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Posts Tagged ‘Su di me’

Rossa, succosa, fresca e imperdibile, quando arriva l’estate per me è lei la regina indiscussa, non c’è nulla di più dissetante di una bella fetta di pateca.
In italiano si chiama anguria, per noi di Zena è appunto la pateca.
Come si può farne a meno? Non saprei proprio!
Ieri, per puro caso, ho anche visto il carrello della spesa ideale ed eccolo qui, voilà, pateca per tutti!

Nella stagione del solleone la pateca in casa mia non manca mai e come è logico che sia mi vengono sempre in mente altre estati di diverso tempo fa.
Nella casa al mare, sulla riviera di Ponente.
Eravamo in tanti, in cucina c’erano due frigoriferi e questo veniva utile in una particolare circostanza.
Uno dei miei zii, infatti, ha sempre detestato l’anguria e tutti i suoi parenti, per così dire.
Così quando si tornava dalla spesa con la sgradita cucurbitacea la reazione dello zio era immediata e perentoria:
– La pateca mettila in quel frigo là!
E mentre lo diceva indicava enfaticamente il luogo dell’esilio per la nostra adorata anguria, lo stesso destino toccava anche al melone.
Gli faceva eco la zia che con la solita voce trillante ripeteva che a lei invece la pateca piaceva tantissimo!
Io, a dire il vero, mi sono sempre chiesta come si faccia a uscire indenni dall’estate senza cotanta delizia, mi sembra una cosa impossibile.
E sempre in quel paese che ormai non frequento più in quegli anni c’era un posto dove alla sera andavamo a mangiare la pateca.
Un ombrellone, quattro tavolini con le sedie, niente di sofisticato, soltanto quella dolce e semplice freschezza che era il perfetto coronamento delle sere d’estate condivise con gli amici.
E poi, pensate a quando eravate piccoli e la mamma vi metteva davanti la vostra fetta di pateca.
Prima di tutto bisognava togliere tutti i semini, io che sono sempre stata impaziente la trovavo una bella scocciatura, ecco.
Però poi.
Poi avevi davanti la tua grande fetta rossa e succosa.
E quando si arrivava alla parte bianca, quella più vicina alla buccia, voleva dire che l’anguria era proprio finita.
Ecco, ve la ricordate quella sensazione lì?
Ne voglio ancora.
No, troppa ti fa male!
E dai!
E sì che ve lo ricordate, ne sono certa.
Ecco, io sono quella bambina lì, non si può certo dire che sia un tipo tranquillo, anzi!
E la pateca a me piace un sacco, anche se lo zio continua dire che a lui invece no piace per niente!
Non importa, abbiamo due frigoriferi.
Solo che potrei andare avanti per un bel po’ a fare i capricci, se non si spicciano a darmi ancora una fetta d’anguria.
Poi passa il tempo, diventi grande ma le cose che amavi da piccola restano le tue preferite e così è per la pateca, adorata bontà nei caldi giorni d’estate.

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La pigrizia dell’estate e il caldo di luglio.
Camminare sotto il sole a volte è veramente sfiancante, si preferisce l’ombra, magari la spiaggia e il vento del mare.
Quanto è bello il dolce far niente, in questa stagione!
E alcuni sono sempre di ispirazione, bisogna dirlo.

E c’è chi invece gira per la città animato da spirito di scoperta, in questi giorni ho incontrato diverse comitive di turisti dinamici e pieni di energia.
Li ho visti in fila ordinata, in attesa di salire sul pullman.
E poi camminare in Via Garibaldi, con lo sguardo rivolto verso i magnifici palazzi.
Ho incontrato due ragazze svizzere, l’altra mattina a Caricamento, mi hanno chiesto come arrivare al loro albergo e così le ho accompagnate là, intanto quelli sono i caruggi che piacciono a me.
E poi viaggiatori dall’Oriente, determinati e disciplinati, muniti di favolose macchine fotografiche.
E finisce sempre così, mi fermo a guardarli, i turisti, cerco di cogliere le loro reazioni, tento di catturare i loro sguardi e i loro entusiasmi.
E spesso li vedo in Spianata Castelletto, ieri mattina ero proprio lì.

