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Posts Tagged ‘Via XX Settembre’

Alcune persone hanno qualcosa in più.
Lo ammetto, io da loro resto sempre colpita e così quando avvengono questi incontri finisce sempre che mi fermo a guardare.
In cammino, tra luce e ombra, mentre il bianco dell’abito splende di un chiarore inconsueto.

La pioggia che cade, la pazienza.
E il bagaglio non sembrava nemmeno pesare poi così tanto.

Certe persone hanno qualcosa in più, ve l’ho detto.
Si era all’inizio dell’estate e faceva così caldo quel giorno.
Blu e nero.
E una cartella a tracolla, la mia borsa è certo più leggera.

Certe vite, certi passi, certi respiri.
Certa luce sulla Chiesa della Maddalena.

Ieri mattina, poi, in mezzo a Via San Luca.
Tra negozi, vetrine illuminate e insegne, marmi e antichi portoni.
E tra me e me me lo dico sempre.
Alcune persone, in qualche maniera, hanno qualcosa in più.

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C’era un tempo il Ponte Pila, il ponte che non esiste più si trovava su quella parte del Bisagno ora coperta da un’ampia strada: l’acqua fluiva e separava l’attuale Corso Buenos Aires da Via Cadorna, in quel tratto c’era il Ponte Pila.
Come sempre ne scrive con precisione il solito fidato Amedeo Pescio e narra che nei secoli venne più volte ricostruito non sempre nel medesimo punto.
Narra anche che poi venne denominato Ponte Pila quello che era noto come il Ponte di Santa Zita in quanto Borgo Pila comprendeva anche la zona circostante la chiesa di Santa Zita.
Il ponte, scrive Pescio, subì nei secoli diverse rovine, nel 1780 crollò e così quelli che stavano al di là del Bisagno dovettero servirsi di piccole barche per raggiungere Genova.
E poi ancora, fu sempre la piena del Bisagno a travolgere il ponte e a causarne la distruzione alla fine del ‘700 e nel 1822.
Venne nuovamente ricostruito, era fondamentale per le zone del levante.

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Poi giunse il nuovo secolo con nuove esigenze, alla fine degli anni ‘20 si ultimò la copertura del Bisagno e così il ponte svanì dalla prospettiva di Genova.
Tuttavia non tutte le sue parti sono andate perdute, le ringhiere e i lampioni disegnati da Gino Coppedè hanno avuto una nuova destinazione.
Sono stati infatti collocati sempre sul Bisagno, sul ponte dedicato allo scultore Giulio Monteverde di fronte all’ingresso principale del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Questi lampioni sono per me dei veri capolavori.

E ad essere sincera a volte mi sembra che in questa epoca non sia così comune progettare bellezze armoniche e così perfette, forse sbaglio, forse è solo il mio gusto personale.

Lo stesso vale per le ringhiere con i loro raffinati decori, io le trovo davvero belle.

Genova ottocentesca ancora ci circonda con le sue architetture.

Osserviamo il passato e il presente, troveremo delle differenze e qui ringrazio i miei amici Eugenio Terzo e Giancarlo Moreschi per il cortese prestito delle splendide immagini antiche.
Là sorgeva il Ponte Pila attraversato da carri con le ruote cigolanti, qualcuno andava di fretta, altri si fermavano pigramente davanti alla ringhiera ad osservare il panorama.
Cosa si nota sullo sfondo?
La stazione Brignole e dietro di essa la bella villa dell’Ingegner Cesare Gamba, oltre ancora la città che si arrampica sulle alture.

E cosa si nota in primo piano?
Osservate bene l’immagine antica: ai nostri tempi le lampade sono ospitate in dei globi, all’epoca invece quella parte del lampione era ben diversa.
E sebbene gli attuali non mi dispiacciano, penso che sarebbe sempre meglio rispettare il progetto originale, è solo la mia modesta opinione naturalmente.

Decori, teste leonine, un lavoro molto raffinato.

E una luce che si accende sul tempo svanito.

A volte non si notato i dettagli, a volte i dettagli si perdono nella visione d’insieme e non facciamo caso a ciò che invece dovremmo vedere.

Questo ponte è collocato in una zona piuttosto trafficata e naturalmente lo si attraversa, tuttavia è cambiata la nostra maniera di vivere la città, è mutato il nostro modo di percorrerla e di sentirla.
Il tempo scorre veloce, il progresso cambia le nostre abitudini e noi ci adeguiamo ad esso, è anche normale che sia così.

Noi però cerchiamo qualcuno che sappia condurci in quell’altro tempo, qualcuno capace di narrare e di mostrare ai nostri occhi increduli ciò che non ci è stato concesso di vedere.
Ed è quasi sera, sul Ponte Pila.
C’è un uomo che osserva, non rimarrà sconosciuto.
La prospettiva non è poi tanto mutata ma c’è una differenza: lui guarda Genova dal Ponte Pila, da quel ponte che noi non possiamo percorrere.
Ed è cambiato anche il ritmo delle nostre esistenze, ora è più frenetico e veloce.
Rimbombano i passi sul ponte, è la vita che scorre tra pensieri, incombenze del quotidiano, progetto forse irrealizzabili.
Camminiamo tra la folla di genovesi che attraversa il Ponte Pila.
C’è una signora elegante, si ripara dal sole con un ombrellino chiaro, c’è anche una giovane fanciulla, si volta indietro a guardare.
Posiamo la mano sulla ringhiera, come farebbe lei.

