Feste di compleanno

Le nostre feste di compleanno: noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 ce le ricordiamo molto bene.
Per ognuno di noi la fatidica data era un piccolo evento di grande importanza al quale partecipavano i nostri compagni di classe e gli amici più cari, il compleanno poi si festeggiava rigorosamente a casa propria.
A tal proposito, forse ve ne ricorderete, c’erano due categorie di bambini che all’epoca delle scuole elementari ci parevano, per così dire, più sfortunati degli altri: innanzi tutto mi riferisco a quelli che compivano gli anni in estate, ognuno di noi in quella stagione trascorreva le vacanze in un luogo diverso e chi era nato nei mesi estivi non festeggiava mai il compleanno con i compagni di scuola.
Ancor più sventurati mi sembravano quelli nati il 25 dicembre o comunque a ridosso del Natale, più che altro per il fatto che per loro c’era il rischio concreto di ricevere un unico regalo cumulativo e questa mi pareva un’intollerabile ingiustizia!
Tutti noi altri che invece per puro caso eravamo venuti al mondo nei periodi giusti seguivamo il rituale consueto della festicciola in casa.
Nei favolosi anni ‘70 si usava offrire ai propri amichetti delle ottime merende preparate dalle nostre mamme: c’erano sempre i panini tondi con in mezzo la fetta di salame, le pizzette, i tramezzini, le aranciate e le bibite gassate da bere con le cannucce nei bicchieri grandi.
Alle nostre feste di compleanno poi non poteva certo mancare il fotografo di famiglia, nel mio caso era mio papà a scattare un certo numero le foto che poi venivano stampate e accuratamente riposte negli album insieme a quelle degli altri momenti importanti delle nostre vite.
E così i nostri ricordi se ne stanno ancora là, protetti da leggere veline.
E c’era la torta al cioccolato con le candeline rosa sopra e quella foto lì, fatta mentre si soffiava per spegnerle, era decisamente la più importante.
Eravamo bambini semplici e ci divertivamo con poco: una corda per saltare, una cesta di pentolini, un album da colorare con i pennarelli, i vestiti e gli accessori della Barbie, quelli poi non finivano mai!
E quando era la nostra festa avevamo sempre da aprire i pacchettini donati dagli amici, il nastro e la carta lucida racchiudevano quelle piccole grandi cose che ci rendevano semplicemente felici.
E secondo voi da quale negozio venivano i regali più belli?
E certo, proprio da quel negozio là!
Ho ritrovato un sacchetto in cantina e non mi ricordavo nemmeno di averlo, quando ho visto le faccine gialle e sorridenti alla fine ho sorriso anch’io.
E così mi sono tornate in mente le nostre festicciole, le candeline accese, le foto ricordo, le treccine e le gonnelline a pieghe, i gilet fatti a maglia dalle nonne, i birilli di plastica, le calze bianche e molte altre cose che non ho scritto qui ma che appartengono a quegli anni là.
Erano i giorni belli di tutti noi che eravamo bambini negli anni ‘70.

Tanti auguri di Buon Natale!

Ed ecco le mie parole per questo giorno di festa, come ogni anno ci tengo anche a ringraziarvi per la vostra presenza e per i vostri entusiasmi.
A portare i miei auguri è un dolce angioletto biondo con la coroncina in testa, le ali bianche e l’espressione sognante.
Se ne sta accanto all’abete decorato con le candeline e con gli addobbi dorati, con la bella atmosfera di questo tempo.
Spero che trascorriate giorni sereni e sotto al vostro albero vi auguro di trovare la bellezza che cercate, progetti per il futuro e la gioia vera che ognuno di noi si merita.
Buon Natale a tutti voi!

Le bambine con le spille

Le bambine con le spille eravamo proprio noi.
Poi siamo diventate delle ragazzine con una raccolta di dischi da conservare gelosamente, avevamo pure le magliette con le immagini dei nostri cantanti preferiti, io ne ho possedute diverse dei Duran Duran ed ero particolarmente fortunata perché me le portava mia zia da Londra.
E poi certo, anche allora usavamo le spillette, io ne conservo ancora una degli Who: all’epoca non era certo uno dei miei gruppi preferiti ma avevo circa 14 anni e tenevo una fitta corrispondenza con un amico di penna in Scozia, era un ragazzino che avevo conosciuto al mare e una volta mi inviò una selezione di 45 giri e pure questo gadget per me abbastanza originale.
Più o meno in quel periodo noi ragazzine di quel tempo là eravamo piuttosto affascinate da un certo Terence: sto chiaramente parlando del grande amore di Candy Candy, non so nemmeno se sia il caso di specificarlo in quanto per noi era davvero una sorta di celebrità.
E sì, tra un compito di algebra e un riassunto noi guardavamo i cartoni animati.
Io poi Terence lo ricordo come una travagliata versione moderna del principe azzurro, una mia cara amica dell’epoca ne era letteralmente ammaliata.
Eravamo ragazzine un po’ sognatrici, che volete farci!
E prima di allora siamo state quelle bambine che si preparavano la merenda con il Dolce Forno, quelle che avevano un corredo di vestiti all’ultima moda per le Barbie e quelle che avevano il telaio di legno per fare i braccialetti di perline con il nome.
E poi, ad essere sincera, non sembra nemmeno passato tutto questo tempo, le memorie belle hanno lo straordinario potere di rimanere vive e presenti.
E da qualche parte, siamo ancora i bambini che siamo stati, io di questo sono davvero sicura.
Io poi ho conservato molti oggetti cari della mia infanzia e quando mi capitano tra le mani è sempre un’emozione ed è quello che è accaduto l’altro giorno quando, aprendo una scatola di latta, ho ritrovato alcune spille appartenute a quella me bambina che ogni tanto mi piace ricordare.

So che queste immagini saranno forse una memoria dolce per molte di voi, le ritrovavamo sui quaderni e sui diari di scuola.
Alberi e fiori, gattini e cappelli di paglia, bimbette con grembiulini chiusi sulla schiena con grandi fiocchi, un piccolo universo romantico, quello era il mondo di Holly Hobbie e Sarah Kay ed era anche il nostro.
Ed ecco così le mie spille, ritrovate in scatola insieme alle collane e agli anellini, sono cose del tempo passato che conservo ancora in un cassetto.
Un ricordo di noi che eravamo le bambine con le spille, una piccola memoria che mi strappa un sorriso.
Perché da qualche parte siamo ancora i bambini che siamo stati, io potrei giurarci.

Tutta questa pioggia

Tutta questa pioggia mi ricorda che c’è stato un altro tempo nel quale mi piaceva indossare gli stivali di gomma.
Era l’epoca della scuola, forse ero agli inizi delle superiori e i miei stivali di gomma erano blu.
Gli stivali di gomma sono ovviamente perfetti per saltare nelle pozzanghere ma vanno anche molto bene per camminare sotto la pioggia incuranti di ogni cosa.
Certo, devi indossare calzettoni belli spessi, altrimenti con gli stivali di gomma il freddo si sente eccome!
La perfetta tenuta da pioggia, secondo me, comprendeva anche la classica cerata gialla e io ne avevo una anche se in realtà credo di averla indossata proprio poche volte.
Tutta questa pioggia mi ricorda che in altri anni c’era un magnifico negozio di ombrelli in Via Cairoli: aveva belle vetrine con articoli eleganti e tra l’altro, fatto straordinario, gli ombrelli li riparavano pure e a dirlo adesso sembra proprio strano.
Tutta questa pioggia mi ricorda anche che ad un certo punto ho acquistato il mio primo ombrello trasparente e quello lì era per me proprio un modo speciale di guardare il mondo.
Tutta questa pioggia mi ricorda pure che in quegli anni della scuola non rinunciavamo mai ai nostri giretti in centro, è chiaro che in primo luogo andavamo da Futura: era il negozio più amato da noi ragazzini degli anni ‘70 e ‘80 e l’ho nominato più di una volta su questo blog, Futura era il paradiso delle gommine profumate, dei temperini, degli adesivi, dei quadernetti, delle borsine di stoffa, delle penne di tutti i colori e non solo.
Da lì in genere me ne andavo ai grandi magazzini di Piccapietra e il mio reparto preferito era sempre quello della profumeria ma poi mi piaceva anche guardare i capi di abbigliamento, la cancelleria e le cose belle per la casa.
Un giretto da Croff? Sempre!
E uno sguardo alle vetrine di Quattro Passi? Sempre!
Mi piaceva seguire la moda ma già allora amavo i libri e anche le mie librerie erano sotto i portici: una era la magnifica Liguria Libri e Dischi, quanto tempo ho trascorso tra quegli scaffali!
E poi andavo sempre alla Di Stefano, quella di Via Ceccardi era la mia preferita e aveva anche un intero reparto dedicato solo ai libri in lingua straniera: subito all’ingresso c’era una scaletta che conduceva a questa zona stipata di romanzi inglesi, vocabolari, volumi di poesie e viaggi bellissimi.
E continua a scendere tutta questa pioggia, ogni tanto il sole si fa largo tra le nuvole e illumina le pozze d’acqua.
E io gironzolo ancora per la mia Genova mentre affiorano i colori, leggeri e luminosi come certi ricordi.

Auguri Miss Fletcher, buon compleanno!

Oggi è il giorno del mio compleanno e come sempre porto la mia piccola festicciola anche su queste mie paginette.
Porgo così virtualmente a ognuno di voi una fetta di torta e un calice colmo di bollicine, voi lettori siete moltissimi ed è tutto un tintinnare di bicchieri.
Questa per me è sempre una bella occasione per ringraziarvi per i vostri entusiasmi e per la vostra presenza, è una fortuna condividere storie e racconti con persone garbate e attente come voi.
E come sempre porto qui le rose che amo, i miei monti e il cielo azzurro della mia cara Fontanigorda.
Cin cin, tanti auguri a me, buon compleanno Miss Fletcher!

Una cartolina per Bice

Era 1910, era un tempo che mi piace spesso rammentare e questa è una cartolina di auguri che viaggiò leggera da certe mani gentili per finire poi tra la dita di Bice.
Ah Bice, il suo nome è caduto ormai in disuso e certo non è più così comune alla nostra epoca, le mode cambiano la nostra quotidianità in ogni senso.
A quanto leggo nello spazio dedicato all’indirizzo Bice era vedova e abitava nella ridente Cornigliano Ligure.
Dunque per me è fatale pensare che diversi anni dopo la nostra Bice abbia incontrato la signora Maddalena, pure lei nel tempo della sua vedovanza sceglierà di vivere in quella zona del ponente genovese.
La signora Maddalena è una donna poco appariscente, è magra e ha il viso lungo, ha molti ricordi felici e certo anche diverse malinconie, la sua vita è stata segnata da numerose perdite.
Tuttavia Maddalena ha tempra e carattere, così l’ho immaginata conversare amabilmente con Bice, le due condividono percorsi comuni, forse le loro esperienze di vita le fanno avvicinare.
Siedono con il cucito in grembo, in una stanza di Cornigliano illuminata da una luce fioca e conversano a voce bassa rievocando il tempo passato.
Poi Bice si alza e mette sul tavolo la sua scatola di cartone dove conserva cari ricordi: sono lettere e santini, fotografie e bigliettini racchiusi con cura da un nastrino di raso.
Tiene da conto anche questa cartolina e la mostra a Maddalena, la sua amica la trova così garbata e di gusto raffinato: sul cartoncino ci sono due bimbe con gli abitini chiari, toni di rosa e di verde, balze, fiocchi e nastrini, boccoli e sorrisi innocenti.
Maddalena osserva, un’ombra cade sui suoi occhi e con essa le appare ancora più chiara l’immagine mai dimenticata della sua unica figlia femmina portata via dalla tisi a soli 16 anni.
Anche la sua bimbetta portava quei vestitini, anche lei sorrideva così fiduciosa.
Ho giocato con la fantasia come spesso mi piace fare, non so se Bice e Maddalena si siano mai incontrate, ad ogni modo mi piace pensarlo.
Di Bice conosco soltanto i dati riportati sulla mia cartolina.
Maddalena era invece la mia bisnonna, visse davvero a Cornigliano e perse la sua adorata figlia appena sedicenne, lei si chiamava Aurora ed era una ragazza bellissima.
Ovunque siano tutte loro le saluto così, con questa delicatezza: Bice, Maddalena e Aurora, questa cartolina è per voi.

La Madonna del Carmine e una luce radiosa

Vi porto con me nella Chiesa di Nostra Signora del Carmine e Sant’Agnese, qui ritorno sempre con affetto.
Questa è infatti la Chiesa nella quale diversi anni fa effettuai appassionanti ricerche tra atti e registri parrocchiali perché in quella zona aveva vissuto sul finire dell’Ottocento la mia antenata Maria, all’epoca fu Monsignor Corsi ad aiutarmi con pazienza con le difficoltà della genealogia, ora lui non c’è più ma io voglio comunque ricordarlo e ringraziarlo, senza i suoi consigli sarebbe stato tutto più complicato.
E poi ogni volta che torno in questa bella chiesa genovese mi viene in mente la mia antenata Maria: lei da giovane madre fece battezzare qui alcuni dei suoi bambini e io l’ho immaginata mentre attraversa la navata con uno dei suoi piccini tra le braccia.
E sempre mi chiedo se anche il suo sguardo si sia fermato sulla statua del Carmine, ora circondata da questa luce radiosa.

La scultura lignea è riconducibile alla Scuola del Maragliano, la Madonna con la sua grazia perfetta volge a Dio quei suoi occhi colmi di speranza.

E quella stessa luce si posa sul visetto paffuto di un piccolo putto.

E sfiora il manto di Lei brillante di oro, la corona lucente posta sul suo capo, la luce danza e bacia quel tenero bimbetto allegro e innocente che la sua mamma amorevole tiene a sé con affetto.

È una figura materna e radiosa, suscita un senso di pace e di armonia, se passerete nella Chiesa del Carmine avrete anche voi occasione di ammirarla.

E così io l’ho veduta, in questa particolare prospettiva che lascia scorgere al termine della navata, sullo sfondo, una diversa e più recente rappresentazione di Maria presente in questa chiesa.
In questa fulgida e chiara luce, nella Chiesa di Nostra Signora del Carmine e Sant’Agnese.

Ciao, mia cara Fontanigorda

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”

Cesare Pavese – La luna e i falò

Ciao mia bella Fontanigorda, si torna a Genova ed io ti saluto così, con nostalgia e sincero affetto, spero di rivederti presto.

Margherite, soffioni e merende d’infanzia

Nel tempo dell’estate sbocciano generosi i fiori dai colori sgargianti.
Da grande non ho mai avuto la tentazione di coglierli, mi piace ammirarli e vederli dondolare al vento sui loro fragili steli ma preferisco sempre lasciarli là dove crescono liberi e selvaggi.
Da piccola le cose erano un po’ diverse: la natura per i bambini è meravigliosa scoperta ed io certo non facevo eccezione.
Raccoglievo fiori, foglie, nocciole acerbe e frutti di bosco.
E tra le mie vittime predilette c’erano sempre le povere margherite: alzi la mano chi di voi non ha fatto m’ama non m’ama almeno una volta nella vita.
È proprio quella la sventura di questi semplici fiori: sono legati a questo giochetto che ci spingeva a spogliarli inutilmente di tutti i loro petali.
E così, nel tempo della mia età adulta, con un certo ritardo vorrei chiedere perdono a tutte le misere margheritine che hanno avuto la sfortuna di capitare tra le mie dita di bimba, poverette!
Allo stesso modo ritengo di dovere delle scuse sincere alle decine di soffioni nei quali mi sono imbattuta nella mia infanzia.
Ah, i soffioni, effimeri e caduchi, non me ne sfuggiva uno!

Io li vedevo ondeggiare sui prati e non sapevo resistere.
– Un soffione! – correvo subito a coglierlo, poi gonfiavo le guance più che potevo e soffiando fortissimo spargevo da tutte le parti quella candida leggerezza.
Che bellezza e che divertimento!
Cari soffioni della mia infanzia, non mi sono dimenticata quella gran soddisfazione, all’epoca si era veramente felici con poco, ogni tanto dovremmo pure ricordarcelo.
E tra le meraviglie di quei pomeriggi del passato rammento con particolare nostalgia una delle mie merende preferite e quelli che sono stati bambini negli anni ’70 certamente conserveranno questa dolce memoria.
Era come una piccola mattonella rettangolare, diciamo così, era delle dimensioni adatte per le nostre manine.
Era un biscotto delizioso: un wafer ricoperto di cioccolato e quando lo mordevi faceva crac!
Una bontà assoluta, un’autentica delizia, accidenti.
Dai, avete indovinato di cosa sto parlando?
Io facendo un po’ di confusione lo chiamavo Ravasai ma era universalmente noto come Urrà Saiwa.
Vedo i vostri volti illuminarsi di gioia, so bene che quel biscotto era apprezzato da molti di noi, io ne andavo letteralmente matta.
Ora poi non so per quale caspita di ragione ad un certo punto questa magnifica merenda è sparita dalla circolazione: ogni volta che ci penso me ne dispiaccio!
E in effetti da allora sono passati parecchi anni e tante cose sono cambiate.
Allora, dai, facciamo un patto, per così dire.
Io prometto di non sfogliare mai più le povere margherite come facevo una volta, del resto ve l’ho detto, ho smesso da parecchio.
E mi asterrò persino da soffiare sui soffioni, la tentazione è sempre forte ma ce la farò.
In cambio ridatemi subito il mio Ravasai, per cortesia: ancora adesso sarebbe la mia merenda preferita.

Bambini e ortiche

Chiunque abbia trascorso i giorni d’infanzia in campagna conosce bene la questione: da piccoli tutti abbiamo avuto malaugurate disavventure con le ortiche.
Era un fatto assodato e quasi inevitabile: prima o poi durante certe corse spensierate sui prati si sarebbe andati a finire in mezzo alle ortiche, che male!
Erano tempi di infinite raccomandazioni, immagino che pure quelle fossero uguali per tutti.
Vai piano in bicicletta e non stare in mezzo alla strada.
Le patatine e il ghiacciolo per merenda? Tutti e due no, non se ne parla!
Mettiti il fazzoletto in testa che il sole picchia.
A proposito, il fazzoletto non si usa più, avete notato? E perché mai? Come i codini, era un vezzo di noi bambine degli anni ’70 e mi sembra proprio che ora invece non vadano più di moda.
Scusate le divagazioni, torniamo alle terribili e pungenti ortiche, tuttora le guardo con un certo rispettoso timore.
All’epoca, lo ammetto, ero troppo impegnata a giocare e divertirmi per far caso a quegli steli flessuosi sui bordi dei sentieri: mi accorgevo di loro solo quando scontravo le foglie.
Bolle e prurito, i regali delle ortiche sono questi qui.
A quanto ricordo l’ortica poi è specialista nel mettersi in mezzo proprio quando meno te lo aspetti, ad esempio mentre stai giocando a guardie e ladri e corri come un forsennato per non essere acciuffato.
Ecco, in uno di quei momenti lì l’infida ortica ti sfiora il braccio.

Tac, questione di un attimo.
La reazione, spontanea e vivace, è ancora impressa nella mia memoria.
E aggiungo al mio album dei ricordi un fatterello che riguarda una delle mie zie la quale, fortemente animata da spirito bucolico, era solita andare a raccogliere le ortiche per la frittata.
Ora, non che io abbia mai dubitato della bontà dei suoi manicaretti ma la sola idea di mettere sotto i denti qualcosa che regolarmente mi pungeva a tradimento mi sembrava all’epoca veramente impensabile!
Ma poi era mai possibile che venisse concessa persino all’ortica una seconda possibilità? Ebbene sì, addirittura si pensava di mettermela nel piatto, cose da non credere!
Con il tempo, poi, si impara ad essere più accorti e si cerca evitare accuratamente le foglie urticanti che ondeggiano al vento anche se non sempre è possibile.
Se ci pensate ci sono molti diverse qualità di ortiche nelle quali si va a finire nel corso dell’esistenza e il problema è sempre quello: non sono mai correttamente segnalate, ecco.
Si mescolano all’erba alta, stanno lì in agguato e mentre tu allunghi la mano per raccogliere una fragola infide lambiscono la tua caviglia e lasciano traccia della loro carezza.
Tuttavia c’è pure sempre una soluzione, mettiamola così.
Infatti, potrà capitare a chiunque prima o poi di trovare ortiche lungo il cammino e alla fin fine, mi sembra persino strano dirlo, in certi casi farci una frittata mi pare proprio una fantastica idea.