Le mercedi del Custode delle Carceri della Malapaga

Nel corso della mia entusiasmante visita al deposito lapideo del Museo di Sant’Agostino ho avuto modo di fare diverse interessanti scoperte.
E sapete, le persone curiose come me osservano tutto e cercano di comprendere ogni dettaglio, a volte non è affatto semplice.
Appoggiato a un muro, quasi nascosto dietro ad altre lastre marmoree, ho intravisto un marmo sul quale erano incise parole che hanno attirato la mia attenzione: Carceri della Malapaga.

Mura della Malapaga 2
La Malapaga era la fosca prigione dove i genovesi rinchiudevano coloro che non pagavano i loro debiti, chi aveva dei conti da saldare andava a finire laggiù, potete leggere la storia della Malapaga in questo articolo dove troverete anche alcune vicende che accaddero in quel luogo.

Mura della Malapaga

Mura della Malapaga

La lapide in questione era in parte nascosta e pure capovolta, pertanto immaginatemi mentre tento in ogni modo di fotografarla.
In mio soccorso è poi giunto il Dottor Adelmo Taddei, appassionato conservatore del Museo, colgo l’occasione per ringraziarlo ancora, il Dottor Taddei ha posizionato la lastra in modo che fosse visibile ed io sono tornata al Museo per leggerla e fotografarla.
Eccolo qua il misterioso marmo, è scritto in italiano e si riferisce alla paga dovuta al custode delle carceri.

Malapaga

TEMPORE FRANCISCI REBESONI ANNO 1650

TARIFFA DELLE MERCEDI DEL CUSTODE DELLE CARCERI
DELLA MALAPAGA

DA LIRE VENTI A BASSO SI PAGANO SOLDI DIECI
DA VENTI SINO IN CINQUANTA SOLDI VENTI
DA CINQUANTA SINO A CENTO SOLDI TRENTA
OLTRE LIRE CENTO SOLDI TRENTAQUATTRO
PER LE LICENSE GENERALI SOPRA IL VERO DEBITO
MA SE IL CREDITORE NON HAVERA FATTO DETENERE IL
DEBITORE PER MESSO E POI UN ALTRO GIORNO PER
SOTTO CAVALERO IL CREDITORE DOVER PAGARE LUI
LA MERCEDE DELLA DETENTIONE

Ho riportato qui le parole per una più semplice comprensione di quanto inciso su quel marmo.
Ditemi sinceramente, a voi è tutto chiaro?
Io ammetto che questo testo ha suscitato la mia perplessità e pertanto per la sua interpretazione ho chiesto l’aiuto di un caro amico abituato a interpretare certi linguaggi a volte ostici: Don Paolo Fontana, responsabile dell’Archivio Diocesano di Genova.
Ed ecco che a poco a poco si sono svelate usanze di quel tempo, correva l’anno 1650.
La parte iniziale è forse più facilmente intuibile, vi si legge che al custode delle carceri spetta una cifra definita e si calcola in questa maniera:

DA LIRE VENTI A BASSO SI PAGANO SOLDI DIECI
DA VENTI SINO IN CINQUANTA SOLDI VENTI
DA CINQUANTA SINO A CENTO SOLDI TRENTA
OLTRE LIRE CENTO SOLDI TRENTAQUATTRO
PER LE LICENSE GENERALI SOPRA IL VERO DEBITO

Per un debito da 20 lire in giù al custode sono dovuti 10 soldi.
Da 20 a 50 prenderà 20 soldi.
Da 50 a 100 gli spettano 30 soldi.
Per le licenze generali sul vero debito più di 100 lire e 34 soldi.

Mura della Malapaga (2)

Mura della Malapaga

La parte finale, in base a quanto mi ha spiegato Don Paolo, si riferisce al fatto che al creditore spettava pure il compito di darsi da fare per far arrestare colui che gli doveva dei soldi.
Leggete questo passaggio:

MA SE IL CREDITORE NON HAVERA FATTO DETENERE IL
DEBITORE PER MESSO E POI UN ALTRO GIORNO PER
SOTTO CAVALERO IL CREDITORE DOVER PAGARE LUI
LA MERCEDE DELLA DETENTIONE

Significa che se il creditore non avrà fatto arrestare il debitore per mezza giornata e un altro giorno intero avvalendosi del sotto cavaliere (un funzionario del tribunale) toccherà proprio al creditore pagare la mercede della detenzione.
Non so dirvi nulla di più a proposito di questa targa che stava affissa in quella cupa galera, era mio desiderio condividere con voi questa curiosa scoperta in quanto credo che non conosciamo mai abbastanza le pieghe del nostro passato e certi lati oscuri di tempo lontani.
Della Malapaga tornerò a scrivere presto, quello è il luogo dove venivano rinchiusi i debitori.