Ed è estate.
C’è un uomo che osserva, non rimarrà sconosciuto, è un poeta, il suo nome è Camillo Sbarbaro.
Ed è lui a portarci là, a guardare il tramonto in una calda e languida sera genovese.

“D’estate si assiste da Ponte Pila al più superbo avvento della notte.
Bisogna attendere, volti al cuore di Genova, all’ora che la riga di rossi vapori all’orizzonte o la fulva mole della nuvola sospesa, che compendiano il tramonto in città, principiano a perdere il loro lume.
Già la prima sera lagrima oro; sbiadito oro di lampioni a gas che l’uomo della pertica va accendendo per Via dell’Edera, tra le aiuole di Piazza Brignole…
I palazzi ghermiti dall’ombra incupiscono le facciate. Il cielo diventa di stagnola.
Quand’ecco fuoco s’appicca da un capo all’altro: tramuta in braciere, lassù, Piazza De Ferrari, in pozzi di luce le strade.
Scampano dal fuoco, tintinnando, coronati di tizzi i carri elettrici: e la folla che si riversa ha negli occhi o nelle chiome impigliata qualche scintilla dell’allegro incendio.”

Camillo Sbarbaro da La Gazzetta di Genova
tratto da Ma se ghe penso…
Realizzazione Grafica Artigiana 1972

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Fu un tempo un elemento importante della storia della Superba, la Porta degli Archi era anche detta Porta di Santo Stefano ed era collocata nel centro di Genova.
Era situata in quella zona della città che sul finire dell’Ottocento mutò radicalmente aspetto, l’antica porta si trovava infatti in un punto strategico, alla confluenza tra strade che non esistono più: Via Giulia e Via della Consolazione.
Via della Consolazione corrispondeva al tracciato dell’attuale parte bassa di Via XX Settembre e terminava come Via San Vincenzo in  Piazza Frugoni.
Oltre questa piazza ora non più esistente sorgeva la Porta degli Archi e qui la vedete in una bella cartolina di Pier Giorgio Gagna che ringrazio per il cortese prestito, in questa immagine sotto ritratti i lavori che muteranno il profilo della città.

La porta venne rimossa per lasciar posto al Ponte Monumentale e trovò una nuova vita e una nuova collocazione, venne infatti sistemata nell’attuale Via Banderali.

E quindi potremmo dire che in certo senso è ancora vissuta e veduta dai genovesi, scendendo da Carignano ci si passa sotto.

Simbolo di tempi lontani nei quali fu difesa e baluardo della Superba, fu parte della cinta muraria del 1536.

Certo, la memoria del passato a volte si appanna e sembra quasi svanire, dovremmo invece saper ricordare la nostra storia ed essere capaci di valorizzare al meglio ciò che è stato preservato.

La porta si erge maestosa in una posizione a mio parere abbastanza congrua per la sua grandezza.

Nella sua parte superiore sono visibili dei fregi purtroppo consunti, credo che una pulizia e un restauro la renderebbero ancora più magnificente.

Accanto alla porta c’è una targa sulla quale sono incise parole in memoria della sua storia, purtroppo il testo è oscurato dalla sporcizia e quindi lo riporto qui, con la speranza che torni ad essere presto leggibile.
La targa è stato affissa perché tutti i passanti conoscano le vicende di questa porta e così dovrebbe essere ancora oggi.

QUESTA PORTA
DISEGNATA DA GIO BATTA OLGIATO
DECORAVA IL VARCO ORIENTALE DELLE MURA CITTADINE
DEL 1536
FU DEMOLITA PER SOSTITUIRVI IL PONTE MONUMENTALE
E QUI RICOMPOSTA
PER DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA MUNICIPALE
10 GIUGNO 1896

A vegliare la porta e il cammino dei genovesi è la figura di Santo Stefano che è ospitata nella nicchia.

La bella statua è opera del valente artista Taddeo Carlone.

Quando passate in Via Banderali alzate lo sguardo verso queste antiche pietre che hanno veduto il passato di Genova e provate ad immaginare di essere in un altro tempo.

State percorrendo Via della Consolazione, davanti a voi c’è la Porta degli Archi, ancora pochi metri e finalmente sarete in Via Giulia.
Siete uomini dell’Ottocento, presto vedrete sorgere una nuova città e forse quando camminerete per la prima volta in Via XX Settembre vi sentirete disorientati.
La città cambia sotto i vostri occhi, si rinnova e muta, mentre il tempo scorre e fugge via velocemente.
Pochi passi, un viaggio dell’immaginazione, sotto la Porta degli Archi.

Cartolina di proprietà di Pier Giorgio Gagna

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Sorgeva lungo le fronti basse delle fortificazioni ed è una delle porte monumentali della città: Porta Pila ha origini molto antiche, è opera di Bartolomeo Bianco e venne costruita nella prima metà del Seicento, sulla sua sommità si trova una statua della Madonna opera di Domenico Scorticone.
La Regina della Città a presidio della porta di accesso, sopra le mura edificate in difesa della Superba.

