L’angelo nocchiero e il mare della vita

Lo vedrete e forse anche voi resterete ad ammirarlo, la bellezza di questo monumento ha ammaliato più di un visitatore.
Sul finire dell’Ottocento anche l’Imperatrice Sissi camminò sotto ai porticati di Staglieno, a catturare la sua attenzione fu proprio questo capolavoro di Giovanni Scanzi, Sissi ne fu realmente colpita e affascinata.
Sita nella Galleria Inferiore a Levante, la scultura è stata recentemente restituita al suo originario splendore grazie ad un’accurata pulitura.
Fino a qualche mese fa si presentava in questa maniera, la sua leggiadria era adombrata da una patina scura posata dallo scorrere degli anni.

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Ora invece il nocchiero e la barca scolpita da Scanzi nel 1886 rifulgono di nuovo splendore, questa è davvero una delle opere più pregiate del nostro Cimitero Monumentale e si deve ad un artista di grande talento.
Il marmo forgiato dallo scalpello di Scanzi diviene espressione di parole e di metafore, questa barca è il viaggio della vita minacciato da insidie e da pericolosi flutti.

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Dorme il suo sonno eterno in questo sepolcro Giacomo Carpaneto, valente ed abile commerciante, con lui riposa la sua consorte.
E sono quei versi tratti dalle Sacre Scritture ad essere il complemento perfetto al lavoro di Scanzi: Avventurato chi nel mare della vita ebbe nocchiero sì fido.

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L’abile e sapiente Scanzi, capace di toccare il cuore di coloro che ammirano le sue opere.
La vita è questo, una fragile barchetta spesso in balia del vento e di tremende tempeste.

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A condurla in un porto sicuro è lui, il giovane angelo nocchiero dalle armoniose fattezze di acerbo adolescente.
Ammaina le vele, accompagna dolcemente la rotta di un viaggio giunto al suo termine.

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E la barca sulla quale egli vigila sicuro è un capolavoro di raffinatezza, sulla sua prua un angelico volto dai tratti gentili.

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Nulla è lasciato al caso in questa piccola imbarcazione che rappresenta il percorso di certi giorni, guardate la vela fissata e i nodi.

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E la cima arrotolata su se stessa.

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Il talentuoso Scanzi non ha tralasciato nulla, osservate l’interno della barca, non è facilmente visibile al visitatore, ho soltanto scattato la fotografia senza neppure sapere che avrei trovato altre corde.

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L’angelo dalle grandi ali bianche con la sua grazia tutto governa, senza timori ed esitazioni.
Ritto sulla barca, nocchiero del destino.

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In una cornice di pura armonia.

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In una ricchezza di trine e tessuti preziosi.

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C’è un cuscino su questa navicella, è appena sgualcito dal capo di colui che qui navigò.

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Emerge sotto la barca la spuma fresca e frizzante del mare.

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E il vento si placa, pare quasi perdere il suo vigore, mentre l’angelo tiene salda la presa.
Creatura celeste dai tratti di fanciullo, ha un bel viso incoronato da ricci, sguardo fermo e sicuro, solida guida nelle tempeste dell’esistenza terrena.

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La sua mano stringe la cima.

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Nel mistero sconosciuto del nostro cammino nel mondo.

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Nel tempo di un viaggio che non si sa spiegare, tra il suo inizio e la sua fine, nella complessità di tutte le cose che non possiamo comprendere, angelo nocchiero nel mare della vita.

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L’Imperatrice Sissi per le strade di Portoria

È la memoria di un celebre cronista genovese a tramandare un episodio poco noto che ci porta ancora al passato.
A narrare questo aneddoto è lo straordinario Amedeo Pescio in un articolo inviatomi dal mio amico Eugenio, dal ritaglio non si evince la testata del quotidiano ma presumo che il pezzo sia tratto da Il Secolo XIX in quanto Pescio scrisse a lungo per questo celebre giornale della mia città.
E dunque, andiamo ad altri anni.
II nostro Amedeo ricorda un giorno della sua giovinezza, lui all’epoca era appena un ragazzino e se ne andava a zonzo in Via Roma in compagnia di uno sgamato giornalista che gli insegnerà i trucchi del mestiere.
D’improvviso l’esperto cronista ha una stupita reazione di entusiasmo, in Via Roma incedono aggraziate due dame molto eleganti che attirano la sua attenzione.

