Alla Stazione Principe nel 1915

Con i bagagli alla Stazione Principe: in partenza o in arrivo, i viaggiatori del passato dovevano armarsi di pazienza e attendere il tempo necessario per raggiungere la propria meta.
Un saluto, l’aspettativa del viaggio, quella sorta di sensazione che coglie prima di ogni nuovo inizio, attesa e anche speranzoso ottimismo.
Ci si accomoda nel vagone e magari ci si mette accanto al finestrino e si osserva il panorama che scorre davanti agli occhi.
Sarà stato così anche nel passato: a Genova, alla Stazione Principe.

E allora andiamo là, tra i genovesi di un altro tempo, nel lontano 1915.
Ed è inverno, si indossano cappelli e cappotti caldi, bisogna pur difendersi dai rigori di stagione.
A quale binario sarà il nostro treno?
Noi viaggiatori del passato non possiamo certo ricorrere alla tecnologia per restare aggiornati, alcuni però tengono nel portafoglio un prezioso cartoncino con tutte le informazioni necessarie.
E voilà, eccolo, contiene l’orario invernale del 1915 e armati di questa cosa di poco conto possiamo immaginare di partire per molte diverse località, certamente troveremo un treno che ci porterà a destinazione.

Sul fondo di questo cartoncino ci sono gli auguri dei Guardiasala della Stazione, forse doveva essere una sorta di gadget natalizio e di certo sarà stato utile a molti viaggiatori.
Con la mia speciale macchina del tempo vi ho portato là, alla Stazione Principe, in un’altra epoca.
Potete consultare arrivi e partenze, qualunque sia la vostra scelta prestate attenzione, come si legge sull’orario tascabile alcuni treni non fermano a Ronco.
Cose che accadevano in un tempo lontano, nel 1915.

Theodore Roosevelt: un turista americano a Genova

È un giorno di aprile del 1910 quando a Genova giunge un illustre visitatore, è stato presidente degli Stati Uniti d’America e con lui viaggiano la sua consorte e i suoi figli.
I Roosevelt sono stati prima a Roma e poi hanno raggiunto la ridente riviera ligure, hanno trascorso una notte all’Hotel Miramare di Sestri Levante e in seguito si sono fermati a Rapallo, da lì sono ripartiti alla volta della Superba.

A Genova tutti li attendono con trepidazione, a dar loro il benvenuto c’è il Console Generale degli Stati Uniti d’America, non manca un drappello di giornalisti americani ed italiani pronti ad incontrare il celebre ospite.
Lo aspettano nell’albergo che Theodore Roosevelt ha scelto per il suo soggiorno: l’Hotel Britannia in Via Balbi.

E come potrete immaginare ad accoglierlo giungono tutte le massime autorità cittadine, c’è una certa fierezza nell’omaggiare un personaggio così importante, il Comune gli donerà alcune pubblicazioni, una di esse è la riproduzione degli Annali del Caffaro.
Tutti si offrono di accompagnare lui e la sua famiglia alla scoperta della città: il presidente del Consorzio Autonomo del Porto, Nino Ronco, si propone per fargli visitare Palazzo San Giorgio, il solerte assessore Caveri si mette a disposizione di Roosevelt per un giro nei musei.

Roosevelt è amabile e cortese, spende parole generose per l’Italia e per Genova, è grato per l’accoglienza riservatagli.
Spiega ai suoi ospiti che lui è già stato nella nostra città, è accaduto durante il suo viaggio di nozze e comunque riguardo ai programmi delle sue ore genovesi dice che dovrà sentire la sua signora.
Ed è proprio sua moglie, dopo breve tempo, a farlo chiamare dal direttore dell’albergo, è l’ora del tè e la bevanda si raffredda.
Per Roosevelt non è semplice accomiatarsi dalla folla di gente che gli gira intorno, tutti si affannano nel proporgli il loro aiuto ma l’ex presidente degli Stati Uniti declina cortesemente e dice che la sua è una visita privata, si fermerà solo un paio di giorni e poi proseguirà alla volta di Porto Maurizio.
La mattina dopo la sveglia suona di buon mattino, Roosevelt sbriga la corrispondenza e poi si gode una buona colazione all’Hotel Britannia assieme alla sua compagna di viaggio e di vita.
Inutile dire che la Direzione dell’Albergo è giustamente fiera di annoverare tra i suoi ospiti una figura così importante, un timbro apposto sul retro di certe cartoline ricorderà quel memorabile evento.

