L’uomo che faceva partire i treni

L’uomo che faceva partire i treni è per me in qualche modo una figura leggendaria, una di quelle persone che sarebbe stato interessante conoscere.
E sedersi lì, da qualche parte davanti al mare.
E starlo ad ascoltare, mentre ti racconta di viaggi, binari, partenze e ritorni, di mete mancate e di marsine abbottonate, di bagagli ingombranti e di bambini vestiti alla marinaretta.
In un tempo di emozionanti novità, sulla Riviera.
A Sestri Levante, nel 1870.
E ho scoperto tra l’altro che la stazione di quella località aprì proprio in quell’anno e forse, chissà, lui fu davvero il primo a svolgere quel lavoro a Sestri Levante.
Vi immaginate? Capostazione nel glorioso anno 1870.
Io credo che sia diverso il sapore di un’esperienza se questa non è scontata, già vissuta da altri e se nessuno te la può raccontare.
E c’è un mondo nuovo al quale guardare, quel mondo è il tuo e viaggia ad una diversa velocità.
E tu sei colui che si occupa della stazione, là arrivano i viaggiatori di quel nuovo tempo, forse alcuni sono stranieri che giungono a Sestri Levante per respirare aria di mare e per godere del clima della riviera.
E ci sono eleganti gentiluomini, signorine che tengono i loro corredi di abiti fruscianti in pesanti bauli, signori armati di lussuosi bastoni da passeggio.
E il treno è fragore, rumore, frastuono, emozione, vento che fischia, velocità, vita.
La strada scorre davanti agli occhi e cambia in fretta il panorama, sai la sensazione?
Riesci a immaginare la bellezza di un viaggio che nessuno ha mai compiuto prima di te?
È difficile per noi immedesimarci in quei viaggiatori di un altro secolo, figurarsi se riusciamo a comprendere e ad immaginare le sensazioni di colui che aveva questo compito di ferale importanza.
E oltre a questo avrà avuto un amore, una famiglia alla quale provvedere e una casa alla quale tornare.
In quel tempo di molti cambiamenti e diverse innovazioni, lui fu parte di quel mondo che piano piano mutava.
Sono passati molti anni da allora, per gli imperscrutabili sentieri del destino mi è capitato di entrare in possesso del ritratto di questa persona.
Dedico a lui questa fragile memoria, ricordo così tutti coloro che hanno vissuto momenti di grandi cambiamenti.
Protagonisti di un’epoca in continua evoluzione, senza saperlo.
Coraggiosi eroi del quotidiano e di un tempo che non sappiamo comprendere del tutto perché non lo abbiamo vissuto.
Con la stessa fierezza di lui che fu capostazione a Sestri Levante nel 1870.

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Theodore Roosevelt: un turista americano a Genova

È un giorno di aprile del 1910 quando a Genova giunge un illustre visitatore, è stato presidente degli Stati Uniti d’America e con lui viaggiano la sua consorte e i suoi figli.
I Roosevelt sono stati prima a Roma e poi hanno raggiunto la ridente riviera ligure, hanno trascorso una notte all’Hotel Miramare di Sestri Levante e in seguito si sono fermati a Rapallo, da lì sono ripartiti alla volta della Superba.

A Genova tutti li attendono con trepidazione, a dar loro il benvenuto c’è il Console Generale degli Stati Uniti d’America, non manca un drappello di giornalisti americani ed italiani pronti ad incontrare il celebre ospite.
Lo aspettano nell’albergo che Theodore Roosevelt ha scelto per il suo soggiorno: l’Hotel Britannia in Via Balbi.

E come potrete immaginare ad accoglierlo giungono tutte le massime autorità cittadine, c’è una certa fierezza nell’omaggiare un personaggio così importante, il Comune gli donerà alcune pubblicazioni, una di esse è la riproduzione degli Annali del Caffaro.
Tutti si offrono di accompagnare lui e la sua famiglia alla scoperta della città: il presidente del Consorzio Autonomo del Porto, Nino Ronco, si propone per fargli visitare Palazzo San Giorgio, il solerte assessore Caveri si mette a disposizione di Roosevelt per un giro nei musei.

Roosevelt è amabile e cortese, spende parole generose per l’Italia e per Genova, è grato per l’accoglienza riservatagli.
Spiega ai suoi ospiti che lui è già stato nella nostra città, è accaduto durante il suo viaggio di nozze e comunque riguardo ai programmi delle sue ore genovesi dice che dovrà sentire la sua signora.
Ed è proprio sua moglie, dopo breve tempo, a farlo chiamare dal direttore dell’albergo, è l’ora del tè e la bevanda si raffredda.
Per Roosevelt non è semplice accomiatarsi dalla folla di gente che gli gira intorno, tutti si affannano nel proporgli il loro aiuto ma l’ex presidente degli Stati Uniti declina cortesemente e dice che la sua è una visita privata, si fermerà solo un paio di giorni e poi proseguirà alla volta di Porto Maurizio.
La mattina dopo la sveglia suona di buon mattino, Roosevelt sbriga la corrispondenza e poi si gode una buona colazione all’Hotel Britannia assieme alla sua compagna di viaggio e di vita.
Inutile dire che la Direzione dell’Albergo è giustamente fiera di annoverare tra i suoi ospiti una figura così importante, un timbro apposto sul retro di certe cartoline ricorderà quel memorabile evento.

La giornata genovese di Theodore Roosevelt inizia in compagnia di un caro amico, insieme a lui egli visita la Chiesa di San Matteo e le tombe dei Doria.

Poi il nostro turista americano si gode una bella passeggiata in Strada Nuova, vedrà Palazzo Rosso e Palazzo Bianco e avrà modo di apprezzare i capolavori artistici di Genova.

E proprio in Via Garibaldi va a succedere uno spiacevole disguido!
Eh già, infatti il nostro desidererebbe visitare un certo palazzo ma a sbarrargli il passo trova due irremovibili portieri i quali, malgrado le rimostranze dei giornalisti presenti, si rifiutano di far entrare Roosevelt.
I due continuano a ripetere di non aver ricevuto alcuna direttiva dal padrone di casa e quindi non ci pensano neanche a far entrare visitatori non autorizzati!
Eh insomma, un po’ di elasticità, caspita!
Roosevelt non fa un piega e torna verso Via Balbi, dopo una rapida visita a Palazzo Durazzo Pallavicini rientra all’Hotel Britannia.

Qui attende di incontrare un celebre italiano, è lo scrittore Antonio Fogazzaro, uno dei massimi rappresentanti della nostra letteratura.
L’atteso incontro non si verificherà in quando Fogazzaro non si presenterà all’Hotel, purtroppo non conosco le circostanze di questo mancato appuntamento.
Roosevelt e la sua famiglia lasceranno Genova salutati dalle autorità cittadine con tutte le dovute celebrazioni e proseguiranno alla volta di Porto Maurizio con il treno, alla famiglia viene riservato dalle Ferrovie un vagone di prima classe.

Se vi interessa posso anche dirvi che il convoglio lasciò la stazione Principe in perfetto orario, il giornalista che ha raccontato questi giorni genovesi di Roosevelt ha precisato anche questo dettaglio.
Tutte le notizie che avete letto sono tratte dal quotidiano Il Lavoro del 9 e 10 Aprile 1910, le belle immagini antiche dell’Hotel Britannia appartengono al mio amico Eugenio Terzo che come sempre ringrazio.
A leggere i vecchi giornali si hanno sempre piacevoli sorprese, si scoprono frammenti del passato sempre degni di essere raccontati.
Accadde in primavera, era un giorno d’aprile e a Genova giunse un illustre visitatore: era Theodore Roseevelt, un turista americano nella Superba.

Genova, Tesori d’Archivio

Ci sono viaggi che si intraprendono con curiosità e con il sincero desiderio di accostarsi a mondi diversi dal nostro, a consuetudini ed usi del nostro passato.
All’Archivio di Stato di Genova ancora una volta sono esposte testimonianze preziose di un tempo lontano: sono i Tesori d’Archivio in mostra fino al 30 Novembre.
Curatrice di questo affascinante percorso è la Dottoressa Giustina Olgiati che qui ringrazio per il tempo dedicatomi e per la sua passione nel dare risalto alle ricchezze del nostro archivio.
Antiche carte, tra di esse le pergamene dantesche del XIV Secolo: Erano state riutilizzate come fasciature di registri, sono state restituite a nuova vita nell’ambito dell’iniziativa adotta un documento, diversi di questi frammenti sono stati adottati da Roberto Benigni.
E poi, il caso: una di queste vetuste pergamene riporta i versi che Dante dedicò al genovese Branca Doria.

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Un mondo che era un altro mondo, se andrete all’Archivio di Stato la Dottoressa Olgiati alzerà per voi il velo su scritture incomprensibili ai più, su vicende lontane e su persone dimenticate.
In quel mondo che era un altro mondo nel 958 c’era un re di nome Berengario, questo documento porta la sua firma e suggella il riconoscimento dei beni dei genovesi secondo le loro consuetudini.

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In quel mondo di eroi e di conquistatori una figura merita il centro della scena: Caffaro di Rustico da Caschifellone, egli seguì l’Embriaco e raccontò la sua Crociata in Terrasanta, uno dei volumi a lui riconducibili occupa la zona centrale della sala.

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Il libro gelosamente protetto da un vetro è uno dei due manoscritti più antichi dei suoi Annali Genovesi e appartiene alla Biblioteca Nazionale di Francia.

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Caffaro è tornato a casa, Caffaro è tornato a Genova.
E su quel libro dal valore inestimabile egli è ritratto ormai anziano, accanto a lui c’è il giovane notaio Macobrio che si occupa della stesura.

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Ed è sempre di Macobrio questa carta dal quale si evince la sua firma, è il solo documento di lui fino ad oggi rinvenuto.

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Questo invece è il secondo volume più antico degli Annali di Caffaro e appartiene all’Archivio di Stato di Genova, durante la vostra visita scoprirete per quale motivo uno dei fogli spunti dalla rilegatura.

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Rosso e nero, una calligrafia perfetta: risale al 1105 ed è il testo dell’iscrizione nella basilica del Santo Sepolcro, vi sono scritti i privilegi concessi ai genovesi da Re Baldovino.

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Una mostra di Genova, una mostra di genovesi.

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Troverete una miriade di documenti che narrano il passato di questa città, la sua grandezza commerciale e politica, i contatti con i diversi stati che si affacciavano sul Mediterraneo.
Una firma con l’inchiostro rosso, solo all’imperatore era consentito usare questo colore e questa è la firma di Alessio III.

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E certo il Re di Armenia non voleva essere da meno, anche lui usava l’inchiostro rosso.

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E poi ecco il magnifico capolettera degli Statuti di Genova.

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Documenti vetusti e preziosi che testimoniano l’abilità di coloro che vergarono queste pagine.
Queste sono le regulae del 1413, stabilivano le cariche pubbliche e l’amministrazione giudiziaria.

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E questo ancora è un altro manoscritto che riguarda altre leggi.

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Come sempre a colpirmi maggiormente sono i documenti che raccontano il quotidiano degli uomini come ad esempio certi documenti assicurativi.
Carte e nomi di un altro tempo come la schiava Zica, il suo padrone ha sottoscritto per lei un’assicurazione contro i rischi del parto.
C’è anche Agostino Carrega, appaltatore di panni: lui si è assicurato contro un’eventuale pestilenza, un’epidemia sarebbe un danno per i suoi affari.
Le vite degli altri, i soldi guadagnati con fatica e talento, nella foto che segue ecco due assegni del 1459 firmati da un certo Antonio Burlando.

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Le vite degli altri, alcuni nomi sono vergati su uno splendido albero genealogico, quello della famiglia Spinola.

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E poi ancora uno stemmario del XVII Secolo.

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Un’ampia sezione è dedicata a un celebre genovese, Cristoforo Colombo, in un suo documento la conferma della sua origine.
Leggete l’inizio della quinta riga a partire dal basso: nacido en Genova, nato a Genova.

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Ci sono bozzetti di artistici di opere mai realizzate, si può fantasticare cercando di immaginare dove dovevano essere collocate.
E sono esposti alcuni pezzi della collezione cartografica: correva l’anno 1624 e si progettava la costruzione di un celebre porticciolo, tutti voi riconoscerete una località tanto amata, la nostra bella Camogli.

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Anche questo è un panorama a noi caro, è la dolcezza di Sestri Levante.

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Genova, Tesori d’Archivio è un mondo da scoprire, come potrete immaginare io vi ho dato solo un accenno di ciò che potrete ammirare.
La mostra è ad ingresso gratuito, qui trovate gli orari per la visita.
Là incontrerete quelle vite, le vite degli altri.
La vita e il destino: per conoscerlo alcuni si affidavano al libro delle sorti.
E sì, amici le domande sono sempre quelle: i soldi, la salute e l’amore.
Gli uomini sono sempre uguali, in un certo senso.

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Ci sono documenti sul lotto e sul seminario, di questi tornerò a parlarvi.
E ci sono delle carte da gioco come quelle che ancora usiamo.

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E c’è un grande libro, per me uno dei pezzi più emozionanti della mostra.
La vita, il destino.
In quel pesante volume è scritta la cifra che segnò un grande cambiamento, una rivoluzione, un nuovo inizio e una ritrovata felicità.
Un modo diverso di guardare al futuro grazie a quella somma: 1000 Lire, il primo premio della Lotteria.
Lo vinse lei, il suo nome è vergato nell’ottava riga: Catalina, serva di Battista Barixonus.
E c’è solo una scritta, sì.
Eppure osservate bene, guardate con attenzione quella pagina.
C’è tutta una vita: un sorriso, una luce in certi occhi, la speranza di un’esistenza migliore per Catalina.