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Sul finire dell’Ottocento il destino della porta divenne oggetto di complesse e controverse discussioni e per comprendere cosa accadde si dovrebbe tentare di cogliere lo spirito dell’epoca.
La città sta cambiando, è il tempo delle innovazioni e degli ampliamenti, è il tempo di grandi rivoluzioni urbanistiche e delle nuove edificazioni.
Andiamo a quel 1892, al periodo che precede la grande Esposizione Italo-Americana organizzata per i 400 anni della scoperta dell’America: sulla Spianata del Bisagno, corrispondente alla zona compresa tra Piazza Verdi e Piazza della Vittoria, si terranno importanti manifestazioni che attireranno un folto pubblico.
In quell’epoca si inizia a costruire Via XX Settembre che sorgerà sul tracciato di strade destinate a scomparire: Via Giulia, Via della Consolazione e Via di Porta Pila.
Si guarda avanti, verso il futuro.
Vengono abbattute quelle fortificazioni note come fronti basse, parte di esse si trovava proprio davanti all’inizio dell’antica Via di Porta Pila, in quel tratto che oggi corrisponde all’incrocio tra Via Fiume e Via XX Settembre.
Osservate questa fotografia e prestate attenzione al palazzo che si vede sulla destra.

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Lo ritroviamo in questa bella immagine appartenente ad Eugenio Terzo e in primo piano, davanti all’edificio, svetta la maestosa Porta Pila.

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Ebbero così inizio vivaci discussioni, le due fazioni erano molto agguerrite, un interessante resoconto di quelle vicende fu scritto da Mario Bettinotti e si trova nel volume “Ma Se ghe penso…” pubblicazione di Realizzazioni Grafiche Artigiana risalente al 1972.
Da una parte c’erano i sostenitori della modernità e del cambiamento, tra essi l’ingegner Cesare Gamba, architetto ed ingegnere che progettò Via XX Settembre.
Come lui molti pensavano che la porta dovesse sparire da lì, tanti la trovavano anacronistica, soprattutto in vista della grandiosa Esposizione Italo-Americana, la porta era per loro un inutile ed ingombrante ammasso di pietre.
Luigi Arnaldo Vassallo, giornalista del Secolo XIX a tutti noto come Gandolin, disse la sua e scrisse queste poche taglienti parole: faccia ridere o faccia rodere quello è un rudere da radere.
Erano di diversa opinione altri rappresentanti del mondo della cultura, come ad esempio lo scultore Rota: costoro sottolineavano la valenza storica e artistica della porta, non meno importante era l’aspetto religioso e il fatto che essa fosse custodita dalla Madonna Regina di Genova.
Con buona pace di tutti, per l’Esposizione Italo-Americana la porta rimase al suo posto ma l’esacerbato dibattito continuò.

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Tra coloro che levarono la propria voce in difesa di Porta Pila chiedendo di lasciarla nella sua originaria collocazione anche Giuseppe Migone, ho avuto la fortuna di trovare un suo libretto pubblicato nel 1895 su una bancarella, sulla copertina egli stesso si definisce avvocato che non esercita.
In queste pagine egli esprime autentico affetto per questa costruzione, simbolo dell’indomito coraggio dei genovesi nella difesa della loro città, l’autore si addentra anche nella descrizione degli eventi storici che la riguardano.

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Dedica quindi diverse righe ad una questione che concerne le origini della porta.
Infatti diversi studiosi ritengono che Porta Pila provenga da Porto Maurizio, località alla quale era da principio destinata.
Citando vari studi Migone accredita invece una diversa versione: la porta in pietra di Finale condotta a Genova da Porto Maurizio non fu collocata a Porta Pila, quelle pietre andarono a rivestire la Porta Romana che si trovava all’ingresso di San Vincenzo, di questa porta non resta più traccia in quanto venne del tutto demolita.
A sostenere questa tesi anche altri illustri personalità come Francesco Podestà e Alfredo D’Andrade.
Questa circostanza, scrive Migone, dovrebbe ancor più far riflettere sul valore di Porta Pila in quanto le sue decorazioni sono state create apposta per lei e non provengono da un altro sito, inoltre egli non manca di sottolineare che malgrado ciò nulla esclude che sia opera di Bartolomeo Bianco.
Ed ecco l’immagine che c’è sul mio libretto, sotto di essa si legge: Porta Pila come si propone venga ridotta per conciliare le esigenze della viabilità e dell’estetica col dovere di conservare in loco un monumento che ha per Genova importanza storica artistica e religiosa ad un tempo.

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Pochi anni dopo la Porta venne smontata e ricostruita, destino volle che venisse collocata lungo il bastione di Montesano.
E indovinate un po’ cosa c’era a breve distanza? La villa di Cesare Gamba, uno dei più tenaci avversari della conservazione della porta nella sua originaria collocazione.
In questa immagine di Eugenio Terzo vedete Porta Pila e dietro di essa sulla destra il profilo della villa di Gamba.