Malapaga (2)

Padre Santo, l’umile frate cercatore

Le vite dei Santi hanno spesso tratti eroici ed avventurosi, questa è la storia di un eroe che dedicò la sua vita al prossimo: Fra Francesco Maria da Camporosso, noto come Padre Santo.
Il suo vero nome era Giovanni Croese e proveniva appunto da Camporosso, una località in provincia d’Imperia.
Nato all’inizio dell’Ottocento da una famiglia semplice e devota, il giovane è appena diciottenne quando sente il richiamo della  fede che lo porterà lontano dalla sua casa.
E in primo luogo il destino lo conduce nel Convento dei Frati Minori Conventuali di Sestri Ponente, in seguito si sposterà nel Convento di San Francesco di Voltri e qui assumerà il suo nome, Giovanni diventa Fra Francesco Maria.

Voltri

Voltri, scorcio del Convento di San Francesco

A Genova sono numerosi i luoghi di Padre Santo, il suo cammino terreno lo conduce nel Convento di San Barnaba, sulle alture di Genova.

San Barnaba (2)

E qui c’è un’antica chiesa che cela storie e vicende appassionanti delle quali presto vi parlerò, oggi ve la mostro conducendovi sulle tracce di Padre Santo.

San Barnaba (3)

E’ l’anno 1825 e Fra Francesco Maria intraprende il suo noviziato e pronuncia i suoi voti davanti a questo altare.

San Barnaba (4)

La sua vita è fede e preghiera, povertà e umiltà, in nome di quel Cristo che Fra Francesco Maria sentirà sempre al suo fianco.

San Barnaba

E ancora lo attende un’altra tappa, Fra Francesco Maria viene destinato al Convento dei Cappuccini della Santissima Concezione, a pochi passi da Villetta Di Negro.

Chiesa della Santissima Concezione (4)

Qui, sulla Piazza che prende il nome dai semplici frati.

Piazza dei Cappuccini (2)

Qui, nella sua Chiesa raccolta e silenziosa, in passato ebbi già modo di scrivere delle tombe che vi si trovano, alcune di esse sono di personaggi celebri, certe sono situate nella cripta, potete leggere il mio racconto in questo articolo.

Chiesa della Santissima Concezione

Fra Francesco Maria è  affabile, volenteroso, desideroso di rendersi utile, diviene subito il cuoco del convento, in seguito gli viene affidata la gestione dell’infermeria, sarà lui a prendersi cura dei confratelli malati.

Padre Santo (4)
E no, non è finita, a Fra Francesco Maria viene assegnato il compito di fare la questua per le strade della città insieme a un confratello anziano.
Eccolo Padre Santo, se ne va per le vie di Genova e ha con sé la sua sporta della questua, è esposta insieme a tanti altri oggetti appartenuti al Santo nel Museo della Chiesa della Santissima Concezione.

Sporta della questua

Fra Francesco Maria diviene l’umile frate cercatore, la suggestiva definizione si deve a Papa Giovanni XXIII, fu lui a usare queste parole quando canonizzò il religioso di Camporosso.
Cercatore di carità e cercatore di anime, sulle strade della Val Bisagno.
E le porte delle case di Genova si spalancano davanti a Padre Santo, la gente ripone nelle sue mani cibo e abiti, la cesta dei buoni frati si riempe con la frutta degli orti.
E lui cammina, cammina, indossa il suo umile saio e il suo cingolo francescano.

Cingolo Francescano

E la didascalia che accompagna questo oggetto racconta molto del carattere di Padre Santo, lui stesso si definiva l’Asino del Convento.

