qui si studiano le neuroscienze e la robotica riabilitativa.
Argomenti complessi, decisamente per addetti ai lavori, ma se incontri una persona come Alberto Diaspro certe tematiche diventano accessibili anche a chi non le conosce.
E allora scopri che esiste un laboratorio del grafene diretto da Vittorio Pellegrini, si tratta un materiale costituito da uno strato monoatomico di carbonio, viene prodotto in fogli di 1 m x 1 m.
Si usa ad esempio per le racchette da tennis e per i touchscreen grazie alle sue notevoli capacità elettriche.
Un materiale eclettico e particolare ma come spieghi le sue proprietà a chi non sa nulla di questi argomenti?
Eccola qui la cifra di alto valore propria delle persone geniali, alcuni hanno il dono prezioso di saper comunicare.
Ed è certamente questo il caso del Professor Diaspro, per spiegarmi il grafene mi ha detto di immaginarmi di avere un abito perfetto per una serata a teatro, però che peccato, la mia borsa non si abbina a quel vestito!
Ecco, se la borsa fosse di grafene, sai cosa potresti fare? Potresti fotografare il vestito, inviare via wireless l’informazione alla borsa e questa cambierebbe forma e colore.
Cose inimmaginabili, spiegate in maniera chiara e comprensibile.

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E poi tra i tanti laboratori ho visitato Il Nikon Imaging Center, dove si studiano e si osservano le molecole per comprendere poi il loro funzionamento negli organi e nei tessuti.

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E dove ci sono microscopi ottici ad altissima risoluzione capaci di catturare i tratti e i contorni di queste molecole.

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E qui trovi immagini come queste, il mondo piccolo che compone il nostro universo è infinitamente variegato e per molti di noi misterioso ma non per gli scienziati che lo osservano e sanno comprenderlo.

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Complicato da spiegare, affascinante da ascoltare.

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E ci sono giovani ricercatori intenti a lavorare intorno ai loro microscopi.

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Strumenti che permettono di avere una visione definita di ciò che diversamente non si vedrebbe, i contorni delle molecole si fanno sempre più chiari e sugli schermi vengono svelati i dettagli di queste minuscole particelle.

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Questo è un microscopio in ultra alto vuoto, crea una sorta di ambiente vuoto e serve per studiare le proprietà atomiche della materia quando questa non interagisce con nulla.

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Ecco, poi ci sono postazioni di lavoro come questa e qui gli attrezzi sono più riconoscibili anche per me!

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Un istituto di ricerca dove lavorano scienziati di formazione diversa e dove nascono intuizioni geniali e allora potrà capitare che alla macchina del caffè si trovino un medico e un fisico, dal felice incontro di queste diverse competenze è nata la realizzazione della retina artificiale.
In IIT hanno brevettato la spugna intelligente che assorbe olio e respinge acqua, viene usata ad esempio per risolvere i problemi di inquinamento marino.

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Tu cammini per questi corridoi e vedi tutte le facce del mondo, sono giovani, entusiasti e rappresentano l’innovazione e il futuro.

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Questa è una cappa glove box o scatola a guanti che si usa per manipolare strumenti e sostanze in un ambiente separato da quello dell’operatore per  garantire così la sua sicurezza e non contaminare le sostanze.

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E poi ancora, dagli scarti alimentari si ricavano involucri di plastica che verranno poi reimpiegati nell’industria alimentare.
Ad esempio questo procedimento si applica agli scarti del cioccolato, quello nella foto sottostante è un materiale ricavato dagli spinaci.

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E questo invece è nato dalle alghe.

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E tra le varie persone che mi sono state presentate ho scoperto di aver stretto la mano a un candidato al Nobel, vedete un po’ voi!
E poi si cammina verso uno dei laboratori più affascinanti, dove si studia l’intelligenza artificiale, qui nascono i robot intelligenti.
Cosa accade in queste stanze?

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Qui si studia la scienza cognitiva, qui si cerca di imparare come si impara e come reagisce il cervello agli stimoli esterni.
Dall’uomo al robot, dal robot all’uomo.

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Comprendere il funzionamento della nostra mente permette di trovare valide soluzioni per curare malattie gravi come il Parkinson.
Il robot ha la pelle, sente, parla e vede.
Il robot è piccolo come un bimbo e cresce e apprende, il robot ha un nome, questo è iCub.

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Il robot ha una mano con le falangi, gliel’ho stretta, sappiatelo!

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Il robot che un giorno potrà essere nelle case di ognuno, il robot in grado di compiere il lavoro dell’uomo.

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Che impara a camminare, a crescere e si evolve.
E mi ha anche salutato, ha anche detto il mio nome.

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Ecco, insomma, me lo sarei portato a casa, devo dirlo.

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E poi ancora, questo è Coman, è più grande e più adulto di iCub ed ha maggiori prestazioni.

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Ve l’ho detto, qui si incontra il futuro.

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E il futuro è anche HyQ, un quadrupede che può correre, saltare e andare su terreni pericolosi e accidentati.
E il futuro è fantascientifico e imprevedibile per noi, eppure il Professor Diaspro ti racconta con estrema naturalezza che un giorno si potrebbe vedere iCub in sella a HyQ, per qualche impresa che io non so neanche figurarmi.

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Avevo un blocchetto sul quale ho preso appunti ma naturalmente questo mio articolo non può esporvi la ricchezza di particolari che io ho ascoltato dal Professor Diaspro, ovviamente non ne sarei capace, mi comprenderete.
Ho voluto però mostrarvi ciò che ho visto, semplicemente entusiasmante e meraviglioso, non solo per la fantastica complessità della scienza e dei traguardi raggiunti ma anche per la bellezza di una narrazione davvero unica e appassionata.

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A volte accadono cose strane e belle come questa.
Ringrazio il professor Diaspro per avermi dedicato il suo prezioso tempo e per avermi regalato questo viaggio magnifico nel nostro futuro.

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Andalò Di Negro, l’uomo delle stelle

Nulla accade mai per caso.
E non ci si ritrova con il proprio nome su una targa se non si è fatto nulla per meritarlo.
Forse i i posteri hanno scarsa memoria di certe vicende, ma le lettere incise sul marmo rimandano a un tempo lontano e a una grandezza che merita di essere ricordata.

Calata Andalò Di Negro

Andalò di Negro, l’uomo delle stelle.
Un genovese vissuto tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300, della sua vita abbiamo poche notizie.
Un uomo di cultura, versato per le lettere quanto per la scienza, membro di una delle più antiche famiglie genovesi.
E Andalò ebbe un incarico di prestigio, nel 1314 venne inviato come ambasciatore a Trebisonda e ottenne importanti concessioni e privilegi per la città di Genova.

Viaggiò per tutte le parti del mondo allor conosciute, non da sfaccedato, o da voluttuoso, ma qual vero sapiente cercando la ragione delle cose.

Così di lui scrive lo Spotorno.
La ragione delle cose.
Per tutte le parti del mondo e lassù, in cielo.
Sapiente matematico e scienziato e studioso di astronomia, l’uomo delle stelle scrutava il firmamento, viaggiava alla ricerca di spicchi di cielo da scoprire e scrisse diversi testi, uno dei quali venne stampato nel 1475.
Il libro, dal titolo Andali de Nigro genuensi Opus praeclarum astrolabii, fu il secondo testo di astonomia ad avere l’onore della stampa, dal momento che quest’ultima venne inventata.
L’uomo delle stelle e l’astrolabio, lo strumento con il quale si può stabilire la posizione dei corpi celesti.
Le scoperte e le più grandi invenzioni dell’umanità sono avvenute in epoche lontane, la scintilla del genio e dell’intelligenza ha accompagnato il cammino dell’umanità verso confini impensati: oltre le colonne d’Ercole, nel Nuovo Mondo, nello spazio.
E questo grazie a uomini di scienza come Andalò, a uomini che cercano la ragione delle cose nell’universo.
Andalò di Negro, il genovese: alcuni sostengono che fosse anche studioso di astrologia, ma Andalò si dedicò principalmente alla conoscenza degli astri e dei pianeti, sua anche una ricerca riguardante le latitudini.
E il nome di Andalò di Negro è legato a uno degli autori più noti della nostra letteratura, il certaldese Giovanni Boccaccio, del quale Andalò fu maestro, tanto che l’autore del Decameron lo cita nel suo Genealogia degli Dei.
Così ne scrive, parlando di lui al Re di Cipro:

Io ho spesse volte nominato il nobile venerabile vecchio Andalone di Negro genovese che fu già mio maestro nelle cose di astronomia, e di cui ben ti è nota o ottimo Re la prudenza, la gravità dei costumi e la cognizione ch’egli aveva delle stelle. Tu stesso hai potuto vedere ch’egli non solo apprese a conoscerne i movimenti colle regole tramandateci da’ maggiori, come noi usiamo comunemente; ma che avendo viaggiato per quasi tutto il mondo, egli giunse a conoscere con la propria esperienza, quel che noi sappiamo solo per udito o per relazione. Quindi benché nelle altre cose io il creda ancor degno di fede, nondimeno, in ciò che appartiene alle stelle, parmi che egli debba avere quella autorità medesima che presta Cicerone nell’eloquenza, e Virgilio nella poesia.

Ma l’uomo delle stelle era anche versato per la poesia, scriveva versi in diverse lingue, in particolare in provenzale.
E si tenne in disparte dalle fazioni che attanagliavano la Superba, lontano in giro per il mondo.
Lui scrutava un orizzonte più ampio, l’infinito del cielo.
E nulla è per caso, credetemi.
Quando siete al Porto Antico, nella zona del Museo Galata, guardate verso il mare, dove  si trova il sottomarino.

Calata Andalò Di Negro (2)

Questa calata del Porto porta il nome di Andalò Di Negro.
Il porto, il mare.
L’avventura dei naviganti tra e onde e vele, sopra i flutti che si sollevano potenti contro gli scafi delle imbarcazioni.
Nella notte scura, guidati dagli astri che brillano nel cielo, gli stessi che osservava Andalò Di Negro, l’uomo delle stelle.

Calata Andalò di Negro (3)

IIT si racconta, l’avventura della tecnologia

Un hashtag che gira su twitter: #iitsiracconta.
Un hashtag per diffondere e presentare un evento che si terrà nella giornata di domani, alle 18.00 nella Sala delle Grida del Palazzo della Borsa di Genova, in Via XX Settembre 44.
Vieni ad ascoltare, ti racconto la scienza.
Vieni, siediti tra il pubblico e ascolta.
Ti racconto.
Ti racconto la tecnologia che può migliorare la tua vita, le scoperte e le innovazioni che possono curare certe malattie, le meraviglie delle cellule e delle molecole.
Vieni, ti racconto.
Questo l’invito a tutta la cittadinanza, ai genovesi che non conoscono questa bella realtà nota come Istituto Italiano di Tecnologia, fondazione che ha lo scopo di promuovere la ricerca scientifica.
A Genova l’IIT è una realtà di eccellenza, in forte crescita, assolutamente in controtendenza rispetto alla staticità nella quale sembrano immerse altre realtà.
Sviluppo e ricerca, a Morego.
Ricercatori, scienziati, fisici.
Tra le varie materie oggetto dei loro studi ne cito alcune, tratte dal comunicato stampa che riguarda l’evento: Robotica, cervello e scienze cognitive, Nanofisica e Neuroscienze, Nanochimica e Scoperta e sviluppo dei farmaci.
Visitate il loro sito , lo trovate qui.
E già che ci siete date uno sguardo ai profili dei ricercatori che prestano la propria opera e il proprio ingegno all’IIT.
Sono tutti giovani, sono persone che hanno scelto di vivere la sfida del futuro, con risultati sorprendenti che meritano di essere resi noti e condivisi.
Sono giovani, che oltre a lavorare per migliorare il nostro quotidiano, vivono la città, questa città, che a volte sembra  così ferma e immobile.
Vieni, ti racconto la scienza.
Questo accadrà domani, al Palazzo della Borsa e non c’è scenario più adatto, in quanto in quelle stanze, da anni ormai, si svolge il Meeting degli animatori del Festival della Scienza.
IIT si racconta è un’iniziativa promossa dal Gruppo Giovani di Ascom – Confcommercio di Genova ed è un bel momento di incontro al quale tutti sono invitati a partecipare.
Ed è solo il primo di molti eventi.
Domani, ad accogliere coloro che sono interessati a scoprire questa bella realtà genovese, ci sarà Roberto Cingolani, Direttore Scientifico di IIT.
Nei mesi a seguire, poi, al pubblico verrà offerta la possibilità di partecipare a un ciclo di caffè scientifici, che si svolgeranno alla Pasticceria Liquoreria Marescotti di Cavo, in Via di Fossatello e a Mentelocale Cafè di Palazzo Ducale.
Qui trovate il collegamento al sito della Camera di Commercio con i link al programma , sotto trovate il flyer della manifestazione.
Si inizia domani: non mancate, IIT si racconta e parla anche a voi.

Cicloni e anticicloni

E alla fine giunse Caronte, con le sue temperature bollenti.
Ho un dubbio che mi attanaglia sin dal lontano dicembre, da quando lo stivale venne investito dal Burian, il temibile vento siberiano.
Ricordate? La fontana di De Ferrari era ghiacciata.
Ecco, se qualcuno su dalla regia mi ascolta, saremmo grati di un estemporaneo replay, giusto per riprenderci dal caldo!
Ladies and Gentlemen, per la vostra gioia, ecco a voi, completamente fuori stagione, il gelido Burian, ciak si gira! Magari!
Ecco, comunque cosa stavo dicendo? Ah sì, l’inverno!
E poi si avvicendarono le stagioni, venne la primavera e quindi l’estate.
E giunse Scipione, l’infuocato anticiclone.
E nei giorni a seguire lo soppiantò l’orrido e torrido Caronte, nome mutuato dal tetro traghettatore dell’Inferno al quale Dante attribuì poco confortanti occhi di bragia.
Ecco, vorrei porre un timido e perplesso interrogativo, se mi permettete.
Ma in questa amena nazione sull’orlo del tracollo, chi caspita si prende la briga di tirare fuori nomi del genere?
Capisco che al genio italico non c’è limite, ma sinceramente potrebbero anche risparmiarci.
E oltretutto non abbiamo inventato nulla, gli americani lo fanno da sempre e battezzano i fenomeni atmosferici con nomi propri di tutto rispetto.
Eh, ma noi siamo la culla della cultura e quindi i nostri anticicloni vengono appellati in siffatta maniera, non ci facciamo mancare proprio nulla!
E comunque, l’essenziale è che al pubblico giungano alcune fondamentali informazioni e se ancora non le avete recepite vi prego di prestare la dovuta attenzione.
La prima è questa: nei mesi invernali fa freddo, mentre d’estate fa caldo.
E poi, se per caso aveste dei dubbi, sappiate che il gelo viene dalla Siberia, mentre la calura infernale arriva direttamente dall’Africa.
Sorprendente, vero? E chi l’avrebbe mai detto!
Nei meandri della creatività meteorologica si aggirano poi strani personaggi pirandelliani in cerca d’autore di difficile collocazione.
E’ il caso della temperatura percepita, chi l’aveva mai sentita nominare fino a qualche anno fa?
C’era solo quell’altra, la banale temperatura in gradi centigradi.
Poi è arrivata questa, che secondo me ha dei problemi di identità, oltre che di umidità.
Si è perso nella nebbia, invece, il vento di Föhn.
Ecco, parliamone. Qualcuno sa dirmi che fine abbia fatto?
No, perché fino a qualche tempo fa, a una minima bava di vento leggermente calda, spuntava un serio signore che con tono grave annunciava alla nazione l’inesorabile e minacciosa presenza del vento di Föhn.
Di punto in bianco il povero Föhn è scomparso. Che abbiano esodato pure lui? Così, tanto per sapere, eh!
E quell’altro che risponde al nome di El Niño?
Tranquillizzatevi, lui esiste sempre, ho appena controllato sul web.
Il fatto è che non se ne parla più tanto, ecco.
Come diceva Andy Warhol, i famosi quindici minuti di celebrità spettano a chiunque, passati quelli cadi nel dimenticatoio per sempre.
El Niño, tuttavia, non deve averla presa tanto bene e infatti sta per ripresentarsi in forma smagliante sul palcoscenico mondiale, per i dettagli della sua prossima performance vi rimando a questa notizia Ansa a dir poco allarmante.
Resiste impermeabile ad improvvisi crolli di popolarità l’imperituro Anticiclone delle Azzorre, che si ripresenta con cadenza regolare.
Personalmente ho sempre avuto un’inespressa curiosità, che presto o tardi intendo soddisfare.
Ma quelli delle Azzorre, quando il loro benedetto anticiclone parte per il tour estivo, che caspita di clima hanno? Ecco, qualcuno è in grado di illuminarmi, per cortesia?
Mi risulta che le Azzorre siano splendide isole di origine vulcanica, tra maggio e luglio pare che si ricoprano di ortensie, una meraviglia!
Tuttavia non posso fare a meno di pensare ai poveri abitanti riuniti sulle coste che con la manina salutano nostalgici il loro vagabondo anticiclone.
Eh, potere della fantasia!
Prima o poi partirò per le Azzorre, con un cappello di paglia a tesa larga e una valigia vagamente retrò, mi sembra la tenuta adatta.
Comunque anche da quelle parti c’è da stare attenti.
Infatti, a quanto pare, nel 1811 dalle profondità degli abissi emerse un’isola, che venne chiamata Sabrina, la quale poco tempo dopo si rituffò nell’Oceano per scomparire definitivamente.
Mah! Che sia stata colpa di qualche anticiclone?

