Usavamo lo schedario

Il mio schedario è nero e arancione, lo tengo tra le cose del passato che con tutta probabilità non mi torneranno mai più utili ma allo stesso tempo mi dispiacerebbe liberarmene.
E così se ne sta in cantina tra i libri di scuola e i vecchi giocattoli, vicino alle pile dei quaderni a quadretti e tra le cose appartenute ad un altra me.
Dunque, noi che abbiamo usato lo schedario siamo poi quelli là che ancor prima facevano le ricerche su corpose enciclopedie e ritagliavano le fotografie da quei giornaletti appositi che tutti abbiamo posseduto.
Nota a margine: il bello di fare le ricerche era anche usare il barattolo argentato della Coccoina e avere le dita tutte appiccicate, sono quelle cose fantastiche che poi non ti dimentichi più!
Siamo stati scolari, liceali e poi universitari e nell’ultima fase del nostro corso di studi ci siamo ritrovati alle prese con lo schedario.
Si usava chiaramente per la bibliografia e per registrare su quei cartoncini titoli di libri, citazioni, romanzi, articoli o saggi utili per la tesi.
Presumo che adesso si utilizzino altri metodi, noi invece avevamo lo schedario, la nostra fidata stilografica ed anche una buona dose di pazienza.
Tenere uno schedario è una faccenda a suo modo complicata, è un procedimento lento e comporta una certa precisione.
E a dire il vero la ricordo come una questione a tratti divertente e a volte pure un po’ macchinosa, tuttavia non si poteva proprio fare a meno dello schedario!

Certo, allora ogni cosa era davvero più complicata, per esempio da studentessa di lingue dovevo reperire alcuni articoli di giornale da riviste e quotidiani stranieri.
E così eccomi alla scrivania, sto fiduciosamente scrivendo una letterina a una certa casa editrice statunitense chiedendo appunto il materiale a me necessario.
Busta, francobollo, buca delle lettere e attesa.
Cose che a pensarci adesso ci sembrano proprio strane, vero?
Eppure.
Non avevamo una mail, mi pare inutile sottolinearlo.
E ne venivamo dall’armeggiare con il barattolo della Coccoina, tra l’altro!
Ed eccomi ancora.
Treno, viaggio, Stazione Centrale di Milano.
Vado a piedi perché non conosco i mezzi pubblici, intanto devo solo andare in un Istituto di Cultura che è in pieno centro e non tanto distante.
Toh, guarda! Qui dietro c’è una celebre strada nota per i suoi negozi, vuoi non guardare due vetrine mentre raccogli il materiale per la tesi?
Ecco, quella mezza giornata a Milano la ricordo alla perfezione.
Poi di nuovo treno, viaggio, Stazione Principe e casa.
Cose che a pensarci adesso sono da non credere, dai!
Quindi in questi giorni mi è capitato di aprire ancora una volta quello schedario, ho sfogliato e letto alcune di quelle schede scritte a mano da me e nel riporle al loro posto ho fatto bene attenzione a rimetterle proprio dove stavano, nel punto esatto destinato ad ognuna di loro.
E se ci pensate, anche questa è proprio una di quelle cose strane che quasi si stentano a credere.

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Lo chiamavano Rino

In casa tutti lo chiamavano Rino, era il suo affettuoso diminutivo.
E aveva anche due fratelli, a quanto ne so.
Quindi la loro mamma doveva avere il suo gran da fare a star dietro a tutti loro però io credo che Rino fosse un bambino buono, studioso e tranquillo.
Eccolo qui, tutto serio con la sua giacchetta con i bottoni tondi e la cravattina sottile, era un ragazzino dalle tante speranze troppo presto deluse.

Aveva quasi undici anni e tutti lo chiamavano Rino.
Quasi undici anni di corse, ginocchia sbucciate, salti, tuffi nel mare profondo, dentini caduti, bretelle e calzoncini corti, risate e partite a pallone con gli amici.
Ed io ho incontrato lo sguardo di Rino diverse volte, in quella galleria di Staglieno dove egli riposa, questo mi ha fatto nascere la curiosità di conoscere qualcosa in più sul suo breve viaggio nel nostro mondo.
E così ho scoperto che Rino visse in una casa dei caruggi vicina a quella dove aveva abitato in tempi più lontani il mio bisnonno, il destino sa essere sorprendente e certi luoghi celano silenziosamente memorie preziose.