Cingolo Francescano (2)

I due confratelli trovano ospitalità, sorrisi e generosità ma certo questo cammino non è esente da difficoltà eppure Fra Francesco Maria affronta ogni ostacolo con umile fiducia.
E ancora, altre vie più impervie attendono il coraggioso frate, c’è bisogno di lui nel quartiere del Molo, in una zona all’epoca teatro di profondo disagio sociale.

Vico Malatti

Vico Malatti – Quartiere del Molo

Fra Francesco Maria, tra la gente dei caruggi, tra gli ultimi e i diseredati, le sue parole sono balsamo per l’anima.
Ascolta, prega, prende su di sé il peso di un’umanità sofferente, lo sorregge la forza della sua fede.
E non c’è luogo che non gli sia accessibile, Fra Francesco riesce persino a superare le barriere del Porto Franco e familiarizza con i camalli del porto, anche loro saranno generosi con lui.
E lui, il frate degli ultimi, sa come rapportarsi con chiunque, qua sotto vedete una tabacchiera che Padre Santo donò a un benefattore, all’epoca offrire tabacco era considerato segno d’amicizia.
Il fazzoletto che vedete al centro dell’immagine è invece uno dei “mandilli da gruppu”, lo usavano i frati per raccogliere i loro pochi averi quando cambiavano convento.

Oggetti di Padre Santo

E’ dura la vita del fraticello, Fra Francesco Maria non si risparmia nulla, dorme su un rigido legno, per cuscino usa un ceppo, si infligge persino punizioni corporali, la vita di certi santi è fatta anche di questo, si sceglie la sofferenza come testimonianza di fede.
Ed è semplice e povera la sua cella,  è stata fedelmente ricostruita, la porta è quella originale, c’è il suo lume, la sua clessidra, ci sono  i suoi abiti.

Cella di Padre Santo

Nelle teche del Museo troverete anche i suoi oggetti sacri, libri e rosari, testi di preghiere e documenti, stoviglie e piatti.
E ci sono le posate di Padre Santo.

Oggetti di Padre Santo (2)

E i suoi occhiali, gli spegetti, rigorosamente in genovese.

Oggetti di Padre Santo (3)

E’ amato da tutti Fra Francesco Maria, un viaggiatore straniero annota in un suo testo un ricordo di lui e scrive di essersi trovato in un tramestio di folla in Via del Campo, è la gente dei vicoli che al passaggio del frate accorre a baciare le sue mani e a venerarlo.

Via del CampoVia del Campo

 Lui che si prende cura dei bisognosi, lui che ha sempre un sorriso per tutti, lui che dona ai poveri il necessario per sostentarsi, lui che presta le sue amorevoli cure ai bambini malati.
Lui che è già noto come Padre Santo, lui diverrà anche “capo sportella“, responsabile di tutti i Cappuccini addetti alla questua.

Padre Santo (2)

Lui che benedice i naviganti e gli emigranti, ha sempre una parola per coloro che lasciano la propria terra in cerca di miglior fortuna, Fra Francesco Maria è Patrono della gente dei porti e del mare.

Emigranti

Emigranti in attesa dell’Imbarco – 1905
Cartolina appartenente alla collezione di Stefano Finauri

E a Genova, sulla Piazzetta delle Grazie al Molo, in quel quartiere per il quale egli si spese senza riserve, trovate una statua di lui.

Padre Santo

Lui che conforta i malati, lui, indomito e instancabile frate cercatore, portatore di gioia e di consolazione.
Lui che è particolarmente devoto a Maria, la Madre di Gesù.
Lui che si rivolge alla Vergine e fiducioso dice a coloro che hanno bisogno del soccorso celeste: andate dalla Madonna e ditele che vi mando io.
La frase è divenuta verso di una delle preghiere che si elevano al Santo di Camporosso.

Chiesa della Santissima Concezione (2)

Chiesa della Santissima Concezione

Di Fra Francesco Maria da Camporosso le cronache tramandano storie di illuminanti premonizioni, la sua vicenda umana è segnata da grazie e miracoli, nella Chiesa della Santissima Concezione troverete anche diversi ex voto dei fedeli a testimoniarlo.

Ex Voto

Fra Francesco Maria è il sostegno della gente dei caruggi e il suo eroismo lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni, quando nel 1866 la città cade preda di una tremenda epidemia di colera.
E il frate è in prima fila a sostenere i malati e i sofferenti, si aggira per i vicoli e porta ad ognuno conforto e preghiera.
Lui stesso contrae il morbo letale che lo condurrà alla fine dei suoi giorni, ha anche la precisa premonizione della data della sua dipartita.
Fra Francesco Maria da Camporosso lascia le traversie di questo mondo il 17 Settembre 1866, oggi cade l’anniversario della sua morte.
Il suo corpo è esposto e conservato nella bella Chiesa dei Cappuccini, la sua Chiesa.

Padre Santo (7)

L’umile fraticello fu fatto santo da Papa Giovanni XXIII nel 1962 e oggi, 17 Settembre, è il giorno a lui dedicato, è la Festività di Fra Francesco Maria da Camporosso.
Nella sua chiesa i frati hanno riposto mazzi di fiori sull’altare, oggi è il giorno di Padre Santo.

Chiesa della Santissima Concezione (3)

Ardono i lumini davanti alle sue spoglie.

Lumino

 L’umile frate cercatore, è lui ad accogliervi quando salite le scale che precedono la chiesa dei Cappuccini, ha un sorriso benevolo,  è raccolto in preghiera, tra le mani stringe un Crocifisso.

Padre Santo (5)

Ai piedi della  statua è posta una lapide in ricordo di lui, poverello di Cristo più beato nel dare che nel ricevere.

Padre Santo (6)

I leoni della Superba

Guardatevi intorno, quando camminate per la città.
Qui, a Zena, nelle strade ampie e regali così come in certi caruggi ombrosi, incontrerete i leoni.
Sono i leoni della Superba, alcuni vengono davvero da molto lontano, nel tempo e nello spazio.
Alcuni risalgono a periodi più recenti, altri ancora dominano sui portali di certi palazzi.
Sono due leoni a reggere lo stemma della famiglia Brignole sulla facciata di Palazzo Rosso.

Palazzo Rosso

Ed è ancora una coppia di fieri felini a troneggiare sul portone dei Magazzini dell’Abbondanza in Via del Molo.

Magazzini dell'Abbondanza

E lì di fronte si trova uno dei leoni più celebri della Superba.
Viene da altre terre, da un altro secolo.
Ed è lì, sul muro della Chiesa di San Marco.
Giunse a Genova nel lontano 1379, anno nel quale i genovesi sconfissero a Pola i loro acerrimi nemici di sempre, i veneziani, sottraendo loro il simbolo della loro città.
Il leone di San Marco, la testimonianza del proprio trionfo.

Il leone di San Marco

Quando osservo simili opere, non posso evitare di pensare quei giorni.
Ve li immaginate coloro che si misero all’opera per sottrarre il leone e portarlo via?
Sentite le voci concitate, le urla di gioia?
Insomma, dev’essere stato un momento di gloria!
Andiamo ancora più indietro, alla metà del 1200.
E ancora più lontano, nella città di Costantinopoli.
Proviene da laggiù la testa leonina sottratta al palazzo Pantocratore, sempre ai soliti veneziani.
Si trova nella Loggia di Palazzo San Giorgio, sopra la porta.

Palazzo San Giorgio

E all’esterno, ai due estremi del muro che si affaccia su Via Frate Oliverio ovvero sui portici di Sottoripa, su Palazzo San Giorgio c’è ancora qualcosa che merita la vostra attenzione.

Palazzo San Giorgio (3)

Altre due teste leonine provenienti anch’esse da Costantinopoli.

Palazzo San Giorgio (2)

Sono situate in alto e non sono di grandi dimensioni, pertanto potrebbe anche esservi capitato di non averle mai notate.

Palazzo San Giorgio  (2)

Eppure i leoni sono lì e ruggiscono minacciosi.

Palazzo San Giorgio

A quanto pare, era una consuetudine portarsi a casa trofei sottratti ai nemici.
E un bel leone ruggente se ne sta lassù, sul muro del Palazzo di Marc’Antonio Giustiniani.
Questo leone maestoso proviene da Trieste ed è il bottino di guerra dei genovesi a seguito della battaglia di Chioggia, che avvenne nel 1380.

Palazzo Giustiniani

Vedete? Questi sono i leoni della Superba.
E poi a volte capita di trovarsi nei caruggi, si posa lo sguardo su un portone e cosa si vede?
Beh, ognuno ha diritto al proprio felino, in fondo!
Mi sembra anche giusto!

Via dei Giustiniani
Leoni che vengono da terre lontane e da antiche rivalità.
E leoni più giovani, cari a tutti i genovesi.
Questi risalgono all’Ottocento e sono stati scolpiti da Carlo Rubatto.
Se ne stanno assisi davanti alla Cattedrale di San Lorenzo.

San Lorenzo  (2)

San Lorenzo  (3)

E a me personalmente sembrano abbastanza miti, magari un po’ burberi, ve lo concedo, ma hanno lo sguardo buono e dolce, ispirano tenerezza più che timore.

San Lorenzo  (4)

Sono i leoni di Genova, i leoni della Superba.

San Lorenzo

Le Mura della Malapaga, le pietre del passato

Se fossimo nel Regno Unito, in questa strada, lungo queste mura, non vedreste macchine posteggiate.

Vi accoglierebbe un attore, vestito di tutto punto con abiti di un tempo lontano.
E’ una guardia, che severo cipiglio nel suo sguardo!
E vi accompagnerebbe lungo il camminamento di ronda delle antiche mura di Genova, le Mura della Malapaga.

E vi narrerebbe che questo nome deriva da una prigione, denominata appunto Malapaga e costruita nel 1269, all’interno della quale venivano rinchiusi i cattivi pagatori, gli insolventi dei propri debiti.
Restò in funzione fino al 1850; il piano terra, privo di qualunque finestra, era riservato alla plebe, mentre i nobili venivano collocati nel piano superiore.

E poi, se fossimo in un’altra nazione, vi farebbero camminare lungo questo percorso e vi farebbero salire su da queste scalette e vi direbbero di guardare oltre il muro e di immaginare che al di là di esso non ci siano i cantieri e le gru.

E qualcuno vi parlerebbe con tanta foga e con parole così piene di passione, da farvelo vedere, il mare, con le sue onde altissime e potenti.
E potreste anche spaventarvi ad udire certi racconti.
E la vostra guida vi narrerebbe di quel giorno, quel lontano 21 gennaio del 1531, nel quale una tempesta furiosa e potente entrò nelle calate del porto, invase la città fino alla Marina di Sarzano, pervadendo ogni caruggio con tale violenza da abbattere persino le mura.

E poi sapete, sentireste rumor di ferraglia, un rumore sinistro che proviene da quella prigione: certo, se fossimo nel Regno Unito, l’ avrebbero ricostruita in tutto somigliante all’originale!
E accanto a voi passerebbero degli uomini di Chiesa, sono i Disciplinanti della Confraternita della Morte e sono passati attraverso quei caruggi che molti di voi percorrono ogni giorno, vengono dalla chiesa di San Donato, sono poveramente vestiti e recano panni, abiti e coperte per i carcerati della Malapaga.
Ed essendo uomini di fede, portano anche libri morali e dal contenuto religioso che possano illuminare le menti di coloro che hanno peccato.
E poi le guardie! Certo vi mostrerebbero gli anelli che ancora sono piantati nel muro.

E vedreste una folla di dolenti, laggiù, dove un tempo era la prigione.

E poi vi farebbero entrare in quelle buie segrete e vi mostrerebbero un uomo, rinchiuso in una gabbia di legno.
E’ un acerrimo nemico di Genova e il suo nome è Giorgio del Carretto, Marchese di Finale.
Nel 1341 cercò di assediare la città di Albenga, ma il suo tentativo venne arginato dal Doge Simon Boccanegra.
Eh, gente dura i Genovesi!
Pensate, intervenne persino il Papa per far liberare il Marchese!
Certo, nessuno fa niente per niente e andò a finire che in cambio della libertà, Giorgio del Carretto dovette cedere alla Superba Cervo, Finale e Varigotti.
E in una cella vi mostrerebbero altri reclusi, pisani e veneziani, rinchiusi qui dopo le gloriose battaglie della Meloria e di Curzola che videro i genovesi vittoriosi.
Se fossimo in un’altra nazione, guardereste queste mura con altri occhi, conoscereste la loro esistenza e la storia che è stata vissuta qui, su queste pietre intrise di salsedine.