Via Roma

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Una delle due lo colpisce in modo particolare: indossa un abito scuro, un cappellino da viaggio e regge un ombrello con il manico d’argento.
Ha una bellezza diafana ed eterea, sebbene non sia più così giovane è sempre una donna affascinante.
Osserva le vetrine della lussuosa via genovese, indugia incuriosita davanti al Magazzino Viennese.

Via Roma

E poi ancora, insieme a colei che l’accompagna, si sofferma ad ammirare una mostra di fiori, quindi posa lo sguardo sulle lussuose vetrine di Issel.
Il giornalista segue con gli occhi l’illustre visitatrice, non la perde mai di vista.
E d’un tratto, trafelato, gli viene incontro un collega, così i due cominciano a confabulare tra di loro:
– Ma è lei? – domanda uno.
– Certo che lo è! – risponde prontamente l’altro.
Incuriosito da questo scambio di battute il giovane Pescio chiede di chi stiano parlando e il famoso cronista senza esitazione ribatte:
– L’Imperatrice d’Austria!
Sì, era proprio la celebre Sissi che all’epoca viaggiava in incognito con il suggestivo pseudonimo di Lady Parker, di quei suoi giorni genovesi vi ho già ampiamente parlato in questo articolo.
Torniamo all’interessante racconto di Pescio, per l’appunto è lui a ricordare un fatto poco noto, egli stesso scrive che non è stato tramandato dalle cronache ufficiali.
Eccola Sissi, in compagnia della dama e di una guida si avventura alla scoperta della città, chiede di visitare una particolare parte di Genova, domanda di vedere Portoria.

Portoria

La guida affabile la conduce per quelle strade, le mostra l’Ospedale di Pammatone, si dilunga a narrarne le vicende.
E insomma, cerca di sorvolare su un argomento che potrebbe essere spinoso: in quella zona c’è una memoria storica di rilievo, quel luogo ricorda il gesto di Balilla, simbolo della ribellione dei genovesi al nemico austriaco.

Portoria Balilla

E Sissi è Imperatrice d’Austria, pertanto è necessaria una certa cautela, si rischia l’incidente diplomatico.
Eppure è proprio lei a chiedere di vedere la statua del prode ragazzino, Sissi desidera essere condotta al suo cospetto.

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E non ha neanche bisogno che le si racconti la storia, a quanto pare conosce bene le vicende di quel periodo.
E pronuncia una frase in proposito, queste parole che meritano di essere ricordate:
– Non si può comandare in casa degli altri!
Non è la sola traccia del suo passaggio nella mia città, i cronisti dedicarono diversi articoli a quei suoi giorni nella Superba.
Di quella sua visita nella zona di Portoria scrisse Amedeo Pescio, grande giornalista e incomparabile narratore della storia di Genova.
Era un aneddoto rimasto nella sua memoria, risaliva ai tempi della sua fanciullezza.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Romanengo, 200 anni di dolcezza

Una storia genovese, fatta di dolcezza e di amore per la tradizione, una storia dai contorni fiabeschi iniziata molto tempo fa, nel cuore della città vecchia.
C’era una volta un certo Antonio Maria Romanengo che un bel giorno aprì un negozio di coloniali in Via della Maddalena.
Correva l’anno 1780 e questo fu il principio di una dolce avventura, proseguita dai suoi figli che con il tempo diventarono stimati produttori di frutta candita, confetti e cioccolato.
Altre due botteghe videro la luce nei vicoli di Genova e Stefano, uno dei figli di Antonio Maria, aprì un laboratorio in Campetto.
Ed è importante l’anno 1814 nel quale nasce la splendida confetteria di Soziglia.
Il negozio ha tutto il fascino del tempo andato e venne restaurato da Pietro, figlio di Stefano, fu lui a volere che avesse lo stile delle confetterie francesi dell’epoca.
Ed è ancora così, come in una fiaba.