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E ancora, osservate con attenzione questa immagine di Piergiorgio Gagna.
Tra la stazione Brignole e la villa di Gamba si scorge la sommità di Porta Pila.

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Sic transit gloria mundi, la dimora dell’ingegnere venne in seguito abbattuta ma la porta sopravvisse alla mano degli uomini.
Passarono altri anni e a metà del ‘900 Porta Pila venne ancora spostata e ricostruita a breve distanza e ancora adesso lì si trova, in Via di Montesano, racchiusa tra palazzi che ne sviliscono la grandiosa bellezza.

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Da Via Fiume quasi non la si nota, è davvero sovrastata dalla modernità.

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Si trova in una posizione non degna di lei, non sono solo i turisti a non conoscerla, anche molti genovesi non sanno che quella è una delle porte monumentali della città ora situata in una zona non certo di passaggio.
Meriterebbe cura e attenzione, meriterebbe una nuova collocazione più adatta alla sua magnificenza.

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E dispiace dire che avrebbe certo bisogno di un’accurata pulizia, anche le lapidi che raccontano i suoi giorni lontani risultano annerite e trascurate.

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Eppure anche questa è una parte importante della storia di Genova.

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Posuerunt me custodem, mi posero custode, così si legge sotto l’immagine della Madre di Dio.

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E sul marmo sono incise parole in latino a memoria dell’importanza strategica della porta per la città di Genova, spicca chiara una data: 1633.

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Una patina scura adombra anche le parole che consacrano Genova a Maria.

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Porta Pila non merita di cadere nell’oblio, meriterebbe invece una nuova valorizzazione e una nuova vita.
Sono trascorsi i secoli e Porta Pila svetta ancora nel cielo di Genova.

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E ancora il sole bacia i tratti dolci di Maria, custode della città.

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Torno ancora a raccontarvi vicende del passato tratte da un mio prezioso libro, Genova Nuova, questo volume risale al 1902 e narra con dovizia di particolari la crescita e lo sviluppo della Superba sul finire dell’Ottocento.
Alcune pagine sono dedicate a Cesare Gamba, protagonista indiscusso delle innovazioni urbanistiche e del riassetto della città: egli fu un professionista eclettico ed intuitivo, un uomo dai molteplici interessi e dal variegato ingegno.
Architetto ed ingegnere, abile uomo d’affari, apparteneva ad una famiglia molto abbiente, era alpinista e amante della musica, in particolare aveva un debole per Wagner, fu anche un automobilista e il suo nome figura tra i fondatori dell’ACI.
Trascrivo qui una citazione tratta da Genova Nuova, queste parole sottolineano la tempra di Gamba e la sua vivace intelligenza:

L’ingegnere Cesare Gamba è uno dei fortunati che riescono simpatici a tutti, perché favoriti da madre natura delle più invidiabili doti: quelle della mente e del cuore.

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Immagine tratta da Genova Nuova – Volume di mia proprietà

La sua figura si lega in particolare alla realizzazione di Via XX Settembre, operazione che comportò importanti demolizioni e che cambiò del tutto l’aspetto della città, fu lui a progettare il Ponte Monumentale e il Palazzo della Navigazione Generale Italiana a De Ferrari attualmente sede della Regione Liguria.

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Ed è evidente che queste poche righe a lui dedicate non rendono giustizia alla complessità del personaggio e alla sua spiccata personalità, fu certo un uomo affascinante e protagonista del suo tempo, la sua idea di città sembra ancora adattarsi alla perfezione alle esigenze della nostra epoca.

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Sul finire dell’Ottocento Cesare Gamba acquistò una villa che era appartenuta ai Marchesi Ricci, l’edificio si trovava sulla ridente collina di Montesano, alle spalle della Stazione Brignole.
Gamba avviò una serie di lavori che comprendevano demolizioni e ristrutturazioni, progettò la dimora secondo il suo gusto: quella sarebbe divenuta la sua casa.

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Immagine tratta da Genova Nuova – volume di mia proprietà

E sempre sulle pagine di Genova Nuova si legge che il piano terreno fu destinato alla vita quotidiana e di ricevimento, con tutti gli agi e le comodità.
L’appartamento vero e proprio si trovava invece al primo piano dove era situata anche la ricca biblioteca dell’ingegnere, nei fondi e nel sottotetto c’erano tutti i servizi.
La villa aveva una spaziosa hall e grandi vetrate, uno scalone di marmo rosa, una balaustra in ferro battuto e bronzo, fastose colonne di marmo giallo.
Un’abitazione grandiosa per un uomo che mutò l’aspetto della sua città, ecco la villa nel dettaglio di una cartolina di proprietà del mio amico Pier Giorgio Gagna che qui ringrazio per il cortese prestito.

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Ovviamente la bella villa dell’ingegner Gamba aveva attorno un vasto giardino, era una dimora incantevole in una zona all’epoca non ancora soffocata dal cemento.
Eccola sullo sfondo, nella cartolina del mio amico Eugenio Terzo, è l’unica abitazione che svetta sui dolci rilievi alle spalle di Brignole.

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Sembra che la dimora non abbia subito danni durante la Seconda Guerra Mondiale, tuttavia in seguito venne demolita per lasciar spazio a moderne costruzioni.
Da Via Fiume volgete lo sguardo verso Via Montesano, dove un tempo era la villa di Gamba, questo è il panorama che si presenta ai vostri occhi.

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Come tutti i grandi genovesi anche l’illustre architetto ed ingegnere dorme il suo sonno eterno a Staglieno, lo trovate nel porticato inferiore a ponente, nella stessa tomba riposano i suoi genitori.
Il monumento è opera di Giovanni Battista Cevasco.

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Alto intelletto e nobile spirito, le parole che lo ricordano rendono onore ai suoi molti talenti.

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Visse 76 anni, in un periodo di profondi cambiamenti per la sua Genova.
Nella casa abbarbicata sulla collina di Montesano sapeva osservare la sua città con sguardo lungimirante, era capace di vederla oltre il proprio tempo.
Io per qualche istante l’ho immaginato ritto davanti a una di quelle alte finestre, pensieroso e assorto.
Davanti ai suoi occhi una città mutata e rinnovata, una Genova diversa, una Genova Nuova.
A noi è rimasto il frutto del lavoro di Cesare Gamba, si è perduta quella casa che fu scenario di parte della vita di un uomo dal grande carisma.

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Tra tutte le particolarità che può capitare di scoprire a proposito del nostro passato alcune mi lasciano sempre una certa curiosità.
Un altro mondo, diverse usanze, bisognerebbe davvero avere la macchina del tempo per poter vedere con i propri occhi ciò che non sappiamo neppure indovinare.
Ad esempio, nel tempo dei carri e delle carrozze, indubbiamente i cavalli avevano la loro importanza, perbacco!

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Scalpiccio di zoccoli, nitriti, questi eleganti amici dell’uomo conducevano sempre i loro passeggeri a destinazione.
Certo, con i dovuti tempi, occorreva armarsi di pazienza ma all’epoca forse ci si era abituati.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

E così, nel centro di Genova, nel lontano 1894 c’era chi vendeva questi indispensabili animali, ad esempio nella centralissima Piazza Giusti.
Sulla mia Guida Pagano, tra il resto, si contano ben 11 sellai ed erano ben distribuiti sul territorio cittadino: da Via Milano alla Nunziata, da Via Piacenza a Via SS. Giacomo e Filippo, altri erano in diverse zone di Genova.
D’altra parte, c’erano i cavalli e servivano le selle, le redini e tutto il resto!

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A tutto questo si aggiunge un’attività di pregio che ha suscitato il mio stupore: il magnifico maneggio dei Fratelli Busnelli.
Cari lettori, ci vuole tanta fantasia per tentare di vedere questo quadretto: il maneggio, gli aspiranti cavalieri, i maestri di equitazione!
E i cavalli, i cavalli!
Nel centro di Genova, si può immaginare una cosa simile?

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Ora, forse vorrete sapere dove caspita si trovasse questa peculiare attività del tutto tipica del tempo.
E vi sembrano domande da farsi?
Tutto aveva una logica e infatti la gloriosa impresa della famiglia Busnelli era collocata in una via del centro cittadino denominata Vico della Cavallerizza, ma guarda un po’!
Amedeo Pescio, studioso della toponomastica e delle sue particolarità, annota che un tempo la via era dedicata a Ettore Vernazza, in seguito assunse questo nome proprio a causa della presenza di una scuola di equitazione.
E così, come leggo nella mia guida Pagano del 1894, nel centro di Genova facevano i loro affari i fratelli Busnelli, ma ho trovato notizie di loro anche in anni antecedenti e quindi penso che la loro fosse una fiorente attività.
Vico della Cavallerizza ai nostri tempi non esiste più, i suoi palazzi hanno lasciato spazio ad edifici più moderni, un tempo si trovava nella zona tra Via XX Settembre e l’attuale Piazza Dante.
Osservate l’immagine sottostante, è tratta dalla cartina inserita nella Guida Pagano del 1926.
L’ampia via che si vede sulla destra e che taglia trasversalmente la mappa è proprio Via XX Settembre, sulla sinistra potete notare Vico della Cavallerizza.
Quando passate da quelle parti provate a immaginare di essere nel 1894: là c’era la gloriosa scuola di equitazione dei Fratelli Busnelli.

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Quando fuori piove a volte il mondo sembra in bianco e nero.
Piove, in questi giorni, piove senza vento.
E sono pozzanghere, clic clac di ombrelli ed impermeabili.
E tic tac di gocce sulla ringhiera, foglie bagnate e profumo di acqua.
Alla pioggia ognuno di noi reagisce in maniera diversa: certi sono imperturbabili, si contraddistinguono per olimpica calma.

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Piove.
E ognuno si ripara come meglio può.

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E quando piove l’ideale è camminare sotto i portici.
E intanto chiacchieri, guardi le vetrine dei negozi, magari ti fermi da qualche parte per un caffè.

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Malgrado il cattivo tempo i temerari delle due ruote certo non abbandonano il loro mezzo di trasporto preferito.

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Quando piove l’asfalto sembra un lungo nastro di raso nero.

