La protesta delle besagnine

Non sono riportati i loro nomi, il solerte cronista che scrisse le notizie su di loro si astenne da precisare troppi dettagli ma noi non faticheremo certo ad immaginarle.
E andiamo a quei giorni, siamo agli inizi di ottobre del 1921 e sul quotidiano Il Lavoro vengono pubblicati alcuni brevi articoli sulla protesta delle besagnine, così si chiamavano a Genova le fruttivendole, il loro nome deriva dal Bisagno dove certi antichi contadini avevano i loro orti.
E allora figuratevi questo piccolo esercito di volonterose e battagliere lavoratrici, parliamo di gente che si spacca la schiena per mettere il pane sulla tavola.
Ah, quelli del Comune le dovranno stare a sentire, non si possono ignorare le necessità di madri di famiglia, in molti casi sono vedove di guerra con molti figli da crescere e da sfamare.
Ed eccole le besagnine di Prè, da anni ognuna di loro occupava un posto fisso tramandato di madre in figlia, in certe famiglie lo si conservava da 50 anni o persino da 100 anni.

E dunque, costoro lavoravano in certi punti precisi di determinate vie, ad esempio proprio in Via Prè, in Via Lomellini e in Piazzetta San Filippo.
Chiaramente si sono unite alla protesta anche le venditrici ambulanti, quelle che arrivano con le ceste oppure con il somarello.
Tutte unite, tutte compatte a reclamare ad alta voce e a chiedere considerazione.

E insomma, la faccenda è seria.
Dovete sapere che in quel periodo si aprono al pubblico due mercati, quello di Piazza Statuto e quello del Carmine.
Di conseguenza, per ragioni di igiene e viabilità, in molte strade e portici della Superba viene vietata la vendita ambulante, ad esempio alla Nunziata, in Corso Carbonara, in Spianata Castelletto e in Via Garibaldi, in Fossatello e in Piazza della Meridiana.

E tuttavia le nostre besagnine giustamente mugugnano perché pure loro hanno diritto di tirare a campare senza difficoltà.
E in primo luogo dicono che a loro dovrebbe essere accordata una sorta prelazione sul posto al mercato e a quanto pare non è stato così.
Inoltre protestano perché sono state relegate davanti alla Commenda e quello, a quanto dicono, non è un buon posto per gli affari e per di più le povere donne se ne devono stare sotto il sole e tra l’altro in questo modo la verdura si guasta, è una brutta faccenda questa!
Comunque, io non so come sia andata a finire, il quotidiano Il Lavoro si fece portavoce di queste donne e voglio sperare che sia stata trovata una soluzione adatta alle esigenze di tutti.
Quando passate nei caruggi, magari dalle parti di Prè, ricordatevi che prima di voi qui passarono certe fiere lavoratrici.
Ci andavano con un somaro e con le ceste cariche di verdura e questo accadeva meno di cento anni fa.

 

 

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Torta Mazzini, il dolce che piaceva a Pippo

La città dei patrioti, la città di Giuseppe Mazzini.
In Via Lomellini, la sua casa natale ospita il Museo del Risorgimento.
Qui visse la sua famiglia, prima di trasferirsi a poca distanza, in Salita dei Pubblici Forni.

Casa di Mazzini 3

Casa Natale di Giuseppe Mazzini – Museo del Risorgimento

Qui, in queste strade, giungevano le missive dell’esule, lettere dai contenuti sia politici che personali, che ci restituiscono un ritratto a tutto tondo di Mazzini, lettere che per lui erano il filo sottile che lo legava alla sua patria e alla sua famiglia.
Era il mese di dicembre del 1835 e Pippo, così come lo chiamavano in casa, inviò alla madre Maria Drago una lettera con la quale la pregava di esaudire un suo desiderio.
In Svizzera aveva assaggiato un dolce che gli era piaciuto in maniera particolare e così ne scriveva :