E vi inviterebbero a voltarvi, verso i caruggi che sboccano proprio di fronte alle Mura della Malapaga.
E su dai vicoli vedreste un’orda di popolo con gli occhi infuocati e ardenti, sentireste le grida, le urla, li vedreste correre dentro la prigione, aggredire il carceriere e liberare tutti i prigionieri, perché si uniscano a tutto il popolo di Genova, in quei giorni del 1746, per liberare la città dagli Austriaci.

E poi trovereste una sala, certamente ci sarebbero dei pannelli e su di essi sarebbero riportate immagini tratte da un celebre film del 1949, opera del regista René Clément, dal titolo Le Mura di Malapaga.
In quel film in bianco e nero si vede una Genova insolita, e sono sicura che trovereste le foto di Via Madre di Dio e dei caruggi circostanti, che da tanto tempo sono andati perduti.
E’ un film prezioso, che testimonia in maniera unica le vestigia del nostro passato.
E su quei pannelli vedreste il volto del protagonista, un indimenticabile Jean Gabin.
E nelle fotografie vedreste il grande attore francese camminare per questi caruggi, lungo i nostri moli, a ridosso delle Mura, le Mura di Malapaga.
Le Mura di Malapaga si trovano dietro la chiesa di San Marco, al Porto Antico.
Ed è lì che vanno i turisti, tutti.
Vanno all’Acquario, tutti.
E ogni volta che qualcuno scrive su questo blog la solita frase: sono stato a Genova per vedere l’Acquario, mi viene una rabbia che non potete immaginare!
Perché quella è un’attrazione turistica, certo, ma Genova è altro, molto altro.
Perché questa è la città delle occasioni perdute, dei mille tesori che altri saprebbero sfruttare e mettere in evidenza, di questo sono più che certa.
Cartina alla mano, c’è molto da scoprire e da vedere, ci sono luoghi capaci di donare emozioni forti e potenti, di impressionare e di coinvolgere su piani differenti adulti e bambini.
Ma qualcuno deve raccontarli questi posti, renderli fruibili e fornire tutte le indicazioni perché chiunque possa trovarli, deve renderli reali ed ammantarli del fascino che già possiedono, occorre solo la volontà di svelare quella grandezza e di mostrarla al mondo.
Quel mondo che passa in queste strade, genovesi e foresti, cittadini e turisti, che percorrono vie antichissime e camminano accanto a chiese millenarie, tra case vetuste protese verso il cielo, lo stesso cielo che vide crociati e santi, dogi e malfattori, bottai e stoppieri, donne di malaffare e di fede, vivere, combattere, sperare e morire tra le mura di una città gloriosa.

Via del Molo, storie di gente di mare e di condannati a morte

A levante dell’Expo, a pochi passi dall’Acquario che tanto attira i turisti, si trovano Via del Molo e le sue adiacenze, una zona antichissima e ricca di vestigia del nostro passato.
Le prime notizie giunte fino a noi riguardano un prodigio che lì avvenne nel lontano 935, una sorta di miracolo che annunciò  una grave sciagura che presto si sarebbe abbattuta sulla città.
Ne narra Jacopo da Varagine e si ritrova nel testo “Annali della Repubblica di Genova di Monsignor Giustiniani”, risalente al 1854. Lì, tra queste pagine, si legge:

“E’ vicino al molo del porto una piccola strada che giù si nominava Fontanella ed oggidì si chiama Bordigotto; nella quale strada era una fontana, la quale con grandissima meraviglia di tutto il popolo per un continuo ed intiero giorno sparse e gettò sangue vermiglio come il sangue umano.”

Racconta poi, come l’anno successivo, Genova fu assalita dalla potentissima armata dei Saraceni, i quali depredarono, distrussero e misero a fuoco l’intera città, versando per le sue strade copioso il sangue dei suoi cittadini e riducendo in prigionia quelli rimasti vivi.
Quante storie, qui in Via del Molo.