Romanengo

Da allora sono trascorsi 200 anni e per celebrarli la famiglia Romanengo ha aperto ai visitatori la fabbrica di Viale Mojon che ha la sua sede in questa strada dal 1928.
E se non avessi veduto con i miei occhi come vengono prodotti i canditi e le altre loro delizie forse non ci crederei.
Si inizia dal reparto del cacao.
I macchinari sono quelli del tempo, si conserva ciò che gli avi hanno insegnato, è un patrimonio prezioso da difendere e tutelare ed è questo a rendere i cioccolatini e i prodotti di Romanengo così speciali.
Un frantoio, la pietra di granito smuove e lavora il cioccolato, il profumo non posso descriverlo!

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Eccolo qua il macchinario, questo volantino era in esposizione nel negozio di Soziglia.

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E viene narrato nel dettaglio un processo produttivo che trova le sue radici nella tradizione, all’epoca in cui il cioccolato si grattugiava nel latte o veniva consumato a cubetti, al tempo in cui esisteva soltanto il cioccolato amaro fondente.

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Conche ridondanti di dolcezza!

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Ed ecco gli attrezzi del mestiere.

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Così lavorano gli artigiani della bontà, nella fabbrica dove si produce il cioccolato più celebre di Genova.

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E poi la visita continua, verso il reparto successivo dove ci viene mostrato un altro procedimento.

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Mandarini canditi, pronti ad essere tuffati nel cioccolato.

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Scende così, a cascata, io non vi so spiegare ma è semplicemente meraviglioso!
Gli spicchi vengono intinti a mano, uno ad uno.

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E poi sistemati uno accanto all’altro, pronti per l’assaggio.

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Sulla fabbrica dei Romanengo vegliano i volti fieri degli avi.

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Ma come nasce la frutta candita?
Questo è il reparto con la frutta posta nelle vasche da canditura, in una soluzione di acqua e zucchero al 70%.
Questi naturalmente sono i mandarini.

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E questi i chinotti.

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Ed è importante ricordare che viene usata soltanto la frutta di stagione, proprio come ai tempi degli antenati.
E colui che ci mostra questo dolce lavoro mette sul tavolo di marmo gli attrezzi per privare i frutti dei loro torsoli o noccioli.
Da sinistra verso destra ecco cosa si usa per pere, albicocche, amarene e agrumi.

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La frutta viene candita e in un secondo tempo verrà glassata.

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Eccola pronta per l’uso.

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E ci viene mostrata una maniera particolare di lavorare la soluzione in cui viene immersa, un movimento che è perizia e mestiere.

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Poi la frutta viene posta a colare e ciò che resta sapete a chi è destinato? Alle api, che bellezza!

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Così nasce la frutta candita di Romanengo, una bontà apprezzata dai visitatori di ogni tempo, tra i numerosi nomi celebri che gustarono le dolcezze della confetteria genovese anche il giovane Albert Einstein e la Principessa Sissi, come ho già avuto modo di raccontarvi.

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E come in una fiaba, andiamo a Milano nel mese di aprile del 1889.
In una stanza dell’Hotel Milan un famoso musicista è chino sulla sua scrivania, con carta e penna verga una lettera destinata ad un amico.
E gli chiede di recarsi subito da Romanengo e di fargli recapitare due scatole di canditi, fondants e altre bontà.
Il mittente è Giuseppe Verdi e ricevette le tanto agognate  scatole.

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E poi c’erano tutti gli altri clienti, come il signor Ignazio Gentile, un genovese di Portello, a lui è intestata questa fattura firmata per quietanza da Pietro Romanengo, il documento appartiene al mio amico Eugenio Terzo.

