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Posts Tagged ‘Su di me’

“La notte era piena di musica e Laura era sicura che parte di essa provenisse dalle grandi stelle splendenti che si dondolavano sopra la prateria.”

Queste sono le memorie di una ragazzina di nome Laura e molti di voi l’avranno già riconosciuta.
Laura Ingalls Wilder visse tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima parte del Novecento, fu autrice di una serie di libri autobiografici che ispirarono una celebre serie televisiva: La casa nella prateria appassionò generazioni di bambine.
Laura venne magistralmente interpretata dall’attrice Melissa Gilbert e per noi che siamo state bambine negli anni ‘70 la Ingalls è quella tipetta lì con le treccine e le lentiggini sul nasino.
Con mia grande gioia ho scoperto che Gallucci Editore ha pubblicato i vari volumi della Wilder tradotti da Claudia Porta e così eccomi a leggere le avventure di Charles e Caroline Ingalls che con le loro figlie Laura, Mary e Carrie lasciano i grandi boschi del Wisconsin per iniziare una nuova vita come molti altri coloni.
La scrittura della Wilder è semplice e asciutta, essenziale e priva di fronzoli, questo è un lettura per l’infanzia e scorre via velocemente.

Una trasposizione televisiva è raramente fedele e identica al testo al quale si ispira e in questo caso alcune differenze spiccano abbastanza evidenti.
Sono diversi certi caratteri, sono diversi certi tratti fisici delle persone.
Caroline Ingalls, ad esempio, è una donna pratica e concreta e risulta molto meno dolce e tenera di quanto appaia nel telefilm, suo marito Charles mi è parso a tratti più ruvido del personaggio proposto da Michael Landon.
E ricordate quel bonaccione del signor Edwards? Ecco, nel telefilm è un omone grande e corpulento, nel libro viene descritto come alto, magro e bruno.
Mary è davvero buona e generosa come la ricordiamo mentre Laura, a volte, sembra invece essere fin troppo capricciosa e persino indisponente.
Viene descritta con attenzione la dura quotidianità di questi coloni, sono narrati in modo chiaro certi momenti di lavoro e di fatica come ad esempio la costruzione della casa.
Quelle erano le terre degli Indiani, terre che furono loro sottratte per essere date ai coloni e gli indiani, con le loro usanze e le loro particolarità, sono presenti in diversi passaggi del libro: Laura li teme e allo stesso tempo prova curiosità verso di loro.
Le parole complessivamente usate nei confronti di questo popolo sono spesso amaramente dure, in quei passaggi emerge netta la paura del diverso e l’incapacità di confrontarsi con una cultura differente dalla propria, a me non sembra di ricordare questa narrazione negli episodi del telefilm.
C’è poi la vita e il tempo che scorre, mentre il fuoco scoppietta nel camino e le bambine gioiscono per i dolcetti colorati e per lo zucchero bianco.
Prenderò tutti i volumi della serie, ho appena iniziato il secondo libro e devo dirvi che non ho resistito alla tentazione di guardare innanzitutto il capitolo dedicato a Nellie Oleson: se volete saperlo lei e suo fratello Willie erano veramente due pesti e Nellie aveva un carattere infernale.
Certe storie ci accompagnano e restano un bel ricordo, questo libro è un’emozione e un bel viaggio nel tempo dell’infanzia.
Laura Ingalls Wilder nacque il 7 Febbraio 1867, oggi è il giorno del suo compleanno e da questo tempo distante dal suo voglio dirle che le bambine della mia generazione sono state felici di crescere insieme a lei e alle sue sorelle.
Grazie Laura, ci siamo divertite insieme, nella casa nella prateria.

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Nel mese di Carnevale i bambini avranno tante occasioni per divertirsi, questo accadeva anche negli anni passati: sfilate, feste in maschera, giochi.
A Genova c’era l’usanza di organizzare un gran ballo per i più piccini al Teatro Carlo Felice, la maschere più belle si aggiudicavano gli ambiti premi: bambole, lanterne magiche, dolciumi e altro ancora.
E così sfogliando i giornali degli inizi del ‘900 si trova il racconto di quelle occasioni festose e c’è l’elenco delle maschere indossate dai bambini.
Ed ecco entrare lo gnomo e l’amazzone, la regina delle fate, lo stregone, il paggio, il contadino e il marchese, la piccola fioraia e la nobildonna genovese, la paesana e il torero.
Un giorno, a quel ballo partecipò anche una certa bambina: portava una gonna lunga, un grembiule orlato di pizzi, uno scialle annodato sul petto e indossava una parrucca di riccioli biondi.
Sotto al braccio teneva un cesto ricolmo di tante bontà e nell’altra mano reggeva canestrelli e reste, le celebri collane di nocciole: quella bambina era vestita da venditrice di noccioline e dolci e si aggiudicò il primo premio.
Quella bambina era la sorella di mia nonna paterna e possiedo la foto che la ritrae con quella maschera però la zia aveva il suo caratterino e so che non le farebbe piacere che pubblicassi la sua fotografia e quindi la terrò per me.
Nel tempo di Carnevale c’era anche quest’altra bimba, di lei non so nulla e non conosco il suo nome, mi sembra proprio che sia vestita da piccola olandesina.

E osservando questa immagine del passato mi sono chiesta se lei sia mai stata sul quel palco, al ballo dei bambini al Carlo Felice.
E chissà, avrà per caso conosciuto la zia?
E forse le due si sono trovate vicine, magari hanno riso insieme e chiacchierato.
Tu hai lo scialle, io ho il fiocco grande e colorato.
E ho un anellino al dito e la collanina che luccica, quella è importante.

Ed è un ricordo che resta: quando poi diventerai grande ti rammenterai di essere stata Colombina, uno dama del ‘700, una venditrice di canestrelli o forse una piccola olandesina.
Con lo sguardo dubbioso, rivolto al tempo che ancora deve venire.
In un altro tempo della tua vita, nel tempo di Carnevale.

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Di mattina mi piace ancora di più gironzolare.
A dire il vero di sabato per me è un appuntamento fisso ormai da molti anni, non riesco a farne a meno.
Sveglia presto, caffè, focaccia, caruggi.
A volte sono in giro ancor prima che aprano tutti i negozi, alcuni tirano su la serranda verso le dieci ma non importa, poi magari ci ripasso davanti.
Di mattina c’è meno confusione, la città è tutta di chi vuole viverla.
Io scendo in Via Lomellini, passo in Fossatello, poi in San Luca, a Banchi e qui faccio una piccola deviazione per salutare il mare.
Quindi riprendo il mio cammino, tra vicoli, piazzette e botteghe, banchetti di libri, chiese nelle quali entro ancora una volta di più, vetrine che mi fermo sempre a guardare, portoni, scale e finestre aperte su certi caruggi.
E i banchi del pesce in Canneto, quei posti dove c’è sempre la coda.
Acciughe, frutta fresca, incensi, profumo di tè, spezie.
Vento, voci, silenzio.
Di mattina in genere va così.
Poi a volte non mi accontento e allora risalgo verso De Ferrari e vado fino a Porta Soprana e da lì inizio un nuovo giro per caruggi.
E poi magari, quando non me lo aspetto, un raggio di sole cattura la mia attenzione e allora mi fermo a seguire il suo viaggio su questi muri antichi.
E penso che non ci sia modo migliore di trascorrere la mattina.

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Vi racconto una storia, vi racconto eventi accaduti tanti anni fa.
Era estate, era il 20 Agosto 1927 e sui giornali venne pubblicata una notizia: il giorno precedente nella sua villa di Montesano era mancato l’Ingegner Cesare Gamba.
Figura di spicco per questa città, di lui vi ho già parlato in passato illustrandovi quella sua bella dimora posta alle spalle di Brignole.
Gamba fu il fautore del rinnovamento di Genova, progettò Via XX Settembre, a lui si devono il Ponte Monumentale e il Palazzo della Navigazione Generale Italiana in Piazza De Ferrari ora sede della Regione.
Eclettico e geniale, questo professionista dai molteplici interessi lasciò il suo segno sulla fisionomia della città e quindi non stupisce che la sua scomparsa abbia suscitato molto clamore.

Immagine tratta da Genova Nuova – Volume di mia proprietà

Genova lo salutò con gli onori dovuti ad un grande uomo e allora provo a raccontarvi quel giorno, con mia sorpresa questa vicenda si intreccia in qualche maniera con la mia storia personale.
I funerali di Cesare Gamba si tennero il 22 Agosto e le notizie che leggerete sono riportate sul quotidiano Il lavoro del giorno successivo.
Il corteo funebre partì proprio dalla villa di Montesano dove l’ingegnere era spirato.

In testa al corteo c’era un gruppo di vigili municipali in bicicletta, c’erano anche dei giovani ricoverati dell’Albergo dei Poveri con la bandiera della Croce Verde e molte altre autorità, non mancava la banda dell’Associazione A Compagna della quale Gamba fu uno dei primi consoli, numerosi soci giunsero a rendere l’ultimo saluto al celebre architetto ed ingegnere.
Seguiva un folto gruppo di personaggi eminenti, sul giornale c’è una lunga lista di nomi.
Il carro era trainato da 4 cavalli, a tenerne i cordoni ancora rappresentanti illustri della città come ad esempio il podestà di Genova.
Il corteo passò da Via Galata e salì in Via XX Settembre, attraversando la via progettata da Gamba.

E quando giunse sotto il Ponte Monumentale, grande opera del nostro ingegnere, il corteo si arrestò per qualche minuto.

Quindi proseguì verso De Ferrari, imboccò Via Roma e si fermò di nuovo in Piazza Corvetto dove vennero tenuti i discorsi in memoria di Cesare Gamba e vennero elogiati i suoi molti talenti non solo nel campo dell’ingegneria, furono ricordate anche le sue molte passioni: Gamba amava le automobili e l’alpinismo, aveva una predilezione per la buona musica e per il teatro.
Il corteo quindi proseguì verso il Cimitero Monumentale di Staglieno, dove ancora riposa il nostro Cesare Gamba.

E a questo punto la storia del personaggio pubblico si sovrappone in un certo modo a quella di un altro uomo non certo celebre come lui.
Immaginate il corteo funebre che varca la soglia di Staglieno, a seguire il feretro di Gamba ci sono i suoi parenti tra i quali naturalmente il figlio di lui.
In quegli stessi giorni ad un’altra donna tocca lo stesso identico destino: lei si chiama Maddalena e ha perso il marito, anche lei ha un figlio, aveva anche una ragazza di nome Aurora ma sua figlia se ne è andata troppo presto quando era ancora nel fiore degli anni.
Maddalena era la mia bisnonna paterna e suo marito, il mio bisnonno, morì poche ore prima di Cesare Gamba.
E il caso vuole che sfogliando i giornali io abbia scoperto una curiosa coincidenza: nelle dichiarazioni di decesso del 19 Agosto pubblicate su Il Lavoro del 20 Agosto i loro nomi sono pubblicati uno di seguito all’altro.
Così si legge il nome di Cesare Gamba, ingegnere e poi compare il mio bisnonno Giovanni, capo macchinista.
A volte, in maniere misteriose, certe vite si sfiorano, senza magari incontrarsi: accadde a queste persone accomunate dalla medesima tragica circostanza proprio negli stessi giorni.
Esistenze lontane, destini comuni.
Io ho voluto ricordare insieme due uomini diversi e per me entrambi importanti: uno era parte della mia famiglia e di lui conosco diverse vicende, l’altro è colui che diede un nuovo volto alla nostra città e anche Genova, la sua Genova, è nel mio cuore proprio come la mia famiglia.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

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Ed è il tempo di dirvi buon Natale, questi sono i miei auguri per voi.
Per me è anche un’occasione per ringraziare tutti voi lettori della vostra partecipazione, del vostro entusiasmo e dei vostri continui apprezzamenti.
Sotto l’albero vi auguro di trovare gioia e serenità, giorni felici, nuovi stupori, tanti sorrisi e vera bellezza nelle vostre vite.
Buon Natale a tutti voi da Miss Fletcher!

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Il rosmarino, un dono della terra profumato, odoroso e resistente.
Qui sul terrazzo ho sette piante di rosmarino, alcune sono amiche di vecchia data, per così dire, abitano con noi da molti anni.
E poi ci sono i rosmarini più giovani: quando sono arrivati erano piccolini, poi sono diventati forti e rigogliosi, non sfigurano accanto ai loro fratelli più grandi.
Il rosmarino ha carattere e ho scoperto che non va d’accordo con la salvia, se li mettete vicini bisticciano e poi è la salvia ad avere la peggio.
A parte questo il rosmarino è gentile e poco esigente, anche se non lo annaffiate spesso non mostra segni di sofferenza.
Ed è anche generoso, i miei rosmarini contribuiscono alla buona riuscita dei miei piatti, dei sughi e di diverse pietanze.
Certo, devo prestare un po’ di attenzione, alcuni di essi crescono accanto alla lavanda: prima o poi finirò per cogliere il rametto sbagliato e cucinerò un arrosto alla lavanda, chissà, magari verrà anche buono!
Il rosmarino si nutre di sole e di caldo, è una pianta che si vede frequentemente in Liguria.
E proprio a Celle Ligure ho trovato un originale omaggio a quel suo profumo inconfondibile, questo è l’ elogio del rosmarino e della sua bellezza.

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Oggi, in questa domenica d’autunno, festeggio il mio compleanno.
Come ogni anno la mia festicciola personale si svolge anche qui, sulle paginette di questo blog che mi hanno sempre regalato cose molto belle.
Tanti auguri a me, tanti ringraziamenti a tutti voi che mi seguite nelle mie passeggiate e leggete con crescente entusiasmo i miei racconti.
E come sempre in questa giornata speciale porto qui il cielo chiaro della mia Val Trebbia e il bocciolo profumato di questa rosa a me tanto cara.
Buon compleanno, Miss Fletcher!

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Le cartoline dello Zio Mimi arrivavano da molto lontano e quando il postino le depositava nella buca delle lettere lasciava per noi una sorta di piccolo sogno.
Lo zio si chiamava Domenico ma per tutti è sempre stato Mimi, lui era il fratello del mio nonno materno, quindi iniziò a spedire le cartoline a mia mamma e in seguito a me e a mia sorella.
D’un tratto, poi, ha smesso di mandarle.
Lo zio Mimi era commissario di bordo sulle navi da crociera e le sue cartoline avevano sempre quel timbro : VIA AIR MAIL.
Le cartoline dello zio Mimi provenivano da luoghi mai veduti dai nomi affascinanti: Puerto Rico, Grenada, Nassau, Barbados, Aruba.
E poi New York, Messico, Newport e varie località della Florida.
Sulle sue cartoline c’erano sempre delle immagini speciali di posti esotici e paradisiaci.
Spiagge bianche, insenature, isole verdeggianti, delfini, palme, barche a vela, case colorate, chiese moderne, fioriture generose, turisti sfaccendati, ville con il portico, giardini rigogliosi e mercati della frutta.
In una si vede un tale con una tela montata su un cavalletto, ha pennelli e pitture e di fronte un magnifico panorama marino.

Tra le cartoline inviate dallo zio Mimi le mie preferite erano quelle delle Bermuda.
Intanto i francobolli erano bellissimi e poi quel nome rimandava alla mia fantasia di bambina l’immagine di un’isola dove tutti erano straordinariamente felici, tutti giravano in calzoncini al ginocchio e camicia a fiori e il sole splendeva sempre.
Tra l’altro, mi si diceva che lo zio Mimi andasse fin laggiù per questioni di lavoro e a dirvi il vero io non ne sono mai stata troppo convinta.
Secondo me le cose funzionavano più o meno così.
Lui si metteva in viaggio per queste terre lontane e quando la nave si avvicinava alle isole lo Zio Mimi se ne andava sul ponte a guardare il profilo della costa.
Poi scendeva a terra e tutti lo salutavano, per me era ovvio che laggiù tutti lo conoscessero.
Quindi lo Zio Mimi se ne andava a gironzolare beato per quelle cittadine dove c’erano pontili, fari, spiagge infinite, ombrelloni e ville con il portico.
Tra il resto lo Zio Mimi era sempre abbronzato, non sembrava proprio che trascorresse il suo tempo a lavorare, io ero più che sicura che lui fosse perennemente in vacanza.
E ho anche sempre pensato che a lui piacesse la sua vita avventurosa, per me era tutto incredibile: lo zio Mimi aveva visto il mondo.
Ora le sue cartoline stanno tutte in una scatola, sono davvero tante e sono tutte diverse.
Su alcune di esse ci sono dei disegni che rappresentano particolari zone geografiche e ci sono frutti, pesci, barche, uccelli, persone che ballano, un pirata con un forziere, fiori e mare azzurro.
C’era tutto un mondo fantastico che non avevo mai veduto in quelle cartoline.
C’era la bellezza infantile di immaginare il mondo meraviglioso dello zio Mimi.

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Giorni fa, cercando alcuni oggetti in cantina, ho fatto un fortunato ritrovamento.
Vi ho già detto che io tengo tutto, vero?
Ecco, certi reperti non ricordo nemmeno di averli conservati fino a quando, come per magia, spuntano fuori all’improvviso.
E dunque, parliamo di una quisquilia che tutte coloro che sono state bambine negli anni ‘70 hanno posseduto.
Signore e signori, ecco a voi il mio portamonete con i pallini!
L’ho sempre chiamato così e non vedo perché dovrei cambiare adesso, vi sembra?
Meraviglia!

Nel prenderlo in mano ho notato che era un po’ ciccione, quindi doveva esserci dentro qualcosa.
Per la verità ho vissuto anche qualche istante di tensione perché, con mio estremo disappunto, la cerniera non si apriva.
Che scocciatura, non si capisce perché un portamonete che non viene usato da almeno quarant’anni abbia qualche problema di ruggine alla cerniera, caspita!
E dunque, alla fin fine con delicatezza sono riuscita nell’impresa e cosa ho trovato là dentro?
Stupore, i gettoni di qualche gioco da tavolo del quale non mi ricordo.
E sì, appartenevano a noi che eravamo bambini al tempo della Lira.
Cristoforo Colombo sulle 5.000 Lire, Giuseppe Verdi sulla banconota da 1.000, Leonardo da Vinci sulle 50.000 Lire e Michelangelo Buonarroti sulle 10.000.
Da quanto tempo non li vedevo, che sorpresa!

E avevo anche pensato di rimettere in uso il piccolo portamonete ma in realtà credo che non lo farò: lui non sa mica nulla di questa faccenda degli Euro, è stato in cantina fino a ieri, lasciamolo nella sua beata ignoranza.
E poi se dovessi perderlo sarebbe una vera disdetta, diciamolo.
Lo terrò in un cassetto con questi soldi finti che c’erano dentro, non mancano le monetine, su uno dei due lati c’è disegnato uno scoiattolo.
Per caso li avete avuti anche voi? Qualcuno si ricorda a quale gioco appartenevano?
Sospiro.
Cose che usavamo noi che siamo stati bambini al tempo della Lira.

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Credo di non avervi mai raccontato questa vicenda, vi ho mai detto che io da piccola andavo spesso a New York?
Oh sì, almeno una volta alla settimana, per la precisione.
A differenza di quel che si potrebbe pensare, in realtà non era un viaggio molto lungo.
E mi direte, per andare a New York ci vogliono delle ore, come è possibile?
In effetti il mio era un viaggio speciale e sempre molto emozionante, per diverse ragioni.
Allora, provo a spiegarvi: io a New York ci andavo con la 126 e a guidare era mia mamma.
C’è qualcosa che non vi torna? Vi assicuro che tutto questo ha una logica magari un po’ strampalata ma ce l’ha!
E dunque, si partiva nel primo pomeriggio sulla macchinina rossa della mamma e si andava a far la spesa in un noto supermercato che all’epoca di trovava nelle vicinanze della Lanterna.
Per arrivare fin laggiù si percorre questa strada che da piccola mi sembrava immensa.
Ampia, larga, trafficata, la strada di una metropoli.

Anche il supermercato mi pareva grandissimo: il piano terra era dedicato agli alimentari, al piano superiore invece c’erano capi di abbigliamento e articoli per casa e questo mi piaceva moltissimo!
Devo dire che di quel supermercato mi ricordo praticamente tutto, ad esempio una volta hanno spostato la collocazione delle cipolle e per trovarle ci abbiamo messo un po’, sarà successo più di quarant’anni fa ma io non l’ho dimenticato.
Quando ero piccola andare a fare la spesa fin laggiù era una specie di evento, ci si metteva anche un sacco di tempo e si riempiva la 126 con sacchetti e sacchettini.
Il viaggio di ritorno, poi, era speciale.
Ve l’ho detto, io andavo a New York, niente di meno!
Nel percorrere la stessa strada al contrario infatti lo sguardo incontrava una costruzione: una chiesa alta e maestosa, ai miei occhi di bambina sembrava così.
E dovete anche sapere che da piccola ero appassionata spettatrice di film hollywoodiani degli anni ‘50 e ‘60, come ben sapete capitava spesso che fossero ambientati nella Grande Mela.
E cosa c’è laggiù? Naturalmente la Cattedrale di San Patrizio, ma che domande!
Ecco, io da piccola andavo a New York. In 126. Con la mamma.
E avevo la mia personale Cattedrale di San Patrizio perché quella chiesa lì che vedevo dalla macchina per me non era mica la Chiesa di San Teodoro, figuriamoci!
No, no, era proprio la Cattedrale di San Patrizio, non c’erano dubbi.
Non stiamo a sottilizzare sul fatto che i due edifici in realtà non si assomiglino per niente, ora lo so pure io ma direi che è un dettaglio superfluo.
Gli occhi dei bambini vedono cose che i grandi non sanno neanche immaginare, io sono stata una bambina molto fortunata perché ho avuto una splendida infanzia.
E aggiungeteci pure che una volta alla settimana andavo a New York, che meraviglia!

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