L’ora perfetta

Esiste per davvero l’ora perfetta per cogliere il momento in cui la luce del sole si dissolve arrendendosi al buio.
E si accendono in sequenza le luci della città.
È la magia della sera e sfavilla il porto con i suoi gioielli.
Una ad una prendono a luccicare le finestre, i lampioni rischiarano il cammino.
Brillano le insegne, mentre rapidi sfuggono i minuti.
E gli occhi seguono le vertiginose prospettive dei caruggi: là, tra le case alte e i marmi chiari, una striscia di cielo.
Mani in tasca e sciarpa al collo per ripararsi dall’aria ormai più fredda, rumori di passi, parole e suoni, sguardi che si incrociano.
E luci splendenti, per qualche istante appena, quando arriva l’ora perfetta.

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Qualcosa in più

Alcune persone hanno qualcosa in più.
Lo ammetto, io da loro resto sempre colpita e così quando avvengono questi incontri finisce sempre che mi fermo a guardare.
In cammino, tra luce e ombra, mentre il bianco dell’abito splende di un chiarore inconsueto.

La pioggia che cade, la pazienza.
E il bagaglio non sembrava nemmeno pesare poi così tanto.

Certe persone hanno qualcosa in più, ve l’ho detto.
Si era all’inizio dell’estate e faceva così caldo quel giorno.
Blu e nero.
E una cartella a tracolla, la mia borsa è certo più leggera.

Certe vite, certi passi, certi respiri.
Certa luce sulla Chiesa della Maddalena.

Ieri mattina, poi, in mezzo a Via San Luca.
Tra negozi, vetrine illuminate e insegne, marmi e antichi portoni.
E tra me e me me lo dico sempre.
Alcune persone, in qualche maniera, hanno qualcosa in più.

Genova in bottiglia

Come un veliero in una bottiglia all’interno della quale c’è un universo intero: la forza delle onde, lo sconquasso della tempesta, i marinai che lottano disperati per domare le vele.
Metti Genova in bottiglia e vedrai tutto il suo tempo trascorso.
Un doge temuto e prepotente, una cortigiana dai modi suadenti, un’umile fioraia con un cesto di violette e uno scaltro giocatore di dadi: li lancia, cadono a terra, tutti attorno a lui sospirano per la sorpresa.
Un vincitore e uno sconfitto.
Le voci del popolo, il pescivendolo che sbraita per vendere le sue merci e la fanciulla che dona i suoi favori al miglior offerente.
Una schiava, una nobildonna, una badessa.
Una sola Madonna per tutte loro, unica Madre di Dio e Madre di tutti i suoi figli.
Un astuto borsaiolo, un industrioso mercante, un paggio obbediente.
C’è tutta Genova, in una bottiglia.

Genova (1)

Un soldato, torna dalla guerra solcando una strada polverosa.
Si trascina, sfinito e fiacco, e poi precipita nell’abbraccio di una moglie troppo a lungo lasciata sola.
Un condottiero.
Prode, valoroso, senza paura.
Lui non è mai ritornato alla sua casa ma la fama del suo coraggio si è diffusa in ogni strada, tutti conoscono il suo nome, tutti celebrano le sue gesta.
Un uomo di chiesa, raccoglie le confessioni dei suoi fedeli, è depositario di molti segreti.
Un poveretto che si guadagna il pane alla giornata: cammina lento per la fatica ma non dimentica di buttare una moneta dentro al capello del mendicante che lo implora.
Una vedova, madre di molti figli, tira a campare raccogliendo erbe che poi rivende sul mercato.
Uno speziale, un calderaio e un facchino.
E su tutti loro scende la notte e risorge il sole.
Ho visto Genova in bottiglia da questo terrazzino sopra i tetti.
C’erano moltitudini di vite vissute, appena appannate, al di là del vetro.

Genova (2)

Un terrazzino sopra Via San Luca

Accadde un po’ di tempo fa: ero sulla terrazza panoramica del Museo di Palazzo Spinola di Pellicceria.
E lì di fronte c’è un terrazzino.
Sapete, una di quelle meraviglie incastonate tra i tetti e l’azzurro del cielo.

Tetti di Genova (3)

Faccio una foto, la condivido su Twitter e scopro che questa è la casa di coloro che dispensano preziosi consigli sulla Superba: Genova4Tourist, dritte e bellezze per chi visita Genova direttamente da chi vive in città.
E ieri, sotto un sole scintillante, sono salita lassù.
E così oggi vi racconto Genova da quel terrazzino, è sempre un’emozione grande scoprire la Superba da un nuovo punto di vista.
Una scaletta, le geometrie spioventi del tetto, qualche gradino.

Tetti di Genova (4)

E ad ogni passo Genova si svela.

Tetti di Genova (5)

Guarda, ecco la celebre terrazza di Palazzo Spinola, è a breve distanza.

