Cartoleria Peloso, una bottega dalla lunga storia

Questa è la storia di un’antica bottega di Genova ed è una vicenda che affonda le sue radici in un altro secolo, a dare inizio a questa avventura fu Filippo Peloso, un genovese nato nel lontano 1863.
Nel 1885 egli aprì un bel negozio di cartoleria in Via Cairoli e contemporaneamente fu molto attivo negli ambienti religiosi.
Si iscrisse alla Società Operaia Cattolica di San Giovanni Battista e fu membro di diverse associazioni e cooperative sempre di ispirazione cattolica, una di esse si occupava della costruzione di case popolari.
Diede anche vita alle Filodrammatiche Cattoliche e così nel suo negozio teneva anche scenari e costumi utili alle rappresentazioni.Peloso

Se per caso dovesse capitarvi di sfogliare “La Settimana Religiosa” vi imbatterete spesso in questa bottega.
Su questa rivista ho cercato notizie sui festeggiamenti degli 800 anni della traslazione delle ceneri del Battista a Genova e su certe pagine di fine ‘800 ho trovato un’affascinante pubblicità.
Dove si vendevano i globi luminosi? Da Peloso, naturalmente.
E forse ricorderete, ho avuto modo di narrarvi di una gita sul Monte Antola risalente al 1899, era organizzata dal Comitato Regionale Ligure dell’Opera dei Congressi.
Si trattava di un’iniziativa a carattere religioso e siccome il nostro Filippo era dell’ambiente i biglietti per partecipare si vendevano proprio da lui, nel suo negozio.

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La bella cartoleria del signor Peloso è ancora in Via Cairoli dove troverete anche un attestato e una medaglia che testimoniano la sua antica storia.

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E nel retrobottega c’è un armadio dalla lunga vita.

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Ci sono gli scaffali di legno.

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Per non dire del mobile con tutti i cassettini, una meraviglia che molti di noi vorrebbero possedere.

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E poi il fascino delle cartolerie, ne vogliamo parlare?
Quando iniziava la scuola la parte più entusiasmante per me era proprio questa: scegliere i quaderni, le matite e i pennarelli, le gomme profumate, il temperino e l’astuccio.
Da perdersi!
E il fascino resta, resta ancora.

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Scaffali di legno.
Righe, quadretti, block notes.

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Il valore aggiunto di questo negozio sono proprio questi suoi antichi arredi: vissuti, curati, affascinanti.
E gli articoli saranno anche cambiati ma le etichette sono rimaste.

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Su certe maniglie sono stampigliate parole che riportano ad un altro tempo, oggi si fa spesso affidamento alla memoria di uno smartphone ma volete mettere la bellezza di una rubrichetta?

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E guide, piante, ricordi.

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Tra le varie cose interessanti ho trovato in questo negozio un autentico cimelio e sono certa che molti di voi avranno un moto di commozione nel vedere queste immagini.
Ci riportano indietro, ai tempi delle elementari e delle medie.
Vi ricordate?
Facevamo le ricerche, io ho un preciso ricordo di me seduta in cucina insieme alla mamma che mi aiutava a fare i compiti.
Vi ricordate?
Usavamo questi, proprio questi, noi che siamo stati bambini negli anni ’70.

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E poi ritagliavamo le foto che ci servivano e il foglio, privo di qualche rettangolino, rimaneva attaccato al libretto.

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Cose belle di un altro tempo.
Cose belle che ho ritrovato in una cartoleria dalla lunga storia: nacque sul finire dell’Ottocento, era la bottega di Filippo Peloso.

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Corso Firenze, 1893: la nascita della Scuola Maria Mazzini

Torno a scrivere di un luogo a me caro, con un racconto che viene da lontano ed è tratto dalle pagine di un mio libro prezioso: Genova Nuova, un corposo volume edito nel 1902 che narra la crescita e la trasformazione della mia città.
Sono anni di fermento e di grandi rivoluzioni urbane: la Superba cambia aspetto, la nuova Genova è bella ed elegante.
Sulle alture si snodano dolcemente le ampie strade della circonvallazione, il cielo è lo stesso di allora: turchese profondo su Corso Firenze.

Corso Firenze

Passo dopo passo lo si percorre per raggiungere la Scuola Elementare Maria Mazzini, di quegli anni d’infanzia ho già scritto in questo post, ne ho un dolce ricordo.
Corri giù, con lo sguardo sull’orizzonte del mare, la cartella sulle spalle e la mano sulla ringhiera.
Suggestioni dell’autunno che sta per arrivare.

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L’autore di Genova Nuova dedica ampio spazio alle nuove scuole cittadine.
Sorgono, egli scrive, per accogliere con maggior agio gli scolari e perché essi possano usufruire di spazi ampi, luminosi e arieggiati.
La scuola dove io ho imparato a scrivere viene terminata nel 1893 su progetto dell’Ingegner Oddone e se per caso non lo sapeste adesso comprenderete per quale ragione questo edificio ha due ingressi.