Qui, già nel 1507, si compivano le esecuzioni capitali, per mezzo di uno strumento molto simile alla ghigliottina, che tornò in funzione al Molo nel 1806, quando la Liguria era ormai stata annessa all’Impero di Napoleone.
Ma già nel 1500, appunto, qui molte persone trovarono la morte, e per giustiziarli si ricorreva all’impiccaggione o al taglio della testa per mezzo di una scure.
Osservate l’immagine: il secondo edificio che vedete a destra, dopo la cancellata, anche se non lo sembra, è una chiesa, dedicata a San Marco, il patrono di Venezia.
E’una chiesa antichissima che risale al 1173.

 Attualmente è inglobata nel tessuto urbano, tra i palazzi.
Percorrendo Via del Molo troverete un semplice ingresso, senza alcuna facciata: il portale, non più esistente, anticamente si trovava dal lato opposto.
Sul muro laterale imponente spicca un bassorilievo del Leone di San Marco, che risale al 1379, al tempo delle guerre tra le Repubbliche Marinare. In quell’anno, a Pola, i Genovesi inflissero ai Veneziani una pesante sconfitta e come bottino di guerra si portarono via il leone, che era il simbolo della grandezza della città lagunare.
Ed il Leone di San Marco è ancora qui, sulle mura della chiesa dedicata a questo Santo.

Accanto al Leone si trova un’altra suggestiva lapide, riportante  iscrizioni relative al dragaggio dei fondali del porto, avvenuto nel 1513 su disposizione dei Padri del Comune.

Ma se entriamo nella chiesa, sarà come mettere un passo in secoli lontani.

Troverete quadri di pittori di grande pregio, come Domenico Fiasella e Orazio De Ferrari e questa splendida statua lignea dell’Assunta, opera di Antonio Maragliano, risalente al 1736.

E poi troverete le tracce della vita di ogni giorno di persone che non esistono più, come Nicola Pinto, la cui vicenda viene narrata sulla lapide che richiude la sua sepoltura.

A Nicola Pinto, portoghese, giovane di ottimi costumi che,
preparato alla scuola di belle arti,
mentre si affrettava verso Roma per raggiungere l’affezionatissimo fratello,
assalito qui da immatura morte,
perì a 22 anni nell’anno 1591 della salvezza umana.

Quanto è crudele il destino, a volte.
E quanto doveva essere amaro, l’ultimo viaggio dei condannati a morte che percorrevano Via del Molo, al cui termine li attendeva la forca.
Prima di lasciare questo mondo, i condannati ricevevano l’ultima benedizione qui, nella chiesa di San Marco e al suo interno si trova ancora una lapide che ricorda cosa veniva  fatto  in loro memoria.

Il rettore di San Marco è tenuto in perpetuo
a celebrare messa
ogni sabato e il 2 novembre di ogni anno,
in canto all’altare del SS. Crocefisso,
per i morti di pubblico supplizio qui sepolti,
come scritto nel decreto registrato
del Signor Giovanni Battista
Aronio il 29 Aprile 1654

Ancora molto altro troverete in San Marco, vi si conservano in due teche identiche le reliquie di due martiri cristiane, Santa Tortora e Santa Donata, traslate qui dalla Sardegna nel 1631.

Molte altre sono le lapidi all’interno di questa chiesa, accanto ad ognuna  è posta un’accurata traduzione del testo e la sua spiegazione, che si deve, come mi ha riferito il parroco, ad una studiosa della quale ignoro il nome ma che voglio qui ringraziare per il minuzioso lavoro di ricerca, utilissimo per comprendere appieno la storia e le vicende di San Marco.
Tra tutte, una ricorda la costruzione di un altare, dedicato ai santi Nazario e Celso,  edificato ad opera della corporazione degli stoppieri, nel 1734.

Lapide della corporazione degli Stoppieri - Copia

A gloria di Dio, all’esaltazione della Santa Croce, alla S.ma Vergine madre di Dio,
ai santi Nazario e Celso martiri,
questo altare creato dall’opera marmorea di Francesco Maria Schiaffino,
la corporazione degli stoppieri di pece a proprie spese dedicava
nell’anno 1735 come risulta dagli atti intercorsi con questa chiesa parrocchiale
e rogati dal notaio Giuseppe Onorato Boasi nei giorni 20 e 30 maggio 1734.

Gli stoppieri erano commercianti di stoppa e canapa, un lavoro  connesso alle arti marinare che al Molo regnavano sovrane.
Qui erano le botteghe dei mastri d’ascia e dei cordai, e  testimoniano gli antichi mestieri di una volta  i nomi stessi dei vicoli: Vico Bottai, Vico delle Vele e Vico Ferrari, dove avevano dimora gli artigiani del ferro.
Era su queste attività che si basava la vita degli abitanti del Molo e Genova, per mantenere in buona efficienza il suo porto, stabilì, fin dal 1134, delle gabelle che doveva pagare ogni nave che intendeva approdare sui suoi moli.
A strenua difesa del porto, nel 1553 venne costruita Porta Siberia, che deriva il suo nome da cibaria, in quanto vi erano in quella zona i depositi del grano, ovvero i Magazzini dell’Abbondanza, ai quali presiedeva un Magistrato, addetto al controllo dei prezzi e al buon andamento del commercio.
E qui erano anche i Magazzini del Sale, ai quali era preposto un altro Magistrato.
Dalla porta si ergevano le Mura, l’ultimo tratto, le Mura di Malapaga, prendeva il nome dal carcere che lì si trovava, dove ai tempi della Repubblica, venivano detenuti i cattivi pagatori, gli insolventi dei propri debiti.
Le strade che corrono parallele a Via del Molo sono suggestive ed antichissime. Guardate la prospettiva di vico Malatti: riuscite a immaginarla brulicante di vita, intravedete le donne affacciate alla finestra e i marinai, con le loro reti e loro vele, che rincasano con il loro ricco carico di pesci?


In questa immagine, sullo sfondo, potete intravedere il muro di Porta Siberia.

Questo, invece, è Vico Cimella.

Si descrive da sé la bellezza di questo vicolo, con i suoi archetti respingenti, che sono stati costruiti in tempi assai lontani.


Sono antiche e caratteristiche queste vie e molto ancora vi sarebbe da raccontare.
Da ultimo, allontanandoci di poco, voglio mostrarvi un edificio a proposito del quale fioriscono le leggende.
E’ situato in Piazza Cavour, ed è noto come la Casa del Boia ma viene anche detto casa di Agrippa, in quanto vi fu rinvenuta una lapide appunto dedicata a Marco Vipsanio Agrippa, comandante dell’imperatore romano Augusto.

Si dice che nel XI secolo fosse questo il luogo presso il quale il boia compiva le sue esecuzioni.
Forse è realtà o forse è leggenda, derivata dal fatto che, al Molo, realmente si compivano le esecuzioni.
Tuttavia, circostanza ancor più strana ed ammantata di mistero, nel palazzo di fronte, ad angolo tra Via del Molo e Piazza Cavour, all’ultimo piano, in prossimità di un terrazzino, nel muro,  c’è una scultura, che potrete vedere soltanto salendo i gradini di Piazza Cavour e puntando lo sguardo oltre la Sopraelevata.

E’ una testa, proprio di fronte alla casa del Boia.
Svariate e differenti sono le interpretazioni in merito a questa inquietante scultura e io davvero non saprei dirvi quale sia veritiera, mi limito a riportarvele, così come le conosco.
Il Miscosi, noto studioso delle storie di Genova, sostiene si tratti della testa di Giano, altri raccontano che schizzavano fin lassù le teste mozzate dalla scure, altri ancora sostengono che proprio lì sia murata la testa del temibile boia. Non so proprio quale sia la verità ma, in ogni caso, la scultura ha un aspetto decisamente sinistro.
Termina qui la scoperta di questo angolo della mia Genova.
Quando verrete, dopo aver atteso pazienti il vostro turno in coda per entrare all’Acquario e dopo essere saliti sul Bigo, per ammirare la città dall’alto, lasciatevi alle spalle le attrazioni dell’età moderna e concedetevi una passeggiata tra questi vicoli, venite sotto gli archetti di Vico Cimella e tra le mura della chiesa di San Marco, venite tra le antiche case dei bottai, dei costruttori di vele e di coloro che per mestiere solcavano i mari.