Rino (2)

La casa di Rino è là, vicino alla vivace Via della Maddalena con i suoi molti negozi, è comoda per il capofamiglia, infatti il papà di Rino è trippaio e proprio lì alla Maddalena ha la sua bella bottega.
E così l’altro giorno passando proprio davanti a quella serranda abbassata ho immaginato lui, Rino mentre corre come un fulmine per andare nel negozio del suo papà.
E in questi caruggi tutti lo conoscono, è normale che sia così, no?
I luoghi, a volte, nascondono anche le risposte che non possiamo conoscere.
Lui, Rino, aveva quasi undici anni e amava la scuola, almeno così credo, lo hanno ritratto per sempre scolaro con la sua cartella.

Rino (3)

E forse aveva imparato la bella calligrafia e magari quello era uno dei suoi orgogli.
Credo che amasse leggere ed immergersi in mondi immaginari con la sua vivida fantasia, faceva sogni ad occhi aperti che forse non ha mai confidato a nessuno.
Adesso la sua mano è posata per sempre su un libro molto celebre, certo a scuola Rino avrà letto il romanzo di De Amicis, forse era una storia a lui cara.

Rino (4)

Il suo nome era Rinaldo ma tutti lo chiamavano Rino, lo so perché ho trovato questo diminutivo nell’ultimo saluto che gli fece la sua famiglia.
Rino se ne andò come altri suoi coetanei, nel tempo in cui la vita e la buona salute erano più fragili.

Rino (5)

Lo ricordarono in questa maniera, ritratto nella sua esistenza acerba troppo presto recisa.
Rino è uno dei bambini che torno sempre a salutare ma adesso conosco anche alcuni dei suoi luoghi e allora è un po’ diverso portargli un pensiero o una parola.
Lui è uno di noi, è un bambino di Genova e della Maddalena.
Ciao Rino, così anche io ti ricordo, per sempre fanciullo e per sempre scolaro.

Rino (6)

Il primo giorno di scuola

E arriva così l’emozione intensa del primo giorno di scuola.
La cartella e il quaderno, le matite colorate e una penna per imparare a scrivere le lettere dell’alfabeto e i numeri, la curiosità di diventare grandi.
Un cappellino in testa, un nastrino che cade sul petto, un sorriso fiducioso e un vestitino a quadretti.
Nel lontano 1930, è trascorso tanto tempo da allora.

Il luogo nel quale è stata scattata questa fotografia è anche in parte cambiato.
Una curva vertiginosa e una salita, questo è un tratto di Corso Monte Grappa ed è stato riconosciuto dal mio amico Giancarlo Moreschi che qui ringrazio per il suo aiuto.
Con gli anni in questa strada sono sorti nuovi edifici ma il tempo è un mistero bellissimo, in qualche maniera tutto resta, in qualche modo i luoghi conservano la memoria di ciò che è stato.

Corso Monte Grappa (2)

E così, osservando meglio, si può scorgere una bimbetta, tutti la chiamano Pucci.
Compita, ordinata, obbediente e dolcissima.
Tiene i piedini uniti, ha calze e scarpette chiare, dello stesso colore sono i polsini e il colletto del suo abito.
È giudiziosa, intelligente e gioiosa.
Ha un quaderno nella cartella, castelli in aria e sogni, sogni ad occhi aperti a non finire.
E ha tutta la vita davanti, ancora.
E giorni da ricordare, i giorni delle scuole elementari.

