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Posts Tagged ‘Via Giulia’

Era un negozio magnifico, io ne sono certa: il signor Gaetano Cassini doveva essere un abile commerciante, aveva intuito, capacità dialettica e soprattutto vendeva merci di prima qualità.
Penso che in città fossero in molti a conoscerlo, anche su questo sono sicura di non sbagliarmi.
Riuscite ad immaginare il suo grande magazzino?
Decine di scatole di cartone rigido ricolme di ogni ben di Dio, matasse di lana e di cotone, nastri e pizzi, bottoni dorati e di madreperla, piccole delicate raffinatezze per abbellire gli abiti delle genovesi.
Ho trovato notizia della sua bottega sul Lunario del 1882 e precisamente nell’elenco delle Mercerie e Novità per Signora, il negozio era in una zona elegante ed esclusiva: sotto i Portici dell’Accademia.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Sul Lunario del 1894 l’attività risulta sempre a De Ferrari e in più si aggiunge un altro indirizzo: il nostro faceva i suoi affari anche in Via Giulia, la strada destinata a scomparire per lasciar posto all’attuale Via XX Settembre.
E per me un interrogativo è quasi d’obbligo: il Signor Cassini avrà mai conosciuto il mio antenato Vincenzo che era passamantiere in quel di Campetto?
Eh, chissà, del resto Genova non è una città poi così grande e quindi è molto probabile.

E veniamo alla nostra epoca e a questi giorni d’estate.
Su una bancarella del mercatino dell’antiquariato di Fontanigorda una certa persona si ritrova per le mani un piccolo gingillo che proviene proprio da quel negozio.
Forse sarà appartenuto ad una sarta o magari ad una madre di famiglia che aveva il suo bel da fare a cucire gli abiti dei suoi molti bambini.
Certi oggetti seguono percorsi misteriosi e in qualche modo arrivano a noi, le cose che hanno avuto già una vita hanno sempre grande fascino per me.
Doveva essere un modo per farsi pubblicità, io sono convinta che l’articolo in questione non fosse in vendita.
E ve l’ho detto, il Signor Gaetano Cassini era uno che sapeva il fatto suo!
Vendeva filati, mercerie e calze e così ebbe questa bella idea per far circolare il suo nome: un magnifico puntaspilli.
Sul retro c’è l’etichetta ormai ingiallita con gli indirizzi delle sue attività.

Sul bordo sono fissati alcuni spilli ormai arrugginiti, chissà quali dita operose li hanno maneggiati.
Al centro c’è un’immagine romantica, è la suggestione di un altro tempo.
Questa piccola carabattola ora appartiene a me ed è una grande gioia mostrarla anche a voi e riportare qui la memoria di quel magnifico negozio sul quale mi piace fantasticare.
Con un pensiero a lui, Gaetano Cassini, abile commerciante di quella Genova che non abbiamo mai veduto.

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Fu un tempo un elemento importante della storia della Superba, la Porta degli Archi era anche detta Porta di Santo Stefano ed era collocata nel centro di Genova.
Era situata in quella zona della città che sul finire dell’Ottocento mutò radicalmente aspetto, l’antica porta si trovava infatti in un punto strategico, alla confluenza tra strade che non esistono più: Via Giulia e Via della Consolazione.
Via della Consolazione corrispondeva al tracciato dell’attuale parte bassa di Via XX Settembre e terminava come Via San Vincenzo in  Piazza Frugoni.
Oltre questa piazza ora non più esistente sorgeva la Porta degli Archi e qui la vedete in una bella cartolina di Pier Giorgio Gagna che ringrazio per il cortese prestito, in questa immagine sotto ritratti i lavori che muteranno il profilo della città.

La porta venne rimossa per lasciar posto al Ponte Monumentale e trovò una nuova vita e una nuova collocazione, venne infatti sistemata nell’attuale Via Banderali.

E quindi potremmo dire che in certo senso è ancora vissuta e veduta dai genovesi, scendendo da Carignano ci si passa sotto.

Simbolo di tempi lontani nei quali fu difesa e baluardo della Superba, fu parte della cinta muraria del 1536.

