I benefattori dell’Asilo della Foce, una storia genovese

Chiudi gli occhi, Battistino, chiudi gli occhi e dormi.
E sogna un cerchio, un cavallino di legno, una manciata di zuccherini, un sacchetto di stoffa scura con dentro le biglie.
E una scuola, per te e per i bambini come te.
Verrà costruita dove tu abiti, nella frazione dove il Bisagno si getta nel mare, là dove le onde battono sulla riva.

Foce

I componenti del comitato si sono dati da fare e alla fin fine l’hanno avuta vinta loro, nel 1882 con Regio Decreto del Re Umberto I l’Asilo della Foce è stato persino riconosciuto come Corpo Morale.
La scuola è stata edificata principalmente con i denari di facoltosi e prodighi cittadini, ben 20.000 Lire sono state donate dal benefattore Paolo Sconnio, la memoria del suo generoso lascito è scolpita sul marmo.

Paolo Sconnio

E su un’identica lastra sono incise parole in memoria di una celebre figura che legò il suo nome a questa istituzione.
Si tratta di Raffaele Rubattino, armatore e patriota, fu lui a fornire il Piemonte e il Lombardo, i leggendari piroscafi con i quali si compì l’impresa dei Mille.
In onore del loro illustre parente gli eredi donarono 8.000 Lire all’Asilo.
Apri gli occhi, Battistino, non è più un sogno.

Raffaele Rubattino

Le due lastre sono visibili sui muri all’ingresso della scuola, nella sua attuale sede di Corso Torino.

Asilo della Foce

Non fu questa però la prima collocazione della scuola che in origine si trovava invece in Via del Cantiere, strada che oggi è dedicata ad Enrico Cravero, abile industriale e proprietario di un cantiere navale alla Foce, egli viene definito dallo storico Amedeo Pescio “cittadino benemerito della Pubblica Amministrazione e della Beneficenza“.
E c’è anche il nome di lui nell’atrio di questa scuola.

Enrico Cravero

A Enrico Cravero si lega anche una fastosa manifestazione che si tenne a Genova nell’anno 1892 per i 400 anni della scoperta dell’America: la grandiosa Esposizione Italo-Americana comprendeva una serie di imperdibili eventi nella zona della Spianata del Bisagno.
Cravero è parte del Comitato che organizza l’esposizione e anche in questa circostanza non ci si dimentica dei bambini della Foce, di nuovo la storia ci rimanda a certe targhe che si trovano all’interno della scuola.

Asilo della Foce (2)

Tra i miei libri ne ho uno di Mario Bottaro dal titolo “Genova 1892 e le Celebrazioni Colombiane”, da queste pagine sono emersi dettagli interessanti che riporto qui per voi.
Li vedete quei piccini? Sì, proprio loro, gli scolari della Foce!
Sono tutti schierati lungo i viali dell’Esposizione e offrono agli avventori certe bottigliette fornite dalla Ditta Fratelli Branca, il ricavato andrà a favore dell’Asilo e nel contempo il lungimirante industriale ne guadagnerà una bella pubblicità.
E osservate con attenzione, nell’anno 1892, tra i nomi dei benefattori dell’Asilo incisi su uno dei marmi che sovrasta le scale della scuola c’è anche la celebre Ditta Fratelli Branca alla quale si deve la donazione di 1054 lire.

Asilo della Foce (3)

Al di sotto di quel nome ne figura un altro: Vittorio Parodi.
E chi sarà mai questo munifico genovese che elargì 621 Lire?
Lo narra il libro di Bottaro dove si legge che questo gioielliere di Via San Lorenzo fornì un suo lavoro: tre caravelle d’oro che fluttuavano nell’acqua di una vasca.
E per poterle ammirare meglio si poteva noleggiare un cannocchiale, il ricavato naturalmente finì nelle casse dell’asilo, il solerte commerciante si era pure studiato degli oggettini ricordo, sempre a forma di caravella.

Asilo della Foce (4)

Storie di genovesi dimenticati come l’avvocato Lorenzo Quartara e suo padre, il banchiere Emmanuele.

Quartara

E alla memoria dei posteri viene tramandato anche il nome di una compianta direttrice.

Ferraris

Come lei sono diversi coloro che meritano l’onore del ricordo.

Asilo della Foce (5)

E davvero, bisognerebbe tentare di ricostruire la storia di ognuno e svelare le vicende di certi comitati cittadini.

Asilo della Foce (6)

Asilo della Foce (12)

E poi ci sono le vite che puoi solo immaginare, sono quelle dei piccini, Ida e Checchin, Ersilia e Luigino.
Uno dei benefattori conservò un prezioso ricordo di quella scuola e di quegli anni, è un biglietto di auguri, osservate il retro, ci sono gli indirizzi ai quali rivolgersi per la beneficenza.

Asilo della Foce (7)

E tra questi noterete un certo C. Peragallo, ottico di Banchi, questo cognome ricorre nelle edificanti vicende passate dell’asilo della Foce.

Peragallo

All’interno di questo cartoncino c’è una poesia, è scritta con lo stile del tempo, struggente e commovente, a tratti lacrimevole, è in dialetto genovese.
Ed è un bambino a parlare, queste sono alcune delle sue parole:

Di figgioeu dell’Asilo da Foxe
In quest’anno o ciù grande son mi
L’è per quello che porto a bandea
Che dipinta e spiegâ veddei chi

Dei bambini dell’Asilo della Foce
Quest’anno il più grande sono io
E per quello che porto la bandiera
Che vedete qui dipinta e spiegata

Asilo della Foce (8)

Segue poi una serie di elogi, il bimbo dice che le maestre e la direttrice decantano sempre il buon cuore di quei signori ai quali si deve l’Asilo, parla a nome dei compagni e usa parole di affetto e gratitudine in tempi sicuramente difficili.

Asilo della Foce (9)

Come vi dicevo, la scuola rimase per un certo periodo in Via del Cantiere.
Venne poi trasferita in Corso Torino, nell’immagine sottostante noterete uno spazio vuoto nella parte destra della strada, quello è il luogo dove sorgerà il nuovo asilo.

Corso Torino

E lì ancora adesso si trova.

Corso Torino (1)

Si tratta dell’edificio che notate sulla destra, in primo piano.

Corso Torino (2)

Su questo mondo di munifici benefattori e di bambini sui quali si posò la mano della Provvidenza ci sarebbe ancora molto da scrivere, credo che tornerò a cercare notizie su alcune figure che sono ricordate su quelle lastre.

Asilo della Foce (10)

Di questa scuola e delle sue memorie scolpite sul marmo fino a poco tempo fa io non ne sapevo proprio nulla, a svelarmene l’esistenza è stato un amico, lui si chiama Gian Carlo Moreschi e abita alla Foce, colleziona fotografie, documenti e cartoline d’epoca del suo quartiere, sono sue tutte le immagini antiche che avete veduto, lo ringrazio anche da qui per avermele prestate e per avermi fatto conoscere questa bella storia.

Asilo della Foce (13)

E poi ci sono loro, i bambini.
Letizia o Luisa, Gaetanin o Battistino, visetti sconosciuti, perduti nel tempo, nonni e parenti dei genovesi di adesso.
Piccini che hanno sognato un cerchio o un cavallino di legno, una bambola di pezza o un sacchettino con le biglie.
Bambini di Genova, bambini della Foce.

Asilo della Foce (11)

Asilo della Foce – I Figli dei Richiamati 1915

Annunci

Letterine di Natale e cartoline di auguri del passato

Il tempo degli auguri, in un altro tempo, era affidato alla carta e ai bei pensieri racchiusi in una busta.
E si diceva Buon Natale con una cartolina.
Ci sono gli alberi dai rami innevati, un paesaggio in lontananza e poi i piccini con le ceste cariche di giochi.

Natale (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E un cavallino che corre, nelle fredde e incantate giornate di dicembre.

Natale (3)

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Il tempo degli auguri, in un altro tempo, era vergato sulle letterine.
E poi non sai dire cosa ne sia stato di coloro che le hanno scritte, quei bambini con le loro speranze pulite e con le loro parole semplici.
E questa è la lettera di Alda, risale al 1947.
E non vi sfuggirà la bellezza del frontespizio, i decori fini e delicati come quei pensieri ingenui e teneri.

Natale

Una scrittura in parte incerta, a tratti leggera, riporto il testo perché non si comprende proprio alla perfezione.

Natale (5)

Carissimi genitori,
in questo giorno di gioia e di contentezza per me vi faccio con tutto l’affetto i migliori auguri.
Spero che vi farà piacere la mia letterina, mi scusate nevvero se in questo anno scolastico vi ho fatti inquietare ma questa volta voglio mantenere la promessa di studiare tanto e pregherò Gesù Bambino che mi faccia una bambina buona e diligente così potrò essere la consolazione di voi due.
Caro babbo, sapessi che gioia sarebbe per me se invece della bambola e dei balocchi mi trovassi un fratellino o una sorellina!
Sarebbe per me un regalo troppo grosso e troppo bello.
Cara mammina, io ti voglio tanto, tanto bene e prego Gesù Bambino per te e per papà, ma specialmente per te che hai tanto bisogno di conforto e di salute.
Tanti e tanti bacioni con rinnovati auguri dalla vostra affezionatissima Alda.

Natale (6)

Alda, un nome che certo non si usa più.
Alda che scrive parole insolite per un bambino del nostro tempo: nevvero, inquietare, balocchi.
Alda, lei che era una bambina di un’altra epoca, l’avrà poi avuto il fratellino o la sorellina?
Un complice, un compagno di gioco con il quale trascorrere ore felici.
Magari sulla slitta, in certi inverni, con una sciarpa al collo per non prendere il raffreddore.

Natale (10)

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E ancora, andiamo più indietro negli anni, al 1904.
E lei è Paolina, bimbetta sconosciuta, il suo vezzeggiativo è per noi desueto.
Dolce Paolina, lei non chiede davvero nulla ai genitori.
Un  bordo vezzoso, un volo di colombe e fiori profumati per lei che dice: è la prima che mi provo a scrivere una lettera.
E anche lei usa il verbo inquietare, ringrazia per le cure e le premure, sono proprio parole di bimbe di atri tempi.
Paolina dalla calligrafia armoniosa e perfetta, io non sarei mai capace di scrivere in questa maniera.

Natale (4)

Natale (12)

Le preziose testimonianze del passato appartengono al mio caro amico Eugenio ed è sua l’idea di questo post, ve lo dico sempre che ho amici speciali e generosi.
E infatti, un paio di giorni fa Eugenio mi ha detto:
– Potresti fare un articolo con le cartoline e le lettere di Natale, te le mando subito.
E così mi sono persa nel dolcissimo incanto di queste immagini e in quelle righe tracciate da mani di bimbe.
E ho immaginato una giovane maestra con i suoi alunni: a scuola, in classe, si scrive la letterina di Natale.
Mia nonna era maestra elementare, chissà quante volte lo avrà fatto anche lei!
E poi colori pastello, un cielo stellato, un sonno ricco di sogni e di piccoli desideri.

Natale (11)

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E gli angioletti festosi portano l’albero per la festa più amata dai bambini.
Una cartolina d’auguri, così si diceva Buon Natale in un altro tempo.

Natale (7)

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Alla Scuola Elementare Maria Mazzini negli anni ’70

I genovesi del mio quartiere leggendo il mio articolo dedicato a Salita Accinelli certamente avranno avuto un pensiero: la creuza che scende a Castelletto conduce proprio alle spalle di un edificio che molti di noi hanno frequentato, la Scuola Maria Mazzini.

Scuola Elementare Mazzini (2)

Anch’io ho fatto le elementari proprio lì, ho camminato in quelle aule e nei corridoi dell’edificio dedicato alla madre del più celebre patriota genovese.

Scuola Elementare Mazzini (3)

E certi ricordi di quei giorni sono per me intensi e presenti, immagino che sia così anche per molti di voi.
Andare a scuola negli anni ’70 era per noi entusiasmo e scoperta: intanto c’era da scegliere la cartella e l’astuccio con dentro tutte le penne, il temperino, la gommina rosa dal profumo zuccherino e le matite colorate.
E poi i quaderni a righe e a quadretti, l’album da disegno, i pastelli e il sussidiario.
Una volta che avevi tutto questo armamentario eri pronto per la scuola, noi bambini degli anni ’70 spesso ci andavamo con il papà, prima di andare al lavoro ci accompagnava là, davanti alla Mazzini.

Scuola Elementare Mazzini (7)

E poi era la mamma a venirci a prendere, alcuni facevano il tempo pieno ma io ero tra quelli che tornavano a mangiare a casa, allora era una scelta piuttosto frequente.
Noi bambini degli anni ’70, alla Mazzini, abbiamo imparato tantissimo: leggere, scrivere, disegnare.
E poi progettare, sognare, vivere.
E ridere, crescere, diventare sempre più curiosi.
E vivere, vivere, vivere.
A insegnarci tutto questo è stata la nostra maestra, allora ne avevamo una sola per tutte le materie e io della mia conservo un ricordo meraviglioso.
Scrivo volentieri il suo nome con la segreta speranza che anche altri abbiano ancora un angolino nel cuore tutto per lei: la mia maestra si chiamava Giselda Cordano.
Era piccolina, energica e sempre sorridente, da bambina mi ricordava una delle fatine disneyane del film La Bella Addormentata nel Bosco, ho ancora nella mia memoria certi suoi gesti e il suono della sua voce, una brava insegnante non puoi dimenticarla.
E certo lei ci ha insegnato i numeri e le lettere, la grammatica e la geografia ma più che altro era un solido punto di riferimento, era la nostra maestra.