I quaderni delle elementari

Ed è settembre e a breve inizierà la scuola, uno dei viaggi più avventurosi che si possano intraprendere.
E ditemi, voi ricordate in quale momento esatto avete imparato a scrivere?
Io a dire il vero non ne ho memoria precisa e oltre tutto appartengo all’eletta schiera dei mancini, da adulta ho persino tentato di imparare a scrivere con la destra e dopo essermi esercitata un po’ con le aste ho gettato la spugna, era veramente una fatica improba!
In prima elementare però, come tutti, anch’io sono riuscita ad apprendere velocemente l’arte della scrittura e ancora conservo quei miei quaderni di prima elementare pieni zeppi di vocali tremolanti e consonanti sbilenche.
E così oggi, con vero orgoglio, vi mostrerò alcuni dei miei capolavori.
Nelle gloriose aule della Mazzini ci si esercitava di continuo con le matite rosse e nere e si cercava di districarsi tra aghi, ghiri e poi funghi, mughetti e ghiande, un lavoraccio!

I miei quaderni delle elementari sono ricchi di colori, di sbavature e di vita.
E sono densi anche di magnifiche scoperte o semplici constatazioni che restano comunque anche adesso fonte di stupore e meraviglia.

Su quelle pagine a quadretti ci sono anche rime e filastrocche.
E poi una volta diventati adulti si pensa di averle dimenticate ma non è mai realmente così, tutto resta in qualche angolo della memoria e basta che gli occhi scorrano su certe parole perché ci venga subito in mente tutto quello che credevamo di aver scordato.
E dite un po’, vi ricordate questa cosa qui?

Sono certa che alcuni di voi stanno già ripetendo a voce alta il seguito della storiella che fa così: venerdì fu un bel pulcino, beccò sabato un granino, la domenica mattina aveva già la sua crestina.
Eh, noi studiavamo quelle cose lì, non so se i bambini di adesso facciano lo stesso!
Sul mio quaderno di quel tempo andato ci sono poi anche altre cose meravigliose come ad esempio il girotondo del ghi e del ghe che prosegue esattamente così.

E poi continua in questa maniera: tanti funghi grossi o lunghi, ghiaccio e aghi, ghiaia e maghi.
Girotondo del ghi e del ghe, scrivine ora uno da te.
Sono da molto tempo lontana dal mondo della scuola e immagino che le cose siano molto cambiate e sono anche certa che tra voi lettori ci siano persone che come me hanno imparato a diventare grandi proprio in questa maniera.
Eravamo bambini negli anni ‘70 e avevamo la cartella sulle spalle e il grembiulino bianco.
Imparavamo ogni giorno qualcosa di nuovo e sui nostri quaderni c’erano quelle belle parole a volte difficili da scrivere, c’erano le annotazioni della maestra e i suoi elogi che ci incoraggiavano a fare sempre meglio.
Sui nostri quaderni c’erano le nostre frasette, gli esercizi, i sogni e i disegni.
E alberi, sole brillante, cielo azzurro, nel tempo delle fiabe e della scuola elementare.

Bambini di un altro tempo

Ci sono fotografie che raccontano in quale maniera si diventa grandi, il cammino non è per tutti uguale, per alcuni è più difficile e per altri, invece, può essere semplice e piano.
Questa foto di gruppo viene da un altro tempo e ritrae bimbi di diverse età e si notano bretelline, frangette, riccioli scomposti, grandi fiocchi e facce imbronciate.
Forse a tutti era stato detto di essere buoni e obbedienti mentre il fotografo Andreata scattava questa fotografia.
E loro, i bambini, hanno fatto del loro meglio, come sempre.

E mi pare di scorgere qualche somiglianza, la ragazzina più grande sembra essere una protettiva sorella maggiore.

Niente sorrisi, visini seri e persino un po’ ombrosi.
Le mani aperte sulle ginocchia, l’abitino a quadretti, gli occhi sgranati e smarriti.
La prima bimba a sinistra, la biondina con i capelli raccolti in una coda, non è figlia unica.

Eccola lì seduta per terra la sua sorellina minore, è quella sulla destra, le due portano vestiti fatti con la stessa stoffa, hanno la stessa espressione negli occhi e pure lo stesso stesso nasino.