Scuola Elementare Mazzini

Da principio, infatti, il palazzo comprendeva due differenti elementari: la scuola maschile Emanuele Celesia e la scuola femminile Maria Mazzini.
In posizione amenissima e saluberrima, sottolinea il nostro autore.
E poi descrive quei corridoi, quelle scale, i terrazzi e i saloni dedicati alla ginnastica e alla ricreazione al coperto.
Luoghi che ho vissuto, luoghi dove sono cresciuta, li ho scolpiti nella memoria.
Qui non mi dilungherò nei numerosi dettagli architettonici riportati nel libro, l’autore descrive il sistema di riscaldamento e quello per l‘aspirazione dell‘aria viziata, specifica che quelle ampie finestre erano state progettate perché la luce inondasse le classi e le file di banchi.

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C’erano, nelle due scuole, 10 classi per ogni sezione.
E mi viene in mente che mia nonna era maestra elementare e insegnò anche alla Mazzini, ho tante foto di classe di lei con i suoi alunni.
Un libro che racconta il passato,su quelle pagine si legge che all’epoca i bambini potevano usufruire di un giardino che era parte dell’edificio.
In quel principio del secolo poche case sovrastavano la scuola, nella parte destra della fotografia si nota una ringhiera non più esistente, in quello spazio ai nostri tempi c’è la Piazzetta dell’Unicorno.

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Immagine tratta dal Volume Genova Nuova di mia proprietà

In età adulta mi è capitato di ritornare alla Mazzini, come molte altre anche la mia scuola è sede dei seggi elettorali.
Di un dettaglio non ho memoria, eppure l’autore di Genova Nuova ne parla con autentico entusiasmo.
Egli scrive che davanti ad ogni classe c’è un vestibolo di 13 mq con una fontanella.
Ecco, io di questo non ho memoria, immagino che non ci sia più l’acqua che zampilla per dissetare i piccoli studenti: se le fontanelle ci sono ancora, e ne dubito, io proprio le ho dimenticate!
Tanto tempo è trascorso dal 1893, generazioni e generazioni di bambini hanno imparato a pensare, a immaginare e a disegnare in questa scuola.
E ancora adesso è così.
In Corso Firenze, alla Maria Mazzini.

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Quando viaggiavamo sulla 500

Voi ve lo ricordate quel tempo là?
Se siete stati bambini negli anni ’70 allora anche nella vostra infanzia c’è stata in qualche modo una 500, ne sono più che certa.
All’epoca la piccola utilitaria della Fiat era gettonatissima, come accadeva in molte famiglie mio papà aveva la macchina più grande, mia mamma aveva la 500.
A dire il vero, se ci pensate, sembra il mezzo di trasporto ideale per le strade di Genova: un’automobile briosa e di dimensioni ridotte che si infila in qualunque strada, davvero perfetta per i bricchi della Superba.

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Confortevole? A suo modo lo era.
Tuttavia quando viaggiavamo sulla 500 secondo me avevamo pochi termini di paragone, forse i sedili posteriori non erano il massimo della comodità, io li ricordo piuttosto rigidi.
Quando viaggiavamo sulla 500 non vedevamo l’ora che fosse estate per poter aprire il tettuccio, quello era un fantastico privilegio, che bellezza sentire l’aria fresca direttamente sul viso!
Quando viaggiavamo sulla 500 i preparativi per le vacanze erano sempre una faccenda complicata, le nostre partenze seguivano rituali ben precisi e caricare i bagagli richiedeva un’organizzazione certosina: era un ininterrotto andirivieni di valigie, borse frigo, sacchetti e borsoni, un momento epico che segnava l’inizio del meritato riposo.

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Quando viaggiavamo sulla 500 portavamo con noi alcune incrollabili certezze: la bionda Barbie con i suoi costumini sgargianti, il lecca lecca colorato trasparente, i sandaletti blu con gli occhielli, il chewing gum rosa per fare le bolle che si spiaccicavano sulla faccia.
E prima di arrivare a destinazione durante il tragitto ci dilettavamo con un passatempo particolare: contare i cartelli sull’autostrada.
Ditemi, lo facevate anche voi, vero?
Mi vedo ancora seduta sul sedile posteriore mentre guardo fuori dal finestrino, di quei viaggi ho già avuto modo di scrivere diverso tempo fa ed erano proprio così le mie vacanze: ginestre, formine e granchi, qui trovate i miei ricordi.
Quando viaggiavamo sulla 500 non ci veniva in mente che ci potesse essere un’altra piccola utilitaria alternativa a quella.
Per lo meno, io la pensavo così.
E tuttora, come è ben noto, sono numerosi i nostalgici estimatori della piccola macchinetta, se ne vedono ancora parecchie in giro.

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Noi siamo diventati grandi viaggiando in quel modo lì.
La mamma veniva a prenderci a scuola, ci portava in piscina e al catechismo con la 500.
E no, non c’era il problema dei parcheggi e delle righe blu e quando andavamo alle elementari non avevamo il cellulare nella cartella.
Noi siamo cresciuti viaggiando in quel modo lì.
E da grandi tutti abbiamo avuto coetanei che se andavano in giro con la 500.
Io abito in cima a una strada tortuosa tutta curve, quando il mio amico mi veniva a prendere lo vedevo arrivare da lontano.
Ecco la piccola e fiera 500 blu che si inerpica su per la salita, una curva dopo l’altra, giungerà proprio qui, davanti al mio portone.
Noi viaggiavamo sulla 500, se siete stati bambini negli anni ’70 i vostri ricordi saranno simili ai miei e durante la vostra giovinezza anche voi avrete fatto qualche viaggio su questa macchinina così celebre.