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Documento appartenente alla collezione di  Eugenio Terzo

E poi ancora, andiamo al reparto dove si lavorano gli zuccheri.

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Ancora attrezzi del mestiere, tutto l’occorrente per una delle specialità più raffinate e amate di Romanengo, le gocce di rosolio.

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Goccia dopo goccia, con precisione e sapienza.

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E poi c’è ancora un successivo passaggio, che prevede che le gocce di rosolio restino a riposare per un certo periodo per essere poi successivamente sottoposte alla sfarinatura.

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Zuccchero che cela al suo interno una goccia di sublime dolcezza, gli aromi che vengono utilizzati sono rigorosamente francesi e sono sapori particolari e deliziosi.
Acqua amara a liquore certosino, anice e rosa, marasca, menta, caffè e viola.

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E poi ancora, fondants e demisucres, gelatine e pastiglie.

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E ancora un altro reparto, qui sono rimasta davvero strabiliata, se mi avessero detto che i confetti si preparano in questa maniera non ci avrei mai creduto.
Sul muro era appeso un cartello con l’esatta dicitura di questo apparecchio così definito: bassina a mano, apparecchio a braccio oscillante per lavorare i confetti prima dell’avvento della bassina a motore nel 1820.

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Ve lo garantisco, mi ha lasciata proprio a bocca aperta! Ho trovato un video caricato proprio dalla Ditta Romanengo, se volete vederlo lo trovate qui, vi aiuterà a comprendere quanto sia complessa questa procedura e quanto sia preziosa un’arte come questa.

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E non vi so descrivere l’effluvio paradisiaco che vi avvolge in questo laboratorio.

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E intanto lo zucchero cade, piano, piano.

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Ed eccoli i confetti, il cuore è composto da ciò che di meglio esiste per il palato, mandorle di Avola, pinoli di Pisa, pistacchi di Bronte e poi cannella, scorze di agrumi e semi di finocchio.

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E poi ancora, ecco i canestrelli di pasta di mandorle.

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E i torroncini per le tavole di Natale.

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E dolcetti tanto belli quanto buoni.

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E pinoli? Quanti ne volete, a scatole!

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Dalla fabbrica al negozio, nel cuore dei caruggi, a Soziglia, c’è anche un altro negozio in Via Roma e un giorno vi porterò a scoprirlo.

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Proprio come  un tempo.

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Documento pubblicitario  appartenente Collezione di Eugenio Terzo

E con le stesse delizie.

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Retro del documento pubblicitario – Collezione di Eugenio Terzo

E qui trovate le belle scatole decorate con immagini d’epoca, scatole da conservare gelosamente per altri utilizzi.

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Un negozio dal grande charme, legni pregiati rendono l’ambiente caldo e ricercato.

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Vetrine che sono uno scrigno di meraviglie.

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E cioccolatini, dolci da desserts, fondants e bomboni, marron glacés e violette.

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E il fascino di una confetteria francese, come la vollero coloro che diedero vita a questo sogno che ancora esiste.
Sette generazioni di Romanengo, secoli di dolcezza.

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Io ho terminato questa mia visita accompagnata insieme ad altri visitatori alla scoperta di questo negozio.
E a raccontarne la storia erano due giovani donne, l’ultima generazione dei Romanengo.
E allora ve lo dico, in tutto questo ciò che mi ha maggiormente colpito è stato sentire certe parole pronunciate con orgoglio e con vero e genuino senso di appartenenza, con emozione e affetto.
Queste parole: mio nonno, il mio bisnonno.
E’ questo che regala un brivido, ascoltare memorie di famiglia e sapere che quel patrimonio è in buone mani, destinato a crescere a portare nel mondo le antiche tradizioni di Genova.

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E poi ancora, qui, nel resto del negozio che vedete nell’immagine soprastante sul tavolo c’era un pesante libro.

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Proprio come nelle fiabe, lo apri e scopri che veniva usato per riporvi le bomboniere, affinché non si rompessero durante il trasporto.