Eccovi la ricetta di quel dolce che vorrei faceste, e provaste, perché a me piace assai. Traduco alla meglio perché di cose di cucina non m’intendo, ciò che mi dice una delle ragazze in cattivo francese: pelate, e pestate fine fine tre once di mandorle, tre once di zucchero, fregato prima ad un limone, pestato finissimo.
Prendete il succo del limone, poi due gialli d’uovo, mescolate tutto questo, e movete, sbattete il tutto per alcuni minuti, poi, sbattete i due bianchi d’uovo quanto potete – en neige, dice essa, come la neve – cacciate anche questi nel gran miscuglio, tornate a movere.
Ungete una tourtière, cioè un testo da torte, con butirro fresco, coprite il fondo della tourtière con pasta sfogliata, ponete il miscuglio sul testo, su questo strato di pasta sfogliata spargete sopra lo zucchero fino, e fate cuocere il tutto al forno.   Avete inteso? Dio lo sa.

E voi, avete inteso?
Signori, questa è la ricetta di una torta veramente sublime, potrete replicarla seguendo le indicazioni scritte da Giuseppe Mazzini, tenendo a mente che un’oncia equivale a circa 30 g e infornando il vostro dolce a 180° C.
Eh, gli epistolari riservano sempre gradite sorprese!
Ma ve l’immaginate voi il patriota munito di carta e matita che prende appunti mentre la ragazza che parla in cattivo francese elenca gli ingredienti uno ad uno?

Giuseppe Mazzini 2
La torta svizzera, la torta Mazzini.
A poca distanza dal Museo del Risorgimento, in Via di Fossatello, si trova una pasticceria ormai nota a tutti i miei lettori abituali, uno dei luoghi d’eccellenza del nostro centro storico e della città, la Pasticceria Liquoreria Marescotti di Cavo.

Cavo (2)

I proprietari sono giovani imprenditori lungimiranti, Marescotti vanta una così lunga tradizione da essere inserito nell’elenco dei Locali Storici d’Italia.
E giunse l’anniversario dell’Unità d’Italia, particolarmente sentito in questa città che ha dato i natali non solo a Mazzini ma anche a Mameli, ai fratelli Ruffini, a Francesco Bartolomeo Savi, la città che ospitò Pisacane e dalla quale partì Garibaldi con i suoi Mille.
E qui, alla Pasticceria Marescotti, per celebrare l’anniversario, è stata riproposta la torta svizzera secondo l’antica ricetta diligentemente trasmessa dal patriota genovese.

Torta Mazzini

E così se volete gustarla basta che veniate qui, da Marescotti.
E potrete portarvi a casa la torta, è confezionata con un nastrino tricolore, poteva essere altrimenti?

Torta Mazzini (2)

Ed è una torta veramente buona, aveva ragione Pippo!
Alla Marescotti propongono di abbinarla al vermut Carpano Antica Formula, ma è ottima anche insieme a una fumante tazza di tè.
Vi daranno anche questo cartoncino, dedicato alla celebre torta.

Torta Mazzini (7)

Pasta sfoglia, mandorle, uova, succo di limone,  zucchero e burro.
Un dolce semplice e casalingo, una torta soffice e deliziosa.

Torta Mazzini (4)

Una spolverata di zucchero a velo, non occorre altro.

Torta Mazzini (6)

Se non siete di Zena, magari potete provare a cimentarvi con la ricetta, è giunta fino a noi grazie a uno dei padri della patria, sono certa che lui sarebbe contento di sapere che ancora si assapora la sua torta preferita!
Un giorno verrete a Genova e come me vorrete perdervi nel labirinto dei suoi vicoli.
Seguite il mio consiglio, tra una piazzetta e un caruggio, fermatevi da Marescotti a fare merenda, oltre a molti altri dolci e specialità, troverete la torta Mazzini.
Una bella pasticceria, nel cuore di Genova, la Genova dei patrioti e delle camicie rosse, la Genova dei carbonari e dei rivoluzionari.
Uno di loro nacque in Via Lomellini, ma lasciò la sua patria per seguire il suo destino di esule.
E dalla Svizzera scrisse a sua madre:

Eccovi la ricetta di quel dolce che vorrei faceste, e provaste, perché a me piace assai.

