Un soggiorno all’Hotel Concordia et France

Benvenuti cari viaggiatori di un altro tempo, la fiera Superba è pronta ad accogliervi con le sue bellezze.
E la vostra carrozza accosta lentamente nella fastosa Via Roma: trascorrerete un incantevole soggiorno in uno degli alberghi centrali della città, sarete graditi ospiti dell’Hotel Concordia et France situato in questa zona elegante di Genova.

La struttura è persino nominata nella Guida Treves del 1911 dove vengono indicati solamente alberghi di buona qualità e adatti alle signore, c’è scritto proprio così ed è già una garanzia!
E dovete sapere che i proprietari del Concordia et France ci tengono in particolar modo alla loro clientela e sono anche abili comunicatori, lo dimostra il piccolo depliant destinato agli ospiti, un bel modo per farsi pubblicità!
Innanzi tutto c’è una bella immagine dell’Hotel, qui si gode della vicinanza dell’elegante Galleria Mazzini e nei dintorni non mancano certo le occasione per lo shopping.

Come si legge sul cartoncino i proprietari della struttura sono degli imprenditori coi fiocchi e hanno alberghi in diverse parti d’Italia, persino nella nostra ridente Sanremo.
E qui a Genova si danno da fare per rendere confortevole il vostro soggiorno: il cartoncino pubblicitario dell’albergo è ripiegato più volte e nelle parti interne contiene molte utili informazioni.
Ad esempio c’è una cartina della città e se osservate con attenzione all’epoca la nostra Via Gramsci si chiamava ancora Via Carlo Alberto.

C’è poi un elenco delle cose da fare e sono indicati anche i luoghi di culto, tra i suggerimenti c’è anche il Palazzo Ducale e noterete che viene collocato in Piazza Nuova, antico nome dell’attuale Piazza Matteotti.
Le cose cambiano: nel piccolo depliant dell’albergo si suggerisce il Teatro Paganini di Via Caffaro non più esistente, tra le ville da visitare viene indicata Villa Groppallo, antica dimora che in questi tempi è l’esclusivo scenario di lussuosi ricevimenti.

Inoltre l’Hotel Concordia et France offre ai suoi fortunati ospiti diverse immancabili comodità come ad esempio la sala ristorante, il riscaldamento, il telefono e il servizio omnibus per la stazione.
Chiaramente ospitando una clientela internazionale si specifica che qui si parlano le lingue e d’altra parte questo cartoncino è in francese, si vede che al Concordia arrivano molti stranieri!

Non manca una fotografia panoramica della città, i proprietari dell’albergo sono prodighi di suggerimenti, nell’elenco delle cose da fare figurano anche le passeggiate al Righi e la visita al Cimitero Monumentale di Staglieno, non mancano le escursioni per ammirare le ville di Pegli e di Nervi.

In questo albergo incantevole, a due passi da Piazza Corvetto.

E quando verrà il tempo di tornare a casa vi guarderete indietro con nostalgico rimpianto e ripenserete al vostro confortevole soggiorno in questo albergo di Genova.

Molti anni dopo forse taluni cercheranno ancora quel fascino del tempo lontano e non trovando più quell’edificio magari rimarranno delusi, resterà soltanto la forza della fantasia per provare a immaginare di essere turisti di un altro tempo nel cuore della Superba.
Proprio là, dove in altri anni sorgeva il prestigioso Hotel Concordia et France.

Un favoloso negozio in Via Roma

C’era un tempo, a Genova un favoloso negozio dove si potevano acquistare tutte le migliori raffinatezze per le confezioni di abiti per signora e tutte le dame del bel mondo di certo lo conoscevano.
Era un posto all’ultima moda e nelle sue scintillanti vetrine venivano esposte le ultime novità in fatto di stile, doveva essere una gioia per le signore e signorine genovesi fermarsi in Via Roma da Besio per gli acquisti.

Il negozio rimase a lungo in questa via, si trasferì in seguito in un altro punto della strada ma almeno fino al 1934 si trovava ancora in Via Roma, così ho letto sulla mia Guida Pompei di quell’anno.
Noi però viaggiamo ancora più indietro nel tempo e andiamo in quel secolo di romantiche eleganze e precisamente nel 1887.
Immaginiamo quel negozio e i suoi scaffali ricolmi di ogni ben di Dio: pizzi e ricami, nastri, bottoni lucenti e ricche passamanerie.
Mi vien da dire che in Via Roma facevano concorrenza al negozio del mio avo Vincenzo che vendeva le sue raffinate creazioni in quel di Campetto, alcuni dei suoi articoli sono ancora qui con me.

