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Posts Tagged ‘Storia’

I Balestrieri del Mandraccio festeggiano uno splendido compleanno: 30 anni in Compagnia, 30 anni di affascinanti e suggestive rievocazioni storiche.
Per celebrare questa ricorrenza è stata allestita un’interessante mostra presso l’Associazione Culturale Satura in Piazza Stella.

Benvenuti nel mondo dei prodi Balestrieri del Mandraccio, coraggiosi ed epici combattenti.
La Compagnia valorizza le storie e le usanze del lontano periodo medievale, gli abiti indossati dai suoi membri sono fedeli repliche di ciò che veniva realmente utilizzato in quel tempo distante.

Partecipano a campi medievali, si esibiscono in antiche danze, fanno conoscere arti e mestieri di epoche lontane.
Nulla è lasciato al caso, la ricostruzione di quel mondo è frutto di minuziose ricerche.
Ed ecco un astuto ed abile mercante.

Repliche di suppellettili ed elmi, abiti e giochi, non manca nulla in questa mostra.

E naturalmente ci sono le armi e il vessillo dei balestrieri.

E incontriamo ancora un giovane mercante, accanto a lui c’è un saggio e competente notaio di rosso vestito.

Costoro invece confabulano davanti a un tavolino, chi mai saranno?

Davanti a loro ciotole con certi ingredienti.

E poi gli attrezzi per curare coloro che sono afflitti da tremendi mali e che perciò devono ricorrere a certe cure.
Ammettiamolo, siamo fortunati ad essere nati in questa epoca.

Ed eccolo qui colui che conosce tutti i segreti e i rimedi per mantenere una buona salute, lui è un sapiente medico.

C’è da dire che fare il balestriere può essere una faccenda piuttosto impegnativa, provate un po’ voi a stare con l’elmo in testa sotto il sole di luglio!

Codesto giovine è chiaramente un nobile, non c’è bisogno di specificarlo.

Troverete esaurienti pannelli esplicativi dedicati a diversi argomenti, viene spiegato anche come era allestita una cucina militare, c’è un pannello sulla diffusione della balestra, un’arma molto diffusa al tempo delle crociate.

E poi, in circostanze come questa, accade che passato e presente si intreccino.
Uno scudo, un abito antico e un telefono tra le mani.

E poi una pietra per accendere il fuoco.

Sul tavolo una bevanda particolare per brindare come si conviene alla salute della Compagnia dei Balestrieri del Mandraccio.
È l’ippocrasso, un vino speziato e prodotto secondo un’antica ricetta medievale, tra i vari ingredienti contiene anche zenzero e cannella.

La mostra è allestita con cura e con particolare attenzione.

Sono contenta di essere andata all’inaugurazione, ho così potuto incontrare i valenti Balestrieri del Mandraccio e li ho visti camminare per le strade della nostra città, in queste vie antiche.

Uno di loro non indossava un abito medievale, portava questa maglietta che tutti noi di Genova dovremmo avere, secondo me.

E se per caso qualcuno di voi avesse il desiderio di unirsi alla bella compagnia ecco come fare.

A me affascinano le atmosfere di questi mondi passati, penso che rievocare le usanze dei secoli lontani in questa maniera sia un modo coinvolgente per imparare momenti importanti della nostra storia.
E poi, a volte, quel passato non sembra neanche tanto distante.
È qui, nelle strade di Genova.

La mostra durerà fino a sabato 15 Luglio ed è allestita nei locali dell’Associazione Culturale Satura in Piazza Stella 5.
Se andrete a vederla lasciate anche voi traccia del vostro passaggio: la prima firma sul libro degli ospiti è proprio la mia, la seconda è quella della mia amica che era con me.

Congratulazioni di cuore a tutti i membri della Compagnia dei Balestrieri del Mandraccio, la loro passione porta per le strade della Superba la nostra storia, la loro dedizione regala a tutti noi tante belle emozioni.
Auguri a tutti voi, pe Zena e pe San Zorzo!

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5 Maggio, è il giorno di un eroe, lui appartiene ad un’importante famiglia e il suo nome è Luciano Doria.
Siamo nel 1379, all’epoca di duri conflitti tra Genova e Venezia, Luciano è destinato a scrivere una pagina di storia che gli renderà onore.
È lui l’Ammiraglio a capo della flotta che solca l’Adriatico in quella lontana primavera, lui è già stato trionfatore a Zara contro Vettor Pisani e sfiderà ancora le navi nemiche.
Su Luciano Doria e sulla sua tempra sono stati tramandati aneddoti che hanno il sentore della leggenda, Amedeo Pescio nel suo testo Croce e Grifo narra un episodio emblematico e riferisce di un povero rematore che in preda alla fame chiede aiuto a Luciano e questi, senza esitare, si toglie la fibbia d’oro della cintura e la dona al bisognoso.
E sempre Pescio racconta quell’impresa eroica per la quale Luciano passò alla storia.
In quell’epoca instabile forte è il timore che le navi di Venezia vengano ad infestare il mare di Genova e Luciano, alle testa delle sue galee, parte per difendere la patria.
È un viaggio non privo di scontri e di ostacoli ma all’alba del 5 Maggio Luciano Doria giunge davanti a Pola, di fronte al nemico sventola gagliardo il vessillo con la Croce di San Giorgio.

