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Posts Tagged ‘Via Madre di Dio’

Forse non tutti sanno che è possibile camminare per le strade di Genova seguendo i passi di uno dei suoi più celebri figli, il musicista e compositore Niccolò Paganini.
Nella sua città natale gli è stato dedicato un percorso, a dire il vero non so quanti genovesi conoscano le targhe che sono poste nei luoghi della vita del grande violinista, in ogni caso basta recarsi all’Ufficio di Promozione Turistica del Comune e lì troverete un opuscolo con una cartina sulla quale sono i segnati i luoghi della Genova di Paganini.
Io ho trovato una di queste targhe per caso diverso tempo fa e in seguito ho veduto le altre, a volte a Genova bisogna camminare guardando per terra.
Passate in Via Lomellini e fermatevi davanti alla Chiesa di San Filippo Neri.

Luccica la targa di ottone e racconta di un ragazzino appena undicenne che suona per la prima volta da solista in questa chiesa.

Spostatevi poi in Via Garibaldi e precisamente all’inizio del Vico del Duca, il caruggio posto di fronte a Palazzo Tursi.

E qui si ricorda ai passanti che il prezioso violino del celebre musicista è conservato proprio a Palazzo Tursi.

Ed è ancora giovanissimo il nostro Niccolò quando si esibisce per la seconda volta nella Basilica delle Vigne davanti ad ammirati spettatori.

Accade nel giorno della la festa di Sant’Eligio, patrono degli Orefici, antica corporazione che elesse questa bella chiesa a propria sede religiosa.

Il geniale talento di Paganini lo conduce poi sul blasonato palcoscenico del Teatro Carlo Felice.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Ed è il trionfo, a questa prima esibizione ne seguirà un’altra e l’incasso sarà interamente devoluto a famiglie di persone in grave difficoltà.

Troverete questa ed altre informazioni nell’opuscolo dedicato alle targhe, la breve guida è curata con grande attenzione dall’Associazione Amici di Paganini, sono riportati anche dei brani tratti dalla Gazzetta di Genova dell’epoca con la narrazione degli eventi ai quali si riferisce una certa targa.
E non vi svelo nulla di più, vi lascio il piacere di scoprire per conto vostro certi dettagli.
Luci ed ombre, nella vita di Paganini ci fu anche il carcere, il nostro geniale violinista finì nella Torre Grimaldina di Palazzo Ducale.

Accadde a causa di una relazione che egli ebbe con una certa Angiolina Cavanna, di quella storia travagliata ho già avuto modo di scrivere in questo articolo dedicato agli amori appassionati del musicista.
La traccia di quella vicenda resta in una targa che trovate nelle vicinanze del carcere dove Paganini venne recluso.

In questo percorso manca un luogo molto importante ed è assente per una precisa ragione in quanto non esiste più, tuttavia io aggiungo questa tappa alla nostra passeggiata.
Infatti, malgrado l’edificio sia stato demolito, c’è ancora la memoria della casa in cui nacque il nostro Niccolò e per trovarla vi basterà oltrepassare questo archivolto che si trova in Campo Pisano.

Al di là di esso c’è questo luogo dove vado poco volentieri, dire che lo detesto è veramente riduttivo.


Qui nulla vi parla di Genova e della sua vera anima, soltanto il Ponte di Carignano risveglia la memoria di luoghi ormai scomparsi.

La casa natale di Niccolò Paganini si trovava in Passo di Gatta Mora, anche di questo luogo perduto ho già avuto modo di scrivere in passato in questo articolo, sulla facciata c’era un’edicola con una Madonnetta ora conservata al Museo di Sant’Agostino.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Sono stata in questi giardini solo per fotografare la targa che rammenta la storia di questo luogo.
La lastra sottostante non è chiaramente leggibile e così sotto la foto riporto il testo.

ALTA VENTURA SORTITA AD UMILE LUOGO
IN QUESTA CASA
IL GIORNO XXVII DI OTTOBRE DELL’ANNO MDCCLXXXII
NACQUE
A DECORO DI GENOVA E DELIZIA DEL MONDO
NICOLÓ PAGANINI
NELLA DIVINA ARTE DEI SUONI INSUPERATO MAESTRO

Resta di Niccolò Paganini l’atto di battesimo, lo trovate nella Chiesa di San Donato.

Luoghi del quotidiano per noi.
A Genova guardate a terra, qualche volta.

La grandezza di un artista non si perde come le pietre di un’antica casa demolita dalla mano dell’uomo, la grandezza di Paganini sopravvive alle cose terrene e rimane eterna nella sua musica e nelle sue note.

Opera conservata presso l’Istituto Mazziniano
Museo del Risorgimento

Questo percorso vi conduce nei luoghi della sua vita, le tappe sono 11 ed io ve ne ho mostrate di proposito soltanto alcune, in certi punti di Genova riluce una targhetta di ottone sulla quale è incisa la firma di un grande musicista.
Cercate queste targhe, scopritele ed emozionatevi.
In memoria di un grande genovese, in memoria di Niccolò Paganini, eternamente vivo nelle sue inconfondibili note.

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In questa città dalle mille sorprese a volte capita di fare nuove scoperte e questa volta è accaduto in pieno centro, in Via Fieschi.
Se per caso doveste trovarvi da quelle parti prestate attenzione agli edifici situati nell’ultimo tratto, noterete che le fondamenta posano su una strada sottostante e l’accesso a Via Fieschi è garantito da una passerella posta ad un piano intermedio.

Ecco ancora un altro portone.

Dall’immagine che segue si può apprezzare ancor meglio l’altezza del muro di contenimento di Via Fieschi.
E poi c’è quella stradina laggiù, dove porterà?

Per scoprirlo occorre recarsi in Piazza Carignano ed imboccare la discesa a sinistra del palazzo dell’Agenzia dell’Entrate.
Troverete un toponimo che ricorda luoghi antichi e perduti, state per percorrere ciò che rimane di Salita alla Montagnola dei Servi.

Si scende e ci si imbatte in un vetusto portone, è situato al piano terra di uno di quei palazzi che hanno l’ingresso su Via Fieschi.
Ed è proprio un portone di caruggi simile ad altri che ancora si trovano nella città vecchia.

Del resto in questa zona un tempo c’era Via Madre di Dio con il suo intrico di vicoli e con le sue strade ormai perdute, ne scrissi diverso tempo fa in questo articolo.
Il passato resta, in qualche modo, anche se la mano dell’uomo lo ha cancellato.

Un cancello, un passaggio e un piccolo mistero, non so dirvi con esattezza cosa ci fosse in questo punto, ovviamente sarei felice di scoprirlo.

E ancora si cammina: finestrelle, piante, un altro portoncino.
Un tratto di strada miracolosamente sopravvissuto alle rivoluzioni urbanistiche che hanno spazzato via un intero quartiere, la zona di Via Madre di Dio suscita sempre malinconico rimpianto nei genovesi.
Io non l’ho mai veduta ma tante volte ho provato a immaginarla.

