Lettere e mugugni del 12 Ottobre 1911

Amici cari, torniamo ancora una volta a certe dolenti note: i mugugni indirizzati al direttore del quotidiano Il Lavoro dai genovesi esasperati per un motivo o l’altro.
Non so come mai ma nel lontano 12 Ottobre 1911 tra le pagine del quotidiano ne vennero pubblicati moltissimi e così iniziamo con quelli di Ponte Carrega che chiedono la costruzione di un marciapiede nel tratto che porta a Fossato Cicala perché quando piove si creano delle pozzanghere e si finisce sempre per inzaccherarsi!
Non va meglio in Via Bernardo Strozzi, dove gli abitanti si lamentano perché ci sarebbe una parte della via da lastricare, in corrispondenza dei giardini di Corso Firenze, così tutti sperano che si provveda quanto prima!

Poi ci sono quelli di Vico Agogliotti che da più di un mese sono senz’acqua.
E così, scrive uno di loro, è tutto un andirivieni alla pubblica fontanella, che affare!
Tra l’altro, puntualizza lo sconfortato cittadino, quando si chiede notizia del lattoniere viene malamente risposto che si trova in campagna. Beato lui, conclude il povero lettore che abitava in quella strada della vecchia Portoria ormai non più esistente.

Quelli di Granarolo protestano perché, giustamente, anche loro non vogliono essere da meno rispetto agli altri cittadini: serve una regolare fognatura, non si sa più come dirlo!
Dalle alture al mare i mugugni non si fermano e così ecco un abitante di Via Casaregis 8 che avanza le sue richieste al direttore del giornale.
Caspita, di quel palazzo ho giusto scritto di recente in questo post e allora non sapevo che un tempo ci visse un genovese che denunciò una situazione quanto meno complicata.
Dunque, il signore in questione scrive che ormai da due mesi il competente ufficio d’Igiene ha lasciato il nulla osta per gli affitti nel palazzo ma, santo cielo, pure davanti a questa casa manca il marciapiede, quello che c’è infatti termina di fronte al civico 10 dove è collocato anche il lampione a gas.
E quelli del palazzo al civico 8 devono stare al buio e pure senza marciapiede? Ma roba da matti, vedeste quando piove, che disagio il fango e le pozzanghere!

E non è finita: un tale si lamenta della mancanza di illuminazione in Via Frugoni, un altro mugugna per una lunga coda che ha dovuto fare in un ufficio pubblico, che fatica la vita quotidiana!
Tra tante proteste di vario genere, in quel 12 Ottobre del 1911, spicca una lettera in particolare e si riferisce alle difficoltà appena trascorse in quanto la città di Genova era reduce da una brutta epidemia di colera.
Il peggio è ormai alle spalle, scrivono i mittenti della lettera, in questo momento di rinascita tutti hanno sotto gli occhi l’indefesso lavoro dei giovani medici che, sfidando i pericoli della malattia, hanno avuto il coraggio di affrontarla recandosi senza timori nei peggiori tuguri della città per soccorrere chi aveva bisogno.
Gli autori della lettera lo sanno bene, in quanto lo hanno vissuto in prima persona: a scrivere sono infatti alcuni genovesi che furono ricoverati al Lazzaretto.
Tutti loro, con il cuore in mano, articolano così il commosso elogio rivolto ai dottori che si sono presi cura di loro concludendo con due semplici parole: grazie infinite.
Accadeva a Genova, in un tempo lontano: era il 12 Ottobre 1911.

Un palazzo in Via Casaregis

Oggi vi porto con me alla Foce, un quartiere dove si possono trovare facilmente diverse ragioni per stupirsi ancora di Genova: basta alzare gli occhi verso certi edifici di un’epoca diversa dalla nostra, i toni di eleganza del passato ancora donano la loro bellezza ai nostri sguardi.
L’edificio che desidero mostrarvi è il civico 8 di Via Casaregis, a breve distanza dal mare di Corso Italia.

Un volto di giovane donna dallo sguardo gentile è posto a guardia del portone.

E poi alzando ancora gli occhi si ritrovano le finezze che impreziosiscono questo palazzo.
Le ringhiere dei balconi, le decorazioni, una sinfonia di curve e linee e ai lati di questa finestra due figure aggraziate.

Una vera ricerca di una certa leggiadria, nulla è lasciato al caso.

In un gioco di sapienti simmetrie si coglie l’armonia di gesti: le braccia alzate, i nastri leggeri, la frutta ricca e succosa.
E i profili perfetti, i capelli che sfiorano il collo.
È una certa idea della bellezza e ancora ci fermiamo ad ammirarla in Via Casaregis.

Un treno alla Foce

– Ti ricordi che là c’era quel locale con il vagone del treno?
– Eccome, impossibile dimenticarlo!
– Guarda, c’è ancora!
C’è ancora?
Chi l’avrebbe detto, è davvero passato tanto tempo e molti anni dopo, affacciandomi da Via Nizza e guardando verso la prospettiva di Via Casaregis, grazie ad un’amica ritrovo per puro caso un posto dove sono stata molte volte.
Sorpresa e stupore, le lancette dell’orologio vanno all’indietro.
Certo, il locale da allora ha cambiato nome.
E poi quando ci andavamo noi avevamo nel portafoglio le mille e le diecimila lire, era proprio un altro tempo, se si arrivava in ritardo ad un appuntamento tra l’altro non c’era proprio modo di avvisare: ricorderete che c’è stato un periodo molto distante in cui nessuno di noi aveva un telefono in tasca.
E malgrado questo ce l’abbiamo fatta comunque a mantenere amori, amicizie, legami più o meno importanti o profondi.
In quel tempo lì, in quegli anni vivaci e turbolenti, certe volte avrei anche voluto avere i capelli arancioni come Cindy Lauper e mi sarebbe piaciuto sfoggiare quel suo trucco esagerato, del resto lei cantava per noi le nostre canzoni, diciamo che a modo nostro anche lei era una di noi.
Dunque, all’epoca amavo andare in quel locale della Foce che era in parte allestito nel vagone di un treno.

Ora non ricordo esattamente cosa mi piacesse mangiare in quel posto e per la verità, se vi ricordate, in quel periodo della nostra vita eravamo soliti mangiare cose incredibili ad orari impossibili e poi dormivamo come sassi. Eh.
Di quel posto là mi ricordo che era molto gettonato e ricordo anche di aver fatto lunghe disquisizioni e chiacchiere seduta proprio in quel vagone del treno.
A dirla tutta, a volte ho l’impressione che allora mi sembrasse tutto molto complicato e invece, forse, era tutto molto più semplice e noi non lo sapevamo.
E riguardo a certi luoghi mi pare di avere un certo genere di memorie non proprio definite, sono certa che capiti anche a voi.
Non sono esattamente sequenze di immagini, di parole e di eventi precisi: sono frammenti in cui ti rivedi e sei ancora una volta la persona che sei stata in un tempo diverso.
Porti la tua gonna preferita, le giacche con le spalline che poi passeranno di moda, le scarpe con la zeppa e il lucidalabbra lucente.
E rivedi certe cose di te e di altre persone che conoscevi: un sorriso, un movimento, c’è una musica in sottofondo, forse è una canzone di Ivano Fossati.
E ci sono le cassette da ascoltare in macchina, il finestrino giù, le rotelle di liquirizia in borsa, gli esami da preparare, le magliette corte, le amiche, i progetti, i jeans con la cerniera sulle caviglie e tutto il tempo che deve ancora venire.
Dopo aver trascorso una serata in quel posto là dove andiamo a sederci nel vagone di un treno.