Davanti a lui è schierata la flotta veneta, Vettor Pisani e la sue navi restano asserragliati nel porto di Pola.
E qui uso le parole di Pescio, io non saprei trovarne di migliori:

Rugge San Marco. Il Grifo stride e chiama tutte le navi indietro.

Sembra così che i genovesi si ritirino, come se temessero lo scontro.
Avanza con la sua flotta Vettor Pisani che crede di sbaragliare in un sol colpo i suoi nemici ma non ha fatto i conti con l’astuzia di Luciano.
Dieci galee di Genova, celate dietro al promontorio, si gettano contro le navi nemiche e sferrano l’attacco alle navi di Venezia.
È una lotta sanguinosa, entrambe le parti subiscono gravi perdite ma Genova sembra prevalere, l’epica della battaglia è coronata da quel grido rivolto al Santo protettore della Superba: San Zorzo! San Zorzo!
Tra le navi della Serenissima una sola sembra resistere ed è capitanata da Donato Zeno, il contrasto si fa sempre più aspro.
Nell’impeto del combattimento Luciano Doria scosta la visiera dal volto e ripete ancora il grido e il nome del Santo che protegge Genova.
E accade in quel momento: la spada di Donato Zeno spezza la vita di Luciano Doria e l’eroe cade nel sangue.
Non bisogna esitare, non si può permettere che i genovesi si scoraggino: Ambrogio Doria, fratello di Luciano, prende l’elmo, la corazza e l’arma dell’eroe caduto e continua a combattere nelle vesti di lui.
I genovesi tornano così vittoriosi in patria portandosi dietro 15 galee cariche di prigionieri e un bottino di guerra davvero notevole, è il trionfo di Luciano.
L’eroe della battaglia di Pola morto per la gloria di Genova viene onorato dal popolo e dalla Repubblica.
Per la sua grandezza e in memoria della battaglia di Pola, si ordina che nella chiesa di San Giorgio sia dedicato un altare a Giovanni Battista e ogni anno per celebrare questa ricorrenza il Magistrato dovrà portare in quella chiesa un pallio d’oro.

Per le sue gesta Luciano Doria aveva già conosciuto la gratitudine della sua città, Genova gli aveva donato una casa sita nell’attuale Vico Casana, un tempo detta Carroggio dei Promontorio.
Il libro di Amedeo Pescio da me consultato risale al 1914, in quell’anno l’autore parla di quella casa e scrive che ha subito dei restauri, aggiunge che il popolo usa fermarsi sotto la dimora dell’Ammiraglio immaginando le sue imprese.

Sono passati molti anni, c’è stata una guerra che ha causato molta distruzione nel centro storico di Genova, non so dirvi quali danni abbia subito questa specifica abitazione e quali eventuali cambiamenti siano stati fatti.
Io ho seguito le indicazioni di Pescio: nel 1914 egli scrive che sulla facciata della dimora di Luciano Doria presto verrà affissa un’antica lapide.
E lì si trova, a fianco al portone.

Questo marmo attesta che la casa non rimase a lungo agli eredi di Luciano in quando ne divennero proprietari i Clavesana.
Si legge chiaramente il nome di lui, è scolpito nella terza riga: Luciano De Auria.

Resta la memoria, in certi luoghi.
La figura di Luciano è anche ritratta insieme ad altri grandi della famiglia Doria nella Loggia degli Eroi a Villa del Principe.
Luciano è il secondo da sinistra, nell’immagine che qui sotto vedete.

Quando il suo corpo venne riportato in patria dapprima Luciano Doria venne sepolto in San Domenico, in seguito la sua salma fu portata in San Matteo, chiesa gentilizia della famiglia Doria.

Sotto il bagliore di questi ori riposano molti celebri rappresentanti della famiglia.

Qui, in San Matteo, la memoria delle gesta di Luciano è scolpita per i posteri.
Sulla facciata, nei marmi bianchi, sono incise le vicende che videro protagonisti alcuni eroici personaggi della famiglia Doria.