Funziona sempre così nelle foto di gruppo: i piccoli stanno davanti e seduti per terra, i più grandi in ultima fila in piedi insieme agli adulti.
E a volte in certi sguardi si scorgono rigore e severità, sembra non trasparire quasi nessuna dolcezza, credo che questo accada perché noi non sappiamo guardare bene o forse siamo abituati ai nostri atteggiamenti spigliati davanti a una macchina fotografica.
E invece se guardate con attenzione vedrete che la bimba piccina stringe le dita della donna alla sua sinistra e in quel gesto c’è tutta la tenerezza che le parole non possono descrivere.

Certe fotografie raccontano di quaderni a quadretti, di paginate di aste, di letterine di Natale, di matite colorate e di filastrocche in rima da imparare a memoria.

E poi nelle fotografie di questi giorni lontani c’è sempre qualcuno che attira maggiormente la mia attenzione, magari per la gestualità o per una particolare espressione.
Ed eccolo qui, lui un marinaretto un po’ irrequieto, deve essere uno di quelli che non stanno mai fermi e che alla prima occasione ne combinano di tutti i colori.
Insomma, un adorabile bambino terribile!

E che dire del piccoletto seduto per terra che è tutto preso a rimirare la sua tazza?
Non gliene importa proprio niente di quello che accade attorno a lui!

Fiocchi, sorrisi, sogni, dubbi, calzini corti ed incertezze, scarpette con il passante e pianti a dirotto, camiciole candide e risate rumorose.
Cose di bambini di un altro tempo.
Con un destino da scrivere, giorno dopo giorno.

Tutti insieme per la fotografia, imparando a diventare grandi.

La foto di classe

Quando arriva la fine della scuola giunge anche il tempo della foto di classe.
Ognuno di noi ha un bel ricordo di quel momento: si raggiungeva il cortile, ci si metteva in fila e si attendeva il momento cruciale.
E se per noi era un istante speciale proviamo ad immaginare l’emozione dei bambini di un’altra epoca.
I più piccoli seduti davanti, naturalmente.

E poi, se è possibile, nella foto di classe cerchi di metterti vicino all’amico del cuore.
Gli anni passeranno e comunque si rimarrà sempre uniti, come fratelli.

Occhi sgranati, capelli biondi e le manine davanti alla bocca.
Eh, la timidezza rimane impressa anche nella foto di classe.

Io di foto come questa ne ho parecchie: non solo le mie, ne ho diverse di mia nonna che era una ragazza del ‘99 ed era maestra, la giovane donna che si vede in questa immagine da me acquistata era una sua collega, mi sono domandata se si siano conosciute.
Sì, in ogni foto di classe c’è anche la Signora Maestra, lei non è solo un’insegnante ma quasi una seconda mamma, a mio parere.
La Signora Maestra è severa ma dolce, paziente e amorevole, la Signora Maestra fa scrivere ai suoi alunni pagine e pagine di aste e ci tiene molto alla bella calligrafia.

La Signora Maestra ha anche il suo gran da fare con certe piccole pesti, non c’è dubbio.
Il secondo bambino da sinistra ha un’espressione che è tutto un programma, direi che è un vero capopopolo.
E chissà la vita cosa avrà riservato la vita a lui e ai suoi compagni, certe domande restano senza risposta.

E cosa potremmo dire di questi quattro ragazzetti?
I due al centro, in particolare, guardateli bene: sono furbissimi, vivaci e irrequieti.
Mia nonna direbbe: o me l’hanno fatta o me la devono fare!
Gli altri due piccini sembrano tipi più tranquilli ma secondo me si fanno coinvolgere dai loro amici e qualche volta tutti e quattro si cacciano nei guai.

In questa foto di classe c’è una bimba che è una vera principessa, pure lei deve avere un bel caratterino ma spicca tra tutte per il suo visetto luminoso e per quel suo sorriso, sono certa che sia divenuta una donna affascinante.
Eccola, al centro dell’immagine, sta seduta per terra e ha un fiocco chiaro tra i capelli scuri.

