Livia Vernazza, la figlia del materassaio divenuta Principessa

Questa è la vicenda avventurosa di una ragazza di Genova, questa è la storia di Livia.
Figlia del popolo e dei caruggi, Livia Vernazza nasce sul finire del ‘500, il padre di lei è un umile materassaio.
Che cosa riserverà la vita a questa fanciulla semplice?
Il suo destino la attende lontano dalla sua città.

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Ed è un uomo a mutare il corso della sua esistenza, lui si chiama Battista Granara e si innamora di di questa quindicenne che è un fiore pronto a sbocciare, Livia diviene così la sua sposa.
Non è ancora il tempo della gioia, per la fanciulla giungono i giorni dell’inquietudine, la felicità è lontana e dopo una serie di peripezie ritroviamo la giovane in un’altra città.
Sola, a Firenze: per sbarcare il lunario Livia vende le sue grazie al migliore offerente in una certa casa nella città toscana.
Sarà l’uomo del destino a varcare la soglia di quella dimora: vedrà gli occhi fiammeggianti di lei, accarezzerà la sua pelle liscia, rimarrà ammaliato dalla sua bellezza.
Lui non è uno qualunque, appartiene alla casata più influente di Firenze, va per la cinquantina ed è pazzo di Livia: il suo nome è Giovanni de’ Medici.
Un principe per la figlia del materassaio, una donna di malaffare per un nobile: serpeggia lo scontento a Firenze, la famiglia di lui è in fermento.

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Tutti avversano questa unione ma Giovanni desidera ad ogni costo sposare la sua Livia, non gli basta averla accanto, vuole che lei diventi sua moglie.
E quindi, con astuzia e diplomazia, si rivolge alla Curia di Genova e dimostra che il padre di Livia ha costretto la figlia a sposare il Granara, ne consegue così l’annullamento di quel matrimonio.
Battista Granara, primo marito della Vernazza, viene tratto in arresto e la fanciulla è ora libera da ogni legame.
È il 1619 quando Giovanni de’ Medici conduce Livia all’altare e la figlia dei caruggi diviene Principessa di Toscana, in quello stesso anno darà alla luce il suo primo figlio.
Gli sposi abitano a Murano, Giovanni è Governatore Generale delle Armi presso la Repubblica di Venezia.
Il loro amore sulla laguna avrà purtroppo breve durata.

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È crudele la vita con Livia, non le concede tregua: nel 1621 Giovanni muore e lei rimane sola in balia degli eventi.
Ora i Medici la accoglieranno in un abbraccio famigliare?
Consoleranno il suo dolore di giovane vedova o forse penseranno solo a tutelare il loro immenso patrimonio?
La invitano a tornare a Firenze e lei, ingenua, segue quel consiglio.

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È fragile, è una giovane madre sola ed è nuovamente incinta, la bambina che porta in grembo non vivrà a lungo.
E Livia cade nella trappola che le viene tesa.
Su di lei pende anche un’accusa infamante che mette a rischio la sua vita: strega, dicono che è una strega.
E con le sue arti ha ammaliato Giovanni, con le sue magie ha diretto le sue azioni, così si è fatta sposare!
Non c’è scampo, i Medici hanno mezzi e conoscenze per schiacciare la povera Livia.
Si aprono le porte del carcere dove è rinchiuso Battista Granara: ora è lui a rivolgersi alle autorità, richiede la nullità del matrimonio di Livia e Giovanni de’ Medici.
Ed è la vittoria del potere: le nozze sono dichiarate nulle, il figlio di Livia e Giovanni perde ogni diritto sull’eredità di Casa Medici.
E Livia?
L’abbandonano al suo destino, dopo averla spogliata di tutto?
No, non le lasciano nemmeno la libertà, verrà rinchiusa in una fortezza e poi in un monastero, infine terminerà i suoi giorni in una villa concessale dalla famiglia di Giovanni, sarà dimenticata da tutti, persino da suo figlio che nutriva disprezzo per lei.

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Abbandonò così le cose del mondo e gli inganni subiti, lasciando i suoi pochi beni alle monache di San Michele di Visdomini.
Per questa storia intricata ho alcuni ringraziamenti da fare.
Le notizie sono tratte da un vecchio articolo di Amedeo Pescio, non è leggibile la testata giornalistica ma presumo che si tratti di Il Secolo XIX per il quale Pescio lavorò a lungo: ringrazio come sempre il mio amico Eugenio Terzo che ha avuto l’intuizione di inviarmi questo articolo dove si narra questa tragica vicenda.
Le belle foto di Firenze e Venezia che corredano questo post sono invece un cortese prestito del mio amico Jacopo Mariutti e sono pubblicate sul suo profilo Instagram, ringrazio Jacopo per avermene concesso la pubblicazione.
Genova, Firenze e Venezia, queste città furono scenari di una vita tormentata, qui visse una ragazza nata all’ombra della Lanterna.
Si chiamava Livia Vernazza, era la figlia di un materassaio di Genova e divenne principessa, io mi sono chiesta se nella sua vita abbia mai conosciuto la felicità.

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Il Magnifico Cristoforo Spinola e la sua prigionia

Torniamo ad anni cupi, al tempo in cui a Genova si usava rinchiudere i debitori nella sinistra prigione della Malapaga.
Nel passato, narrano gli storici, certi incarceramenti erano ben studiati: erano note le risorse dei generosi amici del condannato e si confidava così nel prodigo soccorso di costoro, certo avrebbero provveduto a coprire il debito del malcapitato per restituirgli così la libertà.
Gettato in un’umida e triste cella finì anche il Magnifico Cristoforo Spinola, rappresentante di una blasonata famiglia e importante uomo affari.
Eccolo il nostro Cristoforo, anch’egli varca la soglia della Malapaga, forse i suoi occhi si posano proprio su quella lapide dove sono elencate le mercedi dovute al custode o forse ai suoi tempi ne trova una diversa da questa.

Malapaga

Beh, il nostro Spinola non tirerà fuori un soldo per uscir di galera e non saranno neppure i suoi amici ad aiutarlo.
Dovete sapere che è finito là dentro per aver mal risposto la sua fiducia nella persona sbagliata, nihil sub sole novi, verrebbe da dire.
E infatti tra il 1742 e il 1743 a Venezia operava un tale che curava gli affari del nobiluomo genovese e non lo faceva certo in maniera cristallina: pare che abbia raggirato e truffato decine di persone!
Ovviamente la legge non ammette ignoranza e le reazioni dei creditori non si sono fatte attendere, uno per uno tutti sono andati a batter cassa da Cristoforo.
Lo Spinola, non sapendo che pesci pigliare, pensò di affidarsi a qualcuno che potesse districare lo spiacevole impiccio e chiese l’intervento di una personalità di riguardo: Carlo Goldoni, all’epoca console di Genova a Venezia, vi ho già narrato i dettagli su questo suo incarico in questo articolo.

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Vico Sant’Antonio – lapide per Carlo Goldoni

Malgrado cotanto interessamento lo Spinola non ebbe fortuna e una volta tornato a Genova per l’appunto finì in gattabuia.
Tuttavia i suoi creditori stavano in guardia, non c’era da fidarsi della sicurezza della Malapaga.
E così, tutti d’accordo, scrissero una bella lettera ai Serenissimi Senatori chiedendo che lo Spinola venisse trasferito nella prigione del Palazzetto Criminale dal quale Cristoforo non sarebbe certo riuscito ad evadere.

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La storia è narrata con ricchezza di particolari dal meraviglioso Amedeo Pescio nel suo Croce e Grifo, io possiedo questo prezioso volumetto che è stato stampato in 25 copie, ho scovato una di esse nello scaffale di una libreria dell’usato.
La prigionia di Cristoforo Spinola ebbe un esito imprevisto, state un po’ a sentire cosa accadde.
Mentre lui era ancora dietro le sbarre, a Genova imperversava la rivolta contro l’invasore austriaco, il 5 dicembre 1746 un ragazzo noto come Balilla lanciò un sasso e diede inizio alla ribellione della gente di Genova.

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Nei giorni che seguirono il  popolo si riversò nelle strade, un’orda furiosa travolse persino la Malapaga e vennero liberati tutti prigionieri, si voleva che questi si unissero ai genovesi per scacciare i nemici austriaci.
E così le porte della cella si spalancarono anche per il nostro nobiluomo, l’ineffabile Amedeo Pescio dice che i popolani si rivolsero a lui con queste parole:
– Scia vegne sciö Cristoffa!
– Venite con noi signor Cristoforo!
Ebbe così fine la disgraziata prigionia del Magnifico Cristoforo Spinola, finito in carcere per i suoi debiti.

Portoria Balilla

Un aneddoto su Carlo Goldoni, console di Genova a Venezia

Un bel giorno nella Superba giunse un veneziano, il suo nome è destinato a rimanere celebre nei secoli, lui è Carlo Goldoni.
Ho già avuto modo di parlarvi del suo soggiorno genovese, egli trovò qui l’amore e la donna del destino.
Lei si chiamava Nicoletta Connio e il loro fu un felice incontro fortuito.
All’epoca Goldoni dimorava in una locanda dalle parti di Vico San’Antonio.

Vico Sant'Antonio

Dalla finestra vide Nicoletta e il suo cuore prese a battere per lei, in quel luogo c’è una lapide in memoria di quell’unione.

Vico Sant'Antonio (2)

E come già vi ho raccontato in questo articolo, i due si sposarono nella bella chiesetta di San Sisto.
E tuttavia non è di questo che vorrei parlarvi ma di un altro dettaglio curioso che lega il nome di Goldoni a Genova.
Ho trovato questa notizia in un libro di Amedeo Pescio, è un volumetto che ho acquistato qualche tempo fa.
E’ tirato in sole 25 copie ed una è mia, queste sono soddisfazioni eh!
Dunque, torniamo a Goldoni.
Dovete sapere che il padre di Nicoletta era uno stimato notaio del Banco di San Giorgio ed ebbe una certa influenza nel fare avere a Carlo un incarico di un certo pregio: console di Genova presso la Serenissima Repubblica  di Venezia.
Goldoni assunse la carica nel 1740 e la mantenne fino al 1744, con mirabile solerzia ogni otto giorni mandava i suoi dispacci a Genova, naturalmente in quando console doveva occuparsi con regolarità degli interessi della Superba.
Una carica più che altro onoraria ma per tale compito era comunque previsto un compenso di cento scudi all’anno.
Ecco, mi duole comunicarvi che in realtà le cose andarono diversamente.
A quanto pare il veneziano ebbe non poche difficoltà ad ottenere ciò che gli spettava, da queste parti c’era chi faceva orecchie da mercante e i soldi dovuti non arrivavano!
E Goldoni faticava persino a farsi mandare il rimborso delle spese postali!
Avete mai letto gli scritti di Amedeo Pescio?
E’ un autore a me molto caro, lo trovo splendidamente arguto e sentite cosa scrive a proposito di questa faccenda:

Una volta tanto che toccò i famosi scudi per le spese di posta, mandò a Genova una lettera di ringraziamento che sarebbe bastata se gli avessero donato il regno del Catai!

Ecco lì!
E insomma, quando nel 1744 si fece avanti un altro candidato Goldoni lasciò l’ambita carica di console.
Il testo di Pescio risale al 1906 e l’autore rimarca con il suo amabile stile che il debito di Genova con Goldoni non è mai stato estinto.
E insomma, non si potrebbe erigere un busto in suo onore o intitolargli una strada?
Caro Signor Pescio, mi risulta che quest’ultima cosa sia stata fatta e poi c’è anche la lapide di Vico Sant’Antonio.
Certo, sulle spese postali è meglio soprassedere!

Vico Sant'Antonio Targa per Carlo Goldoni (2)

ATTERGATO AL VECCHIO TEATRO DEL FALCONE
IL PROSSIMO CEPPO DI CASE RICORDA
UNA FELICE UNIONE DI AMATISSIMI CUORI
ONDE TRA CARLO GOLDONI VENEZIANO
E NICOLETTA CONNIO GENOVESE
PARVE AUSPICATA UNA PACE FRATERNA DI POPOLI
NEL PRESENTIMENTO DELLA ITALIA FUTURA

A MEMORIA DEL 1736 POSE NEL MARZO DEL 1907
L’ACCADEMIA FILODRAMMATICA ITALIANA

Il Corteo Storico e la Regata delle Antiche Repubbliche Marinare

E’ iniziato tutto qui, davanti alla Cattedrale della Superba.
Un balzo nel tempo e un corteo storico che ha preceduto la regata delle Antiche Repubbliche Marinare svoltasi ieri a Calata Zingari.
Ed è partito da qui, dal cuore di Genova.

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A presidiare la Cattedrale un fierissimo Balestriere del Mandraccio.

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E poco distante alcuni suoi compagni.

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E il loro grido è sempre questo: Pe Zêna e pe Sàn Zòrzo!
Per Genova e per San Giorgio!

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Rullano i tamburi, salgono da Via San Lorenzo gli uomini e le donne di un altro tempo.
Prima, in testa al corteo, la Repubblica Marinara di Genova.

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E’ un fragore, un suono bellissimo in questa strada così scenografica.

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E c’è chi porta orgogliosamente il vessillo della Superba.

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Un uomo fiero e altero stringe a sé il suo pesante elmo e avanza tra gli altri, è l’eroe delle Crociate, il conquistatore di Gerusalemme e di Cesarea, è Guglielmo Embriaco, detto Testa di Maglio,  colui che nel lontano 1101 recò a Genova il Sacro Catino.

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E’ il personaggio di spicco di questo corteo genovese.

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Si cammina verso la propria meta.

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Con armi e balestre e con passo deciso.

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Con scudi e lance.

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E poi le dame e i cavalieri, tutti seguono il trionfatore.

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E non manca il Doge della Superba, è altero e regale, non c’è che dire.

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E ci sono certe sorridenti fanciulle, una regge una cesta con dei limoni.

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Ed ecco ancora Guglielmo Embriaco, a vederlo così non parrebbe tanto minaccioso, non vi pare?
E invece!

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Una graziosa dama, costei ha ricevuto molti applausi e meritati complimenti.

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E intanto avanza la Repubblica Marinara di Venezia.

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I veneziani avevano abiti ricchi e sontuosi, la Serenissima si è fatta giustamente ammirare.

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E che vestiti sfarzosi queste dame! Lo dico sempre, ho sbagliato secolo!

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Ecco il Doge di Venezia, porgetegli i dovuti omaggi.
Eh, io gli avrei chiesto volentieri in prestito il valletto e quella sorta di curioso parasole, mi sarebbe proprio venuto utile, ieri c’era un caldo da non credere!

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E ancora rulli di tamburi in San Lorenzo.

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E una fanciulla condotta su una portantina. Chi sarà mai? E’ Caterina Cornaro, nobildonna veneziana che nel 1489 fu accolta dal Doge di Venezia e dalla città lagunare con grande onore.

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Sorride Caterina e saluta la folla.

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E intanto il Doge continua il suo cammino.

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E ora è la volta della Repubblica Marinara di Pisa, di rosso e di bianco.

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E si cammina, sembra davvero di essere in un altro tempo.

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In marcia, reggendo gli scudi.

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E scintillano gli elmi sotto il sole di giugno.

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Si avanza compatti, senza esitazioni,

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E il Podestà cavalca il suo destriero.

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Le dame gentili indossano velluti e perle, tra le braccia recano mazzi di fiori.

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Sono belle e aggraziate le fanciulle di Pisa.

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E una di loro è in sella a un cavallo, è una giovane eroina di nome Kinzica, una fanciulla che cavalcò senza paura per raggiungere la sua città e mettere in guardia i suoi abitanti dell’arrivo dei terribili saraceni.
E così, intorno all’anno 1000, il coraggio di Kinzica salvò la città di Pisa.

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Ultima giunge la Repubblica Marinara di Amalfi.

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E squillano le trombe.

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 L’episodio evocato da questa città riguarda i festeggiamenti che vennero dati per lo sposalizio tra il giovane Sergio, figlio del Duca di Amalfi, e Maria, figlia del principe di Capua e Benevento.
Che fascino i cortei storici, si provano grandi e belle emozioni.

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E attenzione, c’è chi è armato di spada!

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E poi c’è sempre il tempo per un sorriso, in questa lunga e appassionante giornata.

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E veli lievi e delicati e fiori e foglie a cingere il capo, la magia del passato.

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E poi il corteo prosegue, attraverserà tutta la città fino a giungere a Calata Zingari, dove si svolgerà la sfida tra le quattro Repubbliche Marinare.

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Si inizia con la gara dei gozzi, questo è il gozzo di Genova.

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La competizione viene vinta dalla città di Pisa.

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E viene il tempo della gara più importante, quella dei galeoni.
Ecco ancora Genova e i colori della nostra bandiera.

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Si alzano i remi, guardate la folla assiepata lassù, c’era davvero tutta la città.

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Ecco le altre imbarcazioni e i rematori compiono il medesimo gesto.

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Partono da lontano i galeoni, attendiamo che sfilino davanti a noi.

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Una delle Repubbliche è in sicuro vantaggio, il galeone verde è quello di Venezia.

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Guadagna un deciso distacco e supera gli altri tre.

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E si avvicina così alla sua meta, la Repubblica Marinara di Venezia vince la regata storica.

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E’ stato un pomeriggio intenso e ricco di infantile stupore, queste iniziative mi entusiasmano e mi coinvolgono, sono viaggi della fantasia verso altri anni.
Si torna indietro nei secoli, al tempo in cui Genova, Venezia, Pisa e Amalfi erano Repubbliche Marinare.
Una domenica diversa, nel mare della Superba, nella città dove sventola orgogliosa la Croce di San Giorgio.

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Un curioso aneddoto sul Marchese Gian Carlo Di Negro

E si torna al passato, a certi giorni luminosi di uno stimato genovese: il Marchese Giancarlo Di Negro.
Vi ho già raccontato le vicende della sua vita e insieme abbiamo passeggiato lungo i viali della celebre villetta del Marchese, oggi su queste pagine avrà spazio un episodio decisamente curioso narrato da Anton Giulio Barrili che lo seppe dallo stesso Marchese.
Come è noto, nelle dimora di Giancarlo Di Negro passò il fior fiore dell’alta società e un bel giorno fu sua gradita ospite la Baronessa Madame de Staël, scrittrice e donna di grande cultura.

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Eh, certi biografi insinuano che il Marchese si fosse incapricciato della nobildonna, chissà se è vero!
Fatto sta che quando lei espresse il sognante desiderio di visitare Venezia, il nostro non se lo fece dire due volte, prese armi e bagagli e i due partirono alla volta della Serenissima.
E quando si trovarono nella città lagunare lei volle visitare il Teatro La Fenice, così un pomeriggio vi si recarono insieme.
Quando entrarono udirono solo il suono melodioso di un violino: sul palcoscenico, con tanto di calzamaglia, c’era un celeberrimo ballerino intento a provare alcuni passi di danza.
E insomma, il ballerino si trovava in una fastidiosa empasse, malgrado i molteplici tentativi proprio non c’era verso che gli venisse quella piroetta!
Vi ho già detto che il Marchese Di Negro, a quanto pare, era anche un provetto danzatore?
Sì, così si dice.
E sembra che in quella circostanza, senza farsi notare da nessuno, ebbe l’ardire di salire sul palco.
E sapete cosa combinò?
Voilà, con un balzo si esibì in quella complicata piroetta che al ballerino non era riuscita!
E quest’ultimo, a quanto ho letto, rimase stupefatto e in un primo momento non la prese affatto bene.
E Madame de Staël come reagì? Caspita, non si sa!
Quindi, superato lo sconcerto iniziale, il ballerino andò a complimentarsi con Giancarlo Di Negro, pare persino che conoscesse già il suo nome, il nostro era una celebrità!
Sarà del tutto vero questo aneddoto?
Così l’ho letto e così lo racconto a voi, certo è che restituisce il ritratto di una personalità smagliante ed eclettica, il Marchese Di Negro doveva essere un gran personaggio e quando narrò ad Anton Giulio Barrili questi suoi ricordi era già avanti negli anni, aveva più di ottanta scintillanti primavere.
E forse si fece prendere da un imprevisto entusiasmo, pare che abbia tentato di ripetere la famosa piroetta ma, ahimé, l’equilibrio non era più quello di un tempo e così precipitò addosso al povero Barrili che in quel momento per fortuna era seduto, sennò sarebbero finiti entrambi allegramente a gambe all’aria.
Fervente patriota e benefattore, uomo di profonda cultura, amico di artisti e poeti, Gian Carlo Di Negro fu l’illustre proprietario della Villetta divenuta parco cittadino, un posto bellissimo per andare a giocare, amato dai bambini della mia generazione e da molti venuti prima di noi.
Il parco della dimora di lui, il Marchese Gian Carlo Di Negro.

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Villetta Di Negro,  Cartolina viaggiata nel 1921
Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Palazzo San Giorgio, storie di gabelle e di illustri prigionieri

E oggi vi porto ancora con me,  dentro a Palazzo San Giorgio.
Si varca quella soglia e ci si immerge in un mondo antico, distante, si torna al nostro passato, a ciò che è accaduto secoli or sono.
Qui si trova la sede dell’Autorità Portuale di Genova, pertanto non tutte le sale sono visitabili a qualunque ora come capita nei Musei, ma potrete facilmente accedere al piano terra e fare una passeggiata in cortile.
Chiedete di visitarlo, vi faranno passare e vi troverete qui.

Palazzo San Giorgio

E sapete che sensazione si prova quando si è all’interno di questo edificio? Fuori passa la sopraelevata con il suo traffico rumoroso, ma dentro San Giorgio c’è pace e silenzio.
Gli antenati costruivano a regola d’arte i loro palazzi, i muri sono spessi e non si sente il minimo rumore.
Dite la verità, non piacerebbe anche a voi vivere qui?
Del resto era il Palazzo del Capitano del Popolo, è ovvio che sia così maestoso.

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Prima di accedere al cortile prestate attenzione a un reperto di un certo interesse che si trova all’ingresso: una bomba francese risalente al 1684, anno nel quale la Superba venne bombardata dalla flotta del Re Sole.

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E ricordatevi che a Genova bisogna sempre guardare verso l’alto, anche quando ci si trova in un palazzo splendido come questo il cielo riserva sempre qualche sorpresa.

Cielo

Questa parte di Palazzo San Giorgio è stata restaurata nel XIX secolo dal D’Andrade ma malgrado i numerosi interventi l’atmosfera è sempre magica.
Tempo di cavalieri con spada, elmo e scudo a Palazzo San Giorgio.

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Ed eccolo il Cavaliere al quale è dedicato l’edificio, San Giorgio che uccide il drago.

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Ed è ancora lui a reggere fieramente la bandiera della Superba in questo affresco.

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Alla base c’è una lapide sulla quale si leggono alcuni versi tratti da un sonetto di uno dei massimi poeti italiani, Giosuè Carducci, che si schierò contro la demolizione del Palazzo che si intendeva effettuare nel 1889.
Un progetto sciagurato che per fortuna non andò a buon fine così ancora oggi possiamo camminare nel Palazzo voluto da Guglielmo Boccanegra.

Carducci

Accanto all’affresco è murata una lapide che i genovesi sottrassero ai Pisani dal Castello di Lerici nel 1251.
Ce le davamo di santa ragione a quei tempi e poi si usava tornarsene a casa portandosi dietro questi trofei!

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E ancora si cammina sotto il porticato del cortile. Un luogo incantevole!

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Ma sapete, qua sotto c’erano anche alcune cupe prigioni dove un giorno giunse un illustre prigioniero.
Era il 1298 e all’epoca i genovesi inflissero una dura sconfitta ai veneziani nella battaglia di Curzola.
Catturarono ben 7500 uomini che vennero buttati nella prigioni della Superba e indovinate chi c’era tra questi? Niente meno che Messer Marco Polo!
E sapete come accade, le voci corrono, Marco Polo era già celebre per i suoi viaggi e i genovesi erano curiosi di conoscerlo.
Ogni giorno riceveva visite dai nobili della città, tutti volevano ascoltare i suoi racconti, una processione di gente trepidante di udire il resoconto delle sue avventure in Oriente!
Incontrò anche Andalò di Negro, vi ricordate di lui? Andalò, l’uomo che studiava le stelle, qui trovate la sua vicenda.
Nelle carceri di San Giorgio Marco Polo si imbatté in un altro illustre prigioniero, un certo Rustichello da Pisa condotto a Genova nel 1284 in seguito alla Battaglia della Meloria.
La prigionia di Marco Polo durò sette mesi ma in questo periodo il veneziano pensò di mettere a frutto il proprio tempo e dettò a Rustichello un libro che tutti conoscete, Il Milione, viaggi e avventure alla corte del Gran Khan.
E sul muro di Palazzo San Giorgio si trova una lapide che ricorda la permanenza di questo celebre esploratore nelle prigioni della Repubblica.

Marco Polo

MARCO POLO
DETTO’ IN GENOVA
IL MILIONE
NEL GIORNO DI COLOMBO
GENOVA E VENEZIA
POSERO
MCMXXVI
A COMPAGNA           SERENISSIMA

Quante avventure e quante vicende sono accadute in questo palazzo, se queste mura potessero parlare!

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Sì trova in questo cortile una statua della Madonna che riveste una particolare importanza per questa città, ve la mostro nel gioco di luci che la circonda ma a lei dedicherò uno spazio privilegiato.

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Ricordate? Questo era il palazzo della Dogana.
Ecco, quando si parla di tasse e gabelle sono sempre dolori!
E i funzionari della Serenissima Repubblica di Genova vengono caldamente invitati ad attenersi alle gabelle previste, che non si facciano venire in mente di richiedere premi o recognitione alcuna che non sia dovuta!
Le leggi puniscono tali abusi, che se ne ricordino!
E caso mai qualcuno se ne dimenticasse, nel loggiato c’è una lapide che ammonisce severamente chi si facesse venire strane idee, in questa Dogana è severamente proibito richiedere bustarelle e somme non dovute.

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E all’interno troviamo un’altra lapide molto simile.
Le gabelle bisogna pagarle ma il malcostume di avanzare ulteriori pretese va stroncato senza riserve.
Nihil sub sole novi, è vero?

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E a proposito di gabelle e di soldi, ho volutamente omesso di mostrarvi un angolo di questo cortile dove si trova qualcosa di talmente interessante da meritare un ulteriore approfondimento.
Rimarrete stupiti e ammirati della genialità degli antichi genovesi!
Un ringraziamento particolare va al Dottor Oddone, Dirigente del Servizio Comunicazione e Promozione dell’Autorità Portuale di Genova, che mi ha permesso di gironzolare per Palazzo San Giorgio e di pubblicare queste immagini.
Ho ancora molto da mostrarvi di questo palazzo che rappresenta l’anima mercantile e marinara di questa città, San Giorgio è la memoria della grandezza di Genova e della sua potenza commerciale.
L’economia della Superba aveva qui il suo cuore pulsante, nel palazzo sul Mare che porta il nome del Cavalier dei Santi.

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I leoni della Superba

Guardatevi intorno, quando camminate per la città.
Qui, a Zena, nelle strade ampie e regali così come in certi caruggi ombrosi, incontrerete i leoni.
Sono i leoni della Superba, alcuni vengono davvero da molto lontano, nel tempo e nello spazio.
Alcuni risalgono a periodi più recenti, altri ancora dominano sui portali di certi palazzi.
Sono due leoni a reggere lo stemma della famiglia Brignole sulla facciata di Palazzo Rosso.

Palazzo Rosso

Ed è ancora una coppia di fieri felini a troneggiare sul portone dei Magazzini dell’Abbondanza in Via del Molo.

Magazzini dell'Abbondanza

E lì di fronte si trova uno dei leoni più celebri della Superba.
Viene da altre terre, da un altro secolo.
Ed è lì, sul muro della Chiesa di San Marco.
Giunse a Genova nel lontano 1379, anno nel quale i genovesi sconfissero a Pola i loro acerrimi nemici di sempre, i veneziani, sottraendo loro il simbolo della loro città.
Il leone di San Marco, la testimonianza del proprio trionfo.

Il leone di San Marco

Quando osservo simili opere, non posso evitare di pensare quei giorni.
Ve li immaginate coloro che si misero all’opera per sottrarre il leone e portarlo via?
Sentite le voci concitate, le urla di gioia?
Insomma, dev’essere stato un momento di gloria!
Andiamo ancora più indietro, alla metà del 1200.
E ancora più lontano, nella città di Costantinopoli.
Proviene da laggiù la testa leonina sottratta al palazzo Pantocratore, sempre ai soliti veneziani.
Si trova nella Loggia di Palazzo San Giorgio, sopra la porta.

Palazzo San Giorgio

E all’esterno, ai due estremi del muro che si affaccia su Via Frate Oliverio ovvero sui portici di Sottoripa, su Palazzo San Giorgio c’è ancora qualcosa che merita la vostra attenzione.

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Altre due teste leonine provenienti anch’esse da Costantinopoli.

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Sono situate in alto e non sono di grandi dimensioni, pertanto potrebbe anche esservi capitato di non averle mai notate.

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Eppure i leoni sono lì e ruggiscono minacciosi.

Palazzo San Giorgio

A quanto pare, era una consuetudine portarsi a casa trofei sottratti ai nemici.
E un bel leone ruggente se ne sta lassù, sul muro del Palazzo di Marc’Antonio Giustiniani.
Questo leone maestoso proviene da Trieste ed è il bottino di guerra dei genovesi a seguito della battaglia di Chioggia, che avvenne nel 1380.

Palazzo Giustiniani

Vedete? Questi sono i leoni della Superba.
E poi a volte capita di trovarsi nei caruggi, si posa lo sguardo su un portone e cosa si vede?
Beh, ognuno ha diritto al proprio felino, in fondo!
Mi sembra anche giusto!

Via dei Giustiniani
Leoni che vengono da terre lontane e da antiche rivalità.
E leoni più giovani, cari a tutti i genovesi.
Questi risalgono all’Ottocento e sono stati scolpiti da Carlo Rubatto.
Se ne stanno assisi davanti alla Cattedrale di San Lorenzo.

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E a me personalmente sembrano abbastanza miti, magari un po’ burberi, ve lo concedo, ma hanno lo sguardo buono e dolce, ispirano tenerezza più che timore.

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Sono i leoni di Genova, i leoni della Superba.

San Lorenzo