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E poi ho letto documenti, vergati con una grafia antica, il testamento di Stefano in favore del figlio Pietro, correva l’anno 1846.

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Ho scorso l’elenco degli impiegati nell’anno 1891, ho immaginato i loro visi e le loro vite, ho sorriso nel notare che alcuni di loro portavano nomi che non si usano più ma anche Colomba e Felicina hanno fatto la grandezza di Romanengo.
E poi ho visto lo scagno, l’antico ufficio ancora utilizzato.
E a raccontare tutto questo era una voce giovane, la voce di una ragazza che narrava la storia della sua famiglia.

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In un tripudio di tanta bellezza, pur mantenendo le tradizioni, Romanengo si è aperto ai nuovi canali del commercio, ogni loro prodotto è acquistabile sul sito che trovate qui.
E non vi dico quel vassoio di confetture e sciroppi, verrebbe voglia di provare ogni vasetto!

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Sono molto felice di aver avuto l’opportunità di fare questa visita, mi ha permesso di scoprire un mondo magico che non conoscevo e ho compreso la ragione della bontà e della ricercatezza di certi prodotti di Romanengo, semplicemente unici e inimitabili.

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E concludo questo lungo articolo come l’ho iniziato e vi mostro un’ultima immagine che ancora è un disegno del negozio di Romanengo.
E vi si legge che c’era una volta un compositore, Giuseppe Verdi, che se ne veniva in Soziglia in un bel cocchio.
Come un fiaba, vera e reale, che ancora continua nel cuore di Genova.

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L’Imperatrice Sissi turista nella Superba

E’ un giorno di marzo del 1893 e i giornali cittadini annunciano una notizia sensazionale: l’imperatrice Elisabetta d’Austria è giunta in visita nella Superba, il suo arrivo alla Stazione Principe è passato quasi sotto silenzio, sui quotidiani si legge che ad accoglierla non c’erano le autorità.
L’imperatrice viaggia in incognito con lo pseudonimo di Lady Parker, ha con sé un seguito di otto persone tra le quali la sua dama di compagnia e il suo professore di greco.
Sarà un soggiorno breve e il fedele resoconto di quelle giornate  è il tema di un libro dal titolo Una rapida ebbrezza, i giorni genovesi di Elisabetta d’Austria a cura di Vittorio Laura e Massimo Sannelli.
I due autori hanno fatto un sapiente lavoro di ricerca, consultando i quotidiani dell’epoca e riproponendo ai lettori del nostro tempo il racconto delle giornate genovesi di Sissi.
E sapete? Ho avuto il piacere di conoscere uno degli autori, Vittorio Laura, un vero appassionato ed esperto di storie di Genova che mi onora di leggere questo blog.
Vittorio è una persona di grande cultura alla quale non difetta la generosità e così mi ha regalato questo bel libro e anche molti altri testi dei quali presto vi parlerò.
E quindi a lui va un ringraziamento particolare per tutti questi libri veramente interessanti e per i suoi piacevoli racconti!
E allora andiamo a quei giorni di marzo e alle strade della Genova di quel tempo, quando alla Stazione Principe giunse questa illustre viaggiatrice.

Stazione Principe

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Sissi soggiornerà a bordo dello yacht Miramar con il quale poi proseguirà alla volta di Napoli e della Grecia.
Oh, ha con sé ben 69 colli di bagagli, l’Imperatrice non si fa mancare nulla e durante il viaggio ha persino acquistato opere d’arte di grande valore.
E i giornalisti del Caffaro e del Secolo XIX ci narrano con precisione quelle passeggiate cittadine.
Elisabetta non è più nei fiore degli anni, ha superato i cinquanta e la sua vita è stata segnata da molti dolori.
A spasso per Zena, a Sissi piace fare lunghe camminate.
E allora eccola con il suo abito scuro e il ventaglio foderato d’azzurro, ha una fiaschetta e una borsa.
E il cronista del Secolo non manca di riportare anche l’abbigliamento della sua dama di compagnia!
Ma è lei ad attirare gli sguardi, è Sissì con la sua eterea bellezza che i genovesi si soffermano ad osservare.
Chi è quella gran dama che attraversa Via Carlo Alberto?
E’ così che un tempo si chiamava la nostra Via Gramsci, riconoscerete i palazzi e la Commenda, questa è un’immagine del 1917.
Le tende dei negozi tirate giù, i carretti di legno e i passanti.