C’erano anche loro, lui e lei, sulla cinquantina.
Stranieri, sicuramente.
Scarpe comode, zainetto, maglietta, occhiali da sole.
Lui pareva conoscere perfettamente il panorama che si stendeva davanti ai suoi occhi.
Indicava chiese e campanili, forse cercava di riconoscere i luoghi che avevano già visitato o magari progettava di scoprirli.
La sua compagna di viaggio reggeva una cartina della città e lui ogni tanto le mostrava qualche punto particolare.
Poi si è alzato un leggero vento, la cartina si è piegata e i due viaggiatori l’hanno ancora riaperta e lui ha ripreso a parlare, lei lo ascoltava attenta.
Io mi sono seduta su una panchina a godermi la pigrizia dell’estate e mentre li osservavo ho pensato che tra le mani stringevano una cartina piena di sogni.

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Al mare con Marina, diversi anni fa.
Nella casa di riviera che apparteneva alla mia famiglia, in compagnia dei miei zii.
Questa grande casa aveva tante stanze, io e Marina occupavamo una camera che si affaccia sull’Aurelia e in estate faceva molto caldo, quindi di notte tenevamo la finestra spalancata.
A pensarci ora mi domando come facessimo a dormire visto che il traffico era piuttosto rumoroso, allora però non era un problema.
Al mare con Marina, mia cara amica di sempre, non ci si annoiava mai.
La spiaggia si raggiungeva in un momento, bastava percorrere un breve vialetto profumato dagli eucalipti.
Magliettina, ciabattine di gomma, olio di cocco, borsa di paglia, radiolina e riviste.
E scogli, per arrivarci bisognava bagnarsi ed era sempre un brivido, in un certo senso.
Finirò a bagno con il portafoglio, le chiavi di casa e tutto il resto?
Metterò malauguratamente i piedi su un riccio dispettoso?
Al mare con Marina avevamo sempre qualcosa da fare: due passi al mercato, un gelato in passeggiata, un giro di shopping in paese.
E soste infinite in sala giochi, modestamente all’epoca ero veramente una campionessa ad un certo gioco che prevedeva un numero infinito di quadri, non so neanche dire quante monetine ci ho speso.
Al mare con Marina abbiamo fatto diverse amicizie, ricordo ancora con precisione certe risate bellissime che sono rimaste per sempre nella mia memoria.
Al mare, io e Marina, a volte andavamo a guardare il tramonto e ci mettevamo sedute su certe sdraio e passavamo un sacco di tempo a farci confidenze, a raccontarci i nostri sogni e i nostri progetti.

Al mare con Marina, tutto sommato, si facevano quelle cose semplici adatte alla nostra età, avevamo poco più di vent’anni e c’è un momento per tutto, io sono contenta di aver fatto le cose giuste nel momento giusto.
Mica puoi ripeterle dopo, quando hai molti più anni, non è la stessa cosa, secondo me.
Io e Marina eravamo capaci di stare fuori anche tutta la notte e sì, anche questo lo abbiamo fatto tutti, in un certo momento della vita.
Rientravamo all’alba ma prima passavamo dal forno a comprare la focaccia appena sfornata e la portavamo anche ai miei zii che erano tipi molto mattinieri, alla sette del mattino la zia girava già trillante per la cucina e preparava qualche delizia da mettere in tavola a mezzogiorno.
Quando andavo al mare con Marina avevo l’abitudine di fare il bagno e di mettermi al sole ad asciugarmi, a volte tornavo a casa con i capelli intrisi di salino.
E portavo quelle pinze per capelli coloratissime decorate con grandi fiori, ve le ricordate?
E poi mi mettevo il cerchietto che regolarmente mi faceva venire mal di testa, solo che mi piaceva e quindi continuavo a usarlo.
E amavo la musica dei Frankie goes to Hollywood, sapevo a memoria le canzoni di Cindy Lauper e di Madonna.
Di quelle estati al mare con Marina non abbiamo millemila foto, all’epoca non c’era mica questa abitudine di fotografarsi di continuo, un paio di rullini duravano tutta l’estate.
E c’era un punto preciso dove si andava a prendere le onde, quando c’era mare grosso.
Era il posto perfetto, erano estati perfette.
Adesso Marina frequenta altre spiagge molto più lontane e molto diverse dalla nostra spiaggia sulla riviera di ponente.
E tuttavia, molte cose non sono cambiate, sono rimaste identiche ad allora.
Puoi metterci in mezzo migliaia di chilometri, un oceano e un intero continente ma l’amicizia vera resiste a tutto e continua a esistere e ad esserci sempre, io questo lo so da tempo.
E così è con Marina, amica di tutta la vita.

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Oggi è una giornata speciale, oggi questo blog compie sei anni.
Sei anni di cose bellissime e di scoperte sotto il cielo di Genova, sei anni di nuovi amici e nuovi entusiasmi.
Storie, intrecci, memorie e giochi di fantasia.
E farfalle, caruggi e uccellini cinguettanti, piazzette e fiori che sbocciano ad ogni nuova stagione, giorni da raccontare.
E allora celebro questo compleanno e ringrazio tutti voi, cari lettori, voi rendete questa esperienza veramente speciale.
Grazie delle parole che sempre mi dedicate, grazie della vostra presenza e dei vostri apprezzamenti.
In alto i calici, buon compleanno Dear Miss Fletcher!

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Questa è una piccola memoria di famiglia, è tratta dal libro dei ricordi scritto da mia nonna e così non cambierò una virgola, mi limiterò a riportare qui le sue parole.
La nonna era una ragazza del ‘99, quando io ero piccola questo dettaglio mi affascinava moltissimo: lei veniva da un altro secolo.
E a me piaceva ascoltare i suoi racconti, per molti versi credo di assomigliarle.
Con infinita pazienza la nonna ha raccolto tutte le storie del passato di famiglia, momenti della sua infanzia e della sua vita, non si dispiacerà se condivido con voi questo frammento dei suoi anni di bambina.
Dunque, erano gli inizi del Novecento e una certa bimbetta ricevette un regalo: una splendida bambola.

La mia bella e noiosissima bambola mi fu donata dalla mamma.
Aveva una testina di porcellana adorabile con i buchi alle orecchie da cui scendevano due brillanti orecchini.
Era vestita da damina dell’Ottocento, aveva una parrucchina bianca tutta a boccoli, un vestitino formato da un corpetto di raso verde stretto alla vita dal quale spuntava una camicetta di seta bianca e pizzi, una larga crinolina dello stesso raso verde trattenuta da mazzetti di fiori.
Mi fu regalata con mille raccomandazioni di non sciuparla perciò vivevo nel terrore che mi cadesse ed infine ero stufa di quella bambola imbalsamata.
La posai su di una poltrona in salotto e mi fabbricai la mia bambola.

Presi un pezzetto di canna assai grosso, feci una pallina con del cotone, la fasciai di tela bianca e vi disegnai su un bel faccino.
Poi con una striscia di tela fasciai la canna avvolgendola come fossero le fasce, misi sopra un pezzetto di stoffa rosa come fosse la copertina ed ecco pronta la mia piccola neonata con cui mi divertivo un mondo.
La battezzavo spesso e andavo dalla nonna Maria per i confetti.

Io non ho mai visto queste due bambole, una venne posata con cura sulla poltrona e l’altra visse una serie di avventure in compagnia di colei che l’aveva creata.
Quella bambina poi divenne maestra, si chiamava Maria Teresa.
Quella bambina era mia nonna.

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Ci sono cose che non so spiegare, non trovo le parole per le sensazioni che a volte provo nel ritrovare il filo di certe storie.
È sottile, quasi invisibile, può spezzarsi per un nonnulla.
Ecco come è accaduto, di recente.
Tra le mani mi capita una fotografia ottocentesca, sono due sposi e a tergo dell’immagine sono scritti i loro nomi.
Per altri magari sarebbe un dettaglio insignificante, per me è diverso: per me è un inizio, è la vita che ritorna, è il passato che bussa alla porta.
Un album ad un mercatino.
Compro la foto dei coniugi e altre due, ci sono due bambine bellissime vestite alla stessa maniera: persone sconosciute che sono rimaste tali non tanto a lungo, a dire il vero.
A quella fotografia ne ho aggiunte molte altre, sono tornata a cercare e ho ritrovato quei volti e anche i visi dei loro parenti.
E poi mi sono venute in mente le bambine, accostando le immagini si nota una somiglianza impressionante e sono quasi certa che si tratti delle figlie dei due sposi.
In queste ricerche mi aiuta una persona molto più competente di me, come per miracolo grazie a lui sono comparsi ritagli di giornali.
E da qui, una catena ininterrotta di notizie: alcune frammentarie, altre più chiare.
Sfoglio libri, guide e volumi vari, leggo le Gazzette Ufficiali di tanto tempo fa e trovo quei cognomi.
Famiglie che hanno lasciato il segno, non solo in questa città ma anche in luoghi vicini.