Geniali scienziati

Queste cose sono reali? Certamente, potete controllare!
Così è scritto in fondo all’elenco dei vincitori di una bizzarra quanto amena premiazione, sponsorizzata dalla rivista Annals of Improbable Research e che si tiene presso l”Università di Harvard.
Ne ho letto notizia su La Stampa di ieri e, mossa da curiosità,  ho pensato di sbirciare  il loro sito.
A quanto pare, il premio IG Nobel viene assegnato ogni anno dal 1991 ad un ricercatore che abbia compiuto studi meritevoli di attenzione ma certamente insoliti.
E’ il fratello ironico del ben più quotato premio Nobel e, come accade per quest’ultimo,  i destinatari dell’IG Nobel vengono ricevuti e celebrati con tutti gli onori, con tanto di cerimonia di gala e di diretta radiofonica.
Qualche esempio?
Quest’anno, il premio per la sezione psicologia, è andato ad Karl Halvor Teigen, professore all’università di Oslo, per il suo studio volto a chiarire come mai, nella vita di ogni giorno, la gente abbia l’abitudine di sospirare.
Premio per la pace ad Arturas Vuokas, sindaco di Vilnius, Lituania, che ha dimostrato quanto sia semplice risolvere il problema dei parcheggi in doppia fila, passando sopra le macchine con un carro armato.
Premio per la medicina, nel 2010, a Iljia Van Best, Università di Tilburg, Olanda, per aver scoperto che i sintomi dell’asma possono essere trattati con una corsa sulle montagne russe.
Premio per la medicina veterinaria, nel 2009, a Catherine Douglas and Peter Rowlinson, sudditi di sua Maestà Elisabetta II, per aver dimostrato come le mucche che hanno un nome producano più latte di quelle che, poverine, restano anonime.
Premio per la biologia, nel 2008, a Marie-Christine Cadiergues, Christel Joubert, e Michel Franc, studiosi di Tolosa, Francia, per aver inequivocabilmente chiarito un’annosa questione ovvero che le pulci dei cani saltano molto più in alto di quelle dei gatti.
Premio per la chimica, nel 2007, al professor Mayu Yamamoto, giapponese, per essere riuscito ad estrarre un aroma dal gusto e dal sapore di vaniglia dallo sterco di vacca.
Premio per l’ornitologia nel 2006 a Ivan R. Schwab, Università Davis, California, per i suoi studi volti a comprendere per quale ragione ai picchi non venga mai mal di testa.
Nel medesimo anno, premio per la matematica a Nic Svenson e Piers Barnes, Australian Commonwealth Scientific and Research Organization, per aver calcolato quanti tentativi un qualunque disgraziato sia costretto a fare prima di azzeccare l’istante esatto in cui, in una foto di gruppo, nessuno ha gli occhi chiusi.
E ancora, sempre nel 2006, premio per la fisica a Basile Audoly e Sebastien Neukirch dell’Università Pierre et Marie Curie, Parigi, per le loro ricerche risolutive in merito alla seguente questione: per quale motivo gli spaghetti, da crudi, si spezzano sempre in più di due parti?
E su tutti, ecco i premi certamente più meritati.
Signori, nel 2003, per la sezione ingegneria, sono saliti sul podio John Paul Stapp, Edward A. Murphy, Jr. e George Nichols, per aver identificato nel 1949 la legge di Murphy, principio dell’ingegneria in base al quale: “se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi può sfociare in una catastrofe, sicuramente qualcuno lo metterà in atto“.
E infine, nel 1996, premio per la fisica a Robert Matthew, Università di Aston, Regno Unito, per i suoi studi sulla legge di Murphy e per aver inequivocabilmente dimostrato come una fetta di pane imburrato cada, fatalmente, sempre dalla parte del burro.
Sono le leggi che governano l’universo, ricordate: se qualcosa può andar male, lo farà.