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Pochi metri ed ecco un’altra bicicletta.

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E poi.
Piazza De Ferrari, poca gente e la fontana senz’acqua.
E poi, quando smette di piovere, c’è sempre qualcuno che si siede sul muretto, è ovvio.

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Quando piove l’Eroe dei due mondi rimane ritto in sella al suo destriero e nulla lo smuove, siano tuoni, fulmini o saette.
E le affascinanti modelle ritratte da Newton non perdono un grammo della loro allure e ondeggiano sinuose su tacchi stratosferici.

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Quando piove la luce sa essere un gioco imprevedibile.

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Quando piove ci sono quelli che si mettono a correre per trovare un riparo.
Poi arrivano sotto i portici del Carlo Felice e rallentano il passo.

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Quando piove si tengono le finestre chiuse e le luci accese.

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E quando piove circola comunque il trenino che porta i turisti in giro per la città.
E va piano piano, in Via XX Aprile.
E dietro c’è l’autobus e dietro ancora c’è una macchina.
E ha appena smesso di piovere.

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Quando piove  e tutto è in bianco e nero Strada Nuova sfavilla comunque con i suoi scenografici bagliori.

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E insomma, ha la sua bellezza anche la pioggia, a volte.
E in certi casi, invece, diventa tutto un po’ complicato, anche se sei sotto i portici.
E intanto piove.
E tu hai la borsa a tracolla, un sacchetto al braccio, l’ombrello.
E intanto cerchi di scattare una foto, la luce non è delle migliori e la messa a fuoco non è perfetta.
O forse sì?
Evanescenza, di passi, di fretta, di gente che cammina.
Quando piove.

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È una piazza che non ho mai veduto ma ci sono stata tante volte e voi siete venuti con me.
Là ho trovato figli del popolo, portavano scarpe scalcagnate e giacchette lise, avevano guance arrossate per l’emozione e occhi ingenui.
Ragazzini vissuti in un tempo distante, tutti riuniti attorno alla fontana di Piazza Ponticello.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

E poi ho incontrato una donna ciarliera e chiacchierona, quanto mugugnava Madama Cinciallegra per gli schiamazzi della gente del quartiere: casa dopo casa, bottega dopo bottega, lei ha passato in rassegna tutti gli abitanti della piazza ed è stato come proprio come vedere ognuno di loro.
E poi sono entrata in ogni negozio di Vico Dritto, c’erano mercerie e ombrellai, salumerie e friggitorie, tutti i vivaci colori della vita per nulla appannati dallo scorrere del tempo.
Quella piazza è perduta e scomparsa, non so quanti genovesi sappiano dire come davvero fosse, per quanto si provi ad immaginarla credo che sia impossibile esserci davvero, anche se io a volte credo di vivere proprio in quel mondo là che non ho mai veduto.
Cammino per le strade e mi sembra di trovarmi in luoghi che non esistono più, sono nella mia immaginazione e nelle fotografie in bianco e nero di quel tempo ormai svanito.

Vico Dritto di Ponticello

E a volte in un istante scorgi dettagli che in realtà sono sempre stati lì: sei tu che non li hai mai notati.
E questo è ciò che mi è accaduto qualche giorno fa, camminavo in Via Fieschi e andavo verso via XX Settembre.
Ho alzato gli occhi e ho visto quella Piazza e quel palazzo sulla destra, come già vi ho detto in precedenza la parte in ombra era Via Rivotorbido, adesso lì sorgono altri edifici.

Piazza Ponticello (4)

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Questa zona ai giorni nostri si presenta in questa maniera.

Via Fieschi

Osserviamo meglio, torniamo indietro nel tempo e incontriamo ancora quella numerosa famiglia della quale ho immaginato la vita, queste persone si sono fatte fotografare davanti alla loro bottega.

Piazza Ponticello (11)

E alzate gli occhi, guardate l’edificio che adesso si trova tra via Fieschi e Via Porta d’Archi.
Abbiamo salvato frammenti del nostro passato e li abbiamo anche dimenticati, non so quanti genovesi conoscano l’originale collocazione di questi marmi.

Via Fieschi (2)

Al centro c’è una lastra in memoria di Antonio Gallo, notaro e cancelliere del Banco di San Giorgio, sodale di Colombo del quale narrò i viaggi, credo che la storia di questo genovese meriti il dovuto approfondimento.

Antonio Gallo

E forse ricorderete, sull’edificio che ospitava la macelleria si vedevano parzialmente un Crocifisso e la Madonna Addolorata raccolta in preghiera.
Quel palazzo ai giorni nostri non esiste più.

Piazza Ponticello (9)

Gesù e Maria, invece, sono ancora nel luogo dove un tempo erano, in quella che in altri anni fu Piazza Ponticello.
Non so proprio descrivervi il mio stupore, per qualche istante mi è davvero sembrato di essere in quella Piazza tante volte immaginata.

Crocifisso

All’estrema destra dell’edificio c’è anche una Madonna con il Bambino, entrambe le statue meriterebbero qualche riguardo e certo se fossero pulite da questa patina scura la loro bellezza risalterebbe maggiormente.

Madonna con il Bambino

C’è un tempo che non abbiamo vissuto e non sappiamo nemmeno ricordarlo, non sappiamo trattenere quel filo che ci unisce a ciò che siamo stati.
Come già vi dissi in un precedente articolo, nelle cartoline d’epoca che ho veduto sull’angolo di Piazza Ponticello si nota quel Crocifisso, il lato del palazzo sul quale era collocata la Madonna con il Bambino non è entrato nelle inquadrature.
Di una cosa sono certa: la gente di Ponticello rivolgeva le sue preghiera alla Madre di Dio e a quel Suo Figlio venuto al mondo per la salvezza del mondo.
Un segno della croce, una preghiera sommessa, una speranza sussurrata davanti a quelle statue che molti di noi non hanno neanche mai veduto.

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Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri 

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Tornano i ricordi del passato scritti da Francesco Dufour nelle pagine del suo diario, qui trovate gli  articoli precedenti.
Nel descrivere la moda e gli stili di altre epoche, il nostro amico narra di strettissimi busti con le stecche di balene, di gentildonne che quando li indossavano si vedevano costrette persino a rinunciare a mangiare.
Eh, che sacrifici per avere un vitino di vespa!
E poi il racconto prosegue con altri dettagli, alcuni di essi sono piuttosto curiosi, buona lettura a voi!

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Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Le signore, allora, portavano sempre il cappello e d’inverno la pelliccia, si distinguevano perciò nettamente dal ceto popolare.
Le signore portavano la veletta, anche mia sorella Maria Luisa la portava.
Le signore portavano il manicotto molto comodo per il freddo.
Le signore non portavano mai un pacco, se un acquisto non stava nella borsetta veniva recapitato a casa.
Ricordo lo scandalo quando la madre di un compagno dell’Arecco era entrata da Sacco, oggi Ripamonti, per comprare un etto di prosciutto.
La nonna andava da Romanengo e il signor Pedrin le diceva:
– Signora, assaggi un po’ questi – E le porgeva un vassoio di pralines.

Romanengo (50)

A quell’epoca Romanengo era un salotto.

Romanengo (40)

Nessuna signora, se non le più spregiudicate, sarebbe entrata in un negozio di alimentari.
Tutti si servivano negli stessi negozi di fiducia: Pastore per le pellicce, Migone per le telerie.
Quando ero bambino papà e gli altri signori all’antica portavano sempre il colletto da smoking con la cravatta normale, come abito da cerimonia c’era la redingote, poi c’era l’antenato del tait chiamato “floc”. Questi abiti si portavano al mattino specialmente per i matrimoni, si portavano sempre con il cilindro come i vestiti da sera.
Quando ero un giovanotto le signore facevano la parata nelle strade, Via Luccoli era chiamato il salotto di Genova.

Via Luccoli (12)
I giovanotti si sedevano sui “ferri della posta” così era chiamata quella ringhiera che si trova in cima a Via Luccoli, verso via Carlo Felice.

Piazza Fontane Marose

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Un’altra parata era  in Via Roma, i bellimbusti facevano la posta davanti al Mangini.
E circolava questa freddura: sai la differenza fra il negozio di Mangini e quello di Sacco il salumiere? Da Sacco i salami stanno dentro e da Mangini fuori!

Mangini

Mangini

Via XX Settembre era considerata una strada poco chic perché si diceva percorsa dagli impiegati; scendendo, mai si sarebbe passati dal lato destro e dal sinistro si passava sul marciapiede fuori delle arcate.

Via XX Settembre (2)

 Se ci si fermava per strada a parlare con una signora non si faceva il baciamano con il guanto ma gli appassionati baciavano il polso fuori del guanto.
L’etichetta imponeva di gettar via subito la sigaretta e qualche volta, se questa era appena accesa, per un giovanottino era un piccolo dolor di cuore.
In tutta questa epoca ebbe molta importanza il cappello, nessun uomo poteva uscire senza, questo valeva anche per i bambini.
Al tempo della prima guerra io solitamente venivo mandato a comprare il Corriere Mercantile dal giornalaio di fronte.
Una volta sono uscito senza cappello; quando, trovandomi sul marciapiede di fronte me ne sono accorto, rimasi sbigottito, non sapevo come fare a nascondermi.
Erano usanze tanto radicate che diventavano una seconda natura.

Ecco, sapete cosa vi dico?
Tra le tante consolidate abitudini una mi trova particolarmente concorde, questa faccenda che le signore non debbano portare i pacchi mi sembra più che giusta!

Piazza Corvetto

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

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E’ arrivato tra le mie mani in maniera inaspettata, me lo ha dato una mia concittadina che legge e apprezza queste mie pagine, una nuova amica.
E’ il diario di un suo antenato, Francesco Dufour, appartenente a una famiglia nota non solo a Genova.
Il signor Francesco ha voluto lasciare i ricordi di ciò che ha veduto e ha scritto le sue memorie, io leggo queste sue pagine battute a macchina e mi pare quasi di conoscerlo!
Ha uno stile piacevole e chiaro, non manca quel sottile senso dell’ironia tipicamente genovese, vi strapperà più di un sorriso!
E allora vi porterò nella strade della Superba con i suoi racconti, li copierò come lui li ha scritti, sono perfetti così e non mi permetterei di cambiare una virgola.
Iniziamo dai rocamboleschi viaggi in automobile nella Genova del passato.

Piazza De Ferrari

 Piazza De Ferrari, viaggiata nel 1910
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Quando ero bambino ci si serviva del vetturino Donzelli che posteggiava in Piazza dell’Annunziata; si mandava a chiamare per recarci a Cornigliano.
Qui Carlino teneva un cavallo da sella con il quale si recava a Coronata e al Belvedere.
Nel 1915 papà comprò una Fiat Zero, era una Torpedo a 4 posti.
Era una cosa nuova, nessuno se ne intendeva; Carlino la guidava seguendo il “Manuale dell’Automobilista”.
L’automobile era il primo elemento di prestigio, si diceva “Il tale ha l’automobile” come si sarebbe detto “Il tale è milionario”.
L’automobile era, in principio, riservata ai padri di famiglia, alle persone di qualche importanza, non aveva ancora il significato sportivo che ha adesso.
Chi aveva l’automobile aveva anche lo chauffeur, l’automobile serviva innanzi tutto a scopo rappresentativo, per le visite, i matrimoni, i funerali, il Carlo Felice.
Sarebbe stata una sconvenienza arrivare in taxi.

Piazza De Ferrari (2)

Teatro Carlo Felice
Cartolina appartenenete alla Collezione di Stefano Finauri

Poi avevamo una grossa berlina SPA.
Un vetro separava l’autista dai passeggeri e gli ordini si davano con un tubo portavoce, in un angolo un vasetto di fiori.
Lo chauffeur apriva lo sportello e stava sull’attenti con il berretto in mano.
Gli autisti avevano una divisa scura e una chiara secondo il colore della macchina; portavano i gambali, solo pochi raffinati portavano gli stivali.
Dopo un certo tempo si pensò che una macchina aperta sarebbe stata più panoramica per le gite, allora venne in uso la decappottabile chiamata torpedo e se a due posti chiamata spider.

Piazza Corvetto

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Le strade, non asfaltate, erano molto polverose, con queste macchine si viaggiava in una nuvola di polvere.
Il viaggio era un continuo cercare di sorpassare per evitare la polvere di chi stava davanti.
Per il vento e la polvere era come andare in motocicletta.
Le signore portavano veli, maschere e spolverini, gli uomini spolverini, berretto e occhialoni, i più chic erano i Meyrowitz.
Molto frequenti erano le pannes, molto spesso scoppiava una gomma tagliata dallo spigolo di una pietra spaccata e specialmente per i chiodi dei ferri dei cavalli.
Non c’era la ruota di scorta, bisognava smontare la ruota, poi con 2 lunghe leve smontare il copertone, estrarre la camera d’aria e su un paracarro, con carta vetro, mastice e una pezza si riparava il guasto.
Spesso si tappava il carburatore, sulla Via Emilia, dove nei rettilinei si lanciava la macchina, erano frequenti le fusioni delle bronzine.
Mi ricordo che quando si arrivava a Genova e si vedevano i tram si diceva: per male che vada ormai si può arrivare a casa!

Via XX Settembre (3)

Tram in Via XX Settembre da Ponte Pila – viaggiata nel 1914
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Le automobili avevano vicino al vetro un faro mobile che si poteva puntare in tutte le direzioni.
Il parabrise si poteva abbassare tutto per diminuire la resistenza dell’aria e per aumentare la potenza del motore, si poteva, con un pedale, eliminare la marmitta.
Mi ricordo con che soddisfazione, al principio di una salita, libero e generoso, il fragore del motore.
Nei primi tempi il traffico era molto disordinato, non c’erano semafori e tutti i pedoni camminavano e attraversavano a casaccio.

Via Roma

Via Roma – Cartolina Appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

In un primo tempo era obbligatorio suonare la tromba nell’abitato, la tromba era una pera di gomma.
Poi venne proibito suonare nell’abitato e fu un disastro perché la gente continuava a stare in mezzo, a volte si doveva gridare dal finestrino o dare un’accelerata a vuoto per avere il passo.

Via XX Settembre (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

I vigili davano molte multe, specialmente per eccesso di velocità, queste fioccavano specialmente in fondo a Via Cantore, dove la strada larga e la discesa invitavano a esagerare.
Per vendicarsi del vigile gli si dava del voi come si faceva con le persone inferiori.

Via Palestro

 Via Palestro 1916
Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Grazie a Raffaella per avermi prestato questo diario prezioso, è una lettura a dir poco emozionante.
Grazie a Stefano Finauri, le sue immagini abbinate a queste memorie sono ancora più suggestive.
E grazie di cuore a Francesco Dufour,  camminare con lui per le strade della Superba è meraviglioso, ho un nuovo amico e presto anche voi leggerete altri racconti.
Un saluto a tutti voi lettori, vado procurarmi un velo da indossare per una gita in automobile!
Sapete, questa faccenda della polvere è a dir poco seccante!

Piazza De Ferrari (3)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

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