Una bellezza leggendaria

Era vanitosa e ingenuamente vanesia, ormai quelli che le stavano intorno non ci facevano quasi più caso.
Quando iniziava con la faccenda della parentela importante tutti si defilavano e cercavano di far cadere l’argomento.
Buoni a nulla e gente da poco, ecco cosa siete! – diceva lei – Voi non siete affatto in grado di mettervi a discutere con una come me, ve li sognate i miei quarti di nobiltà!
E attaccava con la solita solfa della lontana parente francese, una cugina di suo padre che faceva parte del bel mondo e dell’alta società.
La cugina francese era sofisticata, di gran classe e molto ammirata, era un’autentica celebrità, inimitabile per stile ed eleganza.
E poi, in certi periodi dell’anno, la sua incomparabile allure veniva ancor più esaltata.
Nessuna era come lei: raffinata, affascinante e misteriosa, una protagonista del jet set.
La sua parente, diceva lei, era una bellezza leggendaria.
Ma vedete? – Concludeva sempre così i suoi lunghi discorsi – a me sembra proprio di non aver nulla da invidiarle. Del resto il sangue non è acqua e noi due ci assomigliamo come due gocce d’acqua, non sembra anche a voi?
E tutti attorno a lei annuivano e le davano ragione e dicevano che sì, erano davvero identiche, era l’unica maniera per farla smettere di cianciare!
E allora lei sorrideva soddisfatta, gongolandosi in quella sua puerile vanità di credersi uguale alla Tour Eiffel.

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La stanza della ricamatrice

C’era una volta un paio di  forbici da cucito che non stavano mai zitte.
Apri e chiudi, apri e chiudi, quelle lì cianciavano di continuo e nella stanza da lavoro c’era sempre un certo trambusto.
Accadeva ad ogni ora del giorno, le forbici baldanzose tenevano banco e roteavano nell’aria sorrette dalla sapiente mano di una celebre sarta.
Quelle forbici instancabili tagliavano stoffe e cotonine, sete e imbottiture e non la finivano mai di parlare.
La sarta era piena di inventiva e oltretutto aveva il sonno leggero, così a volte nel cuore della notte si metteva a cucire.
– Ma insomma, qui c’è gente che vuole dormire! – protestavano i bottoni risvegliati dal loro sonno beato.

Bottoni
– Noi non ne abbiamo colpa! – ribattevano le forbici – qui ci sono borsine e pochette da preparare! E si avvicina il Natale, non c’è tempo da perdere!
In questi casi il metro si arrotolava su se stesso e si voltava dall’altra parte, era un tipo che non amava le discussioni.
Tutti gli altri invece, ah! Avreste dovuto vederli!
Dovete sapere che la sarta era anche un’abile ricamatrice e quando si metteva al lavoro le matassine di mouliné facevano a gara per essere le prescelte, ognuna di loro si distingueva con un numero e si era democraticamente stabilito che tutte si mettessero in fila in ordine crescente.
Così, quando sentivano il chiacchiericcio delle forbici, tutte si rizzavano in piedi e si allineavano come obbedienti soldatini.

Fili
– Io non faccio testo – diceva sicuro il nero – io sono unico, vi voglio vedere a prendere il mio posto!
– E lo stesso vale per noi – ribadivano le due tonalità di bianco con tono altezzoso – nessuno ci può rimpiazzare.
Le altre matassine invece erano in evidente concorrenza tra di loro, i rossi bisticciavano in continuazione, i rosa erano più pacati, è vero, ma il fucsia era un vero attaccabrighe e tutti cercavano sempre di non discutere con lui.
I blu e gli azzurri erano giunti ad un compromesso diplomatico: avevano deciso di presentarsi sempre in coppia, pensavano così di avere maggiori possibilità di essere scelti.
I gialli erano prepotenti e litigiosi, dalle loro parti si sentiva sempre questionare.
Il marrone era paziente e rassegnato, ogni tanto scuoteva la testa e sospirando diceva:
– Speriamo di non finire di nuovo a fare il tronco d’albero, mi tocca sempre quella parte lì!
Il viola, per parte sua, considerava un privilegio il fatto di esser scelto di rado, diceva che questo lo rendeva più ricercato.
Era un cuor d’oro il viola, ogni volta accorreva a consolare il beige che soffriva di complessi di inferiorità.
Quando era il momento della selezione il beige scoppiava sempre a piangere e tra i singhiozzi farfugliava:
– Non ce la farò mai a competere con gli altri, a me vengono assegnati solo ruoli di secondo piano!

Fili (2)
E nel frattempo sotto l’armadio si consumava un dramma.
Da molti giorni giaceva sul pavimento un sottilissimo ago che si sgolava per chiedere soccorsi.
– Aiuto! Qualcuno venga a raccogliermi, sono qua sotto!
Ahimé, nessuno sentiva la sua vocina flebile!
L’ago era terrorizzato, più di una volta aveva rischiato di finire risucchiato dall’aspirapolvere, aveva anche avuto incontri ravvicinati con le gatte di casa ma del suo destino nessuno pareva interessarsi.
I ditali erano tipi attenti e sempre pronti a mettersi al lavoro, avevano deciso all’unanimità di fare i turni e avevano anche tentato di convincere le matassine a fare lo stesso ma nessuna aveva dato loro retta, il fucsia in quella circostanza era montato su tutte le furie così i ditali si erano ritirati in buon ordine senza mai più intervenire.
Il puntaspilli invece aveva un bel carattere, era docile e remissivo, faceva il suo dovere senza mai lagnarsi.
Stoico e paziente non si lamentava mai, anche se, a dire il vero, ne avrebbe avuto tutte le ragioni.
Quella stanza era un piccolo mondo, la vita non è semplice per nessuno, credetemi, neanche in un cestino da lavoro.
E poi arrivava lei, la ricamatrice, con cura selezionava i colori, le stoffe e i fili.

Stoffe

E quelli che non venivano prescelti si facevano da parte, tutti sapevano bene che la padrona di casa era solerte e fantasiosa, prima o poi a tutti sarebbe toccato l’onore di finire tra le sue mani.
Lei impugnava le forbici e iniziava a tagliare e loro come sempre si mettevano a parlare, quando poi erano proprio di buon umore addirittura cantavano!
– E basta! In questa stanza non si chiude occhio! – brontolavano i rocchetti di filo.
Accadeva a ogni ora del giorno e della notte, nella stanza della ricamatrice.

Questa storiella allegra è dedicata a Stravagaria, amica creativa che si distingue per il suo buon gusto, lo stile  e l’unicità delle sue creazioni, dalle sue mani nascono solo cose belle e se non la conoscete vi invito a visitare le pagine del suo blog, lo trovate qui, scoprirete un universo di curate raffinatezze.
Suo è questo splendido carillon che ha fatto per me.
E le sue forbici, ve lo garantisco, cianciano di continuo.

CARILLON

Una fiaba dalla dispensa

C’era una volta una casetta nel bosco, era circondata da alberi e aveva un verde prato di fronte.
C’era anche una grande cucina e fu laggiù che si consumò una piccola tragedia domestica.
Un bel giorno tutto mutò: era arrivato, per la gioia della cuoca, un elettrodomestico tuttofare.
Grosso, imponente, ingombrante e multitasking.
Era tedesco, ovviamente, un paradigma di efficienza, si chiamava Franz, parlava una lingua che nessuno conosceva e sapeva fare ogni cosa: tritava, sminuzzava, impastava, divenne in breve tempo il re della cucina.
Ma certo non si può dire che tutti fossero contenti del suo arrivo!
– Oh, se mi girano! Non sapete quanto! Anni e anni di onorato servizio per finire qua dentro al buio!
Così borbottava il frullino dalla dispensa nella quale era stato riposto insieme a tutti gli altri attrezzi da cucina.
Uno via l’altro erano stati mandati in pensione, si può dire così?
E sapete come accade, ognuno ha la propria maniera di reagire ai drammi della vita, quando ci si sente pervasi dal senso di inutilità il nostro carattere si svela.
Lo spremiagrumi l’aveva presa malissimo, passava le notti a singhiozzare per il dispiacere.
E sapete, quando si è in difficoltà l’unione fa la forza!
Lo spremiaglio era sempre stato emarginato, a causa delle sue frequentazioni tutti lo schivavano, si diceva in giro che emanasse cattivo odore.
E adesso? Oh, adesso era tutto cambiato!
Il pelapatate lo andava sempre a cercare per sobillarlo:
– Dobbiamo agire! Facciamo qualcosa, non possiamo arrenderci così!
La rotella per fare i ravioli era piuttosto anziana e molto saggia, cercava pertanto di sedare gli animi:
– State bravi, vediamo di far girare bene le rotelline, una soluzione si troverà!
I mestoli di legno, seppur non coinvolti, si riunirono a congresso, il mattarello si propose per mettere a posto la situazione:
– Ci penso io! Lo sistemo io quel tipo arrogante e presuntuoso!
– Calma, calma! – intervenne il colino – Questa è una situazione che fa acqua da tutte le parti!
Alcuni di loro erano davvero affranti, da protagonisti incontrastati erano divenuti semplici comparse, certi erano stati addirittura degradati a soprammobili.
Era il caso di un personaggio dal carattere un po’ schivo che ormai da giorni e giorni, da buon ligure, non faceva altro che mugugnare.
– Io qui non c’entro un cavolo! E’ una questione di stile, oltretutto, frequento da anni il pregiato basilico di Pra’ e guardate come mi hanno ridotto!

Cavolo

E insomma, lo scontento regnava sovrano.
Tutti quanti si rabbuiarono ancor di più quando videro arrivare lo schiaccianoci che aveva una ferale notizia da comunicare:
– Ho sentito la cuoca parlare di mercatino dell’usato! Vuole darci via tutti! Dice che da quando c’è Franz non ha più bisogno di noi!
Il macinacaffé e il passaverdura si facevano coraggio a vicenda, persino il trinciapollo, da tutti considerato un tipo tagliente, scoppiò in un pianto dirotto.
E oltre tutto si vociferava di un sontuoso pranzo previsto per la domenica a venire: la cuoca aspettava la visita del suo fidanzato.
Oh, Franz si dava un sacco d’arie, sì!
Era giunto il momento del suo debutto in società!
Avrebbero visto di cos’era capace!
E’ proprio il caso di dire che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, mai detto fu più appropriato, credetemi!
E infatti state a sentire cosa capitò.
Venne l’ora di cucinare e la giovane cuoca indossò un bel grembiule, mise Franz al centro della tavola e tutto attorno gli ingredienti per la sua cena.
Un rumore sordo. Tac!
Che era successo? Franz non ne voleva sapere di mettersi a funzionare, era inutilizzabile!
Qualcosa nel suo delicato meccanismo pareva non girare a dovere e ci credereste? Andò a finire nella dispensa!
Entrarono in campo i vecchi cari attrezzi di sempre, la stampo dei ravioli non stava più nella pasta dalla felicità!
E il pestello batteva nel mortaio a ritmo di musica, che melodia!
Le fruste montarono i rossi d’uovo per la torta, erano emozionate come se fosse la prima volta!
E intanto ciotole, mestoli e spatole facevano il tifo per loro!
Il tostapane lavorava a pieno regime e il parmigiano scendeva come pioggia gentile dalla grattugia, un trionfo!
La cuoca ricevette sperticati complimenti, gli attrezzi stremati e felici si godevano gli elogi.
– Oh, ma che buono questo pesto!
– E questa sfoglia, si sente che è stata tirata a mano!
E a udir queste parole il mattarello fece una piroetta sul tavolo.
Fu una cena romantica, la teiera che era notoriamente sentimentale continuava a ripetere:
– Quei due sono fatti uno per l’altra!
E le tazzine in coro risposero:
– Sì, che tenerezza!
– E che dolcezza! – fece eco la zuccheriera.
Filò tutto liscio!
Passarono i giorni, Franz venne spedito in Germania per le dovute riparazioni, ma alla cuoca venne detto che stranamente all’interno del prezioso macchinario mancava un pezzo piuttosto costoso e così la cuoca disse che preferiva attendere per la riparazione.
Franz tornò nella casetta nel bosco e fu nuovamente risposto in dispensa, in attesa di tempi migliori.
La giovane donna però si scordò totalmente di lui e ogni cosa riprese a funzionare come una volta.
Passarono i mesi, cari lettori, un bel giorno la cuoca aprì un cassetto della cucina e in mezzo ai tappi trovò un piccolo oggetto misterioso:
– E questo cos’è?
Lo rigirò tra le mani e non accorgendosi che si trattava del pezzo mancante al povero Franz lo gettò via.
Le forchette e i coltelli tirarono un sospiro di sollievo, i cucchiai si misero a battere uno contro l’altro per la contentezza.
E sapete come accade, quando si condividono gioie e dolori ci si aiuta, questo è il senso dell’amicizia.
Nessuno disse mai nulla, bisogna pur saper mantenere un segreto!
Sì, tutti tacquero, eppure tutti sapevano che il sabotaggio di Franz era opera del cavatappi.
Lui non fece mai parola dell’accaduto ma dal profondo del cuore ringraziò la sua buona stella per avergli offerto l’occasione di dimostrare il suo valore.
Finalmente era apprezzato per ciò che realmente era, al di là delle apparenze.
Nessuno disse mai più che il cavatappi era un tipo contorto e tutti vissero felici e contenti.

E qui termina questa fiaba.
E’ dedicata alla mia amica E. e al suo nuovo blog, Il cestino di Cappuccetto Rosso, ricette e delizie da imparare e da imitare, un blog che vi invito a scoprire.
So che E. certamente tiene da conto il suo pestello e il suo mortaio per fare il pesto.
E so anche che desidererebbe aver un macchinario molto simile al nostro Franz, le auguro di riceverlo presto.
Attenta al cavatappi, però, non si sa mai!

Il cassetto del tipografo

Dedicato al mio amico Chagall che ama le fiabe e  il mondo della fantasia

C’era una volta il cassetto di un tipografo.
Era pesante, di legno scuro e massiccio, nei suoi scomparti quadrati stavano spaparanzate certe vocali panciute, mentre gli spazi lunghi e stretti ospitavano consonanti magre e segaligne.
La Q stava per conto suo, era un tipo timido e taciturno, nel cassetto si favoleggiava che avesse stretto una profonda amicizia con la U, quelle due erano sempre insieme!
La Zeta, essendo l’ultima dell’alfabeto, si sentiva quasi emarginata e non parliamo della Enne che, avendo una gambetta in meno rispetto alla Emme, soffriva di devastanti complessi d’inferiorità.
Quel cassetto ospitava un mondo assai variegato: c’era la K che era una vera scansafatiche e la J che si dava grandi arie da stella di fama internazionale, mentre la Esse stava sempre a sibilare, sussurrare e sussultare, era rumorosissima!
E malgrado ciò, quando c’era da far silenzio, era lei stessa che dal suo scomparto zittiva tutti:
– Ssssh!
La A era la prima della classe,  era aperta e di buon carattere.
La C e la H erano pettegole e ciarliere, passavano ore e ore a chiacchierare di chicchessia, a chiedere di chiunque e a chiosare.
La Erre era vanitosa e romantica, quando parlava francese nessuno sapeva resisterle, era molto invidiata dalla D, una consonante dal cuore tenero che ci pativa moltissimo di essere una dentale.
La V e la W erano cugine, in realtà non è che si incontrassero spesso ma quando capitava si salutavano con entusiasmo, avreste dovuto sentire!
Una diceva evviva, evviva e l’altra rispondeva wow!
La O era golosa e godereccia, era solita cenare fuori con la B.
Queste due, a causa delle loro scorpacciate pantagrueliche, erano piuttosto rotondette.
Talvolta capitava che si imbattessero in colei che era rinomata per la sua frugale morigeratezza, la I, la quale non mancava mai di rimbrottarle:
– Ma voi due quando la finite di rimpinzarvi?
E quelle, oziose e mai satolle, rispondevano all’unisono:
– Boh!
Un mondo in un cassetto.
Certe lettere amavano girare in coppia, ad esempio le Effe, signorine affascinanti, affabili e affettuose.
A volte un po’ affettate, è vero, ma sempre effervescenti, non si affliggevano certo per affari di poco conto.
Le T erano attente, ottimiste e attraenti.
Attaccate una all’altra come poche, due destini uniti da uno stesso trattino.
Le Elle erano di carnagione pallida, ma questo certo non diminuiva la loro bellezza e allegria, erano lodevoli pulzelle e quando si separavano restavano comunque liete e gentili.
C’erano poi certe lettere misteriose che tutti osservavano con una certa riverenza: la X e la Y erano un vero enigma.
La P era spesso vittima dei lazzi altrui, certe parole la ferivano a morte:
– Ma che pancia hai! Così in alto, poi!
Anche la G soffriva perchè tutti la prendevano in giro, si sentiva sempre ripetere:
– Hai un suono così gutturale!
Ma poi arrivava  la E e tutto si sistemava.
La E era un’eccezione, si può dire così?
Era colei che sapeva unire tutte le altre lettere, nessuno ha mai capito come facesse, le bastava esserci e come d’incanto andavano tutte d’accordo.
Al centro del cassetto c’era una serie di scomparti rettangolari, lì abitavano i segni d’interpunzione e i segni grafici.
Di tutti loro il solo che avesse certezze era il punto.
Preciso, puntuale e definitivo.
Punto e a capo, appunto.
Fianco a fianco dormivano il punto di domanda e il punto esclamativo, una convivenza difficile.
Il primo amletico, dubbioso e curioso, il secondo sempre entusiasta e sorpreso.
Le parentesi e le virgolette se ne stavano tra di loro senza dar troppa confidenza agli altri.
Il punto e virgola aveva vissuto nei secoli passati periodi gloriosi; da qualche tempo si sentiva trascurato e messo da parte, nessuno lo cercava più.
Mai che fosse il suo turno, possibile?
I due punti erano assertivi e decisi, mai un’esitazione.
Lo stesso si può dire per il trattino che era uno con le idee chiare.
Dalle parti della virgola e dell’apostrofo, però, erano guai e continue discussioni.
A notte fonda li si sentiva cianciare tra di loro, l’apostrofo era estremamente indispettito, si trovava spesso fuori posto e non certo per colpa sua.
Per di più si azzuffava di continuo con l’accento che si intrometteva a sproposito.
E la virgola a sua volta ribatteva che lei aveva una funzione precisa che taluni parevano ignorare.
I puntini di sospensione, per parte loro, andavano ripetendo tutto il giorno:
– Noi ci muoviamo a gruppi di tre! Noi ci muoviamo a gruppi di tre!
Che vita faticosa!
Un mondo in un cassetto.
Un cassetto che nei tempi antichi aveva vissuto un passato glorioso: la casa delle vocali e delle consonanti, il condominio dell’alfabeto.
Passò molto tempo, il tipografo chiuse la sua bottega.
Le lettere se ne andarono in giro per il mondo in cerca di nuove parole.
E il cassetto?
Fu coperto da una mano di pittura verde brillante ed ebbe una nuova vita.
Ancora oggi, quando ricorda il bel tempo andato, sospira.
E gli pare di sentire la Esse che sibila:
– Ssssh!

Cassetto del tipografo