Tempo lontano, tempo di scuola e di quaderni a quadretti.
Una memoria di un anno distante e di bambini che saranno divenuti uomini in un periodo difficile.
Erano gli anni ‘20, non molto tempo dopo ci sarebbe stata la II Guerra Mondiale.
E mi chiedo cosa potrebbero raccontarci loro tre di quegli anni tremendi, mi chiedo se siano riusciti a superarli indenni.

Occhi spalancati sul mondo, sul futuro ignoto e sul tempo che verrà.
E non sai nulla di quello che ti accadrà.

Bambine pensierose, assorte, così belle e aggraziate nella loro semplicità.
E nulla sanno di quello che la vita ha in serbo per loro.

Una fotografia, un ricordo dell’anno scolastico 1923-24.

Un condominio negli anni ’70

Accade sempre, in questo periodo, mi tornano alla mente certi anni e mi ricordo come eravamo.
Un condominio negli anni ‘70 era una faccenda ben diversa rispetto ad adesso, innanzi tutto in questo condominio c’erano moltissimi bambini.
Così era, negli anni 70, ora non saprei fare il conto esatto ma davvero erano rappresentate diverse generazioni, dalla prima infanzia alla giovinezza.
E a dire la verità con lo scorrere del tempo non è mai più stato così.
Davanti a casa c’erano quelle macchine là delle quali tutti vi ricordate: la 127, la 126, le Alfa Romeo e naturalmente la mitica 500.
Ovvio, era la macchina che usavano le nostre mamme per venire a prenderci a scuola, la maggior parte di noi infatti tornava a casa per il pranzo.

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E come dicevo, in questo periodo mi vengono spesso in mente quegli anni e accade per una ragione precisa.
Negli anni ‘70 in questo condominio si era soliti fare l’albero di Natale nel portone, era una sorta di rito collettivo che coinvolgeva molti bambini del palazzo e questa faccenda di decorare l’abete tutti insieme era un piccolo evento straordinario e molto atteso.
Quell’albero me lo ricordo ancora bene, aveva certe bellissime lucette a forma di ghiacciolo.
E mi ricordo anche che una delle bambine del condominio aveva una fortuna particolare: non so perché ma a lei Babbo Natale nascondeva i regali per tutta la casa, non li metteva sotto l’albero ma li sparpagliava sotto i mobili, nei cassetti, dietro alle poltrone.
E insomma, io mi sono sempre chiesta per quale ragione le fosse riservato questo privilegio, era una bambina fortunata!

Natale (12)

Negli anni ‘70 un condominio era un piccolo mondo coeso, ci si conosceva tutti e ognuno aveva le sue caratteristiche: uno era celebre per il pollice verde, l’altro per l’indiscussa abilità nei lavoretti, su alcuni potevi sempre contare e puoi star certo che c’era sempre qualche mamma o qualche nonna che preparava ottimi dolci.
Ad esempio, per i compleanni, andava per la maggiore la torta al cioccolato con il centro morbido e soffice.
Negli anni ‘70 le bambine di questo palazzo si vedevano a casa di una o dell’altra per giocare insieme.
Ecco, a dire il vero ogni tanto si giocava anche ad interpretare i film, ad esempio quelli di Bud Spencer e Terence Hill ed erano sempre lunghe discussioni su chi dovesse fare la parte dell’uno o dell’altro attore.
Poi c’erano i pentolini, la Barbie con il suo ricco guardaroba e quei giochi in scatola che ora non si usano più.
E facevamo anche quel gioco per il quale serviva solo un foglio a quadretti e una matita: si dovevano scrivere nomi di fiori, città, animali e tutti dovevano iniziare con la stessa lettera, vi ricordate?
Negli anni ‘70, in sostanza, non ci annoiavamo mai.