Ancora qualche passo, alla fine di Salita alla Montagnola dei Servi c’è un altro vicoletto e ancora viene alla mente quel quartiere che non ho potuto conoscere: ci troviamo in Salita Boccafò.
Il solito fidato Amedeo Pescio scrive che i Boccafò erano originari di Chiavari, di professione erano lanieri e qui, a Portoria, c’erano un tempo Borgo dei Lanaiuoli e Vico della Lana, certi abili artigiani esercitavano con sapienza la loro arte antica in questi luoghi ormai scomparsi.

Rosso di Genova e vasetti di coccio.

La mia naturale curiosità mi ha quindi portato a consultare la mia Guida Pagano del 1926, in Salita Boccafò c’erano un rigattiere e un falegname, le loro botteghe profumavano di legno e di vita.
E c’era anche la Colomba, lei era levatrice, chissà quanti bambini ha fatto venire al mondo!

Il passato, a volte, svanisce.
Non resta l’eco di quelle voci, non sappiamo neanche credere che qui un tempo fosse tutto diverso.
Ancora si scende ma il cammino è breve, la nostra Salita Boccafò si perde nel cemento e nella modernità.

E se alzate lo sguardo sopra di voi vedrete quel palazzo che ha soppiantato una zona amatissima di Genova.
Non sprecherò tanti aggettivi per descriverlo, l’ho già scritto in altre occasioni e lo ribadisco, trovo questo edificio veramente orribile.

Si può soltanto provare ad usare l’immaginazione, si può cercare la traccia di quei luoghi perduti sulle cartine di un’altra epoca.
Nell’immagine che segue vedrete la pianta della zona pubblicata sulla mia Guida Pagano del 1926.
Salita alla Montagnola dei Servi si estendeva per un lungo tratto e terminava nella Via dei Servi, davanti alla chiesa di Santa Maria dei Servi, Salita Boccafò terminava invece in Via Madre di Dio.
Non esiste più nulla, non trovo neanche parole per esprimere il mio rammarico.

Ciò che rimane è evidenziato in un dettaglio della cartina.
I numeri 10 e 12 di Piazza Carignano corrispondono all’edificio dell’Agenzia dell’Entrate, lì ha inizio Salita alla Montagnola dei Servi.
Una discesa, una curva, il breve tratto che io ho percorso.
Questo è ciò che resta di quella via, si vede anche Salita Boccafò.

Il passato, a volte, rimane dietro ad una porta chiusa.
Imperscrutabile e misterioso, è composto da giorni semplici e da vite che conobbero gioie e fatiche, il passato risuona nella memoria e nei nostri giochi di fantasia.
E allora puoi vedere i visi, sentire i rumori delle botteghe, provare ad immaginare i bambini che corrono a perdifiato giù per la discesa.

Da Salita alla Montagnola dei Servi a Salita Boccafò, nei luoghi di Genova perduta.

C’è la serratura ma noi non abbiamo la chiave e forse solo guardando con occhi diversi possiamo sperare di aprire quell’antico portone.

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Nomi e vicende riemergono dal passato, sono frammenti di vita che non abbiamo veduto.
Ricorderete che poco tempo fa su queste pagine è apparso un articolo dedicato a Pier Enrico Zolezi e al suo glorioso locale una volta sito in Galleria Mazzini.

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Pier Enrico non era il solo della sua famiglia a dedicarsi alla ristorazione, come lui anche Giuseppe Zolezi aveva un esercizio commerciale che si trovava in Via Madre di Dio, una strada molto amata di Genova.
Una storia ne rievoca un’altra ed è proprio ciò che è capitato in questo caso.
A seguito del mio post dedicato a Pier Enrico Zolezi sono stata contattata da Renata e Michela, entrambe sono imparentate in diversa maniera con gli Zolezi e le ringrazio di cuore per la loro generosa disponibilità.
Michela è figlia di Armando Morselli, discendente di Giuseppe, proprio al signor Armando si deve una testimonianza preziosa, una splendida immagine d’epoca conservata con autentico amore e attaccamento alle proprie radici.
Quella foto ci porta in Via Madre di Dio, la strada perduta e abbattuta dalla mano dell’uomo come tutti quei vicoli che la circondavano.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Ed è scomparsa anche la zona delle Mura di Santa Margherita, consultando le mie vecchie guide ho scoperto che Giuseppe Zolezi e la sua consorte avevano lì una fabbrica di acque gazzose.
Come dicevo, nella rimpianta Via Madre di Dio c’era invece il loro locale con la sua bella insegna ben evidente.
Trattoria, caffè e bottiglieria, per la gioia dei genovesi.

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Mettiamo indietro le lancette e andiamo a quel giorno, è un giorno speciale per gli Zolezi: si festeggia il primo compleanno del più piccino.
A sollevarlo con fierezza e orgoglio è proprio suo papà Giuseppe, il proprietario del caffè.
Seduta sulla sedia una bimbetta dal fare un po’ impacciato, mani amorose si posano sulle sue spalle.

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Eccoli i bambini di casa, ritti e impettiti per fare la fotografia, un evento che non capitava certo ogni giorno.
Il signore con giacca, panciotto e paglietta chi sarà? Un avventore o forse uno di famiglia?
Restano tutti ritratti in un istante della loro vita, in una bella fotografia antica.

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Vermouth, birre e gazzose, tintinnano i bicchieri dei clienti davanti al bancone del Caffè.

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E passano i piatti con le pietanze fumanti, chissà che delizie escono dalla cucina: torte di verdure dalla sfoglia impalpabile, cibo sano e genuino.
E certo, molti sono abituali frequentatori del locale, vengono accolti con sorrisi e con parole di benvenuto.

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L’animata e vivace Via Madre di Dio è frequentatissima nel tempo del suo fulgore.
La strada è abitata da lavoratori e da gente del popolo, uno di essi lo si nota appena in questo piccolo ritaglio: è seduto davanti alla sua casa, probabilmente.
Guarda scorrere la vita del quartiere, la vive ogni giorno, questo è il suo mondo, qui batte il suo cuore.
Accanto a lui un giovane uomo con le mani in tasca osserva la porta del locale, forse si domanda cosa stia accadendo da Zolezi.

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Ve l’ho detto, si festeggia una piccola vita che cresce, un bimbo che compie un anno.
E sono numerosi gli altri bambini che affollano questa porzione di strada: timidi, esitanti, curiosi di ciò accade attorno a loro.

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Il cappello calcato sulla testa, il sole che batte sugli occhi, i più piccini che si sporgono dietro a quelli più grandicelli.
E la bimba con l’abitino bianco e leggero, di lei non si vede il volto, si può solo immaginare il suo dolce sorriso.

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Era un giorno lontano, in Via Madre di Dio.
In un luogo dove non possiamo ritornare, in una strada che non possiamo vedere.
Davanti al locale di Giuseppe Zolezi, in un momento importante per questa famiglia.

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Gli affascinanti misteri dei caruggi, io ho iniziato a scoprirli da ragazzina.
Avevo 15 anni e me andavo in giro per la città vecchia in cerca di luoghi mai veduti, uno dei miei posti preferiti era la zona di Ravecca.
Su e giù, per tutte le traverse come faccio ancora adesso.
E poi là, sopra le antiche mura della Superba, le mura del Barbarossa.
Allora quella parte di Genova era diversa, c’erano ancora molti edifici da ristrutturare e il mio ricordo fa riemergere un’impressione di suggestiva decadenza.
Su e giù per le mura poi un brutto giorno, ahimè, sono state chiuse da cancelli e rese inaccessibili.
Ditemi, negli ultimi anni avete per caso visto una tizia seduta per terra lì davanti?
Ecco, si trattava di me, ho passato ore in paziente attesa che il caso mi facesse incontrare qualcuno in possesso delle chiavi per poter entrare.
E orfana della mia passeggiata preferita ho scattato diverse foto da quest’unica prospettiva sulle mura del Barbarossa.