Certo, la memoria del passato a volte si appanna e sembra quasi svanire, dovremmo invece saper ricordare la nostra storia ed essere capaci di valorizzare al meglio ciò che è stato preservato.

La porta si erge maestosa in una posizione a mio parere abbastanza congrua per la sua grandezza.

Nella sua parte superiore sono visibili dei fregi purtroppo consunti, credo che una pulizia e un restauro la renderebbero ancora più magnificente.

Accanto alla porta c’è una targa sulla quale sono incise parole in memoria della sua storia, purtroppo il testo è oscurato dalla sporcizia e quindi lo riporto qui, con la speranza che torni ad essere presto leggibile.
La targa è stato affissa perché tutti i passanti conoscano le vicende di questa porta e così dovrebbe essere ancora oggi.

QUESTA PORTA
DISEGNATA DA GIO BATTA OLGIATO
DECORAVA IL VARCO ORIENTALE DELLE MURA CITTADINE
DEL 1536
FU DEMOLITA PER SOSTITUIRVI IL PONTE MONUMENTALE
E QUI RICOMPOSTA
PER DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA MUNICIPALE
10 GIUGNO 1896

A vegliare la porta e il cammino dei genovesi è la figura di Santo Stefano che è ospitata nella nicchia.

La bella statua è opera del valente artista Taddeo Carlone.

Quando passate in Via Banderali alzate lo sguardo verso queste antiche pietre che hanno veduto il passato di Genova e provate ad immaginare di essere in un altro tempo.

State percorrendo Via della Consolazione, davanti a voi c’è la Porta degli Archi, ancora pochi metri e finalmente sarete in Via Giulia.
Siete uomini dell’Ottocento, presto vedrete sorgere una nuova città e forse quando camminerete per la prima volta in Via XX Settembre vi sentirete disorientati.
La città cambia sotto i vostri occhi, si rinnova e muta, mentre il tempo scorre e fugge via velocemente.
Pochi passi, un viaggio dell’immaginazione, sotto la Porta degli Archi.

Cartolina di proprietà di Pier Giorgio Gagna

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Sorgeva lungo le fronti basse delle fortificazioni ed è una delle porte monumentali della città: Porta Pila ha origini molto antiche, è opera di Bartolomeo Bianco e venne costruita nella prima metà del Seicento, sulla sua sommità si trova una statua della Madonna opera di Domenico Scorticone.
La Regina della Città a presidio della porta di accesso, sopra le mura edificate in difesa della Superba.

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Sul finire dell’Ottocento il destino della porta divenne oggetto di complesse e controverse discussioni e per comprendere cosa accadde si dovrebbe tentare di cogliere lo spirito dell’epoca.
La città sta cambiando, è il tempo delle innovazioni e degli ampliamenti, è il tempo di grandi rivoluzioni urbanistiche e delle nuove edificazioni.
Andiamo a quel 1892, al periodo che precede la grande Esposizione Italo-Americana organizzata per i 400 anni della scoperta dell’America: sulla Spianata del Bisagno, corrispondente alla zona compresa tra Piazza Verdi e Piazza della Vittoria, si terranno importanti manifestazioni che attireranno un folto pubblico.
In quell’epoca si inizia a costruire Via XX Settembre che sorgerà sul tracciato di strade destinate a scomparire: Via Giulia, Via della Consolazione e Via di Porta Pila.
Si guarda avanti, verso il futuro.
Vengono abbattute quelle fortificazioni note come fronti basse, parte di esse si trovava proprio davanti all’inizio dell’antica Via di Porta Pila, in quel tratto che oggi corrisponde all’incrocio tra Via Fiume e Via XX Settembre.
Osservate questa fotografia e prestate attenzione al palazzo che si vede sulla destra.

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Lo ritroviamo in questa bella immagine appartenente ad Eugenio Terzo e in primo piano, davanti all’edificio, svetta la maestosa Porta Pila.