La Reginetta del Ballo (11)

E poi, come dicevo, c’erano diverse generazioni nel condominio.
E quelli più grandi a me sembravano davvero grandi.
E c’è una scena che ho perfettamente impressa nella memoria, a dire il vero mi viene in mente ogni volta che percorro una certa creuza qui nei dintorni.
Mi sa che accadde forse al principio degli anni ‘80, a voler proprio essere precisi.
E dunque, io salivo su per questa creuza e nella direzione opposta scendeva un giovane del condominio, uno di quelli grandi, insieme a colei che poi sarebbe diventata sua moglie.
E insomma, voi avete presente le discese di Genova?
Ecco, io ho visto loro due e ho guardato lei: indossava la minigonna di jeans e gli stivali con il tacco.
E sono rimasta a chiedermi come caspita fosse possibile che riuscisse a scendere con una simile disinvoltura giù per quei gradini con quei tacchi lì.

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Giuro che me lo ricordo come se fosse capitato due giorni fa.
Succede, no?
Eppure.
Eppure sono passati parecchi anni.
E ieri ho percorso di nuovo quella creuza e mi è tornato di nuovo in mente.
E poi, come ogni anno in questo periodo, ho pensato che sarebbe bello fare ancora l’albero di Natale nel portone, solo che bisogna vedere se da qualche parte si trovano le lucette a forma di ghiacciolo, senza quelle non sarebbe la stessa cosa.
Stavano un tempo sui rami di un abete, in un condominio, negli anni ‘70.

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Cartoleria Peloso, una bottega dalla lunga storia

Questa è la storia di un’antica bottega di Genova ed è una vicenda che affonda le sue radici in un altro secolo, a dare inizio a questa avventura fu Filippo Peloso, un genovese nato nel lontano 1863.
Nel 1885 egli aprì un bel negozio di cartoleria in Via Cairoli e contemporaneamente fu molto attivo negli ambienti religiosi.
Si iscrisse alla Società Operaia Cattolica di San Giovanni Battista e fu membro di diverse associazioni e cooperative sempre di ispirazione cattolica, una di esse si occupava della costruzione di case popolari.
Diede anche vita alle Filodrammatiche Cattoliche e così nel suo negozio teneva anche scenari e costumi utili alle rappresentazioni.Peloso

Se per caso dovesse capitarvi di sfogliare “La Settimana Religiosa” vi imbatterete spesso in questa bottega.
Su questa rivista ho cercato notizie sui festeggiamenti degli 800 anni della traslazione delle ceneri del Battista a Genova e su certe pagine di fine ‘800 ho trovato un’affascinante pubblicità.
Dove si vendevano i globi luminosi? Da Peloso, naturalmente.
E forse ricorderete, ho avuto modo di narrarvi di una gita sul Monte Antola risalente al 1899, era organizzata dal Comitato Regionale Ligure dell’Opera dei Congressi.
Si trattava di un’iniziativa a carattere religioso e siccome il nostro Filippo era dell’ambiente i biglietti per partecipare si vendevano proprio da lui, nel suo negozio.

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La bella cartoleria del signor Peloso è ancora in Via Cairoli dove troverete anche un attestato e una medaglia che testimoniano la sua antica storia.

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E nel retrobottega c’è un armadio dalla lunga vita.

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Ci sono gli scaffali di legno.

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Per non dire del mobile con tutti i cassettini, una meraviglia che molti di noi vorrebbero possedere.

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E poi il fascino delle cartolerie, ne vogliamo parlare?
Quando iniziava la scuola la parte più entusiasmante per me era proprio questa: scegliere i quaderni, le matite e i pennarelli, le gomme profumate, il temperino e l’astuccio.
Da perdersi!
E il fascino resta, resta ancora.

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Scaffali di legno.
Righe, quadretti, block notes.

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Il valore aggiunto di questo negozio sono proprio questi suoi antichi arredi: vissuti, curati, affascinanti.
E gli articoli saranno anche cambiati ma le etichette sono rimaste.

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Su certe maniglie sono stampigliate parole che riportano ad un altro tempo, oggi si fa spesso affidamento alla memoria di uno smartphone ma volete mettere la bellezza di una rubrichetta?

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E guide, piante, ricordi.