Ho fatto un breve viaggio in treno, ho visto una casa, ho cercato una tomba di famiglia.
Ho parlato con una signora e lei mi ha snocciolato alcune memorie del passato, sono emersi altri particolari, altri nomi, ancora indizi.
E poi le emozioni e le domande.
Un cassetto pieno di ricordi, le vere nuziali, i fazzoletti con le cifre, il cammeo appeso alla catenina.
Uno scialle di pizzo, un quaderno dalla carta spessa, un orologio d’oro.
I guanti lisci, le cose belle da tenere da conto, i doni per la nascita delle bambine, gli oggetti preziosi tenuti da parte.
Una spilla, una collana di perle, un frammento di cuore e di anima.
E queste fotografie.
Vedo lui, il marito ha queste fotografie tra le mani, le porterà a casa.
Arriva davanti alla villa, apre il cancello, attraversa il giardino, sale le scale e mostra le immagini alla moglie.
E lei?
Lei è contenta di come è rimasta?
E le bambine? Corrono incontro al padre, in quel giorno della fotografia avevano gli stivaletti lucidi e la gonna a quadretti.
Ridono composte, sono garbate bambine di buona famiglia e i genitori sono fieri di loro.
Guardano insieme queste fotografie, quelle che ora io ho qui.
Poi tutto finisce.
O forse non finisce mai.
Perché il passato bussa ad una porta e tutti loro ritornano ad essere veri e presenti, almeno per me.
Ho portato quelle loro foto con me nei miei vari spostamenti, non ho potuto farne a meno.
Nei loro luoghi, davanti alla casa dove lui ritornava e dove lei lo attendeva.
Poi forse vi racconterò la loro storia, credo che lo farò.
Adesso ho messo giù queste righe, magari sono importanti soltanto per me, cerco di capire il senso di queste sensazioni che suscita in me ritrovare il filo di una storia, la traccia di vite lontane.
Sono emozioni intense ed io non le so spiegare.

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Oggi vi mostrerò le novità che questa primavera ha portato sul mio terrazzo, sono i fiori che ho scelto di mettere accanto agli altri che possiedo già da tempo.
Rifiorisce ancora il geranio che lo scorso anno non sembrava passarsela tanto bene, i suoi petali sono come ali di farfalla.

Ed ecco alcuni nuovi arrivi: le pratoline e il non ti scordar di me.

Ho letto su uno dei miei volumi di giardinaggio che il non ti scordar di me può diventare anche invasivo.
E vi dirò, non mi dispiacerebbe affatto se il mio terrazzo si riempisse di fiorellini azzurri!

Piccoli e delicati, dello stesso colore del cielo e del mare.

Ed è sbocciata la mia rosa, benvenuta Sua Maestà.

E anche altre vecchie conoscenze hanno già mostrato la loro bellezza.

Loro invece sono nuovi graditi ospiti.

E sono cugini o parenti di questi fiori viola che da diverso tempo abitano qui.

E poi ecco le regali ed eleganti fucsie.

E le bocche di leone, sempre prodighe di fioriture.

Ne ho prese di diversi colori, le trovo bellissime.

Lì vicino è fiorita questa pianta che se ne sta abbarbicata alla ringhiera, non richiede particolari attenzioni, a dire il vero ci si dimentica quasi di averla.

Sul tavolino del terrazzo hanno trovato posto le viole e mi sembra che si trovino bene!

Il giardinaggio, a volte, è costellato anche di piccoli e strani incidenti, vi anticipo comunque che tutto è andato per il meglio e nessuno si è fatto male.
Dunque, l’altro giorno cercavo di annaffiare le piante e qualcosa sembrava non andare per il verso giusto.
Perché l’acqua non esce dall’annaffiatoio? Chissà!
Ecco, quando scriverò il manuale del giardiniere (molto) dilettante mi ricorderò di citare questo increscioso episodio.
Prima legge del giardinaggio: è perfettamente inutile tentare di usare l’annaffiatoio se lo stesso è ostruito da una lumaca.

E come dicevo comunque non ci sono state letali conseguenze e la lumaca è andata lentamente per la sua strada.
Qui sono arrivate anche le gerbere, amo tantissimo i loro fiori.

E per evitare che le piogge improvvise me le rovinino ho deciso di lasciarle nei vasi, almeno posso metterle al sicuro.

Ne ho prese di quattro colori e hanno tanti piccoli bocci che presto si apriranno.

E forse non saranno neanche le ultime, le ho viste anche bianche e gialle.

E vicine alle gerbere rosa credo che starebbero d’incanto, sul terrazzo c’è posto per tutti!

Non ho fotografato i rosmarini profumati e le trenta piante di lavanda che resistono tenaci, spero che non si offendano.
Sono contenta dei nuovi arrivi, mi piace circondarmi dei colori della primavera, toni e delicatezze della natura generosa.

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Saluto te, caro Agostino.
Era la fine di giugno dello scorso anno, ero appena arrivata a Fontanigorda e ho incontrato te.
Andavi verso casa, io invece ero diretta in paese.
La piazza era deserta, ti ho fatto qualche foto senza che tu te ne accorgessi e ricordo di aver pensato: questi sono gli scatti più belli dell’estate.
Oggi, caro Agostino, saluto te e tutte le tue rare virtù: la tua saggezza vera, la tua immancabile gentilezza, la tua pura autenticità.

E il tuo amore incondizionato per i libri e per la cultura, tutte le settimane andavi in biblioteca e tutte le volte te ne tornavi a casa con qualche tomo.
E quelle lunghe conversazioni che facevi con mia mamma? Dio esiste oppure no?
Leggevi libri su libri, in particolare libri di storia, della II Guerra Mondiale sapevi davvero tutto.
Saluto te e ti ringrazio per i tuoi racconti e per avermi dato la possibilità di scrivere su queste pagine i tuoi ricordi di partigiano.
Ascoltare te e le tue parole era un piacere vero, era un reale arricchimento.
E poi, l’emozione bella, qui sono venuti in tanti a leggere la tua storia e allora io ti ho fatto vedere i commenti dei miei lettori e tu hai sorriso, me lo ricordo come se fosse ieri.
Saluto te, caro Agostino.
Poi diciamolo, non c’era argomento sul quale tu non mi abbia dato una risposta.
Raccolgo i funghi? Mah, mi sembrano buoni, però prima mangiarli magari li faccio vedere ad Agostino, non si sa mai.
E tutte quelle piume di uccello trovate sui prati e conservate gelosamente? Tu sapevi sempre dirmi a quale uccellino appartenevano.
Tu li conoscevi tutti i segreti del bosco e della natura, degli alberi e del tempo.
Saluto te, ogni tanto nel tardo pomeriggio venivo a casa tua a chiacchierare un po’ e prima di andarmene sbirciavo nel tuo orto sempre così verde e rigoglioso.
Saluto te, Agostino, saluto la tua sapienza vera, la tua pacatezza, la tua modestia e la tua umiltà.
E se ci fossero più persone come te il mondo sarebbe un posto migliore.
Saluto te, oggi.
E non so, mi chiedevo, ti sei portato il bastone?
Dai, sono certa che ovunque tu sia ora non ti serve più, adesso corri di nuovo come quando eri il Partigiano Anselmo.
Saluto te e le parole non mi bastano.
Buon viaggio, carissimo Agostino.

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Le copertine dei nostri libri raccontano anche di noi e delle nostre passioni, le copertine dei nostri libri a volte narrano già delle storie.
Nei libri, naturalmente, ciò che conta è la parola scritta: la trama, i personaggi, il viaggio di fantasia che puoi compiere grazie al talento di uno scrittore.
Leggi e ti ritrovi in un altro secolo, in una casa che ti sembra di conoscere, in una città che non hai mai veduto e che diviene familiare, puoi persino ritrovare emozioni che ti appartengono.
Ogni libro ha il suo abito ed è la sua copertina, lasciamo da parte quei volumi che ci hanno deluso, magari ci siamo fatti ingannare dalla loro veste patinata ma poi il loro contenuto non era all’altezza delle nostre aspettative, accade a tutti i lettori, prima o poi.
E i libri che invece abbiamo amato? Quelli che abbiamo scelto?
Pensiamo ai grandi classici o ai capolavori che non possono mancare nella nostra libreria, non li abbiamo acquistati per la loro copertina ma perché realmente intendevamo trascorrere alcune ore della nostra vita in compagnia di un grande scrittore.
Poi, durante la lettura, abbiamo fatto caso alla copertina.
Come può essere così azzeccata? Come hanno fatto a trovare l’immagine perfetta?
Stupore, ci vuole del talento anche per scegliere una copertina.
E dunque ecco un esempio frutto della mia esperienza personale.
La scorsa estate ho finalmente letto Il Rosso e il Nero di Stendhal, un romanzo che mi ha lasciata senza parole per la sua bellezza e per la vivace meraviglia di certe descrizioni, a tratti mi pareva di essere negli stessi luoghi che fanno da scenario alla vicenda umana di Julien Sorel.
Ed è questa la particolarità della letteratura, dona rarità.
Il volume che ho acquistato è un tascabile, in copertina c’è un dettaglio di un dipinto di Ingres, è il volto di un giovane uomo.

stendhal

E a dire il vero mentre leggevo il romanzo quell’immagine è diventata parte della lettura, quel giovane era davvero Julien Sorel.
Lui è un ragazzo dalla corporatura esile, Stendhal descrive così il suo viso:

Aveva le guance di porpora e gli occhi bassi; era un giovanottello fra i diciotto e i diciannove anni, con tratti irregolari, ma delicati, e un naso aquilino.