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Ebbero così inizio vivaci discussioni, le due fazioni erano molto agguerrite, un interessante resoconto di quelle vicende fu scritto da Mario Bettinotti e si trova nel volume “Ma Se ghe penso…” pubblicazione di Realizzazioni Grafiche Artigiana risalente al 1972.
Da una parte c’erano i sostenitori della modernità e del cambiamento, tra essi l’ingegner Cesare Gamba, architetto ed ingegnere che progettò Via XX Settembre.
Come lui molti pensavano che la porta dovesse sparire da lì, tanti la trovavano anacronistica, soprattutto in vista della grandiosa Esposizione Italo-Americana, la porta era per loro un inutile ed ingombrante ammasso di pietre.
Luigi Arnaldo Vassallo, giornalista del Secolo XIX a tutti noto come Gandolin, disse la sua e scrisse queste poche taglienti parole: faccia ridere o faccia rodere quello è un rudere da radere.
Erano di diversa opinione altri rappresentanti del mondo della cultura, come ad esempio lo scultore Rota: costoro sottolineavano la valenza storica e artistica della porta, non meno importante era l’aspetto religioso e il fatto che essa fosse custodita dalla Madonna Regina di Genova.
Con buona pace di tutti, per l’Esposizione Italo-Americana la porta rimase al suo posto ma l’esacerbato dibattito continuò.

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Tra coloro che levarono la propria voce in difesa di Porta Pila chiedendo di lasciarla nella sua originaria collocazione anche Giuseppe Migone, ho avuto la fortuna di trovare un suo libretto pubblicato nel 1895 su una bancarella, sulla copertina egli stesso si definisce avvocato che non esercita.
In queste pagine egli esprime autentico affetto per questa costruzione, simbolo dell’indomito coraggio dei genovesi nella difesa della loro città, l’autore si addentra anche nella descrizione degli eventi storici che la riguardano.

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Dedica quindi diverse righe ad una questione che concerne le origini della porta.
Infatti diversi studiosi ritengono che Porta Pila provenga da Porto Maurizio, località alla quale era da principio destinata.
Citando vari studi Migone accredita invece una diversa versione: la porta in pietra di Finale condotta a Genova da Porto Maurizio non fu collocata a Porta Pila, quelle pietre andarono a rivestire la Porta Romana che si trovava all’ingresso di San Vincenzo, di questa porta non resta più traccia in quanto venne del tutto demolita.
A sostenere questa tesi anche altri illustri personalità come Francesco Podestà e Alfredo D’Andrade.
Questa circostanza, scrive Migone, dovrebbe ancor più far riflettere sul valore di Porta Pila in quanto le sue decorazioni sono state create apposta per lei e non provengono da un altro sito, inoltre egli non manca di sottolineare che malgrado ciò nulla esclude che sia opera di Bartolomeo Bianco.
Ed ecco l’immagine che c’è sul mio libretto, sotto di essa si legge: Porta Pila come si propone venga ridotta per conciliare le esigenze della viabilità e dell’estetica col dovere di conservare in loco un monumento che ha per Genova importanza storica artistica e religiosa ad un tempo.

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Pochi anni dopo la Porta venne smontata e ricostruita, destino volle che venisse collocata lungo il bastione di Montesano.
E indovinate un po’ cosa c’era a breve distanza? La villa di Cesare Gamba, uno dei più tenaci avversari della conservazione della porta nella sua originaria collocazione.
In questa immagine di Eugenio Terzo vedete Porta Pila e dietro di essa sulla destra il profilo della villa di Gamba.

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E ancora, osservate con attenzione questa immagine di Piergiorgio Gagna.
Tra la stazione Brignole e la villa di Gamba si scorge la sommità di Porta Pila.

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Sic transit gloria mundi, la dimora dell’ingegnere venne in seguito abbattuta ma la porta sopravvisse alla mano degli uomini.
Passarono altri anni e a metà del ‘900 Porta Pila venne ancora spostata e ricostruita a breve distanza e ancora adesso lì si trova, in Via di Montesano, racchiusa tra palazzi che ne sviliscono la grandiosa bellezza.

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Da Via Fiume quasi non la si nota, è davvero sovrastata dalla modernità.

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Si trova in una posizione non degna di lei, non sono solo i turisti a non conoscerla, anche molti genovesi non sanno che quella è una delle porte monumentali della città ora situata in una zona non certo di passaggio.
Meriterebbe cura e attenzione, meriterebbe una nuova collocazione più adatta alla sua magnificenza.

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E dispiace dire che avrebbe certo bisogno di un’accurata pulizia, anche le lapidi che raccontano i suoi giorni lontani risultano annerite e trascurate.

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Eppure anche questa è una parte importante della storia di Genova.

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Posuerunt me custodem, mi posero custode, così si legge sotto l’immagine della Madre di Dio.

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E sul marmo sono incise parole in latino a memoria dell’importanza strategica della porta per la città di Genova, spicca chiara una data: 1633.

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Una patina scura adombra anche le parole che consacrano Genova a Maria.

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Porta Pila non merita di cadere nell’oblio, meriterebbe invece una nuova valorizzazione e una nuova vita.
Sono trascorsi i secoli e Porta Pila svetta ancora nel cielo di Genova.

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E ancora il sole bacia i tratti dolci di Maria, custode della città.

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Oggi vi porto nel passato, a giorni lontani, grazie a un antico documento che ho trovato in uno dei pesanti faldoni che si trovano all’Archivio di Stato.
Era il mese di settembre del 1686, in quei giorni una mano solerte tracciò su un grande foglio certe severe disposizioni.
E’ una calligrafia tondeggiante, neanche troppo ordinata a dire il vero, si comprende tuttavia ogni parola di questa grida emessa dalle Autorità della Repubblica di Genova.
E vi si legge, con tono di sdegnato biasimo, di questa pessima usanza di carrozzieri e staffieri di andarsene al trotto e al galoppo con calessi e carrozze e di correre per le strade della città, con grande rischio per i malcapitati pedoni.
Serviva un urgente provvedimento e così si stabilì che fosse proibito il trotto e il galoppo entro le vecchie mura, in pratica si imposero dei limiti di velocità, con due eccezioni che riguardavano due strade importanti di Genova.
Via libera a Piazza della Nunziata, lungo Via Balbi e fino alla Porta di San Tommaso, ovvero nella zona di Piazza Acquaverde.
E poi ancora da Piazza San Domenico, l’attuale De Ferrari, giù per Via Giulia, la strada che ha lasciato il posto alla nostra Via XX Settembre, fino alla Porta dell’Arco, dove ora si trova il Ponte Monumentale.

La carrozza

Una Carrozza al Palazzo Reale di Genova

E conveniva rigare diritto, credetemi!
I contravventori venivano puniti con due tratti di corda in pubblico o, in alternativa, con il pagamento di dieci scudi d’oro e di lire cinquanta.
E per essere certi che  questo denaro venisse debitamente corrisposto, per precauzione si sequestravano carrozze, cavalli o altri animali da tiro senza tanti complimenti e dietro pagamento di un’ulteriore multa.
Ovviamente ci voleva qualcuno che facesse rispettare la legge, questo era il compito dei bargelli e dei loro luogotenenti che dovevano arrestare i trasgressori.
Ecco, solo che come sempre, anche a quei tempi, si presentò un annoso problema: chi controlla i controllori?
Nel dubbio, tanto per cautelarsi, nel documento si precisa che si è pensato anche ai suddetti bargelli e ai loro luogotenenti, che nessuno si facesse venire in mente di chiudere un occhio!
infatti coloro che avessero omesso di far rispettare le regole sarebbero stati  rimossi dal loro incarico e fin qui, direte voi, potrebbe sembrare assolutamente logico.
Ecco, ma non era finita: a insindacabile arbitrio delle autorità i bargelli e i loro aiutanti potevano essere spediti in men che non si dica su una galea per un periodo variabile da uno a tre anni.
E quindi immagino una certa solerzia da parte dei bargelli e dei loro luogotenenti, c’è da capirli!
Il documento si conclude con la frase di rito, da pubblicare nei luoghi soliti e cioè da affiggere in determinati punti della città.
Tutti dovevano sapere come comportarsi con il calesse o con la carrozza, altrimenti ci avrebbero pensato i bargelli, potete starne certi!

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