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I giorni genovesi di Hans Christian Andersen

Ci sono amici che incontriamo da bambini e poi restano con noi anche quando siamo ormai diventati grandi.
Hans Christian Andersen è per me un caro compagno di viaggio, le sue fiabe mi hanno sempre incantata, da piccola avevo una predilezione per I fiori della piccola Ida.
Con mia gioia di recente è uscita una sua autobiografia, un volume poderoso pubblicato da Donzelli dal titolo La fiaba della mia vita.
Tornerò a scrivere di questo libro e delle eccezionali vicende dell’esistenza di Andersen, oggi dedico questo spazio ai suoi giorni genovesi, è stata un’emozione trovare anche la Superba tra i suoi ricordi.
E allora andiamo a quel tempo, è il 1833, Hans ha 28 anni e ancora non è divenuto celebre grazie al mondo fantastico delle sue fiabe.
In carrozza supera il Sempione: un viaggio in Italia  significa per lui calarsi nel sogno, le sue parole restituiscono lo stupore e la meraviglia davanti a panorami incomparabili.
Bucolica Italia, paradiso di alte montagne e ghiacciai lucenti, ridente di laghi disseminati di isole fiorite sotto al cielo chiaro.
Italia di profumi ed aromi, di campi di granoturco e di tralci d’uva che adornano i sentieri.

Uva (3)

Sono magiche le descrizioni di Andersen, sono incantevoli come le sue fiabe.
E il suo viaggio lo porta anche Genova, nel luogo dove ritrova l’azzurro mare.
Per i danesi, scrive Andersen, il mare è vita, amore e appartenenza e a Genova Hans rivede la distesa di blu davanti ai suoi occhi.

Mare

Così indugia in questo dolce innamoramento e rimane al balcone, a guardare l’orizzonte.

Tramonto (10)

Lo attende, a sera, un’opera teatrale e Andersen, viaggiatore di passaggio, descrive le sue camminate cittadine senza menzionare le vie della città ma è facile riconoscere certi luoghi.
Narra di aver attraversato una via di palazzi che si levano sontuosi uno accanto all’altro e così l’ho immaginato camminare lungo Strada Nuova così spesso immortalata dai celebri visitatori.

Via Garibaldi (17)

Hans è diretto a teatro, pare che non gli sia facile trovarlo, forse si perde ad ammirare le bellezze genovesi.
E poi d’un tratto, scorge una statua che si staglia contro il cielo e comprende di essere giunto a destinazione.

Teatro Carlo Felice

Teatro Carlo Felice

Al Carlo Felice assiste a un nuova opera lirica: va il scena L’Elisir d’Amore di Gaetano Donizetti e tra il pubblico c’è anche lui, Hans Christian Andersen.

Piazza De Ferrari (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Non è solo armonia e bellezza ciò che egli trova in questa città, il nostro autore visita anche un luogo cupo e particolare: l’Arsenale della città e le prigioni.
Sono vivide ed efficaci le sue narrazioni, i prigionieri in catene impressionano la mente fantasiosa di Andersen.
Eccoli i galeotti sfiancati dalla prigionia, macilenti e stremati, Andersen vede i tavolacci e i ceppi ai quali questi uomini venivano legati durante la notte.
E uno dei carcerati lo spaventa con una risata fragorosa e crudele, nei suoi occhi Hans vede il guizzo della cattiveria.
E ancora, in quella prigione c’è un giovane ben vestito, i suoi abiti sono raffinati e di buon taglio, a differenza degli altri non porta catene, Andersen riferisce che si tratta di un ricco genovese che deve scontare due anni di galera per frode e furto ai danni della collettività, costui gode di certi privilegi, la moglie gli fa avere soldi e mezzi per sostentarsi.
Oh, quanto vorrei sapere il suo nome, non avete idea!

Panorama da Torre dei Morchi (19)

Giunge poi il tempo di lasciare la Superba e il racconto torna ad essere idilliaco e pacificante, è sempre la natura a colpire la sensibilità di Andersen.
Gli ulivi e gli aranci, i melograni e i limoni succosi.

Limoni (3)

E la gente di Liguria, i pescatori con i loro berretti vermigli.

Pescatori

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E poi, andando verso Levante, la costa e le sue ville, le vele bianche che solcano il grande mare.

Maresottosopra (22)

E in lontananza il profilo di un’isola, la Corsica.

Via Domenico Chiodo (10)

Ancora gli rimane un lembo di Liguria da visitare, un luogo che tuttora conserva la memoria del suo passaggio.
A Sestri Levante alloggia in una locanda davanti al mare, è di nuovo la natura con le bellezze rigogliose ad affascinarlo.
E nella bella località del Levante Ligure la Baia delle Favole rammenta al visitatore quei giorni che Andersen trascorse in Liguria.

Sestri Levante

Un racconto che ha la potenza della fantasia e dell’entusiasmo, lo stesso che Hans Christian Andersen trasmette con le sue fiabe, con il suo mondo fatto di fiori parlanti, di teiere sventurate e di avventurosi aghi da rammendo.
Un caro amico, accanto a me da tutta la vita, un caro amico che ha camminato per le strade della mia città.

Genova

Da un diario genovese del passato: certe eleganze proustiane

Cari amici, questo mese inizia con un nuovo racconto tratto dal diario di Francesco Dufour, qui trovate tutti gli articoli precedenti.
Ancora moda e ancora stile, l’eleganza del passato per le strade della Superba.
Buona lettura a voi!

De Ferrari (14)

Le camicie erano finite al collo con un basso solino, a questo si attaccava con due ferretti il colletto inamidato; il lettore di oggi resterà interdetto al pensiero che si compravano i colletti a parte delle camicie.
Le camicie erano di cotone o di seta; credo che pochi conoscano oggi la carezza e la grazia di una camicia di seta pura.
C’erano allora le camiciaie, erano donne specializzate nel fare le camicie; così c’erano le pantalonaie che facevano i pantaloni da spiaggia e da tennis.
Con il tight si portava il plastron fermato da una perla e si mettevano anche le ghette bianche.
Le calze a mezza gamba, di cotone o di filo di Scozia, venivano tenute su dalle giarrettiere infilate sotto il ginocchio; se l’elastico era stretto dava fastidio ma c’era sempre il problema delle calze a penzoloni.
Mi pare che le calze con l’elastico come usano adesso siano venute fuori poco prima della guerra.
Le calze spesso si bucavano, pare che ora questo problema non esista più ma ai miei tempi, in ogni casa, in ogni momento c’era una donna che cuciva il calcagno o la punta di una calza.
Tutti i materiali erano molto meno resistenti di quelli di adesso; per esempio tutti i momenti si dovevano far risuolare le scarpe.
Verso i miei 15 anni mi feci fare un corredo di vestiti con i calzoni lunghi.
Le giacche usavano avvitate e con le spalle quadrate.

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Immagine appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo
qui maggiori dettagli

I pantaloni dovevano essere stirati con la piega diritta come una lama.
Tutti i vestiti avevano il gilet e quando si poteva si indossavano le bretelle per conservare l’appiombo dei calzoni.
Tutti avevamo, per la campagna, un costume con i pantaloni alla zuava detto anche Knicker Bocker o anche plusfour, cioè con la risvolta lunga quattro pollici.
Per lo più erano di una bella stoffa a quadroni scozzese; ci volevano golf e calzettoni di prim’ordine.
Qualche volta si faceva fare il berretto dello stesso panno.
C’era anche nel corredo un doppiopetto blu con il quale si andava al tè delle signorine.
Un bell’attacco, come dicono i toscani, erano i pantaloni di flanella bianca, la giacca blu e il berretto da marittimo, qualche volta lo mettevo a Sestri.

Sestri Levante (2)

Una volta un mio amico aveva un grazioso berretto di flanella bianca, mi permise di farmene fare uno uguale con l’accordo che non lo avrei mai portato al Lido che lui frequentava.
Quasi sempre si usciva con guanti e bastone.
I guanti chic erano di Fawnes e i bastoni di Howell, ambedue li teneva Pescetto.
Le cravatte più belle erano di Pissimbono e di Finollo.

Pissimbono (4)

Vetrina di Pissimbono

Portavamo sempre cappelli e berretti inglesi.
De Maria in Via Carlo Felice aveva la “sesta” dei cilindri che faceva per Re Umberto; i cappelli li teneva anche Perani in Via Roma, la marca era Turner.
Tutti gli anni compravo un cappello di questa marca per l’acqua, tutte le primavere compravo una paglietta di Sims, costava 25 Lire ed era la più bella.

Via Roma

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Qualche elegantone portava il monocolo o la caramella; era una lente rotonda o quadrata che legata ad un cordoncino si incastrava nell’orbita.
Questa eleganza proustiana a volte era un semplice vetro.
Quando presi la laurea papà mi regalò un anello con una pietra preziosa, era una chevaliére che serviva anche da timbro.
Allora, scrivendo alle signorine più chic si usava sigillare la busta con la ceralacca.

Busellato (16)

Vetrina di Busellato

Si portava spesso un fiore all’occhiello, tutte le mie giacche avevano sotto il rever una barrette di filo per tenere il gambo; erano fiori piccoli, gaggie o rose banksiae di cui in casa c’era spesso qualche mazzolino; in molte piazze c’erano i banchetti dei fiorai.

Fioraie

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ritengo qui doveroso fare una dichiarazione: io non ero un damerino ma tutte queste cose che ricordo erano comuni a tutti i miei cugini ed amici.

Eh, eleganze proustiane di un altro tempo!
Cari amici, ora devo lasciarvi: devo controllare la mia buca delle lettere, attendo ormai da lungo tempo una busta sigillata con la ceralacca, vado a vedere se per caso è finalmente arrivata!

Rosa bianca

 

Dalla nostra inviata a Sestri Levante

Queste mie paginette hanno diversi amici e alcuni affezionati lettori, grazie a loro a volte posso raccontarvi storie belle e affascinanti, è la gioia di avere un blog, ti permette di incontrare persone entusiaste e generose.
E così, mentre sono in Val Trebbia tra i prati e i boschi, d’un tratto su Dear Miss Fletcher si sente il profumo del mare, spira un vento caldo di riviera e ci ritroviamo là, nell’incanto di Sestri Levante.

Sestri Levante

Le immagini che seguiranno sono state scattate da un’amica, lei è Raffaella ed è la nipote di Francesco Dufour, l’eclettico genovese autore del memorabile diario che anche voi state leggendo su questo blog, a Raffaella va il mio ringraziamento per questa perla che mi onoro di condividere con voi.
E quindi, signore e signori, dalla nostra inviata a Sestri Levante una mirabile e imperdibile chicca marinara.
Le case colorate, gli ombrelloni sulla spiaggia, le barche e al centro dell’immagine un gozzo dallo scafo candido.

Sestri Levante

E ancora la costa, la scogliera, il mare increspato da tiepido vento.
Guarda.

Sestri Levante (2)

E guarda, guarda ancora.
Di nuovo quel gozzo, pensa al sole che ti brucia la faccia, pensa alle onde che ti cullano al largo e ai tuffi nel profondo blu.
Guarda.

Sestri Levante (4)

E cosa avrà mai di così speciale questa barca ancorata davanti a una splendida località ligure?
Eh, direi che non ci sono dubbi, ha un nome a dir poco epico.
E’ così la gente di mare, semplicemente geniale.

Sestri Levante (3)

Da un diario genovese del passato: alla spiaggia e a teatro

Torna il diario genovese di Francesco Dufour, naturalmente il mio nuovo amico è venuto in vacanza con me, se avete perso le puntate precedenti potete trovarle qui.
Molta parte delle pagine da lui scritte è dedicata alla moda e agli stili di un’altro tempo così oggi si va in spiaggia con quelle palandrane pesanti addosso, santo cielo!
E forse vi sarà utile sapere che l’anno di nascita di Francesco Dufour è il 1908 e il diario è stato redatto a metà degli anni ’80.
Allora si va? La spiaggia ci attende e poi andremo a teatro, buona lettura a voi!

Le signore anziane, al tempo della mia infanzia, portavano ancora i costumi da bagno che si vedono illustrati nelle caricature.
Questo costume era composto di un paio di pantaloni ampi, stretti alle caviglie, un camiciotto con le maniche ai polsi, una veste che ricopriva il tutto e dalle quali uscivano le maniche della camicia, poi calze e scarpette nere.
Questi costumi erano fatti di una tela nera o blu scura ma tanto rigida, come le tele delle vele.
Allora era pregiata la carnagione chiara e stavano alla spiaggia con cappellone di paglia e ombrello.

Bagni Costanza

 Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Le altre signore e ragazze avevano il costume intero, di stoffa blu, giungente ai gomiti e ai polsi.
Poi anche per loro vennero i costumi Jantzen.
In principio sembrava una modo troppo oseé perché i costumi elastici fasciavano e rivelavano troppo le forme.
In realtà il costume era più pudico perché stava più a posto mentre quello di stoffa rigida delle volte lasciava degli spiragli.
L’avvento di questi moderni costumi destò un problema morale che si può paragonare a quello dei capelli corti che in principio fu adottato solo dalle persone più spregiudicate, poi col tempo venne di uso comune.

Sampierdarena

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Lo stesso avvenne per il bikini che in principio provocò un grave problema morale tale che ancor oggi non è superato da molte signore che si attengono al costume intero.
Mentre parlo della spiaggia penso alla nostra vita a Sestri Levante.
Tutte le sere la gioventù della spiaggia andava all’hotel Jensch; i giovanotti in smoking e la camicia giù con il colletto floscio.
Il padrone aveva una clientela che amava soprattutto la tranquillità.
In una mezza luce suonava un’orchestra sonnolenta ed alle dieci le luci si spegnevano.
Una sera noi giovanotti con le signorine della spiaggia siamo andati al caffé della stazione senza uno “chaperon”.
Subito dopo vedemmo arrivare una squadra di madri trasecolate da questa sconvenienza.

Sestri Levante

Sestri Levante

In quell’epoca le signorine di buona famiglia non uscivano mai senza l’accompagnamento di una signora.
Qualche volta, a Genova, si andava al teatro o al cinematografo.
Lo spettacolo era sempre selezionato, non si parlava di riviste o di operette che erano considerate un’audacia anche dalle giovani coppie di spose.
Qualche commedia francese portava scritto sulla locandina “non è per signorine“!

Piazza De Ferrari

 Teatro Carlo Felice
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Sestri Levante, il presepe della gente di mare

E quasi inaspettato ed improvviso è arrivato dicembre.
Pochi giorni e il tempo ruzzolerà verso il Natale, intanto siamo immersi in questa atmosfera, tra fiocchi, palline colorate e rami di vischio.
Una suggestione che amo ritrovare, con un certo ingenuo entusiasmo.
E ancor di più mi piacciono i presepi e le diverse maniere di rappresentare la Natività di Gesù.
E questo presepe l’ho visitato lo scorso anno e si trova a Sestri Levante, lassù, dove si può godere di questo splendido panorama sul mare turchese della Baia del Silenzio.

Sestri Levante

E lì c’è una suggestiva chiesetta di Frati Cappuccini, è la chiesa dell’Immacolata.

Sestri Levante (19)

E’ raccolta, accogliente e linda, ha il semplice candore che spesso hanno luoghi come questo.

Sestri Levante - Chiesa

C’è una statua di Gesù, ai suoi piedi era stato allestito il piccolo presepe.
E no, non c’erano stupefacenti effetti speciali, niente cascatelle d’ acqua o casette meccaniche, c’era soltanto il mistero della nascita del Redentore.
Qui, in questa località che oggi è un’esclusiva meta di vacanza e che un tempo fu un semplice borgo marinaro, questa è l’anima di Sestri Levante, e ancora la si respira per le sue strade e le sue piazze.
E nel piccolo presepe dei Frati, dove a far da capanna a Gesù è una barca.

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Le statuine del presepe, un velo di sabbia, le rocce, il muschio e i sassi.
E c’è chi lavora alacremente.

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Un fuoco che arde sotto a un paiolo mentre una donna intenta nel cucinare.
E’ il piccolo mondo raccolto del presepe con la sua calda quotidianità.

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E un uomo siede accanto alle sue botti e regge in mano un fiasco.

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E lì, riparata sotto il legno scuro di una barca, c’è la Sacra Famiglia, circondata dai pastori con le loro pecore, dai Re Magi che portano i loro doni.

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Un borgo marinaro di Liguria.
Gozzi, reti e pescatori, aria salmastra.
E un presepe per la gente di mare, un presepe che ci ricorda le nostre antiche tradizioni.

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E uscendo da quella chiesa lo sguardo incontra la curva perfetta delle case di Sestri Levante che si affacciano su una delle baie più incantevoli di Liguria.

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E l’onda batte sulla riva, suonando la musica del mare, mentre i bianchi gozzi riposano sulla spiaggia.
A Sestri Levante, dove una barca fa da riparo al Bambin Gesù.

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Gatti di riviera, di campagna e di città

Gatti di riviera, di campagna e di città.
Per dare il benvenuto ai nuovi lettori di questo blog oggi presenterò tutti i felini che sono comparsi su queste pagine e insieme a loro ci saranno altri mici che ancora non hanno avuto l’onore della ribalta.
Ogni volta che Miss Fletcher va da qualche parte c’è sempre qualche gatto in agguato e allora perché non riunirli tutti in un unico articolo?
Ed eccoli qua allora, uno per uno.
Era un agosto afoso, a Fontanigorda.
E quale posto migliore per schiacciare un pisolino? Sotto le foglie ombrose si dorme d’incanto!

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Anche un muretto può tornare utile per riposarsi un po’.

Un gatto

Ecco un gatto di Sant’Olcese pacioso e tranquillo.
Giurerei che ogni giorno riesce ad assicurarsi la sua bella fetta di salame.

Gatto di Sant'Olcese

E ora un felino che vive in un posto incantevole, sul mare di Bogliasco.
Bianco e pigrissimo, mi fa venir sonno solo a guardarlo.

Gatto di Bogliasco

Un gatto di caruggi, lesto e prontissimo ad addentare il prosciutto offertogli da una gentile signora dalle parti delle Mura della Malapaga.

Gatto di caruggi

Una vezzosa gattina della Val Trebbia, piuttosto vanitosa direi.

Gattina nera

E restiamo lassù, a Fontanigorda, dove ho conosciuto questi due fratellini simpatici e giocherelloni.

Gattini rossi

E ancora un micetto di campagna in cerca di avventure di e di nuove esperienze.

Gattino nero

Un felino che non conosce vergogna, ma si può dormire così della grossa su una dura asse di legno?

Gatto di Fontanigorda

E ora un villeggiante che ogni tanto ama andarsene a passeggiare per i campi di zucche allarmando la sua padrona, la mia amica Valentina.
Signori, ecco a voi Ettore in tutto il suo splendore.

Ettore (5)

Ma andiamo a Santo Stefano D’Aveto dove c’è chi fa sfoggio di una certa eleganza.

Gatto di Santo Stefano d'Aveto

E che dire dei due mici che erano lì a breve distanza?

Gatti di Santo Stefano D'Aveto

E adesso un illustre personaggio, il gatto del Carmine.
Cari lettori, voi che leggete questo blog da poco tempo non sapete che ogni volta che passo da quelle parti io e questo mio amico ci incontriamo ed è sempre una grande emozione!

Gatto del Carmine (8)
E ancora un felino di città nel giardino di una vicina.

Micio

Riviera di Levante, Santa Margherita Ligure: ecco a voi un temibile gatto di riviera che mi guardava con sguardo minaccioso.

Gatto

E poco lontano una signora gatta che si gode la vista del mare.

Gatta di Santa Margherita Ligure

Un gatto di Camogli che  a quanto sembra è un vero buongustaio, eccolo saldamente piantato davanti al pescivendolo in attesa di qualche acciuga.

Gatto di Camogli

E ora è il momento di un foresto, un gatto emiliano di Corte Brugnatella, uno splendido paese dove sono stata la scorsa estate e che ancora devo mostrarvi.
Faceva caldo, un’ottima scusa per schiacciare un pisolino sul dondolo.

Gatto di Corte Brugnatella

E adesso un genovese del ponente, un tipo guardingo che se ne stava dentro Villa Duchessa di Galliera a Voltri.

Gatto di Villa Duchessa di Galleria

Un’altra bellezza di Zena che passeggia beatamente sull’erba.

Gatto di Genova

E ora qualcuno che ama gli equilibrismi!

Gatto di Genova (2)

Avrà l’onore di ben due fotografie, dopo la scalata ha pensato di  accoccolarsi su un ramo per poi rimanere lì a godersi il suo ozio beato.

Gatto di Genova (3)

Un fortunato che vive tra gli agrumi di Pieve Alta, beato lui!

Gatto di Pieve Alta

E un suo concittadino un po’ scontroso che se ne sta in piazzetta.

Gatto di Pieve Alta (2)

Gatti di riviera, di campagna e di città.
Gatti pigri e golosi, furbi e diffidenti, sprezzanti del pericolo e mossi da curiosità, chissà quanti altri ancora ne incontrerò!
E a chiudere questa carrellata sarà un micione particolarmente bello che avete già veduto in un altro scatto.
Se ne stava lì, a guardia del cancello di una villa di Sestri Levante.
Fiero, maestoso e superbo.
Un vero gatto di Liguria.

Gatto di Sestri Levante

Sestri Levante, i gabbiani e la libertà

Una striscia di sabbia, il mare e il cielo.
Se esiste la dimensione perfetta per me assomiglia a una spiaggia in inverno.
Assolata, silenziosa, deserta.

Sestri Levante

Ancora Sestri Levante, in gennaio.
Ancora una spiaggia, immensa e racchiusa nell’abbraccio della costa.

Sestri Levante (2)

Se esiste la dimensione perfetta ha il suono di un’onda che si distende sulla battigia.
E quella è la musica più dolce, la cantilena dell’acqua che accompagna i pensieri, che risuona nell’animo e ti fa sentire parte di un tutto.
E’ la grandezza e la potenza della natura quella musica, la più dolce.

Sestri Levante (3)

La spiaggia assolata, silenziosa, deserta.
La spiaggia e gli scogli adesso sono il paradiso dei gabbiani, padroni assoluti dell’azzurro.
Le creature della terra, del cielo e del mare sanno vivere nell’universo meglio di noi, c’è in loro la forza dell’istinto, nell’uomo mediata dalla ragione.
Ma il loro essere così in comunione con la natura li rende i più abili interpreti di certe nostre aspirazioni e i gabbiani sono la più alta espressione di libertà.
Si inseguono, fuggono e ritornano.

Sestri Levante (4)

Si fermano e sostano, in attesa di una nuova avventura, padroni assoluti di ogni granello di sabbia.

Gabbiani (2)

Alcuni si precipitano in una corsa forsennata verso la libertà.

Gabbiani (3)

Verso quel bianco e candido molo.

Sestri Levante (5)

E loro  divengono i padroni assoluti dell’azzurro, di ogni granello di sabbia, della scogliera e del mare.

Gabbiani (6)

Qualcuno è più ardito, ci vuole coraggio per conquistarsi la libertà.

Gabbiani (4)

Altri esitano ancora, restano a giocare con l’acqua.

Gabbiani 6

C’è chi invece è solitario, rimane lì, sulla battigia, a fissare l’orizzonte, ad ascoltare il suono dell’onda, la cantilena del mare, quella musica, la musica più dolce.

Gabbiani (5)

Uno si libra altissimo, nell’infinito, nella grandezza che non ha confini.
E diviene padrone assoluto dell’azzurro e di ogni granello di sabbia, della scogliera e del mare, delle onde e delle nuvole, del cielo e della terra.
Libertà.

Gabbiani (7)