Mura del Barbarossa (2)

Ora è nuovamente possibile visitarle, purtroppo restano chiuse al libero accesso ma c’è maniera di effettuare un percorso sulle mura e oggi vi porterò proprio là sul camminamento dove i soldati un tempo facevano la ronda per assicurare la tranquillità ai genovesi.
Da Via Ravasco si sale verso Passo delle Murette, su per una scala di ferro, fermatevi ad osservare il muro che la costeggia, ci sono i resti delle antiche tubature in terracotta e non si trovano solo in questo punto ma anche altrove, presto vi mostrerò altre immagini.

Mura del Barbarossa (3)

Ecco il cancello.

Mura del Barbarossa (4)

E non sapete la mia gioia di vederlo alle mie spalle!

Mura del Barbarossa (5)

Le antiche mura di Genova costruite in sua difesa a partire dal 1155 contro un temibile nemico, il Barbarossa con le sue minacciose truppe.
Le mura vengono edificate a ridosso di Porta Soprana che già esisteva nel X secolo, la sua costruzione venne ultimata in quel 1155.
Tutto il popolo accorre in soccorso, si lavora senza sosta, si elevano palizzate e si usano gli alberi delle navi, nel 1159 l’opera è terminata.

Mura del Barbarossa (6)

Di quelle mura che cingevano la città ne resta una parte, il camminamento si addentra tra le case e non potete dire di aver veduto Genova se non siete stati qui, in una delle sue parti più antiche e ricche di storia.

Mura del Barbarossa (7)

E guardate in ogni direzione, voltatevi indietro e vedrete il mare e le campate del ponte sotto il quale brulicava di vita la ormai perduta Via Madre di Dio.

Mura del Barbarossa (8)

Usate la vostra fantasia e allora vedrete la gente di Genova di un altro tempo, sentirete le voci delle popolane e udirete il clangore delle armature di quei temerari soldati che presidiano le mura.

Mura del Barbarossa (9)
Case alte e svettanti, le potete vedere dai caruggi che salgono da Ravecca da dove si ammirano le mura del Barbarossa da una diversa prospettiva.

Mura del Barbarossa (10)

Camminate nel vicolo stretto che si snoda tra curve e saliscendi.

Mura del Barbarossa (10A)

E guardate verso la strada che avete già percorso.

Mura del Barbarossa (12)

E davanti a voi, tra antiche case color ocra e rosa di Liguria.

Mura del Barbarossa (13)

E poi affacciatevi sulle piazzette e sui caruggi circostanti, su queste ardesie e su questi colori, ho iniziato a innamorarmi di Genova scoprendo questi suoi vicoli nascosti, ora immacolati e rinati a nuova vita.

Mura del Barbarossa (14)

Un luogo che appartiene a un’altra epoca eppure è in perfetta sincronia con il nostro tempo.
Arancio, giallo e grigio di cielo plumbeo.

Mura del Barbarossa (15)

Curve, finestre e mura.

Mura del Barbarossa (16)

Persiane, panni stesi e sfumature della città vecchia.

Mura del Barbarossa (17)

Guardate ancora indietro, la veduta della città in salita.

Mura del Barbarossa (18)

E scale e gradini da scendere.

Mura del Barbarossa (19)

Su e giù per le mura del Barbarossa, tra le case della vecchia Genova.

Mura del Barbarossa (20)

Qui, in questo tratto, concedetevi una deviazione, alcuni scalini vi porteranno al lavatoio di Salita di Coccagna, ve ne parlai in questo articolo, lo avevo fotografato dal vicolo rimanendo al di là del cancello.

Lavatoio

I muri raccontano storie, celano testimonianze di giorni che noi non abbiamo vissuto.
Osservate con attenzione, qui ci sono le derivazioni dell’antico acquedotto.

Lavatoio (2)

E ci sono anche piccole targhe in marmo sulle quali sono riportati i numeri degli antichi bronzini.

Lavatoio (3)

Il tempo che non abbiamo vissuto è scandito dagli scrosci d’acqua, dal profumo del sapone e dalle chiacchiere delle lavandaie.

Lavatoio (4)

Il tempo che non abbiamo vissuto resiste con protervia, è l’immagine di una giovane donna curva sul lavatoio, sfrega con energia i suoi panni, ha il volto affaticato, arrossato e stanco eppure sorride.
Abita qui, nei dintorni.
E il suo tempo vissuto è per noi soltanto immaginato ma ha una cifra di realtà e la leggi sul muro, incisa nel marmo.

Lavatoio (5)

Anche i secoli si coprono di ruggine ma se guardi con occhi nuovi tutto sembrerà vero e presente.

Lavatoio (6)

Scale, finestre, Genova: da un lato c’è Via del Colle e dall’altro c’è Via Ravecca.

Mura del Barbarossa (21)

E ancora uno sguardo indietro verso le splendide angustie della Superba, in una giornata di sole qui la luce rimbalza sui muri rossi.

Mura del Barbarossa (22)

E si incontra ancora un altro cancello, al di là di esso prosegue la camminata sulle mura del Barbarossa.

Mura del Barbarossa (23)

E sopra c’è una lapide dove si leggono parole in latino: ad beneplacitum patrum communis che significa con il  beneplacito dei padri del Comune.

Mura del Barbarossa (24)

Varcherete questo cancello e vi troverete nel tratto che conduce alle torri di Porta Soprana.

Mura del Barbarossa (25)

Sono a breve distanza da voi, ancora pochi passi e potrete salire sulle torri da dove si domina il magnifico scenario della Superba vista dall’alto.

Mura del Barbarossa (26)

Diverse epoche di una città convivono fianco a fianco.

Mura del Barbarossa (27)

Case dai tetti spioventi si affacciano sulle mura e le sovrastano.

Mura del Barbarossa (28)

Termina qui il percorso sulla mura del Barbarossa, un’esperienza che consiglio a genovesi e visitatori, vi calerete in un’atmosfera dalle suggestioni intense.
E come vi ho detto all’inizio questo post l’accesso alle mura è reso ora possibile da una cooperativa che ha in gestione alcune interessanti realtà cittadine.
Le mura sono visitabili nel contesto di un pacchetto che comprende la visita al Museo di Sant’Agostino, alle torri di Porta Soprana e alla Casa di Colombo, per tutte le informazioni e i dettagli guardate qui.

Mura del Barbarossa (29)

Io sono tornata nel luogo delle mie prime emozionanti esplorazioni.
Ho un ricordo preciso di me, ho lo zainetto sulle spalle e corro su per Salita della Fava Greca, mi guardo intorno e tutto è stupore e meraviglia.
Io sono rimasta uguale, Genova è rimasta uguale, tutta da scoprire.