La giornata genovese di Theodore Roosevelt inizia in compagnia di un caro amico, insieme a lui egli visita la Chiesa di San Matteo e le tombe dei Doria.

Poi il nostro turista americano si gode una bella passeggiata in Strada Nuova, vedrà Palazzo Rosso e Palazzo Bianco e avrà modo di apprezzare i capolavori artistici di Genova.

E proprio in Via Garibaldi va a succedere uno spiacevole disguido!
Eh già, infatti il nostro desidererebbe visitare un certo palazzo ma a sbarrargli il passo trova due irremovibili portieri i quali, malgrado le rimostranze dei giornalisti presenti, si rifiutano di far entrare Roosevelt.
I due continuano a ripetere di non aver ricevuto alcuna direttiva dal padrone di casa e quindi non ci pensano neanche a far entrare visitatori non autorizzati!
Eh insomma, un po’ di elasticità, caspita!
Roosevelt non fa un piega e torna verso Via Balbi, dopo una rapida visita a Palazzo Durazzo Pallavicini rientra all’Hotel Britannia.

Qui attende di incontrare un celebre italiano, è lo scrittore Antonio Fogazzaro, uno dei massimi rappresentanti della nostra letteratura.
L’atteso incontro non si verificherà in quando Fogazzaro non si presenterà all’Hotel, purtroppo non conosco le circostanze di questo mancato appuntamento.
Roosevelt e la sua famiglia lasceranno Genova salutati dalle autorità cittadine con tutte le dovute celebrazioni e proseguiranno alla volta di Porto Maurizio con il treno, alla famiglia viene riservato dalle Ferrovie un vagone di prima classe.

Se vi interessa posso anche dirvi che il convoglio lasciò la stazione Principe in perfetto orario, il giornalista che ha raccontato questi giorni genovesi di Roosevelt ha precisato anche questo dettaglio.
Tutte le notizie che avete letto sono tratte dal quotidiano Il Lavoro del 9 e 10 Aprile 1910, le belle immagini antiche dell’Hotel Britannia appartengono al mio amico Eugenio Terzo che come sempre ringrazio.
A leggere i vecchi giornali si hanno sempre piacevoli sorprese, si scoprono frammenti del passato sempre degni di essere raccontati.
Accadde in primavera, era un giorno d’aprile e a Genova giunse un illustre visitatore: era Theodore Roseevelt, un turista americano nella Superba.

Una ragazza di nome Elvira

È un giorno di maggio del 1891: lei si alza, si guarda allo specchio, si pettina al chiarore di una lampada.
Elvira e i suoi 22 anni, a quell’età le ragazze hanno la testa piena di progetti, a quell’età i sogni non si svelano, si serba nel cuore la speranza che si avverino.
Elvira, la sua bellezza, la grazia acerba e quei suoi capelli corvini, scuri come il destino che l’attende.
Si veste, chiude il corsetto, indossa la giacca ed esce di casa, Elvira scende piano le scale, insieme a lei c’è suo cognato.
Il portone si apre, Elvira abita in Via Balbi, in questo palazzo.

Via Balbi (2)

I due sono diretti a Principe, al Bar della Stazione, il locale è di proprietà del papà di Elvira, la ragazza lavora lì.
Percorrono Via Balbi, ignari di quanto accadrà.

Via Balbi

Appoggiato alla ringhiera, all’inizio di Salita della Provvidenza, c’è un giovane uomo che attende nervoso.
Attende proprio lei, Elvira.

Salita della Provvidenza

La ragazza e il cognato non lo notano neppure e passano oltre, lui si scosta e in un istante si para davanti a loro.
E pronuncia una sola fatale parola, il nome di lei:
– Elvira.
La ragazza alza lo sguardo, forse non fa neppure in tempo a distinguere il viso di colui che ha di fronte, due colpi di pistola infrangono i sogni e il respiro di Elvira.
Le pallottole trafiggono il suo petto e spezzano una delle stecche del suo busto, la lamina di metallo finirà per conficcarsi nel polmone e nel cuore della ragazza.
Lei tenta di reggersi in piedi, fa qualche passo, barcolla e poi crolla a terra esanime.
Viene soccorsa e condotta all’ospedale ma per Elvira non c’è salvezza, la sua vita sgorga via con il suo sangue.
L’assassino fugge, corre via disperato, più tardi andrà in questura a confessare il suo misfatto.
Chi è il giovane che ha commesso il delitto?
Ha 17 anni, è di origine polacca ed è noto per la sua sfrontata arroganza, per un certo periodo ha avuto un impiego al Caffè della Stazione, il locale di proprietà del papà di Elvira, tuttavia ha dovuto abbandonare quel lavoro dopo un acceso diverbio con un collega.
Il giovane ha un’ossessione: gli occhi grandi e il volto bello di Elvira, è lei ad essere al centro dei suoi pensieri.
L’assassino ha trascorso la notte precedente all’omicidio in giro per le bettole dei caruggi, in quelle ore ha scritto un lettera nella quale confessa il delitto che sta per compiere, preannuncia anche di volersi suicidare.
Al processo verranno fuori parecchi dettagli su di lui e sul suo passato difficile, le cronache del tempo si affidano a metodi lombrosiani per delineare un profilo dell’omicida.
Tra i suoi legali c’è anche un nome di grido, si tratta dell’avvocato Giacomo Borgonovo, celebre per le sue appassionate battaglie contro la pena di morte.

Giacomo Borgonovo

Tomba di Giacomo Borgonovo
Cimitero Monumentale di Staglieno

Il giovane in carcere si fa tatuare, si presenta così in tribunale con il nome della sua vittima scritto sul braccio, ha sulla pelle anche la data del suo delitto.
Verrà condannato a vent’anni di carcere, nulla lo salverà dalla galera.
La tragica fine di Elvira sconvolse i suoi famigliari e coloro che la amavano, il fidanzato di lei tentò di togliersi la vita per la disperazione.
Una ragazza qualunque, la sua vicenda ebbe parecchia risonanza all’epoca.
Una ragazza qualunque, una storia drammatica e tristemente attuale.
La vicenda di lei mi è stata narrata dal mio amico Eugenio, io ho fatto ulteriori ricerche e scoperto nuovi particolari su questo fatto di cronaca di un altro secolo.
Elvira Turbiglio lasciò i suoi sogni e la sua vita di ragazza il 14 maggio 1891, vittima della ferocia del suo assassino.
Riposa a Staglieno, la sua tomba si trova nel pavimento del porticato inferiore a levante al numero 1284, questa è un’immagine dell’epoca che appartiene ad Eugenio.

Elvira

Immagine appartenente alla collezione di Eugenio Terzo

L’epigrafe incisa su quel marmo fu composta da un celebre giornalista, Luigi Arnaldo Vassallo, queste sono le sue parole.

Elvira (3)

E il pensiero va a lei, fiore di soave bellezza spezzato dalla crudeltà.
Una ragazza.
Una ragazza di nome Elvira.
Se andrete a salutarla portatele anche voi una rosa, una rosa per i suoi 22 anni perduti.

Elvira (2)