Scuola Elementare Mazzini (5)

Noi bambini degli anni ’70 a scuola non ci portavamo certo i giocattoli.
No, no, la mamma non lo avrebbe mai permesso e anche la maestra avrebbe avuto qualcosa da dire secondo me!
Noi bambini degli anni ’70 eravamo molto rispettosi dei grandi, non ci saremmo mai permessi di rispondere in malo modo.
E lei, la mia maestra, aveva una pazienza infinita con tutti noi, anche con i bambini terribili.
E insomma, mi includo immediatamente nella categoria degli irrequieti, basti pensare che sono riuscita in un’impresa quasi impossibile: avevo un polso rotto e il braccio ingessato, sono stata capace di rompere il gesso contro il banco.
Mia mamma mi narra che la maestra Giselda le telefonò raccomandandosi di non sgridarmi perché a quanto pare c’ero rimasta molto male.

Scuola Elementare Mazzini (8)

Noi bambini degli anni ’70 attendevamo certi momenti importanti, ad esempio la maestra ci aiutava a creare il bigliettino di auguri per la festa della mamma e per quella del papà.
E disegnavamo, ritagliavamo, appiccicavamo brillantini, coloravamo grandi cuori con il pennarello rosso.
E poi l’avventura di scrivere con la stilografica: io sono mancina e mi sono sempre imbrattata la mano con l’inchiostro, inevitabile.
Noi andavamo alla Mazzini, alcuni poi ci hanno portato i figli e penso che per loro sia stata una grande emozione.
Io sono tornata diverse volte nella mia scuola in occasione delle elezioni in quanto la Mazzini è sede dei seggi elettorali.
Varcare quel portone.

Scuola Elementare Mazzini
E salire quelle scale, da piccola i gradini mi sembravano altissimi.
E le voci, le risate dei coetanei, quello che piange e i due che bisticciano, quell’altro che corre per il corridoio.
E lei, la maestra, che cerca di tenere tutti tranquilli.
Salire quelle scale.
E trovarsi in quelle aule, la scuola è un momento importante nella vita di ognuno di noi, i miei anni delle elementari sono stati gioiosi e ricchi di nuove esperienze.
E quelle finestre immense dietro alle quali siamo diventati grandi.

Scuola Elementare Mazzini (4)

Da qualche parte ho ancora i miei quaderni di quel tempo, un giorno ve li mostrerò.
Da qualche parte si resta proprio ciò che si era, bambine con le trecce o i codini, piccole pesti con i sandaletti blu.
Ricordi che affiorano ogni volta che passo in corso Firenze.
E il pensiero va a lei, cara maestra Giselda, grazie di averci tenuti per mano, il tratto di strada percorso insieme è sembrato semplice e piano proprio perché accanto a noi c’era una persona speciale, la nostra maestra.

Scuola Elementare Mazzini (6)

Pierino Beccari, il bambino con la cartella

A breve inizierà la scuola e da qualche parte c’è un banco vuoto.
Quante cose devi imparare?
I numeri, le consonanti e le vocali, le somme e le sottrazioni, i disegni e la bella calligrafia.
E c’è un quaderno, le sue pagine sono rimaste bianche.
Appartiene a lui, Pierino Beccari, di anni cinque.
Pierino è un bambino nato nel 1882, porta una giacchetta con i bottoni tondi, un colletto ampio e un fiocco vaporoso.

Pierino Beccari (2)

Ha i calzoni alle ginocchia, le calze lunghe, le scarpe con i lacci, in una mano regge una cartella.
A breve inizierà la scuola e da qualche parte c’è un banco vuoto.

Pierino Beccari (3)

Ha quella posa, Pierino.
Il suo passo sembra incerto ed esitante, i suoi occhi sono velati di malinconia.
Dove vai, bimbetto di un altro secolo?
E chi tiene quella mano amorevole posata sulla tua spalla, come per proteggerti?

Pierino Beccari (4)

E’ un angelo dalle grandi ali, è lui a condurre questo piccolo oltre il confine dell’ignoto.

Pierino Beccari

Se andrete a Staglieno vedrete questa statua così realistica, si trova nella galleria alle spalle del Pantheon ed è opera di un artista che certo conosceva le pieghe dell’umano sentire, il monumento è di Lorenzo Orengo, colui che ritrasse nel marmo Caterina CampodonicoTeresa Pescia.
La caducità della vita è tutta in questi tratti, l’angelo volge gli occhi verso il cielo e verso il mistero inconoscibile dell’aldilà.
E lo sguardo del piccolo pare invece cercare la terra e le piccole cose umane che non ha vissuto, io vedo in questo suo visetto una svogliata obbedienza.
Lasciami qui, non voglio venire con te.
A breve inizierà la scuola e da qualche parte c’è un banco vuoto.

Pierino Beccari (6)

L’angelo stringe la mano di Pierino e lo tiene accanto a sé, ineluttabile.
Guarda.
Lui non vuole andare, io lo so.
C’è ancora tutto il mondo da vivere e da vedere.

Pierino Beccari (7)

La lapide di Pierino Beccari è struggente e nostalgica, è una lettera d’amore scritta dai suoi genitori, vi leggerete parole e aggettivi di un’altra epoca.
Leggiadrissimo fiore della scuola. Amoroso e graziosissimo angioletto.
E accanto ci sono alcune righe attribuite a Pierino, è lui a consolare il papà, la mamma e i fratellini.
Eppure.
Eppure osservate bene la statua, da qualsiasi prospettiva.
Lui non vuole andare, io lo so, lui vorrebbe restare.

Pierino Beccari (8)

La mamma di lui si chiamava Fanny, un nome desueto e ormai quasi scomparso che ci riporta ad un secolo lontano.
Un velo di polvere scurisce il momumento, copre le piccole mani, i tratti del viso, i gesti ma non le emozioni.
Qualcuno ha lasciato un fiore giallo e lo ha messo là, sulla cartella di Pierino.

Pierino Beccari (9)

Io invece ho voluto restituire in qualche modo a Pierino Beccari la sua matita e il suo quaderno dalle pagine bianche, ho voluto riportarlo là dove la sua storia si è interrotta, al tempo delle domande e dei perché, l’età delle fossette sulle guance e dei sorrisi innocenti.
Quante cose devi imparare?
La geometria e la storia, la geografia e la felicità.
E la vita.
C’è un banco ed è ancora vuoto, lo sai, Pierino?
Ed è soltanto tuo, perché ognuno di noi è unico.
A breve inizierà la scuola.
E ci sarai anche tu, tu con la tua cartella.

Pierino Beccari (10)

Nel cortile del Liceo Classico Colombo

Ditemi, siete mai più tornati nel vostro liceo?
Certo, quelli tra voi che hanno figli adolescenti magari avranno avuto modo di ritornare nella loro scuola in veste di genitori, io non andavo al Colombo dai tempi della maturità.
E trovarmi di nuovo nella mia scuola è stato un bellissimo turbine di emozioni, mi è venuto spontaneo voltarmi indietro per vedere se c’erano i miei compagni.
E c’erano eccome, tutti.

Liceo Colombo (2)

Salivamo le scale e ci accoglievano i versi che ogni studente del Colombo rammenta a memoria: sol nella libertà l’anima è intera.
Adesso si entra da un’altra parte e così quei gradini non ho potuto salirli e neanche vedere la famosa lapide.
Toh, guarda, da una di quelle finestre ricordo di aver lanciato le penne e le matite della mia compagna di banco, povera Rita!

Liceo Colombo (3)

E dunque, eccomi nel cortile della mia scuola.
Muretto, chiacchiere e il prode Cristoforo seduto e pensoso.

Liceo Colombo (4)

E a proposito di nostalgia ovviamente io ho conservato anche l’annuario della scuola, che ve lo dico a fare!

Liceo Colombo (5)

Il porticato, il posto dei quadri, tutto sembra davvero immutato.

Liceo Colombo (5a)

C’è qualche novità, ci sono le lapidi in memoria degli studenti illustri.

Liceo Colombo (6)

Ed una ricorda uno stimato professore.

Liceo Colombo (7)

Al liceo Colombo studiò anche un uomo perbene che tutti voi conoscete.

Liceo Colombo (8)

La foto di classe, ricordate?
Noi la facevamo qui.
Una prima fila di studenti accucciati, gli altri dietro, in piedi.
Sorridi.
E hai un ricordo dei tuoi anni di scuola.
Si fa ancora la foto di classe?
Non ditemelo, non voglio saperlo.

Liceo Colombo (10)

Pochi passi, apro la porta.
Naturalmente i professori pensano che io sia la mamma di uno studente venuta a chiedere conto di qualche votaccio.
Eh no, io sono qui per altre ragioni!
Salgo anche al piano di sopra, vado davanti alla mia classe, sento la voce cristallina di un’insegnante.
Emozione!
E ridiscendo ancora, nel corridoio.
E tutto è rimasto come allora.

Liceo Colombo (9)

E sì, alcune lapidi c’erano già a quei tempi anche se all’epoca proprio non ci facevo caso.

Liceo Colombo (11)

E ancora si scorrono le pagine del passato, in questa scuola passò un celebrato poeta.

Liceo Colombo (12)

E un artista molto apprezzato per le sue opere variopinte.

Liceo Colombo (13)

E frequentò il Liceo Colombo colui che diede voce all’anima di questa città con note e parole, anche lui è uno dei nostri poeti.

Liceo Colombo (14)

La porta dell’Aula Magna è socchiusa e come potrei non sbirciare?
I banchi, la lavagna, il cancellino e il gesso che ci impolverava le mani.
E quanto erano pesanti quei vocabolari.
E anche se avevi 4 di greco non importa, hai imparato molto comunque, a parte gli aoristi.
Memorie scritte per sempre.

Liceo Colombo (15)

E ancora, la biblioteca è stata intitolata a uno stimato docente di latino e greco, ai tempi molto temuto, non è stato tra i miei insegnanti ma di lui mi ricordo molto bene.

Liceo Colombo (16)

E poi il tempo passa e le cose cambiano, ho visto una macchinetta per le bevande e le merendine.
Eh no, noi studenti degli anni ’80 compravamo la striscia di focaccia dai bidelli, quella era la nostra splendida ricreazione!
Ecco, la si prendeva qui, presso questo tavolo.

Liceo Colombo (17)

Non tornavo qui da quei tempi.
E per un attimo ho avuto il timore di trovarmi davanti la prof di matematica e fisica.
Sarà meglio andare, non vorrei che mi interrogassero sulla forza di Coriolis e sulle leggi della termodinamica, quella roba non è mai stata nelle mie corde e tuttora è così!
E da un momento all’altro potrebbe suonare la campanella!

Liceo Colombo (18)

Attraverso il cortile, sotto il cielo azzurro.
Mi siedo a cavalcioni sul muretto e penso.
Penso che niente si perde.
Tutto resta, da qualche parte, in qualche modo.
E tu sei sempre tu, anche se è trascorso tanto tempo.

Liceo Colombo (19)

E sei ciò sei anche grazie a quei giorni di scuola e alle fatiche dello studio, agli amici ritrovati e a quelli che sono sempre rimasti.
E pure grazie ad Euripide, Kant e Platone, anche se allora non ti sembravano tanto comprensibili.
E sei ciò che sei anche se quella volta ti hanno dato un certo voto e ne meritavi uno più alto, anche se la tua pagella non era immacolata e non eri proprio uno studente modello.
Tutto resta, da qualche parte, in qualche modo.
Ciao Colombo, nulla si perde.

Liceo Colombo (20)

Morbelli e altri dolci ricordi d’infanzia

Qualcuno ti dirà che adesso, al posto della storica pasticceria, c’è un supermercato.
Proprio là, in Piazza Goffredo Villa, all’angolo con Corso Paganini.
Guarda bene.
Davvero Morbelli non c’è più da così tanto tempo?
Guarda bene.
La vedi?
Prova a immaginare, magari vedrai anche te stessa bambina con il naso schiacciato contro le vetrine e gli occhi persi nei colori della glassa delle paste.
E il bignè rosa è da sempre il mio preferito, anche quello al cioccolato mi fa gola, invece il bignè alla nocciola ha una tinta troppo smorta per i miei gusti quindi lo lascio sempre nel cabaret, se lo mangino pure gli altri, io voglio quello rosa confetto.
E poi c’è il vassoio con i cavolini di Bruxelles, sono bianchi e leggeri come piccole avventurose mongolfiere, è quasi un peccato metterci le ditina dentro!
Vetrine trasparenti, profumo di zucchero e di infanzia.
E quando ero piccola avrei voluto sbirciare nel retro del negozio, ero certa che in quei luoghi inaccessibili si celassero meraviglie.
E sapete cosa mi colpiva?
La divisa, in qualche modo austera, delle commesse.
Commesse non è certo il termine giusto, loro per me erano delle fatine che conoscevano a menadito preziose formule magiche.
Ed eccomi ancora lì, sono più grande, sono negli anni dell’adolescenza.
E vado ad ordinare la pasta da pane per fare in casa la pizza.
Formule magiche, me lo ricordo come se fosse ieri, questi sono posti dei quali ha memoria chiunque sia cresciuto a Castelletto.

Spianata Castelletto

Poco più in là c’è una profumeria, in vetrina espone costosi cosmetici, pinze per i capelli con enormi fiori di stoffa, orecchini, collane e braccialetti.
E poi c’è quel profumo, il mio preferito: Anais Anais, una bottiglia bianca decorata con certi fiorellini dalle sfumature delicate.
E ci sono gli ombretti con il glitter, i rossetti, le matite per gli occhi e per il contorno labbra.
Io quei trucchi li vorrei tutti, naturalmente.
A breve distanza, in Corso Paganini, c’è un piccolo negozio di scarpe.
Ha un‘aria antica, a dire il vero vende più che altro calzature per attempate signore e pantofole di tutti i tipi, non si direbbe un posto tanto attraente per una ragazzina.
Eppure.
Eppure con la mamma ci vado da sempre.
Eppure ho comprato lì le mie prime Superga.
All’epoca non c’erano di tutti i colori come adesso, le ho prese blu ed ecru.
Eppure.
Vedo anche quello che non c’è più.
La cartoleria Gotelli, al suo posto adesso c’è un altro negozio.
Ai tempi delle elementari e delle medie andavamo là a comprare pennarelli e temperini, quaderni, penne e gomme profumate.
E le matite nella scatola di metallo.
E i libricini con le foto da ritagliare per le ricerche, ve li ricordate?
In anni recenti il caso mi ha fatto incontrare una delle commesse della Pasticceria Morbelli, ha ancora i capelli scuri, lo stesso sorriso e mi è parso di vederla ancora con la sua divisa dell’epoca.
Con la mia consueta faccia tosta sono andata a salutarla e lei ha detto che si ricordava di me, così abbiamo parlato dei bei tempi, delle vetrine della mia rimpianta pasticceria, di quel bancone con quelle delizie così invitanti e del pane in cassetta che compravo da loro.
Ho scordato di dirle che da sempre il bignè rosa è il mio preferito.

Arbanelle, gabbiani e poeti

Le chiavi di ricerca che conducono a questo blog, continua fonte di perplessità.
Ogni tanto mi diverto a guardarle, a parte le logiche tracce che si riferiscono a Genova e alle sue storie alcune ricerche mi lasciano sempre un stupita.
Varie, eventuali e fai da te: come costruire un transatlantico, come togliere umidità dentro cassapanca, cosa mangia una rana di campagna, realizzare etichette antichizzate per barattoli, far ritornare trasparenti le arbanelle da drogheria.Arbanelle

Ecco, per tutte queste domande, cari lettori, avrei una risposta unica: non ne ho la più pallida idea.
In particolare non sono affatto ferrata sulla dieta delle rane e mi spiace deludervi ma pure con il transatlantico non mi sono mai cimentata, avrei voluto ma non ho spazio in casa.
La migliore sfumatura di verde? Domanda sibillina, in che senso migliore?
Qualcuno si preoccupa dell’avvizzimento della mimosa.
Santo cielo, sta appena fiorendo e la diamo già per spacciata?

Mimosa

Mah, d’altra parte c’era un tipo che a Ferragosto cercava notizie sugli addobbi dell’albero di Natale, va bene essere previdenti ma non esageriamo!
In tempi recenti poi questo blog annovera importanti affermazioni come tu riesci a commuovermi, faccio del mio meglio.
E non ci sarò quest’estate volevo dirti: una frase troncata lì, proprio sul più bello, da restarci di sasso.
I tempi della scuola, naturalmente, fanno sempre la parte del leone, ci sono momenti che non si riescono a dimenticare: esami di maturità classica negli anni ’50 un incubo.
Non ditelo a me, mi vengono i brividi solo a pensare alla benedetta versione di greco, orazione contro i mercanti di grano.
E poi c’è un declamato e celebre poeta che riscuote sempre un certo successo.
E’ lui, l’imperituro autore del carme Dei Sepolcri, tra l’altro al ginnasio io li ho studiati tutti a memoria, una cosa da non credere.
E quindi ecco a voi tu e Ugo Foscolo, due mondi lontani nel tempo.
E poi, donna di Foscolo? E come se fosse facile! Quale? Lei? Oppure lei?
O forse una delle altre delle quali devo ancora scrivere ma certamente lo farò, sì!
E poi ancora, interrogativi amletici sul mondo animale con le consuete suggestioni hitchcockiane: gabbiani schierati sopra casa cosa significa, gabbiani impedire l’accesso sul tetto.
Uhm, rimaniamo sull’aspetto romantico dei signori del mare, vi dispiace?

Gabbiani

La mia oca mi vuole sempre beccare, che fare? Scappa, è l’unico suggerimento che posso dare!

Oche (6)

E poi orate in Corso Italia a Genova.
Spiegatemi, anche di questo non ne so nulla!
Frittura di calamari tecnica per non farli balzare dalla padella.
Ollalà, io la compro in Sottoripa e ho risolto il problema!

Frittura

E la chiave di ricerca più carina l’ho trovata proprio ieri.
Ah, la pace, il silenzio e la meraviglia.
Eccola qua: ed ero felice e per essere più felice mi trovo qui, Boccadasse.
E su questo siamo proprio d’accordo!

Boccadasse

I compiti delle vacanze

Oggi è il primo di giugno.
E in altri anni in questo periodo iniziava un impaziente conto alla rovescia verso le vacanze estive.
Promossi o rimandati? Io bocciata mai, per fortuna!
Eh, bisognava aspettare i quadri e in ogni caso c’era l’inesorabile seccatura dei compiti delle vacanze.
E a questo proposito, ve ne ricorderete tutti, c’erano due distinte correnti di pensiero: alcuni facevano i compiti all’inizio delle vacanze, altri tutti alla fine.
In entrambi i casi si cercava di togliersi il fastidio velocemente, in maniera indolore, in estate non si ha mica tempo per i paradigmi, le espressioni e  le letture noiose.
E soprattutto quest’ultime erano una vera tortura, io amo molto i libri ma alle medie e durante i primi anni del liceo certi classici li trovavo veramente letali, credo che fosse a causa della giovane età e della circostanza, leggere era un dovere e quindi il piacere di immergersi in una storia a volte passava in secondo piano.
Tanto per fare un banale esempio, come si può pensare che una quindicenne brami dal desiderio di trascorrere un pomeriggio estivo con Mastro Don Gesualdo tra le mani?
No, ecco, parliamone.
Era estate e là fuori c’era un mondo intero: il baretto sulla spiaggia, la rete per giocare a pallavolo, lo scoglio più alto dal quale fare i tuffi.
E l’olio solare al cocco, i banchetti del mercato, il cono gelato a metà pomeriggio e il bagno alla sera tarda quando  in acqua non c’è più nessuno.
Quello là, il Verga, era veramente di troppo.
Compiti delle vacanze ed esami di riparazione, ahi ahi, anche con il solleone si era costretti a studiare!
Ma voi li avete ancora i quaderni di scuola? Io sì, che domande!
E sono riccamente corredati dai commenti lapidari della mia professoressa.

1

Sì, quella roba in greco l’ho scritta io, non chiedetemi cosa caspita significhi perché non ne ho la più pallida idea, la lingua di Omero la ricordo davvero poco, anni fa mi era pure venuto in mente di provare a tradurre un versione.
Ecco, ho tirato fuori il leggendario Rocci e non vi dico la fatica, santo cielo, cosa mi viene in mente a volte!
E così in estate partivo per i miei luoghi di vacanza con libri e vocabolari.
E mettevo tutto nel mitico zainetto Invicta rosso e blu, un must di quegli anni.
Ho un preciso ricordo di me, nella mia casa del mare, seduta al tavolo della sala alle prese con l’odiatissima matematica.
Avevo dei quaderni con le pagine verdi e gialle, a pensarci adesso quella era davvero una tinta faticosa per la vista!
Non bastavano quei maledetti numeri, mi andavo pure a cercare ulteriori difficoltà.
L’ho scritto nel primo post comparso su questo blog: i libri di fisica e matematica sono gli unici che abbia buttato con estrema soddisfazione nel bidone della spazzatura.
Li ho fatti proprio a pezzi, un lavoro certosino!
E insomma, avevo la certezza che non mi sarebbe mai venuto per la mente di ripassare le radici quadrate e le leggi della termodinamica ed infatti così è stato.
Io e i numeri ci guardiamo con reciproca e rispettosa diffidenza, non ci frequentiamo volentieri.
E comunque è da un po’ che non faccio i compiti delle vacanze e no, in realtà non  mi mancano, per carità.
E solo a guardare cifre e calcoli, per di più scritti da me, vi assicuro che mi viene mal di testa.
A ripensarci, però, i miei quaderni con le pagine colorate non erano proprio niente male.

2

Amore e graffiti urbani

Io non amo le scritte sui muri.
No, proprio no.
Ieri però ho ritrovato una mia fotografia che risale a più di un anno fa, la scattai in Spianata Castelletto.
Effimera, caduca, se non sbaglio tracciata con il gesso.
Gesso, lavagna, liceo.
E quante domande davanti a questa immagine!
Chissà!
Tempus fugit.
E sempre per citare gli antichi, omnia vincit amor.
E come sarà adesso?
Saranno promesse, sospiri e progetti per il futuro?
Io farò cose grandi e andrò via da questa città, voglio una moto potentissima, un viaggio in California, io e te, uno zaino e un cielo.
Forse si prendono, si lasciano e poi ritornano insieme?
E magari è proprio quella specie di amore che ti leva il respiro, quello che ti fa scrivere sul diario di scuola i versi di Catullo

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.
Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.

Perché ti senti proprio così, ti sembra proprio tutto assoluto, inevitabile, totalizzante.
Perché conti le ore, i minuti e i secondi.
E negli occhi dell’altro vedi tutto il tempo del mondo, tutti i sogni che ancora devi vivere.
L’amore a volte è proprio quella cosa lì, una scritta tracciata su un muretto.

Muretto