Incerte certezze

Sono giorni convulsi questi.
Scampato il pericolo del satellite, grazie al cielo.
Un pensiero va alla deliziosa giornalista che, sbarrando gli occhioni come suo solito e sbattendo le ciglia alla maniera di Jessica Rabbit, due giorni fa mi ha fatto andare per traverso il pranzo, sostenendo che gli scienziati sarebbero stati in grado di preavvertire la popolazione con un anticipo di circa venti minuti precedenti all’impatto.
Ce la faccio più o meno ad arrivare nel portone in quel lasso di tempo.
Pertanto, pro futuro, vi sarei grata se mi avvisaste con un certo anticipo, sufficiente a prenotare per me ed Experita un soggiorno in un’isola caraibica.
Ma non è finita qua, come già saprete.
Adesso si scopre che il neutrino pare che navighi a un velocità superiore a quella della luce.
Scardinate così, in un soffio, tutte le teorie che fino ad oggi reggevano le leggi dell’universo.
Che già uno che si chiama neutrino, scusate, ma come si permette?
Piccolo, perfido e infido.
La luce pare che non l’abbia presa benissimo, ha convocato immantinente una conferenza stampa e prossimamente sarà ospite nel salotto di Bruno Vespa dove intende farsi le proprie ragioni.
In studio sarà presente Renato Mannheimer che rivelerà i risultati di un sondaggio sull’affidabilità del neutrino e sulla crisi esistenziale della luce.
Tra gli ospiti saranno presenti l’elettrone, il protone, la particella d’ossigeno, il perossido di idrogeno, Alba Parietti e il professor Morelli, nonché il criminologo di turno che illustrerà le teorie complottiste in atto a danno della luce.
Come se non bastasse, la Nasa, pochi giorni fa, ha rivelato che l’estinzione dei dinosauri pare non sia dovuta alla caduta di un asteroide.
Migliaia di morti, nessun colpevole. Beh, a questo siamo abituati.
Comunque, per chiarire la situazione, andrà in onda uno speciale di Quarto Grado, con l’inviata in diretta proprio da là, dal luogo in cui si è sempre pensato sia caduto il famigerato asteroide.
E a proposito di dinosauri, sembra che in Canada siano state scoperte sedici piume imprigionate dentro un frammento di ambra.
Queste piume, a quanto pare, risalgono a ben 85 milioni di anni fa, quindi esistevano essere viventi capaci di volare in tempi assai precedenti rispetto a quanto si pensava.
E poi c’è questa faccenda del default della Grecia, notizie preoccupanti.
La gente vuole certezze, di questi tempi.
E meno male che qualcuno ci pensa, alla gente.
Christian De Sica sta girando, insieme a Sabrina Ferilli, il cinepanettone di Natale.
Secondo la classifica di Forbes, Bill Gates sarebbe l’uomo più ricco d’America.
Federica Pellegrini, vivaddio, si è tolta dalla caviglia il tatuaggio che ricordava il suo amore con il povero Luca Marin.
E’ iniziato, finalmente, “C’è posta per te”. Il pubblico è rimasto incollato ai teleschermi per vedere se quel cattivo padre è stato perdonato dalla figlia. Solite pause e silenzi infiniti all’apertura della busta, Maria che si aggira in studio su tacchi vertiginosi dispensando saggezza, il padre piange, la figlia pure, il pubblico è in delirio.
Ecco, altro che neutrini, asteroidi e satelliti: queste sono certezze.

La modernità

Io non credo che la nostra epoca, solo per il fatto di essere la più recente, sia la migliore.
Io non penso che i nostri tempi, così moderni, siano poi, nella realtà, forieri di eccellenza.
Non ricordo che noi, in anni recenti, abbiamo fatto grandi scoperte od invenzioni.
Certo, navighiamo nello spazio, mandiamo le nostre sonde in avanscoperta ed esploriamo universi sconosciuti. C’è da sperare, in proposito, che qualcuno più evoluto di noi non ci scopra a sua volta, noi non sapremmo come fronteggiare un’intelligenza superiore.
Certo, negli ultimi anni la medicina  ha fatto un balzo in avanti, scoprendo cure e terapia fino a poco fa ignote.
Ma noi, per la potenza dei mezzi di cui disponiamo, non dovremmo arrivare ancora oltre rispetto ai nostri traguardi? 
E se paragoniamo i nostri successi a quelli dei nostri lontani predecessori non sembra anche a voi che, rispetto a loro, non ci evolviamo con la stessa velocità?
Pensate a coloro che inventarono i numeri e l’alfabeto.
Pensate ad Archimede, postulò le leggi dell’idrostatica a quanto pare facendo un bagno.
E con degli specchi, che riflettevano la luce del sole, creò un’arma micidiale che venne usata nell’Assedio di Siracusa contro i romani: il sole si rifletteva sulle barche e queste, per il calore, andavano a fuoco.
Pensate a Galileo e alla scoperta del sistema solare.
Di quali mezzi si servirono questi scienziati? Del loro genio, principalmente.
E ancora pensate alla pittura, alla poesia, alla letteratura dei secoli passati e poi andate con la mente a quelle che abbiamo oggi, ai nostri giorni.
Non sembra anche a voi, che viviamo in un’era decadente e che potremmo far meglio, produrre pensiero, saggezza e grandezza?
La nostra filosofia, le nostre arti, le nostre teorie a volte mi sembrano nulla, in paragone a ciò che ci è stato lasciato.
E allora, siccome forse non siamo più capaci di creare, noi con le nostre mani e le nostre menti, una grandezza pari a quella che nei secoli ci è stata tramandata, almeno teniamoci stretto, come un tesoro, ciò che altri, in tempi assai lontani, ci hanno lasciato in eredità.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

Eternità

A volte non ci pensi ed accade.
Stai sfogliando il giornale e le notizie, quelle che ti aspetti, ci sono tutte.
Però a volte accade: ti ritrovi a leggere, con stupore, una notizia che, da sola, vale l’acquisto del quotidiano per un intero anno.
Cliccate qui e guardate queste immagini.
E’ un abbraccio tenero ed affettuoso, un abbraccio di seimila anni fa.
Gli archeologi hanno scoperto questi scheletri risalenti all’era neolitica nel 2006, in una necropoli nella zona di Mantova ed è proprio in questa città che per qualche giorno verrà allestita un’esposizione presso il Museo Archeologico Nazionale.
Li hanno trovati così, con le braccia tese uno verso l’altra, le gambe intrecciate, si guardano a vicenda, i visi sono vicini, le labbra a poca distanza.
Erano giovani i due innamorati: diciotto anni lei e venti lui.
Le ipotesi degli scienziati in merito alla loro fine sono molte: nelle loro immediate vicinanze sono state rinvenute delle punte di silice e, in prima battuta, il ritrovamento ha fatto supporre che i due ragazzi, ormai noti come gli amanti di Valdaro, siano stati assassinati.
O forse, si è pensato, si stringevano così per difendersi dal freddo e dal gelo, o magari, tra le altre possibili spiegazioni, si è pensato che la loro sepoltura non sia stata casuale.
Avranno fatto parte di una comunità, che venerava dei a noi sconosciuti e che rispettava alcuni riti religiosi e forse, per il loro viaggio nell’oltretomba, si scelse di unirli in questa maniera, in questa stretta che li ha portati qui, fino ai nostri giorni.
Qualunque sia stato il loro destino, l’amore ha un linguaggio universale che si comprende anche secoli dopo.
Vediamo solo le loro ossa in queste immagini.
E non vediamo quello che fu di loro ed è così semplice immaginare: gli occhi languidi e pieni di desiderio, i capelli lunghi, certo arruffati e disordinati, i muscoli guizzanti di lui, la pelle liscia per la loro giovane età ma in certi punti ispessita per la vita dura che si faceva a quel tempo, il sorriso, le unghie forse lunghe e sporche, le mani che si stringono e i piedi che si toccano.
Non sentiamo il respiro né le loro parole, pronunciate in un idioma a noi ignoto.
Se sono morti così, in questa posizione, avranno cercato di consolarsi a vicenda, ci saranno stati sussurri, baci, carezze.
E lui le avrà detto, stai calma, passa tutto.
Stai qui tra le mie braccia, ti proteggo io.
E lei avrà tremato, avrà sentito un brivido di terrore percorrerle la schiena.
Forse c’era il tuono, il vento forte, forse infuriava il temporale, forse nevicava e loro non avevano nulla per accendere un fuoco.
Era notte fonda, una notte nera, scurissima e sprofondata nel buio.
E là fuori, tutti intorno, nel bosco si potevano chiaramente sentire orde di animali selvaggi in cerca di una preda.
Si udivano i passi, i latrati, gli ululati, lei avrà detto: ho paura.
Ma lui era lì, vicino. Non se n’è andato mai, le è rimasto accanto, anche se aveva solo se stesso per difendere la sua donna.
E per distrarla le avrà parlato e i ricordi, i loro ricordi, quelli che non ci possono raccontare, avranno alleviato questo momento difficile e fatale.
Lui le avrà detto: lo vedi, sono qui. E ci sono sempre stato, dal primo giorno, da quanto ti ho vista, non me ne sarei andato per nulla al mondo.
Ricordi quella mattina?
E quando è arrivato il tramonto, l’abbiamo aspettato insieme, ricordi?
Avrà un senso, per noi, ora essere qui.
Ha tutto il senso del mondo, averti qui così vicina e stretta a me, tutto il senso del mondo.
E lei avrà sorriso, avrà sentito, caldo e potente, quel conforto che lui voleva darle.
E con la mano, lieve e leggera, gli avrà accarezzato le tempie, mentre lui le asciugava le lacrime.
Lui non piangeva, lui no, gli uomini veri non lo fanno mai.
Ora dormi, le avrà detto. Dormi e sogna uno di quei sogni in cui ci siamo solo io e te e null’altro al mondo.
Dormi, sogna e non aver paura.
Ci sono io qui con te.
E le loro palpebre, piano piano, si sono chiuse.
E nel sonno, forse, i loro respiri si saranno fatti più affannosi, il battiti dei loro cuori avranno perduto, d’un tratto, il loro ritmo, in sincrono.
E non c’è stato più un mattino né un’alba dorata a riscaldare il loro risveglio.
Ma essere lì, insieme, aveva tutto il senso del mondo.

La tempesta

Con il consueto allarmismo apocalittico, oggi al telegiornale hanno annunciato che sul sole è in corso una tempesta elettromagnetica.
Pare che una nuvola di particelle sia beatamente in viaggio verso il pianeta terra e che questo potrebbe, forse, mettere in pericolo le telecomunicazioni: satelliti che non funzionano, cellulari a singhiozzo e navigatori che vi dirigono dalla parte opposta rispetto a quella verso la quale voi vorreste andare.
Hanno anche accennato alla probabilità che si verifichi nuovamente quello che accadde nel lontano 1859 e che pare sia noto come evento Carrington.
Allora, si dice, il telegrafo andò in tilt per diverse ore, alcuni macchinari presero fuoco, altri si misero a funzionare autonomamente.
Ne seguirono magiche aurore dai colori cangianti anche a latitudini dove, in genere, non è possibile ammirarle.
Il servizio si è chiuso con la solita confortante frase: in ogni caso, non si corre alcun pericolo. Vi lascio alle previsioni del tempo. Buon pomeriggio.
Miss Fletcher, conscia dell’ incombente situazione e dei suoi probabili rischi, ha attuato tutte le contromisure necessarie per sopravvivere ad un eventuale tracollo della connessione ed altre amenità.
Se, nei giorni a venire, non doveste più trovare mie tracce qua sopra, puntate fiduciosi lo sguardo verso nord, e con un po’ di pazienza attendete.
Quando vedrete levarsi nuvolette di fumo regolari ed intermittenti, mettetevi comodi ed apprestatevi alla lettura: quella  sono io che, comodamente seduta a gambe incrociate davanti al mio tipì, mi appresto a comporre il prossimo post.
Dicono che un eventuale black out non dovrebbe durare troppo, e riguardo agli altri effetti collaterali non nutro eccessive preoccupazioni.
Voglio dire, se l’aspirapolvere decidesse di mettersi a fare le pulizie da solo, in perfetta autonomia, non avrei proprio nulla in contrario, ecco. L’essenziale è che non si metta in moto nottetempo e non cominci a girare per casa come un indesiderato fantasma, anche i vicini, oltre tutto, potrebbero avere qualcosa da obiettare.
Per il resto, gli lascio campo libero. E lo stesso vale per la lavatrice, il ferro da stiro, il frullatore.
Ragazzi, fate pure ma, mi raccomando, rispettate i turni e vedete di partire uno per volta, altrimenti qui rischiamo l’anarchia.
Se poi, per un ulteriore effetto della tempesta, l’ago da ricamo volesse gentilmente completarmi la cornice del quadro di Shakespeare, gliene sarei grata dal più profondo del cuore.
In fondo ne ho già fatta più di metà, non mi sembra di pretendere troppo.
Altro non mi turba.
Ho una riserva di pesto nel congelatore, sempre che non salti la corrente: nel qual caso mi toccherebbe buttare due chili di trenette e dare un party, evento che potrebbe anche presentare risvolti interessanti.
Al momento mi trovo in un ameno paesino ricco di sorgenti d’acqua, pertanto di sete non dovrei morire.
Dispongo di una riserva di aida e moulinè sufficienti per dedicarmi al mio amato punto croce da qui all’eternità e sto leggendo un paio di libri parecchio interessanti, candele ne ho ed altro non mi serve.
Domani mattina, sonno permettendo, non mi dispiacerebbe svegliarmi presto per assistere, emozionata ed attonita, allo spettacolo di eventuali aurore striate di verde, di rosa e di blu, sarebbe molto bello vederle.
Ora vi lascio, con questo rumore faccio un po’ fatica a scrivere.
C’è il phon che mi ronza intorno ed insiste per farmi la piega e mi tocca dargli retta.
Certo che se devo spiegargli che dopo il getto di aria calda bisogna usare quello d’aria fredda, proprio non andiamo d’accordo.