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Tra le varie cose interessanti ho trovato in questo negozio un autentico cimelio e sono certa che molti di voi avranno un moto di commozione nel vedere queste immagini.
Ci riportano indietro, ai tempi delle elementari e delle medie.
Vi ricordate?
Facevamo le ricerche, io ho un preciso ricordo di me seduta in cucina insieme alla mamma che mi aiutava a fare i compiti.
Vi ricordate?
Usavamo questi, proprio questi, noi che siamo stati bambini negli anni ’70.

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E poi ritagliavamo le foto che ci servivano e il foglio, privo di qualche rettangolino, rimaneva attaccato al libretto.

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Cose belle di un altro tempo.
Cose belle che ho ritrovato in una cartoleria dalla lunga storia: nacque sul finire dell’Ottocento, era la bottega di Filippo Peloso.

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Corso Firenze, 1893: la nascita della Scuola Maria Mazzini

Torno a scrivere di un luogo a me caro, con un racconto che viene da lontano ed è tratto dalle pagine di un mio libro prezioso: Genova Nuova, un corposo volume edito nel 1902 che narra la crescita e la trasformazione della mia città.
Sono anni di fermento e di grandi rivoluzioni urbane: la Superba cambia aspetto, la nuova Genova è bella ed elegante.
Sulle alture si snodano dolcemente le ampie strade della circonvallazione, il cielo è lo stesso di allora: turchese profondo su Corso Firenze.

Corso Firenze

Passo dopo passo lo si percorre per raggiungere la Scuola Elementare Maria Mazzini, di quegli anni d’infanzia ho già scritto in questo post, ne ho un dolce ricordo.
Corri giù, con lo sguardo sull’orizzonte del mare, la cartella sulle spalle e la mano sulla ringhiera.
Suggestioni dell’autunno che sta per arrivare.

Corso Firenze (2)

L’autore di Genova Nuova dedica ampio spazio alle nuove scuole cittadine.
Sorgono, egli scrive, per accogliere con maggior agio gli scolari e perché essi possano usufruire di spazi ampi, luminosi e arieggiati.
La scuola dove io ho imparato a scrivere viene terminata nel 1893 su progetto dell’Ingegner Oddone e se per caso non lo sapeste adesso comprenderete per quale ragione questo edificio ha due ingressi.

Scuola Elementare Mazzini

Da principio, infatti, il palazzo comprendeva due differenti elementari: la scuola maschile Emanuele Celesia e la scuola femminile Maria Mazzini.
In posizione amenissima e saluberrima, sottolinea il nostro autore.
E poi descrive quei corridoi, quelle scale, i terrazzi e i saloni dedicati alla ginnastica e alla ricreazione al coperto.
Luoghi che ho vissuto, luoghi dove sono cresciuta, li ho scolpiti nella memoria.
Qui non mi dilungherò nei numerosi dettagli architettonici riportati nel libro, l’autore descrive il sistema di riscaldamento e quello per l‘aspirazione dell‘aria viziata, specifica che quelle ampie finestre erano state progettate perché la luce inondasse le classi e le file di banchi.

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C’erano, nelle due scuole, 10 classi per ogni sezione.
E mi viene in mente che mia nonna era maestra elementare e insegnò anche alla Mazzini, ho tante foto di classe di lei con i suoi alunni.
Un libro che racconta il passato,su quelle pagine si legge che all’epoca i bambini potevano usufruire di un giardino che era parte dell’edificio.
In quel principio del secolo poche case sovrastavano la scuola, nella parte destra della fotografia si nota una ringhiera non più esistente, in quello spazio ai nostri tempi c’è la Piazzetta dell’Unicorno.

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Immagine tratta dal Volume Genova Nuova di mia proprietà

In età adulta mi è capitato di ritornare alla Mazzini, come molte altre anche la mia scuola è sede dei seggi elettorali.
Di un dettaglio non ho memoria, eppure l’autore di Genova Nuova ne parla con autentico entusiasmo.
Egli scrive che davanti ad ogni classe c’è un vestibolo di 13 mq con una fontanella.
Ecco, io di questo non ho memoria, immagino che non ci sia più l’acqua che zampilla per dissetare i piccoli studenti: se le fontanelle ci sono ancora, e ne dubito, io proprio le ho dimenticate!
Tanto tempo è trascorso dal 1893, generazioni e generazioni di bambini hanno imparato a pensare, a immaginare e a disegnare in questa scuola.
E ancora adesso è così.
In Corso Firenze, alla Maria Mazzini.

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Quando viaggiavamo sulla 500

Voi ve lo ricordate quel tempo là?
Se siete stati bambini negli anni ’70 allora anche nella vostra infanzia c’è stata in qualche modo una 500, ne sono più che certa.
All’epoca la piccola utilitaria della Fiat era gettonatissima, come accadeva in molte famiglie mio papà aveva la macchina più grande, mia mamma aveva la 500.
A dire il vero, se ci pensate, sembra il mezzo di trasporto ideale per le strade di Genova: un’automobile briosa e di dimensioni ridotte che si infila in qualunque strada, davvero perfetta per i bricchi della Superba.

500

Confortevole? A suo modo lo era.
Tuttavia quando viaggiavamo sulla 500 secondo me avevamo pochi termini di paragone, forse i sedili posteriori non erano il massimo della comodità, io li ricordo piuttosto rigidi.
Quando viaggiavamo sulla 500 non vedevamo l’ora che fosse estate per poter aprire il tettuccio, quello era un fantastico privilegio, che bellezza sentire l’aria fresca direttamente sul viso!
Quando viaggiavamo sulla 500 i preparativi per le vacanze erano sempre una faccenda complicata, le nostre partenze seguivano rituali ben precisi e caricare i bagagli richiedeva un’organizzazione certosina: era un ininterrotto andirivieni di valigie, borse frigo, sacchetti e borsoni, un momento epico che segnava l’inizio del meritato riposo.

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Quando viaggiavamo sulla 500 portavamo con noi alcune incrollabili certezze: la bionda Barbie con i suoi costumini sgargianti, il lecca lecca colorato trasparente, i sandaletti blu con gli occhielli, il chewing gum rosa per fare le bolle che si spiaccicavano sulla faccia.
E prima di arrivare a destinazione durante il tragitto ci dilettavamo con un passatempo particolare: contare i cartelli sull’autostrada.
Ditemi, lo facevate anche voi, vero?
Mi vedo ancora seduta sul sedile posteriore mentre guardo fuori dal finestrino, di quei viaggi ho già avuto modo di scrivere diverso tempo fa ed erano proprio così le mie vacanze: ginestre, formine e granchi, qui trovate i miei ricordi.
Quando viaggiavamo sulla 500 non ci veniva in mente che ci potesse essere un’altra piccola utilitaria alternativa a quella.
Per lo meno, io la pensavo così.
E tuttora, come è ben noto, sono numerosi i nostalgici estimatori della piccola macchinetta, se ne vedono ancora parecchie in giro.

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Noi siamo diventati grandi viaggiando in quel modo lì.
La mamma veniva a prenderci a scuola, ci portava in piscina e al catechismo con la 500.
E no, non c’era il problema dei parcheggi e delle righe blu e quando andavamo alle elementari non avevamo il cellulare nella cartella.
Noi siamo cresciuti viaggiando in quel modo lì.
E da grandi tutti abbiamo avuto coetanei che se andavano in giro con la 500.
Io abito in cima a una strada tortuosa tutta curve, quando il mio amico mi veniva a prendere lo vedevo arrivare da lontano.
Ecco la piccola e fiera 500 blu che si inerpica su per la salita, una curva dopo l’altra, giungerà proprio qui, davanti al mio portone.
Noi viaggiavamo sulla 500, se siete stati bambini negli anni ’70 i vostri ricordi saranno simili ai miei e durante la vostra giovinezza anche voi avrete fatto qualche viaggio su questa macchinina così celebre.

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Non so dire se quel tempo fosse migliore di questo, di certo era molto diverso.
Apri il tettuccio, tira giù il finestrino.
Siamo ancora quelli là, noi che viaggiavamo sulla 500.

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