A volte accade, a volte le storie si intrecciano in maniera imprevista e piacevole da ritrovare.
In quel periodo venne pubblicato un romanzo che diverrà poi un classico della letteratura: l’autore è Emile Zola e il libro si intitola Al Paradiso delle Signore.
È un autentico capolavoro e si incentra sulla vicenda di una ragazza, tra quelle pagine il lungimirante Zola narra anche il successo strepitoso dei primi magasins de nouvetés a Parigi, questi templi del lusso e della moda finiranno per mettere in seria difficoltà i piccoli negozi.
Se non avete letto il libro di Zola vi suggerisco di farlo, si tratta di uno dei romanzi che ho più amato e qui trovate la mia recensione.
Non sono certo l’unica ad aver apprezzato la lettura del romanzo dello scrittore francese, ho idea che sia piaciuto anche ai proprietari del famoso negozio, guardate con attenzione la pubblicità pubblicata sul Lunario del Signor Regina del 1887.
E immaginate di essere anche voi nella frenesia degli acquisti, le clienti esigenti trovano qui velluti e pizzi preziosi, nastri di raso, bottoni raffinati e molto altro ancora.
Insomma, un negozio delle meraviglie, per davvero!
Al Paradiso delle Signore, nel centro di Genova nel lontano 1887.

Camminando nel passato di Via Roma

Svelti, salite a bordo della macchina del tempo, vi porto con me: ci attendono altri giorni per noi ricchi di fascino nella bella ed elegante Via Roma.
Centralissima strada dalle vetrine scintillanti, perfetta per il passeggio e per lo shopping, Via Roma è una via molto importante di questa città e tutti noi genovesi la attraversiamo spesso.
E a volte andiamo di fretta, distratti dai nostri pensieri: il lavoro, l’appuntamento al quale non si può mancare, la solita convulsa quotidianità.
Sotto alla lampione a muro della pubblica illuminazione c’è una buca della lettere, grazie al cielo, ho giusto della corrispondenza da spedire!

Il tempo scorre scandito dai discorsi dei passanti, ci sono uomini d’affari che parlano fitto fitto tra di loro, ognuno è preso dalle proprie incombenze.
Laggiù, una tenda in fuori e una scritta: panetteria.
E sì, è proprio il punto dove si trova lo storico negozio di Bruciamonti che ancora vende le sue delizie ai genovesi.

Certo, passando in centro forse potrebbe venire il desiderio di rincuorarsi con qualcosa di caldo o con un dolce intermezzo che tiri su il cuore.
Il Caffè Andrea Doria potrebbe proprio fare al caso nostro!

E mentre camminiamo potremmo persino trovarci accanto qualcuno che impegna la strada con passo più deciso.

E a dire il vero, potreste vedermi attraversare Via Roma con aria svagata e persino sognante, ogni volta che viaggio nel passato della Superba provo sempre un senso di stupore e di meraviglia, vorrei girare l’angolo e vedere cosa c’è la dietro e poi ancora continuare a camminare per la città.
Laggiù si nota persino una porticina e sull’insegna si legge solamente la parola Toilettes, ho pensato che potrebbe riferirsi a capi di alta moda per signore e signorine ma non è una certezza, peccato non saperne di più!

Poi il tempo scorre, tutto cambia e tutto svanisce: il Caffè Andrea Doria, la buca delle lettere, il giovanotto in uniforme, la ragazza con l’abito chiaro e i signori con il cappello.

E poi il pensiero ritorna a certe immagini e allora, a volte, solo con la fantasia e con la tua l’immaginazione ti sembra di vedere tutto questo.
Come se davvero fossi là, con quelle persone, nel passato di Via Roma.

Le pietre d’inciampo di Genova

Oggi, 27 gennaio, si celebra la Giornata della Memoria in ricordo delle vittime dell’Olocausto.
Non si legge mai abbastanza in merito a questi argomenti, a noi che restiamo è lasciato il dovere e l’obbligo di non dimenticare affinché non accada mai più, i nomi e le storie tragiche di quegli anni non devono cadere nell’oblio.
Ho scelto questa giornata per mostrarvi alcune pietre di inciampo che potete vedere a Genova.
L’idea di realizzare le pietre d’inciampo si deve ad un artista tedesco, esse si trovano nelle nostre strade e sono segnalate da targhe in ottone, vengono posizionate in luoghi particolari: l’abitazione di una delle vittime, il posto nel quale la sua vita ha avuto fine o anche il punto nel quale è stata arrestata.
A Genova, di recente, ne è stata collocata una davanti al civico 26 di Via Carlo Barabino nel quartiere della Foce.

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Qui visse Ercole De Angelis che non fece mai più ritorno alla sua casa.

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Spostiamoci quindi in Via Roma, davanti al civico 1.
A terra luccica la triste testimonianza qui posta in memoria di un giovane uomo di appena 25 anni.

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Giorgio Labò, strappato ai suoi affetti e ai suoi sogni, membro della Resistenza e decorato al valor militare.

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A lui è intitolato anche lo slargo tra il Carlo Felice e Galleria Mazzini.

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E proprio all’imbocco di Galleria Mazzini abbassate lo sguardo, là riluce un’altra targhetta.

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Ricorda Reuven Riccardo Pacifici, rabbino capo di Genova.

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Fermatevi, riflettete, chi ha fede certo dirà una preghiera.
Alcuni libri su certi argomenti non si leggono mai abbastanza, la penso così.
Concludo questo post citando le parole tratte dal diario di Anna Frank, una ragazzina divenuta simbolo tragico dell’Olocausto e della crudeltà di quel tempo.
Le sue parole, queste parole, sono da ricordare a memoria, con la speranza che gli uomini sappiano essere migliori.

“È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili.
Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo che può sempre emergere.”

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Il Capodanno di un altro secolo

L’anno volge al termine e come ogni altra città anche Genova si appresta a festeggiare.
Forse potrei darvi qualche consiglio per domani, invece preferisco farvi ancora salire sulla mia macchina del tempo per portarvi al Capodanno di un’altra epoca.
Siamo nel 1913 e su Il Lavoro, uno dei quotidiani più letti dai genovesi, ecco pubblicizzati gli eventi ai quali partecipare.
Ad esempio potremmo scegliere un abito da gran sera e attendere l’arrivo del nuovo anno al prestigioso Hotel Isotta, ricorderete che ve ne parlai diverso tempo fa, si trova nella centralissima Via Roma.

Via Roma

Ebbene, all’Hotel Isotta sapranno come soddisfare la loro esigente clientela, si propongono piatti raffinati per l’occasione.
E pensate, il menu è interamente scritto in francese!
La cena si aprirà con un consommé in tazza, seguiranno aragosta, filetto e carni bianche, deliziosi carciofi e salse raffinate.
Anche il dessert è sfizioso ed elegante, non sapete cosa darei per poter assaggiare il delizioso Gateau Isotta, non so bene di cosa si tratti ma deve essere una nuvola di dolcezza!
Il cenone in Via Roma costerà 6 Lire, che dite, ce lo possiamo permettere?

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In alternativa la nostra scelta potrebbe essere del tutto diversa, come si legge in un articoletto del 30 Dicembre 1913, al Lido d’Albaro si prospetta una serata interessante.
Alle 21 si terrà uno spettacolo teatrale e poi si cenerà al ristorante, è previsto un menu a prezzo fisso accompagnato dalla musica suonata dall’orchestra.
Dopo la cena ci si trasferirà nel salone riccamente decorato con fiori “figuranti una serra di viole”, così recita l’articolo.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Oh, poi verranno sparati colpi di cannone a salve per salutare il nuovo anno e non dimentichiamo che ad ogni partecipante è riservata una sorpresa portafortuna.
Passata la mezzanotte inizieranno le danze per il più classico dei festeggiamenti, il biglietto di ingresso per questa bella serata ha un costo di Lire 1.50.
Così si attende il primo giorno del 1914 davanti al mare di Genova.

Corso Italia

E in tutto questo la notizia sensazionale è riassunta in poche righe, secondo me.
Eh già, cari lettori, infatti l’ultimo dell’anno è sempre un problema muoversi ma i genovesi sono fortunati e non sarà difficile raggiungere il Nuovo Lido: per il 31 Dicembre il servizio dei tramways elettrici andrà avanti fino alle 4 del mattino.
Già, nel 1913: sono piacevolmente stupefatta, lo ammetto.
E quindi ecco le mie proposte di oggi, spero che le troviate interessanti.
Domani torneremo in questo secolo e troverete qui i miei auguri per l’anno che verrà, adesso vi lasciò là, tra il 1913 e il 1914, tra le fragranze delicate dei profumi dei fiori.
E ricordate: fino alle 4 del mattino potete prendere il tramway!

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

L’Imperatrice Sissi per le strade di Portoria

È la memoria di un celebre cronista genovese a tramandare un episodio poco noto che ci porta ancora al passato.
A narrare questo aneddoto è lo straordinario Amedeo Pescio in un articolo inviatomi dal mio amico Eugenio, dal ritaglio non si evince la testata del quotidiano ma presumo che il pezzo sia tratto da Il Secolo XIX in quanto Pescio scrisse a lungo per questo celebre giornale della mia città.
E dunque, andiamo ad altri anni.
II nostro Amedeo ricorda un giorno della sua giovinezza, lui all’epoca era appena un ragazzino e se ne andava a zonzo in Via Roma in compagnia di uno sgamato giornalista che gli insegnerà i trucchi del mestiere.
D’improvviso l’esperto cronista ha una stupita reazione di entusiasmo, in Via Roma incedono aggraziate due dame molto eleganti che attirano la sua attenzione.

Via Roma

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Una delle due lo colpisce in modo particolare: indossa un abito scuro, un cappellino da viaggio e regge un ombrello con il manico d’argento.
Ha una bellezza diafana ed eterea, sebbene non sia più così giovane è sempre una donna affascinante.
Osserva le vetrine della lussuosa via genovese, indugia incuriosita davanti al Magazzino Viennese.

Via Roma

E poi ancora, insieme a colei che l’accompagna, si sofferma ad ammirare una mostra di fiori, quindi posa lo sguardo sulle lussuose vetrine di Issel.
Il giornalista segue con gli occhi l’illustre visitatrice, non la perde mai di vista.
E d’un tratto, trafelato, gli viene incontro un collega, così i due cominciano a confabulare tra di loro:
– Ma è lei? – domanda uno.
– Certo che lo è! – risponde prontamente l’altro.
Incuriosito da questo scambio di battute il giovane Pescio chiede di chi stiano parlando e il famoso cronista senza esitazione ribatte:
– L’Imperatrice d’Austria!
Sì, era proprio la celebre Sissi che all’epoca viaggiava in incognito con il suggestivo pseudonimo di Lady Parker, di quei suoi giorni genovesi vi ho già ampiamente parlato in questo articolo.
Torniamo all’interessante racconto di Pescio, per l’appunto è lui a ricordare un fatto poco noto, egli stesso scrive che non è stato tramandato dalle cronache ufficiali.
Eccola Sissi, in compagnia della dama e di una guida si avventura alla scoperta della città, chiede di visitare una particolare parte di Genova, domanda di vedere Portoria.

Portoria

La guida affabile la conduce per quelle strade, le mostra l’Ospedale di Pammatone, si dilunga a narrarne le vicende.
E insomma, cerca di sorvolare su un argomento che potrebbe essere spinoso: in quella zona c’è una memoria storica di rilievo, quel luogo ricorda il gesto di Balilla, simbolo della ribellione dei genovesi al nemico austriaco.

Portoria Balilla

E Sissi è Imperatrice d’Austria, pertanto è necessaria una certa cautela, si rischia l’incidente diplomatico.
Eppure è proprio lei a chiedere di vedere la statua del prode ragazzino, Sissi desidera essere condotta al suo cospetto.

Balilla (2)
E non ha neanche bisogno che le si racconti la storia, a quanto pare conosce bene le vicende di quel periodo.
E pronuncia una frase in proposito, queste parole che meritano di essere ricordate:
– Non si può comandare in casa degli altri!
Non è la sola traccia del suo passaggio nella mia città, i cronisti dedicarono diversi articoli a quei suoi giorni nella Superba.
Di quella sua visita nella zona di Portoria scrisse Amedeo Pescio, grande giornalista e incomparabile narratore della storia di Genova.
Era un aneddoto rimasto nella sua memoria, risaliva ai tempi della sua fanciullezza.

Piazza Pammatone (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Il prestigioso Grand Hotel Isotta

Non stupisce che un albergo di categoria superiore si trovasse in Via Roma, da sempre questa è la strada dei negozi di lusso e delle vetrine eleganti.
Via Roma si trova in pieno centro, collega Corvetto e De Ferrari, le due piazze centrali della Superba, tuttora è una via molto chic.

Via Roma

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo 

E noi viaggiatori di un altro secolo abbiamo il privilegio di soggiornare in questo Hotel esclusivo, certamente non ci verranno a mancare gli agi e le comodità.
Il Grand Hotel Isotta apre i battenti nel 1877, i suoi proprietari, gli stimati fratelli Isotta, sono persone che se ne intendono e infatti possiedono già un’altra struttura di prestigio, l’Hotel De France.
E se siete gente di mondo certo lo conoscerete, si trova in Via al Ponte Reale e ha ospitato lo scrittore Alexandre Dumas.
Ecco l’ insegna dell’Hotel sistemata strategicamente sull’angolo dell’edificio.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Torniamo in Via Roma, al Grand Hotel Isotta.
Con il tempo cambierà proprietario, sul finire dell’Ottocento diverrà di Giuseppe Borgarello.
Oh, certo, il fascino della struttura resterà immutato!
Eleganza, stile e un luogo di vero charme!

Hotel Isotta

Del resto basta guardare il palazzo per rendersi conto che qui verremo coccolati e trattati con ogni riguardo proprio come ogni ospite desidererebbe!

Hotel Isotta (2)

E’ briosa e vivace la nostra Via Roma, un viaggiatore qui non può che restare ammaliato.
E al Grand Hotel Isotta soggiornerà un celebre compositore: è il mese di Novembre del 1907 e a Genova va in scena Madama Butterfly, in questa circostanza il suo autore si ferma appunto al Grand Hotel Isotta.
Là, in quel palazzo, c’è stata una stanza riservata a lui, a Giacomo Puccini.

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Oh, che sbadata!
Nell’entusiasmo di narrarvi questi particolari stavo quasi per scordarmi certi dettagli, naturalmente L’Hotel è dotato di ogni confort.
Non abbiate timori, qui non rischiate di prendervi un’infreddatura, le stanze sono dotate di caloriferi.
E c’è persino la luce elettrica, perbacco!
Vorrei sottolineare che il personale si fa in quattro per accontentare la clientela: all’Hotel potrete comprare i biglietti del treno e inoltre si premureranno di spedire i vostri bagagli.

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E insomma, un posto del genere non può che avere successo.

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Toh, nel 1923 ne è direttore un certo Adolfo Gallo, pure lui doveva essere uno che sapeva il fatto suo.
Il numero di telefono del Grand Hotel è facile da ricordare, eh? Due cifre soltanto: 55!
Provate un po’ a chiamare, secondo me vi risponderanno dalla Hall!

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Tratto dal Manuale Telefonico del 1923 di mia proprietà 

E quando vi trovate da quelle parti non dimenticate di spedire cartoline ai vostri amici, le trovate con tutta comodità al Grand Hotel Isotta.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo 

Che atmosfere indimenticabili!
E sapete? Noi genovesi di questo tempo abbiamo ancora modo di sognare gli sfarzi dell’Hotel Isotta.
L’altro giorno passavo in Via Roma e per caso ho veduto un quadro appeso nell’atrio del civico 7.
E così sono entrata e ho potuto constatare con gioia che qualcuno desidera che si conservi la memoria del Grand Hotel Isotta, dall’immagine sottostante sotto tratte le due foto che arricchiscono questo post.

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E poi, come sempre, ho da fare dei ringraziamenti a dei cari amici.
Grazie a Stefano Finauri al quale appartiene la cartolina di Via al Ponte Reale.
Grazie a Eugenio Terzo che in queste circostanze si dimostra sempre prezioso.
E infatti ha consultato per me i suoi libri e le sue antiche guide e mi ha fornito notizie importanti, poi mi ha anche inviato la cartolina pubblicitaria dell’Hotel.
E io mi sono divertita da matti a trovare altre piccole curiosità, questo genere di ricerche è davvero appassionante!
Eh certo, per saperne di più forse bisognerebbe parlare con la Signora Gemma Maria, colei che ha apposto la sua firma sulla cartolina inviata nel lontano 1909 dal Grand Hotel Isotta.
Oh, volete saperne una? La cartolina venne spedita il 19 Marzo 1909 alle ore 19 e giunse gloriosamente a destinazione, a Courmayeur, il 20 Marzo.
Caspita, c’è da dire che le Poste all’epoca erano davvero efficienti!

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E in quegli anni i viaggiatori trascorrevano ozi dorati in Via Roma, nel prestigioso Grand Hotel Isotta.

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Da un diario genovese del passato: certe eleganze proustiane

Cari amici, questo mese inizia con un nuovo racconto tratto dal diario di Francesco Dufour, qui trovate tutti gli articoli precedenti.
Ancora moda e ancora stile, l’eleganza del passato per le strade della Superba.
Buona lettura a voi!

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Le camicie erano finite al collo con un basso solino, a questo si attaccava con due ferretti il colletto inamidato; il lettore di oggi resterà interdetto al pensiero che si compravano i colletti a parte delle camicie.
Le camicie erano di cotone o di seta; credo che pochi conoscano oggi la carezza e la grazia di una camicia di seta pura.
C’erano allora le camiciaie, erano donne specializzate nel fare le camicie; così c’erano le pantalonaie che facevano i pantaloni da spiaggia e da tennis.
Con il tight si portava il plastron fermato da una perla e si mettevano anche le ghette bianche.
Le calze a mezza gamba, di cotone o di filo di Scozia, venivano tenute su dalle giarrettiere infilate sotto il ginocchio; se l’elastico era stretto dava fastidio ma c’era sempre il problema delle calze a penzoloni.
Mi pare che le calze con l’elastico come usano adesso siano venute fuori poco prima della guerra.
Le calze spesso si bucavano, pare che ora questo problema non esista più ma ai miei tempi, in ogni casa, in ogni momento c’era una donna che cuciva il calcagno o la punta di una calza.
Tutti i materiali erano molto meno resistenti di quelli di adesso; per esempio tutti i momenti si dovevano far risuolare le scarpe.
Verso i miei 15 anni mi feci fare un corredo di vestiti con i calzoni lunghi.
Le giacche usavano avvitate e con le spalle quadrate.

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Immagine appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo
qui maggiori dettagli

I pantaloni dovevano essere stirati con la piega diritta come una lama.
Tutti i vestiti avevano il gilet e quando si poteva si indossavano le bretelle per conservare l’appiombo dei calzoni.
Tutti avevamo, per la campagna, un costume con i pantaloni alla zuava detto anche Knicker Bocker o anche plusfour, cioè con la risvolta lunga quattro pollici.
Per lo più erano di una bella stoffa a quadroni scozzese; ci volevano golf e calzettoni di prim’ordine.
Qualche volta si faceva fare il berretto dello stesso panno.
C’era anche nel corredo un doppiopetto blu con il quale si andava al tè delle signorine.
Un bell’attacco, come dicono i toscani, erano i pantaloni di flanella bianca, la giacca blu e il berretto da marittimo, qualche volta lo mettevo a Sestri.

Sestri Levante (2)

Una volta un mio amico aveva un grazioso berretto di flanella bianca, mi permise di farmene fare uno uguale con l’accordo che non lo avrei mai portato al Lido che lui frequentava.
Quasi sempre si usciva con guanti e bastone.
I guanti chic erano di Fawnes e i bastoni di Howell, ambedue li teneva Pescetto.
Le cravatte più belle erano di Pissimbono e di Finollo.

Pissimbono (4)

Vetrina di Pissimbono

Portavamo sempre cappelli e berretti inglesi.
De Maria in Via Carlo Felice aveva la “sesta” dei cilindri che faceva per Re Umberto; i cappelli li teneva anche Perani in Via Roma, la marca era Turner.
Tutti gli anni compravo un cappello di questa marca per l’acqua, tutte le primavere compravo una paglietta di Sims, costava 25 Lire ed era la più bella.

Via Roma

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Qualche elegantone portava il monocolo o la caramella; era una lente rotonda o quadrata che legata ad un cordoncino si incastrava nell’orbita.
Questa eleganza proustiana a volte era un semplice vetro.
Quando presi la laurea papà mi regalò un anello con una pietra preziosa, era una chevaliére che serviva anche da timbro.
Allora, scrivendo alle signorine più chic si usava sigillare la busta con la ceralacca.

Busellato (16)

Vetrina di Busellato

Si portava spesso un fiore all’occhiello, tutte le mie giacche avevano sotto il rever una barrette di filo per tenere il gambo; erano fiori piccoli, gaggie o rose banksiae di cui in casa c’era spesso qualche mazzolino; in molte piazze c’erano i banchetti dei fiorai.

Fioraie

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ritengo qui doveroso fare una dichiarazione: io non ero un damerino ma tutte queste cose che ricordo erano comuni a tutti i miei cugini ed amici.

Eh, eleganze proustiane di un altro tempo!
Cari amici, ora devo lasciarvi: devo controllare la mia buca delle lettere, attendo ormai da lungo tempo una busta sigillata con la ceralacca, vado a vedere se per caso è finalmente arrivata!

Rosa bianca

 

Da un diario genovese del passato, moda e stili nella Superba

Tornano i ricordi del passato scritti da Francesco Dufour nelle pagine del suo diario, qui trovate gli  articoli precedenti.
Nel descrivere la moda e gli stili di altre epoche, il nostro amico narra di strettissimi busti con le stecche di balene, di gentildonne che quando li indossavano si vedevano costrette persino a rinunciare a mangiare.
Eh, che sacrifici per avere un vitino di vespa!
E poi il racconto prosegue con altri dettagli, alcuni di essi sono piuttosto curiosi, buona lettura a voi!

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Le signore, allora, portavano sempre il cappello e d’inverno la pelliccia, si distinguevano perciò nettamente dal ceto popolare.
Le signore portavano la veletta, anche mia sorella Maria Luisa la portava.
Le signore portavano il manicotto molto comodo per il freddo.
Le signore non portavano mai un pacco, se un acquisto non stava nella borsetta veniva recapitato a casa.
Ricordo lo scandalo quando la madre di un compagno dell’Arecco era entrata da Sacco, oggi Ripamonti, per comprare un etto di prosciutto.
La nonna andava da Romanengo e il signor Pedrin le diceva:
– Signora, assaggi un po’ questi – E le porgeva un vassoio di pralines.

Romanengo (50)

A quell’epoca Romanengo era un salotto.

Romanengo (40)

Nessuna signora, se non le più spregiudicate, sarebbe entrata in un negozio di alimentari.
Tutti si servivano negli stessi negozi di fiducia: Pastore per le pellicce, Migone per le telerie.
Quando ero bambino papà e gli altri signori all’antica portavano sempre il colletto da smoking con la cravatta normale, come abito da cerimonia c’era la redingote, poi c’era l’antenato del tait chiamato “floc”. Questi abiti si portavano al mattino specialmente per i matrimoni, si portavano sempre con il cilindro come i vestiti da sera.
Quando ero un giovanotto le signore facevano la parata nelle strade, Via Luccoli era chiamato il salotto di Genova.

Via Luccoli (12)
I giovanotti si sedevano sui “ferri della posta” così era chiamata quella ringhiera che si trova in cima a Via Luccoli, verso via Carlo Felice.

Piazza Fontane Marose

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Un’altra parata era  in Via Roma, i bellimbusti facevano la posta davanti al Mangini.
E circolava questa freddura: sai la differenza fra il negozio di Mangini e quello di Sacco il salumiere? Da Sacco i salami stanno dentro e da Mangini fuori!

Mangini

Mangini

Via XX Settembre era considerata una strada poco chic perché si diceva percorsa dagli impiegati; scendendo, mai si sarebbe passati dal lato destro e dal sinistro si passava sul marciapiede fuori delle arcate.

Via XX Settembre (2)

 Se ci si fermava per strada a parlare con una signora non si faceva il baciamano con il guanto ma gli appassionati baciavano il polso fuori del guanto.
L’etichetta imponeva di gettar via subito la sigaretta e qualche volta, se questa era appena accesa, per un giovanottino era un piccolo dolor di cuore.
In tutta questa epoca ebbe molta importanza il cappello, nessun uomo poteva uscire senza, questo valeva anche per i bambini.
Al tempo della prima guerra io solitamente venivo mandato a comprare il Corriere Mercantile dal giornalaio di fronte.
Una volta sono uscito senza cappello; quando, trovandomi sul marciapiede di fronte me ne sono accorto, rimasi sbigottito, non sapevo come fare a nascondermi.
Erano usanze tanto radicate che diventavano una seconda natura.

Ecco, sapete cosa vi dico?
Tra le tante consolidate abitudini una mi trova particolarmente concorde, questa faccenda che le signore non debbano portare i pacchi mi sembra più che giusta!

Piazza Corvetto

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Da un diario genovese del passato, automobili nella Superba

E’ arrivato tra le mie mani in maniera inaspettata, me lo ha dato una mia concittadina che legge e apprezza queste mie pagine, una nuova amica.
E’ il diario di un suo antenato, Francesco Dufour, appartenente a una famiglia nota non solo a Genova.
Il signor Francesco ha voluto lasciare i ricordi di ciò che ha veduto e ha scritto le sue memorie, io leggo queste sue pagine battute a macchina e mi pare quasi di conoscerlo!
Ha uno stile piacevole e chiaro, non manca quel sottile senso dell’ironia tipicamente genovese, vi strapperà più di un sorriso!
E allora vi porterò nella strade della Superba con i suoi racconti, li copierò come lui li ha scritti, sono perfetti così e non mi permetterei di cambiare una virgola.
Iniziamo dai rocamboleschi viaggi in automobile nella Genova del passato.

Piazza De Ferrari

 Piazza De Ferrari, viaggiata nel 1910
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Quando ero bambino ci si serviva del vetturino Donzelli che posteggiava in Piazza dell’Annunziata; si mandava a chiamare per recarci a Cornigliano.
Qui Carlino teneva un cavallo da sella con il quale si recava a Coronata e al Belvedere.
Nel 1915 papà comprò una Fiat Zero, era una Torpedo a 4 posti.
Era una cosa nuova, nessuno se ne intendeva; Carlino la guidava seguendo il “Manuale dell’Automobilista”.
L’automobile era il primo elemento di prestigio, si diceva “Il tale ha l’automobile” come si sarebbe detto “Il tale è milionario”.
L’automobile era, in principio, riservata ai padri di famiglia, alle persone di qualche importanza, non aveva ancora il significato sportivo che ha adesso.
Chi aveva l’automobile aveva anche lo chauffeur, l’automobile serviva innanzi tutto a scopo rappresentativo, per le visite, i matrimoni, i funerali, il Carlo Felice.
Sarebbe stata una sconvenienza arrivare in taxi.

Piazza De Ferrari (2)

Teatro Carlo Felice
Cartolina appartenenete alla Collezione di Stefano Finauri

Poi avevamo una grossa berlina SPA.
Un vetro separava l’autista dai passeggeri e gli ordini si davano con un tubo portavoce, in un angolo un vasetto di fiori.
Lo chauffeur apriva lo sportello e stava sull’attenti con il berretto in mano.
Gli autisti avevano una divisa scura e una chiara secondo il colore della macchina; portavano i gambali, solo pochi raffinati portavano gli stivali.
Dopo un certo tempo si pensò che una macchina aperta sarebbe stata più panoramica per le gite, allora venne in uso la decappottabile chiamata torpedo e se a due posti chiamata spider.

Piazza Corvetto

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Le strade, non asfaltate, erano molto polverose, con queste macchine si viaggiava in una nuvola di polvere.
Il viaggio era un continuo cercare di sorpassare per evitare la polvere di chi stava davanti.
Per il vento e la polvere era come andare in motocicletta.
Le signore portavano veli, maschere e spolverini, gli uomini spolverini, berretto e occhialoni, i più chic erano i Meyrowitz.
Molto frequenti erano le pannes, molto spesso scoppiava una gomma tagliata dallo spigolo di una pietra spaccata e specialmente per i chiodi dei ferri dei cavalli.
Non c’era la ruota di scorta, bisognava smontare la ruota, poi con 2 lunghe leve smontare il copertone, estrarre la camera d’aria e su un paracarro, con carta vetro, mastice e una pezza si riparava il guasto.
Spesso si tappava il carburatore, sulla Via Emilia, dove nei rettilinei si lanciava la macchina, erano frequenti le fusioni delle bronzine.
Mi ricordo che quando si arrivava a Genova e si vedevano i tram si diceva: per male che vada ormai si può arrivare a casa!

Via XX Settembre (3)

Tram in Via XX Settembre da Ponte Pila – viaggiata nel 1914
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Le automobili avevano vicino al vetro un faro mobile che si poteva puntare in tutte le direzioni.
Il parabrise si poteva abbassare tutto per diminuire la resistenza dell’aria e per aumentare la potenza del motore, si poteva, con un pedale, eliminare la marmitta.
Mi ricordo con che soddisfazione, al principio di una salita, libero e generoso, il fragore del motore.
Nei primi tempi il traffico era molto disordinato, non c’erano semafori e tutti i pedoni camminavano e attraversavano a casaccio.

Via Roma

Via Roma – Cartolina Appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

In un primo tempo era obbligatorio suonare la tromba nell’abitato, la tromba era una pera di gomma.
Poi venne proibito suonare nell’abitato e fu un disastro perché la gente continuava a stare in mezzo, a volte si doveva gridare dal finestrino o dare un’accelerata a vuoto per avere il passo.

Via XX Settembre (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

I vigili davano molte multe, specialmente per eccesso di velocità, queste fioccavano specialmente in fondo a Via Cantore, dove la strada larga e la discesa invitavano a esagerare.
Per vendicarsi del vigile gli si dava del voi come si faceva con le persone inferiori.

Via Palestro

 Via Palestro 1916
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Grazie a Raffaella per avermi prestato questo diario prezioso, è una lettura a dir poco emozionante.
Grazie a Stefano Finauri, le sue immagini abbinate a queste memorie sono ancora più suggestive.
E grazie di cuore a Francesco Dufour,  camminare con lui per le strade della Superba è meraviglioso, ho un nuovo amico e presto anche voi leggerete altri racconti.
Un saluto a tutti voi lettori, vado procurarmi un velo da indossare per una gita in automobile!
Sapete, questa faccenda della polvere è a dir poco seccante!

Piazza De Ferrari (3)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri