L’Osteria della Colomba, dove un tempo giunse un marinaio

Siete mai stati all’Osteria della Colomba? No? Che disdetta, cari lettori!
Strano, l’Osteria è piuttosto nota nei nostri caruggi.
Oh, ma che dico! A ben pensarci sto commettendo un errore, erano altri i tempi nei quali la gloriosa Osteria della Colomba era nel pieno del suo esercizio.
Andiamo in Vico De Negri, dalle parti di Piazza Banchi.
Lì, sotto la splendida edicola, c’è un breve caruggio, appunto Vico De Negri.
Un gioco di luce, il sole che batte e il contrasto dell’ombra.

Vico De Negri

Un vicolo nel quale si trovano diversi motivi d’interesse.
Alzando lo sguardo verso il cielo c’è una torre, è quasi imprendibile con lo sguardo tanto è angusto questo caruggio, sono prospettive complicate le nostre.
Ma se osservate bene potete intravedere la torre che svetta sui palazzi.

Vico De Negri (3)

E poi, proseguendo ancora, una tipica visione di caruggi.
E questi sono sempre scorci che amo mostrarvi perché sono l’essenza e l’anima vera di questi luoghi.

Vico De Negri (4)

Qui, una volta, si trovava l’Osteria della Colomba.
Andiamo indietro nel tempo, al febbraio del 1834, in certi anni di rivolte di popolo che infiammavano queste strade.
Qui, a pochi passi dal mare, a mescere vino che riscaldava i cuori dei rivoluzionari era l’ostessa Caterina Boscovich, insieme a lei lavorava come cameriera una certa Teresina Cassamiglia.
Oh, c’era un gran via vai in quei giorni all’Osteria, era tempo di sommosse nella città dei patrioti.
E un bel giorno si presentò un avventore abituale, già da tempo si faceva vedere all’Osteria, andava lì per far proseliti per la sua causa, era solito offrire la cena a quelli che incontrava e intanto cercava di coinvolgerli nel suo progetto, Teresina e Caterina lo conoscevano bene!
E sapete come accade, a volte le cose non vanno come dovrebbero.
Il personaggio in questione diverrà molto celebre in certi ambienti.
E’ un marinaio e un disertore, imbarcato su una nave della Marina Militare Piemontese l’ha lasciata accampando come scusa la necessità di ricorrere a certe cure mediche.
In realtà è implicato in un’impresa, un’insurrezione, il germe della rivolta avrebbe dovuto propagarsi di casa in casa, di città in città, ma il seme del cambiamento ancora non era pronto a germogliare.
L’impresa fallì, vi furono diversi arresti e il marinaio si trovò quindi bisognoso d’aiuto.
Doveva fuggire.
E chi poteva aiutarlo? Caterina, l’ostessa della Colomba.
E allora giù, a perdifiato nei caruggi, in Vico De Negri.

Vico De Negri (2)

Lui, il fuggiasco, è noto a tutti voi, la donna lo aiuterà, non sarà la sola a farlo, come lei in suo soccorso verrà un fruttivendola, una certa Teresa Schenone della quale vi ho già parlato qui ed anche un’altra popolana della quale presto vi narrerò.
Il fuggitivo è niente meno che Giuseppe Garibaldi.
In alcuni testi si legge che l’Osteria della Colomba si trovava in Vico Acquavite, dalle parti di Piazza Banchi.
In un libro a cura di Leo Morabito, già illustre direttore del Museo Mazziniano, è chiaramente specificato che tale vicolo ai tempi nostri corrisponde a Vico De Negri e al civico nr 8 si trovava l’Osteria della Colomba.

Vico De Negri (6)

Uno dei tanti luoghi del Risorgimento che sarebbe meritevole di segnalazione e di menzione perché anche qui si è fatta la storia.
Nulla vi condurrà qui, soltanto il vostro interesse e la vostra curiosità, soltanto il vostro amore per ciò che è stato, per quel passato sul quale abbiamo costruito il nostro presente.
La storia non è fatta solo di battaglie e di trattati, di eserciti e di sovrani, anche le ostesse le besagnine hanno fatto la storia.
Era un giorno di febbraio.
E un marinaio bussò all’Osteria della Colomba.

Vico De Negri (5)

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Teresa Schenone, la fruttivendola di Via Carlo Felice

Correva l’anno 1834 e Via XXV Aprile, a Genova, allora si chiamava Via Carlo Felice.
Eh, certo! Adesso in quelle strade ci sono negozi lussuosi, ovunque predominano le grandi firme.
Allora, invece, qui si trovava la bottega di una fruttivendola.
Sapete, una di quelle botteghe coi banchi ridondanti di frutta, con ceste di mele e mazzi di erbe selvatiche.
Forse come questa?

Fruttivendolo in Via San Bernardo

E lei, la proprietaria, si chiamava Teresa Schenone, proveniva da un paesino dell’entroterra ligure, una frazione di Lumarzo, e tutti la chiamavano Teixinin.
Si capisce, quando si è bravi commercianti ci si mette poco ad entrare nel cuore dei propri clienti e Teixinin era certo donna attenta e scrupolosa.
Un giorno, alla sua porta, si presentò un forestiero.
L’uomo porta una folta barba bionda, tendente al rossiccio.
Chiede aiuto, confida alla fruttivendola di essere in difficoltà, braccato dalla polizia, in fuga dalle autorità.
Gli danno la caccia da tempo, per ciò che sta tentando di portare a termine.
Teixanin non se lo fa ripetere due volte, fa entrare l’uomo e lo nasconde nel retrobottega.
Il fuggitivo rimarrà lì, al sicuro, per ripartire poi  mascherato sotto gli abiti del marito di Teresa e con una scorta di pane e formaggio, procuratagli dalla generosa fruttivendola.
Anni dopo, scampato ai molti pericoli nei quali era incorso durante la vita, l’uomo scriverà le sue memorie e ricorderà così questo episodio:

Mi nascosi nella bottega di una fruttivendola e le palesai la situazione il cui mi trovava.
Quella donna eccellente non esitò, mi nascose nel retrobottega, mi procurò gli abiti da contadino, ed alla sera, verso le otto, come se fossi andato a passeggio, uscii da Genova per la porta Lanterna, per cominciare quella vita di esilio, di lotta e persecuzione che, secondo ogni probabilità, non ho ancora finita.

A scrivere queste parole è Giuseppe Garibaldi, che si avvalse così dell’aiuto di una  popolana per portare a termine con successo una delle sue rocambolesche fughe.
Passarono gli anni e il nome di Peppino divenne famoso, così, nel 1866, Teixanin gli scrisse una lettera.
Il Generale si ricordava di lei? Si ricordava di quel retrobottega, di quel formaggio e di quel pane che lei gli aveva lasciato?
Garibaldi rispose e queste furono alcune delle sue parole:

Mia carissima Teiscenin, io sono veramente quel desso che avete beneficiato.

Seguirono poi parole di sincera e profonda gratitudine, ma sapete, Teresa, a quel tempo, non se la passava proprio bene, e allora chiese una mano al Generale Garibaldi, non è che per caso poteva darle un aiuto? Il marito di Teresa, Francesco Forzano, è disoccupato!
Garibaldi non si fa pregare, prende carta e penna e scrive al sindaco di Genova, perché procuri un impiego al Forzano, consorte di colei che tanto si espose per fornirgli soccorso.
Altre donne genovesi, anch’esse popolane come Teixanin, sono passate agli onori delle cronache per aver aiutato Giuseppe Garibaldi, vi racconterò presto anche le loro storie.
Oggi questo spazio è dedicato a Teresa Schenone, originaria di un paesino dell’entroterra.
Quando passate a Luccoli, fermatevi di fronte al civico 23.
In quel palazzo, per intervento di Giuseppe Garibaldi, Francesco Forzano venne impiegato come portinaio.
Fu la ricompensa per la fruttivendola di Via Carlo Felice, colei nel 1834 diede riparo a Garibaldi.