Torta Mazzini (5)

ViadelCampo29rosso, la casa dei cantautori genovesi

Ieri è stata una bella giornata per Genova.
Genova e la sua musica, Genova e i suoi cantautori.
Appartiene a questa città una tradizione della canzone d’autore che annovera nomi a tutti noti, amati da molti di noi, a Genova e in tutta l’Italia.
Le loro voci e le loro note sono anche le nostre, hanno cantato la nostra vita, i nostri disincanti, i nostri amori, le nostre lotte quotidiane.
Fabrizio De André, Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Luigi Tenco, Vittorio de Scalzi con i suoi New Trolls.
Là, in Via del Campo, nei caruggi tanto cari a De André, come vi avevo preannunciato in questo post, ha riaperto quello che un tempo fu lo storico negozio di Gianni Tassio.
ViadelCampo29rosso, la casa dei cantautori genovesi.

In questo emporio troverete CD, spartiti, libri e vinili.
In Via del Campo, nel cuore della città vecchia.
Verranno anche proposti dei percorsi, alla scoperta del centro storico.
Via del Campo 29rosso, uno spazio restituito alla città e ai tanti estimatori della musica d’autore, si ripropone di valorizzare e salvaguardare quell’eredità grande che ha lasciato Fabrizio ai genovesi e a chi ancora viene a cercare la voce di lui in questi caruggi.
C’è una finestra che si affaccia sui vicoli, sui vetri scorrono i volti di coloro ai quali è dedicato questo luogo, coloro che vi hanno fatto tante volte sognare, immaginare, vivere vite diverse dalla vostra.

E davvero li sentiamo vicini i nostri cantautori, sono parte di noi, delle nostre giornate.
Quando Ivano Fossati ha dato l’addio alle scene, una folla commossa è andata a salutarlo al Teatro Carlo Felice.

Mi sono innamorato di te, perché non avevo niente da fare, il giorno volevo qualcuno da incontrare, la notte volevo qualcuno da sognare.
La struggente malinconia di Luigi Tenco è anche nostra, profondamente nostra.

E siamo sempre noi, ad emozionarci ogni volta che nella nostra mente risuona la voce di Gino Paoli, che canta di una stanza senza più pareti, di un’armonica che suona, di un soffitto viola.


E’ la nostra musica, la musica di ognuno di noi.
E a testimoniarlo, ieri, i tanti che hanno invaso i nostri caruggi.
Sapete, non si riusciva a camminare, Piazza del Campo era gremita di folla, giovani e meno giovani, tutti in coda, in attesa di entrare nel tempio della musica.
E nelle piazzette, nei caruggi del ghetto che sono alle spalle di Via del Campo la medesima ressa.
Eh, starsene pigiati nei vicoli, che storia!
Non si riusciva ad andare né avanti né indietro, e questo è stato bellissimo.
E io immaginavo che avrei trovato tante persone, ma quante erano, davvero tante!
E questo fa ben sperare, spero di vederle ancora, spero di vedere mamme con i loro bambini, signore anziane con la borsetta sotto braccio, foresti e genovesi, tutti insieme, nei caruggi di De André.
La vita che pulsa, che regala altra vita, altra luce.
Verrete qui e sarete parte anche voi di tutto questo, a Genova.
Nel mio girovagare tra i caruggi, ieri, non mi sono fatta mancare una sosta da Marescotti, mi sono affezionata a questo posto, ai  sorrisi che sempre mi sono regalati quando entro in questo bel locale.

E sapete, stamattina ho trovato un saluto da parte di Linda, la proprietaria di Marescotti.
Il testo è questo: grazie twitteri di Fossatello, giornata speciale.
Sì, Linda, una giornata da ricordare.
E non sapete quanto io sia felice e fiera che ci sia anche il mio nome tra i twitteri di Fossatello!
Se verrete qui, scoprirete Genova, una città che ha tanto da svelarvi di sé, nel dedalo dei nostri caruggi.
Se verrete qui, sappiate che in Via del Campo vi accoglierà la voce di Fabrizio.