Non è semplice leggere questi caratteri gotici e non è possibile riportate qui la foto dell’intera scritta ma posso mostrarvi alcune salienti parole.
Anno 1379, in numeri romani, nella prima riga.
Pola, il luogo della sua fine, nella seconda riga.

Galeis capte, prese le galee.
E questo è il suo eroismo guerresco.

Fu il protagonista di questa giornata di un tempo lontano, era l’epoca delle Repubbliche Marinare e allora non si combatteva in nome del tricolore come accadde in un più recente e celebre 5 Maggio.
Lucianum D’Auria, così si legge sulla chiesa gentilizia della sua famiglia, nel cuore della sua città.
Questo è il suo nome ed è la memoria di lui e di quel 5 Maggio 1379, il giorno del coraggio di Luciano Doria.

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Sono tombe semplici.
Sono tombe semplici, bianche ed essenziali.
Qui riposano coloro che sono caduti per la libertà, questo è il luogo ultimo di molte vite spezzate spesso in giovane età.
Sotto a questi alberi, nel Cimitero Monumentale di Staglieno.

E si dovrebbe conoscere ogni storia, ogni cammino, ogni singolo gesto.
Su molte di queste lapidi leggerete i nomi di località oggi note come mete delle vacanze estive, spesso si tratta di paesi della Val Trebbia o di altre zone dell’entroterra.
All’epoca della guerra in quei luoghi erano tantissimi i partigiani, il bosco era fratello e rifugio sicuro.

Alcuni di loro venivano da molto lontano.

Qui dorme il suo sonno eterno Maria che aveva solo vent’anni ed era una staffetta partigiana.

E poco distante c’è un’altra giovane donna coraggiosa strappata crudelmente alla vita.

Uno accanto all’altro.

E sulle loro lapidi quei loro nomi di battaglia.

Persone che non abbiamo conosciuto, persone alle quali dobbiamo la nostra libertà.

Quei loro nomi evocano coraggio, fierezza, audacia, eroismo, fiducia in se stessi e incrollabile senso di giustizia.

Sono passati su questa terra, hanno lasciato il loro segno.
E anche se non abbiamo potuto stringere le loro mani loro ci hanno lasciato ciò che abbiamo di più prezioso.
Buona Festa della Liberazione, buon 25 Aprile a tutti.

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Sono tornate sotto gli occhi della città, davanti agli sguardi dei genovesi.
Sono tornate nel luogo dove si trovavano, nel palazzo che fu un tempo dimora del Doge e cuore del potere, il nostro Palazzo Ducale oggi prestigiosa sede di mostre ed eventi culturali.

Sono affisse sui muri del Cortile Maggiore, dopo essere state a lungo conservate nel Museo di Sant’Agostino le epigrafi del passato di Genova sono state restaurate e sono divenute così ancor più preziose.

Narrano storie di uomini e della città, sono testimonianze antiche, alcune risalgono alla fine del’200, altre agli ultimi anni del ‘700.
Le lapidi collocate su questo muro si riferiscono a lavori effettuati in porto.

Munifici e generosi questi genovesi, alcuni spendevano le loro ricchezze per il bene della città.
E allora si tramandi ai posteri il nome di coloro che aprirono i cordoni della borsa per la Superba e per la sua grandezza, sia ricordato Bartolomeo Lomellino che nel 1778 donò molti dei suoi denari per l’ampliamento del porto.

Tra i tanti spicca un nome illustre inciso su ben 2 lapidi: è quello di Marino Boccanegra, fratello di Guglielmo che fu Capitano del Popolo.
E anche in questo caso si tratta di lavori per l’ampliamento del porto, Marino non vuole essere dimenticato e fa lasciare traccia del suo operato su questo marmo.
Correva l’anno 1295, quanto tempo è trascorso?

E il nome di lui si legge chiaramente, il nome di lui è ancora qui, nel cuore di Genova.

E ancora questa epigrafe è dedicata a Marino Boccanegra.

Troverete una legenda che vi spiegherà il significato di ogni singola lapide, ognuna è un frammento di storia, ognuna racconta giorni che non abbiamo vissuto.
E così scoprirete che questa epigrafe riguarda il prolungamento di Ponte Calvi effettuato nel 1590.

E quest’altra si riferisce invece la ristrutturazione dell’Ufficio dell’Annona nel 1694.

Sventola nel cielo azzurro la nostra Croce di San Giorgio.

E sul muro di fronte ecco altre testimonianze.

Anche in questo caso un’esaustiva legenda vi permetterà di comprendere il significato di questi marmi.
Uno di essi è la memoria di tempi difficili, all’epoca in cui queste nostre terre erano occupate dagli austriaci.
E in quel 1747 i devoti abitanti di Sant’Olcese misero in salvo le reliquie del loro Santo protettore, il nome di lui è qui scritto Urcisinus, la lapide riguarda proprio la traslazione delle ceneri del Santo.