Porta Soprana

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Se volete conoscere Genova dovete camminare per i suoi caruggi.
Se volete conoscere Genova dovete alzare lo sguardo verso le tracce di una devozione antica, verso quelle edicole che un tempo ospitavano le immagini sacre di Maria e dei Santi.
Oggi vi porto a fare una passeggiata particolare, tra i vicoli e il Museo di Sant’Agostino, tra passato e presente, tra le edicole che ancora si trovano in quei caruggi e alcune statue che potrete vedere in quel Museo.
Lì si trova la statua della Madonna che un tempo era situata nell’edicola posta  sulla casa di Paganini.
L’infinita dolcezza di quegli sguardi si posa su di voi e si prova una sorta di emozione difficile da spiegare, le custodi silenziose dei nostri caruggi sono là, in Sant’Agostino.

Museo di Sant'Agostino

Il culto della Madonna ha origini antiche in questa città, Lei fu anche proclamata Regina di Genova e trovate qui la motivazione.
Ai giorni nostri nelle edicole sono esposte copie fedeli delle statue originali, bisogna andare in quel Museo per trovare i visi benevolenti e i sorrisi che un tempo si posavano sui genovesi.
E bisogna conoscere Genova e i suoi caruggi per poter ricondurre ogni Madonnetta alla sua collocazione originaria.
Vi porto con me, in Via Prè, amo molto questa antica strada.

Via Prè (5)

E lì, dove la via ha inizio poco dopo la Commenda c’è questa bella edicola che ritrae il Beato Botta in contemplazione della Madre di Cristo.

Beato Botta 1

Eccolo il Beato Botta in preghiera, la scultura risale al XVIII secolo.

Beato Botta 1a

Sempre in Via Prè, poco distante, c’è un’altra edicola che ritrae lo stesso soggetto religioso.

Beato Botta 2

E ancora ecco la statua che un tempo era lì collocata.

Beato Botta 2a

E già che siamo da queste parti facciamo una deviazione in Piazza dei Truogoli di Santa Brigida, un angolo di caruggi davvero suggestivo.

Piazza dei Truogoli di  Santa Brigida

E fermiamoci davanti all’edicola.

Piazza dei Truogoli di Santa Brigida

E’ dolce e tenera l’immagine seicentesca della Madre di Dio qui ritratta con Gesù e San Giovannino.

Piazza dei Truogoli di Santa Brigida 9

Le belle e numerose edicole di Via Prè, a loro ho dedicato un intero articolo, lo trovate qui.
La nostra passeggiata continua, scendiamo e arriviamo in Piazza Del Campo.

Piazza del Campo (3)

 

Anche qui troviamo un’edicola, collocata proprio sopra i banchi di frutta e verdura, sacro e profano convivono armoniosamente nei caruggi.

Piazza del Campo (2)

Ed è particolare la statua della Madonna che qui si trovava, è attribuita ad un artista del ‘300, lo scultore che la eseguì faceva parte della scuola che lavorò al restauro della cattedrale quando questa subì diversi danni a causa di un incendio nel 1296.

Piazza del Campo

Andiamo ancora oltre e ci troviamo in Via di Fossatello, qui aveva posto un dipinto, un olio su ardesia che ritrae la Madonna del Cardellino.

La Madonnetta

Anche quest’opera si trova nel Museo che tutti i genovesi dovrebbero vedere.

Via di Fossatello

Camminiamo ancora, ci inoltriamo in Via della Maddalena dove troveremo un’edicola dedicata a Sant’Antonio da Padova che merita certo attenzione, ho già avuto modo di scriverne in questo articolo.

Via della Maddalena

Il Santo di Padova è ritratto in una statua lignea.

Via Della Maddalena (2)

E tiene a sé il Bambino Gesù.

Via della Maddalena 1

Torniamo in San Luca, dove sono davvero numerose le edicole votive, come del resto in tutto il centro storico.
E qui ci fermiamo nei pressi dell’Archivolto di San Raffaele.
Eh, su quei fili elettrici così a vista non dico nulla ma potete immaginare quale sia il mio pensiero.

Via San Luca- Madonna con il Bambino

E ancora si trova uno sguardo dolce e amorevole.

Via San Luca - Madonna con il bambino 1a

E poco distante ancora una nicchia per la Madre di Dio.

Via San Luca  - 2

E questa è la statua che lì si trovava.

Via San Luca

Genova era questo, le Madonnette nei caruggi, ce n’erano ovunque.
Si cammina, nel saliscendi e nella penombra dei vicoli, arrivate in Via di Scurreria Vecchia, un altro vicolo che è tutto sfumature di colore.

Via di Scurreria Vecchia (2)

E andiamo ancora oltre, la strada si incrocia con Vico Indoratori e lì si trova questa edicola.

Via di Scurreria Vecchia

Anche qui era collocato un dipinto, attribuito a un artista della famiglia Calvi, l’opera risale al ‘500 e forse ne fu autore proprio Lazzaro Calvi, celebre pittore.
Il dipinto ritrae la Madonna con il Bambino tra i Santi Giovanni Battista e Lorenzo.

Via di Scurreria Vecchia 1

E’ un’emozione grande camminare tra le Madonnette di Sant’Agostino, qui ci sono anche statue che provengono da luoghi che hanno subito sconvolgimenti e profonde trasformazioni, luoghi che non abbiamo saputo difendere come avremmo dovuto.
Lei è la seicentesca Madonna con il Bambino benedicente attribuita a Domenico Amadeo,  si trovava dall’edicola situate nel pilone sotto il Ponte di Carignano, in Via Madre di Dio.

Madonna con il Bambino Benedicente (3)

Perduta la strada, a noi è rimasta questa Madonna.

Madonna con il Bambino benedicente

Ed è piena di grazia e bellezza la statua di Maria che un tempo era nella chiesa di San Silvestro, ormai perduta sotto i bombardamenti della II Guerra Mondiale.

Madonna della Misericordia Chiesa di San Silvestro

Dolcezza infinita nel suo sguardo.

Madonna della Misericordia - Chiesa di San Silvestro

E ancora, altri caruggi, andiamo giù da Salita del Prione.

Salita del Prione

Anche lì troverete una bella edicola che un tempo ospitava la Madonna.

Salita del Prione (2)

Lei calpesta il maligno che ha le fattezze di un drago, la Madonna pura e candida scolpita nel marmo bianco volge lo sguardo a Dio.

Salita del Prione

Queste Madonnette che oggi troviamo in uno dei Musei più interessanti della città erano un tempo per le nostre strade, a loro ci si rivolgeva confidando le proprie speranze e i propri pensieri.
E no, davvero non potete dire di conoscere Genova se non avete mai veduto queste sue antiche vie e i tanti volti della Madonna che potete incontrare qui, in Sant’Agostino.

Madonna con Gesù e San GIovannino

Non tutte sono state salvate, va ricordato che purtroppo nel passato, quando ancora erano esposte nelle edicole, alcune statue sono state sottratte e sono così andate perdute.
Questo rende ancora più care e preziose le Madonnette che invece sono al sicuro dento al Museo.
Accanto ad ognuna c’è una scheda esplicativa che illustra la sua storia e la collocazione originaria dell’opera, io ve ne ho mostrate alcune, ve ne sono altre che potrete scoprire da voi.

Museo di Sant'Agostino (2)

Qui in Sant’Agostino, c’è parte del nostro passato, c’è il ricordo di luoghi che non possiamo più vedere perché non siamo stati capaci di difenderli.
Quartieri interi, strade e piazze, pietre millenaria.
Là, in Piccapietra, un tempo sorgeva la Porta Aurea, non ne è rimasta più traccia.

Porta Aurea

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Sulle sue braccia aperte si posa il drappeggio del mantello, è sottile ed eterea la Madonna che un tempo si trovava sopra la porta perduta di Genova.
Lei è ancora tra noi, nella pace e nel silenzio di Sant’Agostino.

Madonna dell Misericordia - Porta Aurea

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Ci furono mani che la raccolsero, la strinsero saldamente e la portarono in salvo.
Era sempre stata lì, protettrice benevola di quel vicolo scosceso e di quei mattoni rossi, dei muri e delle pietre sulle quali spirava l’aria che sale dal mare.
Custode silenziosa, tra le finestre dai vetri appannati, in Passo di Gatta Mora, dove nacque il celebre compositore Niccolò Paganini.
E lei, la Madonna Immacolata, vegliava sulla sua dimora, sul sospiro di quel genio nascente, sul respiro di tutti gli abitanti di quella parte della città vecchia.

Casa di Paganini

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ai suoi piedi c’era una lapide con incise queste parole:

ALTA VENTURA SORTITA AD UMILE LUOGO
IN QUESTA CASA
IL GIORNO XXVII DI OTTOBRE DELL’ANNO MDCCLXXXII
NACQUE
A DECORO DI GENOVA E DELIZIA DEL MONDO
NICOLÓ PAGANINI
NELLA DIVINA ARTE DEI SUONI INSUPERATO MAESTRO

Quel marmo, rimosso, è stato ricollocato in anni recenti nei Giardini Baltimora, sorti proprio in quella  zona dove un tempo si trovava la casa del celebre musicista, non saprei dire quanto ne sia contento Niccolò Paganini, il contesto è decisamente poco gradevole.
Delizia del mondo, nella divina arte dei suoni insuperato maestro.
La casa nella quale egli vide la luce venne rasa al suolo agli inizi degli anni ’70 insieme ad un intero quartiere, quel nugolo di strade vivaci intorno a Via Madre di Dio, qui trovate un mio articolo interamente dedicato a quella zona di Genova ormai perduta.
E lei? La Madonna Immacolata dal viso dolce e mite?
Ci furono mani che la raccolsero, la strinsero saldamente e la portarono in salvo.
Se ne occupò qualcuno della Soprintendenza alle Belle Arti, presumo.
E io quando l’ho veduta ho pensato a quelle mani, a colui che la prese e la mise al sicuro, consegnandola alla posterità.

Madonna Immacolata

Questa Madonnetta è esposta insieme a molte altre al Museo di Sant’Agostino dove troverete un percorso che vi condurrà per le vie del centro storico.
In quelle sale si poserà su di voi lo sguardo gentile di Maria scolpito nelle molte statue che un tempo si trovavano nelle edicole del centro storico, ai giorni nostri per le strade della città al posto delle opere originali sono state posizionate delle fedeli copie.
Camminare tra le Madonnette di Sant’Agostino suscita grande emozione, si ritorna nel passato della città, il pensiero va a coloro che rivolgevano suppliche e preghiere all’immagine di Maria.
Nel Museo accanto ad ogni statua è posta una scheda esplicativa sulla quale troverete notizie relative all’opera, vi è anche una fotografia dell’edicola nella quale la statua si trovava un tempo.
E’ quasi una maniera per riportare ogni Madonnetta alla sua sede originaria, ognuna torna ad essere in qualche modo una Madonnetta di caruggi.
Vi condurrò nelle sale di Sant’Agostino, tra quelle testimonianze dell’antica devozione, oggi questo spazio è dedicato interamente  a Lei, alla Madonna Immacolata sita un tempo sul muro della casa di Niccolò Paganini.

Madonna Immacolata (2)

L’edicola finemente decorata che la ospitava è ormai scomparsa, trascinata via dall’incuria degli uomini insieme all’edificio.
La statua risale ai primi del ‘600, ai piedi della Madonna era incisa questa scritta che richiama all’assenza del peccato originale:

ET MACULA NON EST IN TE
E NON C’E’ MACCHIA IN TE

Lei è avvolta nel morbido drappeggio del suo abito, tiene le mani giunte e pare avere gli occhi socchiusi, i suoi tratti sono morbidi e dolci.

Madonna Immacolata (3)

E lì, in Sant’Agostino, pare di rivederla nel luogo che per molti anni la ospitò, in quelle strade della città vecchia nelle quali non ho mai camminato, a condurmi laggiù,  sotto a quelle finestre, è solo il potere dell’immaginazione.

Casa di Paganini (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Un tempo anche a Lei, Madonna Immacolata, fu tributato l’omaggio dei fedeli sussurranti preghiere e speranze nascoste.
Un tempo un viaggiatore vide tutto questo per le strade di Genova vegliate dalle silenziose Madonnette dei caruggi.

Là, une autre poésie m’attendait, c’était celle de la religion italienne, c’était la poésie de la Madone.
A Gênes tout carrefour possède la sienne. J’en vis un grand nombre placées dans le hautes niches gracieusement scupltées.  D’immenses bouquets de fleurs, de ces bouquets comme seule sait en faire Gênes, la ville de fleurs, sont suspendus en offrande devant la saint effigie. A ses pieds brûlent de lampes d’argent. Pas un homme ne passe devant elle sans découvrir son front, pas une femme sans s’incliner et faire le signe du Christ.

Lì , un’altra poesia mi attendeva, era quella della  religione italiana, era la poesia della Madonna.
A Genova ogni incrocio ha la sua.
Ne ho viste un gran numero poste nelle alte nicchie graziosamente scolpite.
Dei grandi mazzi di fiori, di quei mazzi come sanno fare solo a Genova, la città dei fiori, sono posati in offerta davanti alla santa effigie.
Ai suoi piedi ardono delle lampade d’argento.
Non  c’è uomo che passi davanti a lei senza scoprirsi il capo, non c’è donna che non si inchini e non faccia il segno di Cristo.

(Joseph Autran, Italie et Semaine Sante a Rome – 1840)

Madonna Immacolata (4)

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Le strade e i luoghi che non ci sono più.
E bisogna immaginare le voci e un continuo tramestio, una folla di popolane che accorre ai lavatoi, sono i lavatoi dei Servi, situati un tempo nell’omonima via accanto alla chiesa ormai scomparsa.
Come è noto questa parte di Genova ha subite profonde trasformazioni, si è perso un vecchio quartiere e molte sue strade come Via Madre di Dio, della quale  vi ho parlato in questo articolo.
Perduta la Via dei Servi, perduto Borgo Lanaiuoli, quell’intrico di vicoli ha lasciato il posto a un quartiere moderno per me privo di qualunque attrattiva.
Sono rimasti i lavatoi, la loro attuale collocazione non è quella originaria, sono stati spostati in questo punto dei Giardini Baltimora alla fine degli anni ’70, quando la zona subì pesanti demolizioni.
Percorrendo il Ponte di Carignano potrete vederli in tutta la loro maestosa imponenza.

Lavatoi dei Servi

Li vide anche un viaggiatore che molti anni fa visitò Genova, non conosciamo il suo nome ma le sue memorie sono rimaste e sono raccolte in un libro dal titolo Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818.
In questo testo di gran pregio qualche riga è dedicata anche ai lavatoi, scrive l’autore che in caso di pioggia lì si sta al coperto, una bella comodità!
Il tempo scorre, il passato a volte incontra la modernità, i lavatoi oggi si riflettono negli specchi del moderno edificio che li fronteggia.

Lavatoi dei Servi (2)

Il primo progetto dei lavatoi risale all’inizio del ‘700 ed è attribuito a Giacomo Brusco.
Nel 1797 il progetto venne ripreso e in seguito realizzato in questo stile da  Carlo Barabino, eminente architetto che tanta parte ebbe nella costruzione di questa città.
Questi lavatoi hanno una particolarità, costituiscono  la sola opera pubblica sorta a Genova durante la Repubblica Ligure Democratica.

Lavatoi dei Servi (3)

E c’è una scritta che ricorda la loro origine: al popolo sovrano, libertà e uguaglianza.
Io viaggio per questi luoghi accompagnata da guide d’eccezione, da autori che hanno lasciato traccia di ciò che è stato.
E in uno dei miei testi, la Guida di Federico Alizeri, ho letto una notizia interessante: con la fine della Repubblica Ligure Democratica l’incisione con la dedica al popolo sovrano venne coperta e resa invisibile.
Il libro è del 1875 e così scrive l’autore al riguardo:

 ….empiuta nei solchi a disperderne ogni traccia, fu non da molto restituita dal Municipio: e con senno inimitabile, come parte che ella era del Monumento.

Lavatoi dei Servi (4)

E per usare le parole dell’Alizeri, ci vorrebbe ancora qualcuno dotato di senno inimitabile, opere come questa non devono essere dimenticate e adombrate dal cemento, devono essere conosciute dai genovesi e dai turisti.
C’è una cancellata e le vasche si vedono dall’esterno.
Ma cos’è questo rumore?
Sono le voci, le risate argentine e le chiacchiere delle donne del quartiere venute a lavare i panni nell’acqua chiara dei lavatoi dei Servi, la fatica quotidiana si stempera con l’allegria.

Lavatoi dei Servi (5)

E molte hanno attorno i loro bambini, qui vicino ci sono le loro case, è un mondo perduto che possiamo soltanto immaginare.

Lavatoi dei Servi (6)

E’ un tempo lontano, diverso dal nostro, a rammentarcelo restano certi testimoni silenziosi di un una città che non esiste più.

Lavatoi dei Servi (7)

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I ricordi: quelli di coloro che hanno veduto ciò che noi non esiste più sono di un valore inestimabile.
C’era una volta una città che ormai è scomparsa, chi l’ha veduta può raccontarla ed è quello che ha fatto con me il Signor Amerigo, la sua è una memoria preziosa.
E allora vi porto al tempo della sua infanzia, negli anni Trenta.
All’epoca, dopo la scuola, si scendeva in strada a giocare.
Alla, trottola, alle biglie e al giro del mondo.
Cos’era il giro del mondo?
Bastava un pezzetto di gesso trovato da qualche parte per tracciare al suolo una sorta di strada e poi chini per terra si giocava con certe scatolette di lucido da scarpe dentro alle quali si mettevano le immagini dei ciclisti famosi dell’epoca: Binda, Guerra e Olmo.
E si doveva restare nei limiti del tracciato che a un certo punto si interrompeva e allora bisognava far saltare oltre la scatoletta, verso una meta precisa, una zona chiamata l’isola.
E ugualmente si giocava coi tappi a corona, ho scoperto dal Signor Amerigo che si chiamavano Agrette in quanto prendevano il nome da una celebre bibita, l’Agretta, io non l’avevo mai sentita, pensate!
La città che non esiste più, in Via Madre di Dio e in Piazza Ponticello un pullulare di piccole botteghe e una varia umanità.

Vico Dritto di Ponticello

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E qualcuno, a quanto pare, viveva anche di sotterfugi.
E c’erano quelle ragazze, note con il nome assai poetico di dispensatrici di piaceri.
E’ Genova, ma potrebbe essere qualunque altra città, in quel periodo storico.
E a quel tempo a qualcuno capitò di trovare nella spazzatura un sacchetto nel quale tintinnavano certe monete.
E insomma, il sacchetto venne portato all’osteria più vicina e si scoprì che si trattava di preziose sterline che alleviarono certe difficoltà.
E giù per Salita del Prione c’erano i negozi di robivecchi: una strada animatissima, dove si trovava ogni genere di merce, dagli stracci alle stoviglie.

Salita del Prione

Istantanee dal passato che vive nella memoria di chi lo ricorda: dalle parti di Via Ayroli, in San Fruttuoso, in un tratto di strada c’era un fossato.
Beh, sapete cosa c’era lì?
C’erano le stalle con gli animali e certi carretti a due ruote detti Tombarelli, mentre quelli a quattro ruote servivano il Mercato di Corso Sardegna.
E si giocava lì, nel fossato.
E alle quattro, quando era l’ora della merenda, tutti i bambini correvano a casa e chiamavano a gran voce la mamma e ognuno riceveva una delizia sopraffina: un panino con dentro un filo d’olio.
Ricordi di eventi rari: la merciaia che aveva una macchina, un’Appia Lancia!
E che evento per i bambini quando arrivava la macchina!
E che dire degli altri piccoli, quelli della nave scuola Garaventa? I loro abiti erano fatti con i vestiti smessi dei Carabinieri, presto vi parlerò nel dettaglio di questa istituzione genovese.
Altri tempi, altre usanze.
E a casa si mangiava minestra in brodo o spaghetti alle acciughe, insalate e uova, la carne quasi mai, il pollo era l’ambizione del Natale.
Frammenti dal passato, della città che non c’è più.
E ricordi vividi e chiari: la Rinascente in Via San Lorenzo, scendendo sulla sinistra, proprio dopo il Duomo.

Via San Lorenzo

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E un negozio di articoli musicali dopo Porta dei Vacca, e botteghe di suppellettili e di ogni genere di merce, i negozi eleganti in Via Orefici.
E certi crocchi di gente in Via San Luca, come mai si affollano tutti attorno a quel tavolino?
Là dietro c’è seduto un signore dall’aria spavalda, pare molto sicuro di sé.
E fa il gioco delle tre tavolette, ovvero tre carte rovesciate che mostra agli avventori, poi le mischia e chiede di puntare.
E insomma, non è tanto chiaro come faccia, ma immancabilmente vince sempre lui.
E mischiati nella folla ci sono certi sodali dell’uomo seduto al tavolino, appena si accorgono che qualcuno mostra segni di insofferenza e sembra sospettare che ci sia sotto un trucco sono pronti a prenderlo a spallate.
Scene di ordinaria quotidianità, nei caruggi della città.
E poi Portoria e certe casupole poverissime sopra Galleria Mazzini.
Piazza Pammatone, la piazza con il monumento al Balilla della quale vi ho parlato in questo articolo.

Piazza Pammatone

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E una bottega che vendeva un materiale assai prezioso, era la bottega di un carbonaio.
E certi ricordi vividi e reali di lui che sedicenne un bel giorno partì con il carretto da San Fruttuoso, era diretto a Cornigliano e quindi a Sestri, lo scopo del viaggio era compiere una consegna per suo papà.
E sulla via del ritorno una sosta dal carbonaio e il giorno dopo immancabile arrivò la febbre, ma le mance gli consentirono di comprare i libri di scuola.
Una fatica grande che non sappiamo neppure immaginare, siamo viziati, siamo abituati ad ogni comodità, non saprei dire se siamo più felici.
E non credo che nei nostri quartieri si respiri quel senso di comunità del quale parlava con nostalgia il Signor Amerigo, forse siamo più distanti uno dall’altro.
Noi siamo la generazione che non conosce la guerra, gli anziani sono quelli che invece l’hanno vissuta.
E a quel tempo a pranzo e a cena si mangiava solo pane, un etto e mezzo per i ragazzi, solo un etto per adulti.
Gli ordigni bellici che cadono e squarciano la città, un cratere davanti all’Hotel Verdi, poi macerie ovunque in Via Galata e nella zona di Via San Vincenzo.
E chi racconta mi dice che trascorse un po’ di tempo prima di sapere che si trattava del bombardamento navale.
Noi oggi siamo abituati all’immediatezza, una volta non era così, sarà un’osservazione banale ma trovo che sia un valido spunto di riflessione.
E sapete, il signor Amerigo mi ha raccontato molte altre vicende e alcune preferisco non scriverle qui, le tengo per me come un prezioso regalo che mi ha fatto questo nuovo amico che ringrazio di vero cuore per la sua disponibilità e per il tempo che mi ha dedicato.
Questo articolo nasce in seguito a certi commenti che a volte ricevo dai lettori, sono commenti di persone che raccontano del proprio passato e spesso mi commuovono e offrono spaccati per me inediti di questa città.
Se incontrerò ancora persone che hanno il desiderio di condividere con me le loro memorie sarà un privilegio potervele raccontare, mi piacerebbe che diventasse un nuovo emozionante appuntamento.
Ricordi che sono tasselli di un quadro che prende vita e diviene reale, è accaduto davvero, in un altro tempo.
E oggi è diverso, certo.
Sapete?
Stamattina ero in Via San Luca, d’un tratto mi è parso di vedere un gruppo un gente, c’era una folla attorno a quel tavolino! E che brusio, quante voci!
Sì, io quelle persone le ho viste e le ho sentite perché qualcuno mi ha raccontato di loro.

Via San Luca

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Dalla Piazza di Sarzano, che è di considerevolissima lunghezza, entrasi per una gran bella strada larga e spaziosa al ponte di Carignano, magnifico monumento dell’arte che i due colli di Sarzano e di Carignano ammirabilmente congiunge. … E’ composto da sette archi … è tanto largo che quattro carrozze possono passarvi di fronte. …
Il viaggiatore che sia quivi condotto ha di che rimaner sorpreso al vederne la prodigiosissima altezza sulla strada dei Lanieri, che passa al di sotto: puossi calcolarla al di là dei trecento palmi.
Fa orrore affacciarsi ai parapetti del ponte per contemplare un così sorprendente spettacolo.

Così scriveva un viaggiatore che visitò la Superba nel 1818.
Di lui non si conosce il nome, ma ha lasciato una diario con le sue impressioni sui luoghi da lui visitati noto come Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818, un testo prezioso che vi porta per le strade e le piazze che ancora adesso frequentiamo.
E questo è il ponte che lui descrive.

Ponte di Carignano (2)

Il borgo dei Lanieri del quale narra l’autore purtroppo non esiste più, è caduto sotto i colpi del piccone insieme al quartiere di Via Madre di Dio.
A quei tempi una passeggiata sotto il ponte di Carignano offriva questa prospettiva.

Ponte di Carignano

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Il ponte di Carignano venne edificato su progetto di De Langlade tra il 1718 e il 1724 e commissionato della famiglia Sauli.
Quella parte della città da allora è molto mutata ma il ponte ha conservato la grandezza e l’imponenza che colpirono l’attenzione dell’anonimo.

Ponte di Carignano (2)

Un’opera di pubblica utilità che assunse una grande importanza per la città, grazie al ponte ci si muoveva più agevolmente tra i due colli, evitando così un faticoso saliscendi.

Ponte di Carignano (3)

Un altro viaggiatore dell’Ottocento ne parla con entusiasmo, magnificando le splendide vedute che si potevano godere da lassù: sotto al ponte era tutto un brulicare di fitte case e dal lato del mare la vista si perdeva a cercare l’orizzonte.

Genova

Come rimarca il medesimo autore, il ponte ebbe anche un’altra sinistra funzione: a causa della sua stupefacente altezza divenne il luogo prescelto da coloro che intendevano togliersi la vita.
E lo fu in particolare nell’anno 1800, quando la città era alla fame a causa del blocco di Genova, una delle pagine più cupe della storia di questa città.

Ponte di Carignano
Il ponte dei suicidi, un luogo talmente utilizzato per buttarsi di sotto da originare un noto detto popolare “Piggiâ o ponte de Caignan pe-o schaen da porta” ovvero prendere il ponte di Carignano per lo scalino della porta.
E giunse l’anno 1877.
Un ricco genovese, Giulio Cesare Drago, pensò che era necessario porre rimedio a quella tragica situazione e a proprie spese dotò il ponte di un’altissima ringhiera che ancora oggi è presente.

Ponte di Carignano (4)

Il generoso benefattore volle rimanere anonimo.
Le inferiate che si elevano sui parapetti del ponte furono un valido deterrente.

Ponte di Carignano 6

Alla sua morte la città di Genova volle ricordare la magnanimità di questo cittadino.
Su un palazzo di Via Ravasco venne affissa una lapide in sua memoria.

Via Ravasco

Vi si legge del suo gesto, mosso da pietà e da generosità, vi si legge di lui, Giulio Cesare Drago, ragguardevole mercadante genovese.

Giulio Cesare Drago

Perché non passi in consuetudine
l’esempio antico e recente
di gittare disperatamente la vita
dai ponti di Carignano e dell’Arco
 GIULIO CESARE DRAGO
ragguardevole mercante genovese
negli anni 1877 e 1879
con largo dispendio provvide
che di ferrea cancellata ne fossero barrate le sponde
volle rimanere finché visse benefattore ignorato
Morto in Firenze il 9 agosto 1880
il suo testamento lo fe’ manifesto
il Municipio di Genova
per la meritata e ricusata onoranza
gli decretò questa lapida
il 16 Agosto 1880

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Una passeggiata nel centro storico, vi porto con me, su certe strade molto amate dai genovesi tutti.
E portate il paracqua, mi raccomando, il tempo è incerto in questi giorni.
E si va, si va verso Via Madre di Dio e questa sarà una camminata tra strade molto frequentate e densamente abitate, quante famiglie e quanti bambini in Via Madre di Dio!
La strada prende il nome da una piccola chiesa intitolata a Maria e certo non si può dire di aver veduto Genova se non si è stati in Via Madre di Dio, questo è sicuro.
Lasciate Via XX Settembre e il suo traffico caotico e venite con me, verso Piazza Ponticello.
Oh, non l’avete mai sentita nominare? Ma come?
Ma certo che la conoscete, da Piazza Ponticello si arriva in Via Fieschi.
Osservate bene, è la strada in salita a sinistra dell’immagine.


Piazza Ponticello
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Sono sicura che cominciate ad orientarvi!
Vedete quanta gente? Quante signore con i vestiti buoni affaccendate nelle loro commissioni e quanti uomini d’affari!
Noi imbocchiamo l’altra strada che si vede nell’immagine e ci incamminiamo verso Borgo dei Lanaiuoli.
Un antico mestiere ancora una volta ha dato il nome a una via cittadina, ricca e fiorente era una tempo l’arte dei lanieri, che in epoche antiche esercitavano la loro professione in questa zona, sulle sponde del Rivo Torbido che qui scorreva.
E tra i lanieri si annovera un certo Domenico Colombo, padre di Cristoforo, uno dei genovesi più celebri al mondo.
Si percorre la Via dei Servi e finalmente eccola, questa è Via Madre di Dio.

Via Madre di Dio
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

I panni stesi ad asciugare e il ponte di Carignano che la sovrasta, è una strada larga e bella che pullula di botteghe di artigiani e di negozi di ogni genere.
Qui c’è un fabbro, un venditore di scope, ben tre botteghe che vendono carbone.
E poi in Via Madre di Dio c’è un’antica Farmacia, la Farmacia della Marina.
E c’è la bottega del signor Vetriolo, che è calzolaio, mentre Parodi fa il rigattiere e un certo Pulcinelli è sarto.
E poi pizzicagnoli e latterie, panettieri e pastifici, pollivendoli e macellai, fruttivendoli e parrucchieri, drogherie e mercerie.
Oh, se avessi con me la macchina fotografica potrei ritrarre tutte queste belle botteghe!
Forse il padrone dapprima mi guarderebbe con aria diffidente, siamo così da queste parti, si sa!
Ma poi mi lascerebbe fotografare il bancone di legno e le vetrine, le merci esposte sugli scaffali e gli arredi di legno scuro.
Sono certa che sarebbe così!
Qui c’è persino un cinematografo, il cinematografo della Marina.
E vogliamo parlare delle osterie? Sapete quante ne ho contate?
Tra osterie e trattorie sono più di venti! E forse adesso vi aspetterete da me qualche indicazione su quale scegliere, ma io davvero non saprei come consigliarvi.
Si mangerà meglio da Canessa o da Raiteri? Come potrei dirvelo? Beh, non ci resta che provarle tutte e dopo potremo esprimere la nostra opinione.
Basta venire qui, in Via Madre di Dio, sotto il ponte di Carignano.

E quando si è da queste parti bisogna ricordarsi di fare una deviazione in Passo di Gattamora, mi raccomando non scordatevene!
Lì potrete vedere la casa natale del più virtuoso dei violinisti, il celebre Niccolò Paganini che qui nacque.


Casa di Paganini
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

I genovesi che stanno leggendo a questo punto hanno già il magone, lo so.
Via Madre di Dio era un mondo nel mondo, una strada vivace e piena di vita.
Poi ci fu la II Guerra Mondiale e una pioggia di bombe cadde su Genova.
Molti edifici rimasero danneggiati, gli abitanti continuarono pervicacemente a vivere e a lavorare là dove erano le loro case.
Un intero quartiere, salite e piazzette.
A tante case si accedeva tramite delle scalette forse simili a queste, che si trovano in Piazza Campopisano.

Le bombe e una scelta odiosa e scellerata, quella di radere al suolo un intero quartiere.
Certo, forse non tutto era recuperabile, ma se ci fosse stata cura ed attenzione i genovesi avrebbero ancora Via Madre di Dio e oggi potremmo camminare per quei caruggi, potremmo  passeggiare  per quelle strade e ristorarci con una bella fetta di farinata fumante.
Lo scempio ha avuto inizio nel 1970, le ruspe hanno abbattuto case, botteghe, ricordi e sogni, muri e piazze, finestre, portoni e scale.

Via Madre di Dio
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Anche la casa di Paganini è stata abbattuta: se fossimo in Inghilterra oggi lì ci sarebbe un museo e i turisti farebbero la coda per entrare, gli appassionati di musica verrebbero da ogni parte per vederla.

Casa di Paganini
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Non ci sono parole per esprimere la rabbia che provo per la perdita di queste strade che non ho mai veduto.
Le immagini dell’epoca appartengono a Stefano Finauri, che ancora una volta ringrazio infinitamente per avermi permesso di utilizzarle.
Tutto ciò che vi ho raccontato a proposito delle botteghe e delle osterie è tratto da un annuario del 1926 sul quale è riportata anche la cartina di Genova di quell’anno.
E qui, per voi, un dettaglio di Via Madre di Dio e delle strade circostanti, vicoli che ci sono stati portati via dalla mano dell’uomo.

Vico Zaccaria, Vico dei Saraceni, Vico del Pomogranato, Vico Matamore e Vico Inferiore del Colle, Vico Pignolo e Piazzetta dei Librai,  Piazza Bonifazio e Vico Carmandino, questi sono solo alcuni dei vicoli ormai perduti.
Ricordate la vicenda della vecchina di Vico dei Librai? Cliccando qui arriverete al post che la riguarda, abitava in questo quartiere, nella zona di Via Madre di Dio.
Via Madre di Dio terminava in Via della Marina, in basso, sotto le mura della Marina che vedete in questa immagine.

E passava sotto questo ponte, il ponte di Carignano.

E quando camminate nei vicoli, in questa zona provate una strana sensazione.
E’ la potete percepire chiara e netta la violenza che ha subito questa parte della città.
L’incanto vi circonda, in Campopisano.
Salite e mattonate, che bello questo quartiere!

E passate qui, sotto l’archivolto.

E vi aggredisce gli occhi la bruttezza di questa costruzione, che nulla ha a che vedere con l’ambiente che la circonda.

Questa è Via Madre di Dio oggi.
Una strada percorsa solo dalle auto, niente di più.

E là dove erano le botteghe e le case con i gradini davanti al portone d’accesso, al posto delle piazzette e dei caruggi è stato costruito questo orrore architettonico, un edificio agghiacciante che disturba la vista e fa male al cuore.

Credo di non dover aggiungere altro, le immagini parlano da sole.
E parla questa fotografia del tempo passato, che ritrae Piazza della Marina, in tutto il suo armonioso splendore.

Piazza della Marina
Cartolina appartenente alla collezione di Stefano Finauri

E urla quest’altra immagine, che vi mostra la stessa zona ai giorni nostri.

Resta una colonna infame a memoria dello scempio che è stato compiuto ai danni di questa città e dei suoi abitanti, non solo in Via Madre di Dio ma anche in altre zone di Genova. Vi prego, leggete ogni parola che è incisa su questo marmo.

Resta, a chi desidera farne buon uso, il potere dell’immaginazione.
Restano le immagini di ciò che non è più.
E allora si può pensare di tornare a quel tempo, alle trattorie e alle botteghe, ai rigattieri e alle drogherie, al nostro passato che non abbiamo saputo difendere e tutelare.

Vico Dritto di Ponticello
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

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