Via Carlo Alberto

Cartolina appartente alla Collezione di Eugenio Terzo

E poi la passeggiata procede in Via Andrea Doria.

Via Andrea Doria

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E ancora giù, lungo quella strada regale che affascinò Stendhal, Via Balbi.
E chissà se anche Sissi avrà guardato in su!

Via Balbi

Una dolce discesa che conduce nel cuore di Genova.

Via Balbi

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E poi i passi dell’imperatrice rimbombano nelle magnifica chiesa della Nunziata, tra le sculture del Maragliano e i quadri del Piola, Sissi osserva le opere d’arte che sono lì conservate.

La Nunziata

Le salite di Genova. Credete che la spaventassero? Oh, vi sbagliate!
Sissi salì lungo Corso Carbonara e si fermò ammirare il panorama da Spianata Castelletto.

Spianata Castelletto

E poi proseguì lungo i corsi, andò oltre Piazza Manin e arrivò fino al Cimitero di Staglieno.
Vita e morte, l’oscuro mistero che sussurra sotto i porticati.
E il viaggio verso l’ignoto che attende ogni uomo, un monumento la colpì in maniera particolare: è  la tomba Carpaneto scolpita da Scanzi.
E sul suo taccuino Sissi segnò le parole che si leggono sull’epigrafe: Avventurato chi nel mare della vita ebbe nocchiero sì fido.

Tomba Carpaneto

Il fascino e la magia di Staglieno che impressionò più di un viaggiatore.
E la bellezza di questo libro, tra gli scatti di Alfred Noack che accompagnano il testo e i brani tratti dagli articoli dei quotidiani, Una rapida ebbrezza è anche un viaggio nel linguaggio giornalistico di quell’epoca.
Il cronista del Secolo compie spesso artifici linguistici e cerca di accattivarsi la benevolenza dei lettori, nessun altro racconterà il viaggio di Sissi con tanta dovizia di particolari, nessuno può competere con questo reporter.
E infatti il bravo cronista narrerà certi gustosi aneddoti e vi lascio la curiosità di scoprirli tra le pagine del libro.
Un viaggio alla scoperta della città, in luoghi a me familiari.
La vista dalle alture del Monte Gazzo e una passeggiata a Villa Pallavicini.

Villa Pallavicini

E poi l’Imperatrice visita i laboratori di artisti e scultori, si diletta con lo scintillio delle vetrine di Via Luccoli e di Via Orefici.
E come molti di noi si lascia incantare dalle delizie di Romanengo.

Romanengo

E certo non si fa mancare una passeggiata sul Lungomare di Nervi, dove si può sentire il canto delle onde.

Nervi Mareggiata (26)

Sono i luoghi di Genova, la Genova che vide Elisabetta Imperatrice d’Austria.
Tutte le cartoline d’epoca che avete visto in questo articolo appartengono alla Collezione del mio amico Eugenio Terzo che ringrazio per il cortese prestito.
Riguardo al libro Una Rapida Ebbrezza, i giorni genovesi di Elisabetta d’Austria vi rimando al sito che potete trovare qui.
Era il mese di marzo, forse c’era quel vento di tramontana che spesso spazza queste strade.
Era il mese di marzo, una donna dalla bellezza misteriosa soggiornò in questa città.
Si faceva chiamare Lady Parker, con la sua carrozza passò anche in Piazza Fontane Marose.
Chissà se qualcuno vedendola comprese che lei era Elisabetta, l’Imperatrice d’Austria.

Piazza Fontane Marose

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo