I caruggi sotto la pioggia

Pazzie di primavera, a volte il cielo si copre di nuvole e piove.
E piove sui tetti spioventi della città vecchia, andar per caruggi sotto la pioggia è un viaggio di luce e riflessi, di ardesie lucide e bagnate.
E a volte, quando il cielo si rovescia impietoso sulla città, andar per caruggi significa doversi districare in una selva di ombrelli, i vicoli sono stretti, si sa.
Alzi la mano chi non è mai rimasto imbottigliato nel centro storico, in un giorno di pioggia, magari sotto le feste!
Sì, succede!
E se invece passi nei vicoli in un orario insolito può capitare di non incontrare nessuno.
Ed è tutto un viaggio di luce e riflessi, in Canneto il Lungo.

Canneto

Laggiù, oltre l’archivolto.

Canneto (2)

Grigio di Genova e di acqua piovana.

Caruggi

La pioggia nei caruggi a volte è gioco di specchi, puoi guardare la città nelle pozzanghere, facciate di palazzi e persiane spalancate in Piazza Banchi.

Piazza Banchi

E il campanile di San Pietro.

Piazza Banchi (2)

Piove sulle finestre e piove sulla loro immagine riflessa a terra.

Piazza Banchi (3)

E poi a volte, tra i vicoli, ti si svela all’improvviso qualche incanto di colore.

Caruggi (2)

Nei caruggi, quando piove, si cammina volentieri in Sottoripa, al riparo sotto i portici.
E poi però devi uscire fuori, magari vai verso il mare e a volte il vento ti piega l’ombrello, te lo spezza senza pietà.

Palazzo San Giorgio

Talvolta le pozzanghere sono generose, a Caricamento puoi vederci le case rosse che si affacciano sulla piazza.

Caricamento

E poi la Torre dei Morchi, un punto di vista insolito, lo so.

Caricamento (2)

E ancora, l’infilata di portici e di case e di luci accese, l’asfalto diventa uno specchio.

Caricamento (3)

Andar per caruggi sotto la pioggia, mentre al centro del vicolo un solo passante scende con l’ombrello aperto.

Caruggi (3)

Salite e discese, a volte si cammina in piano, per fortuna!

Vico di Posta Vecchia

E sì, anche in Via Garibaldi guarda in alto oppure guarda giù.

Via Garibaldi

La pioggia nei caruggi ravviva le tinte, le rende brillanti.

Via Dei Giustinani

Oppure crea l’effetto opposto, se osservi Via dei Giustiniani da questa prospettiva sembra tutto in bianco e nero.

Via dei Giustiniani

Luccica Via San Bernardo  deserta sotto la pioggia battente.

Via San Bernardo

Mi fermo a guardare, io che amo i vicoli, amo andarci anche quando piove, magari proprio quando in giro siamo davvero in pochi.

Vico dietro il Coro di San Cosimo

Cadono le gocce e si sciolgono in piccoli cerchi concentrici.

Caruggi (4)

Lucidi di acqua e di riflessi, questi sono i caruggi sotto la pioggia.

Caruggi (5)

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E se una mattina in Vico di San Bernardo

Ci sono cose che accadono in un determinato istante.
E basterebbe una minima frazione di tempo perché tutto mutasse.
Così è nella vita, del resto.
Vi sorprenderete mai a interrogarvi sulle infinite possibilità del vivere e sulle varianti che possono cambiare il corso degli eventi?
A me capita spesso, soprattutto in certi istanti.
Vista, tatto, udito e certe esperienze uniche, irripetibili.
E rimani a porti certe domande.
E se in quel momento non fossi stata lì?
E se fossi stata distratta, assente, pensierosa?
E se.
E se invece.
E invece no.
Io c‘ero.
Io ho detto quella parola, accennato quel sorriso, sono rimasta in silenzio.
Ed era il momento giusto, proprio quello.
E se.
Io c’ero.
Una mattina di settembre, in Via San Bernardo.
Cercavo cosa? Nulla, in realtà.
Camminavo.
E se.
E se invece non sei distratta.
E se alzi lo sguardo, proprio in quell’istante lì che poi non torna.
Oppure sì, torna, ma chissà quando.
Sapete, ci sono tutte le variabili del caso.
E se invece sei lì.
E alzi gli occhi.
Una facciata color giallo chiaro, una tinta sfumata.
E un raggio di sole.
Potente, forte, effimero.
E se.
In Vico di San Bernardo.

Vico di San Bernardo

Via San Bernardo, un terrazzino e la poesia dei tetti

Venite con me, vi porto ancora a guardare la città dei tetti.
E ci sono arrivata per un caso lassù, per una circostanza bella e fortunata ieri ho conosciuto una persona che abita in un palazzo in Via San Bernardo.
Proprio all’ultimo piano, vicino al cielo.
Oh, meraviglia!
E così ho posto la consueta speranzosa domanda:
– Potrei venire a casa tua a guardare Genova dal tuo terrazzo?
Sì, sì, ho detto proprio così!
E mi sono ritrovata su un minuscolo terrazzino sospeso sopra la città dei tetti.

Genova

Ogni volta che si osserva Genova dall’alto, ci si ritrova davanti uno spettacolo differente.
Una diversa prospettiva e rimani a cercare campanili, chiese, strade.
E piazze e caruggi, là sotto.
Via San Bernardo, ecco le sue case alte dai colori caldi.

Genova (2)

Ma guardare la città dei tetti significa seguire le ardesie spioventi e le loro geometrie.

Tetti

Simmetrie verticali, sullo sfondo un cielo velato di nuvole.

Tetti (6)

E poi piante, tende parasole e finestre spalancate.

Tetti (5)

Il piccolo terrazzino, le case che lo circondano e la poesia dei tetti.

Genova (5)

E lì, a pochi metri, la magnificenza della Torre degli Embriaci.
Eh, un giorno o l’altro ce la farò a salire lassù!

Torre Embriaci (2)

Un punto di osservazione unico e privilegiato.
E’ misteriosa la città dei tetti, sotto di sé cela i vicoli ombrosi, i muri di pietra, le colonne levigate dal tempo.
E’ muta e silenziosa, non si ode voce, suono o frastuono.
E’ chiara, di luce e di aria.

Tetti (4)

E provi a indovinare ogni casa, ogni dimora.
Cammino spesso in queste strade, da quassù tutto è diverso.

Tetti (3)

E dalla città dei tetti si parte per volare lontano.

Tetti (2)

La città dei dogi, la Croce di San Giorgio che sventola sulla Torre Grimaldina, il candore del Teatro Carlo Felice.

Genova (4)

E ancora bianco, che si perde tra le ardesie chiare.
Il campanile di San Lorenzo e al centro dell’immagine si nota la Torre dei Maruffo.

Genova (3)

La torre sovrasta Canneto il Lungo, da San Bernardo si vede la sua parte posteriore.
Sono le vedute particolari di certi terrazzini dei vicoli.

Torre Maruffo

Sono rimasta un po’ lassù, in un pomeriggio d’estate, non posso che dire grazie alla generosa padrona di casa che mi ha aperto la sua porta.
E mi accade spesso, è una cosa bella.
La città dei tetti, così differente da lassù, svela scorci mai veduti, nasconde angoli ben noti, cammino ogni giorno tra quelle case, conosco le strade, le piazze, i caruggi eppure li cerco quando guardo la città dall’alto.
Da un minuscolo terrazzino in Via San Bernardo, accanto alla torre degli Embriaci.

Torre Embriaci

Sono rimasta lassù.
Senza vento, nessun suono e nessun frastuono.
E’ la mia città e non smette di stupirmi.
Ha le sue maniere di svelarsi e di mostrarsi, ha i suoi misteri e i suoi incanti anche per me che la vivo ogni giorno.
E così sono rimasta lassù.
Tra luce e ombra, tra cielo e ardesia, davanti alle stupefacenti prospettive della mia Genova.

San Lorenzo Campanile

Di foglie, di finestre, di scale e di vita

La vita si affaccia alla finestra.
In certi caruggi antichi, così accade in Via San Bernardo.
Tra colonne, marmi e capitelli, certe ardite foglioline si spingono oltre le inferriate, a cercare la luce.

Via San Bernardo

Vi racconto di piccoli vasi, di piante e di terra.
Di grate tondeggianti e armoniose, di muri che attirano la luce del sole.

Il Carmine  (2)

Vi narro di certi gradini alti, ma limati dal tempo, tra creuze e piazzette.
Lì la vita si apre in rami verdi e rigogliosi, nella sua infinita attesa.

Salita delle Monache Turchine

E si arrampica, attorno a un lume.
E se fosse sera ci si aspetterebbe che tutto fosse illuminato da un chiarore antico, lieve e quasi fioco.

Salita San Nicolosio

E vi narro di certi caruggi stretti e angusti, di edere coraggiose e caparbie, che si gettano giù sfidando la penombra.

Vico del Pepe

E di certe pallide rose color cipria che fioriscono lassù, su un davanzale che affaccia su Piazza dei Giustiniani.

Piazza Giustiniani

Di archi sotto i quali tremano piccoli petali lisci e setosi.

Piazza del Ferro

Di piante grasse, sospese nell’aria, tra certi silenzi.

Il Carmine

Di gradini variopinti, ognuno un colore, ognuno un riflesso diverso.

Scale

E ancora vi narro di finestre, di foglie sottili, dalle cime aguzze, che si librano lassù, di rami, di intrecci complicati che dondolano al vento.

Via della Maddalena

Di bianco, di verde e di libertà.

Salita S. Girolamo

Di cose inattese in Salita Santa Brigida.

Salita Santa Brigida

Vi narro di un piccolo fiore fucsia che sboccia, intrepido e lieto come tutte le nostre fiduciose speranze.

Il Carmine  (3)

Luci

Sotto le luci, quando ancora non è scesa la sera.
Tardo pomeriggio, in Canneto il Lungo, una striscia di cielo lassù, tra i tetti.
E noi qui, sotto le luci blu.

Canneto il Lungo (3)

A saper guardare, ogni dettaglio ha un significato.

Canneto il Lungo

Luce dorata per le strade lussuose del centro, in questo dicembre che ormai si approssima al Natale.

Via XXV Aprile -

Su per certe salite eleganti brillano le stelle.

Salita Santa Caterina

Contro i palazzi.

Via XXV Aprile - Via Roma

E forse avrei dovuto mostrarvi le strade ampie e larghe, le arterie spaziose e aperte, la prospettiva di Via XX Settembre che pure è spendida.
Forse avrei potuto.
Ma io sto sempre altrove.
Io sono nei luoghi che sanno dire certe parole, a saperle ascoltare.

Via Orefici

Nel saliscendi della città vecchia.

Via di Scurreria (2)

Dove  la bellezza si copre di magia.

Via di Scurreria

Dicembre, Natale, tanti auguri Genova.

Palazzo Tursi

Sfavilla il cielo rosa della sera.

De Ferrari

E  le luci vestono di splendore certe prospettive.
Vedere e saper guardare.

Via Luccoli

E immaginare, un giorno, un passato, una notte buia ora illuminata.

Via Luccoli (3)

Chiaro e scuro, la penombra che si ammanta di mistero.

Via San Bernardo

E l’oro che si staglia contro il blu, davanti al mare.

Porto Antico (2)

In questa città, ora più lucente e chiara, in questi giorni.
In questa città nella quale sempre brillano alcune sue luci.

Genova

Antica Drogheria Torielli, i profumi e gli aromi delle spezie

C’è una bottega, in centro storico, una bottega che desidero mostrarvi da tanto tempo, da quando ho iniziato a portarvi a spasso per i negozi di Zena.
Ed è già apparsa brevemente qui, nel primo tour gastronomico del blog.
E come mai, vi chiederete, ancora non abbiamo varcato insieme quella porta?

Torielli è in una delle strade che più amo del nostro centro storico.
C’è un mondo in questi caruggi, un mondo intero in Via San Bernardo.


Trovate qui la dimora magnificente di un antico genovese, quel Marc’ Antonio Sauli che ospitava nelle sue stanze i notabili del suo tempo.
Un mondo intero, un negozio di frutta e verdura dal fascino molto particolare e a breve distanza Vico degli Stoppieri, con l’archivolto e tutta la magia di quel mondo perduto.
E poi portoni, soffitti, scaloni, in ogni palazzo una meraviglia da scoprire.
E l’Antica Drogheria Torielli, con i suoi profumi e i suoi aromi.

E sapete, io vengo spesso in San Bernardo.
E in questa piccola bottega c’è sempre gente, vedeste che code sotto Natale e Pasqua! E  anche in altri periodi, ogni volta che ci capitavo trovavo sempre il negozio affollato di clienti e  di turisti,  molti visitatori cercano l’Antica Drogheria Torielli, certo, è famosa e conosciuta anche al di fuori di Genova.

E allora in Via San Bernardo capita di vedere gente con il naso appiccicato alle vetrine, che meraviglia!
Tutti a cercare qualche delizia da portarsi a casa o da regalare a chi attende il ritorno dei viaggiatori!

E quale vasetto scegliere per la nostra cucina?

In un’assolata mattina di luglio, finalmente, il caso ha voluto che in Via San Bernardo ci fossi solo io.
E allora finalmente posso portarvi laggiù, tra i profumi e gli aromi.
E possiamo entrare insieme nella bottega più profumata dei caruggi di Zena.

Torielli è il paradiso delle cose buone.
Guardate il bancone, guardate la fila di vasi là dietro.

Una drogheria tutta da scoprire, in Via San Bernardo.

Il cioccolato, il caffé e le caramelle.

E ceste traboccanti  di delizie.

Piccole confezioni regalo tra le quali scegliere!

E quanti tipi di tè potrete trovare qui? E le tisane?

E poi i saponi e prodotti per la vostra bellezza.

E ante che celano profumate sorprese.

Ma lo splendore assoluto è sugli scaffali, in questo che è il regno delle spezie.

E dei profumi e dei sapori.
Cardamomo e paprika, cumino e noce moscata, peperoncino e chiodi di garofano.

E poi molte altre odorose delizie, alcune nemmeno le conosco, pensate!
Ma si resta incantati a guardare i vasi dai mille colori, le polveri, le miscele e i semi.

Oh, c’è anche un’incredibile varietà di sale! Avete idea di quante qualità ne esistono?
Per pesce e per grigliate, alle erbe di Provenza oppure aromatizzato.

E che meraviglia quelle arbanelle con i grani color albicocca, argento e bianco perla!

Profumi e aromi che arriveranno sulle vostre tavole, sui piatti, sulle carni e sui vostri manicaretti.

E sapete, quando si scrivono questi post, bisognerebbe cercare di selezionare le immagini.
Ma come si puo scegliere?

Vasi allegri, colmi della ricchezza delle spezie.

E viene voglia di allungare la mano, aprire il coperchio e riempirsi le narici di questi splendidi effluvi!

Tutto questo si trova in una delle vie di Genova che più amo.
Antichi caruggi di ombra e di case altissime, di atmosfere dal fascino eterno, nel cuore pulsante della città vecchia, in Via San Bernardo.
Ed è qui che dovete venire, se volete scoprire certi profumi ed aromi, l’odore dolce del tè e quello caldo e accogliente del caffé, la cannella e la vaniglia, il pepe e l’origano.
Qui, in Via San Bernardo, all’Antica Drogheria Torielli, il regno delle spezie.

Goffredo Mameli, i vent’anni del fratello degli Italiani

Avere vent’anni.
Avere vent’anni e essere nati in un’epoca di furori e cambiamenti, in una città che è il cuore del nuovo pensiero, di ciò che animerà una nazione che ancora non ha veduto la luce.
Goffredo Mameli nacque a Genova il 5 Settembre 1827, suo padre Giorgio era un ufficiale cagliaritano, sua madre, Adelaide Zoagli, una nobildonna di blasonata famiglia.
Ebbero sei figli e Goffredo fu il primogenito.
Nacque nel cuore della Genova antica, al numero 30 di Via San Bernardo.

Dai registri di battesimo della Chiesa di San Donato risulta che gli vennero imposti i nomi di Giacomo, Goffredo e Raimondo.

La famiglia rimase per breve tempo in San Bernardo, per trasferirsi in Piazza San Genesio, l’attuale largo Sanguineti.

Sul palazzo a lungo creduto la casa natale di Goffredo, è riportata questa targa.

La madre Adelaide, fin da bambina, era amica di Giuseppe Mazzini così come ricorda Nicola, uno dei fratelli di Goffredo, nel discorso che pronunciò al funerale di lei.

Discorrendo di mia madre, il mio pensiero ricorre naturalmente a Giuseppe Mazzini. Essi si conobbero da giovinetti: ma, piú ancora che da questa breve dimestichezza di due fanciulli, io sono richiamato a lui da una comunanza di sentimenti e di aspirazioni, che nella mente e nel cuore di Giuseppe Mazzini divennero quella gran luce onde s’illuminò l’Italia tutta, e a mia madre insegnarono a formar l’anima di Goffredo.

Così crebbe Goffredo, in casa Mameli si respirava l’aria nuova e potente del pensiero mazziniano e l’educazione del futuro patriota venne affidata a un personaggio di grande rilievo, lo storico carbonaro Michele Giuseppe Canale, che curò la formazione di Goffredo fino al compimento dei suoi tredici anni, quando Mameli entrò nel collegio degli Scolopi, in Piazza Scuole Pie.

Goffredo studia Dante e Virgilio, Parini e Manzoni, ma anche Foscolo e Monti.
E Lamartine e Victor Hugo, Goethe e Byron, così si formerà il cantore d’Italia.
Filosofia e poesia, queste le sue attitudini.
Ma quando si è giovani si ha furore e una certa intemperanza, a volte accade, quando si è giovani.
Studente di Retorica e poi di Legge, Goffredo verrà espulso per un anno a causa di un acceso diverbio con un compagno, in seguito abbandonerà gli studi per gli eventi del tempo.

Facoltà di Legge, Via Balbi 5, lapide commemorativa per Goffredo Mameli

Scrive, è autore di un dramma dedicato a Paolo da Novi, compone poesie e versi, nelle sue rime si legge della patria e dell’amore per una fanciulla che fa sobbalzare il cuore.
E l’amore, a vent’anni, arde e brucia.
E ha il viso luminoso e bello di Geronima Ferretti, alla quale Goffredo dedica alcuni suoi componimenti.
Amore osteggiato e contrastato dai famigliari di lei, Geronima non è nel destino di Goffredo e sposerà il Marchese Giustiniani, vedovo di Nina, colei che si gettò dalla finestra per amore di Cavour.
Infelice Goffredo, ricordate i vostri vent’anni?
Rammentate il senso di smarrimento e rabbia quando l’amore era irraggiungibile?
Così fu anche per lui, anche per Goffredo Mameli.
E’ l’anno 1846, nella Genova dei patrioti e Goffredo scrive il suo primo inno, dal titolo L’alba.
Ma saranno altri versi a rendere immortale il suo nome, quelli del nostro inno nazionale, Il canto degli Italiani.
Ed è  il suo inno a rendere Goffredo Mameli il fratello degli Italiani, come si legge su una targa apposta in Via San Bernardo.

Ed è emozionante ricordare come vide la luce Fratelli d’Italia, versi di Goffredo Mameli e musica del suo amico Michele Novaro, anch’egli genovese.
Bisogna andare in un salotto torinese, nell’anno 1847.
In casa del patriota Lorenzo Valerio giunge un ospite illustre, il pittore Ulisse Borzino, che reca un foglio da consegnare a Michele Novaro.
E nel porgerglielo pronuncia queste parole : To’, te lo manda Goffredo.
Dovevate esserci in quel salotto!
Novaro legge ad alta voce i versi, piange e si commuove.
Si siede al cembalo e accenna qualche nota.
Poi si precipita a casa e senza neppure togliersi il cappello si siede al pianoforte e compone la melodia che accompagnerà le parole di Goffredo.
E diviene l’inno del popolo, racconta Anton Giulio Barrili che l’inno era un canto proibito e tale rimase sino al giorno della dichiarazione di guerra all’Austria.
E venne il 10 dicembre, anniversario dell’insurrezione di Balilla.
Dovevate esserci in Oregina e se avete vent’anni, immaginate di sfilare accanto a Mameli insieme a 35000 manifestanti, immaginate di intonare quelle parole con quel furore che solo a quell’età si conosce.
E dovevate vederlo il giovane patriota al comizio che si tenne al Teatro Diurno dell’Acquasola!
Parla a gente come lui, a persone che si riconoscono nel suo pensiero, parla con tutta la sua passione a quella platea gremita di gente che applaude e si infervora: sono i volontari  che seguiranno il  capitano Goffredo Mameli, a combattere a Milano, nel 1848, a fianco degli uomini di Nino Bixio.
A Genova, con l’aiuto di Michele Giuseppe Canale, Mameli raccoglie le sue poesie.
Là dove c’è fermento Goffredo Mameli è in prima linea, guidato dal coraggio del suo credo.
Il poeta patriota è a Roma nel ’49, quando viene proclamata la Repubbblica e così scrive un’altra importante testimone del tempo, Jessie White Mario:

Goffredo Mameli dava a Mazzini il sublime annunzio:

“Roma. Repubblica, Venite!”

Entrata di Mazzini in Roma, 1849
Immagine tratta da “Della Vita di Giuseppe Mazzini” di Jessie White Mario
Volume di mia proprietà

E’ il 9 Febbraio, a Goffredo restano ancora pochi mesi vita.
E saranno giorni e settimane spese in nome di quell’ideale, la patria.
A fianco di Bixio, nelle file dell’esercito di Garibaldi.
A Genova, dove la città insorge.
E’ il mese di aprile e la città subirà l’attacco dei bersaglieri del Generale La Marmora, un momento tragico e drammatico per Genova.
Mameli torna a Roma, dove combatte ancora contro l’esercito francese inviato a rovesciare la Repubblica Romana.
A volte non è semplice avere vent’anni.
A Villa Corsini Mameli resta ferito ad un tibia e viene condotto all’Ospedale dei Pellegrini: è il 2 giugno del ’49, pochi giorni dopo giungerà all’Ospedale il medico Agostino Bertani.
Soffre Goffredo, ma scrive alla madre che il peggio è scongiurato, la temuta amputazione dell’arto per ora è stata evitata, scrive anche a Nino Bixio, pregandolo di andare da lui.
Lo assiste Adele Brambati, nobildonna del quale Goffedo è innamorato.
Ma la cancrena avanza e non vi altro rimedio se non tagliare la gamba ferita di Mameli.
Mazzini e Saffi vanno a trovarlo, la salute di Goffredo peggiora di giorno in giorno.
Ha la febbre alta, delira, il medico Bertani annota i suoi peggioramenti fino al giorno della morte del giovane patriota.
Goffredo Mameli spira la mattina del 6 Luglio 1849, dopo oltre un mese di sofferenze.
A volte è difficile avere poco più vent’anni.
E magari, quando la fine si avvicina, ripensare a certi versi, scritti in altri momenti della vita.

Dolce cosa è l’amor: il suo dolore
All’anima dolcissimo ti viene,
Come canto di cigno che si muore.

Il corpo di Mameli venne nascosto da Agostino Bertani, che svelerà dove si trovi la salma solo in seguito alla presa di Porta Pia nel 1870.
Il patriota venne sepolto a Roma, al Cimitero del Verano.
I vent’anni di Goffredo Mameli sono ancora tra noi, in quelle parole che ad alcuni sembrano vuote, ma che sono il simbolo di una nazione che troppo spesso dimentica il significato della parola patria.
A sua memoria, le parole di un suo proclama, declamato con il furore proprio della sua giovinezza:

Perocché morendo, noi diremo al nemico; tutti i nostri fratelli sono dietro di noi, e la nostra causa vincerà perchè tutti sapranno morire come noi! E voi non ci smentirete!

Per lui le parole di sua madre, sulla tomba di lei, a Staglieno.

Per lui, per il giovane patriota, poeta, cantore dell’Unità le parole di Giuseppe Mazzini.
Parole per Goffredo Mameli, che aveva poco più di vent’anni.

Egli era come una melodia della giovinezza, come un presentimento di tempi che noi non vedremo, nei quali l’istinto del bene e del sacrifizio vivranno inconscii nell’anima umana e non saranno come la nostra virtú, frutto di lunghe battaglie durate. La sua aveva tutta quanta l’ingenua bellezza dell’innocenza.

Facoltà di Legge, Via Balbi 5, busto di Goffredo Mameli

Il Palazzo di Marc’Antonio Sauli, la bellezza nascosta di Genova

Un giorno accade che io sia qui, in Via di Mascherona, per mostrarvi le mampae.
E mentre salgo per questi caruggi, mi avvicina una ragazza.
Mi indica un palazzo, lì, a sinistra, dopo il muretto, stretto tra molti altri.
E’ vetusto, vero? Eh sì, anche parecchio!
– E’ mai entrata in questo palazzo?
Così mi chiede.

Infila la chiave nella toppa e apre il portone.
E davanti a me una scala, una scala che scende.
A metà della rampa una candida conchiglia di marmo sovrasta una porta.
E scendo, mi volto indietro.

Scendo gli ultimi gradini e mi trovo in una corte.
Magnifica, bianca di marmi, fresca di restauri.
Benvenuti signori, in quella che un tempo fu l’umile dimora di Marc’ Antonio Sauli, senatore della Repubblica e protonotario apostolico, vissuto a Genova tra il 1523 e il 1618.
Benvenuti, in questo palazzo annoverato dal 1588  tra i Rolli, così come si definivano le dimore nobiliari dove venivano ospitate le autorità e i diplomatici in visita di stato.
Il palazzo ha il suo ingresso principale in Via San Bernardo, al nr 19, e un ulteriore accesso appunto da Via di Mascherona.

Il Palazzo di Marc’Antonio Sauli racchiude in sè tutta l’essenza di Genova.
E’ la bellezza che non ti aspetti.
E’ la sorpresa che ti coglie nello scoprire uno scrigno di armonia in quei caruggi che sembrano forse tetri a chi non li conosce.
Dietro un portone, in queste antichissime strade, sappiate che potrebbe celarsi questo.

La bellezza e l’armonia di un’antica dimora nobiliare.

Una statua di Venere con un delfino.

A terra, ai suoi piedi, una stella.

Oh, ma questo palazzo ha una storia assai antica.
Sapete a chi apparteneva in tempi ancora più lontani?
Era di proprietà della famiglia Zaccaria, fu poi acquistato da Simone Giustiniano.
Narrano le cronache che tra queste mura fu rinvenuta la Croce degli Zaccaria, quell’opera di splendida oreficeria, conquistata come bottino a Focea ed oggi conservata al Museo del Tesoro di San Lorenzo.
Venne portata qui, in Via San Bernardo.

Marc’Antonio Sauli acquisì il Palazzo, lo abbellì e lo arricchì, divenne il luogo dove si svolgevano importanti riunioni politiche.
Per queste stanze  hanno camminato i notabili della città.

Che emozione grande trovarsi in questo palazzo, voi che mi conoscete potete immaginare!
Eh, l’ho detto a quella ragazza!
Che regalo farmi entrare lì dentro! Pensate, ha persino telefonato all’amministratrice per chiedere se potevo scattare queste immagini e metterle qui, tra queste pagine e desidero  ringraziare entrambe per essere state così gentili e disponibili.
E così  ho camminato, tra quei marmi e quelle pietre, là dove tutto è antico.

Qui tutto ti riporta a un tempo che non è più.

Chi ha sceso queste scale?

Chi si sarà mai sporto da quella balaustra, che affaccia sulla corte?

E laggiù, al centro della corte, c’è ancora lo scarico dell’acqua piovana.

Mica erano degli sprovveduti gli antenati, eh no! E così c’è questa lastra di marmo con i fori per l’acqua.

Il Palazzo di Marc’Antonio Sauli è oggi adibito ad abitazione privata, qui ci sono appartamenti che immagino avranno soffitti altissimi ed archetti, c’è sempre da sorprendersi in queste antiche abitazioni.

Sono entrata dall’ingresso secondario ed uscita da quello principale, e sono arrivata qui, in Via San Bernardo.
Eccolo il portone che cela simili meraviglie.

La bellezza nascosta, misteriosa e splendente dei palazzi di Genova.
Questo, un tempo appartenuto a un famoso genovese, si trova in Via San Bernardo, al civico 19.
Quando passerete di qui, se potete sbirciate dentro.
Lo riconoscerete subito il Palazzo di Marc’Antonio Sauli , è quello che ha il numero civico al centro di una bifora gotica.
Cose che capitano, nei caruggi di Zena.

I Fruttarelli di Via San Bernardo, i doni della terra

Andar per vetrine.
Ed ammirar gioielli, cose belle, costose e preziose.
Andar per vetrine, in Via San Bernardo.
Ed ammirar gioielli.

Un negozio di frutta e verdura, con un po’ di fantasia unite la parola frutta alla parola fratelli  e avrete i Fruttarelli, questo è il nome dello splendido negozio di Maurizio e Luciano Balossino.
Un’esplosione di colori, ai miei occhi non esiste spettacolo più bello di questo.
Via San Bernardo, in questi caruggi di notte c’è una movida non proprio silenziosa e durante il giorno, invece, alcuni non amano passarci, non capiscono la poesia dei nostri vicoli.
Mi dispiace davvero per loro, non sanno cosa si perdono! Ma in quale altro luogo potreste trovare un negozio di frutta e verdura con un portale del 1494?

E poi le ceste, le ceste con i cavoli neri, le cipolle e le bietole e le cassette di arance.

E ancora altre ceste, con i carciofi pronti per essere fritti o serviti con il pinzimonio.

E le fave, per la più sfiziosa delle cenette: fave, Salame di Sant’Olcese e un bel pezzo di Sardo fresco!

Ma davvero al mondo c’è qualcuno che preferisce il guanto di plastica dei supermercati, la bilancia che sputa l’etichetta con il prezzo e tutto quel contesto assolutamente privo di poesia?
Ah, no, non me lo dite, non ci posso credere!

E invece credo che queste mele siano più rosse e fragranti, oppure più gialle e più dolci,  le pere più sode e deliziose e il succo di queste arance è più fresco e dissetante, ne sono assolutamente certa!

E so per esperienza che quest’uva è speciale, dolce e succosa!

Rigoglioso, ricco e colorato, questo è il regno dell’abbondanza.

Ed ogni volta che ci passo davanti resto incantata dalla bellezza dei doni della terra e da quella poesia, che solo certi posti possiedono.

Vico Stoppieri, il fascino degli antichi mestieri

Mi aggiravo dalle parti di Via San Bernardo, giorni fa.
E ho pensato di mostrarvi un angolo nascosto, anche un po’ buio, in verità.
E poi mi sono posta una domanda.
Per quale motivo dovreste venire qui?
Ed io a chi mi sto rivolgendo?
A voi, che venite a visitare la città, oppure a quei genovesi che la abitano senza conoscerla?
Ad entrambi credo, eppure chi è nato sotto il sole di Genova, in questa città di ardesia e di creuze, dovrebbe andare laggiù, dovrebbe vedere questi caruggi con i propri occhi e non attraverso queste immagini.
E voi, quelli che noi chiamiamo foresti, quando verrete a scoprire Zena, certo andrete in Santa Maria di Castello, la chiesa assisa ai piedi della Torre degli Embriaci.
Ma poi vorrete scendere giù, verso il mare.
E allora scendete, scendete verso Piazza Embriaci.
E poi ancora giù, imboccando il vicoletto sulla destra, Vico dei Giustiniani.

Sbocca proprio in Via San Bernardo ed eccolo lì, a pochi passi.

Eh, io lo so che non tutti provano le stesse sensazioni in questi posti!
Bisogna saper leggere le pietre, vedere la loro poesia.
Arti e mestieri, questo troverete sui muri di Genova.
E molti sono i vicoli che portano il nome della maestranze che avevano in quel luogo le loro botteghe.
Esiste così Vico del Cartai e Vico degli Scudai, Vico dei Trombetttieri e Vico dei Droghieri.
Questo, invece è Vico Stoppieri, coloro che erano maestri nell’arte di lavorare la stoppa e la canapa.

Gli stoppieri erano riuniti in una corporazione e nella chiesa di San Marco al Molo fecero erigere un altare, dedicato ai santi Nazario e Celso.
Vi ho già mostrato l’immagine sottostante in questo post ma ve la ripropongo, ad onore e memoria degli antichi stoppieri di Genova e della loro arte.

A gloria di Dio, all’esaltazione della Santa Croce,
alla S.ma Vergine madre di Dio,

ai santi Nazario e Celso martiri,

questo altare creato dall’opera marmorea di Francesco Maria Schiaffino,

la corporazione degli stoppieri di pece a proprie spese dedicava

nell’anno 1735 come risulta dagli atti intercorsi con questa chiesa parrocchiale
e rogati dal notaio Giuseppe Onorato Boasi nei giorni 20 e 30 maggio 1734.

Ed ha un certo incanto per me questo archivolto, immagino giorni e vite lontane, penso ad un brulicare di uomini che si affacendano con la loro canapa, in questo vicolo.

E poi si scende, ancora giù.
Buio, luci ed ombra.

Ed un portale del XV secolo, il sito del Ministero dei Beni Culturali fornisce una scheda in merito, nella quale si legge che lo stato di conservazione è pessimo, davvero un peccato.

E poi, se percorrerete questo caruggio e vi volterete indietro, vedrete questo.


Ci sono tante maniere di guardare e di vivere il medesimo luogo, di ascoltare il silenzio e di gioire di questa ovattata solitudine.

E ci sono prospettive insolite, di secoli lontani, immutate e perenni.
Se saprete guardare oltre, troverete un mondo che attende soltanto di esservi svelato.