E poi ancora, altri marmi riguardano illustri figure cittadine, altri ancora si riferiscono all’acquedotto della città.
Questo marmo, ad esempio, è testimonianza di certi lavori di pulizia che vennero fatti ad una vasca situata nella zona dell’Oratorio di Sant’Antonio della Marina.

Tra tante lapidi scritte in latino una è invece nella nostra lingua ed è quindi comprensibile a tutti.
Risale al 1724 ed era affissa sull’acquedotto presso la chiesa di San Bartolomeo degli Armeni.

Non ve le ho mostrate una ad una, se passerete al Ducale potrete vederle con i vostri occhi e magari anche a voi sembrerà che quel passato lontano sia poi, in realtà, ancora presente: è parte del nostro cammino, è parte della nostra storia personale.

Ed è rimasto inciso nel marmo, eterna memoria di un tempo distante.

Tra tutte queste preziose testimonianze una è di immensa importanza in quanto si riferisce ad un diritto fondamentale dell’uomo e a ciò che è da considerarsi valore assoluto per tutti noi: la libertà.
E allora non vi parrà tanto estraneo quest’uomo dall’animo nobile di nome Domenico, forse se potessimo parlare con lui capiremmo le sue buone ragioni.
E noi uomini di questo millennio troveremmo dei punti in comune con questa persona generosa che visse in tempi aspri e difficili.
Egli lasciò all’Ufficio preposto alla liberazione degli prigionieri l’ingente cifra di 200 Lire annue perché venissero spese per coloro che non avevano mezzi per liberarsi dalle catene della prigionia.
In nome di un diritto fondamentale di ogni uomo, nella nostra epoca come in quella di Domenico: in nome della libertà.

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Correva l’anno 1890 e a Genova ci si apprestava a celebrare un importante figlio di questa città: il Generale Nino Bixio, protagonista dell’Impresa dei Mille accanto a Garibaldi.
Immaginate il fermento delle grandi occasioni, per rendere onore alla grandezza di questo personaggio si inaugura in sua memoria il monumento a lui dedicato, la statua viene posta in Via Corsica nel quartiere dove abitava il patriota.
Accorre una folla di genovesi, tutti sono curiosi e tutti vogliono vedere il grande Bixio immortalato nel bronzo dall’artista Enrico Pazzi.
C’è grande emozione, la gente si accalca nell’elegante Via Corsica, la strada è adornata con il giusto fasto per rendere omaggio al celebre condottiero.
Ci sono le autorità e i rappresentanti dei vari corpi militari sono pronti alla sfilata, non mancano gli scolaretti delle scuole elementari.
Tutto è pronto, la figura di Bixio sta per essere svelata ai suoi trepidanti concittadini, nel momento cruciale la banda suona una musica solenne, viene calato il telo che copre la statua e un mugugnante brusio si diffonde tra la folla.
E chi è quello sul piedistallo? Bixio? Ma non scherziamo, non gli assomiglia per niente!
E giù mugugni a non finire!

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Leggendo le cronache dell’epoca mi sono imbattuta in questo singolare aneddoto, il monumento a Bixio causò discussioni su discussioni.
E insomma, tutti avevano da ridire sulla statua, si mugugnava che quel tale ritto sul basamento non fosse nemmeno vagamente somigliante al grande Nino, i quotidiani cittadini furono piuttosto taglienti, un giornalista del Secolo XIX definì la statua “un reato artistico”, il solito Amedeo Pescio scrisse invece che era “un’opera infelice”.
Effettivamente non saprei dar loro torto, ecco, qui potete osservare l’opera di Pazzi nel dettaglio di questa bella cartolina di Eugenio Terzo.

Tanto per gradire il giorno dell’inaugurazione fu pure funestato dalla pioggia e quindi certe iniziative che erano previste furono rimandate, fu proprio una giornata storta!
E poi il tempo trascorse, passarono gli anni, durante la II Guerra Mondiale la tanto esecrata statua venne colpita e distrutta dalle bombe cadute su Genova.
Così La Superba disse addio a quello sgradito monumento, al suo posto ne venne eretto un altro ben più apprezzato.

Si tratta di un’opera dello scultore Guido Galletti e qui venne posta negli anni ‘50, il monumento osserva la via che termina alle spalle della Basilica di Carignano.

Si tratta proprio della strada dedicata a lui, indiscusso protagonista del nostro Risorgimento.

Coraggioso e indomito, Bixio è ritratto in una posa che esalta la sua figura eroica ed intraprendente.

Celebrato nella giusta maniera nella sua città.