Tetti di Genova (5a)

Cielo azzurro, niente vento, il caldo d’inizio estate.

Tetti di Genova (6)

E i consueti stupori.
Da un palazzo all’altro, nella città vecchia, il panorama muta e ogni volta puoi scoprire nuove bellezze.
E vedi la linea del mare,  la vita di una città portuale, la curva della sopraelevata che si snoda tra le case alte.

Tetti di Genova (7)

Guarda lassù, i palazzi della Spianata e l’ascensore di Castelletto.

Tetti di Genova (8)

Mentre sbocciano i fiori e davanti a te si estendono gli splendori della Superba.

Tetti di Genova (9)

Ed è un continuo susseguirsi di campanili, finestrelle, altri terrazzi, il tempo di Genova sfiora il cielo.

Tetti di Genova (10)

E svetta maestosa la Torre degli Embriaci.

Tetti di Genova (11)

A sinistra dell’immagine si vede parzialmente la chiesa di San Luca, su tutto predomina la Cattedrale di San Lorenzo.

Tetti di Genova (12)

E poi persiane aperte ed abbaini.

Tetti di Genova (13)

Vicoli, caruggi e piazzette sono sotto di te.
Ed è proprio quella città, la sua poesia è in certe parole di Giorgio Caproni che amo sempre citare:

Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria, scale.

Tetti di Genova (14)

E se hai un terrazzino come questo cosa fai?
Ci metti un tavolino, le sedie e ti lasci accarezzare dalla luce delle calde sere d’estate.

Tetti di Genova (15)

Tra comignoli, profili di caruggi ed ancora campanili.

Tetti di Genova (16)

E non potrai mai dire di aver veduto Genova se non hai ammirato la distesa dei suoi tetti, lo sanno bene i visitatori che salgono la scaletta che porta al terrazzino di Palazzo Rosso.

Tetti di Genova (17)

C’è un silenzio magico sopra San Luca, mentre osservo la città nella cornice della ringhiera.

Tetti di Genova (18)

Sono queste le armonie che svelano la sua identità, il suo spirito fiero, quella bellezza che dovremmo saper esaltare.

Tetti di Genova (19)

Cartoline da Genova, da un terrazzino sopra i tetti, in una mattina di giugno.

Tetti di Genova (19a)

E tutto attorno è un trionfo di fiori, piante e alberelli che respirano l’aria del mare.

Tetti di Genova (20)

Genova d’azzurro, di acqua e di cielo.
Si staglia candido il profilo di Palazzo San Giorgio, non lo avevo mai veduto da questa prospettiva.

Tetti di Genova (21)

E poi.
E poi, chiacchiere tra amici, ancora ardesia, estate e focaccia.
Lassù, sui tetti.

Tetti di Genova (26)

E petali che si aprono al sole e si dischiudono generosi.

Tetti di Genova (23)

Le campane suonano, i gabbiani si librano alti e un aereo sorvola la città.

Tetti di Genova (24)

Ringrazio gli amici che mi hanno ospitato, mi hanno regalato ancora nuove meraviglie.
Questa è la mia Genova, la città che amo, vorrei che tutti potessero vederla così.
Splendente, nella sua unicità.
Vera e Superba, da un terrazzino sopra Via San Luca.

Tetti di Genova (25)

Via San Luca, un’edicola per San Vincenzo Ferreri

Vegliano sulle case e sui muri antichi, sulle vie che ogni giorno frequentiamo, sono le immagini sacre collocate nelle edicole della città vecchia: oltre agli sguardi della Madonna sui genovesi si posano anche gli occhi di uomini che portarono nel mondo la parola di Dio.
In Via San Luca, sull’angolo di un antico palazzo, c’è un’edicola che ospita un marmo raffigurante San Vincenzo Ferreri e le sue buone opere.

Via San Luca

Nativo di Valencia, il devoto Vincenzo fu domenicano e fervente predicatore, visse tra la seconda metà del ‘300 e gli inizi del ‘400.
Le vite dei Santi hanno sempre tratti epici ed avventurosi, sono testimonianze di coraggio e di fiducia, di amore per il prossimo e di lungimiranza.
Le vie della fede condussero Vincenzo anche sulle strade di Genova, egli predicò nell’antica chiesa dedicata a San Domenico che un tempo si trovava nell’area dell’attuale Piazza De Ferrari.
In questa città di mare e di porto coloro che ascoltano la parola di Vincenzo Ferreri provengono da ogni parte del mondo.
Ed è il miracolo: egli parla nella sua lingua e ognuno lo comprende nella propria.
È rigoroso il domenicano, tuona contro gli eccessi di vanità e predica la modestia dei costumi.
Confida nella misericordia divina, nel tempo di una paurosa pestilenza vive in mezzo agli umili, prega per i malati e li confessa.
Sembra non temere nulla, le sue preghiere accompagnano le processioni per le vie della città.

San Vincenzo Ferreri

E così, molto tempo dopo, in uno dei caruggi della città vecchia si volle ricordare la figura di questo santo e i suoi gesti generosi.
E c’è un istante che ho tentato di immaginare: è il 1747 e qui, in Via San Luca, si appone questo marmo testimonianza di un’antica fede.

San Vincenzo Ferreri (2)

E in quel momento esatto intorno a questa casa c’è un piccolo universo.
Giovani madri devote, anziani dalle spalle curve, bimbetti scalzi dagli abiti logori, padri di famiglie numerose.
E tutti, o per lo meno molti di loro, snocciolano continue preghiere.
E gli occhi si posano sulla figura del Santo e su quella giovane donna inginocchiata davanti a lui.

San Vincenzo Ferreri (3)

L’iscrizione rievoca i suoi miracoli e la sua generosità.

San Vincenzo Ferreri (4)

E c’è anche una targa in ricordo di un recente restauro.

Via San Luca (2)

C’è un tempo che non abbiamo veduto.
E in quel tempo qui vennero pie monache e donne di malaffare, nobiluomini e popolani, sono i volti di un piccolo mondo che abitava la Genova antica.
Sotto a questo cielo, il medesimo di allora.

San Vincenzo Ferreri (5)

Ed è trascorso quel tempo che non abbiamo veduto.
Era il 1747.
Da allora, in Via San Luca, San Vincenzo Ferreri veglia sul cammino dei genovesi e su tutti coloro che attraversano questa città.

San Vincenzo Ferreri (6)

Finestre dipinte, una curiosa eredità del passato

Se girate per le strade della città vecchia vi capiterà spesso di vedere finestre dipinte a imitazione di quelle realmente esistenti.
Non dovrete cercarle a lungo, vi basterà alzare lo sguardo, ad esempio in Via Gramsci.

Via Gramsci (2)

E a breve distanza, ancora finestre vere e finestre immaginarie.

Via Gramsci (3)

Ed eccole disegnate in Via del Campo.

Via del Campo

E poi sulla riviera, a Santa Margherita Ligure, balaustre e persiane tracciate da un’abile mano d’artista.

Santa Margherita Ligure

Questa consuetudine di dipingere finte finestre trae le sue origini dal nostro passato e per spiegarla bisogna andare al tempo della Repubblica Ligure.
E dunque, è l’anno 1798 e il governo si trova a dover affrontare una spinosa questione: rimpinguare le casse della Repubblica.
E così con una brillante quanto discutibile iniziativa si decide di ricorrere al mezzo più scontato: una nuova tassa che colpisce la proprietà, la tassa sulle finestre.
E la logica del calcolo è facilmente intuibile: i più ricchi possiedono fastose dimore e lussuosi palazzi con numerose finestre, per ognuna si dovrà corrispondere una certa cifra.
Come scrive lo storico Antonino Ronco, lo sgradito balzello viene enfaticamente chiamato “sussidio patriottico sulle finestre”, come al solito in qualche modo si cerca di indorare la pillola!
L’odiata tassa segue una schema preciso: fino a cinque finestre, grazie al cielo, non si paga nulla, ci sono poi delle aliquote calcolate in base al numero delle finestre presenti sull’edificio.
E i liguri come la prendono?
Come reagiscono quelli di Genova a questa bella novità?
E’ semplice, murando e chiudendo le finestre sui loro palazzi, alcune di esse verranno sostituite da quelle finte, dei suggestivi trompe-l’œil.
E così non vedrete mai aperte certe persiane, esistono soltanto grazie ad un abile gioco di pennelli.

Via Gramsci

In città e sulla costa, questa è una finestra di Sori.

Sori

E certo, poi con il tempo questo è diventato anche un diletto artistico, il  trompe-l’œil crea splendidi effetti visivi.
Ed ecco colonne ed affacci da sogno su Via Gramsci.

Via Gramsci (4)

E in Via dei Giustiniani illusori vetri smerigliati.

Via dei Giustiniani

L’astuzia dei genovesi!
Mi metti la tassa sulle finestre? E io le chiudo e tanti saluti al sussidio patriottico!
Questa è Via Orefici.

Via Orefici

E anche in Piazza Valoria c’è una finestra dipinta, non so dirvi se la parziale apertura sia stata realizzata in tempi recenti.

Piazza Valoria

E poi guarda, lassù, all’ultimo piano di questo palazzo di Via San Luca.

Via San Luca

Finestre vere e finestre immaginarie, silenziose testimoni del passato di Genova.

Vico San Matteo

Le Madonnette di Genova, dai caruggi a Sant’Agostino

Se volete conoscere Genova dovete camminare per i suoi caruggi.
Se volete conoscere Genova dovete alzare lo sguardo verso le tracce di una devozione antica, verso quelle edicole che un tempo ospitavano le immagini sacre di Maria e dei Santi.
Oggi vi porto a fare una passeggiata particolare, tra i vicoli e il Museo di Sant’Agostino, tra passato e presente, tra le edicole che ancora si trovano in quei caruggi e alcune statue che potrete vedere in quel Museo.
Lì si trova la statua della Madonna che un tempo era situata nell’edicola posta  sulla casa di Paganini.
L’infinita dolcezza di quegli sguardi si posa su di voi e si prova una sorta di emozione difficile da spiegare, le custodi silenziose dei nostri caruggi sono là, in Sant’Agostino.

Museo di Sant'Agostino

Il culto della Madonna ha origini antiche in questa città, Lei fu anche proclamata Regina di Genova e trovate qui la motivazione.
Ai giorni nostri nelle edicole sono esposte copie fedeli delle statue originali, bisogna andare in quel Museo per trovare i visi benevolenti e i sorrisi che un tempo si posavano sui genovesi.
E bisogna conoscere Genova e i suoi caruggi per poter ricondurre ogni Madonnetta alla sua collocazione originaria.
Vi porto con me, in Via Prè, amo molto questa antica strada.

Via Prè (5)

E lì, dove la via ha inizio poco dopo la Commenda c’è questa bella edicola che ritrae il Beato Botta in contemplazione della Madre di Cristo.

Beato Botta 1

Eccolo il Beato Botta in preghiera, la scultura risale al XVIII secolo.

Beato Botta 1a

Sempre in Via Prè, poco distante, c’è un’altra edicola che ritrae lo stesso soggetto religioso.

Beato Botta 2

E ancora ecco la statua che un tempo era lì collocata.

Beato Botta 2a

E già che siamo da queste parti facciamo una deviazione in Piazza dei Truogoli di Santa Brigida, un angolo di caruggi davvero suggestivo.

Piazza dei Truogoli di  Santa Brigida

E fermiamoci davanti all’edicola.

Piazza dei Truogoli di Santa Brigida

E’ dolce e tenera l’immagine seicentesca della Madre di Dio qui ritratta con Gesù e San Giovannino.

Piazza dei Truogoli di Santa Brigida 9

Le belle e numerose edicole di Via Prè, a loro ho dedicato un intero articolo, lo trovate qui.
La nostra passeggiata continua, scendiamo e arriviamo in Piazza Del Campo.

Piazza del Campo (3)

 

Anche qui troviamo un’edicola, collocata proprio sopra i banchi di frutta e verdura, sacro e profano convivono armoniosamente nei caruggi.

Piazza del Campo (2)

Ed è particolare la statua della Madonna che qui si trovava, è attribuita ad un artista del ‘300, lo scultore che la eseguì faceva parte della scuola che lavorò al restauro della cattedrale quando questa subì diversi danni a causa di un incendio nel 1296.

Piazza del Campo

Andiamo ancora oltre e ci troviamo in Via di Fossatello, qui aveva posto un dipinto, un olio su ardesia che ritrae la Madonna del Cardellino.

La Madonnetta

Anche quest’opera si trova nel Museo che tutti i genovesi dovrebbero vedere.

Via di Fossatello

Camminiamo ancora, ci inoltriamo in Via della Maddalena dove troveremo un’edicola dedicata a Sant’Antonio da Padova che merita certo attenzione, ho già avuto modo di scriverne in questo articolo.

Via della Maddalena

Il Santo di Padova è ritratto in una statua lignea.

Via Della Maddalena (2)

E tiene a sé il Bambino Gesù.

Via della Maddalena 1

Torniamo in San Luca, dove sono davvero numerose le edicole votive, come del resto in tutto il centro storico.
E qui ci fermiamo nei pressi dell’Archivolto di San Raffaele.
Eh, su quei fili elettrici così a vista non dico nulla ma potete immaginare quale sia il mio pensiero.

Via San Luca- Madonna con il Bambino

E ancora si trova uno sguardo dolce e amorevole.

Via San Luca - Madonna con il bambino 1a

E poco distante ancora una nicchia per la Madre di Dio.

Via San Luca  - 2

E questa è la statua che lì si trovava.

Via San Luca

Genova era questo, le Madonnette nei caruggi, ce n’erano ovunque.
Si cammina, nel saliscendi e nella penombra dei vicoli, arrivate in Via di Scurreria Vecchia, un altro vicolo che è tutto sfumature di colore.

Via di Scurreria Vecchia (2)

E andiamo ancora oltre, la strada si incrocia con Vico Indoratori e lì si trova questa edicola.

Via di Scurreria Vecchia

Anche qui era collocato un dipinto, attribuito a un artista della famiglia Calvi, l’opera risale al ‘500 e forse ne fu autore proprio Lazzaro Calvi, celebre pittore.
Il dipinto ritrae la Madonna con il Bambino tra i Santi Giovanni Battista e Lorenzo.

Via di Scurreria Vecchia 1

E’ un’emozione grande camminare tra le Madonnette di Sant’Agostino, qui ci sono anche statue che provengono da luoghi che hanno subito sconvolgimenti e profonde trasformazioni, luoghi che non abbiamo saputo difendere come avremmo dovuto.
Lei è la seicentesca Madonna con il Bambino benedicente attribuita a Domenico Amadeo,  si trovava dall’edicola situate nel pilone sotto il Ponte di Carignano, in Via Madre di Dio.

Madonna con il Bambino Benedicente (3)

Perduta la strada, a noi è rimasta questa Madonna.

Madonna con il Bambino benedicente

Ed è piena di grazia e bellezza la statua di Maria che un tempo era nella chiesa di San Silvestro, ormai perduta sotto i bombardamenti della II Guerra Mondiale.

Madonna della Misericordia Chiesa di San Silvestro

Dolcezza infinita nel suo sguardo.

Madonna della Misericordia - Chiesa di San Silvestro

E ancora, altri caruggi, andiamo giù da Salita del Prione.

Salita del Prione

Anche lì troverete una bella edicola che un tempo ospitava la Madonna.

Salita del Prione (2)

Lei calpesta il maligno che ha le fattezze di un drago, la Madonna pura e candida scolpita nel marmo bianco volge lo sguardo a Dio.

Salita del Prione

Queste Madonnette che oggi troviamo in uno dei Musei più interessanti della città erano un tempo per le nostre strade, a loro ci si rivolgeva confidando le proprie speranze e i propri pensieri.
E no, davvero non potete dire di conoscere Genova se non avete mai veduto queste sue antiche vie e i tanti volti della Madonna che potete incontrare qui, in Sant’Agostino.

Madonna con Gesù e San GIovannino

Non tutte sono state salvate, va ricordato che purtroppo nel passato, quando ancora erano esposte nelle edicole, alcune statue sono state sottratte e sono così andate perdute.
Questo rende ancora più care e preziose le Madonnette che invece sono al sicuro dento al Museo.
Accanto ad ognuna c’è una scheda esplicativa che illustra la sua storia e la collocazione originaria dell’opera, io ve ne ho mostrate alcune, ve ne sono altre che potrete scoprire da voi.

Museo di Sant'Agostino (2)

Qui in Sant’Agostino, c’è parte del nostro passato, c’è il ricordo di luoghi che non possiamo più vedere perché non siamo stati capaci di difenderli.
Quartieri interi, strade e piazze, pietre millenaria.
Là, in Piccapietra, un tempo sorgeva la Porta Aurea, non ne è rimasta più traccia.

Porta Aurea

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Sulle sue braccia aperte si posa il drappeggio del mantello, è sottile ed eterea la Madonna che un tempo si trovava sopra la porta perduta di Genova.
Lei è ancora tra noi, nella pace e nel silenzio di Sant’Agostino.

Madonna dell Misericordia - Porta Aurea

Camminando nel passato con Amerigo

I ricordi: quelli di coloro che hanno veduto ciò che noi non esiste più sono di un valore inestimabile.
C’era una volta una città che ormai è scomparsa, chi l’ha veduta può raccontarla ed è quello che ha fatto con me il Signor Amerigo, la sua è una memoria preziosa.
E allora vi porto al tempo della sua infanzia, negli anni Trenta.
All’epoca, dopo la scuola, si scendeva in strada a giocare.
Alla, trottola, alle biglie e al giro del mondo.
Cos’era il giro del mondo?
Bastava un pezzetto di gesso trovato da qualche parte per tracciare al suolo una sorta di strada e poi chini per terra si giocava con certe scatolette di lucido da scarpe dentro alle quali si mettevano le immagini dei ciclisti famosi dell’epoca: Binda, Guerra e Olmo.
E si doveva restare nei limiti del tracciato che a un certo punto si interrompeva e allora bisognava far saltare oltre la scatoletta, verso una meta precisa, una zona chiamata l’isola.
E ugualmente si giocava coi tappi a corona, ho scoperto dal Signor Amerigo che si chiamavano Agrette in quanto prendevano il nome da una celebre bibita, l’Agretta, io non l’avevo mai sentita, pensate!
La città che non esiste più, in Via Madre di Dio e in Piazza Ponticello un pullulare di piccole botteghe e una varia umanità.

Vico Dritto di Ponticello

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E qualcuno, a quanto pare, viveva anche di sotterfugi.
E c’erano quelle ragazze, note con il nome assai poetico di dispensatrici di piaceri.
E’ Genova, ma potrebbe essere qualunque altra città, in quel periodo storico.
E a quel tempo a qualcuno capitò di trovare nella spazzatura un sacchetto nel quale tintinnavano certe monete.
E insomma, il sacchetto venne portato all’osteria più vicina e si scoprì che si trattava di preziose sterline che alleviarono certe difficoltà.
E giù per Salita del Prione c’erano i negozi di robivecchi: una strada animatissima, dove si trovava ogni genere di merce, dagli stracci alle stoviglie.

Salita del Prione

Istantanee dal passato che vive nella memoria di chi lo ricorda: dalle parti di Via Ayroli, in San Fruttuoso, in un tratto di strada c’era un fossato.
Beh, sapete cosa c’era lì?
C’erano le stalle con gli animali e certi carretti a due ruote detti Tombarelli, mentre quelli a quattro ruote servivano il Mercato di Corso Sardegna.
E si giocava lì, nel fossato.
E alle quattro, quando era l’ora della merenda, tutti i bambini correvano a casa e chiamavano a gran voce la mamma e ognuno riceveva una delizia sopraffina: un panino con dentro un filo d’olio.
Ricordi di eventi rari: la merciaia che aveva una macchina, un’Appia Lancia!
E che evento per i bambini quando arrivava la macchina!
E che dire degli altri piccoli, quelli della nave scuola Garaventa? I loro abiti erano fatti con i vestiti smessi dei Carabinieri, presto vi parlerò nel dettaglio di questa istituzione genovese.
Altri tempi, altre usanze.
E a casa si mangiava minestra in brodo o spaghetti alle acciughe, insalate e uova, la carne quasi mai, il pollo era l’ambizione del Natale.
Frammenti dal passato, della città che non c’è più.
E ricordi vividi e chiari: la Rinascente in Via San Lorenzo, scendendo sulla sinistra, proprio dopo il Duomo.

Via San Lorenzo

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E un negozio di articoli musicali dopo Porta dei Vacca, e botteghe di suppellettili e di ogni genere di merce, i negozi eleganti in Via Orefici.
E certi crocchi di gente in Via San Luca, come mai si affollano tutti attorno a quel tavolino?
Là dietro c’è seduto un signore dall’aria spavalda, pare molto sicuro di sé.
E fa il gioco delle tre tavolette, ovvero tre carte rovesciate che mostra agli avventori, poi le mischia e chiede di puntare.
E insomma, non è tanto chiaro come faccia, ma immancabilmente vince sempre lui.
E mischiati nella folla ci sono certi sodali dell’uomo seduto al tavolino, appena si accorgono che qualcuno mostra segni di insofferenza e sembra sospettare che ci sia sotto un trucco sono pronti a prenderlo a spallate.
Scene di ordinaria quotidianità, nei caruggi della città.
E poi Portoria e certe casupole poverissime sopra Galleria Mazzini.
Piazza Pammatone, la piazza con il monumento al Balilla della quale vi ho parlato in questo articolo.

Piazza Pammatone

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E una bottega che vendeva un materiale assai prezioso, era la bottega di un carbonaio.
E certi ricordi vividi e reali di lui che sedicenne un bel giorno partì con il carretto da San Fruttuoso, era diretto a Cornigliano e quindi a Sestri, lo scopo del viaggio era compiere una consegna per suo papà.
E sulla via del ritorno una sosta dal carbonaio e il giorno dopo immancabile arrivò la febbre, ma le mance gli consentirono di comprare i libri di scuola.
Una fatica grande che non sappiamo neppure immaginare, siamo viziati, siamo abituati ad ogni comodità, non saprei dire se siamo più felici.
E non credo che nei nostri quartieri si respiri quel senso di comunità del quale parlava con nostalgia il Signor Amerigo, forse siamo più distanti uno dall’altro.
Noi siamo la generazione che non conosce la guerra, gli anziani sono quelli che invece l’hanno vissuta.
E a quel tempo a pranzo e a cena si mangiava solo pane, un etto e mezzo per i ragazzi, solo un etto per adulti.
Gli ordigni bellici che cadono e squarciano la città, un cratere davanti all’Hotel Verdi, poi macerie ovunque in Via Galata e nella zona di Via San Vincenzo.
E chi racconta mi dice che trascorse un po’ di tempo prima di sapere che si trattava del bombardamento navale.
Noi oggi siamo abituati all’immediatezza, una volta non era così, sarà un’osservazione banale ma trovo che sia un valido spunto di riflessione.
E sapete, il signor Amerigo mi ha raccontato molte altre vicende e alcune preferisco non scriverle qui, le tengo per me come un prezioso regalo che mi ha fatto questo nuovo amico che ringrazio di vero cuore per la sua disponibilità e per il tempo che mi ha dedicato.
Questo articolo nasce in seguito a certi commenti che a volte ricevo dai lettori, sono commenti di persone che raccontano del proprio passato e spesso mi commuovono e offrono spaccati per me inediti di questa città.
Se incontrerò ancora persone che hanno il desiderio di condividere con me le loro memorie sarà un privilegio potervele raccontare, mi piacerebbe che diventasse un nuovo emozionante appuntamento.
Ricordi che sono tasselli di un quadro che prende vita e diviene reale, è accaduto davvero, in un altro tempo.
E oggi è diverso, certo.
Sapete?
Stamattina ero in Via San Luca, d’un tratto mi è parso di vedere un gruppo un gente, c’era una folla attorno a quel tavolino! E che brusio, quante voci!
Sì, io quelle persone le ho viste e le ho sentite perché qualcuno mi ha raccontato di loro.

Via San Luca

La Pensione Svizzera e l’Hotel Feder, illustri viaggiatori nella Genova dell’800

Il viaggio, la scoperta del mondo e di luoghi mai veduti.
Oh, certo! Bisogna essere accorti, quando si viaggia!
E allora andiamo indietro negli anni, al tempo delle carrozze e dei bauli, al tempo delle strade polverose e dei viaggi infiniti.
E’ il 1828 e a Genova arriva un viaggiatore, un certo Romain Colomb.
E’ francese, giunge direttamente da Parigi e tra la mani stringe uno smilzo volumetto dal titolo Journal d’un voyage en Italie et en Suisse, pendant l’année 1828, contenente molte preziose raccomandazioni.
Le note, con le indicazioni di viaggio e i suggerimenti per districarsi nel dedalo dei caruggi genovesi, sono state scritte per Romain da suo cugino, che risponde al nome di Henri Beyle, meglio noto come Stendhal.
Questi consiglia all’inesperto Colomb di recarsi a Genova con un vetturino, circostanza che offrirà l’opportunità di viaggiare insieme a gente del posto.
Eh, solo così si conoscono le cose del mondo!
Stendhal era già stato a Genova e amava alloggiare in un albergo molto rinomato, sito nel cuore della città vecchia, in Via San Luca.


Al numero 10, in un edificio ora non più esistente, si trovava la Pensione Svizzera, favorita da Stendhal per la posizione centrale e panoramica.
Oh, ma faccia attenzione il giovane Colomb! Che i genovesi non lo prendano per uno sprovveduto!
Quando si troverà all’albergo, raccomanda il suo illustre parente, avanzi richieste ben precise, per carità!

“…bisogna chiedere la camera 26 al quarto piano, dalla quale si vedono il porto e la montagna, Bisogna dire: mi dia la camera che un russo ha occupato per 22 mesi. Costa un franco, un franco e venticinque al giorno. Di fronte c’è un ristorante dove si può mangiare, scegliendo dalla lista.”

Che viaggiatore fortunato, Romain Colomb! Chissà se poi gli venne assegnata la camera 26!
Certo è che la Pensione Svizzera trovò nello scrittore francese un testimonial d’eccezione, non vi pare?
Beh, lo stesso non si può dire per l’Hotel Croce di Malta, tanto amato da Mark Twain e frequentato da molti altri personaggi di gran rilevanza.
Ricordate? Ve ne parlai dettagliatamente tempo fa, cliccando qui arriverete a quel post.

Insomma, al Croce di Malta Stendhal non si trovò affatto bene, bisogna dirlo.
Vi arrivò di mattina presto, dopo un viaggio per mare.
Ci credereste? Cambiò stanza ben tre volte, non gliene andava bene una!
Lo scrittore si mise a girovagare per la città, per Via Balbi e lungo Strada Nuova.
Che incanto!

Eh, ma a girare viene sete, ci sarà un caffé da qualche parte?
E allora giù, giù per i caruggi, al Caffé della Costanza in Via Orefici.
Oh, ma Stendhal è abituato ai locali fastosi di Milano e Venezia!
E’ un po’ buio questo caffé, ma come mai? Sono i caruggi, caro Henri, sono i caruggi!
Malgrado ciò, il nostro ritornerà svariate volte nel corso della giornata in questo locale, a bere l’acqua rossa, che così lui descrive:

 “ …cinque o sei ciliegie in fondo al bicchiere e il profumo delizioso dei noccioli. Questa bibita eccellente e mai lodata abbastanza costa tre soldi…”

 Ma torniamo alla Pensione Svizzera e ai suoi illustri avventori.
Vi soggiornerà nel 1853 anche il compositore Richard Wagner.
E lui narra di pavimenti a mosaico, di scaloni di marmo, di una stanza al sesto piano dal quale si poteva ammirare l’orizzonte, il mare, il porto.
E’ la zona del Porto Antico, ovviamente.
Senza l’orrida Sopraelevata. Sospiro.
San Luca, la zona di Banchi, un’area viva e vitale.
Qui, in Via al Ponte Reale, si trovano alcuni degli alberghi più noti.
Nell’immagine sottostante, a destra, potrete notare l’insegna dell’Hotel de France che diede ospitalità allo scrittore Alexandre Dumas.


Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

All’angolo con Vico De Negri, invece, si trovava uno degli alberghi più famosi, l’Hotel Feder.
Aveva più di cento stanze ed una vista impagabile su Piazza Banchi e sul porto.

Piazza Banchi, Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Se foste stati viaggiatori di un altro secolo al Feder avreste potuto incontrare lo storico Theodor Mommsen e lo scrittore Herman Melville, che soggiornarono nelle sue stanze.
E magari avreste veduto entrare una coppia di amanti che aveva scelto questo Hotel per i propri convegni amorosi: lui è un uomo politico molto in voga, lei ne è innamorata pazza, per lui arriverà ad uccidersi buttandosi dalla finestra del suo palazzo di Via Garibaldi.
I due amanti sono niente meno che Camillo Benso Conte di Cavour e Anna Giustiniani, i cui  sospiri rimbombarono nelle stanze del Feder.
In questo albergo, poi, trovò la morte Daniel O’Connell, uomo politico irlandese massimo rappresentante dell’emanicpazione cattolica.
A lui è dedicata una lapide ancora ben visibile.

Viaggiatori dell’Ottocento, nella Genova dei bei tempi.
Se passerete nella Superba, ricordatevi di loro.
E magari rinfrancatevi con un buon bicchiere d’acqua rossa, è buona e dissetante!
E soprattutto tenete a mente una raccomandazione: alla Pensione Svizzera chiedete la camera nr 26, quella che un russo ha occupato per 22 mesi.

Da Piazza dell’Agnello a Vico Pinelli, dai caruggi all’Acquario

E torniamo qui, in Via Cairoli.
Per raggiungere l’Acquario non vorrete mica seguire quella freccia, vero?
No, venite con me, ancora una volta diamo le spalle a questo cartello.

E andiamo giù, per Via San Siro.

E scendiamo ancora, finché arriviamo in Via San Luca.

E guardate bene l’immagine soprastante, tra il palazzo verde e quello rosso si snoda un vicoletto.
E’ Vico dell’Agnello, la cui effige entrò come simbolo nel sigillo di Guglielmo Boccanegra, Capitano del Popolo nel lontano 1257.
Percorriamolo insieme e arriveremo a una piazza:  come spesso accade nella nostra città, un vicolo porta in una piazzetta che ha lo stesso nome, questa è Piazza dell’Agnello.
E’ qui un antico palazzo appartenuto alla famiglia Cicala.

Una lapide ricorda che visse qui uno dei più noti rappresentanti di questa famiglia, Lanfranco Cicala, che ebbe una vicenda umana degna di essere narrata.
Console, legista e poeta, così si legge sulla targa a lui dedicata.

E sempre in questa piazza ecco il bassorilievo con l’Agnello, simbolo delle antiche famiglie consolari.

Questa è una bella piazzetta, ma noi abbiamo una meta, no?
E allora andiamo, andiamo oltre, laggiù dove si intravede uno sbocco.

Non saprei dirvi quanti turisti passino per queste strade e a dire il vero forse anche molti miei concittadini non le conoscono, ma Piazza Pinelli, che prende il suo nome da un’altra famiglia nobile, offre vedute di una bellezza da mozzare il fiato.
Fate pochi passi e poi voltatevi indietro, a osservare quelle case, sempre protese verso l’alto.

E poi magari  soffermatevi ad osservare certi angioletti, che proteggono una casa.

Io vi porterò ancora qui, a scoprire i portoni in pietra del promontorio, i palazzi, le ricchezze nascoste.
Queste antiche dimore, tra le quali si dipana un altro vicoletto, lo vedete laggiù?

E sapete, a volte bisogna guardare verso il basso, e così dovrete fare in Vico Pinelli.

Osservate bene le pietre, guardate se notate qualcosa.

Non vedete nulla? Oh, forse occorre fare qualche passo e voltarsi indietro, guardare da un’altra prospettiva.
Le pietre di Vico Pinelli, almeno noi genovesi dovremmo conoscerle.
Le pietre, consunte dalle ruote dei carretti che passavano di qui per andare a Caricamento.

Il sudore, la fatica e il lavoro di molti hanno lasciato la loro traccia in questo vicolo.

Ma noi oggi avevamo una destinazione prefissata!
Oh sì, me ne ricordo!
E volete sapere cosa vedrete quando uscirete da Vico Pinelli?

Avete visto? Vi ho portato all’Acquario!
Sì, perché tutte le strade, come vi dicevo, conducono all’Acquario.
E allora scegliete voi quale sia la via migliore.
Alcune, seguendo certe indicazioni, vi portano lontano da tutto ciò che vi ho mostrato, ai margini della città antica.
Altre, invece, vi condurranno nel cuore di essa, tra angeli ed immagini sacre, tra dimore di nobili e di vecchi genovesi.
Sarà un cammino diverso e vi porterà in altri tempi, facendovi calpestare le pietre solcate da antichi carretti.