Un farmacista, un deputato e una Contessa

In Via Fossatello c’è una farmacia, grande, spaziosa e moderna.
E’ la farmacia Mojon ed è un luogo che ha una storia, una storia antica che merita di essere ricordata.
La famiglia Mojon proveniva dalla Spagna e annovera tra i suo componenti stimati scienziati.
Benedetto fu anatomista e fisiologo, Giuseppe era chimico, Antonio fu farmacista.
Il figlio di Antonio, Giuseppe, detto Pippo, ereditò la farmacia.
Il nome di Pippo Mojon ricorre spesso in un testo molto importante, il Diario Politico, edito da Giuffré,  di Giorgio Asproni,  deputato repubblicano che scrisse questa monumentale opera che narra, anno per anno, eventi e fatti dell’Italia del suo tempo, dal 1855 al 1876.
Asproni viaggiò molto, visse in diverse città d’Italia.
Fu a Torino, a Firenze, a Napoli. E a Genova, dove aveva casa in Castelletto.
E spesso scendeva giù, nei caruggi, andava a trovare il suo amico Pippo Mojon, che era sempre informatissimo sui movimenti di Mazzini e su molto altro, sovente, nel Diario Politico, il solerte farmacista riferisce ad Asproni notizie di varia natura.
Ad esempio, nel 1857, lo storico sardo narra della spedizione di Napoli, nella quale erano coinvolti Mazzini e Pisacane, annotando che Pippo Mojon avrebbe dovuto essere della partita.
I congiurati avevano da parte un arsenale, era stato persino minato il ponte del Frugarolo, per impedire l’accesso dal Piemonte alla Liguria.
Come si sa, quella spedizione fu un fallimento, Pisacane sbarcò a Sapri, e la sua impresa finì nel sangue.
Pippo Mojon, invece, rimase con Mazzini, si legge nel testo che tra la fine di giugno e gli inizi di luglio i due furono insieme in quel di Gavi.
E’ difficile ricostruire la biografia di Pippo Mojon attraverso i diari di Asproni, si tratta di 7 volumi, ognuno di essi è molto voluminoso, e si tratta di un diario, scritto a titolo personale e non inteso per essere divulgato in pubblico.
E’ una memoria, la memoria di una vita e della storia del tempo e come tale offre spunti personali ma anche riflessioni più approfondite.
Certo, Asproni non era il solo a frequentare quella farmacia.
Lì si andava per leggere i giornali, per incontrare gli amici.
E allora andiamo, nel dicembre del 1858, alla farmacia Mojon, insieme a Giorgio Asproni.
Ecco, il nostro amico si siede a un tavolino e scrive una lettera, indirizzata al deputato Valerio, nel quale riferisce di un suo recente incontro con Garibaldi.
E poi? Chi passa da quelle parti? Il deputato Sanna, i due se ne escono e vanno farsi una bella passeggiata, fino in Piazza Banchi, dove incontrano Depretis.
Eh, ma la passeggiata non è terminata!
Si sale su, per Via San Lorenzo, poi si passa per Via Carlo Felice, così si chiamava un tempo Via XXV Aprile, e si termina al Caffè della Concordia, dove Asproni si gode un capiller caldo mentre gli altri due prendono una bella costoletta.
Il deputato Sanna paga per tutti.

Palazzo Tursi, il loggiato, dove un tempo era il Caffè della Concordia

Ah, che bello, il mio giro per i caruggi combacia con quello del deputato Asproni!
Solo che io a Banchi non incontro mai nessuno!
Ecco, questo è il Diario Politico di Giorgio Asproni, c’è la storia ma anche la quotidianità ed è così che viene narrata la sua amicizia con Pippo Mojon, molte sono le visite a quella farmacia e molti gli aneddoti.
Pippo Mojon, poi viaggia molto, tra Genova e Torino, ad esempio, il suo impegno politico è costante ed attivo.
Oh, saranno anche stati uomini politici di alto livello, ma il gossip non mancava mai!
E questo Pippo Mojon, che a quanto pare sapeva tutto, ne racconta uno veramente gustoso.
Riguarda una nobildonna, la contessa Maria Martini, nota alle cronache perché, innamorata pazza di Garibaldi, pianterà il marito per andare al seguito dell’eroe dei due mondi.
Eh, cosa vuol dire aver ascendente sulle donne!
Questa contessa, a quanto pare, era un discreto peperino, e aveva avuto una relazione amorosa con il nostro Pippo e lei stessa aveva narrato al nostro quanto ora andrò a raccontarvi.
Era sposata, la nobildonna. Uh, che matrimonio! Il marito aveva per amante la balia, mentre lei era aveva una liason con il Conte di San Marzano.
Ah come lo amava, era il suo prediletto e ahimé morirà durante la guerra di Crimea!
Eh, la contessa era un bel tipino! Oltre a San Marzano, la Contessa frequentava l’Ambasciatore di Francia e quello d’Inghilterra, il conte Camillo Benso di Cavour e il suo stesso nipote.
Santo cielo, non avrà avuto un minuto libero!
E insomma, erano un po’ troppi! E cosa fece Maria Martini allora?
Diede appuntamento a tutti, circa alla stessa ora.
Ognuno di essi venne fatto accomodare in una stanza, al buio.
Maria si raccomandò con ciascuno: lei avrebbe battuto le mani e quello sarebbe stato il segnale di via libera.
E così fu: quattro porte di spalancarono sul salone, la contessa con un fiammifero accese una candela e gli astanti, stupefatti, rimasero con un palmo di naso.
La questione si risolse allegramente, tutti si fecero una grassa risata, il solo che non la prese affatto bene fu il Conte di Cavour, che prese a male parole il povero nipote.
Eh, la contessa, che donna!
In quella farmacia, in quegli anni, si raccontavano queste storie.
La storia non è fatta solo di date e di battaglie, è fatta anche di persone, di umane debolezze e di virtù.
Pippo Mojon e Maria Martini si scrissero lettere per molti anni.
Giorgio Asproni, a più riprese, tornerà nella farmacia del suo amico.
A scrivere lettere, a leggere i giornali, a raccogliere notizie e novità.
Nella farmacia Mojon, in Via di Fossatello.

Via Fossatello

Pasticceria Liquoreria Marescotti di Cavo, un passo dentro al sogno

Osservate questa immagine, ritrae luoghi molto amati dai genovesi, luoghi che fareste bene a visitare, quando sarete qui, a Zena.
Due strade che s’incrociano.
A sinistra Via del Campo, resa immortale e universalmente nota grazie a Fabrizio De André.
L’altra è Via Lomellini, patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, qui nacque  Giuseppe Mazzini, presso la sua casa si trova il Museo del Risorgimento.

Certo, verrete qui.
Alzerete gli occhi e vedrete questi palazzi, vestigia di un passato glorioso, come sempre si trova nei nostri caruggi, c’è più storia tra queste due strade che in un’intera metropoli.
E poi darete le spalle a Via del Campo, e il vostro sguardo cadrà in una diversa direzione, Via Fossatello.

Fossatello, un tempo si chiamava Flossello, in epoca romana era uno dei cinque porti della città.
Canali, scali di merci.
E allora viene da pensare, quante generazioni di genovesi hanno calcato queste strade?
Quanti sogni, quanti progetti?
Voglio narrarvene uno, un sogno realizzato, della nostra epoca.
I nostri sono tempi bui, è difficile rendere reale ciò che si vagheggia.
E capita a volte, è successo a me, che qualcuno ti racconti come ci sia riuscito e allora, sapete, ci si ritrova travolti da quell’energia vitale, dalla potenza che hanno certi sogni belli, quando prendono corpo, quando diventano la nostra realtà, la nostra vera quotidianità.
E no, non è facile per niente.
Quando qualcuno ti narra il suo sogno, poi maneggiarlo e raccontarlo a tua volta non è affatto semplice!
Ma il sogno è lì, luminoso e splendente.

La Pasticceria Liquoreria Marescotti di Cavo è stata inserita nell’elenco dei locali storici d’Italia.
E sapete, quando vi raccontano un sogno, vi narrano quanto esso parta da lontano.
E vi raccontano che un tempo, nel 1200, questa era una loggia.
Vi spiegano che tutto nacque secoli fa, quando era fiorente il commercio dello zucchero.
Nacque come confetteria e liquoreria, al piano superiore si trovava il laboratorio, nel ‘700 il locale divenne una cioccolateria.
Quando vi raccontano un sogno, vi narrano di due giovani, Beniamino Marescotti e Attilio Cavo, garzoni di pasticceria in quel di Novi Ligure, alla fine dell’Ottocento.
E poi sapete, il tempo passa, le strade si separano, ma certe strade sono destinate a ricongiungersi.
E vi narrano la storia di Irma Marescotti, che tenne il locale aperto fino al 1979.
Alla sua morte la saracinesca si abbassò.
Rimasero dentro, cristallizzati nel tempo, gli arredi, i tavoli, le bottiglie.
La polvere ha coperto tutto, ma tutto è rimasto vivo, in attesa del risveglio.
E sapete, quando vi raccontano un sogno, vi narrano, con gli occhi luccicanti di entusiasmo, di un giovane imprenditore e del suo rammarico per quella serranda chiusa.
Il suo nome è Alessandro Cavo, discende da Attilio, quel garzone di pasticceria che aveva, come lui, uno di quei sogni belli.
Alessandro ci ha messo anni, ma ci è riuscito, con la protervia che distingue i sogni belli, a realizzare il suo desiderio.
E sapete, quando vi raccontano un sogno, vi portano su per una scala,  tipica di un antico palazzo genovese, e vi spiegano quanto loro ci abbiano tenuto a conservarla.

Quando vi raccontano un sogno, vi spiegano come abbiano trasformato quello che un tempo era il laboratorio in questa bella sala accogliente, dagli arredi eleganti, dove i clienti possono disporre di una copertura WI-FI, perché il sogno è romantico e immenso, ma anche concreto e rivolto a rendere un servizio efficiente alla propria clientela.

E lo vedete da voi, quale fascino abbia questo posto.

 Quando vi raccontano un sogno, vi fanno accomodare a un tavolino, e vi raccontano, vi parlano per tanto, tanto tempo.
E vi spiegano, vi spiegano come l’apertura di quel locale, la realizzazione di quel sogno bello, abbia portato una luce in questi caruggi, tenendo lontana tutta quella gente che nella nostra Genova non ci deve essere.
Un centro storico vivo e accogliente, si viene qui per la pausa pranzo, vengono studenti, impiegati, mamme con i loro bambini e sì, da qualche parte, in un cassetto, ci sono dei giochi per i più piccini.
Da Cavo si può ordinare il pranzo collegandosi alla loro pagina Facebook, sono andata a sbirciare e quali delizie ho trovato!
Spaghetti al nero di seppia con vongole veraci fresche e carciofi, cous cous alle spezie con tacchino e verdura, cannelloni al gratin con salmone affumicato e zucchine.
Qui, in un palazzo così antico.

E sapete, quando vi raccontano un sogno aprono la finestra e vi fanno vedere che da qui si vede Via del Campo.

Quando vi raccontano un sogno, vi mostrano un’antica cassa.

E poi vi spiegano che quei numeri corrispondono alle aperture.

E poi, poi vi mostrano un’antica Madonnetta, in Fossatello, e spiegano che no, non era valorizzata abbastanza e allora loro hanno predisposto un faretto che la illumini, quando calano le tenebre.
Perché anche di questo è fatto un sogno, dell’amore per la propria città, e tu ascolti e pensi che se ognuno di noi adottasse una pietra, un muro, un portone, una Madonnetta, la città sarebbe un posto migliore per tutti.

Quando vi raccontano un sogno, cercano di farvi comprendere di cosa sia fatto quel sogno bello e di quale soddisfazione sia per loro aver reso uno spazio alla città, un luogo nel quale sentirsi accolti e a proprio agio.

Troverete un oggetto antico, che mai sarà? Serviva per fare le caramelle e allora immaginate dolci colate di zucchero che cadono in questi stampi.

Al piano inferiore la proprietaria accarezza con grazia e delicatezza il legno pregiato degli arredi, e in quel gesto si coglie attaccamento, dedizione, passione per il proprio lavoro. E poi vi racconta con quanto amore abbiano provveduto al loro restauro, per fare in modo che siano così splendenti come li vedete e vi narra di quel pavimento in marmo, realizzato su disegno di Peter Paul Rubens.

E lassù la Madonna del dito protegge il locale ed i suoi avventori.

In vetrina troverete marmellate, dolci, liquori e la loro specialità,  gli Amaretti di Voltaggio.

E poi ci sono dolcetti, tanto belli quanto buoni, preparati con ingredienti di prima qualità.

E il pandolce genovese, fasciato nella carta rossa.

I pasticcini da gustare insieme al caffé.

Ed altre confezioni di Amaretti di Voltaggio.
Tra i pacchetti si intravede Francesco e se è vero che i genovesi sono noti per essere scontrosi e mugugnoni, sappiate che non sempre è così. Siamo un po’ chiusi, fatichiamo ad aprirci, a volte, ma quando lo facciamo il nostro sorriso è sincero e cordiale.

Verrete qui e scoprirete che ogni angolo ha un fascino particolare.

E c’è una schiera infinita di bottiglie!

Chiunque visiti Genova e voglia vedere la vera Zena, viene in Via del Campo, a due passi da qui, a cercare Fabrizio De André.
C’è più storia in queste strade che in una metropoli, verrete qui, visiterete la casa di Mazzini e magari qualcuno vi racconterà di una torta, nota appunto come torta di Mazzini.
Era il 1835 e il patriota, dal suo esilio in Svizzera, inviò alla madre la ricetta.

E’ un dolce semplice, a base di mandorle, potrete gustarlo qui, con tutta la suggestione che comporta assaggiare il piatto prediletto da uno dei padri della Patria.

All’ora dell’aperitivo, poi, potrete brindare con un Marescotto, che viene servito in questi bei bicchieri.

Ho dedicato tanto spazio a questo locale, perchè certi sogni belli meritano di averlo, e perché sono orgogliosa che la mia città offra a noi e ai turisti luoghi come questo.
E prima che qualcuno me lo chieda, no, i proprietari non sono miei amici di lungo corso, non siamo compagni di scuola né siamo cresciuti insieme.
Sono giovani imprenditori, genovesi che come me amano la mia città e che molto hanno fatto per questo angolo dei nostri caruggi.
Ringrazio Alessandro, Linda e Francesco per il tempo e l’accoglienza riservatami.
C’è anche un nuovo arrivato tra di loro, non ricordo il suo nome, ma nell’augurargli buon lavoro, mi vien da dire che provo un po’ di invidia per lui, perchè è entrato a far parte di una squadra davvero eccezionale.
A te, Linda, il mio speciale ringraziamento, per il tuo tempo, per la tua attenzione, per i tuoi racconti, per quel tuo sguardo così luminoso, per le tue parole così ricche di genuino entusiasmo, le ho raccolte e le ho portate con me.
Verrete qui, vi accomoderete a un tavolino.
Forse ordinerete un caffé, un pasticcino o una fettina di torta.
Qualunque sia la vostra scelta, ricordatevi che a voi è stato riservato un privilegio.
Varcando quella porta avrete messo un passo dentro ad un sogno.