Tra le case eleganti di questo bel quartiere.

Nino Bixio morì lontano dalla sua patria, sull’isola di Sumatra, riposa nel Pantheon di Staglieno insieme a tutti coloro che in modi diversi diedero lustro a questa città.
Nell’Impresa dei Mille c’era Bixio al comando del Lombardo, il nostro era un vero uomo di mare e direi che la statua è apprezzata anche da coloro che il salmastro lo respirano ogni giorno.

Storie di onde, avventure, gabbiani che si librano in volo e poi si posano, storie di spiriti inquieti.

Memoria di Nino Bixio, eroico figlio di Genova.

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Una piazza bella e scenografica, una piazza che offre splendide prospettive, a Corvetto confluiscono importanti strade cittadine.
In altri anni la zona si presentava diversamente, su quell’area si estendeva la passeggiata dell’Acquasola ora non più esistente.
Rimase così fino al 1877, come scrive lo storico Luigi Augusto Cervetto in quell’anno ebbero inizio le demolizioni che lasciarono spazio all’attuale piazza.

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Meravigliosamente armoniosa, se la ammirate dall’alto ne vedrete tutta la bellezza.

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In questa prospettiva chiaramente presa da Villetta Di Negro si notano le sue varie particolarità: sullo sfondo la strada che sale sinuosa verso l’Acquasola, al centro il monumento a Vittorio Emanuele II e di spalle, in primo piano, la statua di Giuseppe Mazzini.

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Il monumento equestre a colui che fu Re d’Italia è spesso oggetto di esacerbate discussioni legate al passato di Genova e agli eventi accaduti nel 1849 quando i bersaglieri di La Marmora compirono crudeli atrocità contro i genovesi e contro la città in quello che è noto come il Sacco di Genova.
Allora il sovrano non mancò di riservare ai genovesi  parole che ancora non si dimenticano, li definì vile e infetta razza di canaglie.

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E questa è la ragione per la quale periodicamente si sollevano vivaci proteste perché la statua venga rimossa da una piazze principali di Genova.

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A Corvetto, di fronte a Villetta Di Negro, in posizione sopraelevata rispetto alla piazza e al monumento del re, c’è un’altra statua nella quale è effigiato un genovese molto amato non solo nella sua città: è il nostro Giuseppe Mazzini, la sua figura si staglia fiera contro il cielo azzurro della Superba.

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Protagonista indiscusso della storia, ha un posto nel cuore di molti di noi.

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A breve distanza, in un’aiuola, un busto di sua madre.

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E alle spalle di lei, affissa su un edificio, una targa ricorda che qui il nostro Mazzini trovò rifugio in anni per lui difficili.

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Nelle nostre strade c’è la nostra storia, a volte anche quella che non vorremmo aver vissuto.

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Resta il valore estetico della statua opera dello scultore Barzaghi, resta la figura del sovrano in sella al suo cavallo.

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E resta, certa e riconosciuta, la grandezza di un mio caro concittadino, un pensatore, un uomo che cambiò il destino di questa nazione.
Dello splendido monumento dedicato a Mazzini tornerò certo a parlarvi con gli approfondimenti che merita.

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Passano gli anni e Piazza Corvetto mantiene tuttora la sua fisionomia, sulle pagine della Guida Genova e Dintorni edita dai Fratelli dell’Avo agli inizi del ‘900 così viene definita: “una delle piazze più belle d’Italia… il punto più ammirevole della città.”
Insieme al progresso, in un certo senso, anche Piazza Corvetto è mutata, la modernità ha cambiato il nostro modo di vivere le nostre strade e le nostre città.
Osservate questa immagine, c’è una folla di genovesi a passeggio per Corvetto.

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Ora non è più così, a Corvetto c’è un continuo traffico di macchine e certo non si può andare vicino al monumento.

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Genova a colori, Genova in bianco e nero.
Una diversa velocità, un modo differente di vivere la quotidianità.

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E sapete?
Spesso accade di vedere persone sedute sulle scale davanti al monumento di Mazzini, Vittorio Emanuele invece resta là, isolato e lontano da noi.
Eppure è al centro della piazza, già!

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Una zona che mantiene comunque la sua armonia e la sua scenografica bellezza.

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In un tempo lontano la percorsero i tram, la attraversarono gentiluomini con la bombetta sul capo e dame aggraziate che con una mano si sorreggevano il lungo abito.
Era un tempo diverso, distante dal nostro.

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Tra quella gente che cammina alcuni vanno di fretta, altri forse indugiano sotto il sole di primavera.
E passeranno le stagioni e gli anni, il tempo scivolerà via e saranno altri passi a rimbombare per la bella piazza dei genovesi: Piazza Corvetto, a colori e in bianco e nero.