E quindi comprenderete, è proprio di lui, è il giovane dipinto da Ingres o per lo meno, per me lo è stato.
Non è la prima volta che mi accade, nella mia libreria ci sono diversi volumi in lingua originale e pubblicati da case editrici d’oltremanica, spesso in copertina ci sono dipinti di celebri artisti e mi è capitato sovente di trovarli perfettamente in sintonia con la trama e con i personaggi della storia.
Lo stesso vale per le pubblicazioni più recenti, io leggo di rado romanzi di autori contemporanei eppure anche in questo caso a volte la copertina fa la sua parte.
Porto ancora ad esempio un libro che ho recensito su questo blog, ne scrissi tempo fa in questo post.
L’immagine è magicamente evocativa, restituisce l’atmosfera misteriosa in cui sono immersi i protagonisti di La Donna del Père-Lachaise.

Libro

Ci saranno altri libri.
Troveremo nuovi autori, esploreremo altre epoche e impareremo qualcosa di noi che diversamente non avremmo mai potuto scoprire.
Ci saranno altri libri e altre copertine, alcune ci colpiranno e resteranno nel nostro cuore, insieme a quei libri che sono importanti per noi.
Siamo gente strana, noi lettori, siamo capaci di stare per ore in una libreria oppure davanti ad una bancarella.
Prendiamo un libro, lo sfogliamo, poi ne scegliamo un altro e così via.
Non torniamo mai a casa a mani vuote, questo si sa.
Siamo gente così, sempre in cerca del libro perfetto per noi.

libri

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Accade in questo modo, la musica continua, la musica non si ferma mai.
Ed è uno dei suoi poteri, la musica sa rimanere in un tempo definito e anche farti ritornare a giorni che hai già vissuto.
Quindi.
Succede così.
Rewind.
Hai presente quando incontri qualcuno che non vedevi da un certo numero di anni?
E lo ritrovi, magari un po’ cambiato, naturalmente.
Eppure è sempre lui, potresti non riconoscerlo?
Figurati, siamo diventati adulti entrambi ma la faccia è sempre quella e anche la sua voce non è mutata.
E poi certa musica non si ferma mai, lo sapete pure voi.
L’hai ascoltata in quel tempo in cui ti piaceva tutto e il contrario di tutto: il chiodo, le Dr Martens e anche la cartella di Naj Oleari, io quella non l’ho mai posseduta.
Le calze a losanghe invece no, non mi sono mai piaciute.
E le giacche con le spalline, adesso non ce le metteremmo più.
I capelli a crestina, io li ho avuti.
E usavo un sacco di gel all’epoca.
E a Capodanno mi mettevo le antenne sulla testa.
Sicuramente ne ho già scritto in passato, era un cerchietto con due molle al termine delle quali c’erano due sferette colorate.
Poi si è rotto e l’ho buttato via.
Quindi.
Rewind.
Succede così.
Ci si mette meno di un istante a ritornare a quel tempo lì.
E la spiaggia e la piscina di Club Tropicana, accidenti.
E il ritmo di canzoni ballate centinaia di volte in discoteca, accidenti.
E la mia canzone di Natale, non sto neanche a riscriverne, guardate, intanto è ovvio, è quella.
E dove sarà mai andato a finire tutto quel tempo che sembra così vicino ed è invece così distante?
Succede così.
Una nota.
Rewind.
Tra l’altro questo 2016 è stato crudele con quelli della mia generazione, un amico che sa parlare di musica meglio di chiunque altro ha scritto le parole giuste.
Rewind.
E poi quando c’erano gli amori che finivano male avevamo quella canzone malinconica da ascoltare.
Una, due, dieci volte.
Ed era sua, naturalmente.
E anche se allora eravamo molto più giovani e ingenui già lo sapevamo, la musica non si ferma mai.
Anche la tua, continua a ritornarmi in mente.
Una, due, dieci volte.
La musica no, la musica non si ferma mai.
Ciao, George.

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