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Non so dire se quel tempo fosse migliore di questo, di certo era molto diverso.
Apri il tettuccio, tira giù il finestrino.
Siamo ancora quelli là, noi che viaggiavamo sulla 500.

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I benefattori dell’Asilo della Foce, una storia genovese

Chiudi gli occhi, Battistino, chiudi gli occhi e dormi.
E sogna un cerchio, un cavallino di legno, una manciata di zuccherini, un sacchetto di stoffa scura con dentro le biglie.
E una scuola, per te e per i bambini come te.
Verrà costruita dove tu abiti, nella frazione dove il Bisagno si getta nel mare, là dove le onde battono sulla riva.

Foce

I componenti del comitato si sono dati da fare e alla fin fine l’hanno avuta vinta loro, nel 1882 con Regio Decreto del Re Umberto I l’Asilo della Foce è stato persino riconosciuto come Corpo Morale.
La scuola è stata edificata principalmente con i denari di facoltosi e prodighi cittadini, ben 20.000 Lire sono state donate dal benefattore Paolo Sconnio, la memoria del suo generoso lascito è scolpita sul marmo.

Paolo Sconnio

E su un’identica lastra sono incise parole in memoria di una celebre figura che legò il suo nome a questa istituzione.
Si tratta di Raffaele Rubattino, armatore e patriota, fu lui a fornire il Piemonte e il Lombardo, i leggendari piroscafi con i quali si compì l’impresa dei Mille.
In onore del loro illustre parente gli eredi donarono 8.000 Lire all’Asilo.
Apri gli occhi, Battistino, non è più un sogno.

Raffaele Rubattino

Le due lastre sono visibili sui muri all’ingresso della scuola, nella sua attuale sede di Corso Torino.

Asilo della Foce

Non fu questa però la prima collocazione della scuola che in origine si trovava invece in Via del Cantiere, strada che oggi è dedicata ad Enrico Cravero, abile industriale e proprietario di un cantiere navale alla Foce, egli viene definito dallo storico Amedeo Pescio “cittadino benemerito della Pubblica Amministrazione e della Beneficenza“.
E c’è anche il nome di lui nell’atrio di questa scuola.

Enrico Cravero

A Enrico Cravero si lega anche una fastosa manifestazione che si tenne a Genova nell’anno 1892 per i 400 anni della scoperta dell’America: la grandiosa Esposizione Italo-Americana comprendeva una serie di imperdibili eventi nella zona della Spianata del Bisagno.
Cravero è parte del Comitato che organizza l’esposizione e anche in questa circostanza non ci si dimentica dei bambini della Foce, di nuovo la storia ci rimanda a certe targhe che si trovano all’interno della scuola.

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Tra i miei libri ne ho uno di Mario Bottaro dal titolo “Genova 1892 e le Celebrazioni Colombiane”, da queste pagine sono emersi dettagli interessanti che riporto qui per voi.
Li vedete quei piccini? Sì, proprio loro, gli scolari della Foce!
Sono tutti schierati lungo i viali dell’Esposizione e offrono agli avventori certe bottigliette fornite dalla Ditta Fratelli Branca, il ricavato andrà a favore dell’Asilo e nel contempo il lungimirante industriale ne guadagnerà una bella pubblicità.
E osservate con attenzione, nell’anno 1892, tra i nomi dei benefattori dell’Asilo incisi su uno dei marmi che sovrasta le scale della scuola c’è anche la celebre Ditta Fratelli Branca alla quale si deve la donazione di 1054 lire.

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Al di sotto di quel nome ne figura un altro: Vittorio Parodi.
E chi sarà mai questo munifico genovese che elargì 621 Lire?
Lo narra il libro di Bottaro dove si legge che questo gioielliere di Via San Lorenzo fornì un suo lavoro: tre caravelle d’oro che fluttuavano nell’acqua di una vasca.
E per poterle ammirare meglio si poteva noleggiare un cannocchiale, il ricavato naturalmente finì nelle casse dell’asilo, il solerte commerciante si era pure studiato degli oggettini ricordo, sempre a forma di caravella.

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Storie di genovesi dimenticati come l’avvocato Lorenzo Quartara e suo padre, il banchiere Emmanuele.

Quartara

E alla memoria dei posteri viene tramandato anche il nome di una compianta direttrice.

Ferraris

Come lei sono diversi coloro che meritano l’onore del ricordo.

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E davvero, bisognerebbe tentare di ricostruire la storia di ognuno e svelare le vicende di certi comitati cittadini.

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E poi ci sono le vite che puoi solo immaginare, sono quelle dei piccini, Ida e Checchin, Ersilia e Luigino.
Uno dei benefattori conservò un prezioso ricordo di quella scuola e di quegli anni, è un biglietto di auguri, osservate il retro, ci sono gli indirizzi ai quali rivolgersi per la beneficenza.

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E tra questi noterete un certo C. Peragallo, ottico di Banchi, questo cognome ricorre nelle edificanti vicende passate dell’asilo della Foce.

Peragallo

All’interno di questo cartoncino c’è una poesia, è scritta con lo stile del tempo, struggente e commovente, a tratti lacrimevole, è in dialetto genovese.
Ed è un bambino a parlare, queste sono alcune delle sue parole:

Di figgioeu dell’Asilo da Foxe
In quest’anno o ciù grande son mi
L’è per quello che porto a bandea
Che dipinta e spiegâ veddei chi

Dei bambini dell’Asilo della Foce
Quest’anno il più grande sono io
E per quello che porto la bandiera
Che vedete qui dipinta e spiegata

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Segue poi una serie di elogi, il bimbo dice che le maestre e la direttrice decantano sempre il buon cuore di quei signori ai quali si deve l’Asilo, parla a nome dei compagni e usa parole di affetto e gratitudine in tempi sicuramente difficili.

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Come vi dicevo, la scuola rimase per un certo periodo in Via del Cantiere.
Venne poi trasferita in Corso Torino, nell’immagine sottostante noterete uno spazio vuoto nella parte destra della strada, quello è il luogo dove sorgerà il nuovo asilo.

Corso Torino

E lì ancora adesso si trova.

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Si tratta dell’edificio che notate sulla destra, in primo piano.

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Su questo mondo di munifici benefattori e di bambini sui quali si posò la mano della Provvidenza ci sarebbe ancora molto da scrivere, credo che tornerò a cercare notizie su alcune figure che sono ricordate su quelle lastre.

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Di questa scuola e delle sue memorie scolpite sul marmo fino a poco tempo fa io non ne sapevo proprio nulla, a svelarmene l’esistenza è stato un amico, lui si chiama Gian Carlo Moreschi e abita alla Foce, colleziona fotografie, documenti e cartoline d’epoca del suo quartiere, sono sue tutte le immagini antiche che avete veduto, lo ringrazio anche da qui per avermele prestate e per avermi fatto conoscere questa bella storia.

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E poi ci sono loro, i bambini.
Letizia o Luisa, Gaetanin o Battistino, visetti sconosciuti, perduti nel tempo, nonni e parenti dei genovesi di adesso.
Piccini che hanno sognato un cerchio o un cavallino di legno, una bambola di pezza o un sacchettino con le biglie.
Bambini di Genova, bambini della Foce.

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Asilo della Foce – I Figli dei Richiamati 1915

Letterine di Natale e cartoline di auguri del passato

Il tempo degli auguri, in un altro tempo, era affidato alla carta e ai bei pensieri racchiusi in una busta.
E si diceva Buon Natale con una cartolina.
Ci sono gli alberi dai rami innevati, un paesaggio in lontananza e poi i piccini con le ceste cariche di giochi.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E un cavallino che corre, nelle fredde e incantate giornate di dicembre.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Il tempo degli auguri, in un altro tempo, era vergato sulle letterine.
E poi non sai dire cosa ne sia stato di coloro che le hanno scritte, quei bambini con le loro speranze pulite e con le loro parole semplici.
E questa è la lettera di Alda, risale al 1947.
E non vi sfuggirà la bellezza del frontespizio, i decori fini e delicati come quei pensieri ingenui e teneri.

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Una scrittura in parte incerta, a tratti leggera, riporto il testo perché non si comprende proprio alla perfezione.

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Carissimi genitori,
in questo giorno di gioia e di contentezza per me vi faccio con tutto l’affetto i migliori auguri.
Spero che vi farà piacere la mia letterina, mi scusate nevvero se in questo anno scolastico vi ho fatti inquietare ma questa volta voglio mantenere la promessa di studiare tanto e pregherò Gesù Bambino che mi faccia una bambina buona e diligente così potrò essere la consolazione di voi due.
Caro babbo, sapessi che gioia sarebbe per me se invece della bambola e dei balocchi mi trovassi un fratellino o una sorellina!
Sarebbe per me un regalo troppo grosso e troppo bello.
Cara mammina, io ti voglio tanto, tanto bene e prego Gesù Bambino per te e per papà, ma specialmente per te che hai tanto bisogno di conforto e di salute.
Tanti e tanti bacioni con rinnovati auguri dalla vostra affezionatissima Alda.

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Alda, un nome che certo non si usa più.
Alda che scrive parole insolite per un bambino del nostro tempo: nevvero, inquietare, balocchi.
Alda, lei che era una bambina di un’altra epoca, l’avrà poi avuto il fratellino o la sorellina?
Un complice, un compagno di gioco con il quale trascorrere ore felici.
Magari sulla slitta, in certi inverni, con una sciarpa al collo per non prendere il raffreddore.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E ancora, andiamo più indietro negli anni, al 1904.
E lei è Paolina, bimbetta sconosciuta, il suo vezzeggiativo è per noi desueto.
Dolce Paolina, lei non chiede davvero nulla ai genitori.
Un  bordo vezzoso, un volo di colombe e fiori profumati per lei che dice: è la prima che mi provo a scrivere una lettera.
E anche lei usa il verbo inquietare, ringrazia per le cure e le premure, sono proprio parole di bimbe di atri tempi.
Paolina dalla calligrafia armoniosa e perfetta, io non sarei mai capace di scrivere in questa maniera.

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Le preziose testimonianze del passato appartengono al mio caro amico Eugenio ed è sua l’idea di questo post, ve lo dico sempre che ho amici speciali e generosi.
E infatti, un paio di giorni fa Eugenio mi ha detto:
– Potresti fare un articolo con le cartoline e le lettere di Natale, te le mando subito.
E così mi sono persa nel dolcissimo incanto di queste immagini e in quelle righe tracciate da mani di bimbe.
E ho immaginato una giovane maestra con i suoi alunni: a scuola, in classe, si scrive la letterina di Natale.
Mia nonna era maestra elementare, chissà quante volte lo avrà fatto anche lei!
E poi colori pastello, un cielo stellato, un sonno ricco di sogni e di piccoli desideri.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E gli angioletti festosi portano l’albero per la festa più amata dai bambini.
Una cartolina d’auguri, così si diceva Buon Natale in un altro tempo.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Alla Scuola Elementare Maria Mazzini negli anni ’70

I genovesi del mio quartiere leggendo il mio articolo dedicato a Salita Accinelli certamente avranno avuto un pensiero: la creuza che scende a Castelletto conduce proprio alle spalle di un edificio che molti di noi hanno frequentato, la Scuola Maria Mazzini.

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Anch’io ho fatto le elementari proprio lì, ho camminato in quelle aule e nei corridoi dell’edificio dedicato alla madre del più celebre patriota genovese.

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E certi ricordi di quei giorni sono per me intensi e presenti, immagino che sia così anche per molti di voi.
Andare a scuola negli anni ’70 era per noi entusiasmo e scoperta: intanto c’era da scegliere la cartella e l’astuccio con dentro tutte le penne, il temperino, la gommina rosa dal profumo zuccherino e le matite colorate.
E poi i quaderni a righe e a quadretti, l’album da disegno, i pastelli e il sussidiario.
Una volta che avevi tutto questo armamentario eri pronto per la scuola, noi bambini degli anni ’70 spesso ci andavamo con il papà, prima di andare al lavoro ci accompagnava là, davanti alla Mazzini.

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E poi era la mamma a venirci a prendere, alcuni facevano il tempo pieno ma io ero tra quelli che tornavano a mangiare a casa, allora era una scelta piuttosto frequente.
Noi bambini degli anni ’70, alla Mazzini, abbiamo imparato tantissimo: leggere, scrivere, disegnare.
E poi progettare, sognare, vivere.
E ridere, crescere, diventare sempre più curiosi.
E vivere, vivere, vivere.
A insegnarci tutto questo è stata la nostra maestra, allora ne avevamo una sola per tutte le materie e io della mia conservo un ricordo meraviglioso.
Scrivo volentieri il suo nome con la segreta speranza che anche altri abbiano ancora un angolino nel cuore tutto per lei: la mia maestra si chiamava Giselda Cordano.
Era piccolina, energica e sempre sorridente, da bambina mi ricordava una delle fatine disneyane del film La Bella Addormentata nel Bosco, ho ancora nella mia memoria certi suoi gesti e il suono della sua voce, una brava insegnante non puoi dimenticarla.
E certo lei ci ha insegnato i numeri e le lettere, la grammatica e la geografia ma più che altro era un solido punto di riferimento, era la nostra maestra.

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Noi bambini degli anni ’70 a scuola non ci portavamo certo i giocattoli.
No, no, la mamma non lo avrebbe mai permesso e anche la maestra avrebbe avuto qualcosa da dire secondo me!
Noi bambini degli anni ’70 eravamo molto rispettosi dei grandi, non ci saremmo mai permessi di rispondere in malo modo.
E lei, la mia maestra, aveva una pazienza infinita con tutti noi, anche con i bambini terribili.
E insomma, mi includo immediatamente nella categoria degli irrequieti, basti pensare che sono riuscita in un’impresa quasi impossibile: avevo un polso rotto e il braccio ingessato, sono stata capace di rompere il gesso contro il banco.
Mia mamma mi narra che la maestra Giselda le telefonò raccomandandosi di non sgridarmi perché a quanto pare c’ero rimasta molto male.

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Noi bambini degli anni ’70 attendevamo certi momenti importanti, ad esempio la maestra ci aiutava a creare il bigliettino di auguri per la festa della mamma e per quella del papà.
E disegnavamo, ritagliavamo, appiccicavamo brillantini, coloravamo grandi cuori con il pennarello rosso.
E poi l’avventura di scrivere con la stilografica: io sono mancina e mi sono sempre imbrattata la mano con l’inchiostro, inevitabile.
Noi andavamo alla Mazzini, alcuni poi ci hanno portato i figli e penso che per loro sia stata una grande emozione.
Io sono tornata diverse volte nella mia scuola in occasione delle elezioni in quanto la Mazzini è sede dei seggi elettorali.
Varcare quel portone.

Scuola Elementare Mazzini
E salire quelle scale, da piccola i gradini mi sembravano altissimi.
E le voci, le risate dei coetanei, quello che piange e i due che bisticciano, quell’altro che corre per il corridoio.
E lei, la maestra, che cerca di tenere tutti tranquilli.
Salire quelle scale.
E trovarsi in quelle aule, la scuola è un momento importante nella vita di ognuno di noi, i miei anni delle elementari sono stati gioiosi e ricchi di nuove esperienze.
E quelle finestre immense dietro alle quali siamo diventati grandi.

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Da qualche parte ho ancora i miei quaderni di quel tempo, un giorno ve li mostrerò.
Da qualche parte si resta proprio ciò che si era, bambine con le trecce o i codini, piccole pesti con i sandaletti blu.
Ricordi che affiorano ogni volta che passo in corso Firenze.
E il pensiero va a lei, cara maestra Giselda, grazie di averci tenuti per mano, il tratto di strada percorso insieme è sembrato semplice e piano proprio perché accanto a noi c’era una persona speciale, la nostra maestra.

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Pierino Beccari, il bambino con la cartella

A breve inizierà la scuola e da qualche parte c’è un banco vuoto.
Quante cose devi imparare?
I numeri, le consonanti e le vocali, le somme e le sottrazioni, i disegni e la bella calligrafia.
E c’è un quaderno, le sue pagine sono rimaste bianche.
Appartiene a lui, Pierino Beccari, di anni cinque.
Pierino è un bambino nato nel 1882, porta una giacchetta con i bottoni tondi, un colletto ampio e un fiocco vaporoso.

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Ha i calzoni alle ginocchia, le calze lunghe, le scarpe con i lacci, in una mano regge una cartella.
A breve inizierà la scuola e da qualche parte c’è un banco vuoto.

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Ha quella posa, Pierino.
Il suo passo sembra incerto ed esitante, i suoi occhi sono velati di malinconia.
Dove vai, bimbetto di un altro secolo?
E chi tiene quella mano amorevole posata sulla tua spalla, come per proteggerti?

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E’ un angelo dalle grandi ali, è lui a condurre questo piccolo oltre il confine dell’ignoto.

Pierino Beccari

Se andrete a Staglieno vedrete questa statua così realistica, si trova nella galleria alle spalle del Pantheon ed è opera di un artista che certo conosceva le pieghe dell’umano sentire, il monumento è di Lorenzo Orengo, colui che ritrasse nel marmo Caterina CampodonicoTeresa Pescia.
La caducità della vita è tutta in questi tratti, l’angelo volge gli occhi verso il cielo e verso il mistero inconoscibile dell’aldilà.
E lo sguardo del piccolo pare invece cercare la terra e le piccole cose umane che non ha vissuto, io vedo in questo suo visetto una svogliata obbedienza.
Lasciami qui, non voglio venire con te.
A breve inizierà la scuola e da qualche parte c’è un banco vuoto.

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L’angelo stringe la mano di Pierino e lo tiene accanto a sé, ineluttabile.
Guarda.
Lui non vuole andare, io lo so.
C’è ancora tutto il mondo da vivere e da vedere.

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La lapide di Pierino Beccari è struggente e nostalgica, è una lettera d’amore scritta dai suoi genitori, vi leggerete parole e aggettivi di un’altra epoca.
Leggiadrissimo fiore della scuola. Amoroso e graziosissimo angioletto.
E accanto ci sono alcune righe attribuite a Pierino, è lui a consolare il papà, la mamma e i fratellini.
Eppure.
Eppure osservate bene la statua, da qualsiasi prospettiva.
Lui non vuole andare, io lo so, lui vorrebbe restare.

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La mamma di lui si chiamava Fanny, un nome desueto e ormai quasi scomparso che ci riporta ad un secolo lontano.
Un velo di polvere scurisce il momumento, copre le piccole mani, i tratti del viso, i gesti ma non le emozioni.
Qualcuno ha lasciato un fiore giallo e lo ha messo là, sulla cartella di Pierino.

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Io invece ho voluto restituire in qualche modo a Pierino Beccari la sua matita e il suo quaderno dalle pagine bianche, ho voluto riportarlo là dove la sua storia si è interrotta, al tempo delle domande e dei perché, l’età delle fossette sulle guance e dei sorrisi innocenti.
Quante cose devi imparare?
La geometria e la storia, la geografia e la felicità.
E la vita.
C’è un banco ed è ancora vuoto, lo sai, Pierino?
Ed è soltanto tuo, perché ognuno di noi è unico.
A breve inizierà la scuola.
E ci sarai anche tu, tu con la tua cartella.

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Nel cortile del Liceo Classico Colombo

Ditemi, siete mai più tornati nel vostro liceo?
Certo, quelli tra voi che hanno figli adolescenti magari avranno avuto modo di ritornare nella loro scuola in veste di genitori, io non andavo al Colombo dai tempi della maturità.
E trovarmi di nuovo nella mia scuola è stato un bellissimo turbine di emozioni, mi è venuto spontaneo voltarmi indietro per vedere se c’erano i miei compagni.
E c’erano eccome, tutti.

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Salivamo le scale e ci accoglievano i versi che ogni studente del Colombo rammenta a memoria: sol nella libertà l’anima è intera.
Adesso si entra da un’altra parte e così quei gradini non ho potuto salirli e neanche vedere la famosa lapide.
Toh, guarda, da una di quelle finestre ricordo di aver lanciato le penne e le matite della mia compagna di banco, povera Rita!

Liceo Colombo (3)

E dunque, eccomi nel cortile della mia scuola.
Muretto, chiacchiere e il prode Cristoforo seduto e pensoso.

Liceo Colombo (4)

E a proposito di nostalgia ovviamente io ho conservato anche l’annuario della scuola, che ve lo dico a fare!

Liceo Colombo (5)

Il porticato, il posto dei quadri, tutto sembra davvero immutato.

Liceo Colombo (5a)

C’è qualche novità, ci sono le lapidi in memoria degli studenti illustri.

Liceo Colombo (6)

Ed una ricorda uno stimato professore.

Liceo Colombo (7)

Al liceo Colombo studiò anche un uomo perbene che tutti voi conoscete.

Liceo Colombo (8)

La foto di classe, ricordate?
Noi la facevamo qui.
Una prima fila di studenti accucciati, gli altri dietro, in piedi.
Sorridi.
E hai un ricordo dei tuoi anni di scuola.
Si fa ancora la foto di classe?
Non ditemelo, non voglio saperlo.

Liceo Colombo (10)

Pochi passi, apro la porta.
Naturalmente i professori pensano che io sia la mamma di uno studente venuta a chiedere conto di qualche votaccio.
Eh no, io sono qui per altre ragioni!
Salgo anche al piano di sopra, vado davanti alla mia classe, sento la voce cristallina di un’insegnante.
Emozione!
E ridiscendo ancora, nel corridoio.
E tutto è rimasto come allora.

Liceo Colombo (9)

E sì, alcune lapidi c’erano già a quei tempi anche se all’epoca proprio non ci facevo caso.

Liceo Colombo (11)

E ancora si scorrono le pagine del passato, in questa scuola passò un celebrato poeta.

Liceo Colombo (12)

E un artista molto apprezzato per le sue opere variopinte.

Liceo Colombo (13)

E frequentò il Liceo Colombo colui che diede voce all’anima di questa città con note e parole, anche lui è uno dei nostri poeti.

Liceo Colombo (14)

La porta dell’Aula Magna è socchiusa e come potrei non sbirciare?
I banchi, la lavagna, il cancellino e il gesso che ci impolverava le mani.
E quanto erano pesanti quei vocabolari.
E anche se avevi 4 di greco non importa, hai imparato molto comunque, a parte gli aoristi.
Memorie scritte per sempre.

Liceo Colombo (15)

E ancora, la biblioteca è stata intitolata a uno stimato docente di latino e greco, ai tempi molto temuto, non è stato tra i miei insegnanti ma di lui mi ricordo molto bene.

Liceo Colombo (16)

E poi il tempo passa e le cose cambiano, ho visto una macchinetta per le bevande e le merendine.
Eh no, noi studenti degli anni ’80 compravamo la striscia di focaccia dai bidelli, quella era la nostra splendida ricreazione!
Ecco, la si prendeva qui, presso questo tavolo.

Liceo Colombo (17)

Non tornavo qui da quei tempi.
E per un attimo ho avuto il timore di trovarmi davanti la prof di matematica e fisica.
Sarà meglio andare, non vorrei che mi interrogassero sulla forza di Coriolis e sulle leggi della termodinamica, quella roba non è mai stata nelle mie corde e tuttora è così!
E da un momento all’altro potrebbe suonare la campanella!

Liceo Colombo (18)

Attraverso il cortile, sotto il cielo azzurro.
Mi siedo a cavalcioni sul muretto e penso.
Penso che niente si perde.
Tutto resta, da qualche parte, in qualche modo.
E tu sei sempre tu, anche se è trascorso tanto tempo.

Liceo Colombo (19)

E sei ciò sei anche grazie a quei giorni di scuola e alle fatiche dello studio, agli amici ritrovati e a quelli che sono sempre rimasti.
E pure grazie ad Euripide, Kant e Platone, anche se allora non ti sembravano tanto comprensibili.
E sei ciò che sei anche se quella volta ti hanno dato un certo voto e ne meritavi uno più alto, anche se la tua pagella non era immacolata e non eri proprio uno studente modello.
Tutto resta, da qualche parte, in qualche modo.
Ciao Colombo, nulla si perde.

Liceo Colombo (20)

Morbelli e altri dolci ricordi d’infanzia

Qualcuno ti dirà che adesso, al posto della storica pasticceria, c’è un supermercato.
Proprio là, in Piazza Goffredo Villa, all’angolo con Corso Paganini.
Guarda bene.
Davvero Morbelli non c’è più da così tanto tempo?
Guarda bene.
La vedi?
Prova a immaginare, magari vedrai anche te stessa bambina con il naso schiacciato contro le vetrine e gli occhi persi nei colori della glassa delle paste.
E il bignè rosa è da sempre il mio preferito, anche quello al cioccolato mi fa gola, invece il bignè alla nocciola ha una tinta troppo smorta per i miei gusti quindi lo lascio sempre nel cabaret, se lo mangino pure gli altri, io voglio quello rosa confetto.
E poi c’è il vassoio con i cavolini di Bruxelles, sono bianchi e leggeri come piccole avventurose mongolfiere, è quasi un peccato metterci le ditina dentro!
Vetrine trasparenti, profumo di zucchero e di infanzia.
E quando ero piccola avrei voluto sbirciare nel retro del negozio, ero certa che in quei luoghi inaccessibili si celassero meraviglie.
E sapete cosa mi colpiva?
La divisa, in qualche modo austera, delle commesse.
Commesse non è certo il termine giusto, loro per me erano delle fatine che conoscevano a menadito preziose formule magiche.
Ed eccomi ancora lì, sono più grande, sono negli anni dell’adolescenza.
E vado ad ordinare la pasta da pane per fare in casa la pizza.
Formule magiche, me lo ricordo come se fosse ieri, questi sono posti dei quali ha memoria chiunque sia cresciuto a Castelletto.

Spianata Castelletto

Poco più in là c’è una profumeria, in vetrina espone costosi cosmetici, pinze per i capelli con enormi fiori di stoffa, orecchini, collane e braccialetti.
E poi c’è quel profumo, il mio preferito: Anais Anais, una bottiglia bianca decorata con certi fiorellini dalle sfumature delicate.
E ci sono gli ombretti con il glitter, i rossetti, le matite per gli occhi e per il contorno labbra.
Io quei trucchi li vorrei tutti, naturalmente.
A breve distanza, in Corso Paganini, c’è un piccolo negozio di scarpe.
Ha un‘aria antica, a dire il vero vende più che altro calzature per attempate signore e pantofole di tutti i tipi, non si direbbe un posto tanto attraente per una ragazzina.
Eppure.
Eppure con la mamma ci vado da sempre.
Eppure ho comprato lì le mie prime Superga.
All’epoca non c’erano di tutti i colori come adesso, le ho prese blu ed ecru.
Eppure.
Vedo anche quello che non c’è più.
La cartoleria Gotelli, al suo posto adesso c’è un altro negozio.
Ai tempi delle elementari e delle medie andavamo là a comprare pennarelli e temperini, quaderni, penne e gomme profumate.
E le matite nella scatola di metallo.
E i libricini con le foto da ritagliare per le ricerche, ve li ricordate?
In anni recenti il caso mi ha fatto incontrare una delle commesse della Pasticceria Morbelli, ha ancora i capelli scuri, lo stesso sorriso e mi è parso di vederla ancora con la sua divisa dell’epoca.
Con la mia consueta faccia tosta sono andata a salutarla e lei ha detto che si ricordava di me, così abbiamo parlato dei bei tempi, delle vetrine della mia rimpianta pasticceria, di quel bancone con quelle delizie così invitanti e del pane in cassetta che compravo da loro.
Ho scordato di dirle che da sempre il bignè rosa è il mio preferito.

Arbanelle, gabbiani e poeti

Le chiavi di ricerca che conducono a questo blog, continua fonte di perplessità.
Ogni tanto mi diverto a guardarle, a parte le logiche tracce che si riferiscono a Genova e alle sue storie alcune ricerche mi lasciano sempre un stupita.
Varie, eventuali e fai da te: come costruire un transatlantico, come togliere umidità dentro cassapanca, cosa mangia una rana di campagna, realizzare etichette antichizzate per barattoli, far ritornare trasparenti le arbanelle da drogheria.Arbanelle

Ecco, per tutte queste domande, cari lettori, avrei una risposta unica: non ne ho la più pallida idea.
In particolare non sono affatto ferrata sulla dieta delle rane e mi spiace deludervi ma pure con il transatlantico non mi sono mai cimentata, avrei voluto ma non ho spazio in casa.
La migliore sfumatura di verde? Domanda sibillina, in che senso migliore?
Qualcuno si preoccupa dell’avvizzimento della mimosa.
Santo cielo, sta appena fiorendo e la diamo già per spacciata?

Mimosa

Mah, d’altra parte c’era un tipo che a Ferragosto cercava notizie sugli addobbi dell’albero di Natale, va bene essere previdenti ma non esageriamo!
In tempi recenti poi questo blog annovera importanti affermazioni come tu riesci a commuovermi, faccio del mio meglio.
E non ci sarò quest’estate volevo dirti: una frase troncata lì, proprio sul più bello, da restarci di sasso.
I tempi della scuola, naturalmente, fanno sempre la parte del leone, ci sono momenti che non si riescono a dimenticare: esami di maturità classica negli anni ’50 un incubo.
Non ditelo a me, mi vengono i brividi solo a pensare alla benedetta versione di greco, orazione contro i mercanti di grano.
E poi c’è un declamato e celebre poeta che riscuote sempre un certo successo.
E’ lui, l’imperituro autore del carme Dei Sepolcri, tra l’altro al ginnasio io li ho studiati tutti a memoria, una cosa da non credere.
E quindi ecco a voi tu e Ugo Foscolo, due mondi lontani nel tempo.
E poi, donna di Foscolo? E come se fosse facile! Quale? Lei? Oppure lei?
O forse una delle altre delle quali devo ancora scrivere ma certamente lo farò, sì!
E poi ancora, interrogativi amletici sul mondo animale con le consuete suggestioni hitchcockiane: gabbiani schierati sopra casa cosa significa, gabbiani impedire l’accesso sul tetto.
Uhm, rimaniamo sull’aspetto romantico dei signori del mare, vi dispiace?

Gabbiani

La mia oca mi vuole sempre beccare, che fare? Scappa, è l’unico suggerimento che posso dare!

Oche (6)

E poi orate in Corso Italia a Genova.
Spiegatemi, anche di questo non ne so nulla!
Frittura di calamari tecnica per non farli balzare dalla padella.
Ollalà, io la compro in Sottoripa e ho risolto il problema!

Frittura

E la chiave di ricerca più carina l’ho trovata proprio ieri.
Ah, la pace, il silenzio e la meraviglia.
Eccola qua: ed ero felice e per essere più felice mi trovo qui, Boccadasse.
E su questo siamo proprio d’accordo!

Boccadasse