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Oggi, 27 gennaio, si celebra la Giornata della Memoria in ricordo delle vittime dell’Olocausto.
Non si legge mai abbastanza in merito a questi argomenti, a noi che restiamo è lasciato il dovere e l’obbligo di non dimenticare affinché non accada mai più, i nomi e le storie tragiche di quegli anni non devono cadere nell’oblio.
Ho scelto questa giornata per mostrarvi alcune pietre di inciampo che potete vedere a Genova.
L’idea di realizzare le pietre d’inciampo si deve ad un artista tedesco, esse si trovano nelle nostre strade e sono segnalate da targhe in ottone, vengono posizionate in luoghi particolari: l’abitazione di una delle vittime, il posto nel quale la sua vita ha avuto fine o anche il punto nel quale è stata arrestata.
A Genova, di recente, ne è stata collocata una davanti al civico 26 di Via Carlo Barabino nel quartiere della Foce.

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Qui visse Ercole De Angelis che non fece mai più ritorno alla sua casa.

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Spostiamoci quindi in Via Roma, davanti al civico 1.
A terra luccica la triste testimonianza qui posta in memoria di un giovane uomo di appena 25 anni.

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Giorgio Labò, strappato ai suoi affetti e ai suoi sogni, membro della Resistenza e decorato al valor militare.

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A lui è intitolato anche lo slargo tra il Carlo Felice e Galleria Mazzini.

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E proprio all’imbocco di Galleria Mazzini abbassate lo sguardo, là riluce un’altra targhetta.

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Ricorda Reuven Riccardo Pacifici, rabbino capo di Genova.

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Fermatevi, riflettete, chi ha fede certo dirà una preghiera.
Alcuni libri su certi argomenti non si leggono mai abbastanza, la penso così.
Concludo questo post citando le parole tratte dal diario di Anna Frank, una ragazzina divenuta simbolo tragico dell’Olocausto e della crudeltà di quel tempo.
Le sue parole, queste parole, sono da ricordare a memoria, con la speranza che gli uomini sappiano essere migliori.

“È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili.
Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo che può sempre emergere.”

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Oggi vi porto a tavola con Garibaldi, un amante della buona cucina e dei semplici piatti  casalinghi.
Non era arduo accontentarlo, delle sue preferenze in fatto di manicaretti si legge in diversi libri, l’argomento è stato anche approfondito tempo fa nel corso di una mostra curata dalla Dottoressa Ponte e dalla Dottoressa Bertuzzi del Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano, in quella circostanza ho avuto occasione di fare scoperte interessanti sui gusti dell’Eroe dei Due Mondi.

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Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

A scrivere del suo illustre genitore è la figlia Clelia, è lei a rammentare che a Caprera Garibaldi teneva capre, pecore e mucche che fornivano delizioso latte fresco.
Ed è lei a riferire che il nostro caro Peppe amava i piatti genuini, prediligeva il minestrone alla genovese con il pesto e gustava volentieri un buon piatto di stoccafisso.

Mangiabuono (9)

Nel lontano Sud America aveva imparato ad apprezzare le grigliate di carne, da vero nizzardo amava la tradizionale bouillabaisse, sceglieva spesso pesce oppure selvaggina, era goloso di ricci di mare e gamberetti.
Gradiva le fave, il pecorino e le olive in salamoia, Garibaldi era un buongustaio, a mio parere.

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L’Eroe dei Due Mondi, il Generale, colui che guidò gli ardimentosi in camicia rossa.
A volte l’immaginario restituisce una figura che in parte non corrisponde alla realtà e pensando a Garibaldi parrebbe quasi ovvio figurarselo mentre assapora un buon bicchiere di vino rosso insieme ai suoi fidati compagni.
Le cronache riferiscono tutt’altro: Peppe non beveva vino, si dissetava con l’acqua o con il mate, un infuso tipico del Sud America.
E a quanto si legge gli piaceva anche l’orzata, chi l’avrebbe mai detto!

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Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Tra le memorie portate all’attenzione del pubblico al Museo del Risorgimento anche il ricordo di un celebre garibaldino, Giuseppe Cesare Abba.
Egli narra di una tavola imbandita con semplicità, nel piatto di ogni ospite un fragrante pane casalingo.
E poi queste le portate:

“Venne subito servita una gran minestra alla genovese, poi un piatto di baccalà, poi una fetta di melone; e via così, come se del bisognaccio umano di mangiare, ognuno, primo il Generale, cercasse di sbrigarsi alla più lesta possibile.”

(Giuseppe Cesare Abba – Cose Garibaldine – Torino Società Tipografico Editrice Nazionale 1907)

Giuseppe Cesare Abba

Giuseppe Cesare Abba

Nella sana alimentazione di Garibaldi non mancava mai la frutta che egli stesso raccoglieva: arance sugose, fichi maturi e croccante uva.

uva

Riguardo ai dolci aveva un debole per quelli che diverranno famosi con il suo nome: i Biscotti Garibaldi.
Con rammarico devo dire che non li ho mai assaggiati, pare che siano tuttora venduti in Inghilterra e che siano fatti di una base di galletta del marinaio arricchita con uva passa.
Sarà il caso di provarli, al Generale piacevano moltissimo!
Anche lui come Mazzini amava i biscotti del Lagaccio, a spedirglieli da Genova era il suo fidato amico Luigi Coltelletti.

Biscotti del Lagaccio

Ed era la moglie di Coltelletti a preparare per Garibaldi una bontà tutta genovese, la Signora Carlotta faceva un delizioso pandolce e per le feste ne mandava sempre uno al Generale.
Sapori che conosciamo, cibi quotidiani per molti di noi, alla tavola del nostro Peppe forse non era difficile sentirsi a proprio agio.
Una tazza di mate e una fetta di pandolce, una merenda semplice per un grande eroe.

Pandolce (2)

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Proverò a narrarvi di lei, la sua figura emerge nel racconto di tempi lontani: è il 14 Luglio 1797, anniversario della presa della Bastiglia, per celebrare l’occasione il governo della Superba organizza una grandiosa festa patriottica.
Di Bianca Calvi scrive con la consueta maestria Amedeo Pescio nel suo “Settecento Genovese”, di lei delinea un ritratto ben definito.
E allora andiamo a quel tempo, non scenderò troppo nei dettagli a proposito della festa patriottica e mi riservo di approfondire l’argomento in un’altra circostanza, oggi la protagonista è soltanto lei: Bianca Calvi.
Lo scenario che la vede come prima attrice è Piazza Acquaverde, ora decisamente diversa da come era nel 1797.
In nome di quegli ideali ispirati dalla Rivoluzione Francese la piazza assume in quel periodo il toponimo di Piazza della Libertà: qui si svolgono le celebrazioni patriottiche, lo scenografico corteo attraversa la città e qui giunge con la sua magnificente sfilata di carri allegorici.

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Bianca è una fanciulla procace e affascinante, nel trambusto di quella folla festosa emerge in tutta la sua leggiadria.
Desiderata, invidiata, al centro di tutti gli sguardi.
Sospirano gli uomini nel vederla passare, gli occhi si posano sulle sue armoniose fattezze.
Una regina che predomina dal suo carro trainato da sei destrieri, una diva ammirata e desiderata.
Bianca Calvi è una stella lucente, a lei è toccato il ruolo più importante, Bianca veste i panni della Libertà.
E la Libertà è avvenente e sensuale, porta una mezza veste bianca chiusa da una corazza, ad incoronare i suoi capelli è un elmo scintillante.
È bella la Libertà, gli uomini accorsi alla grande festa ammirano la sua venustà, chi non vorrebbe stringerla tra le braccia e accarezzare la sua pelle liscia?
E Bianca sorride, forse si compiace di cotanti apprezzamenti.

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E poi.
E poi la vita prende un altro corso, il destino sembra essere ingeneroso con la giovane Bianca.
Il tempo scorre, si giunge al 1803 e la ragazza pare in difficoltà: quella sua gloria sul carro allegorico è divenuta una sorta di onta, la fanciulla che un tempo si era mostrata agli occhi del mondo non ha ancora trovato marito.
A dire il vero avrebbe uno spasimante ma lui è uno spiantato, non ha il becco di un quattrino e così la giovane Calvi che fa?
Si rivolge a quelli del Governo, chiede una piccola dote per quel suo memorabile contributo.
Si vorrà pure ricompensarla in qualche maniera?
Si ricordano ancora di lei?
Non verrà accontentata e la cronaca dei suoi giorni termina in questa maniera: tutti la desideravano ma poi nessuno volle sposarla.
Ho voluto ricordarla così, pensando che magari ai libri di storia siano sfuggite vicende a noi sconosciute: un amore eterno, una passione ricambiata, un cammino condiviso.
A lei dedico questa rosa, bianca come il suo nome e come la veste che indossava nel giorno del suo trionfo in Piazza Acquaverde.

Rose (18)

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Questa è la vicenda avventurosa di una ragazza di Genova, questa è la storia di Livia.
Figlia del popolo e dei caruggi, Livia Vernazza nasce sul finire del ‘500, il padre di lei è un umile materassaio.
Che cosa riserverà la vita a questa fanciulla semplice?
Il suo destino la attende lontano dalla sua città.

Tetti di Genova (10)

Ed è un uomo a mutare il corso della sua esistenza, lui si chiama Battista Granara e si innamora di di questa quindicenne che è un fiore pronto a sbocciare, Livia diviene così la sua sposa.
Non è ancora il tempo della gioia, per la fanciulla giungono i giorni dell’inquietudine, la felicità è lontana e dopo una serie di peripezie ritroviamo la giovane in un’altra città.
Sola, a Firenze: per sbarcare il lunario Livia vende le sue grazie al migliore offerente in una certa casa nella città toscana.
Sarà l’uomo del destino a varcare la soglia di quella dimora: vedrà gli occhi fiammeggianti di lei, accarezzerà la sua pelle liscia, rimarrà ammaliato dalla sua bellezza.
Lui non è uno qualunque, appartiene alla casata più influente di Firenze, va per la cinquantina ed è pazzo di Livia: il suo nome è Giovanni de’ Medici.
Un principe per la figlia del materassaio, una donna di malaffare per un nobile: serpeggia lo scontento a Firenze, la famiglia di lui è in fermento.

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Tutti avversano questa unione ma Giovanni desidera ad ogni costo sposare la sua Livia, non gli basta averla accanto, vuole che lei diventi sua moglie.
E quindi, con astuzia e diplomazia, si rivolge alla Curia di Genova e dimostra che il padre di Livia ha costretto la figlia a sposare il Granara, ne consegue così l’annullamento di quel matrimonio.
Battista Granara, primo marito della Vernazza, viene tratto in arresto e la fanciulla è ora libera da ogni legame.
È il 1619 quando Giovanni de’ Medici conduce Livia all’altare e la figlia dei caruggi diviene Principessa di Toscana, in quello stesso anno darà alla luce il suo primo figlio.
Gli sposi abitano a Murano, Giovanni è Governatore Generale delle Armi presso la Repubblica di Venezia.
Il loro amore sulla laguna avrà purtroppo breve durata.

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È crudele la vita con Livia, non le concede tregua: nel 1621 Giovanni muore e lei rimane sola in balia degli eventi.
Ora i Medici la accoglieranno in un abbraccio famigliare?
Consoleranno il suo dolore di giovane vedova o forse penseranno solo a tutelare il loro immenso patrimonio?
La invitano a tornare a Firenze e lei, ingenua, segue quel consiglio.

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È fragile, è una giovane madre sola ed è nuovamente incinta, la bambina che porta in grembo non vivrà a lungo.
E Livia cade nella trappola che le viene tesa.
Su di lei pende anche un’accusa infamante che mette a rischio la sua vita: strega, dicono che è una strega.
E con le sue arti ha ammaliato Giovanni, con le sue magie ha diretto le sue azioni, così si è fatta sposare!
Non c’è scampo, i Medici hanno mezzi e conoscenze per schiacciare la povera Livia.
Si aprono le porte del carcere dove è rinchiuso Battista Granara: ora è lui a rivolgersi alle autorità, richiede la nullità del matrimonio di Livia e Giovanni de’ Medici.
Ed è la vittoria del potere: le nozze sono dichiarate nulle, il figlio di Livia e Giovanni perde ogni diritto sull’eredità di Casa Medici.
E Livia?
L’abbandonano al suo destino, dopo averla spogliata di tutto?
No, non le lasciano nemmeno la libertà, verrà rinchiusa in una fortezza e poi in un monastero, infine terminerà i suoi giorni in una villa concessale dalla famiglia di Giovanni, sarà dimenticata da tutti, persino da suo figlio che nutriva disprezzo per lei.

Rose

Abbandonò così le cose del mondo e gli inganni subiti, lasciando i suoi pochi beni alle monache di San Michele di Visdomini.
Per questa storia intricata ho alcuni ringraziamenti da fare.
Le notizie sono tratte da un vecchio articolo di Amedeo Pescio, non è leggibile la testata giornalistica ma presumo che si tratti di Il Secolo XIX per il quale Pescio lavorò a lungo: ringrazio come sempre il mio amico Eugenio Terzo che ha avuto l’intuizione di inviarmi questo articolo dove si narra questa tragica vicenda.
Le belle foto di Firenze e Venezia che corredano questo post sono invece un cortese prestito del mio amico Jacopo Mariutti e sono pubblicate sul suo profilo Instagram, ringrazio Jacopo per avermene concesso la pubblicazione.
Genova, Firenze e Venezia, queste città furono scenari di una vita tormentata, qui visse una ragazza nata all’ombra della Lanterna.
Si chiamava Livia Vernazza, era la figlia di un materassaio di Genova e divenne principessa, io mi sono chiesta se nella sua vita abbia mai conosciuto la felicità.

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